sabato, 27 giugno 2009
A una persona unica e speciale




L’identità complessa dell’Iran, che suscitò gli interrogativi di Montesquieu, spiega la storia monumentale di questo Paese, compresa quella di un XX secolo segnato dalla mondializzazione, il petrolio e quattro rivoluzioni (1).
Queste esperienze sono state saldate con échecs costosi per la popolazione.
L’Iran non ha, infatti, mai cessato di avere un regime dispotico, un’economia sottosviluppata, una cultura soffocata dalla censura e la sua indipendenza politica costantemente controllata dalle grandi potenze. Queste esperienze hanno, tuttavia, trasformato l’Iran povero ed emarginato dell’inizio del XX secolo.
Impadronendosi del potere per gestire un grande Paese, il clero dell’Islam sciita si assumeva il rischio di rinunciare alla sua posizione tradizionale di censore del potere, di garantire la sua legittimità e di subire le alee dell’azione politica. Questo episodio della storia dell’Islam ha contribuito ad alimentare l’idea di un’eccezione iraniana nel mondo musulmano e a ricordare, allo stesso tempo, il posto insostituibile dell’Islam nella identità iraniana. La gestione dello Stato e l’azione politica nel quotidiano hanno anche favorito la banalizzazione dell’Islam sciita rivoluzionario, il quale, restando arroccato a certi simboli, sembra, oggi, limitarsi a un neo-fondamentalismo più attento a una morale individuale che a ideali sociali e politici. La Repubblica Islamica non ha potuto – o non ha saputo – evitare di fare ricorso, per sopravvivere a capitali stranieri e, dunque, alla società occidentale, che non manca occasione di vilipendere. Al di là delle contraddizioni che emergono, questa situazione conferma, tuttavia, che l’Iran è entrato, anche in politica, in una fase post-islamica.
La frattura è evidente oggi in Iran. E quelli che sfidano il potere a Tehran non sono i nemici tradizionali della Repubblica Islamica, né i nostalgici del Regno dei Pahlavi, né i “terroristi” del movimento Mojahedin Khalq, ma i figli della Rivoluzione Islamica, che hanno svolto un ruolo rilevante nel rovesciamento del regime dello Shah, nel 1979: Mir Hosein Musavi, l’Ayatollah Ali Khamenei, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, Mehdi Karrubi, Mohammad Khatami e Hosein Ali Montazeri.
In verità, la contestazione all’interno dell’establishment politico-religioso iraniano non data da oggi. All’epoca delle Elezioni Presidenziali del 2005, vinte da Mahmud Ahmadinejad al secondo turno, il candidato Karrubi aveva denunciato che una rete di moschee, di pasdaran e di basij si era mobilitata illegalmente per sostenere Ahmadinejad. Karrubi era giunto, perfino, ad accusare Mojtaba Khamenei (secondogenito della Guida Suprema) di far parte dei cospiratori, la qualcosa gli aveva valso le rimostranze della Guida Suprema e il sostegno di Hashemi Rafsanjani.
Era chiara, già allora, la linea di frattura tra i riformisti e i conservatori, tra quelli che volevano far uscire l’Iran dal suo isolamento internazionale e quelli che diffidavano di ogni apertura all’occidente, in generale, e agli Stati Uniti, in particolare.
Oggi, questa frattura ha le connotazioni di quella che si può definire una vera scissione in seno all’establishment poiché la battaglia si è spostata nella strada e, tenuto conto delle centinaia di vittime (tra morti e feriti), la rottura sembra essersi consumata.
I più ottimisti in Iran avevano creduto che la Guida Suprema, Khamenei, nel discorso pronunciato lo scorso venerdì, avrebbe trovato le parole magiche per riconciliare tutti e ristabilire la pace civile. Ma il discorso era chiaro, netto e preciso. La Guida Suprema si era allineata su Ahmadinejad, che - aveva ribadito - aveva vinto le elezioni con più del 63% dei voti, che era il Presidente che il popolo aveva scelto, che i disordini dovevano cessare immediatamente e che quelli che avessero continuato a incitare la gente a scendere in strada si sarebbero assunti le conseguenze del sangue versato e del caos. La suspense non era durata a lungo. Meno di ventiquattro ore dopo il discorso di Khamenei e, a dispetto della rigida interdizione di raduni pubblici, migliaia di manifestanti avevano sfilato nel circuito tradizionale delle manifestazioni a Tehran, da piazza Enqelab (Rivoluzione, in persiano) a piazza Azadi (Libertà, in persiano).
Lo scontro con le forze dell’ordine era stato inevitabile e, ancora una volta, decine di vittime erano cadute.
Nella sola giornata di sabato, si è parlato di una decina di morti e di un centinaio di feriti.
Il braccio di ferro che si è impegnato tra i compagni d’armi iraniani, senza eccezioni, ha portato a una frattura irreversibile tra quelli che hanno operato, mano nella mano, al successo del cambiamento di regime. Nessuna rivoluzione è sfuggita a questa regola e ci si dovrebbe stupire, piuttosto, che l’accordo sia durato, almeno in apparenza, per tre decenni prima che la scissione esplodesse au grand jour.
Questo braccio di ferro gravita intorno a due convinzioni contraddittorie, quella del potere, che ritiene che le Elezioni Presidenziali siano state regolari e che la conta di 24 milioni di elettori, che hanno votato per Ahmadinejad, sia indiscutibile, e quella dell’opposizione, che rifiuta queste elezioni manipolate. Ma, al di là delle elezioni, e, indipendentemente dal fatto che siano manipolate o no, la realtà è che la società iraniana non è più coesa come prima contro i pericoli esterni. La dinamica che la attraversa, oggi, la rende trasparente e il mondo intero può vedere la linea di demarcazione che divide i due schieramenti, l’uno che ritiene che il pericolo per il Paese venga dall’esterno e l’altro che considera che questo pericolo venga piuttosto dall’interno, vale a dire dalla rigidità del potere, dalla sua propensione a discorsi “inutilmente provocatori” e dalla sua pratica politica che fa dell’Iran un Paese “paria” agli occhi delle grandi potenze mondiali.
I forti sospetti che gravano sui risultati delle Elezioni Presidenziali hanno bruscamente messo sotto i riflettori la nuova realtà dell’Iran, diviso tra un’opposizione sempre più ardita che spinge con tutte le sue forze verso il cambiamento, e un potere sempre più rigido, che utilizza le forze di polizia e militari per mantenere le cose in uno status quo.
A dispetto di certe similitudini con gli avvenimenti del 1978-79, che avevano rovesciato la dittatura dello Shah (manifestazioni violente, incendi di palazzi pubblici, manifestanti di notte sui tetti che gridavano “morte al dittatore” e “Allah è grande”), non si deve credere che il regime dei mollah sia pronto a crollare. A seguito di questi avvenimenti, ha, forse, perduto in credibilità e in legittimità agli occhi di milioni di iraniani, ma le strutture che lo difendono (polizia, esercito, basij, guardiani della rivoluzione) sono ancora abbastanza salde e compatte per accettare la sfida, posta dall’espansione della contestazione riformista. Ciò detto, non è del tutto sicuro che gli interventi dei leaders occidentali (Barak Obama e Angela Merkel in testa) siano tali da aiutare i contestatori nella loro lotta o a convincere il potere iraniano ad aprirsi a una negoziazione sul doppio piano interno e internazionale. Al contrario, questi interventi, considerati “un’ingerenza intollerabile” da Tehran, versano acqua al mulino dei conservatori che accusano i riformisti di essere “al soldo dei nemici dell’Iran”. Obama e Merkel sono sicuramente soggetti a pressioni politiche interne perché prendano posizione in favore dei manifestanti. Ma hanno un argomento di non poco peso per giustificare la non-ingerenza: evitare di intralciare i leaders riformisti con un sostegno imbarazzante, che rischierebbe di causare loro più danni che benefici e dare un buon motivo al potere iraniano per irrigidirsi ulteriormente.
Gli intellettuali che hanno partecipato alla rivoluzione del 1979 ricercavano la democrazia, la giustizia sociale come pure l’identità perduta di un Iran che aveva troppo trascurato la sua cultura popolare.
Tutti sanno che la Rivoluzione Francese, Napoleone, il Radicalismo, il Socialismo, Clemenceau, perfino Stalin, hanno iniziato a sinistra nella contestazione per finire a destra, con monotona regolarità, nel culto dell’autorità e spesso dell’oppressione.

“Per la tolleranza”

dice mio nonno,

“vi sono delle case apposite.”




(1)
Gli storici riservano questo appellativo a quelle del 1906 e del 1979, ma la nazionalizzazione del petrolio da parte di Mossadeq e la Rivoluzione Bianca dello Shah e del popolo del 1963 furono delle vere rivoluzioni.




Daniela دانیلا Zini زینی
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postato da: Firouzeh alle ore giugno 27, 2009 07:53 | Permalink | commenti (1)
categoria:iran, islam, rivoluzione islamica, daniela zini
sabato, 27 giugno 2009

A una persona unica e speciale

 

 

 

 

Gli anni 1950, che, in tutto il mondo occidentale, segnarono un notevole risveglio economico e civile, videro l’Italia impegnata in un duro sforzo di ascesa politica, volto ad assumere un ruolo di maggiore importanza all’interno del proprio schieramento. La sua voglia di crescere, però, sembrava destinata a scontrarsi ancora per lungo tempo contro la scarsa considerazione degli alleati occidentali.

Vincolata ancora strettamente ai sussidi degli Stati Uniti, l’Italia vedeva, da qualche anno, decollare i propri progetti economici e poteva iniziare a volgere i propri interessi verso nuove fonti produttive e nuovi mercati, ma all’interno del blocco occidentale la sua posizione rimaneva di secondo piano. Al momento della costituzione delle Nazioni Unite, il Presidente Truman aveva espresso le sue convinzioni sul fatto che “fosse più saggio non avere l’Italia tra i membri originari dell’alleanza e possibilmente di non averla neppure in futuro”.  Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, mantenevano nei confronti dell’Italia ancora quell’atteggiamento di diffidenza e di disistima, che la fine del fascismo e l’esito del secondo conflitto mondiale non avevano spazzato via.

I nuovi orizzonti economici dell’Italia divennero quelli che, geograficamente, lo erano da sempre: i paesi bagnati dal Mediterraneo in terra orientale. Il Medio Oriente ricco di petrolio era già considerato territorio di conquista e punto di equilibrio da parte delle maggiori potenze orientali. Vincolati da patti con l’occidente e con i paesi comunisti, che ne tutelavano il progresso compromettendone l’indipendenza, i paesi asiatici intrattenevano, invece, con l’Italia rapporti dapprima meno proficui, ma senz’altro più amichevoli, in virtù del neutralismo dai trattati, cui la non considerazione di Gran Bretagna e Francia avevano in un certo senso costretto il nostro paese.

Nell’ambito di una discussione al Ministero degli Affari Esteri sugli orientamenti da adottare nella politica mediterranea, già, nel 1952, si metteva in rilievo la posizione di privilegio, che, suo malgrado, l’Italia stava assumendo in Medio Oriente, che, a tutti i costi, bisognava sfruttare “per sviluppare al massimo i nostri traffici con quei paesi. Cercare di comperarvi il più possibile …, offrire dei crediti …, creare delle piccole industrie per cui non hanno i capitali pronti: dar loro qualche operaio specializzato …, ma non parlare di politica”.

Analoghe riflessioni sulla necessità di mantenere un proprio ruolo in Medio Oriente autonomo dalle direttive dei maggiori paesi occidentali, che tentavano pur sempre di restaurare la propria egemonia coloniale, venivano da Vittorio Zoppi, allora Segretario Generale al Ministero degli Affari Esteri:

 

“Oggi non è più possibile organizzare la difesa del Medio Oriente senza curarsi di quegli Stati che sono il Medio Oriente … In altri termini, quello che chiediamo è che si difenda il Medio Oriente, d’accordo con gli arabi, mentre con le tesi inglesi si potrebbe anche giungere all’eventualità di dover invadere il Medio Oriente per poterlo difendere …”

 

In effetti, il destino economico dell’Italia, nel corso dei primi anni 1950, era stato vincolato sempre più strettamente alla possibilità di transito per Suez a costi sostenuti. L’importazione di petrolio dei paesi arabi, destinato alle raffinerie italiane, e l’esportazione di merci nel Mediterraneo, erano permesse soltanto attraverso le acque egiziane, in cui la libertà di transito, fino alla loro nazionalizzazione, era garantita ai paesi occidentali da dazi poco onerosi.

 

“Nel 1955”,

 

registrava il Corriere della Sera nell’agosto del 1956,

 

“abbiamo importato per un totale di 16,9 milioni di tonnellate di oli greggi di petrolio, di cui 4,6 dall’Arabia Saudita, 7,3 dall’Iraq, 3,6 da altri paesi dell’Arabia, e solo lo 0,6 dal Venezuela. Anche tenendo conto di altre modeste importazioni di prodotti petroliferi grezzi e lavorati, nonché di quelli che arrivano con gli oleodotti, si può ben affermare che il totale del nostro approvvigionamento per questa essenziale fonte energetica passa attraverso il canale di Suez.”

 

Il Ministro degli Affari Esteri Martino, nel dibattito alla Camera dei Deputati del 3 ottobre, forniva i dati esatti del commercio italiano legato al canale egiziano, le cui sorti davano ormai adito a crescente preoccupazione:

 

“L’importazione di merci in Italia attraverso il canale di Suez è pari a un quarto di tutta la nostra importazione. Quanto all’esportazione di prodotti italiani attraverso il canale, essa pure è cospicua: nel 1955 ha superato i 100 miliardi di lire. E si tratta di un’esportazione la quale in tanto può avvenire in quanto i noli restino invariati: se questi dovessero aumentare non sappiamo quali sarebbero le conseguenze su alcuni mercati orientali.”

 

Il prezzo dei noli, tutelato fino allora dall’amministrazione inglese, non era variato, in realtà, nel periodo successivo alla nazionalizzazione del canale, ma certamente le tensioni tra Nasser e le potenze occidentali non facevano sperare un futuro roseo per le modalità di transito attraverso il Mediterraneo. Una crisi avrebbe evidentemente provocato la chiusura del canale, evento che, per l’Italia, avrebbe significato un duro arresto della propria economia.

Martino alla Camera manifestò appunto le sue preoccupazioni:

 

“È noto che in Italia esiste il 24% delle raffinerie di tutta l’Europa: ebbene esse possono lavorare a condizione che il petrolio arrivi regolarmente per la via del canale e che il prezzo non sia elevato. Qualora questo aumentasse, o il petrolio dovesse entrare nel Mediterraneo dalla parte di Gibilterra, le possibilità di lavoro diminuirebbero e si verificherebbe … una diminuzione di assorbimento di mano d’opera in questo settore.”

 

Il problema più grave, infatti, per l’Italia, era di non avere alternative fonti di approvvigionamento del petrolio, per raggiungere le quali, altre vie, rispetto a quella di Suez, sarebbero risultate troppo costose:

 

“Se le navi che transitano attualmente per il Canale di Suez”,

 

 ipotizzava il Corriere della Sera in agosto,

 

“dovessero fare il giro del Capo di Buona Speranza, ne deriverebbe un rialzo sensibile dei noli, tanto più che la flotta delle cisterne si trova impreparata ad affrontare tale compito, nonostante che la tendenza sia di aumentare continuamente la capacità …”

 

L’aumento del prezzo del greggio e la drastica riduzione dei commerci con il Medio Oriente, dunque, sembravano dover colpire l’Italia in misura maggiore rispetto alle altre nazioni europee, che comunque gestivano mercati diversificati.

L’Italia ha, sempre, preferito rimanere al di fuori dei conflitti di interessi che le grandi potenze occidentali si sono trovate a dover affrontare in Medio Oriente. Così era stato anche in occasione di altre crisi nel Mediterraneo, durante le quali l’Italia non aveva mai abbandonato il suo atteggiamento neutrale e ambiguo, tanto intollerabile agli occhi degli alleati europei, per i quali la politica italiana non era altro che un mero riflesso di quella statunitense.

Qualche anno prima della crisi egiziana, in quella che fu considerata il suo precedente più illustre, vale a dire la crisi in Iran, Londra aveva invitato i paesi atlantici, e l’Italia, a mostrare verso il sovvertitore Mossadeq la sua stessa intransigenza.

L’Italia, in quel periodo, intraprendeva i suoi primi rapporti commerciali con l’Iran, e tramite il suo Presidente del Consiglio, De Gasperi, aveva manifestato la sua “simpatia per le aspirazioni dei popoli d’Oriente a migliorare le proprie condizioni di vita”, affermazione che ufficializzava i buoni rapporti dell’Italia con l’Iran. L’eventuale indipendenza dagli inglesi lasciava ben sperare sulla possibilità di maggiori infiltrazioni italiane in Iran e, quindi, non andava fortemente ostacolata, ma la stima da parte inglese era del tutto compromessa.

Il Governo di Roma aveva accettato l’embargo all’Iran decretato dalla Gran Bretagna, ma contemporaneamente aveva deciso di non interrompere le relazioni con il Governo di Teheran.

L’AGIP, seppure con le dovute cautele diplomatiche nei riguardi della Gran Bretagna, aveva iniziato a interessarsi dell’Iran, nel 1951, e l’ENI di Mattei perseguiva con buoni risultati la propria espansione nei territori iraniani, pur non mostrando mai la propria approvazione per il processo di nazionalizzazione che là si andava svolgendo.

Inoltre, l’Italia traeva indirettamente profitto dalla crisi iraniana, perché la propria industria veniva a coprire gran parte del fabbisogno dei mercati, sguarniti dopo la chiusura della gigantesca raffineria di Abadan, che aveva da sola una capacità doppia di tutti gli impianti italiani messi insieme. Nel 1951, il commercio estero con il mondo arabo equivaleva al 7% degli scambi totali dell’Italia. Prendere posizione a favore della Gran Bretagna sarebbe risultato, dunque, molto pericoloso, e l’Italia aveva agito, in quell’occasione, con cautela mal sopportata dagli inglesi.

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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postato da: Firouzeh alle ore giugno 27, 2009 07:48 | Permalink | commenti
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