lunedì, 07 settembre 2009

"Seven men in Wall Street now control a great share of the fundamental industry and resources of the United States. Three of the seven men, J. P. Morgan, James J. Hill, and George F. Baker, head of the First National Bank of New York belong to the so-called Morgan group; four of them, John D. and William Rockefeller, James Stillman, head of the National City Bank, and Jacob H. Schiff of the private banking firm of Kuhn, Loeb Company, to the so-called Standard Oil City Bank group... the central machine of capital extends its control over the United States... The process is not only economically logical; it is now practically automatic."(32)

(32) John Moody, "The Seven Men", McClure’s Magazine, August, 1911, p. 418

Secrets of the Federal Reserve

by Eustace Mullins

Bankers Research Institute, 1983, paperback

 

 

I quattro decenni che seguirono il 1860 videro gli Stati Uniti espandersi vertiginosamente, sia nell’elaborazione della ricchezza sia nell’incremento dei prodotti e delle comunicazioni. Le 30.000 miglia di strada ferrata esistenti, nel 1860, divennero 193.000, nel 1900. Sorsero centinaia di piccole fabbriche di manufatti leggeri, mentre quadruplicarono la loro capacità produttiva quelle di cotone.

Alla fine del secolo gli Stati Uniti erano in grado di produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio, l’anno, piazzandosi in testa alla produzione mondiale. Le miniere di carbone portarono il fatturato annuo da 14 milioni di tonnellate a 257  milioni di tonnellate. E le miniere di rame, zinco, ferro e petrolio le seguirono subito da vicino.

La produzione industriale aveva richiamato l’emigrazione e promosso quella agricola. La produzione del grano e del granturco era quadruplicata e la stessa coltivazione della terra brada era stata incrementata con il potenziamento dei contadini, della manodopera e delle fattorie per l’allevamento del bestiame. I contadini avevano investito qualcosa come 1.984.000.000 di dollari.

Gli immigrati europei si erano riversati nelle campagne e nelle città in cerca di lavoro.

Iniziato prima della fine della Guerra Civile, il flusso di immigrati lievitò, nel solo 1882, a 700.000, per stabilizzarsi sui 400.000 ogni anno. In tutto, nel decennio successivo al 1860, entrarono negli Stati Uniti 13 milioni di europei. Il boom dell’emigrazione portò il numero della popolazione americana da 31 milioni a più di 74 milioni, nel 1900. L’Irlanda, l’Inghilterra, la Germania e i paesi scandinavi riversarono circa 3 milioni di individui; e, verso la fine del secolo, gli immigrati italiani raggiunsero il numero di 100.000 l’anno. Altrettanti contingenti provennero dall’Austria e dalla Russia. Molti si riversarono nelle miniere di rame, di ferro e di carbone, altri in quelle di petrolio o nella costruzione delle ferrovie, altri ancora andarono a Braddock, in Pennsylvania, o  a Pullman,  in Illinois, dove erano fiorite le industrie pesanti. Gli uomini si muovevano liberamente dalla campagna alla città, da un pozzo di petrolio alla costruzione di un grattacielo. Il costo della manodopera era basso, ve ne era in abbondanza, e anche il costo della vita era relativamente basso.

È evidente che anche il capitale si muovesse liberamente e con rapidità. Migliaia di persone vennero spronate ad acquistare azioni, perché il guadagno era sicuro e rapido.

Le banche lievitarono da 1.500 a 10.300 e crearono il credito. Gli Astor, che avevano fatto fortuna commerciando in pellicce, si lanciarono nell’acquisto di aree fabbricabili a New York City, investendo il surplus nelle ferrovie. I Bramini di Boston, quali H. S. Russell, Henry Lee Higginson (1834-1919) e Quincy Adams Shaw (1825-1908), investirono i loro soldi nelle miniere di rame del Michigan. La speculazione riposava sulla manodopera e sull’immediato reinvestimento dell’utile. Questi investimenti, infine, mutarono il mercante di successo in banchiere.

Jay Cooke (1821-1905), che iniziò come semplice magazziniere in una piccola città dell’Ohio, era banchiere a Philadelphia, nel 1860. Durante la Guerra Civile fu il primo a distribuire buoni del tesoro dell’Unione.

August Belmont (1813-1890), venne in America come agente dei Rothschild, mentre Abraham Kuhn (1838-1900) e Solomon Loeb (1828-1903)  trafficarono con la Germania e John Pierpont Morgan (1837 1913)  (1) con l’Inghilterra. Cornelius Vanderbilt (1794-1877) è e James Jerome Hill (1838-1916), che fecero i primi soldi con le ferrovie, compresero che i grandi nodi ferroviari portavano più soldi dell’allora piccola autostrada; così pure John Davison Rockefeller (1839-1937), con il petrolio, e Andrei Carnegie (1835-1919), con l’acciaio, compresero la grande necessità della integrazione delle imprese, dell’unità tra pozzo petrolifero, condutture sotterranee e raffinerie, e tra miniera, fornace e impianti di fabbricazione.

Jay Gould (1836-1892) era figlio di un povero contadino dello Stato di New York. Aveva ventiquattro anni quando andò a New York, nel 1860, l’anno dell’elezione di Lincoln a Presidente. Prese ad acquistare azioni delle ferrovie. Nel 1872, possedeva già 10 milioni di dollari. Alla fine del secolo la sua sostanza era triplicata.

Era l’epoca in cui il capitale, in cerca di altro capitale, dava inizio alle corporazioni mastodontiche che avrebbero personificato, per moltissimi anni a venire, il capitalismo americano. Questi uomini spiegavano il loro successo con parole tipo “ordine”, “efficienza”, “dovere”. Ma, in verità, erano soltanto assetati di potere. Presero a compiacere la propria vanità, fregiandosi  di titoli come barone, re, capitano di industria, corsaro.  

È da questo potere economico, lussuoso fino all’insulto, che nacque l’altra forza americana, l’organizzazione operaia, che si radicò nella pretesa populista e rese potente l’American Federation of Labor. L’economista Henry George (1839–1897) aveva scritto, in quegli anni, che la nascita della grande ricchezza aveva prodotto, per contrasto, una grandissima povertà, dilatando sempre più la distanza creatasi “tra coloro che avevano trovato sempre più difficile e duro vivere la vita”.

Nel 1893, Paul Bourget (1852–1935) visita l’America e, nel 1895, pubblica un libro di impressioni dal titolo Outre-Mer. Gli operai e gli immigrati europei, scrive, avevano “visi scavati dalla fame” e “spalle piegate dalla consunzione. Le ragazze di quindici anni sembravano vecchie di ottanta anni, che, in tutta la loro vita, non avessero mai mangiato un boccone di pane”.

 

E visitando la Bowery, il quartiere italiano:

 

“Ho trovato una stanza per dormire a pianterreno, minuscola come la cabina di un battello, nella quale otto persone, uomini e donne, erano curve sul loro lavoro, in un’atmosfera fetida che una stufa di ferro rendeva ancora più soffocante, e in quale condizione di sporcizia!”

 

Nei due mesi del suo viaggio americano Giuseppe Giacosa (1847–1906) ha l’opportunità di visitare luoghi e conoscere costumi che non mancherà di descrivere, dapprima, in articoli e, poi, nel volume  Impressioni d’America (1898). Percorrendo i quartieri poveri di Chicago annota:

 

“Centinaia di operai si muovono in questi quartieri, ognuno di essi inchiodato a un lavoro preciso e sottoposto a un penoso e ininterrotto lavoro. Questi sfortunati non hanno né la forza né il corpo di esseri umani. Le loro figure sono contratte da un disgusto supremo e irritate da un’intossicazione del sangue.”

 

E ancora:

 

“È impossibile descrivere il fango, il sudicio e lo sporco, la grande umidità, la nausea, il disordine di quelle strade abitate da italiani. La gente vive sulle strade da un negozio all’altro, mentre l’interno delle loro case è peggiore della strada fuori.”

 

E Robert Hunter (1874-1942), anche lui dipingendo i quartieri di Chicago, scrive:

 

“Una mattina fui svegliato da un monotono tramestio di stivali chiodati sulle tavole dei marciapiedi: sfilava sotto la mia finestra la processione dei lavoratori diretti alla fabbrica. Uomini accigliati e curvi, donne stanche e ansiose, bambine spettinate e vestite troppo leggermente, ragazzi gracili e senza gioia: tutti passavano senza pronunciare una parola, mezzi addormentati, camminando frettolosamente verso la grande fabbrica. Centinaia di altri, evidentemente ancora più affamati e miserabili erano in attesa davanti a un cancello chiuso, finché sulla soglia apparve un uomo dalla barba rossa e ne scelse ventitre tra quelli che apparivano più robusti e sani.”

 

Karl Marx (1818–1883) non si era ancora fatto vivo in America all’epoca in cui la signora Belmont si preoccupava della sua ferrovia in miniatura e i minatori morivano nelle fornaci della Pennsylvania, come appunto aveva visto, tra il 1903 e il 1906, l’ecclesiastico ungherese Péter Vay de Vaya (1863-1948), il quale descrisse le sue osservazioni nel libro, Nach Amerika in einem auswandererschiffe. Das innere leben der Vereinigten Staaten (1908). Esisteva, invece, una specie di qualunquismo amaro che, in forma caramellosa e falsamente savia, veniva propagandato da romanzieri popolari del tipo Horatio Alger (1832-1899).

Alger è un altro mito dell’America e uno dei maggiori responsabili della creazione del mito capitalistico americano. I suoi eroi sono tutti poveri all’inizio, ma tutti arrivano alla grande ricchezza.

Quali virtù speciali avevano questi poveri per arrivare a diventare dei Carnegie o dei Rockefeller?

È lo stesso Alger a rivelarlo:

 

“Occorre obbedienza, disciplina, fede, coraggio, bontà, morigeratezza.”

 

È evidente che anche il grande John Davison Rockefeller (1839-1937) lesse il romanzo Andy Grant’s Pluck, perché anche lui, come l’eroe di Alger, da povero diventò ricco, tanto che quando gli chiesero come avesse fatto a diventare così spropositatamente ricco rispose, proprio con una frase di Alger:

 

“Risparmiando il centesimo.”

 

Il Capitale non aveva ancora fatto la sua apparizione in America per contrastare il capitalismo con un nuovo sistema sociale, tuttavia, scrive James Lane Allen (1849-1925), quando Edwin Markham (1852-1940) pubblicò, nel 1899, la sua lirica The Man with the Hoe (L’Uomo con la Zappa), anche coloro che avevano avuto rari e superficiali contatti con il mondo della miseria, intuirono vagamente che il poeta aveva scritto qualcosa di veramente rivelatorio e rivoluzionario.

 

 “In quei versi”,

 

scrive Allen,

 

“scritti da Markham, sotto l’impressione del famoso quadro dello zappatore attribuito a Jean-François Millet (1814-1875), vedevano rappresentati i malanni che l’industrializzazione e l’industrialismo recavano all’uomo comune e che, un giorno, forse, avrebbero recato a loro stessi se non si fosse riusciti ad arrestare e a deviare le forze che opravano nella società.”

 

The man with the Hoe

 

Bowed by the weight of centuries he leans

Upon his hoe and gazes on the ground,

The emptiness of ages in his face,

And on his back the burden of the world.

Who made him dead to rapture and despair,

A thing that grieves not and that never hopes.

Stolid and stunned, a brother to the ox?

Who loosened and let down this brutal jaw?

Whose was the hand that slanted back this brow?

Whose breath blew out the light within this brain?

Is this the Thing the Lord God made and gave

To have dominion over sea and land;

To trace the stars and search the heavens for power;

To feel the passion of Eternity?

Is this the Dream He dreamed who shaped the suns

And marked their ways upon the ancient deep?

Down all the stretch of Hell to its last gulf

There is no shape more terrible than this —

More tongued with censure of the world's blind greed —

More filled with signs and portents for the soul —

More fraught with menace to the universe.

What gulfs between him and the seraphim!

Slave of the wheel of labor, what to him

Are Plato and the swing of Pleiades?

What the long reaches of the peaks of song,

The rift of dawn, the reddening of the rose?

Through this dread shape the suffering ages look;

Time's tragedy is in the aching stoop;

Through this dread shape humanity betrayed,

Plundered, profaned, and disinherited,

Cries protest to the Powers that made the world.

A protest that is also a prophecy.

O masters, lords and rulers in all lands,

Is this the handiwork you give to God,

This monstrous thing distorted and soul-quenched?

How will you ever straighten up this shape;

Touch it again with immortality;

Give back the upward looking and the light;

Rebuild in it the music and the dream,

Make right the immemorial infamies,

Perfidious wrongs, immedicable woes?

O masters, lords and rulers in all lands

How will the Future reckon with this Man?

How answer his brute question in that hour

When whirlwinds of rebellion shake all shores?

How will it be with kingdoms and with kings —

With those who shaped him to the thing he is —

When this dumb Terror shall rise to judge the world.

After the silence of the centuries?

 

Markham vedeva nello zappatore un uomo con:

 

Il vuoto dei secoli sul volto

E sulle spalle il fardello del mondo.

 

E si domandava:

 

Chi ha colpito e abbattuto questa mascella bestiale?

 

Quindi, commentava:

 

Non vi è forza più terribile di questa,

Più carica di accuse per la cieca cupidigia dell’uomo,

Più calma di segni e di portenti per l’anima,

Più greve di pericoli per l’universo intero.

 

E, infine, concludeva:

 

O padroni, signori o reggitori di tutti i paesi,

Che cosa farà di quest’uomo il futuro?

Come risponderà alla sua bruta domanda dell’ora

Quando i vortici della rivolta scuotono tutte le cose?

Che sarà allora dei re e dei reami

Di coloro che l’hanno foggiato come ora egli è

Quando questo muto Terrore si leverà a giudicare il mondo,

Dopo il silenzio dei secoli?

 

I versi di Edwin Markham, scritti esattamente centoventi anni fa, sostituirono, in un certo senso le teorie di Karl Marx negli Stati Uniti, ovviamente alla maniera americana.

I “vortici della rivolta” si sollevarono, ma non abolirono la costituzione né il capitale, e il “muto Terrore” fece valere i suoi diritti e la sua rabbia e si organizzò. Il capitalismo della fine e dell’inizio del secolo non fu, ovviamente, rovesciato –  ma ridimensionato, sì.

Peter A. Demens (Pyotr Alexeyevitch Dementyev 1850-1919) (3), ufficiale della guardia imperiale russa, emigrato, nel maggio del 1881, negli Stati Uniti all’età di trentuno anni, nel suo libro Sketches of the North American United States, pubblicato nel 1895 con lo pseudonimo di Tverskoy, riferisce che le unioni sindacali erano già in rigoglio verso la metà del 1800 e, nel 1866, in un congresso nazionale delle organizzazioni, a Baltimora, cercarono di unirsi per stabilire una maggiore forza di fronte ai datori di lavoro. Nel 1869, si costituì la società sindacale dei Knights of Labor e, nel 1866, l’American Federation of Labor, che sarebbe divenuta assai potente.

Nel suo The Americans: a New History of the People of the United Sates, Oscar Handlin (1915) riferisce che le organizzazioni sindacali dei lavoratori, da mezzo milione che erano nel 1929, salirono a circa 9 milioni, nel decennio successivo.

Le unioni sorsero in America per il gran bisogno che esisteva all’epoca, e tuttora esiste, di una giustizia sociale. Ma più tardi molti crimini, molta violenza, vennero commessi proprio in seno alle unioni.

 

 

 

 

Note:

 

(1)    Nelll’estate del 1904, esplodeva il caso Ascoli Cope: l’inestimabile piviale di papa Niccolò IV, donato dallo stesso papa alla sua città, nel 1288, era stato trafugato dal tesoro della Cattedrale di Ascoli ed era finito nella collezione del banchiere americano John Pierpont Morgan, che dichiarò di aver acquistato regolarmente il piviale, a Parigi per 325.000 franchi. John Pierpont Morgan si atteggiò a vittima inconsapevole, ma, di fronte al montare del caso, saggiamente capitolò: nel novembre del 1904, l’ambasciatore italiano a Londra prendeva in consegna il piviale che, nel maggio del 1905, arrivava a Roma.

(2)   Giacosa morì nel 1906. Il suo libro di memorie americane venne pubblicato postumo, nel 1908, con il titolo di Impressioni d’America.

(3)   S. Petersburg fu fondata da John C. Williams di Detroit (Michigan), che aveva acquistato il terreno, nel 1876, e da Peter Demens che era stato essenziale per il completamento della ferrovia, nel 1888. La città fu incorporata, il 29 febbraio 1892, quando aveva una popolazione di sole 300 anime. Il suo nome deriva chiaramente da San Pietroburgo, dove Peter Demens aveva trascorso gran parte della sua gioventù. Una leggenda locale vuole che i due co-fondatori abbiano lanciato una monetina per stabilire a chi dei due spettasse l'assegnazione del nome alla città. Vinse Demens che la chiamò come la sua città natale, mentre Williams fece atrettanto con il primo albergo della città, il Detroit Hotel.

 

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore settembre 07, 2009 12:04 | Permalink | commenti
categoria:america, europa, immigrazione, daniela zini
giovedì, 03 settembre 2009

I meridionali, i lombardi, i veneti, i piemontesi, avi di coloro che, oggi, formano negli Usa una colonia di oltre 12 milioni di persone, venivano avviati in squallidi abituri periferici, ove costituivano delle isole e ove continuavano a vivere nella condizione di “dagos”, termine spregiativo con cui gli americani chiamavano gli immigrati di origine latina.

 

 

Con l’unità d’Italia il Mezzogiorno fa un inaspettato, ulteriore passo indietro verso il silenzio e l’immobilismo sociale. Dopo il 1880, la depressione agricola blocca il Mezzogiorno proprio nel momento in cui il nord industriale inizia la sua rapida ascesa grazie anche alla protezione delle tariffe doganali. Il prezzo del grano, sceso a 22 lire al quintale, nel 1888, precipita a 13, 5, nel 1894. L’allora Ministro del Tesoro Sidney Sonnino sceglie proprio quel momento per aumentare il dazio sul grano e portare il prezzo del sale da 35 a 40 centesimi il chilogrammo. Nel sud, prevalentemente agricolo, ciò va a detrimento sia dei proprietari sia dei contadini, e per questi la terra nativa diventa ancora più inospitale. Nei paesi del sole a picco e delle donne in nero, per i poveri la vita si fa impossibile; per sopravvivere molti scelgono la strada dell’emigrazione in America.

E mare, mare, mare.

In condizioni quasi sempre bestiali i nostri vengono avviati verso il nuovo mondo, stipati su navi antiquate, senza acqua, senza conforti.

Racconta Edmondo De Amicis (1):

 

“E il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d’aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane, e da far spavento a pensare che cosa sarebbe seguito se fosse scoppiata a bordo una malattia contagiosa. Eppure, ci dicevano, non v’eran più passeggeri di quanti la legge consente che s’imbarchino in relazione con lo spazio. Eh! Che m’importa, se no si respira! Ha torto la legge. Essa permette che si occupi sui piroscafi italiani uno spazio maggiore quasi d’un terzo di quello che è concesso sui piroscafi inglesi e americani; e non è là a vedere se i tutto bene trovato dalla polizia alla partenza, sia mantenuto poi durante il viaggio; a impedire, per esempio, che s’imbarchino in altri porti più passeggeri di quello che rimanga di posti, e che si caccino viaggiatori sani nello spazio riservato agli infermieri, e che s’improvvisino dei dormitori alla bella diana. Quanto rimane da fare ancora dentro a questi bei piroscafi che il giorno della partenza si vedono luccicare come palazzi di principi! Sulla maggior parte, i marinai e fuochisti ci stanno come cani, l’infermeria è un bugigattolo, i luoghi che dovrebbero essere più puliti fanno orrore e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe, non c’è un bagno. E dican quello che vogliono gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d’aria: la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa: oggi ancora è una cosa che fa compassione e muove a sdegno.”  

 

È un brano tratto da Sull’Oceano, che, in un primo tempo, De Amicis intitola I nostri contadini in America. Dalle annotazioni di De Amicis, in margine al manoscritto, sappiamo che il Nord America imbarcò per Buenos Aires 1600 passeggeri in terza classe, 20 in seconda e 50 in prima, oltre ai 200 uomini dell’equipaggio.

Analoghe erano le condizioni di viaggio dei contadini del sud, del Piemonte, della Lombardia, del Veneto e dell’Italia Centrale diretti in America – avi di coloro che, oggi, formano una colonia di oltre 12 milioni di americani di origine italiana (2) –.  

Per migliaia e migliaia di loro quella traversata resterà nella memoria come il ricordo dell’inferno.

Riascoltiamo De Amicis:

 

“Man mano che s’alzava la colonna termometrica, crescevano per il Commissario le occupazioni e i fastidi; principalissimo dei quali era il dormitorio delle donne, in cui doveva scendere molto sovente, di giorno e di notte, per ristabilire il buon ordine o vegliare alla pulizia. Anche a tener conto del da fare, sarebbe bastato quello spettacolo obbligatorio a disamorare dell’ufficio qualunque galantuomo. S’immaginino due piani sotto coperta, come due vastissimi mezzanini, rischiarati da una luce di cantina, e in ciascuno di essi tre ordini di cuccette posti l’un sull’altro, tutto intorno alle pareti e nel mezzo, e lì circa a quattrocento tra donne e bambini poppanti e spoppati, e trentadue gradi di calore. Qui, nella cuccetta più bassa, dormiva una donna incinta con un bimbo di due anni, sopra di lei una vecchia settantenne, sopra di questa una giovinetta sul primo fiore; là s’allungava una cafona calabrese accanto a una signora caduta nell’indigenza; più oltre un’avventuriera di città, che si dava il belletto al buio, a fianco di una contadina timorata di Dio, che dormiva con la corona del rosario tra le mani.”

 

Artisti, studenti, contadini analfabeti venuti dall’Europa portano un bagaglio di tradizioni culturali: folklore, oggetti, religioni, cibi e vivande, modo di concepire la famiglia e la comunità. Gran parte di questo patrimonio scompare nel processo di americanizzazione, ma una dose notevole entra a far parte della vita americana.

Gli ultimi arrivati, gli emigranti italiani, si trovano di fronte a una società sovente ostile e vengono avviati rudemente dai poliziotti di New York agli squallidi abituri periferici. Molti di quei poliziotti sono irlandesi, giunti con la precedente ondata migratoria, il cui privilegio sarà, rapidamente, contrastato da un’altra mafia, la latina.

Una civiltà erompe, turbinando tra i primi grattacieli: la metropoli si avvia verso i 4 milioni di popolazione  e la molteplicità di una vita, che ha già assunto un ritmo troppo crudele e frenetico, atterrisce gli immigrati. La civiltà capitalistica, anche nel momento del suo massimo rigoglio e splendore, è basata su uno squilibrio, su una contraddizione intima. Lo apprenderanno presto, a proprie spese, i nostri muratori, sconosciuti costruttori di grattacieli, i cui figli decideranno di lasciare gli italian ghettos, dove un italiano resta un “dago”: e qualcuno ci riuscirà, piantando in asso la bancarella di frutta e verdura del padre per mettersi in banda con altri oriundi.

La città, già sterminata, attira e sgomenta. Fiorisce un nuovo linguaggio, nascono nuovi giornali, nuovi scrittori popolari che ricorrono allo slang e riferiscono i fatti del giorno degli umili 4 milioni di piccola gente newyorkese. New York vanta, nel 1900, quindici quotidiani; si pensi che oggi ne restano soltanto tre: il New York Times e il Daily News, quotidiani del mattino a diffusione nazionale, e il New York Post a diffusione locale (3). Questo per dire della immensa forza propulsiva che agita l’America degli inizi del secolo scorso. L’intraprendenza e la genialità trovano sovente un campo di sfruttamento. Gli edifici commerciali sorgono come severe torri d’acciaio, cemento e pietra arenaria. Le generazioni precedenti hanno lasciato come ricordo l’ufficio postale con le sue soffitte sormontate da tetti di legno, le vecchie e goffe case dai minareti in mattoni rossi, le fabbriche dalle finestre meschine e fuligginose, i casotti di legno color fango. La città è piena di queste misere costruzioni, ma le belle torri già le respingono dal centro degli affari e sulle colline circostanti sorgono le lussuose dimore dei nuovi ricchi.

Niente è mutato dal tempo delle carovane dirette all’ovest: ogni anno si fondano nuove città, e sempre con lo stesso procedimento. Centinaia di case tutte uguali, ammassate e con qualcosa di provvisorio, di nomade. Poche città concentrano la gigantesca produzione industriale: Detroit, a esempio, dove, nel 1903, Henry Ford impianta la sua dinastia automobilistica, nel 1905, conta 300.000 abitanti e giunge a un milione alla fine della seconda guerra mondiale.

Si operano continui mutamenti: si acquista un immobile per demolirlo e costruirne uno più grande sullo stesso terreno; dopo cinque anni lo si rivende a un imprenditore, che rade al suolo il secondo edificio per tirarne su un terzo.

A San Francisco il terremoto e l’incendio distruggono tre quarti della città che serba un aspetto asiatico. Siamo alle soglie della prima guerra mondiale: San Francisco viene ricostruita e rapidamente americanizzata.

Regole e dogmi collettivistici, retorica pionieristica, fanatismo puritano e spregiudicatezza negli affari: nell’America dei primi decenni del Novecento le contraddizioni danno luogo a una società concentrata e frenetica, ricca e miserabile. Manodopera non specializzata, la nostra emigrazione ha lasciato le sue testimonianze letterarie per mano di muratori o ex-muratori.

Cristo fra i muratori, di Pietro di Donato, è una storia autobiografica. Di Donato ha solo dodici anni quando suo padre, operaio mattonaio, è sepolto vivo e ucciso in un crollo dell’edificio dove lavora. È il venerdì santo del 1923 (4).

Settant’anni fa, presentando Cristo fra i muratori dalle colonne del Corriere della Sera, Emilio Cecchi scriveva:

 

“Esatta e impressionante è la requisitoria sulle angherie che i nostri patiscono laggiù dagli imprenditori assassini, dai sindacati camorristi, dalle compagnie di assicurazione che fanno l’interesse dei capitalisti. Cose che non saranno mai troppo ripetute, a scorno della ipocrisia ed ingordigia puritana.”

 

“Senza nome nella folla dei senza nome”,

 

si definisce, nell’autobiografia di venti pagine, che redige nella prigione di Charleston, Bartolomeo Vanzetti (5), il quale ha a dire rivolgendosi per l'ultima volta al giudice Thayer:

 

“Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano…”

Discorso di Bartolomeo Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachussetts

 

 

 

 

(1) L’11 marzo 1884, alle 2 antelucane, Edmondo De Amicis si imbarcò a Genova sul piroscafo Nord America, per raggiungere l’Argentina. Da alcune carte deamicisiane la partenza risulterebbe avvenuta il 13, mentre gli archivi della Società di navigazione registrano il 10 marzo (E. De Amicis, Sull’Oceano, cit., pag. 277, nota 15). Questa ultima data è corretta e confermata del resto dalla lettera al fratello del giorno stesso (L. 31: “l’imbarco è alle ore 2”) anche se il vapore è, poi, salpato l’indomani alle due di mattina. Come risulta da varie lettere, in un primo tempo, la partenza del Nord america, poi posticipata di una settimana, era prevista per il 3 marzo.

Le opere Sull’Oceano (1889) e In America (1897) sono legate al suo viaggio in Sud America, un viaggio che gli fornirà spunti e materiali per realizzare quella che è stata definita “la più straordinaria short novel ottocentesca sull’emigrazione”, vale a dire Dagli Appennini alle Ande. Nel racconto Nella baia di Rio de Janeiro un contadino lombardo emigrato e malato chiede disperatamente di imbarcarsi sulla stessa nave che sta riportando lo scrittore in Italia dall’Argentina: questi avverte la morte vicina e chiede, prima, accoratamente e, poi, con disperazione e rabbia di poter andare a morire in patria.

L’emigrazione non era ben vista dai grandi latifondisti, perché portava via braccia sfruttate e sottopagate. Basti pensare che, nel 1884, gli espatri transoceanici erano stati 60.000, mentre, nel 1888, anno in cui fu varata una prima legge che tentava di regolamentare l’emigrazione, erano partite 207.000 persone.

(2) In base a una recente rielaborazione dei dati del censimento del 1980 gli italo-americani risultano 12.195.798, cioè il sesto gruppo etnico per importanza negli Stati Uniti (il 5,4% della popolazione statunitense: praticamente una persona ogni venti americani). Secondo i dati ufficiali, la più elevata concentrazione di Americani di origine italiana si trova nello Stato di New York (2.900.000), seguita dalla California, dal New Jersey (1.500.000 ciascuno) e dalla Pennsylvania (1.400.000). Consistenti comunità italo-americane si trovano anche nel Massachusetts (845.000), nella Florida (800.000), nell’Illinois (730.000), nel Connecticut (650.000) e nell’Ohio (640.000).

(3) Sono tre i principali quotidiani di New York: il New York Times e il Daily News, quotidiani del mattino a diffusione nazionale, e il New York Post a diffusione locale. Vi sono poi altri quotidiani a diffusione nazionale: USA Today e Wall Street Journal, ovvero la "bibbia" per chi lavora nel campo dei mercati economici e finanziari. Altre testate sono: Financial Times (economico), New York Newsday, The New York Observer (economico).

(4) In quello stesso periodo, molti ex-immigrati si arricchiscono, invece, con il contrabbando di alcol. Vi è chi organizza piccole flotte di motobarche che trasportano centinaia di bottiglie di whisky e gin dal Canada agli Stati Uniti. Un altro oriundo italiano, Alfonso Capone, detto “Scarface”, lo Sfregiato, da galoppino di una casa chiusa diviene il re dei fuorilegge di Chicago. Politicanti corrotti, avvocati troppo spregiudicati, poliziotti avidi costituiscono la ragnatela invisibile ma onnipotente delle sue alleanze. Il fatturato dell’impero del crimine della sola Chicago raggiunge i 10 milioni di dollari e, quando la stella di Scarface splenderà più luminosa, verso la metà degli anni 1920, supererà i 300 milioni.

(5) Il 5 maggio 1920, in piena crisi identitaria e xenofoba, due uomini, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, sono accusati dell’omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio Slater and Morrill. Sono immigrati, italiani e anarchici. Quanto basta. E a nulla vale la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che li scagiona. Giudicati colpevoli, saranno giustiziati sulla sedia elettrica, il 23 agosto 1927. Nel 1977, Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachussets, riconoscerà ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabiliterà completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore settembre 03, 2009 22:45 | Permalink | commenti
categoria:italia, america, immigrazione, daniela zini
giovedì, 03 settembre 2009

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.

Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali...

...Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.”

 

da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

http://it.peacereporter.net/articolo/16514/Quando+i+clandestini

 

 

 

La figura del clandestino si profila a cavallo tra il XIX e il XX secolo come scarto di un mondo che il nazionalismo sta per portare alla guerra.

E oggi?


I numerosi appellativi dati alla terra americana dagli immigrati venuti da tutte le parti del mondo e, in particolare, dall’Europa, nel XIX secolo e all’inizio del XX, illustrano perfettamente il riflesso onirico suscitato nell’immaginario popolare da questa nazione fuori del comune.

L’America era the Golden Medina (the Golden Country) per Golda Meir, giovane immigrata ebrea venuta dalla Russia, nel 1906. Per molti dei nuovi venuti, arrivati au tournant du siècle, era the land of promise, la terra portatrice di tutte le promesse: il giornalista Louis Adamic (1899-1951), originario della Slovenia, la chiamava così in un articolo del 1931, nel quale, nonostante la sua riuscita personale, sottolineava le faglie del sogno americano.

Dopo l’invasione di quasi 18 milioni di nuovi immigrati, tra il 1880 e il 1910, gli americani de souche erano, certo, in diritto di pensare che il loro paese stesse cambiando, ma un’interpretazione semplicistica saprebbe soddisfare oggi lo storico?

La tesi che presenta come una grande riuscita la vecchia immigrazione (prima del 1880) e come una lebbra quella dei nuovi immigrati riflette dei pregiudizi razzisti e ha, d’altronde, perduto, oggi, ogni valore scientifico. In realtà, l’America è sempre stata un banco di prova per quelli che sono approdati sulle sue rive, con le tasche vuote e senza una formazione professionale. Ma conviene ricordare che l’epoca che ci interessa fu segnata da cambiamenti profondi nell’organizzazione economica e tecnologica del paese, che si tratti di campi tanto diversi quali l’industria, la stampa o il cinema. Possibilità tecnologiche nuove offrivano ai più dotati dei nuovi immigrati possibilità di riuscita nuove. Ma la maggioranza dei nuovi venuti, in ragione delle crisi, delle recessioni e delle modificazioni costanti del contesto economico, dovettero la loro sopravvivenza a una lotta aspra e a un lavoro intenso. Certi scelsero, perfino, di tornare, infine, al paese natale.

Tuttavia, dal 1886, con l’inaugurazione della Statua della Libertà (1), posta strategicamente sulla rocciosa Liberty Island (un tempo Bedloe's Island), all’entrata del porto di New York, la nazione americana appariva il simbolo stesso del paese di accoglienza, la “porta d’oro”.

 

Not like the brazen giant of Greek fame

With conquering limbs astride from land to land;

Here at our sea-washed, sunset gates shall stand

A mighty woman with a torch, whose flame

Is the imprisoned lightning, and her name

Mother of Exiles.  From her beacon-hand

Glows world-wide welcome; her mild eyes command

The air-bridged harbor that twin cities frame,

"Keep, ancient lands, your storied pomp!" cries she

With silent lips.  "Give me your tired, your poor,

Your huddled masses yearning to breathe free,

The wretched refuse of your teeming shore,

Send these, the homeless, tempest-tossed to me,

I lift my lamp beside the golden door!"

 

recitano i versi del sonetto The New Colossus di Emma Lazarus (2), scolpiti, nel 1903, su una placca di bronzo, montata sul muro interno del piedistallo della statua, che esaltano il potere quasi magico di cui l’America sembrava misteriosamente ammantata: liberare le masse oppresse venute da tutti i paesi del mondo.

Le restrizioni all’immigrazione, coronate con il Literacy Test Bill (3) del 1917 e la legge sulle quote del 1924 avrebbero, tuttavia, considerevolmente indurito i tratti di quella che Emma Lazarus designava nel suo poema con il tenero nome di Madre degli Esuli.

In questo articolo esamineremo l’endroit e l’envers del sogno americano.

Va detto che i diversi paesi europei che hanno visto, tra il 1980 e il 1910, partire i più validi dei loro verso il Nuovo Continente, attraversavano mutamenti e, talvolta, come la Grecia, crisi gravi. Che si trattasse dei 20 milioni di servi liberati dallo zar Alessandro II, nel 1858 – trascinati in un movimento migratorio europeo, poi, transatlantico – o delle varie etnie che componevano l’impero austro-ungarico, i candidati alla partenza erano il più sovente sprofondati nell’indigenza e la sola prospettiva di un cambiamento radicale nel loro modo di vita poteva lanciarli in una simile avventura.

L’Austria-Ungheria, la Russia, la Penisola Balcanica, l’Italia sarebbero divenute dei pourvoyeurs di questa manodopera a buon mercato e, in genere, docile di cui l’America aveva tanto bisogno. Nondimeno, The Diary of a Shirtwaist Striker di Theresa Malkiel mostra che i nuovi immigrati – comprese le donne – partecipassero alle lotte sindacali, nonostante le grandi federazioni sindacali non sempre tendessero loro una mano soccorritrice. Una strana alleanza nativista avvicinò, infatti, i Boston Brahmins, come il senatore Henry Cabot Lodge e il presidente dell’American Federation of Labor, Samuel Gompers. L’America, au tournant du siècle, conobbe aspre lotte operaie e tutti i nuovi immigrati non furono dei jaunes (3) anche se questa piège de trahison de classe fu loro regolarmente tesa. Il timore di un’ondata anarchica che si abbattesse sulle rive dell’America, che doveva trovare il suo punto culminante con il caso Sacco e Vanzetti, negli anni 1920, aveva per catalizzatore, oltre a una incalzante xenofobia, una situazione di crisi economica ricorrente, le cui prime manifestazioni gravi datavano dall’inizio di quel decennio.

Il rapporto di forze tra quello che i sociologi dell’immigrazione chiamano il potere di attrazione (PULL) del paese di accoglienza e di propulsione (PUSH) del paese di origine è un altro fenomeno che metteremo in luce. Partire è essenzialmente una démarche psicologica, anche se associata a considerazioni economiche, politiche o sociologiche. Donde la complessità del problema dei ritorni, spesso occultato in numerosi scritti che trattano dell’immigrazione per il periodo in questione. Ciò che è chiaro è che il movimento migratorio non fu a senso unico. Naturalmente il numero dei ritorni è difficile da contabilizzare con certezza ma si tratta, in ogni caso, di cifre considerevoli. Inoltre i ritorni sono, talvolta, legati alla riuscita e si iscrivono allora in un progetto di ritorno al paese, una volta fatta fortuna. Ma vi sono i ritorni dovuti al fallimento, e il loro numero è lungi dall’essere trascurabile.

Ogni ondata migratoria si è inserita laddove un determinato gruppo etnico aveva già stabilito una testa di ponte. L’immigrazione dell’epoca è andata essenzialmente verso le città industriali, New York, Chicago, Pittsburgh, Detroit, dove si erano costituiti importanti agglomerati etnici, che avevano accelerato considerevolmente la crescita demografica di quei centri urbani. New York, a esempio, che nel 1897, contava il 76% di stranieri, costituisce l’esempio tipico ripreso da romanzieri, cineasti e giornalisti che hanno focalizzato la loro attenzione su questo problema. Il X distretto di Manhattan, dove si accalcavano, nel 1910, più di mezzo milione di abitanti offre un modello – o piuttosto un anti-modello di urbanizzazione. Si immagina agevolmente, grazie alle foto di Jacob Riis (1849-1914), quali potessero essere la miseria e lo sfruttamento  dei nuovi immigrati nel quartiere ebraico di Hester Street o nei quartieri vicini dove italiani, slavi, austro-ungarici e altri europei usciti dall’est o dal sud dell’Europa erano rinchiusi, come mandrie, nelle peggiori condizioni di igiene. E, tuttavia, queste colonie di popolamento si organizzarono e si inserirono, per la maggior parte, in uno schema generale di integrazione e di americanizzazione che, dopo la prima generazione, iniziò a dare all’America i contorni e l’allure di una terra promessa. Numerose sono le autobiografie di immigrati che sono dei success stories.

A Henry James che provò, nel 1907, il sentimento di essere spossessato della sua America, alla vista di quei visi bruciati dal sole e di quelle barbe irsute, che scopriva dopo un lungo e volontario esilio in Inghilterra, come a molti altri americani, questi immigrati non andavano proprio giù. Erano numerosi e troppo vistosi. La sua aristocratica insofferenza coinvolgeva tutti i derelitti che l’Europa, in quegli anni, continuava implacabilmente a vomitare sulle spiagge del Nuovo Mondo. Ma i germi di un nuovo pluralismo erano nondimeno seminati, poiché i nuovi immigrati, infine, salutati da John Fitzgerald Kennedy nel suo libro, A nation of immigrants (1964), e dal suo successore, Lyndon Johnson, che, nel 1965, cancellò con un tratto di penna il segno di infamia legato al concetto di national origins, sono, allo stesso titolo dei loro predecessori e, forse, con più merito, i fondatori dell’America.

 

 

 

 

Note:

(1)    Questa figura iconica dalla serenità classica un po’ lourde, simbolo saggio e, anche, austero di una certa idea del progresso. è opera dello scultore francese Frédéric-Auguste Bartholdi (conosciuto anche con lo pseudonimo Amilcar Hasenfratz), mentre la struttura metallica è opera di Gustave Eiffel, il creatore dell’omonima torre di Parigi. La statua raffigura una donna che porta una lunga toga e una corona – le cui sette punte rappresentano i sette mari e i sette continenti – e sorregge, fieramente, in una mano una fiaccola (simbolo del fuoco eterno della libertà), mentre nell'altra stringe un libro recante la data del 4 luglio 1776 (giorno dell’Indipendenza americana). Ai piedi vi sono delle catene spezzate, simbolo della liberazione dal potere del sovrano dispotico. La statua venne donata dalla Francia agli americani per il festeggiamento del centenario dell'Indipendenza dall'Impero britannico (1776), ma a causa del protrarsi dei lavori fu completata solo nel 1884 e inaugurata il 28 ottobre 1886, dieci anni dopo la ricorrenza.

(2)   Nel 1883, Emma Lazarus (1849-1887), discepola di Ralph Waldo Emerson, ammiratrice di Heine e amica del disegnatore e socialista inglese William Morris, entrava nell’eternità della letteratura per una singolare porta. Nel sonetto intitolato The New Colossus, la poetessa ebreo-nordamericana esaltava la generosità senza limiti con la quale la giovane repubblica apriva le proprie braccia ai migranti del mondo.

(3)   Per controllare i milioni di immigrati in cerca di una vita migliore il governo degli Stati Uniti promulgò infinite leggi, che, colpirono, soprattutto, l’emigrazione più debole, in altre parole quella poco specializzata dell’Europa meridionale, tra il 1880 e il 1920. La lista delle leggi restrittive sull’immigrazione è considerevole.

Nel 1875, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò l’immigrazione di competenza federale e non statale.

Nel 1885, la legislazione limitò il lavoro a contratto. Questa procedura che rifletteva la preoccupazione storica dei sindacati di mestiere, fu uno degli incubi dei nostri immigrati al momento dell’arrivo in America.

Nel 1896, Henry Cabot Lodge propose una legge che richiedeva agli immigrati di leggere almeno quaranta parole, ma ebbe il veto del presidente Grover Cleveland.

Il 6 agosto 1901, il presidente McKinley veniva assassinato dall’anarchico polacco Leon Czogolsz; la risposta fu l’Anarchist Act del 1903, che stabiliva l’espulsione, mentre la Corte Suprema decretava l’inapplicabilità agli stranieri del Primo Emendamento.

Dal 1907 la Commissione Dillingham studiò la distribuzione dell’emigrazione americana e, per la prima volta, si ebbe un quadro generale. Tuttavia, il presidente Taft impedì una legge con l’obbligo del test di alfabetizzazione e la medesima cosa fece il presidente Wilson, nel 1915, ma nonostante il suo veto, il famigerato Literacy Test Bill passò, nel 1917. Il testo della legge aumentò la tassa d’ingresso, portandola a 8 dollari, ed escluse una serie di persone con le più svariate deficienze fisiche ma anche i poligami e “ gli anarchici o le persone che credevano o pensavano di abbattere con la forza e la violenza il governo degli Stati Uniti d’America”. L’effetto più controverso della legge riguardava la proposta di “ escludere tutti gli stranieri al di sopra dei 16 anni, fisicamente in grado di leggere, che non fossero capaci di leggere in inglese, o in qualche altra lingua o dialetto, tra cui l’ebraico e lo yiddish”.

Dopo il 1917 il test linguistico consisteva nella lettura di un passaggio della Bibbia che gli emigranti dovevano leggere a voce alta. La bocciatura poteva condurre alla deportazione.

Nel 1919, iniziarono i Palmer raids contro i rossi e le deportazioni verso la Russia e anche verso l’Italia.

Ma è nel 1921 che gli Stati Uniti danno un colpo all'acceleratore approvando, con un Quota Act, l'ingresso sul proprio territorio solo di una quota pari al 3% dei connazionali residenti in America al censimento del 1910. Il governo americano era piuttosto preoccupato: il saldo netto degli arrivi, alla fine del 1920, aveva, infatti, toccato una media di 52.000 immigrati al mese e, nel febbraio del 1921, la confusione nel porto di New York era stata tale da indurre le autorità a dirottare su Boston le navi cariche di emigranti.

Nel 1924, un nuovo Quota Act, la Johnson-Reed Law, riduceva la quota di ingresso al 2% dei connazionali residenti negli Stati Uniti al censimento del 1890, comportando una fortissima penalizzazione per i paesi, come l'Italia, di giovane emigrazione. In definitiva, la quota annuale per l'Italia veniva ridotta a 3.845 unità.

L'emigrazione italiana fu costretta a dirigersi verso altri paesi: la Francia e le altre nazioni europee, la Repubblica Argentina, il Brasile e gli altri Stati dell'America Latina, l'Australia e l'Africa.

Nel 1929, intervenne l'ennesimo provvedimento legislativo restrittivo americano che riduceva a 153.000 il tetto massimo di immigrazione annua complessiva (5.802 per l'Italia), adottando come base il censimento del 1920.

(4)   Operai non scioperanti

 

 

  

 

 

CRONOLOGIA DELL’IMMIGRAZIONE

 

ANNI                  NUMERO DEGLI IMMIGRATI     PERCENTUALE

1881-1885                     2.975.683                                       13,40%

1886-1890                    2.270.930                                        10,25%

1891-1895                     2.123.879                                        9,56%

1896-1900                     1.563.685                                       7,04%

1901-1905                     3.833.076                                       17,27%

1906-1910                     4.962.310                                       22,36%

1911-1915                     4.459.831                                        20,09%

 

 

ORIGINE GEOGRAFICA DEGLI IMMIGRATI

(1881-1915)

 

ORIGINE             NUMERO DEGLI IMMIGRATI    PERCENTUALE

Gran Bretagna              1.871.652                                       8,43%

Irlanda                        1.503.803                                       6,77%

Scandinavia                  1.682.710                                       7,58%

Europa N.O.                  611.973                                          2,75%

Germania                      2.439.331                                       10,99%

Europa Centrale            4.129.951                                       18,61%

Russia ed Europa E.      3.483.603                                       15,69%

Italia                           3.954.066                                       17,81%

 

 

RIPARTIZIONE PER SESSO

NUMERO E PROPORZIONI DI UOMINI

 

ANNI                 NUMERO DEGLI IMMIGRATI        PERCENTUALE

1881-1885                    1.808.297                                            60,77%

1886-1890                    1.397.614                                            61,54%

1891-1895                    1.397.614                                             61,89%

1896-1900                    982.773                                              62,82%

1901-1905                    2.714.584                                             70,80%

1906-1910                    3.457.358                                            68,66%

1911-1915                     2.893.900                                            64,88%

 

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 03, 2009 22:14 | Permalink | commenti
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