La rivoluzione francese segna la fine del diritto divino al centro della vecchia Europa, nel cuore dell’antico regime. Fu la rottura degli ordini sociali, la frattura delle caste dirigenti. Dietro la borghesia urgevano le masse proletarie, le masse rurali, le masse femminili. Le donne si affollano nelle piazze di Parigi e urgono intorno alle assemblee di tutta Europa. Il loro intervento nella vita sociale non potrebbe essere più decisivo.
È un movimento che porta scritto sulle sue insegne un unico motto: libertà. E la libertà si svolge nella solitudine individuale come autoeducazione e nel consorzio sociale come autogoverno. Autoeucazione: la pedagogia, scienza essenzialmente moderna e perciò antideterministica e innovatrice, è coeva all’emancipazione della donna. Il pensiero pedagogico di Rousseau e di Pestalozzi è un’anticipazione della libertà femminile. Il libero esame, già ristretto ai testi sacri, diviene un esame di coscienza diuturno nel quale la donna ritrova se stessa come essere umano, come coscienza autonoma. Dopo le discussioni del XVIII secolo sull’educazione della donna, interminabili e modellate sullo schema di un assolutismo virile illuminato, il romanticismo e il liberalismo portano, con Madame de Rémusat la parola nuova: la donna educhi la donna.
Anche le donne, come gli operai, avevano, infatti, subito durante la rivoluzione il loro termidoro. Come erano decaduti gli antichi diritti corporativi degli operai, le donne avevano perduto i residui ed esausti diritti medievali sopravvissuti al centralismo monarchico. Ma per gli uni e per le altre si preparavano e dovevano insorgere nuovi e più radicali diritti. Il movimento femminile, come il movimento operaio, serra alla base l’antico ordinamento sociale, proprio in nome del principio dell’uguaglianza giuridica ormai acquisito dalla coscienza moderna. L’autogoverno – questa conseguenza laica del cristianesimo evangelico affermata dal giusnaturalismo – applicato dal mondo operaio avrebbe portato al diritto di sciopero, dal mondo femminile al diritto al divorzio. L’operaio combatteva per il sindacato, la donna per il suffragio: entrambi per una società di uguali.
L’emancipazione femminile doveva attraversare tutti i gradi della società: iniziava nella classe borghese e continuava in quella proletaria, affermando la continuità della civiltà democratica di cui costituiva l’avanguardia. Il liberalismo rappresentò l’età della giovinezza dell’emancipazione femminile. Fu il suo momento individualistico, il momento di una fioritura elevata e meravigliosa che inondò le lettere e le arti e che si svolse negli strati superiori della società con intelligenza, passione e sincerità.
È stato detto, da qualcuno, che il liberalismo era nell’aria: ma ancor prima era nel cuore della donna e dell’uomo. Milton e i divorzisti non furono che i precursori del liberalismo, mentre i libertini, con la loro religione galileiana e newtoniana, ne furono i fiancheggiatori. Ma l’atto di nascita del liberalismo è redatto alle soglie del XIX secolo da Benjamin Constant e da Madame de Staël. Molta strada ha percorso l’umanità da Milton fino a questa coppia. Milton era solo, parlava con se stesso e le sue mogli vivevano nell’oscurità spirituale. Il liberalismo ottocentesco porta, invece, bene impressi sul volto i segni dell’intima collaborazione di Constant e di Madame de Staël. E dietro quel volto si intravede la vicenda d’amore e la religione del sesso. Non soltanto perché Madame de Staël, erede del liberalismo fisiocratico di Necker lo comunica a Constant, fondatore del liberalismo costituzionale, legando così simbolicamente l’età dei lumi all’età della restaurazione, ma anche e soprattutto per quell’intima collaborazione ideale che nasce dall’incontro armonico di due caratteri di sesso diverso. E che così sia stato ne sono testimoni tanto Adollfo e Il quaderno rosso di Constant quanto Delphine e Germania di Madame de Staël, in cui si esprime la loro concezione liberale, vissuta con diverse sfumature ma con la stessa ampiezza di vedute e soprattutto con la stessa intensità di sentimento. Il tempo di Beatrice, oscura ispiratrice illuminata solo dal genio del poeta, è tramontato. E Margherita di Goethe parteciperà profondamente alla vicenda di Faust, l’eroe dell’eterna ricerca. Comunque, con Constant e con Madame de Staël siamo dinanzi alla prima coppia veramente moderna, che separa l’età antica dall’età nuova. Bisogna intendere l’opera di Constant e di Madame de Staël per penetrare lo spirito dell’ottocento: il liberalismo si fonde con il romanticismo, fuoco centrale: la vita dell’anima.
Ancora una volta dal tormento intimo, dalle passioni e dalla lotta sorge una nuova civiltà. Ciò che era stata polemica in Milton e cruda tragedia in Olympe de Gouges, finisce ora con il conquistare tutto l’uomo. La libertà di coscienza si contempera con la libertà del costume e con la libertà politica: la controparte della libertà è rappresentata dalla fedeltà a una ricerca ideale, che costituisce la grande e difficile missione storica di questa prima generazione di uomini e donne moderne che innestano la civiltà romantica nella società democratica.
È, infatti, il tempo della democrazia liberale.
Ma la società cammina per suo conto. Con la rivoluzione politica, si manifesta la rivoluzione economica. Si annuncia l’età della grande industria capitalistica. La democrazia politica, negli anni della rivoluzione, aveva virtualmente, non volendo e inconsapevolmente, iniziato l’emancipazione della donna. La rivoluzione industriale la piegava ora alla macchina: ma con ciò ne preparava il riscatto nel movimento operaio, nel nome del lavoro, cioè della libertà fatta carne, della libertà nel suo momento sintetico e universalistico. L’emancipazione femminile doveva completarsi nell’indipendenza economica e morale della donna. I socialisti utopistici, da Fourier, che è il primo a rivendicare come tale l’emancipation de la femme, a Proudhon, intuiscono l’intimo legame che corre tra l’evoluzione sociale e l’evoluzione femminile, tra il riscatto dell’operaio e il riscatto della donna. Se la borghesia era giunta al potere senza consapevolezza storica del suo sviluppo, la rivoluzione femminile e quella operaia, si incontravano proprio sotto il segno della coscienza storica e della volontà attuosa. Crollavano, intanto, gli ultimi residui dell’industria domestica che era stata il complemento della produzione artigiana. Con il crollo dell’artigianato, sostituito dalle manifatture, l’unità autarchica della casa era infranta: la figura della massaia, con il sorgere dell’industria tessile, delle lavanderie, delle macellerie e di mille altri pubblici servizi, impallidiva sempre più. La donna, neppure volendo, poteva conservarsi più oltre la costante tessitrice del mito di Penelope. Vi era ormai una ragione in meno per restare in casa e una in più per uscirne: la donna prende servizio nell’industria nascente. La troviamo subito nelle miniere e nelle manifatture tessili. La massaia diviene operaia. L’idillio rusticano e patriarcale si trasforma nell’inferno moderno dell’urbanesimo e del pauperismo. La lotta per la vita crea l’emancipazione femminile come fenomeno di massa. Procede, nonostante tutti, perché ormai tutto vuole che la donna si affermi. La lotta per l’esistenza si trasforma: la moltiplicazione dei servizi pubblici favorisce il celibato maschile e, quindi, la formazione di un esercito di donne senza famiglia, che entra nel ciclo produttivo, culturale, sociale, educativo.
Il movimento femminile corre così nel flusso stesso della moderna evoluzione sociale: ne è causa e conseguenza al tempo stesso. La famiglia si scioglie dagli antichi legami con la compagine patriarcale: la donna che lavora fuori della casa del marito e del padre diviene automaticamente pari all’uomo. Tra il potere sociale e il potere familiare si insinua il cuneo della rivoluzione femminile. D’ora in poi la conservazione cercherà di riportare la donna in casa, alla cucina, alla chiesa, alla culla, ma è definitivamente evasa dalla sua dolce ferrea prigione. Finora il diritto e la morale avevano sanzionato l’uguaglianza dei sessi nel talamo riconoscendo appena una realtà vecchia quanto Adamo ed Eva: ora l’uguaglianza dei sessi viene riconosciuta nella società. Dalla rivoluzione industriale la rivoluzione giuridica. Nel 1833,
La borghesia creava nella civiltà giuridica una mole imperitura che il proletariato doveva animare. L’operaio e la donna non appena i diritti dell’uomo erano stati iscritti alle soglie dell’era democratica, si erano impegnati a fondo per concretare in effettivi rapporti sociali la formula astratta della “legge uguale per tutti”. La lotta era, dunque, coincidente: Marx doveva sintetizzare le esigenze del socialismo utopistico e le esperienze critiche della rivoluzione industriale in una formula ancora viva e feconda:
“Si tratta di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.”
Daniela دانیلا Zini زینی
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