mercoledì, 12 marzo 2008

a J

 

Se mai vi feci ridere, dite…

Una parola amica in memoria di me.

Nosside

فروغ فرخزاد

 

Dès Sa mort la Légende s’est emparée de cette figure fascinante, et c’est elle, plus que la réalité, qui continue de hanter nos fantasmes.

Daniela

 

 

تولدی دیگر

 

 

همه هستي من آيه تاريكيست
كه ترا در خود تكرار كنان
به سحرگاه شكفتن ها و رستن هاي ابدي خواهد برد
من در اين آيه ترا آه كشيدم آه
من در اين آيه ترا
به درخت و آب و آتش پيوند زدم

زندگی شاید
یک خیابان درازست که هر روز زنی با زنبیلی از آن میگذرد
زندگی شاید
ریسمانیست که مردی با آن خود را از شاخه میاویزد
زندگی شاید طفلیست که از مدرسه بر میگردد
زندگی شاید افروختن سیگاری باشد ، در فاصلهء رخوتناک دو
همآغوشی
یا عبور گیج رهگذری باشد
که کلاه از سر بر میدارد
و به یک رهگذر دیگر با لبخندی بی معنی میگوید " صبح بخیر "

زندگی شاید آن لحظه مسدودیست
که نگاه من ، در نی نی چشمان تو خود را ویران میسازد
ودر این حسی است
که من آن را با ادراک ماه و با دریافت ظلمت خواهم آمیخت

در اتاقی که به اندازهء یک تنهاییست
دل من
که به اندازهء یک عشقست
به بهانه های سادهء خوشبختی خود مینگرد
به زوال زیبای گل ها در گلدان
به نهالی که تو در باغچهء خانه مان کاشته ای
و به آواز قناری ها
که به اندازهء یک پنجره میخوانند

آه...
سهم من اینست
سهم من اینست
سهم من ،
آسمانیست که آویختن پرده ای آنرا از من میگیرد
سهم من پایین رفتن از یک پله مترو کست
و به چیزی در پوسیدگی و غربت و اصل گشتن
سهم من گردش حزن آلودی در باغ خاطره هاست
و در اندوه صدایی ان دادن که به من بگوید :
" دستهایت را
دوست میدارم "

دستهایم را در باغچه میکارم
سبز خواهم شد ، میدانم ، میدانم ، میدانم
و پرستوها در گودی انگشتان جوهریم
تخم خواهند گذاشت

گوشواری به دو گوشم میآویزم
از دو گیلاس سرخ همزاد
و به ناخن هایم برگ گل کوکب میچسبانم
کوچه ای هست که در آنجا
پسرانی که به من عاشق بودند ، هنوز
با همان موهای درهم و گردن های باریک و پاهای لاغر
به تبسم های معصوم دخترکی میاندیشند که یک شب او را
باد با خود برد

کوچه ای هست که قلب من آن را
از محل کودکیم دزدیده ست

سفر حجمی در خط زمان
و به حجمی خط خشک زمان را آبستن کردن
حجمی از تصویری آگاه
که ز مهمانی یک آینه بر میگردد

و بدینسانست
که کسی میمیرد
و کسی میماند
هیچ صیادی در جوی حقیری که به گودالی میریزد ، مرواریدی
صید نخواهد کرد .

 

من
پری کوچک غمگینی را
میشناسم که در اقیانوسی مسکن دارد
و دلش را در یک نی لبک چوبین
مینوازد آرام ، آرام
پری کوچک غمگینی
که شب از یک بوسه میمیرد
و سحرگاه از یک بوسه به دنیا خواهد آمد



 

 

Rinascita

 

 

Tutta la mia esistenza è un verso oscuro

Che reiterandosi ti condurrà

All’alba delle fiorescenze e delle crescite perenni.

In questo verso io ti sospirai.

In questo verso io ti innestai

All’albero, all’acqua e al fuoco.

 

La vita è, forse,

Una lunga strada che, ogni giorno, una donna attraversa con un paniere.

La vita è, forse,

Una corda con la quale un uomo si appende ad un ramo.

La vita è, forse, un bimbo che torna dalla scuola.

 

La vita è, forse, accendere una sigaretta in molle riposo tra due amplessi

O è, forse, lo sguardo vuoto di un passante

Che si leva il cappello

E, con un sorriso distratto, dice ad un altro: buongiorno.

 

La vita è, forse, quell’attimo senza fine

In cui il mio sguardo si smarrisce nelle pupille dei tuoi occhi

Ed in questo vi è il senso

Che mescolerò alla comprensione della Luna e alla percezione delle tenebre.

 

In una stanza che misura una solitudine,

Il mio cuore,

Che misura un amore,

Si sofferma sui puri pretesti della sua felicità,

Sul dolce declino dei fiori nel vaso,

Sul giovane albero che hai piantato nel piccolo giardino della nostra casa,

Sul cinguettio dei canarini

Che inonda tutta la finestra.

 

Oh!

Questa è la mia parte.

Questa è la mia parte.

La mia parte

È un cielo che una tenda appesa mi sottrae.

La mia parte è scendere da una scala incustodita

E raggiungere qualcosa tra il putridume e l’abbandono.

La mia parte è una triste passeggiata nel giardino dei ricordi,

Morire nell’affanno di una voce che mi sussurra:

Amo

Le tue mani.

 

Pianterò le mie mani nel piccolo giardino.

Rinverdirò, lo so, lo so, lo so.

E le rondini nell’incavo delle mie dita, lorde d’inchiostro,

Deporranno le loro uova.

 

Metterò due rosse ciliegie gemelle ai miei orecchi,

Come orecchini,

E petali di dalie alle mie unghie.

 

Vi è un vicolo dove

Gli stessi ragazzi, che di me erano innamorati,

Con i loro capelli scarmigliati, i loro esili colli

E le loro gambe ossute,

Rievocano ancora i sorrisi innocenti di una ragazza

Che, una notte,

Il vento portò via con sé.

 

Vi è un vicolo che il mio cuore

Ha rubato ai quartieri della mia infanzia.

 

Viaggio di un’entità attraverso la linea del tempo,

Entità fecondante la linea sterile del tempo,

Entità di un’immagine cosciente

Che torna dal banchetto di uno specchio.

 

Ed è così

Che qualcuno muore

E qualcuno resta.

 

Nessun pescatore troverà mai una perla

Nell’umile rigagnolo che si riversa In un fosso.

 

Io conosco

Una piccola fata triste

Che dimora in un oceano

E suona il suo cuore in un flauto di legno

Dolcemente, dolcemente.

Una piccola fata triste

Che, al tramonto, di un bacio muore

E, all’alba, di un bacio rinasce.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

 

 

Premessa

 

“Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi a me solo, non alle nozze della figlia o alla notte con l’amante o alle insidie del nemico o al processo o alla casa o al podere o al tesoro; e almeno finché legge, voglio che sia con me.

Se è preoccupato dai suoi affari, differisca la lettura; quando si avvicinerà ad essa, getti lontano da sé il peso degli affari e la cura del patrimonio…

Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto.”

(Francesco Petrarca, Fam., XIII, 5, 23)

 

L’intento di questo studio è puramente storico e, pur augurandomi di essere utile a coloro che si propongono di dare una valutazione critica dell’opera letteraria di Forughzamand Farrokhzad, ritengo che questa utilità possa consistere soltanto nella presentazione di fatti che, finora, non sono generalmente noti, e di un quadro, che, spero, risulti chiaro e veritiero, del carattere della mia protagonista e dell’evolversi della Sua personalità.

Vi sono pochi poeti di genio e, certamente, le poetesse di genio sono ancora più rare.

La Poesia presuppone un libero sguardo rivolto alla vita che il costume sociale, in passato, non ha affatto consentito alle donne; implica una profusione di potenza creatrice che le donne sembrano avere raramente posseduto o, almeno, potuto manifestare e che, per millenni, ha avuto libero sfogo soltanto nella maternità fisiologica.

Una sola e mirabile eccezione a questo stato di cose: Saffo.

A dispetto dei due o tre nomi intermedi che si potrebbero citare, ma che a pensarci bene vengono fuori da soli, le altre grandi poetesse si collocano tutte nel XIX o XX secolo. La lista, che ognuno può rifare a suo piacimento, comprende una decina di nomi al massimo, alcuni dei quali sono stati inseriti più per la personalità della donna che per il genio della poetessa.

Tra queste donne di grande talento e genio, nessuna, a mio avviso, può essere paragonata a Lei. Nessuna si colloca più in alto di Forughzamand Farrokhzad e, in ogni caso, è la sola che si innalzi costantemente a livello dell’epopea e del mito. Nessun Principe nella Sua vita, nessun alto funzionario, nessun appoggio, tutto quello che realizzò fu intrapreso senza nessun aiuto e nella solitudine.

 

“Io non ho mai avuto una guida: nessuno mi ha dato un’educazione intellettuale e spirituale. Tutto quello che ho, è frutto del mio sforzo e tutto quello che non ho, avrei potuto averlo se i traviamenti, l’incoscienza e gli impasse della vita, non me lo avessero impedito.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 marzo 1968)

 

Una vecchia che sgrana biascicando un rosario non ci fa avvertire più di tanto il sentimento del sacro, la Poesia è fatta e lo era, ai tempi in cui aveva un più netto ricordo delle sue origini magiche, di ripetizioni quasi incantatorie di suoni e di ritmi. L’interiezione pura e semplice, l’imprecazione o l’oscenità, spesso così usate che non ne è neppure più percepito il senso, recano sollievo o calmano come i mantra colui che le pronuncia. Non è della nostra epoca, in cui la fisica ha fatto delle vibrazioni una scienza e una tecnica, negare il potere della parola pronunciata per se stessa.

Nella stesura di questa biografia ho attinto, in gran parte, a materiale inedito in Italia. Ho già elencato le raccolte più importanti, insieme con l’indicazione del loro contenuto e delle abbreviazioni usate. Le note a piè di pagina ricorrono soltanto quando mi sono sembrate di interesse generale, i riferimenti particolareggiati alle fonti sono segnalati nel testo con numerazione progressiva, in fondo al volume, unitamente a una bibliografia scelta.

Nell’inverno del 2001, mi capitò di acquistare nella libreria Nima, presso la Stazione Tiburtina, e nel testo originale persiano, “Iman biyavarim be aghaz-e fasl-e sard” (Crediamo all’inizio della stagione fredda). A parte certe riserve, che farò in seguito, il caso mi aveva fatto incappare in una di quelle opere che ci nutrono per anni, e, fino a un certo punto, ci trasformano. Dell’autrice, Forughzamand Farrokhzad, ignoravo, allora, persino il nome, però bastò che fosse una donna del mio tempo e intenta a scrivere, per incoraggiarmi a fare lo stesso.

Quell’inverno era particolarmente bello, a Roma.

Se ne stava sospeso come un pomo dorato a un ramo, pronto da cogliere.

Due anni dopo, l’illustre iranista Angelo Michele Piemontese, in quella sorta di memorie della Sua vita intellettuale, “La vita nuova nel diario romano di Forug Farroxzad”, un documento troppo poco letto, sottolineava quanto l’Italia apparisse “poco presente in libri di viaggio scritti da autori persiani contemporanei” e quanto assumesse “notevole rilievo il libro del giovanile viaggio in Italia” di Forughzamand Farrokhzad.

Una donna intelligente e coraggiosa mescolava ai propri racconti di viaggio un travelogue concernente strani confini. Questo frammentario diario di un’anima ha ai nostri occhi un elevatissimo valore umano, affettivo e artistico. Una sua attenta e meditata lettura è il modo migliore per accostarsi a Forugh – come mi limiterò a chiamarLa nelle pagine a seguire – e riuscire a penetrare, più a fondo, nel Suo universo poetico e umano. Che La si creda o meno sui vari punti, l’Autrice ci conduce, quasi per mano, sull’orlo di caverne di cui sentiamo perfettamente che, se osassimo esplorarle, le scopriremmo anche in noi stessi.

Nel frattempo, avevo letto un certo numero di opere erudite persiane. Avevo appreso cosa differenzia un mathnavi, una qasidè, un ghazal e un roba’i.

Uno degli errori irreparabili dell’Occidente è stato, probabilmente, quello di concettualizzare la complessa sostanza umana sotto la forma antitetica Anima-Corpo, e di non uscire, poi, da questa antitesi se non negando l’anima. Un altro errore, non meno deplorevole, e che si fa sempre più grave, consiste nel non immaginare opera di perfezionamento o di liberazione interiori se non a favore dello sviluppo dell’individuo o della persona, e non dell’annullamento di queste due nozioni a vantaggio dell’essere o di ciò che va al di là dell’essere. Anzi per l’uomo occidentale, sembra che perfezionamento e liberazione si contrappongano duramente l’uno all’altra, anziché rappresentare i due aspetti di uno stesso fenomeno.

Vi sono state epoche nella storia in cui l’Umanità sembra aver trovato – almeno nella sua zona intellettuale – qualche soluzione all’eterno contrasto tra Concreto e Ideale, tra pane e sogni, tra le cose che si toccano e quelle che no.

Il Medioevo risolve, a suo modo, il problema con la Fede, a ogni costo, nel soprannaturale. Il resto è Male e Peccato, in blocco, senza sfumature.

L’Umanesimo trova altre soluzioni: l’Uomo centro e misura di ogni cosa, un Universo armonioso perché redento tutto nella materia e nelle creature, dal Cristo-Uomo.

Più tardi, l’Illuminismo crede di aver trovato nella Dea Ragione il segreto dell’equilibrio.

Poi, un Positivismo molto ottimista è pronto a giurare sulla Scienza come arma infallibile per centrare il bersaglio di una confortante autonomia dell’Uomo, non più schiavo dell’annoso dilemma Anima e Corpo, Ideale e Realtà.

Epoche, sembrerebbe, fatte di certezze o, almeno, illuse di possederne una. Tra le une e le altre, ampie zone d’ombra, dense di dilemmi, sconvolte dall’agitarsi delle coscienze in preda a tormenti conoscitivi e etici, comunemente definiti crisi.

Il nostro tempo, quanto mai avaro di certezze, è l’esempio tipico di uno di questi periodi di crisi. Crisi tra continenti, mondi, individui, vittime di mille contraddizioni. Ma soprattutto crisi riaperta, clamorosamente, sopra il vecchio dilemma tra Ideale e Realtà.

Di che cosa vive veramente l’Uomo di oggi?

Dove troverà la sua giusta statura?

Sino a che punto gli basta la civiltà del benessere e in che misura invece persiste in lui un bisogno incoercibile di Infinito e di Eternità?

Ecco le domande di grande attualità, che sembrano compendiare in sé tutte le altre singole moderne ragioni di crisi, e sulle quali sembra configurata la Poesia di Forugh.   

Una vita è ciò che si fa di essa: i pochi dettagli, che ho attinto dalla ricca biografia di Forugh – “A Lonely Woman Forugh Farrokhzad and Her Poetry”, 1984 pp. 181 – scritta da Michael Craig Hillmann, ci forniscono tutto e niente insieme. Altri aggiungono dei barlumi: apprendiamo, così, che questa donna, il cui genio sembra uscito interamente dalla tradizione popolare, leggesse molto. Nima Yushij aveva influenzato la Sua giovinezza: sembra che, per effetto, di una singolare osmosi, il tono e lo stile siano largamente debitori all’austero profeta iraniano.  

Forugh è morta, il 14 febbraio 1967, a trentadue anni, prima di sentire la vecchiaia, che non temeva.

 

“Sono contenta che i miei capelli siano diventati bianchi e di avere qualche ruga sulla fronte.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

“Sono contenta di non essere più una sognatrice e un’utopista. Ora sto per compiere trentadue anni, questo significa aver trascorso trentadue parti della vita. Ma, in cambio, ho trovato me stessa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

Ma qualche tempo prima aveva scritto:

 

“Ho paura di morire anzitempo e di lasciare i miei lavori incompiuti.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 18 agosto 1969)

 

e ancora:

 

“Sono sfiorita, i capelli sono divenuti bianchi e il pensiero del futuro mi angoscia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

La Sua tragica fine sconvolgeva l’Iran, come precedentemente era avvenuto per Sadeq Hedayat, suicida a Parigi, nel 1951.

 Non lasciava eredità da spartire, aveva vissuto priva di tutto e in povertà.

 

“Il denaro era l’unica cosa cui non pensasse. Alla sua morte aveva poco denaro e un pacchetto di sigarette.”

(Intervista a Fereydun Farrokhzad, Kayhan 13 febbraio 1974)

 

Nella Sua casa di Tehran, come nelle altre dimore della Sua vita errabonda, vi erano un letto per amare, un tavolo per scrivere.

 

”Spesso a metà del mese sono senza soldi e non vi è nessuno che possa aiutarmi. Ora siamo a metà dell’inverno e non ho ancora una stufa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

Viaggiava con un solo bagaglio: una valigia in cui teneva i Suoi scritti.

Là dentro, vi era non solo l’opera, ma il ritratto di una vita.

Poesie, appunti di viaggio, il diario intimo, lettere.

E qualche disegno.

 

“Tutta la mia ricchezza è costituita dai quaderni che ho raccolto negli anni e dai quali non mi separo ovunque vada. Sono quaderni sui quali, un giorno, la mano di un amico ha lasciato la propria impronta e sfogliarli mi riporta a uno dei giorni perduti della mia vita, rendendomi viva ogni volta.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

Nel 1956, aveva soggiornato in Italia, singolarmente portata dal destino in questo paese, dove aveva apprezzato gli italiani. Aveva tenuto regolarmente un diario, grazie al quale possiamo avere una visione abbastanza precisa di quello che è un periodo di particolare interesse. Possiamo immaginarci una ragazza esile e bruna, leggere e scrivere in una stanza di (…).

Ovunque alloggiasse, costruiva intorno a Sé una fortezza che non poteva essere facilmente espugnata. Questa Sua riluttanza a lasciare i modesti agi, per Lei così importanti, del Suo posto di lavoro è testimoniata più di una volta nel Suo diario.

Forugh ha intrecciato lo scrivere alla vita, facendone un punto fermo, a giustificazione di quest’ultima.

Nell’ultimo periodo della Sua vita, Forugh ha spinto sino all’ossessione l’Amore per la parola scritta. Stremata dalle molte vicissitudini, malata, debole, aveva cercato di riunire le Sue opere. Conservava tutto, come per raccogliere la testimonianza di Se stessa, per proteggersi con la presenza reale di quelle pagine dalla solitudine di cui era preda.

Oggi, quarant’anni dopo la Sua morte, quegli scritti raccontano trentadue anni dell’esistenza di una donna, anni pieni di grandi successi pubblici, numerosi come gli smacchi personali e i dolori privati. Nell’abbondanza e nella fertilità che li contraddistinguono, questi documenti appartengono alla letteratura come al vivere. Pagina dopo pagina, ci troviamo a incrociare piccoli drammi di quotidiane vicende, miniature di amici colti nelle loro debolezze, brandelli di pettegolezzi, seri a volte, più spesso profani, istantanee policrome, come in una conferenza su viaggi esotici, e piccole confidenze sul mestiere letterario. A volte, i velati avvertimenti su un affetto ferito o un orgoglio piccato o, parimenti, le minute benedizioni dell’appagamento amoroso. Ma sotto la superficiale schiuma delle parole, si segnala occasionalmente la strana alchimia dell’Amore frammisto all’incertezza, e dello slancio unito all’imbarazzo. Sono questi i geroglifici dell’emozione di cui queste pagine recano l’impronta.

E noi, qui, La osserveremo, come a Lei piaceva vedersi, scrivere e vivere.

Per quanti la conobbero, la Poesia di Forugh commenta semplicemente il poema della Sua vita. Ispirata alla realtà, resta a Lei inferiore, non è che la cenere di un fuoco meraviglioso. A coloro che tutto ignorano di Lei, vorrei far sentire il dolce calice di questa cenere. Scartando tutto ciò che è solo involucro, apparenza, superficie, vorrei giungere subito al cuore di questa rosa, al fondo di questo dolce calice.

Queste pagine sono un montaggio. Per scrupolo di autenticità ho fatto monologare il più possibile Forugh, attingendo ai Suoi scritti. Anche nei punti in cui non mi sono servita di virgolette, ho spesso riassunto le annotazioni della Poetessa, troppo prolisse per essere riportate tali e quali. Le frasi di mia creazione sono tutt’al più dei riempitivi: ho cercato semmai di imprimere a esse qualcosa del suo ritmo personale. Certo vedo i difetti di un procedimento che concentra in un solo giorno sentimenti e sensazioni che, nella realtà, occuparono diversi anni di vita. Il fatto è che quei sentimenti e quelle emozioni sono troppo costanti in ciò che ci rimane degli scritti di Forugh, per non essere stati l’assillo di questa donna quasi morbosamente incline alla riflessione.

Mi rendo conto della stranezza di questa operazione quasi negromantica.

Tali sono i giochi di specchi del tempo.

Mi è parso che una scelta di testi narrativi – diari, scritti personali, articoli di giornali –, attinti da tutto l’arco della Sua produzione e scanditi dal racconto della Sua vita, avrebbe permesso di conoscerLa meglio.

Ho ricostruito, anno dopo anno, l’attività letteraria di Forugh. Un lungo viaggio attraverso la passione amorosa, attraverso miti e personaggi che, in qualche modo, hanno rappresentato la sintesi, il modello, il paravento di un sentimento che, per dirla con Kafka, “aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità” ovvero – sono parole di Giacomo Leopardi – “di nostra vita ultimo inganno”.

Dalla Sua morte, generazione dopo generazione, ci si interroga e si discute sui silenzi di un’esistenza troppo breve, sulle Sue contraddizioni, che Forugh coltivava con l’eccesso che Le era proprio, si cerca nella straordinaria forza del Suo carattere e della Sua vita il meglio di noi stessi, si rifiuta quanto ci minaccia, si resiste al mito e lo si alimenta con la nostra mentalità di vivi un po’ antropofagi e molto barbari.

Ha scritto senza posa, con un amore che aumentava ogni giorno, perché proprio d’Amore si trattava: apprese a conoscere e a raccontare la Sua terra, la Sua gente. È vissuta con la matita in mano, annotando quello che vedeva, pensava e provava, instancabilmente, certo con una predisposizione innata, ma con un’abilità conquistata grazie alla Sua ostinazione e al Suo rigore etico e letterario, al Suo Amore per la scrittura.

Forugh non incontrava ostacoli, dubbi, conflitti, ripensamenti.

 

“Rusciva a memorizzare i versi, li componeva direttamente sul foglio senza correggerli.”

(Tusi Ha’eri, settimanale Bamshad, terza settimana 1968)

 

Rivoluzionaria in politica, Forugh non lo è di meno in letteratura. I Suoi versi esprimono il sentimento e l’anima del popolo iraniano, così come riflettono gli aspetti quotidiani dell’amore e della politica.

 

“Credo di essere un poeta in ogni momento della mia vita. Essere un poeta significa essere umano. Conosco alcuni poeti il cui comportamento quotidiano non ha nulla a che fare con la loro Poesia. In breve, sono poeti solo quando scrivono poesie. Quando hanno terminato di scrivere, tornano a essere nuovamente avidi, condiscendenti, tirannici, miopi, meschini. Dunque, io non credo alle loro poesie. Io apprezzo l’onestà nella vita e quando li scopro nelle loro poesie e nei loro saggi levare pugni e grida ne sono disgustata e dubito della loro veridicità. E penso tra me: “Forse è solo per un piatto di riso che gridano.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

In polemica con gli scrittori di sinistra, com’era abbastanza naturale, la critica di Forugh, particolarmente aspra e, a mio parere, giusta, dava sfogo alla Sua irritazione nei confronti di parte della Poesia degli intellettuali comunisti. Il verdetto definitivo di una scrittrice consapevole dei problemi sociali. A Forugh non sfuggiva quanto l’Intellighenzia iraniana, nel suo sviluppo, fosse condizionata dalla struttura di classe, né Le sfuggivano le matrici essenzialmente borghesi dello stesso movimento di sinistra degli anni Sessanta. Di conseguenza, era convinta che, nonostante la loro posizione ideologica, i giovani scrittori comunisti del Suo tempo non riuscissero a superare le barriere di classe; non solo, ma che, a causa della loro estrazione sociale fossero condannati a una visione molto confusa della realtà, e sempre lo sarebbero stati se non fossero riusciti a creare una società senza classi. Ciò che differenziava Forugh dalla maggior parte dei giovani di sinistra era il Suo riconoscimento franco e esplicito dell’importanza della struttura di classe nella letteratura. Mentre altri tentavano di scavalcare le barriere di classe, o addirittura di negarne l’esistenza, Lei le riconosceva apertamente e, implicitamente, riconosceva, quindi, la propria posizione di isolamento all’interno di una società divisa. Certo, non riteneva che questa fosse una situazione desiderabile, tuttavia neppure pensava che tale situazione potesse essere modificata ignorandone l’esistenza. E qui Forugh si distaccava non soltanto dalla sinistra, ma anche dalla destra.

 

“Quando torno a casa e resto sola, improvvisamente sento di aver trascorso la giornata a vagare, smarrita tra una miriade di cose che non sono mie e non avranno durata. Tra questa gente tanto diversa, mi sento così sola che, a volte, mi viene un nodo alla gola dalla rabbia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 febbraio 1966)

 

Si proclama adepta di Nima Yushij – takallos di Ali Esfandyari (Yush, Mazandaran 1897-1960) – e denuncia gli idoli che servono da alibi, ai Suoi occhi, all’imborghesimento delle anime e all’asservimento dell’arte.

 

“(Nima Yushij) È stato la mia guida, ma io sono stata l’artefice di me stessa. Ho sempre fatto affidamento sulle mie sperimentazioni. Ho scoperto come Nima riusciva a arricchire la sua nuova forma di linguaggio. Se non lo avessi scoperto, non sarei giunta a niente. Sarei divenuta un’imitatrice senza coscienza. Avrei fatto la mia strada, vale a dire, avrei vissuto la mia vita.” 

(Intervista a Forugh Farrokhzad, Darash)

 

L’innovazione di Forugh rispetto a quella che si definisce, in modo sempre un pò vago, la tradizione è un fatto acquisito, tuttavia, l’apporto di questo nuovo sguardo, lungi dal significare la rottura con una tradizione superata, mira a vivificare uno stile perduto. Una scrittura che preferisce l’economia dei mezzi e la concisione folgorante alla retorica verbosa e al pathos dei buoni sentimenti.

 

La Poesia è per me come una finestra e ogni volta che io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l’immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Non vi è differenza. È un modo di comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere. È un privilegio di cui il poeta, componendo versi, può beneficiare: anch’io esisto o esistevo. Altrimenti come si potrebbe affermarlo? Nella Poesia, io non cerco nulla. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh resta viva, non perché i versi delle Sue poesie sono scelti e saccheggiati dagli autori di antologie o di manuali universitari, ma perché, contrariamente alla maggior parte dei Suoi contemporanei, Lei non ha barato, Lei non ha mancato le Sue lacerazioni, i Suoi dubbi, le Sue piccinerie, i Suoi rancori sotto gli orpelli della bella letteratura.

Se gli scritti che ha lasciato ci toccano, tutti i Suoi scritti, non soltanto le Sue poesie, ma anche il più piccolo frammento, anche le pagine cancellate dei Suoi brogliacci, è perché restano un bruciante fuoco di tensioni, restituiscono a un’esistenza frammentata una nuova coerenza, una continuità, una certa pace.

Infanzia anticonvenzionale e anarchica, Forugh ha vissuto sin da piccola libera da ogni disciplina e costrizione sociale: l’unica autorità era il padre.

 

“Era molto freddo e duro, un vero soldato dal volto severo o, meglio, sempre celato da una maschera che incuteva timore. Ricordo che appena sentivamo il rumore dei suoi stivali, tutti lasciavamo quello che stavamo facendo e ci nascondevamo; ma questo padre così severo, i cui soli passi ci facevano sussultare, ogni tanto tornava se stesso e rivelava il suo vero volto. Allora ci abbracciava teneramente e calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi.”

(Intervista a Puran Farrokhzad, Kayhan, 10 febbraio 1971)

 

Il colonnello Mohammad Baqer Farrokhzad sapeva essere un padre incantevole. Raccontava storie, talvolta recitava poesie e stimolava, poi, i figli a discutere di quello che avevano ascoltato.

 

“Se, oggi, gli altri mi considerano testarda e sicura di me lo devo all’educazione impartita da mio padre.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

La madre, Touran Vaziri-Tabar, dolce e sottomessa, amorosa e attenta, viveva soprattutto per suo marito e era venerata dai figli.

 

“La mamma era una donna perfetta, ingenua e semplice, ignara del male, fiduciosa del mondo e degli uomini. Una donna legata a tutte le tradizioni, a tutte le convenzioni.”

(Intervista a Puran Farrokhzad)

 

Certo, Forugh aveva sofferto dell’apatia materna, della tirannia e delle velleità paterne e, forse, un pò di invidia l’aveva consumata vedendo i due fratelli andare all’Università, mentre Lei era dovuta restarsene a casa. Le donne avevano accesso allo studio, ma dovevano subire ancora molte discriminazioni nelle Università, che continuavano a essere, in gran parte, territorio riservato all’altro sesso. La sciatteria della casa aveva dovuto pesarLe, ma quel posto chiuso e disordinato, ingombro di libri e di carte, un po’ sporco e letargico, era la Sua tana. Vi coltivava un’anima persiana e romantica.

Fu, certamente, una ragazza fortunata.

E, fu quello il periodo più felice di un’infanzia felice.

Ma, come tutti i paradisi in terra, anche questo era insidiato. Sin dall’inizio, la vita di Forugh fu minacciata dalla depressione, dalla morte, dalle disgrazie.

 

“Ogni mese, due o tre volte cadeva in crisi depressive. In quei giorni fuggiva da tutti e da tutto, si chiudeva in stanza e piangeva. “

(Puran Farrokhzad, settimanale Bamshad, ottobre 1968)

 

Sognava di grandi spazi e là, nella Sua prima adolescenza, trovava il Suo motto:

 

“Ibo singulariter donec transeam.”

“Me ne andrò solitaria sino alla morte.”

 

Non ci volle molto alla ragazza precoce per scoprire che, se non erano sincronizzati il sentimento e l’accadere, lo erano il sentimento e la fantasia.

E fu con una tale scoperta che Le si aprì il mondo della futura Poetessa.

L’apprendimento delle attività femminili non costituiva per Forugh un compenso adeguato.

Se fosse riuscita a insegnare a Se stessa come fondere il sentimento con la fantasia avrebbe creato un Suo proprio mondo, una repubblica spaziosa, abitata soltanto da chi avesse scelto di farne parte, un luogo dove l’accadere non avrebbe creato disturbo, un regno inventato, completamente sotto controllo, dove la pena e il dubbio non avrebbero avuto dimora.

Come ogni tentativo di produrre armonia, per quanto artificiale, nel caos della propria esistenza, anche questo avrebbe, tuttavia, generato un conflitto dagli esiti sfortunati. Forugh deve essersi resa conto che l’essere amata e l’essere libera non si possono coniugare. L’indipendenza richiede distanza emotiva dagli altri, proprio come l’affetto esige sottomissione e acquiescenza.

Fu proprio questa combinazione a causarLe tante pene di cuore; eppure, nonostante il tumulto provocato dai disordini amorosi, Forugh non poteva esistere senza Amore o, più precisamente, senza l’idea dell’Amore.

 

“Qualche volta penso che per me sartebbe possibile lasciare questa vita in un solo istante, perché non sono legata a nulla. Sono una sradicata. È solo l’amore che mi trattiene, ma…”

(Ferdowsi, 18 agosto 1969) 

 

La preferenza di Forugh per un glorioso fallimento rispetto a uno sbiadito successo assume un significato più ampio, in questa luce distante.

A questo riguardo, sarebbe opportuno dissipare una confusione troppo a lungo mantenuta dagli eccessi dello strutturalismo. Se è evidente che, nello studio di un Autore, la conoscenza della vita non sostituirà mai la conoscenza dell’opera, non significa che ci si debba privare di uno strumento prezioso alla comprensione dello stesso processo creativo. La forza di un’opera è legata, non soltanto alle determinazioni che hanno pesato sulla sua elaborazione, ma al posto dell’opera nella vita, della vita nel secolo, all’apporto dell’opera, al flusso mobile e mutevole delle idee e delle forme, alla funzione dello scrittore nella società.

 

“In verità, la Poesia che ignori l’ambiente e le condizioni in cui nasce e si sviluppa, non può mai essere vera Poesia.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Ma prima di affrontare l’analisi dei testi in quanto tali, importa collocarli nel loro quadro storico e biografico.

Grido del cuore, difesa appassionata di una Poetessa ritenuta fondamentale, queste pagine riposano sullo studio spinto di numerose poesie di Forugh Farrokhzad. Si presentano, dunque, come la prima edizione italiana con la quale è possibile conoscere e apprezzare in un unico libro in modo organico e sistematico la Sua produzione poetica, anche tramite il testo persiano che è riprodotto a fronte della relativa traduzione. Il risultato finale evidenzia la preziosità dell’iniziativa rivolta a tutti coloro che sentono la necessità di entrare in questa opera, sino a oggi, soltanto sfiorata.

Il est difficile d’être plus lucide envers l’égalitarisme terrifiant qui, sous ses yeux, entraînait le nivelage de toutes les valeurs esthétiques et culturelles sous le pied d’un utilitarisme nauséeux. Forough a été la première à déchiffrer dans la société de son temps des tares appelées à proliférer et à prospérer, de véritables maladies de l’âme qui risquent à terme d’entraîner la mort de l’homme comme être pensant.

In un paese in cui non vi è miseria, è naturale non essere snob. Parimenti avviene laddove tutti sono egualmente poveri. Ma dove le ineguaglianze sono tali che nessun ricco può osservarle senza avvertire nell’intimo un sentimento di disagio, questi preferisce non guardare affatto e dimenticare che accanto al suo esiste un altro mondo. 

I poeti hanno un sesto senso che rende loro chiaro l’avvenire.

Forugh aveva molto presto intuito che, un giorno, sotto la pressione dell’americanismo, la parola Democrazia avrebbe perduto il suo significato.

La Democrazia cessa di essere democratica quando diventa forte.

Sapeva quanto fosse vano lottare contro un’abiezione chiamata, un giorno, a divenire universale e ne aveva dedotto che non vi era altra strada per la Poesia che affrontare questa abiezione per attingervi gli elementi di una nuova bellezza.

In ogni caso, Forugh ci ha lasciato, grazie al Suo diabolico coraggio, al Suo incurabile ottimismo, grazie alla Sua fede nell’arte, a dispetto di tutto, un ammirevole esempio di resistenza a un’ignominia sociale che non doveva cessare di espandersi e che, oggi, esibisce sotto i nostri occhi le sue tristi turpitudini.

Strano personaggio questa poetessa ribelle, che respirava la libertà da tutti i pori della Sua pelle. Lei che, partendo dalla rivendicazione della Sua libertà, in quanto donna, è giunta alla necessità della liberazione sociale.

 

“Molti trovano rifugio negli altri, cercando di compensare le proprie carenze, ma non vi riescono mai del tutto, altrimenti questo rapporto non sarebbe da solo la più grande Poesia del mondo e della vita?”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh era nella condizione di sentire, nella Sua carne, l’oppressione e l’avvilimento che il matrimonio può arrecare alle donne. Il tentativo era stato fatto e, inutile dirsi, era fallito.

La Sua salute peggiorò quasi subito. Forugh perse la fede e si dedicò con diligenza a cercarne un’altra, finché, dopo numerosi tentativi, trovò un asilo spirituale a Lei congeniale nella Poesia.  

 

“ Il rapporto tra due esseri non può mai essere perfetto o completo. Ma la Poesia è per me un’amica con la quale poter parlare in libertà e in intimità. È un’amica che mi completa.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Nel decennio che seguì alla Sua abiura, Forugh scoprì oltre alla propria vocazione di poeta e di pittore anche quella di regista. Aveva, insomma, un temperamento artistico. 

 

“Se io ho scritto poesie per tutta la vita, questo non significa che la Poesia sia l’unico mezzo di espressione. A me piace il cinema. Se potessi lavorerei in ogni campo. Se non fosse esistita la Poesia avrei recitato in Teatro. Se non fosse esistito il Teatro, avrei fatto del Cinema. Se perseguo la strada dell’Arte è perché ho qualcosa da dire.”

 

Personalmente ritengo che Lei avrebbe preferito essere ricordata come donna.

In una certa misura, le Sue opinioni, osteggiate da una moralità angusta e intollerante, non Le impedirono di avere una visione del mondo essenzialmente onesta, responsabile e sana.

Che peccato che un incidente d’auto abbia interrotto il Suo volo!

 

Rammentati del volo,

L’uccello è mortale.

Così è partita a soli trentadue anni.

 

“Poi la neve, una candida neve bianca, iniziò a cadere dal cielo. Forugh, tutta di bianco, fu adagiata nella tomba. La neve bianca coprì la tomba e la terra tutt’intorno.”

(Parviz Lushani, Bianco e nero, febbraio 1967)

 

Forse la verità furono quelle due mani, quelle due giovani mani

Che furono sepolte sotto la continua caduta della neve.

Crediamo

Crediamo nell’inizio della stagione fredda

Crediamo nelle rovine dei giardini della fantasia

Nelle capovolte e disoccupate falci

E nei semi imprigionati.

Guarda come sta nevicando… 

 

È nata in inverno, ha vissuto essenzialmente in inverno per partire, infine, in inverno.

 

E questo sono io:

Una donna sola,

Sulla soglia di una stagione fredda

All’inizio della percezione dell’esistenza inquinata della terra

E della triste e semplice disperazione del cielo

E della debolezza di queste mani di cemento…

 

Non a caso aveva freddo.

 

Ho freddo

Ho freddo, si direbbe che non mi riscalderò mai…

 

Senza alcuna tema, si può affermare che l’avvenire appartiene alle donne della Sua tempra.

 

 

(da "Tanha sedast ke mimanad : Forugh Farrokhzad e la questione femminile", ADZ)

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 12, 2008 16:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, politica, amore, vita, iran, donna
venerdì, 07 marzo 2008

La saveur de la vie est dans le désir d'être une Femme.

Ce post est dédié à Vous Mesdames de la part d’une Femme aux Femmes.

Daniela

 

 

 

« Per quanto riguarda il problema della libertà, per me si riduce a una questione di parole. Non acconsentirò mai a identificare la libertà con un certo numero di libertà politiche. In ciò che voi chiamate libertà io vedo solamente « delle » libertà. E quella che io chiamo lotta per la libertà non è che la continua e concreta conquista dell’idea di libertà. Colui che non vede la libertà come un bene ardentemente desiderato e crede di possederla, in verità possiede una cosa senza vita, senza anima ; perché la nozione di libertà ha questo di particolare, che si allarga costantemente. Se, dunque, ci si ferma e si proclama di averla conquistata, nello stesso atto avrà dimostrato esattamente di averla perduta… »

Henrik Ibsen

 

Verrebbe spontaneo – come è stato fatto da molti critici – vedere in Ibsen un antesignano di quel femminismo che, proprio alla fine del XIX secolo, iniziava a affermarsi. La migliore smentita a tale interpretazione, una smentita che non la nega ma la inquadra in una visione ancora più ampia, viene dallo stesso autore. Durante un banchetto dell’Associazione Norvegese per i Diritti della Donna, il drammaturgo dichiarò, infatti, rispondendo al brindisi:

 

« Devo rifiutare l’onore di avere consapevolmente lavorato per i diritti della donna. Non sono neppure proprio sicuro di quello che siano, in realtà, i diritti della donna. Per me, è stata una questione di diritti dell’umanità. »

 

 

Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zefiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “giardino, primavera e dolce commercio”. A almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall'armare navi, elevare templi, compiere massacri.

In un essere che è stato programmato per essere dominato, l’intelligenza è una qualità scomoda da scoraggiare sul nascere, per non darle modo i prendere coscienza di sé. Al contrario, viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano compresi, ancora prima di essere formulati, e soddisfatti da un essere condizionato a anteporre i bisogni altrui ai propri e, spesso, a scapito dei propri.

Il femminismo è stata la prima forma di identità pubblica che le donne, si sono date dalla fine del ‘600.

Se molto è stato fatto, soprattutto nei Paesi industrializzati, molto resta da fare per le mutilazioni e l’emarginazione cui molte donne africane, asiatiche sono sottoposte.

La parità di diritti con l’uomo, la parità salariale, l’accesso a tutte le carriere sono obiettivi sacrosanti e, almeno sulla carta, sono già stati offerti alle donne nel momento in cui l’uomo l’ha giudicato conveniente. Resteranno, tuttavia, inaccessibili alla maggior parte di loro finché non saranno modificate le strutture psicologiche che impediscono alle donne di desiderare fortemente di farli propri. Sono queste strutture psicologiche che portano la persona di sesso femminile a vivere con un senso di colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo produttivo, a sentirsi fallita come donna se vi aderisce e a sentirsi fallita come individuo se, invece, sceglie di realizzarsi come donna.

 

 

Non mi rammarico, certo, di essere nata donna, al contrario, ne traggo grande soddisfazione.

Quasi sempre mi sono sentita bene nella mia pelle, e ho avuto fiducia nella mia buona stella. Ho spinto addirittura la mia fiducia nell’avvenire sino alla sventatezza : non avevo creduto alla guerra prima che scoppiasse. Adesso sto più attenta. Mi piace guardare in faccia la realtà e parlarne senza abbellirla. Non sopporto l’infelicità e sono poco incline a prevederla, quando la incontro mi indigna e mi sconvolge, e provo il bisogno di comunicare la mia emozione. Per combatterla, bisogna prima rivelarla, e, pertanto, dissipare le mistificazioni dietro le quali la si nasconde per evitare di pensarvi. È proprio perché rifiuto le evasioni e le menzogne, che mi si accusa di pessimismo, ma questo rifiuto implica una speranza : che la verità può essere utile. È un atteggiamento più ottimistico che non scegliere l’indifferenza, l’ignoranza, le false apparenze.

Dissipare le mistificazioni, dire la verità, è uno dei fini che ho più ostinatamente perseguito. Questa ostinazione ha le sue radici nella mia infanzia, non ho mai tollerato la stupidità : un modo per soffocare la vita e le sue gioie sotto i pregiudizi, le abitudini mentali, le false apparenze, le frasi vuote.  

La mia educazione mi aveva inculcato l’inferiorità intellettuale del mio sesso, inferiorità che molte delle mie coetanee ammettevano rispetto agli studenti maschi e che conferiva maggior pregio ai miei successi. Mi era sufficiente eguagliarli per sentirmi eccezionale. In realtà, non ne avevo incontrato nessuno che mi avesse sbalordito. L’avvenire mi era aperto in misura eguale a loro. Non avevano alcun vantaggio su di me, né, d’altronde, lo pretendevano. Mi trattavano senza condiscendenza, anzi con una gentilezza particolare, poiché non vedevano in me una rivale. La loro simpatia mi evitò sempre di assumere quell’atteggiamento di sfida che trovo così sgradevole nelle donne americane.

Gli uomini sono stati per me dei compagni, non degli avversari. Lungi dall’invidiarli, la mia posizione, in quanto singolare, mi sembrava privilegiata. Non ho mai rinnegato la mia femminilità. Mi piccavo di riunire in me un cuore di donna e un cervello di uomo.

 

 

« Des riches, nous avons entendu que les pauvres sont responsables de leur pauvreté, des Blancs que les Noirs n’ont qu’eux-mêmes à blâmer pour leur statut social minable, et des hommes que les femmes sont satisfaites de leur destin et ont choisi leur propre subordination. »

Dale Spender

 

Le jour où l’une d’entre nous découvre soudain n’être ni « inférieure », ni « anormale », ni « un défaut de fabrication de Dieu » ni « dépourvue de créativité et de talents artistiques », ni « incapable d’Amitié », mais qu’un même regard masculin au cours des siècles lui a inculqué cette image négative d’elle-même, elle ne peut s’empêcher de se demander si d’autres femmes dans le passé ont fait, aussi, cette merveilleuse découverte de se savoir capables de tout comme l’autre moitié de l’humanité. Avec, en plus, le pouvoir de donner la vie.

Dale Spender raconte qu’elle cesse de croire à la quasi-absence des femmes dans l’histoire, ainsi que l’enseignaient toutes les institutions, lorsqu’elle apprend qu’en 1911 les féministes avaient en Grande-Bretagne vingt et une revues, une librairie, une imprimerie et une banque gérée par et pour des femmes.

Quand une femme refuse de reconnaître la suprématie masculine et le modèle unique de la maternité, on la repousse dans un ghetto où elle ne pourra pas nuire et on se sert de l’exemple de son isolement comme repoussoir pour garder l’ensemble des femmes dans le droit chemin du servage. Mais cette stratégie est à double tranchant, car la virginité, par exemple, représente une voie vers l’indépendance envers les hommes.

Ce choix porte en soi un germe d’intégrité qui libère des valeurs de soumission.

La vierge symbolise la femme intacte dans tout son passé et son potentiel affectif originel. Pour les hommes, remarque Beauvoir, « la virginité n’a d’attirance érotique que si elle s’allie avec la jeunesse ». Le mépris des hommes envers les vieilles filles viendrait, selon elle, de la peur que ces femmes aient échappé à leur pouvoir ou qu’elles possèdent trop de pouvoir en propre.

 

« Arriver à la conclusion que le vrai but des femmes dans la vie est de vouloir compter beaucoup les unes pour les autres et que, pour elles, les hommes ne sont qu’une incidence dans leur vie est bien sûr très terrifiant ».

Simone de Beauvoir

 

 

Les femmes ont toujours eu un passé dur à oublier et un silence difficile à vivre mais, au fil du temps, une sorte de lien s’est tissé entre elles et la Nature, comme espace narratif pour excellence : un jardin secret où naissent les fleurs de l’espoir.

« Princesse Firouzeh » est né de l'envie de faire connaître mes écrits. Mais créer un site Internet uniquement pour diffuser mes ouvrages m’est vite apparu d’un intérêt limité car il existe déjà de nombreux sites personnels littéraires. Aussi il m’a paru juste et urgent traduire et présenter dans « Princesse Firouzeh » une petite anthologie de Poésie féminine, si peu mise en relief voire quasiment passée sous silence, réhabilitante les femmes poètes.

Les femmes Poètes ont toujours eu une étonnante faculté de percevoir les plus subtiles vibrations de l'âme et de savoir les exprimer de manière sublime, ce qui a fait dire à Montherlant :

 

« Les hommes ne sentent pas avec la même vivacité que les femmes. »

 

Je vous souhaite un beau voyage à travers les mots, mots d’hier et d’aujourd’hui, mots sans temps et sans espace qui portent en eux notre histoire et nous emmènent loin, très loin, très très loin…

 

 

Simile agli dei mi pare
Chi a te di fronte siede e ascolta
Quando tu parli soavemente
E ridi con amore.

Ma quest'immagine tua nel petto
Il cuore mi spaura. Solo un attimo
Ti guardo, e voce non più
M'esce dal labbro:

La lingua mi s'intorpida. Sottile
Un fuoco le membra mi corre,
Gli occhi non vedono, e m'assorda
Un rombo gli orecchi.

Di sudore un velo mi copre, tutta
Mi vince un tremore: più verde sono
Dell'erba, e nel mio patire vicina
Morte m'appare.

Saffo (VII secolo a.C.)

 

 

 

I bianchi cavalli smaniosi
Ssi levavano dritti sulle zampe
Con grande strepito; il suono della cetra
Batteva in eco sotto il portico vasto della corte.
O Bàuci infelice, io gemendo piango al ricordo.
Queste cose della fanciullezza hanno ancora calore
Nel mio cuore, e quelle che non furono di gioia
Sono cenere, ormai. Le bambole stanno riverse
Sui letti nuziali; e presso il mattino
Lla madre cantando più non reca
Il filo sulla rocca e i dolci cosparsi di sale.
A te fece paura da bambina la Mormò
Che
ha grandi orecchie e su quattro

Piedi s'aggira movendo intorno lo sguardo.
E quando, o Bàuci amata, salisti sul letto dell'uomo
Senza memoria di quello che giovinetta ancora
Avevi udito da tua madre, Afrodite
Non fu pietosa della tua dimenticanza.
Per questo io ora piangendoti non ti abbandono;
Né i miei piedi lasciano la casa che m'accoglie,
Né voglio più vedere la dolce luce del giorno,
Né lamentare con le chiome sciolte; ho pudore
Del cupo dolore che mi sfigura il volto.

 

Erinna (IV secolo a. C.)

 

 

 

Dolce come l’amore non vi è nulla

Ogni altra felicità viene dopo: perfino

Il miele la mia bocca rifiuta.

Questo dice Nosside

Solo chi non ha avuto i baci

Di Cipride non sa che fiori sono le rose.

 

Nosside (III secolo a.C.)

 

 

 

Lacrime di bimba

 

A un grillo, d’arati prati usignolo,

E a una cicala che abitò le querce,

Quella tomba comune innalzò Miro,

Una bimba, e lacrime sparse di bimba,

Poiché spietato l’Ade le tolse

Quei due cari balocchi.

 

Anite (III secolo a.C.)

 

 

 

Piangimi, d'un pianto breve, nato
Dal segreto del cuore: dimmi
Una tua parola tenera: di me ricorda,
Quando con me più non sarà la vita.

Filita di Cos (III secolo a.C.)

 

 

 

Abandon

Elles disent : Si jeune, et tant de cheveux blancs !

Et moi : Blancs ils seraient, pour peine moins affreuse !
Tout est malheur en cette vie, Abu Hassan.
Puisque je vis sans toi, et partant malheureuse.
Il était la jeunesse et l'âge sûr de lui,
Calme mais chaleureux, main offrante et offerte,
Il était le mérite absolu, non pas certes
De tel sot qui devant ses chefs se rembrunit.
Quand on parle d'un homme et qu'un juste propos
Dit avec art sa bienveillance et son honneur,
C'est à toi que je pense, et je pleure, un sanglot
Etouffe tout mon être et fait fondre mon coeur.
Ce coeur, tu l'as brisé, j'en jure, il n'en peut plus !
Le deuil emplit mon âme et ma tête fléchit.
Le dur bois de ma lance aujourd'hui s'est rompu,
Cassé comme le coeur si solide du buis.

 

Al Khansa (VII secolo d.C.)

 

 

 

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,

Mentre vai nella riserva dell'imperatore,

Il guardiano della riserva

Non ti starà osservando

Mentre mi agiti la manica?

 

Nukata no Ohokimi (VII secolo d.C.)

 

 

 

Se fosse possibile morire per amore,

Per mille volte

Io sarei morta e tornata a morire.

 

Kasa no Iratsume (VII secolo d.C.)

 

 

 

Les chaînes de l'amour

De nouveau piégée dans les rets de son amour
J'eus beau faire, rien n'y faisait
Récalcitrante, j'ignorais que plus je me débattrais
Plus étroitement le piège m'enlacerait

Une mer sans rivage, c'est cela l'amour
O malheureuse, comment y surnager !

Si tu veux connaître le fin mot de l'amour
Alors accepte même ce qui déplaît
La ciguë toute bue que l'on s'imagine délice
La cruauté constatée que l'on veut croire bienfait.

 

Rabe’e Balkhi (X secolo d.C.)

 

 

 

Il me faut chanter ici ce que je ne voudrais point chanter
Car j'ai fort à me plaindre de celui dont je suis l'amie
Je l'aime plus que tout au monde
Mais rien ne trouve grâce auprès de lui
Ni Merci, ni Courtoisie, ni ma beauté, ni mon esprit,
Je suis trompée et trahie comme je devrais l'être
Si je n'avais pas le moindre charme.

Une chose me console: jamais, je n'eus de torts
Envers vous, ami. Je vous aime, au contraire
Plus que Seguin n'aima Valence
Et il me plait fort de vous vaincre en amour,
Ami, car vous êtes le plus vaillant de tous.
Mais vous me traitez avec orgueil en paroles et en actes,
Alors que vous êtes si aimable envers d'autres.

Je suis surprise de l'arrogance de votre coeur,
Ami, et j'ai bien sujet d'en être triste
Il n'est point juste qu'un autre amour vous éloigne de moi
Quel que soit l'accueil qu'il vous réserve,
Qu'il vous souvienne du début
De notre amour. A Dieu ne plaise
Que par ma faute il s'achève.

La grande vaillance qui loge en votre coeur
Et votre grand mérite me sont sujets de tourments,
Car je ne connais point dame, proche ou lointaine,
Et en désir d'amour qui vers vous ne soit attirée
Mais vous, ami de si bon jugement,
Vous devez bien reconnaître la plus sincère
Ne vous souvient-il pas de nos jeux partis?

Ma valeur et mon lignage, ma beauté
Et plus encore la sincérité de mon coeur, doivent me secourir
C'est pourquoi je vous envoie, là-bas,
Cette chanson qui me servira de messager
Je veux savoir, mon bel et doux ami,
Pourquoi vous m'êtes si dur et si farouche,
Est-ce orgueil ou indifférence?

Mais je veux, messager, que tu lui dises
Que trop d'orgueil peut nuire à maintes gens.

 

Beatrice contessa Di Dia (XII secolo)

 

 

 

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
Acresce gioia a tutti fin’amanti,
E vanno insieme a li giardini alora
Che gli auscelletti fanno dolzi canti;
La franca gente tutta s’inamora,
E di servir ciascun tragges’inanti,
Ed ogni damigella in gioia dimora;
E me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
E tenemi sovente in forte doglia:
Donar mi vole a mia forza segnore,
Ed io di ciò non ho disìo né voglia,
E ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
Però non mi ralegra fior né foglia.

 

Compiuta Donzella (XIII secolo)

 

 

 

May you come, Love, to gaze upon my glory
And also yours, since the work of your arrows
Has made us both bright and immortal
Wherever anyone loves and longs for Love.

It makes me bright, because I did not refuse
To accept your mortal blows —
Since I was taken by his eyes, those
That nature has never made since or before;

It makes you bright, because I try to praise you
As much as I can in verse and in speech
With wit and in that vein which you gave me.

Now you need to prevent that sun,
Which woke me to be my guide and support,
From leaving my eyes lightless and alone.

 

Gaspara Stampa (1523-1554) 

 

 

 

Depuis qu'Amour cruel empoisonna
Premièrement de son feu ma poitrine,
Toujours brûlai de sa fureur divine,
Qui un seul jour mon coeur n'abandonna.

Quelque travail, dont assez me donna,
Quelque menace et prochaine ruine,
Quelque penser de mort qui tout termine,
De rien mon coeur ardent ne s'étonna.

Tant plus qu'Amour nous vient fort assaillir,
Plus il nous fait nos forces recueillir,
Et toujours frais en ses combats fait être ;

Mais ce n'est pas qu'en rien nous favorise,
Cil qui les Dieux et les hommes méprise,
Mais pour plus fort contre les forts paraître.

 

Louise Labé (1524-1566)

 

 

 

Jouissance

Aujourd'hui dans tes bras j'ai demeuré pâmée,
Aujourd'hui, cher Tirsis, ton amoureuse ardeur
Triomphe impunément de toute ma pudeur
Et je cède aux transports dont mon âme est charmée.

Ta flamme et ton respect m'ont enfin désarmée ;
Dans nos embrassements, je mets tout mon bonheur
Et je ne connais plus de vertu ni d'honneur
Puisque j'aime Tirsis et que j'en suis aimée.

O vous, faibles esprits, qui ne connaissez pas
Les plaisirs les plus doux que l'on goûte ici-bas,
Apprenez les transports dont mon âme est ravie !

Une douce langueur m'ôte le sentiment,
Je meurs entre les bras de mon fidèle Amant,
Et c'est dans cette mort que je trouve la vie.

 

Marie-Catherine Hortense de Villedieu (1632-1683)

 

 

 

Per Amico lontano

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
trovar quiete all’agitata mente
che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
stuolo d’affanni contro me si avvente.
Parmi lunge veder sotto straniero
cielo, e su fragil prora errar dolente
il mio diletto amico, e l’aere nero
che il minaccia ravviso, e il mar fremente.
Odo i gemiti suoi, già di sua vita
vicin veggo il perielio, e grido o dei
deh gli porgete, o Dio pietosi aita!
Mi sveglio allor tremante, e la funesta
imago non mi lascia, e gli occhi miei
d’amaro pianto innondo e pur son desta.

 

Lesbia Cidonia (1746-1801)

 

 

I have a Bird in spring
Which for myself doth sing -
The spring decoys.
And as the summer nears -
And as the Rose appears,
Robin is gone.

Yet do I not repine
Knowing that Bird of mine
Though flown -
Learneth beyond the sea
Melody new for me
And will return.

Fast in a safer hand
Held in a truer Land
Are mine -
And though they now depart,
Tell I my doubting heart
They're thine.

In a serener Bright,
In a more golden light
I see
Each little doubt and fear,
Each little discord here
Removed.

Then will I not repine,
Knowing that Bird of mine
Though flown
Shall in a distant tree
Bright melody for me
Return.

 

Emily Dickinson (1830-1886)

 

 

 

А, ты думал - я тоже такая,
Что можно забыть меня,
И что брошусь, моля и рыдая,
Под копыта гнедого коня.

Или стану просить у знахарок
В наговорной воде корешок
И пришлю тебе страшный подарок -
Мой заветный душистый платок.

Будь же проклят. Ни стоном, ни взглядом
Окаянной души не коснусь,
Но клянусь тебе ангельским садом,
Чудотворной иконой клянусь
И ночей наших пламенных чадом -
Я к тебе никогда не вернусь.

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
Che si possa dimenticare
E che si getti, pregando e piangendo,
Sotto gli zoccoli di un baio.

O vada a chiedere alle fattucchiere
Radici nell’acqua incantata,
E ti mandi il dono terribile
Di un fazzoletto profumato e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
O sguardi l’anima dannata,
Ma ti giuro sul Paradiso,
Sull’icona miracolosa
E sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
Mai più tornerò da te.

 

Anna Akhmatova (1889-1966)

 

 

 

Быть в аду нам, сестры пылкие,
Пить нам адскую смолу, —
Нам, что каждою-то жилкою
Пели Господу хвалу!

Нам, над люлькой да над прялкою
Не клонившимся в ночи,
Уносимым лодкой валкою
Под полою епанчи.

В тонкие шелка китайские
Разнаряженным с утра,
Заводившим песни райские
У разбойного костра.

Нерадивым рукодельницам
— Шей не шей, а всё по швам! —
Плясовницам и свирельницам,
Всему миру — госпожам!

То едва прикрытым рубищем,
То в созвездиях коса.
По острогам да по гульбищам
Прогулявшим небеса.

Прогулявшим в ночи звездные
В райском яблочном саду...
— Быть нам, девицы любезные,
Сестры милые — в аду!

A noi, fervide sorelle,
Toccherà andare all’inferno,
Bere l’infernale pece,
Noi, che in ogni nostra vena
Al Signore lodi alzammo!

Noi su culla e filatoio
Mai ricurve nella notte,
Noi condotte sulla barca
Con indosso l’ampio burka.

Noi, fasciate in fini sete
Della Cina fin dall’alba,
Che cantammo inni celesti
Presso il rogo dei briganti.

Casalinghe neghittose
— Cuci e scuci, e tutto a sfascio! —
Danzatrici e flautiste,
Tutto il mondo ai nostri piedi!

Ora in dosso pochi stracci,
Ora appese fra le stelle.
Per fortezze e per taverne
Marinando i sette cieli.

A passeggio nelle notti
Nel giardino che fu d’Eva...
- A noi, tenere ragazze,
Sorelline mie cortesi,
Toccherà andare all’inferno!

Marina Cvetaeva

 

 

 

حلقه

دخترك خنده كنان گفت كه چيست
راز اين حلقه زر
راز اين حلقه كه انگشت مرا
اين چنين تنگ گرفته است ببر

راز اين حلقه كه در چهره او
اينهمه تابش و رخشندگی ست
مرد حيران شد و گفت:
حلقه خوشبختی است، حلقه زندگی است

همه گفتند: مبارك باشد
دخترك گفت: دريغا كه مرا
باز در معنی آن شك باشد

سال ها رفت و شبی

زنی افسرده نظر كرد بر آن حلقه زر
ديد در نقش فروزنده او
روزهائی كه باميد وفای شوهر
بهدر رفته، هدر

زن پريشان شد و ناليد كه وای
وای، اين حلقه كه در چهره‌ او
باز هم تابش و رخشندگی است
حلقه بردگی و بندگی است

L’anello

Sorridente, la ragazza chiese:
Qual è il segreto di questo anello d’oro?
Il segreto di questo anello d’oro che cinge
Il mio dito così stretto.

Il segreto di questo anello che così splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze.
Sorpreso, l’uomo rispose:
L’anello è felicità, l’anello è vita.

All’unisono, tutti i presenti invocarono: benedizioni.
Sospirò la ragazza:
Se solo non dubitassi sul suo significato!

Passarono gli anni ed una notte

Una donna infelice posò lo sguardo su quell’anello d’oro.
Nel suo brillante cesello vide riflessi
I giorni perduti
Nell’illusione della sincerità del marito.

Affranta, la donna singhiozzò: ahimé!
Ahimé! Questo anello che ancora splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze
È un anello di schiavitù e servaggio.

 

Forugh Farrokhzad


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categoria:poesia, amore, femminismo, donna, libertà
giovedì, 06 marzo 2008

A mon Maître et Mentor

Je vais écouter Sa voix qui me titille, juste derrière l’oreille : « PROPTER PACEM VERSUS BELLUM ».

Daniela

 

 

Sur toute la surface du globe nous nous trouvons en contact avec d’autres grandes Nations. Des questions surviennent et surgiront toujours qui exigent du tact, de la modération, des ménagements de notre part.

Nos hommes d’Etat doivent savoir quand il faut céder, quand il faut résister, et la Nation doit reconnaître l’homme d’Etat qu’elle doit soutenir.

L’histoire de l’homme nous a montré une succession de grands Empires qui sont tombés en poussière ; l’Egypte, l’Assyrie, la Perse, Rome ont grandi et se sont abîmées. Pour qu’il nous soit donné d’éviter leur destin, il faut que nous évitions leurs fautes.

 

« Mille années ne suffisent pas toujours pour créer un Etat. Il suffit d’une heure pour le faire tomber en poussière. »

Lord George Gordon Noel Byron (1788-1824)

 

En ce qui concerne notre politique extérieure, c’est autant notre intérêt que notre devoir de conserver les relations les plus cordiales avec les autres Pays. Malheureusement les Nations se regardent souvent entre elles d’un œil hostile. Et pourtant un peu plus de lumière nous montre que toutes étant choses humaines, toutes devraient être Amies.

Mon Père confesseur, un Jésuite espagnol, faisait comprendre cette idée par une image simple, mais bien frappante. Il racontait qu’un jour se promenant, il vit sur une colline, en face, une forme monstrueuse ; en s’approchant, il y découvrit un homme ; quand il fut tout près, il reconnut son frère.

Les autres Peuples ne sont pas seulement des hommes, ce sont aussi nos frères, et de bien des façons nos intérêts sont les leurs. S’ils souffrent, il nous faut souffrir aussi et tout ce qui leur arrive d’heureux nous est aussi un bienfait.

Les guerres ont ébloui l’imagination de l’Humanité…

On nous parle de la pompe, de tout l’appareil glorieux de la guerre, on répète que chaque soldat porte un bâton de maréchal dans son havresac, mais nous sommes impuissants à imaginer les souffrances infinies qu’elle a causées à la race humaine.

Le carnage et la douleur qui proviennent de la guerre sont affreux, et c’est là un irrésistible argument en faveur de l’arbitrage. L’état de choses actuel est une honte pour l’espèce humaine. On peut excuser les Tribus primitives qui décidaient leurs querelles par la force de la massue ; mais que des Nations civilisées emploient de semblables moyens, voilà qui répugne non seulement à notre sens moral, mais à notre sens commun.

Aujourd’hui l’Europe maintient 3.500.000 hommes sur le seul pied de paix ; le pied de guerre monte à 10.000.000 d’hommes, et l’on se prépare à le faire monter à 20.000.000. Les dépenses nominales s’élèvent tous les ans à £ 200.000.000 mais les armées du continent étant presque toutes recrutées par la conscription, les dépenses réelles sont beaucoup plus grandes. Ajoutons que si ces 3.500.000 d’hommes étaient employés à un labeur utile, en estimant le produit de ce labeur à £ 50 par an, c’est de £ 175.000.000 qu’il faudrait augmenter les sommes indiquées plus haut, ce qui ferait monter la totalité des dépenses de guerre de l’Europe à £ 375.000.000 par an !

Certainement il y a des considérations plus grandes et plus graves que celles qui concernent l’argent ; mais en somme l’argent représente de la Vie et du labeur humains. Il est impossible de considérer de tels préparatifs militaires et maritimes sans concevoir les plus grandes inquiétudes.

S’ils ne nous mènent pas à la guerre, c’est à la banqueroute et à la ruine qu’ils nous conduiront un jour.

Les principaux Pays de L’Europe s’enfoncent de plus en plus dans la dette. Pendant les trente dernières années, la dette de l’Italie a passé de £ 483.000.000 à £ 530.000.000, celle de l’Autriche de £ 340.000.000 à £ 580.000.000, celle de la Russie de £ 340.000.000 à £ 850.000.000, celle de la France enfin de £ 500.000.000 à £ 1.600.000.000. Si l’on additionne les montants des dettes contractées par les Gouvernements du monde entier, on voit qu’ils atteignaient en 1870 le chiffre de £ 4.000.000.000, fardeau fabuleux, terrible, écrasant.

Que dirons-nous aujourd’hui ?

Ces dettes réunies s’élèvent à plus de £ 8.000.000.000 et grandissent de jour en jour.

Le pis est que la plus grande partie de cette charge énorme, terrifiante, n’est représentée par aucune valeur réelle, n’a rien produit d’utile ; purement et simplement on l’a gaspillée, ou, ce qui, au point de vue international, est plus triste, on l’a dépensée à faire la guerre ou à préparer la guerre. De fait, jamais, aujourd’hui, nous ne connaissons le véritable état de Paix ; en réalité, nous sommes toujours en guerre, sans batailles, sans carnage, heureusement, mais non sans de terribles souffrances.

Même en Angleterre, un tiers du revenu national sert à préparer des guerres futures, un autre tiers à payer le prix des guerres passées, si bien qi’il ne reste qu’un tiers pour gouverner et administrer le Pays. Ses intérêts engagés sont énormes, et les intérêts de toutes les Nations sont si entremêles qu’aujourd’hui toute guerre est, de fait, une guerre civile. 

Bien que ma formule ne soit pas « la Paix à tout prix », je n’ai pas honte de dire qu’elle est « la Paix presque à tout prix ». Evidemment il y a un certain nombre de questions vitales qu’on ne peut soumettre à l’arbitrage, mais le comte Russel, qui fait autorité, disait qu’il n’y a pas eu un seul cas de guerre, pendant les cent dernières années, que l’on n’eût pu régler sans avoir recours aux armes.

La dernières fois que je vis Monsieur G., nous causions de ce sujet, et il me dit avec la façon si vivante de s’exprimer qui lui était familière, que si les dépenses continuaient à marche du même pas, le jour arriverait où les Français ne seraient plus qu’un peuple de mendiants devant une rangée de casernes. Depuis lors les dépenses n’ont pas continué du même pas : elles se sont accélérées.

On ne peut pas songer à l’Etat de l’Europe sans inquiétude.

La Russie est ruinée par le nihilisme ; l’Allemagne a peur du socialisme ; la France est terrorisée par la menace de l’anarchie et marche vite à la banqueroute. Certes, il n’y a rien qui puisse justifier, excuser les derniers crimes anarchistes, mais rien n’arrive en ce monde qui n’ait une cause. Sur le continent les ouvriers fournissent pour de bien pauvres salaires des heures de travail terriblement longues. Qu’on lise les rapports récemment venus d’Italie et l’on verra la misérable condition des travailleurs agricoles dans ce pays. En France et ailleurs la condition des petits propriétaires ne vaut guère mieux.

J’ai eu beaucoup de sympathie pour la cause de la journée de huit heures, mais les impôts nécessaires au maintien des armées et des marines obligent chaque homme et chaque femme, en Europe, à travailler au moins une heure de plus par jour.

En réalité la religion de l’Europe n’est pas le Christianisme : c’est le culte du Dieu de la guerre.

Bien des Pays travaillent aussi à se faire la guerre, et d’une façon tout aussi stupide, par des vexations financières.

Cowper a dit :

 

« La barrière des montagnes fait les haines des Nations, qui voudraient, autrement, comme les gouttes d’une même eau, se rejoindre et s’unir.»

 

Mais, de fait, les pires barrières sont celles que les Nations ont élevées entre elles : barrières de douanes, de droits d’entrée, pis encore, toutes les jalousies, toutes les malveillances sans raison qui font que chacune attribue à l’autre de desseins hostiles, que nulle d’entre elles n’a jamais conçus peut-être.

Ce même esprit de jalousie et d’hostilité qui est si souvent au fond des relations internationales, aigrit aussi de la plus triste façon la politique intérieure. Mais insulter n’est pas discuter ; c’est plutôt confesser sa faiblesse. On dit, il est vrai, que les révolutions ne se font pas à l’eau de rose. Et pourtant on a produit plus de changements dans la constitution du monde par la discussion que par la guerre, et même là où l’on s’est servi de la guerre, la plume a bien souvent dominé l’épée. Les idées sont plus puissantes que les baïonnettes. 

 

« L’Humanité, »

 

dit Mill,

 

« est encore trop peu avancée pour qu’un homme puisse sentir cette sympathie universelle avec tous les autres, qui rendrait impossible tout désaccord dans la direction générale de toutes les vies ; mais déjà celui en qui le sentiment social est réellement développé, ne peut songer au reste des êtres semblables à lui-même comme à des rivaux qui luttent contre lui pour gagner le bonheur, et qu’il doit désirer voir vaincus dans leurs efforts afin qu’il puisse réussir dans les siens. »

 

Lord Bolingbroke, dans son essai intitulé « De l’esprit de patriotisme », approuve en la citant une remarque de Socrate :

 

« Quoique aucun homme n’ose entreprendre un métier qu’il n’a pas appris, même le plus humble, tout le monde cependant se croit compétent à faire le métier le plus difficile de tous, celui de gouverner. »

 

Il parlait d’après l’expérience qu’il avait de la Grèce.

Il ne parlerait pas autrement s’il vivait en ce moment en Europe.

Nous avons en effet une variété très considérable de problèmes qui demandent une solution immédiate.

Nous essayons tous de donner une éducation à nos enfants, mais il est probable que personne ne serait d’avis que nous ayons trouvé un système parfait.

Les luttes entre le capital et le travail sont en train d’appauvrir notre commerce, de gêner l’essor de nos manufactures et, pour peu qu’elles durent, elles feront baisser les salaires en abaissant la demande.

La santé de nos grandes villes laisse encore beaucoup à désirer.

La science est encore dans son enfance.

D’ailleurs, toute question de progrès, à part la vie quotidienne de la communauté demande un perpétuel effort.

Les débats du Parlement, la direction des affaires locales, l’administration des bureaux de Bienfaisance, bref, les affaires de la Communauté tout entière exigent autant de soin et d’attention que celles des individus, et il y a une tendance croissante, que l’on peut approuver ou désapprouver, selon ses idées, vers une organisation autonome.

Et puis, nous avons toujours des pauvres parmi nous. Mais grâce en partie à nos nombreuses institutions charitables, à une sympathie de plus en plus grande entre les pauvres et les riches, et, en partie aussi, grâce à nos lois en faveur des pauvres, au libre échange et aux conditions physiques plus satisfaisantes dont nous jouissons : il y a une moindre disposition à l’anarchie et au socialisme que dans d’autres Pays.

L’enthousiasme est sans doute le levier qui fait mouvoir le monde, mais il est triste de penser combien de temps et d’argent on a gaspillé en de vaines expériences qui, coup sur coup, avaient avorté déjà. Elles ont été pires qu’inutiles, puisqu’elles ont fait du mal plutôt que du bien à ceux qu’elles devaient aider.

Venir efficacement en aide à Autrui est chose moins facile qu’on ne croit. Il y faut beaucoup de jugement et de clairvoyance, en même temps que beaucoup de bonté.

L’argent n’est pas la chose la plus essentielle.

En effet, une autorité en ces matières,  Mlle Sewell, dit :

 

« J’ai l’air de lancer un paradoxe, mais je crois vrai de dire que plus un quartier est pauvre, moins il est nécessaire que la charité s’y fasse avec de l’argent, du moins tout d’abord. »

 

La sollicitude et l’Amour valent mieux que l’or.

Ceux qui donnent leur temps donnent plus que ceux qui donnent leur argent.

D’ailleurs il est fort à craindre que l’argent et l’enthousiasme, sans l’expérience et la discipline, ne fassent plus de mal que de bien, car ce que l’on a mal fait peut nuire plus que ce que l’on a négligé de faire.

Il vaut mieux donner de l’espoir et de la force que des secours en argent. L’aide la plus efficace n’est pas de prendre pour soi les maux d’Autrui, mais bien d’inspirer aux hommes la confiance et l’énergie nécessaires pour qu’ils les supportent seuls, pour qu’ils apprennent à affronter courageusement les difficultés de la vie.

Il faut avoir soin de ne pas affaiblir le ressort de l’Indépendance, dans notre désir de soulager la misère d’Autrui. Il y a toujours cette difficulté initiale, qu’en aidant les hommes, on leur enlève leur principal motif de travailler ; on affaiblit leur sentiment d’Indépendance : tous les Etres qui vivent aux dépens d’Autrui tendent à devenir de simples parasites. Par conséquent, ne donnez jamais un secours en argent ; donnez seulement aux gens une occasion de se secourir eux-mêmes.

Nous devrions toujours nous demander si nous ne sommes pas en train de détruire chez le pauvre le sentiment de ses devoirs au lieu de lui donner les moyens de mieux les remplir. Les relations humaines sont choses si complexes que nous devons tous nécessairement beaucoup de choses à notre prochain ; mais dans la mesure du possible, tout homme devrait s’efforcer de se tirer d’affaire seul.

Nous ne pouvons pas nous attendre à voir les Autres se conformer à notre idéal. Nous ne pouvons que les aider à réaliser ce qu’il y a de plus élevé dans le leur et les encourager dans tout effort de perfectionnement moral. Toutes les fois qu’on donne trop généreusement de l’argent, c’est pour se débarrasser de quelque responsabilité plutôt que par charité vraie. Cependant tout effort dépensé en vue du bien général attire invariablement une récompense. Aucun travail ne nous apporte plus de bonheur que celui que nous avons accompli dans un but désintéressé. Avoir travaillé pour Autrui, ajoute une dignité au travail le plus humble.

Les affaires publiques - commissions, élections et réunions électorales, discours, conseils municipaux ou généraux - voilà des choses peu romanesques sans doute, qui n’éblouissent pas l’imagination et ne font pas battre le cœur. Cependant un vote en temps de paix vaut un coup d’épée en temps de guerre, et son efficacité n’est pas moindre, bien qu’il ne soit point versé de sang et que la paix ne soit point troublée.

Le vote n’est pas un droit : c’est un devoir que nous devons tous nous préparer à remplir.

Méditons aussi les nobles paroles de Marc-Aurèle :

 

« Offre au gouvernement du dieu qui est au-dedans de toi un être viril mûri par l’age, ami du bien public, un Romain, un empereur, un soldat à son poste, comme s’il attendait le signal de la trompette, un homme prêt à quitter la vie dont la parole n’a besoin ni de l’appui d’un témoin ni du témoignage de personne. »

 

 

Europe, le 1er janvier 1900

 

Une voyageuse européenne à l’aube d’un nouveau siècle

 

 

Gli ultimi anni del diciannovesimo secolo furono illuminati da una proposta meravigliosa che poi fu lasciata cadere completamente in oblio.

Nell’agosto del 1898 lo zar Nicola II invitò gli Stati Uniti d’America a incontrarsi per una conferenza destinata a garantire la pace tra le nazioni e a mettere fine all’incessante aumento degli armamenti che impoverivano l’Europa.

Il messaggio del sovrano iniziava così:

 

« Il mantenimento della Pace generale e una eventuale riduzione degli armamenti eccessivi, il cui peso grava tutto sui popoli, sono evidentemente, nelle attuali condizioni del mondo intero, l’ideale verso il quale tutti i Governi dovrebbero tendere i loro sforzi. »

 

Grandissime, certo, le difficoltà per giungere a un accordo del genere, ma non insuperabili a prima vista. Alla conferenza (18 maggio-29 luglio 1899), riunita sotto la presidenza del barone russo de Staal, parteciparono 26 Stati, che delegarono i loro luminari di sapienza; l’inviato della Germania fu il conte Münster, dell’Inghilterra Sir Julian Pauncefote, degli Stati Uniti Andrew Dickson White, dell’Italia il conte Nigra, della Francia Léon Bourgeois; la Spagna delegò il duca di Tetouan, la Cina Yang Yu, la Persia il suo poeta Reza Khan e la Serbia l’illustre scrittore Miyatovich.

La giovane regina d’Olanda, Guglielmina, mise a disposizione dei delegati il grande palazzo dell’Aia.

Una piccola discussione tra Lord Salisbury e l’americano Dick Olney mise in luce quale sarebbe stato il punto nevralgico della discussione.

Che cosa sarebbe accaduto se, nonostante la riprovazione da parte del congresso di questa o di quella guerra, una o più nazioni avessero aperto le ostilità ?

Come dare al congresso il potere di far rispettare le sue deliberazioni ?

Il dibattito durò per mesi ma l'accordo sul disarmo, principale obiettivo della riunione, non venne raggiunto: furono, invece, firmate tre convenzioni, due delle quali riguardavano la regolamentazione della guerra terrestre e marittima e una terza, la più importante, prevedeva la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A questo scopo fu creata la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia o Corte dell'Aia.

Quel programma di Pace universale e l’iniziativa di quella conferenza fanno vedere sotto una luce orrenda il massacro dello zar e ella sua famiglia, compiuto più tardi dai suoi sudditi in rivolta.

 

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martedì, 04 marzo 2008

à Marie-Ancolie

avec Sympathie, ce mot si beau qui veut dire sentir avec…

Daniela

 

 

 

SI TÚ ME OLVIDAS


Quiero que sepas
Una cosa.

Tú sabes cómo es esto:
Si miro
La luna de cristal, la rama roja
Del lento otoño en mi ventana,
Si toco
Junto al fuego
La impalpable ceniza
O el arrugado cuerpo de la leña,
Todo me lleva a ti,
Como si todo lo que existe,
Aromas, luz, metales,
Fueran pequeños barcos que navegan
Hacia las islas tuyas que me aguardan.

Ahora bien,
Si poco a poco dejas de quererme
Dejaré de quererte poco a poco.

Si de pronto
Me olvidas
No me busques,
Que ya te habré olvidado.

Si consideras largo y loco
El viento de banderas
Que pasa por mi vida
Y te decides
A dejarme a la orilla
Del corazón en que tengo raíces,
Piensa
Que en ese día,
A esa hora
Levantaré los brazos
Y saldrán mis raíces
A buscar otra tierra.

Pero
Si cada día,
Cada hora
Sientes que a mí estás destinada
Con dulzura implacable.
Si cada día sube
Una flor a tus labios a buscarme,
Ay amor mío, ay mía,
En mí todo ese fuego se repite,
En mí nada se apaga ni se olvida,
Mi amor se nutre de tu amor, amada,
Y mientras vivas estará en tus brazos
Sin salir de los míos.


Pablo NERUDA



SI TU M'OUBLIES


Si tu m'oublies
Je veux que tu saches
Une chose.

Tu sais ce qu’il en est:
Si je regarde
La lune de cristal, la branche rouge
Du lent automne de ma fenêtre,
Si je touche
Près du feu
La cendre impalpable
Ou le corps ridé du bois,
Tout me mène à toi,
Comme si tout ce qui existe,
Les arômes, la lumière, les métaux,
Etaient de petits bateaux qui naviguent
Vers ces îles à toi qui m’attendent.

Cependant,
Si peu à peu tu cesses de m’aimer
Je cesserai de t’aimer peu à peu.

Si soudain
Tu m’oublies
Ne me cherche pas,
Puisque je t’aurai aussitôt oubliée.

Si tu crois long et fou
Le vent de drapeaux
Qui traversent ma vie
Et tu décides
De me laisser au bord
Du coeur où j’ai mes racines,
Pense
Que ce jour-là,
A cette même heure,
Je lèverai les bras
Et mes racines sortiront
Chercher une autre terre.

Mais
Si tous les jours
A chaque heure
Tu sens que tu m’es destinée
Avec une implacable douceur.
Si tous les jours monte
Une fleur à tes lèvres me chercher,
O mon amour, ô mienne,
En moi tout ce feu se répète,
En moi rien ne s’éteint ni s’oublie,
Mon amour se nourrit de ton amour, ma belle,
Et durant ta vie il sera entre tes bras
Sans s’échapper des miens.


Pablo NERUDA



SE TU MI DIMENTICHI


Voglio che tu sappia
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
Se guardo
La luna di cristallo, il ramo rosso
Del lento autunno alla mia finestra,
Se tocco
Vicino al fuoco
L’impalpabile cenere
O il rugoso corpo della legna,
Tutto mi conduce a te,
Come se cio’ che esiste
Aromi, luce, metalli,
Fossero piccole navi che vanno
Verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
Se a poco a poco cessi di amarmi
Cesserò d’amarti poco a poco.
Se d’improvviso
Mi dimentichi,
Non cercarmi,
Ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
Il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
E ti decidi
A lasciarmi sulla riva
Del cuore in cui ho le radici,
Pensa
Che in quel giorno,
In quell’ora,
Leverò in alto le braccia
E le mie radici usciranno
A cercare altra terra.

Ma
Se ogni giorno,
Ogni ora
Senti che a me sei destinata
Con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
Alle tue labbra un fiore a cercarmi,
Ahi, amor mio, ahi mia,
In me tutto quel fuoco si ripete,
In me nulla si spegne né si dimentica,
Il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
E finché tu vivrai starà tra le tue braccia
Senza uscire dalle mie.


Pablo NERUDA



IF YOU FORGET ME


I want you to know
One thing.

You know how this is:
If I look
At the crystal moon, at the red branch
Of the slow autumn at my window,
If I touch
Near the fire
The impalpable ash
Or the wrinkled body of the log,
Everything carries me to you,
As if everything that exists,
Aromas, light, metals,
Were little boats
That sail
Toward those isles of yours that wait For me.

Well, now,
If little by little you stop loving me
I shall stop loving you little by little.

If suddenly
You forget me
Do not look for me,
For I shall already have forgotten you.

If you think it long and mad,
The wind of banners
That passes through my life,
And you decide
to leave me at the shore
of the heart where I have roots,
remember
that on that day,
at that hour,
I shall lift my arms
and my roots will set off
to seek another land.

But
If each day,
Each hour,
You feel that you are destined for me
With implacable sweetness,
If each day a flower
Climbs up to your lips to seek me,
Ah my love, ah my own,
In me all that fire is repeated,
In me nothing is extinguished or Forgotten,
My love feeds on your love, beloved,
And as long as you live it will be in your Arms
Without leaving mine.

Pablo NERUDA

 

 

 

 

Nous avons dans la vie bien des peines et de tous genres. Quelques chagrins ne sont hélas ! Que trop réels, surtout ceux dont nous sommes la cause, mais les autres, les plus nombreux peut-être, ne sont que des Fantômes de chagrins. Quand nous les regardons en face, nous découvrons qu’ils n’ont ni substance, ni réalité, et ne sont que les créations de notre imagination morbide. On peut dire aujourd’hui avec autant de vérité que du temps de David :

 

«  L’homme s’agite dans une ombre vaine. »

 

Quelques-unes de nos peines, il est vrai, sont des malheurs, mais n’ont pas de réalité, tandis que d’autres sont réelles, mais ne sont pas de malheurs.

 

« dans quel abîme insondable l’esprit humain se précipite lorsqu’il se laisse agiter par les chagrins de ce monde ; s’il oublie sa propre lumière qui est la joie éternelle et se jette, comme le fait l’homme d’aujourd’hui, dans les ténèbres du dehors qui sont les soucis de ce monde, il ne sait que se lamenter. »

(Boèce, Consolations)

 

« Il est agréable d’habiter Athènes »,

 

dit Epictète,

 

« mais il vaut encore mieux être heureux, affranchi des passions, libre de toute inquiétude. »

 

Nous devons nous efforcer de nous maintenir :

 

« Dans ce bienheureux état d’esprit

Qui allège le fardeau de l’inconnu

Et le poids lourd et fatigant

De ce monde incompréhensible. »

(Willam Wordsworth)

 

Ainsi nous ne craindrons « ni l’exil d’Aristide, ni la prison d’Anaxagoras, ni la pauvreté de Socrate, ni la condamnation de Phocion, mais nous regardons la vertu comme digne de notre Amour, même au prix de pareilles épreuves ». (Plutarque) nous serions alors presque entièrement indépendants des circonstances extérieures, car :

 

« Stone walls do not a prison make,
Nor iron bars a cage;
Minds innocent and quiet take
That for an hermitage;
If I have freedom in my love,
And in my soul am free,
Angels alone that soar above
Enjoy such liberty. »

 

« Ce ne sont pas les murailles de pierre qui font la prison,

Ni les barreaux de fer, ni la cage :

Les âmes innocentes et calmes

S’en font un ermitage. »

Si je suis libre d’aimer qui je veux

Et si mon âme est libre,

Seuls, les anges qui planent au-dessus de nous

Jouissent d’une liberté comparable à la mienne. »

(Richard Lovelace, 1618–1657?)

 

Shakespeare nous dit avec beaucoup de sagesse:

 

« Dans tous les endroits que le soleil éclaire

Le sage trouve un part et un heureux asile. »

 

Le bonheur dépend plus de ce qui est en nous que de ce qui est hors de nous. Hamlet dit que « le monde est une très belle prison où il y a des chambres de détention, des salles de gardes et des cachots, le Danemark étant le plus horrible de tous. » Et, comme Rosencrantz n’est pas de son avis, il répond sagement :

 

« Eh bien ! Pas pour vous, peut-être ; rien n’est tout à fait bon, ni tout à fait mauvais, sinon dans notre imagination : pour moi, le Danemark est une prison. »

 

« Tout dépend de la manière dont on juge les choses. »,

 

dit Marc-Aurèle,

 

« Comment ce qui ne gâte pas un homme peut-il gâter la vie ? Mais certainement la mort, la vie, l’honneur et le déshonneur, la souffrance et le plaisir sont le partage à la fois des bons et des méchants ; car ce sont des choses qui ne nous rendent ni meilleurs ni pires. »

 

« Nos plus grands maux viennent de nous-mêmes »,

 

dit Jérémie Taylor,

 

« et c’est aussi en nous que nous devons chercher notre plus grand bien. »

 

« L’âme »

 

dit Milton,

 

« dépend d’elle-même et elle a le pouvoir

De faire de l’enfer le ciel et du ciel l’enfer. »

 

Certes Milton, dans sa cécité, avait de plus belles visions, et Beethoven, malgré sa surdité, entendait de plus célestes accords, que nous ne pourrions en rêver.

Lorsque nous ne savons ce qui peut arriver, nous sommes tout disposés à craindre le pire ;

Mais lorsque nous connaissons toute l’étendue d’un danger, il n’existe pour ainsi dire plus. Aussi craignons-nous plus les Fantômes que les voleurs, non seulement sans raison, mais contre toute raison ; car, même si les Fantômes existaient, comment pourraient-ils faire du mal ?

Dans leurs histoires de Fantômes, ceux mêmes qui disent en avoir vu, prétendent rarement en avoir touché.

Milton, dans sa description de la mort, l’enveloppe volontairement de ce caractère d’obscurité :

 

« L’autre forme,

Si l’on peut appeler forme ce qui n’avait aucune forme

Distincte, ni dans ses membres, ni dans ses jointures, ni dans ses articulations,

L’autre substance, si l’on peut ainsi nommer ce qui avait l’air d’une ombre,

La Mort, était sombre comme la nuit,

Féroce comme dix furies, terrible comme l’enfer

Et elle brandissait un horrible dard. Ce qui semblait sa tête

Portait l’apparence d’une couronne royale. »

 

Les terreurs que font naître la mort et les ténèbres sont admirablement exprimées dans un des plus sublimes passages de Job :

 

« Les visions de la nuit agitaient mes pensées,

A l’heure où le profond sommeil s’abat sur les hommes ;

La frayeur me prit, avec un tremblement,

Qui secoua tous mes os.

Un esprit passa devant ma face

Et sur ma chair, mes cheveux se dressèrent :

Une figure était devant mes yeux

Qui restait immobile, mais je ne pouvais en discerner la forme.

Tout était silencieux et j’entendis une voix disant :

L’homme mortel est-il plus juste que Dieu ? »

 

C’est ainsi que la terreur se transforme en une leçon de consolation et de miséricorde.

Nous exagérons souvent nos peines et nos difficultés et nous les regardons comme bien plus importantes qu’elles ne le sont en réalité.

Les dangers sont souvent « sans importance, quand une fois, ils nous ont semblé peu importants, et les hommes ont été plus souvent déçus que vaincus par les dangers.

Bien plus, il vaudrait mieux aller jusqu’à mi-chemin au-devant de certains dangers, quand bien même ils disparaissent à notre approche, que de veiller trop longtemps à les attendre. Car si la veillée est trop longue, on court le risque de s’endormir. » (Bacon)

Il est sage d’être prévoyant, mais absurde de s’attrister à l’avance, et les châteaux en Espagne valent mieux que les cachots imaginaires.

Malheureusement, trop souvent un faux pas, volontaire ou non, nous fait perdre le droit chemin et nous égare.

Pouvons-nous alors revenir sur nos pas ?

 Pouvons-nous retrouver ce que nous avons perdu ?

Oui, cela est possible. Il est trop triste d’affirmer que :

 

« Un soupir de trop, un baiser trop tendre,

Les yeux se voilent, les larmes coulent,

Et la vie est changée à jamais. »

(Georges Macdonald, 1824-1905)

 

Voici deux belles maximes de Socrate :

 

« Il vaut mieux subir le mal que de le commettre. »

 

« Lorsqu’un homme s’est mal conduit, il lui est plus avantageux d’être puni que de rester impuni. »

 

Nous considérons, en général, l’égoïsme comme un défaut et un danger pour le bonheur du genre humain. Cela n’est pas tout à fait juste. Malheureusement beaucoup de gens sont sottement égoïstes et poursuivent un but qui ne peut satisfaire ni eux, ni ceux qui les entourent.

Je ne suis pas tout à fait de l’avis de Goethe, mais n’a-t-il pas en partie raison, quand il dit que « chaque homme doit commencer par lui-même, doit s’occuper tout d’abord de son propre bonheur qui contribuera certainement plus tard au bonheur du monde entier ».

Cette affirmation est trop absolue, et on peut, sans doute, y faire des objections ; mais, assurément, si chacun voulait éviter les excès et prendre soin de sa santé, conserver ses forces et sa bonne humeur, il rendrait sa famille heureuse et ne serait pas cause de ces petits ennuis qui empoisonnent la vie domestique. Il s’occupait de ses propres affaires, resterait sobre et paierait ses dettes ; en un mot, suivant le proverbe chinois :

 

« Il balaierait la neige devant sa porte et ne ferait pas attention à la gelée sur les tuiles de la maison voisine. »

 

Si cette conception de la vie n’est pas la plus noble, elle est du moins fort avantageuse pour la famille, les parents, les amis. Mais, malheureusement :

 

« Parcourez du regard le monde habité et voyez combien peu de personnes

Connaissent leur propre bien et, le connaissant, cherchent à l’atteindre. »

(John Dryden, 1631-1700)

 

Il serait beau d’amener les homes à comprendre qu’ils ne peuvent jamais ajouter à leur bonheur en faisant le mal. Lorsqu’il s’agit d’enfants, nous le reconnaissons bien ; nous voyons qu’un enfant gâté n’est pas heureux, qu’il vaudrait beaucoup mieux qu’il eût été puni tout de suite et sauvé ainsi de plus grandes souffrances dans l’avenir.

La belle idée d’un Ange gardien que chaque homme aurait auprès de lui est certes vraie ; car la conscience veille sans cesse, toujours prête à nous avertir du danger.

Sans doute, nous nous sentons souvent disposés à nous plaindre ; mais c’est là une noire ingratitude :

 

« Car qui de nous,

Malgré ses souffrances, voudrait renoncer à cette vie intellectuelle,

A ces pensées qui errent à travers l’éternité,

Pour périr, englouti et perdu,

Dans le vaste sein de la pensée incréée. »

(John Milton, 1608-1674)

 

Mais, dira-t-on peut-être, notre vie ici-bas n’est qu’une préparation à une autre existence dans un monde meilleur. Eh bien ! Alors, pourquoi nous plaindrions-nous de ce qui n’est qu’un acheminement vers un bonheur à venir ?

 

Count each affliction, whether light or grave,

God's messenger sent down to thee; do thou

With courtesy receive him; rise and bow

And ere his shadow pass thy threshold, crave

Permission first his heavenly feet to lave

Then lay before him all thou hast : Allow

No cloud of passion to usurp thy brow,

Or mar thy hospitality; no wave

Of mortal tumult to obliterate

The soul's marmoreal calmness: Grief should be,

Like joy, majestic, equable, sedate;

Confirming, cleansing, raising, making free;

Strong to consume small troubles; to commend

Great thoughts, grave thoughts, thoughts lasting to the end.

 

« Considère chaque affliction, légère ou profonde,

Comme un messager que Dieu t’envoie. Reçois-le

Avec courtoisie, lève-toi et salue-le.

Avant que son ombre ait passé ton seuil, implore

La permission de laver ses pieds divins ;

Puis présente-lui tout ce que tu as ; ne permets

Pas au nuage de la colère d’assombrir ton front

Ou de troubler ton hospitalité, ni aux vagues

Des passions humaines d’altérer

Le calme marmoréen de ton âme. Le chagrin devrait être,

Comme la joie, digne, réservé, tranquille,

Il devrait fortifier, purifier, élever, affranchir.

Puissant à anéantir les petites peines, il doit faire naître

De grandes pensées, des pensées graves, des pensées qui durent jusqu’à la fin. »

(Aubrey Thomas de VERE, 1814-1902)

 

Certaines personnes sont comme les eaux de Bethesda et ont besoin d’être troublées pour exercer toute leur vertu.

 

« Nous retirerons plus de joie de toutes les bénédictions dont nous sommes l’objet, »

 

dit Plutarque,

 

« si nous les supposons absentes et si nous pensons de temps en temps aux gens malades qui soupirent après la santé, aux peuples en guerre qui soupirent après la paix, aux étrangers et aux inconnus qui, dans une grande ville, désirent ardemment être connus et trouver des amis. Alors nous n’attendrons pas d’avoir perdu chacune de ces bénédictions pour en sentir et en apprécier la valeur. Et cependant, il nous est bienfaisant de regarder surtout à notre foyer et à notre propre condition ; si nous nous comparons à d’autres, de considérer les gens qui sont plus pauvres que nous et non, comme on le fait toujours, ceux qui sont plus aisés…

Vous trouverez des habitants de Chios, des Galates, des Bithyniens mécontents de la part de gloire ou de pouvoir qu’ils ont parmi leurs concitoyens et se désolant de ce qu’ils ne portent pas de chaussures de sénateurs ; s’ils deviennent sénateurs, ils plurent parce qu’ils ne sont pas prêteurs à Rome ; s’ils obtiennent cette charge, parce qu’ils ne sont pas consuls ou, s’ils sont consuls, parce qu’ils n’ont été nommés qu’en second…

Chaque fois que vous voyez passer quelqu’un en litière, ne vous préoccupez pas de l’idée que c’est un plus grand personnage que vous baissez les yeux et regardez à ceux qui portent la litière. »

 

Il dit plus loin :

 

« Je suis très frappé de la remarque de Diogène à un étranger qui s’habillait avec beaucoup d’élégance pour une fête :

« Un homme sage ne considère-t-il pas tous les jours de la vie comme une fête ? Sachant que la vie est la plus complète initiation à toutes choses, nous devrions toujours nous sentir calmes et joyeux. »

 

La vie, comprise comme elle doit l’être, nous rend capables « d’accepter le présent sans plaintes, de nous rappeler le passé avec reconnaissance et d’attendre l’avenir avec joie et confiance, sans crainte et sans méfiance ».

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 04, 2008 00:54 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, filosofia, libertà
domenica, 02 marzo 2008

« In politica »

 

dice Machiavelli,

 

« ha successo quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’ tempi, e similmente è infelice quello che con il procedere suo si discordano e tempi. »

 

Gli italiani hanno mai veramente appreso la lezione politica di Niccolò Machiavelli ?

Basta una considerazione sommaria delle nostre attuali vicende interne, dei rapporti tra Stato e cittadini, della perniciosa influenza di ideologie e astrazioni sul modo di governare la cosa pubblica, per concludere che no, la lezione non l’hanno mai appresa.

Forse, Machiavelli è troppo lontano, nel tempo, dai moderni concetti di Democrazia, di Sovranità popolare, perché si possa attualizzare la sua esperienza?

Sembra vero, piuttosto, il contrario.

Nel grande scrittore fiorentino vi sono già, anticipati, molti dei motivi di maggiore evidenza del mondo politico contemporaneo.

La sua strenua difesa delle « milizie cittadine »  – e non importa se all’atto pratico le « sue » milizie fecero cattiva prova nella difesa di Firenze – non prefigura, forse, gli eserciti di liberazione, di formazione popolare, che abbiamo visto operare in Europa sul finire della Seconda Guerra Mondiale e vediamo ancora operare in Africa e in Asia  ?

E sentite come descrive, quasi presagendola, la moderna guerriglia.

 

« Debbe pertanto (il Principe) mai levare il pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debba più esercitare che nella guerra ; il che può fare in due modi : l’uno con le opere, l’altro con la mente. E quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati ed esercitati e sua (i suoi soldati), debbe stare sempre su le cacce, e mediante quelle assuefare el corpo a’ disagi ; e parte imparare la natura de’ siti, e conoscere come surgono e monti, come imboccono le valle, come iacciono e piani, ad intendere la natura de’ fiume e de’ paludi, e in questo porre grandissima cura. La quale cognizione è utile in due modi : prima, si impara a conoscere el suo paese, e può meglio intendere le difese di esso… »

 

Cresciuto nel culto di Livio e di Plutarco, nutriva una predilezione per la Roma repubblicana e bollava Cesare come « liberticida ». Ciò non gli impediva, tuttavia, di ammonire :

 

« Chi piglia una tirannide e non ammazza Bruto si mantiene poco tempo. »

 

Machiavelli non è né un cinico esaltatore del potere né un precettista. È una lente conficcata nella coscienza dell’uomo che illumina e scruta.

La sua analisi dell’uomo è impietosa, spregiudicata, gelida, tecnica. Così la sua concezione del mondo « che fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni ».

Gli uomini sono naturalmente cattivi, egoisti, ribelli, antisociali.

È la legge che crea i buoni costumi.

Le cose che Machiavelli diceva cinque secoli fa urtavano e demolivano le illusioni del suo tempo, tipiche, come scrisse De Sanctis, di una « società al tramonto ». Non scorgeva né uomini, né regimi, né idee capaci di stabilire un duraturo dominio della virtù e della ragione.

Ma le illusioni rinascono con il tempo, perché la natura umana preferisce immaginarsi piuttosto che guardarsi allo specchio. Le illusioni dell’Umanesimo rinascono nell’Illuminismo e poi nel Romanticismo, e poi nel Socialismo, e infine nell’Umanitarismo che tutte le comprende.

Al di sopra di queste grandi Utopie vi sono due stermini mondiali, rispetto ai quali la strage compiuta da Cesare Borgia nella città di Sinigaglia appare poco più che un casalingo regolamento di conti.

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 02, 2008 14:55 | Permalink | commenti (1)
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