a una persona unica e speciale
Alla dichiarazione della Seconda Guerra Mondiale
Dopo la firma del patto di non aggressione russo-tedesco (1940), si aprono a Berlino trattative segrete tra Mosca e le forze dell’Asse, per studiare la possibilità di un patto quadripartito. Stalin cerca di guadagnare tempo, ma nel corso dei colloqui, il 27 novembre 1940, il suo rappresentante presenta una nota in cui si chiede che “la regione situata a sud di Batum e Baku, in direzione del Golfo Persico, venga riconosciuta come il centro delle aspirazioni territoriali dell’Unione Sovietica”.
Come Pietro il Grande, anche Stalin rivendica gran parte della Persia che, nel
Il 25 agosto, le truppe alleate sbarcano nel Golfo Persico e marciano sulla capitale.
Il 15 settembre, Reza shah abdica in favore del figlio ventiduenne, Mohammad Reza Pahlavi.
Le potenze alleate impongono al giovane sovrano un trattato anglo-russo-iraniano, che prevede l’utilizzazione da parte dei nemici dell’Asse di tutte le vie di comunicazione del paese e naturalmente del petrolio.
In questo modo è posta la prima pietra del “ponte della vittoria”, sul quale passano più di 5 milioni di tonnellate di materiale bellico diretto in URSS, soprattutto grazie alla grande linea ferroviaria transiraniana, un’opera gigantesca che unisce il Golfo Persico al Mar Caspio, costruita dal vecchio shah defenestrato.
Nell’agosto del 1942, ventimila soldati americani si assumono l’esecuzione delle operazioni: inizia una lotta accanita tra spie naziste e servizi segreti russi e alleati. Con l’aiuto del generale Fazlollah Zahedi, che ritroveremo più tardi, l’agente tedesco Mayr tenta di organizzare una rivolta tra le tribù meridionali, ma le speranze hitleriane di mettere piede in Medio Oriente falliscono miseramente.
Nel 1943, l’Iran dichiara guerra alla Germania.
A Tehran, tra il 28 novembre e il 1° dicembre 1943, si tiene una delle più importanti conferenze del secondo conflitto mondiale. Alla fine dell’incontro Churchill, Roosevelt e Stalin riconoscono il grande contributo persiano contro il nazismo, un contributo reso possibile, per somma ironia, dalle opere stradali e ferroviarie compiute dallo shah esiliato perché troppo amico dei tedeschi.
Il conflitto per il petrolio inizia dieci anni dopo l’ascesa al trono del giovane shah.
Nel 1951, il 2 maggio, il sovrano promulga una legge presentata da Mossadeq e approvata, il 30 aprile, dal majlis (camera bassa del parlamento di Tehran). Il testo prevede la nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) e l’abolizione di tutti i privilegi della compagnia inglese.
In poche ore, l’Iran si vendica di quarant’anni di umiliazioni, durante i quali i funzionari della compagnia hanno dettato legge e condizionato lo sviluppo economico e sociale di un paese affamato.
Amabili e raffinati, gli iraniani sono travolti dall’entusiasmo.
Il generale Razmara, primo ministro, osa appena presentare le controproposte britanniche in Parlamento. Finisce assassinato e il suo successore, dopo un breve interregno, è Mossadeq, nipote di Mozaffar al-Din shah e leader del movimento nazionalista, spentosi, il 5 marzo
La compagnia appena nazionalizzata è, in realtà, su un piano politico, l’emanazione diretta del governo di Londra.
L’Anglo-Persian Oil Company (APOC), poi trasformatasi in Anglo-Iranian, fondata, nel 1909, per sfruttare le scoperte di petrolio del gruppo Arcy, era stata acquistata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale dal governo britannico, in seguito alle insistenze di Winston Churchill, allora Primo Lord del Mare, per motivi puramente strategici: vale a dire, per assicurare il rifornimento in carburante della più grande flotta del mondo. Due amministratori, con diritto di veto, rappresentavano il governo e partecipavano alle riunioni del consiglio di amministrazione, disinteressandosi di tutti i problemi commerciali, ma imponendo le loro decisioni politiche: in sostanza assicuravano il legame tra la politica imperiale britannica e la politica petrolifera.
Si può, quindi, immaginare la violenta reazione di Londra alla decisione del parlamento di Tehran.
Alternando le offerte di un negoziato con le minacce, più o meno velate di un intervento militare, il governo britannico si accorge ben presto di non potere più controllare la situazione esplosiva. La ritirata imperiale è iniziata da tempo. I giornali di Fleet Street pubblicano, con triste ironia, il leone britannico sdentato e senza unghie.
Mancano ancora quattro anni alla conferenza di Bandung, la grande assemblea dei popoli diseredati che insorgono contro quelli ricchi, ma non è più possibile applicare la politica delle corazzate con troppa sfrontatezza.
Appoggiato dal Tudeh, abilissimo nel riempire le piazze, Mossadeq tiene testa al governo inglese, ma si scontra, ben presto, con interessi troppo robusti.
In luglio, accetta la mediazione americana e, in agosto, le raffinerie di Abadan si fermano. Funzionari e tecnici inglesi lasciano il paese.
L’AIOC arresta la produzione.
Gli iraniani possono far funzionare i grandi alambicchi del petrolio, ma nessuno osa acquistare il minerale raffinato.
Alla fine del 1952 Londra e Tehran rompono i rapporti diplomatici.
E nel marzo dell’anno successivo, per la seconda volta, Mossadeq respinge le proposte anglo-americane.
Nel frattempo la situazione economica del paese si è deteriorata. La produzione petrolifera è precipitata da 32 milioni di tonnellate a un milione.
Nel giugno del 1953, Mossadeq si rivolge al presidente Eisenhower per chiedere un aiuto economico.
La risposta è dura:
“Dovete risolvere il conflitto con
Il vecchio uomo in pigiama si rivolge all’Unione Sovietica e subito ottiene grandi promesse. Sono gli anni della guerra fredda.
Gli Stati Uniti decidono di farla finita con Mossadeq, giudicato, ormai “irrecuperabile”.
Si è scritto molto sull’azione della CIA, in quelle settimane calde del 1953.
La stampa inglese accusava apertamente gli americani di essersi inseriti nel conflitto non soltanto per ragioni politiche.
E, il 13 agosto, lo shah destituiva Mossadeq e nominava, al suo posto, Zahedi, il generale, che, durante la guerra, aveva collaborato con gli agenti nazisti.
Alla notizia della partenza di Mossadeq, la capitale esplodeva: le piazze si riempivano di una folla furibonda, il nuovo primo ministro doveva rifugiarsi in un’ambasciata amica e il sovrano fuggire a Roma con Soraya. Ma l’esercito lealista entrava in azione e, in poche ore, riportava sul trono lo shah e al palazzo del governo Zahedi.
Il 5 dicembre veniva riaperta l’ambasciata britannica.
Iniziarono i negoziati per la creazione di un consorzio internazionale del petrolio che avrebbe fruttato agli americani, dopo i loro buoni uffici, il 40% della produzione.
Mossadeq non era riuscito ad arrivare fini in fondo con la sua azione di rottura dei monopoli internazionali, ma qualche breccia si era aperta.
Se ho fatto questo rapido balzo indietro nella storia dell’Iran è perché è impossibile capire quanto accade oggi, senza volgere lo sguardo a quel passato recente.
Daniela Zini
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