giovedì, 30 ottobre 2008

Presentazione

di:

 

Forugh Farrokhzad

una foglia portata dal vento,

caduta quasi per caso sulla mia via

 

- A. D. Zini -

 

 

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo "i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti".

Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere di Forughzaman Farrokhzad. Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere e una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.

Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso. Non commetto, forse, un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?

In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.

Non ci si sorprenda, dunque, se la mia immaginazione si ingegni a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo. Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo, che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.

La Poesia è una sfida all’indicibile, al non detto che sgorga dal profondo dell’animo umano e per questo assume una dimensione collettiva.

È stato detto che la Poesia imita la Natura.

 

La brise du printemps rafraîchit le visage des roses.

Dans l’ombre bleue du jardin, elle caresse aussi le visage de ma bien aimée.

Malgré le bonheur que nous avons eu, j’oublie notre passé.

La douceur d’aujourd’hui est si impérieuse.

Omar Khayyam

 

Una sorta di legame ha collegato, sin dall’antichità il femminile con le piante, la natura e il giardino, spazio narrativo per eccellenza. Quell’accordo segreto che, nell’avvicendarsi dei tempi, non viene a perdersi, ma conformandosi alle nuove istanze e ideologie, si tramanderà come cifra segreta dell’anima. Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zeffiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “Giardino, primavera e dolce commercio”. Ad almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall’armare navi, elevare templi, compiere massacri.

La donna è stata quasi esclusivamente oggetto di canto, simbolo e non realtà corporea degna di entrare nel divino ritmo dei versi. Per riflesso, le donne, escluse dai canali della cultura erudita, non hanno trasferito il proprio io sulla carta o, se lo hanno fatto, non hanno ricevuto l’attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine e in quanto incapaci di regolari gestazioni poetiche e pochissimo letterate.

Le donne per riuscire a esprimere tutto il loro mondo sono state costrette a adattare alle proprie esigenze il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, porgendo attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività al fine di stabilire un contatto solidale e fraterno con le proprie consorelle, originare una coscienza comune e una riflessione, non ancora organiche, dalle quali partire e realizzare attraverso la scrittura poetica un progetto di emancipazione.

La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze.

Forughzaman Farrokhzad prova a esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo, che entra nel linguaggio non solo come tema, ma anche come percezione: la Poesia non si limita a esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Gli atteggiamenti di ribellione profetizzante a tratti, a tratti di serena rassegnazione, in sostanza di rassegnata ribellione si rispecchiano abbastanza bene nel canto poetico e provano che una grande cultura e una profonda consapevolezza di sé e della propria storia probabilmente non bastano a mitigare il dolore dell’umiliazione e della speranza sopraffatta.

Dolore e gioia, disperazione che suscita progetti di suicidio e beato annullamento nelle braccia dell’Amato, capacità di trasformare il tempo della vita nel sacrificato tempo dell’attesa e, simultaneamente, pragmatica attitudine a prendere repentine decisioni nella sfera del quotidiano, tutto ciò caratterizza la Sua produzione poetica.  

Ho, quindi, deciso, di iniziare questo difficile percorso all’interno della scrittura poetica di Forughzaman Forrokhzad con trentadue poesie - quanti i suoi anni di vita - che ritengo, più di altre, significative di due condizioni, tipiche della donna che mette la propria anima in versi: la rassegnazione e la ribellione.

 

Daniela Zini

 

 

اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

 

Prigioniera

 

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la mia vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi 

Da questa muta prigione spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Traduzione dal persiano di Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 19:16 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, iran, femminismo, donna, forugh farrokhzad, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Gli Anni Venti si illudono di riportare la spensieratezza dell’anteguerra: ma l’umanità sta, in realtà, andando incontro alla più spaventosa crisi della storia moderna. L’America è, ormai, al primo posto tra le potenze di rango mondiale quando gli Anni Venti stanno per finire, e con essi l’età del jazz.

Vi erano stati segni ammonitori, ma pochi sembravano disposti a tenerne conto. L’uomo della strada pensava che, forse, vi era bisogno di uomini nuovi. L’uomo nuovo si chiamava Franklin Delano Roosevelt. Il primo passo sulla strada che doveva portarlo alla Presidenza degli Stati Uniti, Roosevelt lo compie nel 1928. Benché ancora riluttante ad assumere responsabilità gravose, accetta quell’anno di candidarsi alla carica di Governatore dello Stato di New York.

 Franklin Delano Roosevelt vincerà le elezioni e si candiderà alla Presidenza, nel 1929, quando sugli Stati Uniti si abbatterà il ciclone della crisi economica, annunciato dal clamoroso crollo dei valori azionari alla Borsa di New York del 24 ottobre 1929.

I segni premonitori vi erano stati, ma i repubblicani non ne avevano tenuto conto. La crisi rischia di travolgere l’America, e travolge il Governo Hoover. Terminata la Prima Guerra Mondiale gli States avevano conosciuto uno sviluppo produttivo senza precedenti. Le nuove industrie dell’automobile, della radio, del rayon unitamente a quelle tradizionali dell’abbigliamento, dell’alimentazione e dell’edilizia rovesciano sul mercato una quantità enorme di prodotti. Plenty of goods, sovrabbondanza di prodotti: cui fa, tuttavia, riscontro un mercato inadeguato. Soltanto il 2,3 per cento delle famiglie ha un reddito superiore ai 10.000 dollari annui, mentre metà degli americani gode di un’entrata annua che non supera i 500 dollari. Nel decennio 1919-29 la produttività era aumentata del 75 per cento; non così i salari né, quindi, i mercati.
Il professore John K. Galbraith ha scritto:


“Sembra quasi certo che il 5 per cento della popolazione incassò, nel 1929, approssimativamente un terzo del reddito nazionale totale. Ma, costoro non possono comperare grandi quantità di pane. Se devono spendere ciò che incassano, lo spendono in oggetti di lusso o sotto forma di nuovi investimenti e nuove imprese. Sia gli investimenti sia le spese voluttuarie sono, tuttavia, soggetti inevitabilmente a influenze più irregolari e fluttuazioni più ampie che non il pane o l’affitto dell’operaio a 25 dollari la settimana.”

Le vendite stagnano e l’attenzione del capitale si rivolge alle Borse. In un primo tempo i più potenti uomini d’affari, poi i piccoli risparmiatori sulla loro scia, riversano il denaro in operazioni speculative che diventano una specie di mania. Intanto gli iscritti ai sindacati scendono dai 5 milioni del 1920 ai 3 milioni e mezzo del 1929, la sfiducia e la protesta scelgono nuove armi mentre, dall’altra parte, la fusione di società a prezzi inflazionati e la costituzione di colossali holdings convogliano i profitti dalla base al vertice concentrando in poche mani colossali guadagni. Il Big Bull Market, il colossale mercato dei valori azionari, avviato nel 1926, raggiunge il parossismo nel settembre del 1929. Dal giugno 1926 al settembre 1929 il valore dei titoli cresce da 100 a 216.

Che fa, intanto, il Governo repubblicano?

l Presidente dell’epoca, Calvin Coolidge, si vanta di non capire un bel niente di problemi finanziari. Quando Roy Young, Governatore del Federal Riserve Board, tenta di limitare l’andazzo attraverso regolamenti bancari più prudenti, è investito da proteste e insulti e deve fare marcia indietro. I giornalisti lo trovano un giorno a ridere sfogliando dei listini di borsa:


“Rido perché sono qui, solo, a cercare di impedire a 120 milioni di idioti di fare quello che vogliono e di rovinarsi come vogliono.”


Hoover, intanto, conduce la sua battaglia elettorale con questo slogan:


“Altri quattro anni di prosperità!”


Viene eletto. nel marzo del 1929, prende il posto di Calvin Coolidge. Ma, non può o non sa fare molto di più del suo predecessore e collega di partito: tre anni dopo, alla vigilia delle nuove elezioni, i prezzi degli alimentari scendono del 30 per cento, il grano crolla, più di 10.000 banche sulle 29.000 esistenti nel 1922 deve chiudere. Il pubblico ritira precipitosamente i depositi, i fallimenti non si contano più, la fiducia è scomparsa, la produzione industriale è scesa del 40 per cento, milioni di lavoratori sono disoccupati, alla fame. Assumendo la Presidenza, Roosevelt chiede al Congresso “poteri ampi come mi sarebbero dati in caso di invasione da parte di un esercito straniero”.

Per gli americani è l’inizio di una nuova era. B.C. e A.C. (Before Christ e After Christ, prima di Cristo e dopo Cristo) diventano prima della crisi e dopo la crisi. Il 1929 non si ripete più, e per questo Roosevelt, come pure il suo ispiratore economico; Keynes, saranno attaccati dall’estrema sinistra come “stabilizzatori del sistema”. Negli States, keynesismo designa i fautori dell’intervento statale, è quasi sinonimo di socialismo.

Il New Deal rooseveltiano favorisce, infatti, lo sviluppo sindacale. A Roosevelt manda il suo incoraggiamento anche un curioso personaggio che legherà il proprio nome alla realizzazione del New Deal, che non è proprio famoso ma neppure sconosciuto: l’economista John Maynard Keynes.


Gli scrive:


“Egregio Presidente Roosevelt, se fallite nel vostro compito di risanare l’economia americana, la decisione resterà affidata in tutto il mondo alla lotta aperta tra ortodossia e rivoluzione.”


In tutto il mondo e non è un’esagerazione. Infatti, in tutti i paesi i cui Governi hanno cercato di combattere la crisi con i rimedi classici come negli Stati Uniti sotto la Presidenza di Herbert Hoover (1929-1932), i disoccupati si contano a milioni: in Germania, sotto il Cancelliere Heinrich Brüning (1930-1932), i disoccupati all’inizio del 1932 hanno superato i sei milioni, e questo costituisce il fattore determinante della sconfitta del movimento operaio e dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. Negli Stati Uniti, il potere viene assunto non da un delirante razzista come Hitler ma da un lungimirante democratico come Roosevelt, il quale si trova davanti il problema di 10 milioni di lavoratori senza occupazione e riesce a risolverlo, grazie anche ai consigli di Keynes, con il controllo federale sulle finanze, la protezione dei ceti più deboli e grandi interventi economici. Anche, in Inghilterra, nel 1929, i disoccupati sono 2 milioni e mezzo. Qui il Governo, in parte influenzato da Keynes, pratica dal 1931 un’infrazione al liberismo classico mediante la politica detta di “easy money” (denaro facile), del denaro a buon mercato e riesce a ridurre il numero dei senza lavoro che, tuttavia, ancora nel 1936, sono sempre un milione e mezzo. Keynes non ha in tasca la soluzione, anche perché non ha il potere. Non è, infatti, un industriale né un politico, ma un economista, e può tutt’al più svolgere opera di consigliere dei Governi.


“Non ha senso”,


scrive,


“affermare che la disoccupazione negli Stati Uniti, nel 1932, fosse dovuta al rifiuto ostinato dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari oppure alla domanda ostinata di un salario reale superiore a quello che il meccanismo economico fosse in grado di fornire.”


È evidente, continua Keynes, che esiste una disoccupazione involontaria. L’affermazione oggi può sembrare ovvia, ma allora fece scalpore, anche perché chi la faceva non era un comunista, ma un pacato studioso britannico. Pacato ma deciso, al punto da replicare duramente alle polemiche dei teorici:

“Se la dottrina non è capace di spiegare queste cose reali, tanto peggio per la dottrina.”


Ma chi era veramente Keynes, e in che cosa consistevano le sue teorie economiche che stravolgevano tutti i fondamenti delle dottrine e degli interessi imperanti nel mondo economico?

Si può dire che nel capitalismo classico concorrenziale si assisteva a un’autoregolazione del ciclo, sia pure parziale e fratturata dalle crisi ricorrenti. La grande crisi del 1929 offriva, invece, per la prima volta alle proposte keynesiane la possibilità di incidere nella realtà, favorendo una nuova dimensione sociale caratterizzata dalla fine dell’economia liberista classica e dall’insorgere del fattore politico come mediazione, guida, controllo del ciclo economico. Il pieno impiego keynesiano attraverso l’uso massiccio dell’investimento statale e dell’assistenza pubblica scongiurò disastri come quello del 1929.

John Maynard Keynes era nato il 5 giugno 1883 a Cambridge e a Cambridge e a Eton era stato educato, vale a dire nelle scuole più qualificate, per tradizione, a produrre civil servants, vale a dire funzionari dello Stato di alto livello. I frutti di quel severo apprendistato, di quegli studi approfonditi e appassionati non si fecero attendere. Ma va precisato che il giovane Keynes mise molto di suo, in quel fervore di studi e ricerche, perché neppure il sistema educativo britannico era perfetto, anzi. A ventitre anni, nel 1906, si laurea in matematica al King’s College di Cambridge, dopo aver studiato economia con Alfred Marshall, ed entra nella pubblica amministrazione. Lo ritroviamo così nel civil service dell’India, allora parte dell’impero inglese. A questo punto Keynes avrebbe potuto fare la carriera diplomatica di molti giovani ambiziosi, diventare uno snob affettato, pieno di frasi fatte, di arroganza nei confronti degli indigeni e di servilismo nei rapporti con i superiori di pelle bianca. Dopo l’esperienza all’India Office, invece, torna al King’s College come docente di economia politica: nel 1912, è nominato direttore dell’Economic Journal e nel 1913-14 fa parte della Commissione reale delle finanze indiane. Nel 1913, pubblica la sua prima opera di rilievo, Indian Currency and Finance, dedicata ai problemi finanziari dell’India.

In un lavoro del genere, di solito un funzionario inglese viene a conoscere da vicino il lato più nascosto del governo imperiale, il meccanismo sul quale si regge lo sfruttamento delle colonie da parte delle metropoli europee. Naturalmente questo meccanismo, vissuto dagli alti funzionari nei club più eleganti ed esclusivi, nasconde i lati più sordidi del Governo imperiale, le abitazioni malsane degli indigeni, le bestiali condizioni di lavoro, le fetide gabbie che servono come prigioni, i metodi repressivi che vanno dalle bastonate sulle natiche con canne di bambù all’impiccagione. Tutto questo sistema repressivo infonde in chi non è un semplice snob un insopportabile senso di colpa. Ma Keynes è ancora molto giovane, è stato educato in un certo modo a Eton e a Cambridge (nel modo, vale a dire, confacente agli interessi della classe, anzi del gruppo dirigente inglese) e deve risolvere i suoi problemi nell’assoluto silenzio, il silenzio che viene imposto a ogni cittadino britannico che serva in Oriente. Keynes non entra in gruppi politici, non sa ancora che l’impero è moribondo, ed è, anzi, propenso a considerarlo di gran lunga migliore dei giovani imperi o governi locali che stanno per soppiantarlo.

Non ci è dato di sapere quali fossero i più intimi sentimenti di John Maynard quando, conclusa l’esperienza indiana, fa le valigie e torna in Inghilterra. Certo non è stato con gli occhi chiusi, ha visto tante cose, ha osservato anche ciò che a molti suoi connazionali più superficiali può far comodo far finta di non vedere. E, forse, adesso inizia a maturare in lui quel modo anticonformista di considerare i problemi dell’economia, della società, dei popoli.

Una visione diversa da quella ortodossa, ma non in modo violentemente rivoluzionario. Anche la maturazione di Keynes fa pensare a qualcosa di graduale, a un accorto controllo “dall’interno” del meccanismo economico, non alla sua repentina distruzione.

Nel 1915, lo vediamo, infatti, rientrare, sia pure temporaneamente, nell’amministrazione statale. Nel 1919, all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, partecipa alla Conferenza della Pace in qualità di rappresentante del Tesoro inglese. Ed è a questo punto che questo non-rivoluzionario questo (apparentemente) grigio funzionario di Sua Maestà Britannica inizia a rivelare quali carattere e intelligenza si nascondano sotto l’abito di flanella grigio-scura, dietro la pettinatura accuratamente schiacciata e divisa da una scriminatura impeccabile che sovrasta un viso magro e glabro. A Parigi i membri delle varie delegazioni devono affrontare i problemi della Pace nello spirito dei 14 Punti del Presidente americano Wilson, che si propone di eliminare dall’Europa le occasioni di guerra. Ma, poiché ben presto prevale la rapacità e l’ottusità dei circoli più oltranzisti francesi e inglesi, si delinea la tendenza non alla pace ma alla vendetta e alla rappresaglia sulla Germania vinta. Keynes si rende conto che a Parigi non si stanno gettando le fondamenta di quella pace sognata da tutti i popoli, di una pace stabile, giusta, ma di un nuovo squilibrio e, quindi, di una nuova guerra mondiale.

Persona seria e lungimirante, Keynes si lascia allora andare a un gesto clamoroso ma meditato e si dimette dal mandato per manifestare il suo dissenso dalla politica del Governo inglese che cerca di imporre alla Germania sconfitta le riparazioni di guerra più pesanti. Come spiega subito dopo in Le conseguenze economiche della pace (in Italia accolto favorevolmente dalla rivista dei socialisti massimalisti), ritiene che riparazioni troppo pesanti abbiano un effetto negativo sull’equilibrio della produzione nei paesi beneficiari. Lloyd George, Primo Ministro inglese, se ne risentirà, ma i fatti daranno ragione a Keynes, che viene dirottato come rappresentante del Cancelliere dello Scacchiere al Supreme Economic Council. Anche qui non manca di dare prova del suo carattere, ridicolizzando il Cancelliere dello Scacchiere in persona, Winston Churchill. Churchill aveva deciso di rivalutare la sterlina e Keynes gli aveva pubblicamente dimostrato, suffragato dai fatti, che la decisione avrebbe avuto conseguenze negative.
John Maynard Keynes inizia così a delineare la sua personale linea economica: misure nuove, socialmente ed economicamente audaci, contro il miope interesse immediato dei gruppi dominanti.
Ma perché questi stessi gruppi di potere tollerano che un modesto funzionario li ridicolizzi pubblicamente e, anzi lo richiamano non appena si profila qualche situazione gravida di incognite?

Semplice: Keynes può agire da indipendente perché è un competente, un tecnico.

Questa competenza gli deriva dall’essersi trovato al centro dell’azione nei momenti decisivi, mentre il pensiero economico di quei tempi si fondava su un preteso disprezzo dei fatti, su una (falsa) impassibilità scientifica. La tesi della neutralità della scienza viene fieramente rivendicata, proprio in quegli anni, da un altro famoso economista inglese, Lionel Robbins. Al contrario, Keynes è sensibile alla storia, alla psicologia, al condizionamento che le circostanze pratiche esercitano sul pensiero puro. Così, nel 1922, continuando la polemica contro le riparazioni di guerra, pubblica Revisione del Trattato; e del 1925 è l’opera Le conseguenze economiche di Mister Churchill, del 1926 La fine del “Laissez-faire”, del liberalismo economico su cui si fondava fino allora l’economia del capitalismo. A questi temi dedica la sua opera fondamentale, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), che per la sua importanza è stata paragonata al Capitale di Karl Marx, un capovolgimento nelle dottrine economiche pari alla rivoluzione copernicana nell’astronomia.

Ispirandosi alle proposte di Keynes operano sia Roosevelt negli anni Trenta sia il Governo inglese durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Churchill lo chiama come esperto monetario e consulente dell’economia di guerra e quando la commissione presieduta da Lord Beveridge pubblica il programma dal titolo L’impiego integrale del lavoro in una società libera, il manifesto della politica economica e sociale per il dopoguerra.

Grazie anche a Keynes, Roosevelt salvò l’America dalla catastrofe del 1929 e gli inglesi poterono ricostruire la loro società duramente provata dalla guerra senza scaricare tutti i costi sulle classi più deboli. Il successo laburista del dopoguerra è stato una prima conferma “dei fatti” alle teorie del tranquillo “rivoluzionario” dell’economia John Maynard Keynes.


Daniela دانیلا Zini زینی


Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES


I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 09:15 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, storia, gran bretagna
mercoledì, 29 ottobre 2008

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei

al III Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950

 

da: "Scuola democratica", 20 marzo 1950

 

“Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata  dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.

C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole  private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta.

Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in  malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

 

Piero Calamandrei

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 29, 2008 11:29 | Permalink | commenti
categoria:italia, politica, scuola, dittatura, libertà
mercoledì, 15 ottobre 2008

VEDERTI… E POI MAI PIU

 

Vederti una sola volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora una volta

E poi mai più.

 

Vederti ancora una volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora due volte

E poi mai più.

 

Vederti ancora due volte

E poi mai più

Dev'essere ancora più facile

Che vederti ancora tre volte

E poi mai più.

 

Ma io sono uno sciocca

E voglio vederti

Ancora molte volte

Prima

Di non poterti vedere

Mai più.

 

 

DON'T GIVE UP, YOU ARE LOVED
Josh GROBAN

Don't give up
It's just the weight of the world
When you're heart's heavy
I...I will lift it for you

Don't give up
Because you want to be heard
If silence keeps you
I...I will break it for you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

Don't give up
It's just the hurt that you hide
When you lost inside
I...I will be there to find you

Don't give up
Because you want to burn bright
If darkness blinds you
I...I will shine to guide you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

You are loved
Don't give up
It's just the weight of the world
Don't give up
Every one is to be heard
You are loved


NON ARRENDERTI, SEI AMATO

Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Quando il tuo cuore è pesante
Io... io lo solleverò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi essere ascoltato
Se il silenzio ti blocca
Io... io lo romperò per te

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Non arrenderti
E' solo il dolore che nascondi
Quando ti senti perso dentro
Io... io ci sarò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi brillare
Se le tenebre ti accecano
Io... io ti farò luce per guidarti

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Sei amato
Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Non arrenderti
Tutti devono essere ascoltati
Sei amato

http://www.youtube.com/watch?v=ls7ila3srzI

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 19:03 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
mercoledì, 15 ottobre 2008

IN PRINCIPIO...

 

In principio mi sono innamorata
Dello splendore dei tuoi occhi
E del tuo sorriso
E della tua gioia di vivere.

Ora amo anche il tuo pianto
E la tua paura di vivere
E lo smarrimento
Nei tuoi occhi.

Ma contro la paura
Ti aiuterò
Poiché la mia gioia di vivere

È ancora lo splendore dei tuoi occhi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 10:49 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

FORSE

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Meno afflizione ogni volta

Che dobbiamo separarci,

Meno inquietudine della prossima separazione

E di quella che ancora verrà.

 

E anche

Meno nostalgia impotente,

Che, quando non ci sei.

Pretende l'impossibile.

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Ma non sarebbe

la mia vita.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 22:09 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

A map of the world that does not include Utopia is not worth even glancing at.


Une carte du monde qui n’inclurait pas l’Utopie n’est pas digne d’un regard.

 

Eine Landkarte, auf der Utopia nicht zu finden ist, verdient keinen Blick.

 

Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo.

 

Um mapa do mundo em que não aparece o país Utopia não merece ser guardado.

 

(Oscar Wilde)

 

 

Les utopies apparaissent comme bien plus réalisables qu’on ne le croyait autrefois. Et nous nous trouvons actuellement devant une question bien autrement angoissante: comment éviter leur réalisation définitive?

L’homme n’est homme que dans le mouvement qui le porte vers lui-même. « Utopie » rappelle aux hommes que le lieu parfait n’existe pas dans l’histoire, qu’il est ailleurs, irréductible à toutes les cités humaines, mais inconcevable en dehors d’elles, comme irréductible à tout autre est le lieu d’intériorité où les hommes s’affranchissent de leurs certitudes, s’indignent de leurs défaillances, renoncent au mirage du meilleur des mondes pour concevoir le projet d’un monde meilleur.

 

Le genoux ne me fait mal que lorsque j’essaie de marcher.

Allongée, je n’éprouve aucune douleur.

Je reste donc au lit et je rêve les yeux ouverts.

Mon enfance se détache de plus en plus clairement dans ma mémoire, comme si les années s’accumulaient sur toutes les autres époques de ma vie, en n’épargnant que le commencement.

Tout est net au lointain.

J’avais l’initiative des évasions, les après-midi d’été quand tout le monde reposait dans la maison, les volets clos, enfouis dans la profonde fraîcheur des chambres. On m’obligeait à me coucher ou, au moins, à passer deux heures allongée, les jours de canicule. Moi, je faisais semblant de dormir et quand tout bruit avait cessé, je sortais par la fenêtre, en invitant Adèle à me suivre. Pieds nus, pour ne pas nous faire entendre, nous traversions en grimaçant de douleur la cour pavée dont les pierres chauffaient à blanc sous le soleil. Nous entrions dans le verger, par une porte en bois, qu’on ouvrait avec mille précautions car elle grinçait à vous casser les oreilles et pénétrions dans le royaume interdit. Le verger bruissait d’insectes et d’effluves, on le voyait mûrir presque et s’épandre au soleil comme un pain à la chaleur du four.

La première tentation était le figuier, tout au fond du verger où en grimpant sur les branches lisses nous faisions fuir les lézards. Nous choisissions toujours les figues larmoyantes, déjà piquées par la langue des lézards, et dont le jus formait en coulant une larme claire au bout inférieur du fruit. La douceur chaude me remplissait la bouche et toute ma vie se concentrait dans cette sensation de bonheur, de paix, de satisfaction suprême que j’allais retrouver plus tard dans l’Amour.

Nous abandonnions vite le figuier, car ses feuilles rares laissaient passer le soleil qui nous mordait la nuque. Nous passions donc, les paumes chargées de figues, sous les voûtes fraîches de la vigne, nous prenions les grappes mûres en les détachant d’un coup sec et précis, là où la tige formait une enflure, comme un nœud fragile, nous nous asseyions dans l’herbe pour croquer à l’aise, entre les dents, les grains savoureux.

Deux grains de raisins et une figue.

C’était la règle.

Puis deux figues et quatre grains, et ainsi de suite.

C’était un festin en proportion géométrique.

Nous n’en pouvions plus.

Le ventre pesait sur mon corps comme un poids qui ne m’appartenait pas.

Les cigales, ivres de chaleur, faisaient vibrer l’air élastique.

Nous parlions garçons, poésie, j’éblouissais mon Amie de mes connaissances.

Je trouvais des rimes à tout et j’inventais des histoires.

Elle admirait mes poésies et savait que j’aurais été l’une de celles qui, tôt ou tard, auraient choisi le chemin de la liberté. Elle ne me l’a jamais dit, mais je n’avais pas de peine à le lire dans son cœur.

Elle n’a pas changé.

La vie éternelle ne laisse pas de traces sur les visages !  

Ces deux heures paraissaient sans fin, tant elles coulaient lentement, sous le temps de l’enfance.

Nous sautions la palissade, au fond du verger et nous nous trouvions sur une place, peu fréquentée, déserte à cette heure, où poussait l’herbe parmi les pierres du pavé.

C. dormait dans le grande silence, bercée par le chant des cigales.

Nous étions les seuls êtres vivants au milieu d’un village qui nous appartenait.

L’enfance nous pesait comme une honte. Le temps qui nous séparait encore de l’âge des adultes nous semblait immense et insupportable.

J’avais envie de pleurer, de rage et de désir.  

Pythagore disait que la vie est divisée en quatre périodes :

 

« L’enfance, jusqu’à vingt ans ; l’adolescence, de vingt à quarante ans ; la jeunesse, de quarante à soixante ; et la vieillesse, de soixante à quatre-vingts. »

 

J’ai perdu ma jeunesse à vingt ans, au moment où, selon lui, elle ne fait que commencer.

 

Le soleil est encore haut dans le ciel.

Et moi, je sens la même ferveur, la même audace qu’un jeune général avant sa première bataille.

 

 

SUR LE CHEMIN DE LA VIE
Gérard
LENORMAN

Sur le chemin de l'école,
Nous avions douze ou treize ans,
Cheveux blond et têtes folles,
Nous parlions comme des grands.
Nous avions la tête pleine
De jolis projets
Moi j'avais pour Madeleine
Un tendre secret.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

Sur le chemin de la vie
Nous nous sommes séparés,
Chacun son jeu, sa partie,
J'ai dépensé sans compter
Les amis, l'argent, les filles
Et puis mes vingt ans,
Je n'ai pour toute famille
Qu'un petit enfant.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

Sur le chemin de l'école,
Quand j'irai t'accompagner,
Je t'en donne ma parole,
Je saurai te protéger,
Je t'offrirai des voyages,
Une jolie maison,
Je t'apprendrai le langage
Des quatre saisons.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

http://www.youtube.com/watch?v=gRnH1CqgiPg

 

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 07:45 | Permalink | commenti
categoria:natura, poesia, vita, donna, morte, utopia, gérard lenorman
martedì, 14 ottobre 2008

LES IDEES SEULES COMPTENT,

DU MOINS LES IDEES QUI FONT MOUVOIR LES ETRES ;

C’EST-A-DIRE LES PASSIONS, LESQUELLES SONT ETERNELLES.

 

 

Dit Léonard :

 

« Toutes  nos connaissances découlent de ce qu’on ressent. »

 

Eprouver par les sens – au premier rang desquels il place la Vue – et discerner, juger, réfléchir, tels sont pour lui les vecteurs fondamentaux de la « Sapieta », de la Sapience, qui est à la fois Savoir et Sagesse.

 

Il faut, dit-il, apprendre d’abord à séparer les parties du tout :

 

« La Vue est une des opérations les plus rapides qui soient ; en un instant, elle accueille une infinité de formes, et pourtant elle ne saisit qu’un objet à la fois. »

 

Pour lire un texte, on doit considérer les mots un à un, puis les phrases que composent ces mots, et non, globalement, l’ensemble des lettres inscrites sur la page. 

De même, dit Léonard :

 

« Si tu veux avoir connaissance des formes des choses, commence par leur détail, et ne passe d’un détail à un autre qu’après avoir bien fixé le premier dans ta mémoire, et l’avoir longuement pratiqué. »

 

L’Artiste entraîne ses sens, il éduque ses facultés d’observation, comme un sportif développe ses muscles.

Il est sans cesse en avance sur son Temps et sans cesse dérangé par un Avenir qui ne veut pas Lui obéir.

Ses yeux seuls subsistent, détachés de Lui.

Tristes comme des lévriers sans maître, déconcertés comme des Archanges a qui nul Dieu ne donne plus d’ordres.

Entre eux et les choses, on ne sert pas d’intermédiaires.

Percevoir, mais aussi conserver, transmettre l’Aventure humaine, à la fois un peu plus âpre et un peu moins sombre.

Rien n’y réussit mieux qu’une Image.

Une seule Image égale souvent un Livre.

Là précisément est le Mystère de l’Art.

 

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. 

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 07:29 | Permalink | commenti
categoria:arte, leonardo da vinci
martedì, 14 ottobre 2008

« L’Utopie est l’anticipation des dominés sur la transformation des Sociétés. » 

Karl MANHEIM

 

 

Je suis persuadée que nous semblerons à la Postérité extrêmement bêtes.

Les hommes ne sont au-dessus ou au-dessous les uns des autres que par le plus ou moins de raison ou de moralité.

Ce qui m’a toujours paru funeste, ce n’est pas tant la coupure entre l’Intelligentsia et le Pouvoir, mais celle qui existe à l’intérieur même de l’Intelligentsia.

Tout cela est dans la nature des choses. Mais lorsque l’Intelligentsia est foncièrement divisée, l’espoir d’une Culture Spirituelle et d’un Progrès Intellectuel communs à Tous et durables s’évanouisse.

La conception de l’Intellectuel qui vit sur une île déserte, dans les catacombes, dans sa tour d’ivoire, de briques ou d’autre chose, ou encore sur un iceberg au milieu de l’océan, portant son talent comme le bossu sa bosse, suggère une série d’images certes séduisantes, mais qui dissimulent une vision romantique du créateur, stérile et mortellement dangereuse.

La raison et le sentiment sont toujours d’accord en moi pour me faire repousser tout ce qui veut nous ramener en enfance : en Politique, en Religion, en Philosophie, en Art.

Ma raison et mon sentiment combattent plus que jamais l’idée des distinctions fictives, l’inégalité des conditions, imposée comme un droit acquis aux Uns, comme une déchéance méritée aux Autres.

Plus que jamais je sens le besoin d’élever ce qui est bas et de relever ce qui est tombé.

Jusqu’à ce que mon cœur s’épuise, il prendra le parti du faible.

Tel est le rôle droit et facile d’une conscience qui n’est engagée par aucun intérêt personnel dans des intérêts de parti. Ceux qui ne peuvent en dire autant d’eux-mêmes auront certes du succès dans leur milieu, s’ils ont le talent d’éviter tout ce qui peut leur déplaire, et, plus ils auront ce talent, plus ils trouveront les moyens de satisfaire leurs passions. Mais ne les appelez point dans l’Histoire en témoignage de la vérité absolue. Du moment qu’ils font métier de leur opinion, leur opinion est sans valeur.

La Politique n’est qu’un ramassis de blagues écoeurant.

Elle n'offre rien de nouveau.

Son irrémédiable misère m'a empli d'amertume, dès ma jeunesse.

Aussi, maintenant, n'ai-je aucune désillusion.

Mais ce n’est pas en méprisant sa misère que j’en contemple l’étendue.

Je ne veux pas croire que cette Humanité dont je sens vibrer en moi toutes les cordes harmonieuses et discordantes, dont j’aime les qualités et les défauts quand même, dont je consens à accepter toutes les responsabilités bonnes ou mauvaises plutôt que de m’en dégager par le dédain, soit frappée à mort.

Que la Politique pense et dise ce qu'elle veut.

Qu'importent tels ou tels groupes d'hommes, tels noms propres devenus drapeaux, telles personnalités devenues réclames ?

Laissons-les à leurs appréciations critiques, puisqu’ils nous divise et nous arme les Uns contre les Autres ; ne demandons à personne ce qu’il était et ce qu’il voulait hier.

HIER tout le monde s’est trompé, sachons ce que nous voulons AUJOURD’HUI.

VOILA TOUT.

Je sais des âmes douces et, généreuses qui, en ce moment terrible de notre Histoire, se reprochent d’avoir aimé et servi la cause du faible. Elles ne voient qu’un point dans l’espace, elles croient que le Peuple qu’elles ont aimé et servi n’existe plus, parce qu’à sa place une horde de bandits, suivie d’une petite armée d’hommes égarés, s’est emparée momentanément du théâtre de la lutte. Ces bonnes âmes ont un effort à faire pour se dire que ce qu’il y avait de bon dans le pauvre et d’intéressant dans le déshérité existe toujours ; seulement il n’est plus là et le bouleversement politique l’a écarté de la scène.

Voilà pourquoi nous sommes malades et pourquoi mon âme est brisée.

La DEMOCRATIE est une chose qui ne s'impose pas, c'est une libre plante qui ne croît que sur les terrains fertiles dans l'air salubre.

Elle ne pousse pas de racines sur les barricades, nous le savons maintenant !

Elle y est immédiatement foulée aux pieds du vainqueur, quel qu'il soit.

C'est être fou de croire qu'on sort d'un combat avec le respect du droit humain.

Toute Guerre Civile a enfanté et enfantera le forfait.

Un fanatisme patriotique est le premier sentiment de cette lutte.

Je n'y vois rien de vital, rien de rationnel, rien de constitué, rien de constituable. C'est une orgie de prétendus rénovateurs qui n'ont pas une idée, pas un principe, pas la moindre organisation sérieuse, pas la moindre solidarité avec la Nation, pas la moindre ouverture vers l'Avenir.

Ignorance, cynisme, brutalité, voilà tout ce qui émane de cette prétendue Révolution Sociale.

Déchaînement des instincts les plus bas, impuissance des ambitions sans pudeur, scandale des usurpations sans vergogne, voilà le spectacle auquel nous assistons.

Et moi, je devrais voir ces choses avec une stoïque indifférence !

Je devrais dire :

 

« L'homme est ainsi fait ; le crime est son expression, l'infamie est sa nature ? » 

 

Non, cent fois non.

Je veux croire encore que l’Humanité compte dans son sein des HOMMES SENSES en grand nombre, et que ceux-là souffrent et rougissent de voir des bandits se parer de son nom.

N'a-t-elle pas un seul membre capable de protester contre les principes idiots, contre la démence furieuse ?

Quelle HUMANITE est là ?

Une Humanité qui a perdu l'Idéal ne se survit pas à elle-même.

Humanité n'est pas un vain mot.

L'Humanité est indignée en moi et avec moi.

Sa mort ne féconde rien et ceux qui respirent ses fétides émanations sont frappés du mal qui l'a tuée.

Nous avons à faire les immenses efforts de la fraternité pour réparer les ravages de la haine.

Nous mourrons tous vivants et tous chauds.

Je préfère cela à un hivernage dans les glaces, à une mort anticipée.

Et d'ailleurs, moi, je ne pourrais pas faire autrement.

Les grandeurs passées n'ont plus de place à prendre dans l'Histoire des hommes. C'en est fait des dieux qui exploitent les Peuples, c'en est fait des Peuples exploités qui ont consenti à leur propre abaissement.

 

 

« A map of the world that does not include Utopia, is not even worth glancing at for it leaves out the one country at which humanity has always landed, and when humanity lands there it looks out sees a better country set sail. Progress is the realization of utopias. »

 

« Une carte du monde qui ne comporte pas l’Utopie ne vaut pas qu’on y jette un coup d’œil, car elle néglige le seul pays où aborde toujours l’humanité. Et, quand elle y aborde, elle regarde autour d’elle, aperçoit une meilleure contée et fait alors voile. Le progrès est la réalisation des utopies. »  

Oscar WILDE

 

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES


I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 07:17 | Permalink | commenti
categoria:politica, storia, utopia, democrazia
martedì, 14 ottobre 2008

Dans trois mois précis, je fêterai mes…

Je n’éprouve aucune nostalgie de l’enfance, de la jeunesse, aucune nostalgie des jours anciens.

A quoi ça sert de pleurnicher sur ce qui a été ?

Occupons-nous de choses sérieuses.

Avec la menace de la destruction de la planète, avec la mondialisation de l’économie, un autre type d’HOMME est né. Pour la première fois dans l’histoire de l’HUMANITÉ, on ne se sauvera pas les UNS sans les AUTRES.

L’HUMANITE, c’est un tribu qui doit traverser un désert, conquérir plus qu’un continent : la TERRE.

Il faudra retrouver une place pour chacun, une place utile.

Nous avons à réinventer le village de la TERRE, avec une place pour chacun, depuis le plus doué jusqu’au minus.   

A ceux qui sont au seuil de l’âge adulte je dis :

 

« ALLEZ-Y. PRENEZ VOS RISQUES ! »

 

L’histoire de l’HUMANITÉ me passionne…

Et la prise de conscience du COSMOS !

 

Récemment Lorena, Sara, Shirin et Sonia m’ont demandé :

 

« Est-ce que c’est difficile d’être une FEMME ? »

 

Je n’ai pas répondu tout de suite.

Des questions de ce genre me rappellent que j’ai pris le risque, en les autorisant, d’être touchée dans mon intimité. Elles me rappellent aussi que « ce que je sais » inclut la part d’irréductibles mystères et la part d’ombre que chacun, plus ou moins consciemment, conserve au-dedans de lui.

Cette question, je l’ai considérée de plusieurs manières : d’une part, il y a la difficulté d’être humain, que l’on soit FEMME ou HOMME ; d’autre part, il y a l’aspect particulier qui est d’être « HOMME » au féminin.

Oui, c’est difficile d’être FEMME.

J’ai lu, il n’y a pas longtemps, cette phrase d’un psychologue dont j’ai malheureusement oublié le nom :

 

« Il est plus facile d’être une FEMME adulte qu’un HOMME adulte. »

 

Il expliquait que la FEMME éprouvait moins de difficulté à s’affirmer, pour des raisons qui tiennent à son corps, fait pour porter la VIE.

Alors que devenir viril pour l’adolescent ne va pas de soi !

Il y a chez tous les ETRES humains une bisexualité.

La part masculin en moi, je l’ai fortement ressentie, ce qui ne signifie nullement une quelconque attirance pour les relations homosexuelles. Je crois qu’accepter cette part masculin qui est en moi m’aide à mieux percevoir ce qui se passe entre les HOMMES et les FEMMES.

J’espère que les FEMMES ne vont pas jouer à l’HOMME, oubliant ce qui fait leur spécificité, caractérisée par des dons naturels que l’HOMME n’a pas.

Elles y perdraient le meilleur d’elles-mêmes.

Et l’HOMME aussi.

Parmi ces dons, il y a la MATERNITE.

Neuf mois durant, la FEMME sent la VIE peser en elle.

Elle connaît alors une expérience vitale que l’HOMME ne vivra jamais. Par les cycles qui rythment la VIE de son corps, la FEMME est liée à l’universel, à l’universel vivant ; elle vit en union mystérieuse avec la pulsation de l’UNIVERS.

Je pense qu’il y a là une richesse de l’HUMANITÉ, quelque chose comme du SACRE.

 

Croire en la VIE, c’est croire en d’AUTRES.

Pas tous les AUTRES, sans doute, mais si l’on prend ses responsabilité face à la VIE, on se fait des Alliés.

Etre ensemble devient nécessité absolue.

Et pour se faire des Alliés, il faut faire crédit.

Sans ce crédit fait à l’HUMANITÉ on ne pourrait pas respirer.

Récemment, au cours d’une nuit où je ne dormais pas, m’est venue à l’esprit cette évidence : on ne peut dire vraiment « CREDO » - je crois – si on ne fait pas crédit. Il arrive un moment où, comme dans l’AMOUR humain, il faut plonger, prendre du risque, faire véritablement crédit.

SANS CAUTION.

Faire son métier d’HOMME, c’est à certains moments prendre le risque de s’exposer, d’être en partie dépossédé de soi-même par les détresses qui nous entourent.

Beaucoup d’HOMMES et de FEMMES prennent ce risque pour servir les AUTRES.

A leur façon, obscurément.

En fait, je le sais d’expérience, on y est poussé, porté presque.

 

J’ai toujours du mal à répondre à la question sur les rencontres qui m’ont marqué.

A l’éveil de la VIE, il y a mon Père, l’être de mon Père, sa manière d’être, dans tous les domaines.

Rencontrer vraiment des HOMMES et des FEMMES a été l’une des chances de ma VIE.

Les personnes importantes que j’ai rencontrées dans ma VIE n’ont jamais été pour moi des modèles. Mais elles m’ont éclairé sur les différentes facettes de ma personnalité et m’ont forcé à moins me disperser, à me rassembler.

Elles m’ont façonné à la manière du coup de pouce sur la pâte à modeler.

Le chemin de toute VIE est bordé par des personnes.

Ce n’est pas un chemin dans le désert.

C’est un chemin parmi d’innombrables humains, et l’on y passe en ignorant le plus souvent leurs richesses cachées. Parfois – Dieu merci – on y cueille un fruit inattendu. Et l’on sait – encore Dieu merci – que par plus d’un, même inconnu, on sera cueilli à son tour.

Le plus merveilleux fondement de l’espérance, c’est que d’AUTRES ont besoin de moi et que je ne peux me passer ni de leur aide ni de leur besoin, car c’est le fait qu’ils aient besoin de moi qui me les rend précieux.

Ce qui, tout au long de ma VIE, m’a sûrement coûté le plus, ce fut le volontaire renoncement à la TENDRESSE.

La TENDRESSE d’un HOMME, celle de chaque jour, je ne l’ai jamais vécue. De cela, j’ai éprouvé une souffrance constante, quotidienne, toute ma VIE. Car je ne pense pas que, pour une FEMME, la TENDRESSE existe sans la présence d’un HOMME. Mais je ne crois pas que l’aspiration à la TENDRESSE implique nécessairement celle de l’achèvement donné par l’acte sexuel. Bien sûr, il ne faut pas se faire d’illusion : l’aspiration à la TENDRESSE participe de la pulsion instinctive. Cependant, il y a un ABIME entre la TENDRESSE et le PLAISIR.

 

L’HOMME d’aujourd’hui est colossal par l’énormité des responsabilités qui pèsent sur lui, et minuscule devant l’immensité des tâches qui de toutes parts l’appellent. Mais on ne peut pas, sous prétexte qu’il nous est impossible de tout faire en un jour, ne rien faire du tout !

Gardons au cœur l’impatience de faire.

Et l’indignation dans l’action.

Je pense que, dans l’histoire de l’HUMANITÉ, les GUERRES viennent en partie de ce qu’on n’a pas su montrer à l’HOMME les vrais buts sur lesquels mobiliser cette énergie irascible qui est en lui. Quand on est raciste, par exemple, on se trompe de colère, on utilise les forces irascibles contre celui qui est différent de soi. On en a peut, on le soupçonne d’être porteur de tous les malheurs, on se prend de haine pour lui.

Quand on s’indigne, il convient de se demander si on est digne.

Digne par exemple de venir en aide à ceux qui souffrent.

C’est mon Père qui me l’a fait comprendre.

Cette façon que j’ai de m’indigner montre que je suis passionnée.

Mais il faut être passionné pour réussir sa VIE !

Sans doute n’oserais-je pas dire que j’ai réussi la mienne, mais je reconnais qu’il est vraiment bon par moments de savoir qu’un effort, une action ont été contagieux, que d’AUTRES se sont engagés, que de belles réalisations ont pu naître.

Nous sommes dans un âge où l’HUMANITÉ entière est condamnée à tout savoir.

Il suffit que j’ouvre la télévision pour être submergée par les nouvelles du monde. En un instant, tout m’est jeté à la face.

Mais ce « TOUT » n’est pas TOUT.

Les médias sont d’abord à l’affût du sensationnel, puis ils agissent comme des loupes. Parmi tous les événements du monde, le magazine ou le journal télévisé va choisir celui-ci ou celui-là et le grossir de telle manière que notre conscience en sera envahie. Ces effets de loupe peuvent conduire à de véritables trahisons. Nous ne pouvons nous contenter de consommer avec insouciance l’information, choisie SANS NOUS, qui nous est ainsi distribuée.

Trop nombreux sont les téléspectateurs qui ne regardent la télévision que pour se distraire de leurs soucis et de leurs devoirs.

Ceux qui choisissent l’information avec soin savent que, malheureusement, leurs émissions sont diffusées après minuit !

 

J’ai peur quand je vois qu’aujourd’hui on vote de moins en moins.

Il faut voter.

Il faut aller dans les réunions publiques interpeller les candidats, quelle que soit leur couleur politique, et leur demander si la lutte contre l’exclusion est pour eux une priorité.

De plus en plus, nous savons, nous pouvons être vigilants.

Il est urgent qu’un travail soit fait, dès l’école, pour que le spectateur devienne adulte et responsable. Car, plus que jamais, nous avons le DEVOIR de SAVOIR.

Ouvrons grands les yeux.

Comme elle est détestable, cette étroitesse du regard que nous portons sur les problèmes quand ils ne sont pas les nôtres !

 

 

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES


I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 07:08 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

THE TRESOR AND THE SNAKE,
THE ROSE AND THE TORN,
SORROW AND GLADNESS
ARE LINKED TOGETHER.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI

 

 

The Other is me and Arthur Rimbaud’sJe est un Autre” (letter to Paul Demeny, May 15, 1871) are sides of the same coin.

 

 

I will sleep, sleep and dream.

I will dream of a life without suffering and without fear.

I will dream of people able to love beyond border, beyond reality, beyond everything, beyond life.

Beginning in ancient times through the present day, women writers have dreamed of a new era of world peace.

We have not learnt to control Nature and ourselves.

We are the inheritors of the legacy of our ancestors who, by their experiences, arrived at great values.
We must struggle to retain them.

This contract is our great duty.

How many wars occurred?

How many wars are the results of this misunderstanding of the Other?

All!

"The fruits of war were food for more war."

 

Marguerite YOURCENAR, Memoirs of Hadrian


The Second World War is a sad example.

An unprecedented example of intolerance wich brought about the exclusion of an entire race.

The Men's stupidity resides in the fact he is willing to remain ignorants, and according to Einstein:


"Two things are infinite: the Univers and human stupidity; but as far as the Universe is concerned, I have not yet acquired absolute certainty."


This stupidity and this ignorance are found as well in the example of colonizers who, wanting to impose their culture, ended up bringing about the detriment and impoverishment of the colonized's culture. It is by this detriment that, once again, false prophets and dictators were able to exploit the situation. Tolerance is the foundation of a Society worthy of this name.

It is obtained by respect for Others and understanding of Others.

Even more, it is up to us, inheritors of a heavy past, to learn and to communicate so that we can accept our neighbours' differences.

But we must prove ourselves worthy of our heritage.

 

 

Bani adam a'za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.

Chu 'ozvi be dard avard ruzgar,
Degar 'ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI


These are well-known "abyat" of Shirazi poet, Sa'di, wich grace the entrance the United Nations headquarters in New York.

 

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 06:50 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, storia, iran
mercoledì, 08 ottobre 2008

I comitati armati danno il potere a Gottwald

 

Nelle elezioni del 1946 il PC cecoslovacco ottiene il 38% dei voti. Per questo motivo Gottwald viene incaricato di formare il governo, che comprende, oltre ai comunisti, anche i socialdemocratici e i rappresentanti dei partiti borghesi, cioè socialisti-nazionali e populisti. I comunisti nominano il primo ministro e hanno la maggioranza relativa dei dicasteri. La coabitazione non è facile. Nel febbraio 1948, poi,  la situazione si radicalizza su due problemi: le nazionalizzazioni, che il leader sindacale Zapatocky vorrebbe ampliare e la penetrazione comunista nella polizia. Inutilmente i rappresentanti dei partiti borghesi chiedono a Gottwald soddisfazione; questi rifiuta, praticamente, obbligandoli alle dimissioni. Socialnazionali e populisti (li guidano il ministro della giustizia, Drtina, e monsignor Hala) giudicano, tuttavia che tutto non sia perduto. Sperano che Gottwald, che alcuni dipingono come un moderato, alla lunga faccia marcia indietro e che il presidente della Repubblica Beneš e i socialdemocratici li appoggino. È un errore, in primo luogo perché Gottwald non è solo, dietro di lui vi sono i duri del partito con il  ministro degli interni, Nosek, e il vice-ministro degli esteri sovietico, Zorin, giunto a Praga quale inviato di Stalin. Quanto a  Beneš e ai socialdemocratici non hanno la possibilità, né la volontà di resistere. Così quando Gottwald scatena per le strade la milizia popolare, che si dà a purghe, ad arresti indiscriminati, i socialdemocratici, con il loro leader, Lausman, si chiudono nel gioco dell’attesa, e Beneš, dopo una parvenza di resistenza, sanziona il colpo di Stato firmando la lista del nuovo governo dominato dai comunisti, salvo alcune poltrone riservate ai dissidenti degli altri partiti.

Il 28 febbraio a Praga, Gottwald passa in rivista 15.000 componenti della milizia popolare e i reparti della Sicurezza, ringraziandoli per l’aiuto prestato nella lotta contro i “nemici” interni.

Per la democrazia cecoslovacca è ormai la fine.

 

Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES 

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.    

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 08, 2008 21:26 | Permalink | commenti
categoria:politica, comunismo, storia, spionaggio, urss, cecoslovacchia, masaryk, gottwald