lunedì, 05 ottobre 2009

 

80 anni fa nasceva Martin Luther King

(1929-1968)

 

 

 

AI SANS PAPIERS DI TUTTO IL MONDO, ESSERI UMANI SENZA IDENTITA'- QUINDI SENZA DIRITTI - CORPI SENZA OMBRA PER GLI STATI E LE LORO VANTATE ED ESPORTATE "DEMOCRAZIE

 

 

 

 

“I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”.”

“Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali.”.”

Martin Luther King

 

  

Il 20 settembre 1958, nel pomeriggio, un uomo di media statura – un nero – sta autografando copie del suo primo libro, Stride Toward Freedom, in una libreria della 125ma Strada West, la grande strada di Harlem, quando una donna nera gli si avvicina e gli chiede:

 

“È lei il dr. King?”

 

L’uomo solleva lo sguardo dal libro, uno sguardo dolce e vuoto insieme e assente con la testa. In quel preciso istante la donna gli conficca nel petto un tagliacarte affilatissimo. La lama raggiunge l’aorta del dr. King. Ma l’uomo non si muove, non cade, non emette un gemito. Solo qualche perla di sudore freddo appare sulla sua fronte. Viene trasportato fuori della libreria su una sedia e su quella sedia è fatto salire sull’ambulanza. I medici diranno, poi, che il dr. King si era salvato vita, facendo appello al suo freddo coraggio. Se avesse fatto anche un impercettibile movimento, un colpo di tosse, la lama avrebbe reciso l’aorta.

Il reverendo Martin Luther King jr. entra nella storia contemporanea attraverso questo episodio di sangue. 

La donna, Izola Ware Curry, era una nera, una domestica di quarantadue anni, che, poi, venne rinchiusa in manicomio. Il Dr. King la perdonò, ma tutti gli altri la giudicarono pazza. E, tuttavia, alla domanda:

 

“Perché volevi ucciderlo?”,

 

lei rispose sempre con molta lucidità:

 

“Volevo ucciderlo perché il reverendo King è un pericolo per la razza nera.”

 

“In che senso è un pericolo?”,

 

le chiesero.

 

“Il Signore vuole che la razza nera sia sottoposta al bianco, che ne è superiore, e non sporchi la sua mente con ribellioni politiche. Il dr. King è un pericolo per la razza nera perché non predica l’obbedienza, ma la rivolta contro il bianco. È dannato e condannato. È per queste ragioni che ho voluto che morisse.”

 

Anche molti bianchi, specie nel Deep South, la pensavano come la donna nera di Harlem. Il Governatore della Georgia, lo Stato nel quale King era nato, nel 1929, dichiarò, nel 1961:

 

“Il reverendo King è un uomo pericoloso, da sorvegliare a vista.”

 

J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI,  lo definì “il più noto bugiardo d’America” e l’ex-presidente Truman un “piantagrane”.

Il dr. King era, infatti, un “piantagrane”: voleva l’integrazione, vale a dire la fine della miseria e dell’umiliazione del ghetto, predicando pace, giustizia e non-violenza. La violenza scoppiava sempre da qualche altra parte, in qualche altro quartiere, non nella black belt del sud, e, quando, alcune fucilate “bianche” furono sparate in un quartiere nero di Albany (Georgia), nel 1962, e qualche nero disse che erano state sparate al dr. King, questi dal pulpito di una chiesa replicò:

 

“Qualche pallottola potrà anche crocefiggermi e io morire. Ma voglio ripetere che, se anche dovessi morire in battaglia, voglio che si dica: “ È morto per fare libera la sua gente.”.”

 

Martin Luther King era votato alla morte e ne era cosciente. Conosceva bene il sud e conosceva anche l’uomo bianco del sud. Ma ripeteva unione, non separazione.

 

“Noi abbiamo bisogno del bianco perché ci liberi dai nostri complessi di inferiorità e il bianco ha bisogno del nero perché si liberi dai suoi complessi di colpa.”

 

Iniziando la sua crociata di liberazione dal pulpito della sua chiesa a Montgomery (Alabama), nel 1955, Martin Luther King jr. sapeva a cosa sarebbe andato incontro: la violenza, che è l’altra faccia del sud. In quasi tutto il sud – in quegli Stati, dove spesso i diritti dell’uomo venivano dimenticati, dove spesso qualcuno moriva per la furia popolare – bastava un niente, a volte, perché l’aria si riempisse di spari. E, dal 1955 in poi, quel niente essenziale si chiamò integrazione.

King ebbe il Premio Nobel per la pace, nel 1964, a trentacinque anni.

Era un uomo di media statura, dai lineamenti rudi e marcati, da lottatore. Ma la dolcezza dei suoi occhi e la delicatezza delle sue mani ne fecero un uomo pensoso, ispirato. Non predicò mai contro i bianchi e questo, da una parte, gli alienò molti seguaci e, dall’altra, diede vita a nuovi capi, quali Stokely Carmichael e H. Rap Brown, sostenitori del Black Power e dell’azione a suono di mitraglia, incendi, devastazioni e odio e, poi, odio e, poi, odio, contro la razza bianca americana.

King predicava una nuova coscienza, quella dell’eguaglianza, quella che ha nome GIUSTIZIA.

Quando era studente all’Università di Boston, dove si laureò in teologia sistematica, Martin Luther King jr. prese a interessarsi ai principi di disobbedienza civile, esposti sia da Henry David Thoreau (1817-1862) sia da Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948). Più tardi, quando, nel sud, iniziarono i moti studenteschi di boicottaggio contro la segregazione negli autobus, nei ristoranti e nelle scuole, King precisò le sue idee sulla disobbedienza civile e diede vita alla sua filosofia che predicava la resistenza passiva e la non-violenza. Per King resistenza passiva significava predisposizione alla sofferenza e al sacrificio.

 

“È un qualcosa come andare in galera o anche morire. Ma se così è, allora bisognerà riempire le galere di tutta la gente del sud. È qualcosa come morire, morire fisicamente. Ma se la morte è il prezzo che l’uomo deve pagare per liberare i suoi figli e i suoi confratelli bianchi da una permanente morte spirituale, allora niente potrebbe essere più redentrice di questa.”        

 

Durante la campagna presidenziale del 1960, i seguaci di King che instaurarono in tutta l’America i Sit-ins, inscenarono una dimostrazione pacifica ad Atlanta. King venne arrestato con il pretesto che guidava senza possedere la patente dello Stato della Georgia. John Fitzgerald Kennedy telefonò, in segno di solidarietà, a Coretta King e, in seguito, si disse che Kennedy fosse divenuto presidente degli Stati Uniti soprattutto per i voti dei neri: voti che arrivarono opportuni, dopo quella telefonata.

Per King quell’arresto era ingiusto perché la legge era ingiusta.

 

“Io obbedisco alla legge quando è giusta, quando è in linea con la legge morale dell’universo. Ma quando la coscienza ci dice che una legge è ingiusta, allora l’uomo giusto non ha alternative e deve scientemente disobbedire a quella legge.”

 

La punizione che ne segue, accettata con animo nobile, viene a significare nobilitazione della legge stessa.

A questo proposito King osservò che Socrate, i primi cristiani, gli abolizionisti del sud e tutti coloro che si opposero a Hitler praticarono la disobbedienza civile.

Niente è stato più decisivo per la causa nera – e, di riflesso, per una maggiore comprensione delle radici del razzismo bianco americano – come la predicazione e la morte di Martin Luther King jr. Non si cancellerà mai dalla coscienza americana il giorno della sua tragica morte, né mai si cancelleranno i giorni dei funerali di Atlanta, che ricordavano i giorni tragici di un’altra morte, quella di John Fitzgerald Kennedy. Chi gli sparò, il 4 aprile 1968, a Memphis, da una casa di mattoni rossi di fronte al balcone del suo albergo, fu descritto dai testimoni come un bianco, in abito nero, alto un metro e settanta, tra i ventisei e i trentadue anni di età. L’arma: un fucile Remington 30-06, con mirino a telescopio. Jesse Jackson, suo collaboratore, che era in strada, nell’attesa che King, in piedi sul balcone, scendesse per andare a cena, riferì:

 

“Gli avevo appena presentato un cantante di Chicago, Benjamin Branch, che doveva cantare alla messa di inaugurazione alla marcia del prossimo giovedì sera. E il dr. King disse a Branch: “Si ricordi di cantare Precious Lord per me. E lo canti molto dolcemente…”. Quindi guardò su, davanti a sé e si girò per rientrare nella stanza. Sono sicuro che stava guardando direttamente al di là della strada – da quella parte da cui è arrivata la pallottola…”

 

Aveva, forse, visto il suo assassino?

Alla stessa maniera aveva guardato diritto in volto la donna che gli aveva chiesto, in quel 20 settembre 1958:

 

“È lei il dr. King?” 

 

Martin Luther King era un ribelle. Era un missionario e un profeta. Un predicatore, uno che era stato arrestato, incarcerato, picchiato, lapidato e, anche, accoltellato. Ed era, anche, uno che sapeva che, un giorno, sarebbe stato ucciso. Il giorno prima del suo assassinio, rivolgendosi a una folla di duemila sostenitori, aveva chiamato la sua marcia verso i diritti civili “marcia verso la terra promessa”. Circolavano voci insistenti che la sua vita fosse in pericolo, come non mai.

 

“Non so ciò che accadrà. Abbiamo giorni difficili davanti a noi. Ma a me non importa più ormai. Io sono salito in cima alla montagna, pertanto, non importa più ormai. Io voglio solo fare il volere di Dio. Lui mi ha consentito di salire in cima alla montagna. E di là ho guardato e ho visto la terra promessa. è possibile che là non vi arriverò con voi, ma voglio che sappiate stasera che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. è per questo che sono felice stasera. Io non ho paura di nessun uomo. I miei occhi hanno visto la Gloria dell’arrivo del Signore.”

 

 

Io ho un sogno

Martin Luther King

Discorso pronunciato sui gradini del Lincoln Memorial a Washington il 28 agosto 1963

 

Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.

Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell'emancipazione. Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia. Il proclama giunse come un'aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.

Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi. Sono passati cento anni, e la vita dei neri è ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione. Sono passati cento anni, e i neri vivono in un'isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale. Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.

Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa. In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità. Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.

Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l'America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro dovere, l'America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che è tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”. Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento. Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti. E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l'assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.

Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all'America l'infuocata urgenza dell'oggi. Quest'ora non è fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo. Adesso è il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia. Adesso è il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale. Adesso è il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità. Adesso è il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.

Se la nazione non cogliesse l'urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste. L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell'uguaglianza. Il 1963 non è una fine, è un principio. Se la nazione tornerà all'ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un pò e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.

In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti. Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s'incontra con la forza dell'anima.

Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi è impregnata l'intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino è legato al nostro. Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra. Non possiamo camminare da soli. E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti. Non possiamo voltarci indietro.

C’è chi domanda ai seguaci dei diritti civili:

“Quando sarete soddisfatti?”

Non potremo mai  essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca. Non potremo mai  essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio. Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell'identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.

Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni. Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca. Siete i reduci della sofferenza creativa. Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.

Tornate nel Mississippi, tornate nell'Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.

Non indugiamo nella valle della disperazione. Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.

Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.

Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell'ingiustizia, il caldo afoso dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e di giustizia.

Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l'essenza della loro personalità. Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell'Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d'altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio là nell'Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede che porterò con me tornando nel Sud. Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.

Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.

Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.

Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo:

“Patria mia, è di te, dolce terra di libertà, è di te che io canto. Terra dove sono morti i miei padri, terra dell'orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà.”

E se l'America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.

E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.

Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.

Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.

Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.

Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.

Ma non soltanto.

Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.

Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.

E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell'antico inno:

“Liberi finalmente, liberi finalmente.

Grazie a Dio onnipotente, siamo liberi finalmente.”

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 05, 2009 16:04 | Permalink | commenti
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venerdì, 02 ottobre 2009

Aspettando
 sabato 3 ottobre…

 

 

“Freedom of the press in Britain means freedom to print such of the proprietor's prejudices as the advertisers don't object to.”

Hannen Swaffer (1879-1962)

 

 

“Dio soffre perché una grande massa non può essere raggiunta dalla parola sacra; la verità è prigioniera in un piccolo numero di manoscritti, che racchiudono un tesoro.  Spezziamo il sigillo che la lega, diamo ali alla verità. Che non  siano più manoscritti con grande spesa, da mani che si affaticano, ma volino, moltiplicati da una macchina infaticabile e raggiungano tutti gli uomini.”

Johann Gutenberg

 

Con queste parole entusiastiche, Johann Gutenberg, che dovrà lottare contro la diffidenza dei contemporanei e l’avidità dei soci, apre la strada alla diffusione della cultura moderna e si proclama il profeta di un mondo nuovo: un mondo in cui il sapere sarà liberamente diffuso a tutti.

Spiega, infatti, Martin Lutero, nei suoi Discorsi a tavola, che il libro sacro, all’inizio del XVI secolo, era, effettivamente, ancora sconosciuto alla maggioranza dei cristiani:

 

“Trenta anni fa, nessuno leggeva la Bibbia, che era sconosciuta a tutti. Io stesso non  ho mai visto una Bibbia fino a venti anni.”

 

La stampa si diffonde, in tal modo, a partire dalla seconda metà del XV secolo, in quasi tutto il mondo conosciuto e manifesta una forza “democratizzante” senza la quale difficilmente la Riforma sarebbe stata possibile. L’invenzione della stampa con lettere mobili cambia l’aspetto del libro, ne cambia la percezione e l’importanza e apre nuove possibilità di comunicazione.

La stampa rivoluziona la cultura di allora come il computer la cultura di oggi.

L’introduzione della stampa ha due conseguenze diverse:

-         sovvertire il sistema sociale mediante l’accesso a basso costo di informazioni e ampliare, quindi, il potenziale dei lettori (e ciò ha una valenza politica);

-         moltiplicare gli originali, rendere, in altri termini, molteplice ciò che prima era unico (e con ciò si definiscono le premesse per il mercato delle idee). 

La storia della stampa inizia con l’invenzione della stampa.

E, con l’arrivo della stampa, le autorità civili e religiose sentono l’urgenza di legiferare sulla censura (2).

Come ci ricorda la definizione della Grande Encyclopédie:

 

“La censure est l’examen qu’un Gouvernement fait faire des livres, journaux, dessins, pièces de théâtre avant d’en autoriser l’apparition.”

 

Quello di Socrate, condannato a bere la cicuta, in un limpido mattino di febbraio del 399 a. C., per aver “istigato i giovani alla depravazione” è il più celebre caso di censura dell’Antichità. Il suo processo riflette la storia stessa di Atene negli ultimi trenta anni. L’interminabile guerra contro Sparta e il disgregarsi progressivo della potenza marittima e del dominio dell’Ellade, le terribili pestilenze del 430 e del 426 a. C. e i convulsi moti politici e sociali che accompagnano le fasi più critiche della guerra, poi, la sconfitta definitiva e l’occupazione militare di Atene per opera degli spartani, la breve ma crudelissima rivoluzione oligarchica dei Trenta Tiranni (404 a. C. ) e la faticosa restaurazione della democrazia. Nel corso di quegli anni la vita in città diviene più dura e più aspra per tutti. Le difficoltà economiche e i pericoli legati alla guerra, le pestilenze e le razzie dei nemici hanno profondamente scosso la popolazione.

Come avere fede negli dei protettori della città, quando la città è assediata e umiliata?

In quale considerazione si possono tenere quei filosofi che deridono le antiche virtù, con il loro seguito di discepoli, tutti di ottima famiglia, cui insegnano il disprezzo per le istituzioni democratiche e insieme la liceità di tutti i possibili mezzi per arrivare al potere, dalla corruzione alla falsa propaganda, dalla provocazione all’assassinio terroristico?

Con le tasche sempre piene di soldi e i capelli lunghi, spesso ubriachi di vino, di canzoni e di donne, non sono stati, forse, questi «giovani d’oro» a profanare le sacre Erme, nel 415 a. C., mutilandole tutte?

Meglio, dunque, farli stare zitti questi intellettuali, cacciarli dalla città, come Anassagora e, poi, Protagora e tanti altri ancora. Meglio affidarsi agli indovini, agli spacciatori di oroscopi, ai maghi, che sono in comunione diretta con le forze occulte dell’oltretomba.

Era necessario che Socrate cessasse di «ficcare il naso» nelle più delicate faccende di Atene.

Anito, nella sua arringa, lo fa intendere chiaramente:

 

“Mi conoscete da molto tempo, cittadini, e sapete quanto amore io nutra per la nostra città: per colpa di Socrate abbiamo già sopportato diverse sciagure : ora dobbiamo assolutamente evitare che la sua azione ci faccia subire ancora la punizione degli dei. Socrate avrebbe potuto sottrarsi al vostro giudizio andandosene volontariamente in esilio. Ma, poiché si è presentato in tribunale, non è possibile fare a meno di condannarlo a morte. Se, infatti, riuscirà a sfuggire alla condanna, i nostri figli subiranno la sua nefanda influenza, con gli effetti che anche troppo bene abbiamo sperimentato…”

 

Il vecchio e saggio vagabondo è condannato a morte, quella che è stata la coscienza fastidiosa di Atene viene soffocata e spenta.

 

“Ma ora che sono così vicino alla morte, voglio farvi una predizione…

Oggi voi mi uccidete sperando così di liberarvi dall’obbligo di rendere conto della vostra vita: invece accadrà il contrario, io ve lo predico. Al mio posto verranno, infatti, i giovani, di tutte le epoche, a chiedere il rendiconto delle vostre azioni, tanto più ostinati quanto più giovani. E voi continuerete a scandalizzarvi, senza capire che non è uccidendo le persone che si può impedire loro di contestare il vostro modo di vita. Con questo vaticinio ho chiuso definitivamente il discorso con coloro che mi hanno condannato…

È proprio l’ora di andare.

Io a morire, e voi a vivere: chi di noi vada verso il destino migliore è oscuro a tutti, fuorché al dio.”

 

Regolarmente proclamate dappertutto nel mondo, la libertà di espressione e il pluralismo della stampa sono considerati strumenti di misura democratica.

Nel suo opuscolo Risposta alla domanda: che cos'è l’Illuminismo? Kant afferma che non vi è criterio più sicuro del pluralismo della stampa per valutare il vigore di una democrazia. Questa idea permeerà le nazioni moderne, in particolare gli Stati Uniti: l’informazione è un messaggio di interesse generale e la stampa si arroga un diritto di sguardo critico sul funzionamento delle istituzioni.

L’homo publicus si confonde con l’homo democraticus.

Un passaggio de Il Matrimonio di Figaro di Beaumarchais, scritto più di due secoli fa, ci dà un’idea, in chiave umoristica, della realtà di una nuova censura che si presenta sotto le spoglie della libertà:

 

“On me dit que, pendant ma retraite économique, il s'est établi dans Madrid un système de Liberté sur la vente des productions, qui s'étend même à celles de la Presse; et que, pourvu que je ne parle en mes écrits ni de l'autorité, ni du culte, ni de la politique, ni de la morale, ni des gens en place, ni des corps en crédit, ni de l'opéra, ni des autres spectacles, ni de personne qui tienne à quelque chose, je puis tout imprimer librement, sous l'inspection de deux ou trois censeurs.”

 

È un’illusione credere che la libertà di espressione non sia più minacciata e la vigilanza non sia necessaria là dove sembra superflua.

Dobbiamo avere sempre presenti le parole di Clemenceau (1841-1929):

 

“La libertà di stampa, non è la libertà di scrivere, è la libertà di leggere. 

 

Uno stato potrebbe proclamare i diritti e i doveri del lettore, quello stesso al quale la stampa è destinata e che la fa vivere?

In altri termini, il pluralismo della stampa è sinonimo di diversità di opinioni?

Dalla Seconda Guerra Mondiale, non si è cessato di stabilire regole dell’informazione, di raccomandare la lealtà, di proscrivere la calunnia.

Sull’unità della verità, in Vérité et mensonge (1994), Daniel Cornu scrive:

 

“La ricerca della verità nell’informazione giornalistica… si illude se non prende atto della complessità degli ordini di verità che è chiamata a praticare: verità dei fatti (in uno spirito prossimo allo scientifico), verità delle opinioni e dei giudizi (fondata sull’ermeneutica critica), verità delle forme di espressione giornalistica (per analogia alla problematica della verità nell’arte e nella letteratura).”

 

In vena di autocritica, lo stesso giornalista svizzero ritorna, venticinque anni dopo, su un reportage che effettuò a Neauphle-le-Château, luogo di esilio dell’ayatollah Khomeini, nel momento in cui questi si apprestava a raggiungere il suo paese dopo la fuga dello shah. Tutta la stampa era presente, quel freddo 29 gennaio 1979, per incontrare quello che appariva il nuovo leader dell’Iran dopo il rovesciamento di Bakhtiar. Ciascuno, ricorda, trovò materia per un reportage di carattere “esotico” ma “muto sull’essenziale. E per il suo silenzio, ingannatore sul senso dell’osservazione”.

Come spiegare questa cecità?

Non solo, come afferma lo stesso Daniel Cornu – ed è già molto – per ignoranza dell’Islam sciita e della società iraniana dell’epoca. Bisogna tenere presente il contesto degli anni 1970, prevalentemente ostile allo shah in Europa occidentale. I media europei erano persuasi che il regime Pahlavi fosse antidemocratico (ciò che era incontestabile) e che Khomeini avrebbe ristabilito la democrazia (ciò che era dubbio) e adottarono, forse, inconsciamente, il pregiudizio nomologico di una rivoluzione affermata nella sua opposizione agli Stati Uniti, pronti a virare qualora le cose si fossero guastate.     

Così si è manifestato il fattore ideologico preso a prestito dalla filosofia europea dell’Illuminismo, tentata dal cambiamento e l’innovazione. Il processo rivoluzionario ha strutturato una razionalità assiologica contro un approccio cognitivo, che supponeva di mettere in gioco una capacità riflessiva, fondamento della libertà di pensiero e prova dell’indipendenza del giudizio. Cadendo nel relativismo, secondo cui certi regimi politici, nel caso in specie una teocrazia, possono essere legittimati da una cultura, una tradizione, una civiltà, la stampa ha derogato, in nome di un presupposto – un movimento di liberazione contro l’oppressione del sistema occidentale rappresentato dallo shah – ai valori cui si richiama: democrazia, laicità, diritti dell’uomo, libertà di espressione, condizione della donna.

 

 

 

 

Daniela Zini
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venerdì, 02 ottobre 2009

Aspettando
 sabato 3 ottobre…

 

  

“Se voi avete la forza, a noi resta il diritto.”

Victor Hugo

 

 

 “Il giornale, invece di essere una missione, è diventato un mezzo per i partiti. Da mezzo si è mutato in commercio e come tutti i commerci non ha né fede né legge. Il giornale non è che un negozio dove si vendono al pubblico parole capaci di sostenere le tesi e le opinioni di chiunque. Se esistesse un giornale dei gobbi, questo foglio dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la necessità, la bontà dei gobbi...”

 

Chi scrive così è Honoré de Balzac in Illusions Perdues.

Mi sembra interessante riportare qualche altro brano del libro pubblicato proprio negli anni in cui nel mondo della carta stampata stava per scoppiare una rivoluzione destinata ad avere un peso decisivo nel giornalismo di quegli anni e di quelli futuri.

Scrive ancora Balzac:

 

“Il giornale non è fatto per illuminare le opinioni, ma per lusingarle. Può accadere, in un dato momento, che tutti i giornali diventino vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini. Uccideranno idee, sistemi, uomini e, proprio per questo, fioriranno e godranno il favore di ogni benpensante. Il male sarà fatto senza che nessuno ne sia l’autore… Noi giornalisti saremo tutti innocenti, potremo lavarci le mani da qualsiasi infamia. Napoleone ha giustificato questo fenomeno, morale o immorale, come volete, con una frase crudele e cinica: – I delitti collettivi non impegnano nessuno. –”

 

“Il giornale può permettersi la più atroce condotta, nessun redattore se ne crede personalmente insudiciato. Si servirà della religione contro la religione, schernirà la magistratura quando la magistratura lo offenderà, la loderà quando avrà servito le passioni popolari. Per conquistare qualche abbonato in più, inventerà le favole più commuoventi, il giornale servirebbe il proprio padre crudo in pinzimonio piuttosto che non interessare o divertire il suo pubblico…”

 

“Da principio vedremo i giornali diretti da uomini onorati, poi cadranno in potere dei più indegni, i quali hanno la coscienza e la colonna vertebrale di gomma. Oppure cadranno nelle mani degli imprenditori che hanno i quattrini per comperare le penne “migliori”…”

 

“Maggiori concessioni si faranno ai giornalisti, più esigenti diverranno. I giornalisti arricchiti saranno sostituiti da altri affamati e poveri. La piaga è incurabile, diverrà sempre più maligna, sempre più purulenta. E più grande sarà il male, più sarà tollerato, fino al giorno in cui, per la grande abbondanza, la confusione nascerà tra i giornali, come a Babilonia…”

 

“Noi giornalisti sappiamo che i fogli su cui scriviamo si dimostreranno più ingrati ancora dei re, più spregiudicati nella speculazione e nel calcolo dei più disonoranti commerci, siamo tutti consapevoli che i giornali divoreranno le nostre coscienze, le nostre intelligenze per vendere ogni mattina la loro acquavite cerebrale…”

 

Questo è l’aspro e profetico giudizio che il genio di Balzac dava sui giornali e sui giornalisti negli anni in cui vedeva la luce uno dei più interessanti fenomeni della stampa quotidiana, il romanzo d’appendice, il famoso Feuilleton, che avrebbe dato incremento straordinario alle vendite dei giornali. Anche allora, come ora, si parlava di crisi della stampa quotidiana. I direttori e gli editori si spremevano le meningi per cercare di aumentare le tirature dei loro fogli. Non a caso Balzac scriveva che il giornale, per conquistare un abbonato, era costretto a inventare storie lacrimose, sensazionali e sarebbe stato disposto anche a… uccidere il proprio padre pur di interessare, divertire, avvinghiare quell’inafferrabile, difficile volubile personaggio che è il lettore di un quotidiano.

 

 

Il 1941 segna il debutto hollywoodiano, a soli ventisei anni, di uno dei padri della cinematografia moderna, con una pellicola di inestimabile valore: Citizen Kane (Quarto Potere), il cui merito è di aver denunciato l’esistenza di un Quarto Potere (1), in grado di influenzare l’opinione pubblica e di agire nei confronti della società come un moderno tiranno.

 

“L'altra settimana, come per tutti gli uomini, la morte è sopraggiunta anche per Charles Foster Kane.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

 “Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente. Vi sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Ho avuto colloqui con tutti i capi delle grandi potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia; sono troppo intelligenti per imbarcarsi in un'avventura (la seconda guerra mondiale) che segnerebbe la fine della nostra civiltà.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io.”

 Citizen Cane (Quarto Potere)

 

“Sì, esatto, ho perso un milione di dollari lo scorso anno, perderò un milione di dollari questo anno e conto di perdere un altro milione l'anno prossimo, di questo passo sarò costretto a chiudere il giornale… tra sessanta anni.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“L’impressione prodotta fu di sorpresa e di sbalordimento. Non vi erano esempi di registi che, agli inizi della carriera, avessero dato simili prove di un genio impetuoso e singolare…

Welles ha la violenza irresistibile di una forza naturale, una forza della natura dominata dall’intelligenza…”

 

Con queste parole, nella sua Storia del Cinema, Carl Vincent sottolinea l’importanza del capolavoro di Orson Welles.

Per Francois Truffaut:

 

“Il film dei film.”

 

La sceneggiatura si ispira alla vita del magnate americano William Randolph Hearst, che fu veramente in grado, in alcuni momenti della propria esistenza, di determinare il corso delle vicende politiche del suo paese. Una delle più sinistre, che si inquadra in una lunga tradizione di “Menzogne di Stato”, è quella della corazzata americana Maine, il cui affondamento avvenuto nella Baia dell’Avana, il 15 febbraio 1898, serve da pretesto all’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Spagna e all'annessione di Cuba, di Porto Rico, delle Filippine e dell'Isola di Guam. Capostipite di quel tipo di informazione che passerà alla storia con il nome di yellow journalism, un giornalismo di carattere sensazionalistico, Hearst monta una violenta campagna, sostenuta da uomini di affari americani, che hanno grossi investimenti a Cuba e pensano di espellerne la Spagna. Per settimane, giorno dopo giorno, dedica a questo episodio pagine e pagine del suo quotidiano, reclamando vendetta e ripetendo instancabilmente:

 

“Ricordatevi della Maine! All'inferno la Spagna!”

 

Tutte le altre testate giornalistiche lo seguono a ruota. La tiratura del New York Journal passa, di colpo, da 30.000 a 400.000 copie, per poi superarne regolarmente il milione. È il trampolino di lancio di una formidabile attività editoriale, che, agli inizi del 1900, comprende una dozzina di giornali quotidiani, almeno venticinque riviste e una radio. Il 25 aprile 1898, il Presidente William McKinley, incalzato da ogni parte, dichiara guerra alla Spagna. Tredici anni dopo, nel 1911, una commissione d'inchiesta concluderà che si era trattato di un'esplosione accidentale nella sala macchine.

 

 

Paragonato a quello dei grandi gruppi mondiali di oggi, il potere di Citizen Kane è insignificante. Proprietario di alcuni giornali venduti in un solo paese, Kane dispone di un potere nano se paragonato agli arcipoteri dei megagruppi mediatici dei nostri tempi.

La globalizzazione è, anche, globalizzazione dei mass-media, della comunicazione e dell’informazione. Preoccupati soprattutto nel perseguimento del proprio gigantismo, che li costringe a corteggiare gli altri poteri, questi grandi gruppi non si propongono più, come obiettivo civico, di essere un Quarto Potere, né di denunciare gli abusi o di correggere le disfunzioni della democrazia per migliorare e perfezionare il sistema politico. Non puntano più a ergersi a Quarto Potere e, tanto meno, ad agire come un Contro-Potere.

Questo Quarto Potere è stato, grazie al senso civico dei media e al coraggio di giornalisti audaci, quello di cui disponevano i cittadini per criticare, respingere, contrastare, democraticamente,  decisioni illegali che potevano essere inique, ingiuste e, perfino, criminali nei confronti di persone innocenti. Ha, talvolta, pagato anche a caro prezzo: attentati, sparizioni, assassini, come si verifica ancora in molti paesi.

È stato, si è spesso detto, la Voce dei Senza-Voce.

Da una quindicina di anni, via via che si è accelerata la globalizzazione liberista, questo Quarto Potere si è, tuttavia, svuotato del suo significato, ha perduto, a poco a poco, la sua funzione essenziale di Contro-Potere. Questa inquietante realtà si impone, studiando da presso il funzionamento della globalizzazione, osservando come un nuovo tipo di capitalismo si sia sviluppato, non più semplicemente industriale, ma soprattutto economico, in breve un capitalismo speculativo. In questa fase della globalizzazione, assistiamo a un brutale confronto tra Mercato e Stato, tra Settore Privato e Servizi Pubblici, tra Individuo e Società, tra Personale e Collettivo, tra Egoismo e Solidarietà.

Il vero potere è ormai detenuto da un manipolo di gruppi economici planetari e di imprese globali il cui peso negli affari del mondo appare, talvolta, più importante di quello dei governi e degli stati. Sono questi i nuovi padroni del mondo che ispirano le politiche della grande Trinità globalizzatrice: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio.

Le domande civiche che dobbiamo, dunque, porci sono:

 

“Come reagire?

Come difendersi?

Come resistere all’offensiva di questo nuovo potere che ha, in qualche modo, tradito i cittadini ed è passato con armi e bagagli al nemico?”

 

Bisogna, molto semplicemente, creare un nuovo potere.

Un potere che ci permetta di opporre una forza civica cittadina alla nuova coalizione dei dominanti. Un potere, la cui funzione sarebbe di denunciare il superpotere dei media, dei grandi gruppi mediatici, complici e diffusori della globalizzazione liberista. Quei media che non solo hanno cessato di difendere i cittadini, ma agiscono contro il popolo nel suo insieme. I cittadini dovrebbero mobilitarsi per esigere che i media, appartenenti ai grandi gruppi globali, rispettino la verità, perché solo la ricerca della verità costituisce, in definitiva, la legittimità dell’informazione.

La rivoluzione digitale ha abbattuto il muro che separava le tre forme tradizionali della comunicazione: suono, scrittura, immagine. Ha consentito l’affermazione di internet, che rappresenta  un nuovo modo di comunicare, di esprimersi, di informarsi, di distrarsi.

I globalizzatori sostenevano che il XXI secolo sarebbe stato il secolo delle imprese globali. L’Oservatorio Internazionale dei Media (MWG), sostiene che questo sarà il secolo in cui la comunicazione e l’informazione apparterranno, finalmente, a tutti i cittadini.

Sa’adi ci racconta che un re dell’oriente dette un giorno l’ordine di mettere a morte un uomo innocente. Questi gli disse:

 

“O re, abbi pietà di te: io non soffrirò che un istante, mentre il tuo errore sarà eterno.”

 

“L'écrivain est en situation dans son époque:”, 

 

scriveva Jean-Paul Sartre nella presentazione di Temps Modernes :

 

“chaque parole a des retentissements. Chaque silence aussi. Je tiens Flaubert et Goncourt pour responsables de la répression de la Commune, parce qu'ils n'ont pas écrit une ligne pour l'empêcher. Ce n'était pas leur affaire, dira-t-on. Mais le procès Calas, était-ce l'affaire de Voltaire? La condamnation de Dreyfus, était-ce l'affaire de Zola? ”

 

Nel 1945, lo sterminio degli ebrei no era né il caso Calas né il caso Dreyfus.

Il mondo era preso da altre preoccupazioni.

Gli scrittori en situation accolsero in silenzio il ritorno dei sopravvissuti dai campi di della morte.

 

 

“Perdonate, ma non dimenticate”,

 

sono i versi di una canzonetta molto popolare nel dopoguerra 1914-1918.

Perdonare, sì. Perché non possiamo mai sapere il grado di colpevolezza.

Fino a che punto Hitler ha agito per pazzia?

Non ne abbiamo le prove.

Ma prendiamo precauzioni perché non si ripeta.

Il perdono sì, sempre.

Ma non dimenticare.

E, per non dimenticare, dobbiamo, a nostra volta, far conoscere la verità.

Per divulgarla non dobbiamo cedere all’oblio.

Attualmente tutto il mondo è percorso da forze razziste.

Per poter affermare:

 

“Mai più odio, mai più olocausto, mai più orrore.”,

 

non bisogna dimenticare.

L’oblio lascia via libera all’odio.

Noi siamo i depositari della storia, siamo i depositari della memoria.

Anche se non l’abbiamo vissuta in prima persona.

Noi abbiamo, dunque, questa responsabilità.

Ma, per essere ascoltati, bisogna essere credibili.

E, per essere credibili, bisogna essere competenti, sperimentare, avere già sperimentato.

Solo così si potrà proclamare a voce alta ed essere ascoltati.

Il potere porta sempre delle responsabilità.

Non pensate mai a ciò che vorreste fare, ma a ciò che è vostro dovere compiere.

 

 

Vi è un momento della storia dell’uomo che mi tocca dal profondo.

È quello in cui gli esseri umani hanno iniziato ad allineare i loro morti per sotterrarli.

Non si sono mai visti animali allineare le spoglie di altri animali.

Gli animali si nascondono per morire.

Dal momento in cui i resti dei defunti non sono più stati abbandonati, ma accuratamente disposti, una nuova era ha avuto inizio: quella dell’UMANITA’.

 

 

 

 

 

Daniela Zini

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 02, 2009 16:10 | Permalink | commenti
categoria:economia, globalizzazione, stampa, censura, democrazia, quarto potere, daniela zini