Alla sacra memoria di Olympe de Gouges
Questa umanità che ha maturato la donna nel dolore e nell’umiliazione vedrà il giorno in cui la donna avrà fatto cadere le catene della sua condizione sociale.
Un giorno la giovinetta sarà, la donna sarà e queste parole giovinetta, donna, non significheranno più soltanto il contrario del maschio, bensì qualcosa di proprio, che vale perse stessa, non un semplice complemento, ma una forma completa: la donna nella sua vera umanità.”
Rainer Maria Rilke
Il problema della prostituzione, come problema particolare dell’emancipazione femminile, costituisce la testimonianza più drammatica e inesorabile del posto paradossalmente anormale della donna nella società umana. La persistenza della prostituzione nella società moderna è la sfida della legge della foresta alla civiltà del diritto è il segno della insufficienza dello Stato dinanzi ai suoi doveri morali. Ma è anche la confessione vivente dell’inferiorità dell’ordine tradizionale dei rapporti sessuali dinanzi ai conclamati diritti della personalità. Questo estremo sfruttamento della donna fiorisce sul generale sfruttamento delle donne nella famiglia e nella società, tramandatasi dall’età patriarcale all’età capitalistica. Prostituzione e soggezione femminile sono intimamente connesse. Come in ogni fenomeno di sfruttamento, una frazione della classe sfruttata ne costituisce l’estremo fondo così la prostituzione è l’estremo fondo della soggezione femminile.
In una società in cui le donne non sono che una massa strumentale, l’estrema degradazione della tratta è, altrettanto logica nella società patriarcale, nella feudale e nella mercantile. Infatti, la prima osservazione sociologica intorno l fenomeno della prostituzione stabilisce che essa raccoglie le sue reclute quasi sempre tra le donne più bisognose e meno abbienti; e anche questo è un aspetto della lotta dell’uomo (in questo caso della donna) per l’affrancamento della schiavitù, in cui versa. Per questo la lotta contro la prostituzione è stata impostata seriamente soltanto sotto la bandiera del socialismo, attraverso una mediata solidarietà delle classi oppresse con gli strati più profondamente umiliati e offesi delle masse femminili. E non avrebbe potuto essere diversamente. La chiesa su questo punto aveva fallito, giungendo perfino ad avvallarla, a regolarla e tollerarla nelle monarchie cattoliche e nello stesso Stato Pontificio.
Al liberalismo come sistema oligarchico della classe dominante, il problema della prostituzione doveva sfuggire attraverso giustificazioni pseudo-scientifiche che, in realtà tradivano un profondo scetticismo e opportunismo. La prostituzione permane nella società liberale-democratica perché due sono le forme della degradante soggezione femminile: quella legittimata dal diritto comune – immediatamente impugnata dalle prime élites femministe, di origine nettamente borghese – e quella tollerata attraverso una legge speciale e illiberale impugnata dall’abolizione. In fondo per la comune coscienza liberale e democratica non vi è che differenza tecnica nei due gradi dell’unica schiavitù della donna. L’istinto di classe e l’istinto maschile formano un unico blocco conservatore che impedisce una lotta radicale per l’emancipazione delle donne più oppresse e sfruttate. su questo punto si forma una specie di deviazione oligarchica degli strati superiori femminili che lottano per il divorzio o per il suffragio. L’interesse e il sentimento impedisce di cogliere lo stretto nesso storico e sociale che lega le varie forme di schiavitù della donna nella società capitalistica.
Il conservatorismo della maggior parte delle classi dirigenti è appena incrinato dalla tradizione della riforma religiosa, che, saldamente radicata sull’etica delle opere, riesce a imporre al sistema capitalistico il problema della prostituzione. È ancora soltanto un cuneo nel terreno dell’avversario; ma l’iniziativa assume un grande significato. Come la setta di Chapman, guidata da Wilbeforce era riuscita a imporre la battaglia per l’abolizione della schiavitù nel mondo anglosassone, così Josephine Butler, impostava In Inghilterra la battaglia per l’abolizionismo. Riuscì, poi, a estenderla, attraverso la Federazione Abolizionista Internazionale, fondata nel 1875, in tutto il mondo. Infine, la Società delle Nazioni, animata in questo dallo spirito umanitario della moderna democrazia, giunse nel 1933 a varare la Convenzione Internazionale contro la tratta delle bianche.
Ma il problema della prostituzione, specchio evidente delle contraddizioni della democrazia capitalistica, ha radici profonde e tenaci. Le convenzioni internazionali come, del resto, il diritto interno, hanno di fronte a esso scarsa efficacia.
Perché?
Perché direttamente o indirettamente il regime borghese è legato anche a questi ambienti e a quei gruppi che vivono sulla tratta delle bianche e sulla regolamentazione della prostituzione. Soltanto una profonda rivoluzione sociale e ideologica potranno, dunque, risolvere un così intricato problema.
Le interpretazioni naturalistico-morali che sono state architettate intorno a esso tradiscono una fondamentale carenza di volontà. Senza la soluzione del problema di fondo, del problema sociale, che condiziona il problema generale e complessivo dell’emancipazione della donna e il nesso economico particolarissimo della prostituzione e della tratta la causa dell’abolizionismo sarà destinata a un rinnovato fallimento. È, infatti, evidente l’insufficienza della scuola abolizionista. In fondo, la Butler si limitava alla difesa della libertà personale della donna, partendo lancia in resta contro ogni medievalistico intervento dello Stato e della polizia che offendesse i naturali diritti di libertà delle prostitute. D’altra parte il Lombroso, nel suo positivismo conservatore, riconosceva nella prostituzione la manifestazione inevitabile di fattori biologici inalterabili.
Così da un lato si restauravano le apparenze giuridiche dell’ordine laddove rimanevano in piedi e continuavano a operare le forze del più profondo disordine sociale; dall’altro si offriva un pretesto pseudoscientifico alla conservazione dello status quo o, per lo meno, al limite formale dell’azione abolizionista. In realtà, ambiente e prostituzione fanno tutt’uno – come dimostra il fatto che nei paesi in più floride condizioni economiche, quando le ricchezze vi siano democraticamente distribuite, la prostituzione è quasi inesistente – e soltanto l’analisi e l’azione marxista hanno in se stesse la capacità di tagliare e risolverne il nodo sociale.
Tuttavia il movimento di riforma umanitaria, che lentamente ma progressivamente ha ricacciato indietro la schiavitù, ha accerchiato la prostituzione, ha isolato il capitalismo come sistema di sfruttamento, con la sua ricchezza di motivi, nel suo fondamentale spirito laico, nella sua tensione democratica, ha ormai pervaso tutta la società.
La liberazione dalla prostituzione sarà, quindi, agevolata da mille riforme, da mille interventi tecnici. L’assistenza alla gioventù e alla maternità, la lotta per la salute pubblica, l’educazione sessuale più aperta e coraggiosa dovranno accompagnare la lotta a fondo contro i cartelli nazionali e internazionali che organizzano la tratta: il problema dell’urbanesimo, il rapporto città-campagna, il problema del lavoro, questi grandi problemi d’insieme che si assommano nella lotta contro la frattura di classe, costituiscono, infatti, il fondo della prostituzione, di questa forma particolare di alienazione della personalità umana.
Oggi, la protesta e la lotta in questo senso non possono non apparire e non essere contraddittorie ed equivoche, come, del resto, la stessa lotta contro il capitalismo. Di chi è impigliato nella vita e nel sistema stesso del capitalismo; e il domani si configura nelle esigenze morali e nella prassi quotidiana torbidamente, incertamente. Rimane, tuttavia, il fatto di questa grande speranza, di questo grande ideale, di questo coraggioso realismo. Rimane l’esigenza di risolvere i mille problemi individuali d’ordine familiare e sessuale, l’esigenza di instaurare un nuovo rapporto, socialmente adeguato alle condizioni della mutata vita moderna, tra uomo e donna.
Ormai inizia ad apparire chiaramente che non vi sarà pace per l’uomo e la donna nella moderna società se il fenomeno della prostituzione inciderà ancora su tutti i loro rapporti, guastandone l’armonia, così come il senso del peccato pesava sulla religiosità di altri tempi.
Al socialismo spetta, dunque, di risolvere questo caso di coscienza collettivo; a esso spetta il grande compito di spazzare la strada dell’umanità da questo grande sottinteso ostacolo che divide uomo e donna in tutta l’estensione della società, giustificando, forse, quel complesso di colpevolezza che si esprime ancora nel mito, nella superstizione, nel pregiudizio sessuale.
L’antinomia è sempre la stessa. Il razionalismo ha cacciato dalla mente dell’uomo moderno l’antica fede nel mito. Ma l’uomo è rimasto inferiore a questa conquistata nuova razionalità; e il suo problema morale consiste tutto, drammatico ed equivoco, nel tentare l’edificazione della nuova società: perché la vecchia, con le sue espressioni religiose, non è più sentita degna.
Ecco la grande partita che si trascina dietro l’umanesimo socialista: il problema della prostituzione che Dostojevski ha tragicamente rivelato alla nostra coscienza, costituisce, appunto, il momento più arduo della rivoluzione femminile, la prova più aspra per la validità dell’autonomia della morale moderna.
Daniela دانیلا Zini زینی
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