"Seven men in Wall Street now control a great share of the fundamental industry and resources of the United States. Three of the seven men, J. P. Morgan, James J. Hill, and George F. Baker, head of the First National Bank of New York belong to the so-called Morgan group; four of them, John D. and William Rockefeller, James Stillman, head of the National City Bank, and Jacob H. Schiff of the private banking firm of Kuhn, Loeb Company, to the so-called Standard Oil City Bank group... the central machine of capital extends its control over the United States... The process is not only economically logical; it is now practically automatic."(32)
(32) John Moody, "The Seven Men", McClure’s Magazine, August, 1911, p. 418
Secrets of the Federal Reserve
by Eustace Mullins
Bankers Research Institute, 1983, paperback
I quattro decenni che seguirono il 1860 videro gli Stati Uniti espandersi vertiginosamente, sia nell’elaborazione della ricchezza sia nell’incremento dei prodotti e delle comunicazioni. Le
Alla fine del secolo gli Stati Uniti erano in grado di produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio, l’anno, piazzandosi in testa alla produzione mondiale. Le miniere di carbone portarono il fatturato annuo da 14 milioni di tonnellate a 257 milioni di tonnellate. E le miniere di rame, zinco, ferro e petrolio le seguirono subito da vicino.
La produzione industriale aveva richiamato l’emigrazione e promosso quella agricola. La produzione del grano e del granturco era quadruplicata e la stessa coltivazione della terra brada era stata incrementata con il potenziamento dei contadini, della manodopera e delle fattorie per l’allevamento del bestiame. I contadini avevano investito qualcosa come 1.984.000.000 di dollari.
Gli immigrati europei si erano riversati nelle campagne e nelle città in cerca di lavoro.
Iniziato prima della fine della Guerra Civile, il flusso di immigrati lievitò, nel solo
È evidente che anche il capitale si muovesse liberamente e con rapidità. Migliaia di persone vennero spronate ad acquistare azioni, perché il guadagno era sicuro e rapido.
Le banche lievitarono da
Jay Cooke (1821-1905), che iniziò come semplice magazziniere in una piccola città dell’Ohio, era banchiere a Philadelphia, nel 1860. Durante
August Belmont (1813-1890), venne in America come agente dei Rothschild, mentre Abraham Kuhn (1838-1900) e Solomon Loeb (1828-1903) trafficarono con
Jay Gould (1836-1892) era figlio di un povero contadino dello Stato di New York. Aveva ventiquattro anni quando andò a New York, nel 1860, l’anno dell’elezione di Lincoln a Presidente. Prese ad acquistare azioni delle ferrovie. Nel 1872, possedeva già 10 milioni di dollari. Alla fine del secolo la sua sostanza era triplicata.
Era l’epoca in cui il capitale, in cerca di altro capitale, dava inizio alle corporazioni mastodontiche che avrebbero personificato, per moltissimi anni a venire, il capitalismo americano. Questi uomini spiegavano il loro successo con parole tipo “ordine”, “efficienza”, “dovere”. Ma, in verità, erano soltanto assetati di potere. Presero a compiacere la propria vanità, fregiandosi di titoli come barone, re, capitano di industria, corsaro.
È da questo potere economico, lussuoso fino all’insulto, che nacque l’altra forza americana, l’organizzazione operaia, che si radicò nella pretesa populista e rese potente l’American Federation of Labor. L’economista Henry George (1839–1897) aveva scritto, in quegli anni, che la nascita della grande ricchezza aveva prodotto, per contrasto, una grandissima povertà, dilatando sempre più la distanza creatasi “tra coloro che avevano trovato sempre più difficile e duro vivere la vita”.
Nel 1893, Paul Bourget (1852–1935) visita l’America e, nel 1895, pubblica un libro di impressioni dal titolo Outre-Mer. Gli operai e gli immigrati europei, scrive, avevano “visi scavati dalla fame” e “spalle piegate dalla consunzione. Le ragazze di quindici anni sembravano vecchie di ottanta anni, che, in tutta la loro vita, non avessero mai mangiato un boccone di pane”.
E visitando
“Ho trovato una stanza per dormire a pianterreno, minuscola come la cabina di un battello, nella quale otto persone, uomini e donne, erano curve sul loro lavoro, in un’atmosfera fetida che una stufa di ferro rendeva ancora più soffocante, e in quale condizione di sporcizia!”
Nei due mesi del suo viaggio americano Giuseppe Giacosa (1847–1906) ha l’opportunità di visitare luoghi e conoscere costumi che non mancherà di descrivere, dapprima, in articoli e, poi, nel volume Impressioni d’America (1898). Percorrendo i quartieri poveri di Chicago annota:
“Centinaia di operai si muovono in questi quartieri, ognuno di essi inchiodato a un lavoro preciso e sottoposto a un penoso e ininterrotto lavoro. Questi sfortunati non hanno né la forza né il corpo di esseri umani. Le loro figure sono contratte da un disgusto supremo e irritate da un’intossicazione del sangue.”
E ancora:
“È impossibile descrivere il fango, il sudicio e lo sporco, la grande umidità, la nausea, il disordine di quelle strade abitate da italiani. La gente vive sulle strade da un negozio all’altro, mentre l’interno delle loro case è peggiore della strada fuori.”
E Robert Hunter (1874-1942), anche lui dipingendo i quartieri di Chicago, scrive:
“Una mattina fui svegliato da un monotono tramestio di stivali chiodati sulle tavole dei marciapiedi: sfilava sotto la mia finestra la processione dei lavoratori diretti alla fabbrica. Uomini accigliati e curvi, donne stanche e ansiose, bambine spettinate e vestite troppo leggermente, ragazzi gracili e senza gioia: tutti passavano senza pronunciare una parola, mezzi addormentati, camminando frettolosamente verso la grande fabbrica. Centinaia di altri, evidentemente ancora più affamati e miserabili erano in attesa davanti a un cancello chiuso, finché sulla soglia apparve un uomo dalla barba rossa e ne scelse ventitre tra quelli che apparivano più robusti e sani.”
Karl Marx (1818–1883) non si era ancora fatto vivo in America all’epoca in cui la signora Belmont si preoccupava della sua ferrovia in miniatura e i minatori morivano nelle fornaci della Pennsylvania, come appunto aveva visto, tra il 1903 e il 1906, l’ecclesiastico ungherese Péter Vay de Vaya (1863-1948), il quale descrisse le sue osservazioni nel libro, Nach Amerika in einem auswandererschiffe. Das innere leben der Vereinigten Staaten (1908). Esisteva, invece, una specie di qualunquismo amaro che, in forma caramellosa e falsamente savia, veniva propagandato da romanzieri popolari del tipo Horatio Alger (1832-1899).
Alger è un altro mito dell’America e uno dei maggiori responsabili della creazione del mito capitalistico americano. I suoi eroi sono tutti poveri all’inizio, ma tutti arrivano alla grande ricchezza.
Quali virtù speciali avevano questi poveri per arrivare a diventare dei Carnegie o dei Rockefeller?
È lo stesso Alger a rivelarlo:
“Occorre obbedienza, disciplina, fede, coraggio, bontà, morigeratezza.”
È evidente che anche il grande John Davison Rockefeller (1839-1937) lesse il romanzo Andy Grant’s Pluck, perché anche lui, come l’eroe di Alger, da povero diventò ricco, tanto che quando gli chiesero come avesse fatto a diventare così spropositatamente ricco rispose, proprio con una frase di Alger:
“Risparmiando il centesimo.”
Il Capitale non aveva ancora fatto la sua apparizione in America per contrastare il capitalismo con un nuovo sistema sociale, tuttavia, scrive James Lane Allen (1849-1925), quando Edwin Markham (1852-1940) pubblicò, nel 1899, la sua lirica The Man with the Hoe (L’Uomo con
“In quei versi”,
scrive Allen,
“scritti da Markham, sotto l’impressione del famoso quadro dello zappatore attribuito a Jean-François Millet (1814-1875), vedevano rappresentati i malanni che l’industrializzazione e l’industrialismo recavano all’uomo comune e che, un giorno, forse, avrebbero recato a loro stessi se non si fosse riusciti ad arrestare e a deviare le forze che opravano nella società.”
The man with the Hoe
Bowed by the weight of centuries he leans
Upon his hoe and gazes on the ground,
The emptiness of ages in his face,
And on his back the burden of the world.
Who made him dead to rapture and despair,
A thing that grieves not and that never hopes.
Stolid and stunned, a brother to the ox?
Who loosened and let down this brutal jaw?
Whose was the hand that slanted back this brow?
Whose breath blew out the light within this brain?
Is this the Thing the Lord God made and gave
To have dominion over sea and land;
To trace the stars and search the heavens for power;
To feel the passion of Eternity?
Is this the Dream He dreamed who shaped the suns
And marked their ways upon the ancient deep?
Down all the stretch of Hell to its last gulf
There is no shape more terrible than this —
More tongued with censure of the world's blind greed —
More filled with signs and portents for the soul —
More fraught with menace to the universe.
What gulfs between him and the seraphim!
Slave of the wheel of labor, what to him
Are Plato and the swing of Pleiades?
What the long reaches of the peaks of song,
The rift of dawn, the reddening of the rose?
Through this dread shape the suffering ages look;
Time's tragedy is in the aching stoop;
Through this dread shape humanity betrayed,
Plundered, profaned, and disinherited,
Cries protest to the Powers that made the world.
A protest that is also a prophecy.
O masters, lords and rulers in all lands,
Is this the handiwork you give to God,
This monstrous thing distorted and soul-quenched?
How will you ever straighten up this shape;
Touch it again with immortality;
Give back the upward looking and the light;
Rebuild in it the music and the dream,
Make right the immemorial infamies,
Perfidious wrongs, immedicable woes?
O masters, lords and rulers in all lands
How will the Future reckon with this Man?
How answer his brute question in that hour
When whirlwinds of rebellion shake all shores?
How will it be with kingdoms and with kings —
With those who shaped him to the thing he is —
When this dumb Terror shall rise to judge the world.
After the silence of the centuries?
Markham vedeva nello zappatore un uomo con:
Il vuoto dei secoli sul volto
E sulle spalle il fardello del mondo.
E si domandava:
Chi ha colpito e abbattuto questa mascella bestiale?
Quindi, commentava:
Non vi è forza più terribile di questa,
Più carica di accuse per la cieca cupidigia dell’uomo,
Più calma di segni e di portenti per l’anima,
Più greve di pericoli per l’universo intero.
E, infine, concludeva:
O padroni, signori o reggitori di tutti i paesi,
Che cosa farà di quest’uomo il futuro?
Come risponderà alla sua bruta domanda dell’ora
Quando i vortici della rivolta scuotono tutte le cose?
Che sarà allora dei re e dei reami
Di coloro che l’hanno foggiato come ora egli è
Quando questo muto Terrore si leverà a giudicare il mondo,
Dopo il silenzio dei secoli?
I versi di Edwin Markham, scritti esattamente centoventi anni fa, sostituirono, in un certo senso le teorie di Karl Marx negli Stati Uniti, ovviamente alla maniera americana.
I “vortici della rivolta” si sollevarono, ma non abolirono la costituzione né il capitale, e il “muto Terrore” fece valere i suoi diritti e la sua rabbia e si organizzò. Il capitalismo della fine e dell’inizio del secolo non fu, ovviamente, rovesciato – ma ridimensionato, sì.
Peter A. Demens (Pyotr Alexeyevitch Dementyev 1850-1919) (3), ufficiale della guardia imperiale russa, emigrato, nel maggio del 1881, negli Stati Uniti all’età di trentuno anni, nel suo libro Sketches of the North American United States, pubblicato nel 1895 con lo pseudonimo di Tverskoy, riferisce che le unioni sindacali erano già in rigoglio verso la metà del 1800 e, nel
Nel suo The Americans: a New History of the People of the United Sates, Oscar Handlin (1915) riferisce che le organizzazioni sindacali dei lavoratori, da mezzo milione che erano nel 1929, salirono a circa 9 milioni, nel decennio successivo.
Le unioni sorsero in America per il gran bisogno che esisteva all’epoca, e tuttora esiste, di una giustizia sociale. Ma più tardi molti crimini, molta violenza, vennero commessi proprio in seno alle unioni.
Note:
(1) Nelll’estate del 1904, esplodeva il caso Ascoli Cope: l’inestimabile piviale di papa Niccolò IV, donato dallo stesso papa alla sua città, nel 1288, era stato trafugato dal tesoro della Cattedrale di Ascoli ed era finito nella collezione del banchiere americano John Pierpont Morgan, che dichiarò di aver acquistato regolarmente il piviale, a Parigi per 325.000 franchi. John Pierpont Morgan si atteggiò a vittima inconsapevole, ma, di fronte al montare del caso, saggiamente capitolò: nel novembre del 1904, l’ambasciatore italiano a Londra prendeva in consegna il piviale che, nel maggio del 1905, arrivava a Roma.
(2) Giacosa morì nel 1906. Il suo libro di memorie americane venne pubblicato postumo, nel 1908, con il titolo di Impressioni d’America.
(3) S. Petersburg fu fondata da John C. Williams di Detroit (Michigan), che aveva acquistato il terreno, nel 1876, e da Peter Demens che era stato essenziale per il completamento della ferrovia, nel 1888. La città fu incorporata, il 29 febbraio 1892, quando aveva una popolazione di sole 300 anime. Il suo nome deriva chiaramente da San Pietroburgo, dove Peter Demens aveva trascorso gran parte della sua gioventù. Una leggenda locale vuole che i due co-fondatori abbiano lanciato una monetina per stabilire a chi dei due spettasse l'assegnazione del nome alla città. Vinse Demens che la chiamò come la sua città natale, mentre Williams fece atrettanto con il primo albergo della città, il Detroit Hotel.
Daniela Zini
Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
categoria:america, europa, immigrazione, daniela zini
