80 anni fa nasceva Martin Luther King
(1929-1968)
“I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”.”
“Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali.”.”
Martin Luther King
Il 20 settembre 1958, nel pomeriggio, un uomo di media statura – un nero – sta autografando copie del suo primo libro, Stride Toward Freedom, in una libreria della 125ma Strada West, la grande strada di Harlem, quando una donna nera gli si avvicina e gli chiede:
“È lei il dr. King?”
L’uomo solleva lo sguardo dal libro, uno sguardo dolce e vuoto insieme e assente con la testa. In quel preciso istante la donna gli conficca nel petto un tagliacarte affilatissimo. La lama raggiunge l’aorta del dr. King. Ma l’uomo non si muove, non cade, non emette un gemito. Solo qualche perla di sudore freddo appare sulla sua fronte. Viene trasportato fuori della libreria su una sedia e su quella sedia è fatto salire sull’ambulanza. I medici diranno, poi, che il dr. King si era salvato vita, facendo appello al suo freddo coraggio. Se avesse fatto anche un impercettibile movimento, un colpo di tosse, la lama avrebbe reciso l’aorta.
Il reverendo Martin Luther King jr. entra nella storia contemporanea attraverso questo episodio di sangue.
La donna, Izola Ware Curry, era una nera, una domestica di quarantadue anni, che, poi, venne rinchiusa in manicomio. Il Dr. King la perdonò, ma tutti gli altri la giudicarono pazza. E, tuttavia, alla domanda:
“Perché volevi ucciderlo?”,
lei rispose sempre con molta lucidità:
“Volevo ucciderlo perché il reverendo King è un pericolo per la razza nera.”
“In che senso è un pericolo?”,
le chiesero.
“Il Signore vuole che la razza nera sia sottoposta al bianco, che ne è superiore, e non sporchi la sua mente con ribellioni politiche. Il dr. King è un pericolo per la razza nera perché non predica l’obbedienza, ma la rivolta contro il bianco. È dannato e condannato. È per queste ragioni che ho voluto che morisse.”
Anche molti bianchi, specie nel Deep South, la pensavano come la donna nera di Harlem. Il Governatore della Georgia, lo Stato nel quale King era nato, nel 1929, dichiarò, nel 1961:
“Il reverendo King è un uomo pericoloso, da sorvegliare a vista.”
J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI, lo definì “il più noto bugiardo d’America” e l’ex-presidente Truman un “piantagrane”.
Il dr. King era, infatti, un “piantagrane”: voleva l’integrazione, vale a dire la fine della miseria e dell’umiliazione del ghetto, predicando pace, giustizia e non-violenza. La violenza scoppiava sempre da qualche altra parte, in qualche altro quartiere, non nella black belt del sud, e, quando, alcune fucilate “bianche” furono sparate in un quartiere nero di Albany (Georgia), nel 1962, e qualche nero disse che erano state sparate al dr. King, questi dal pulpito di una chiesa replicò:
“Qualche pallottola potrà anche crocefiggermi e io morire. Ma voglio ripetere che, se anche dovessi morire in battaglia, voglio che si dica: “ È morto per fare libera la sua gente.”.”
Martin Luther King era votato alla morte e ne era cosciente. Conosceva bene il sud e conosceva anche l’uomo bianco del sud. Ma ripeteva unione, non separazione.
“Noi abbiamo bisogno del bianco perché ci liberi dai nostri complessi di inferiorità e il bianco ha bisogno del nero perché si liberi dai suoi complessi di colpa.”
Iniziando la sua crociata di liberazione dal pulpito della sua chiesa a Montgomery (Alabama), nel 1955, Martin Luther King jr. sapeva a cosa sarebbe andato incontro: la violenza, che è l’altra faccia del sud. In quasi tutto il sud – in quegli Stati, dove spesso i diritti dell’uomo venivano dimenticati, dove spesso qualcuno moriva per la furia popolare – bastava un niente, a volte, perché l’aria si riempisse di spari. E, dal
King ebbe il Premio Nobel per la pace, nel
Era un uomo di media statura, dai lineamenti rudi e marcati, da lottatore. Ma la dolcezza dei suoi occhi e la delicatezza delle sue mani ne fecero un uomo pensoso, ispirato. Non predicò mai contro i bianchi e questo, da una parte, gli alienò molti seguaci e, dall’altra, diede vita a nuovi capi, quali Stokely Carmichael e H. Rap Brown, sostenitori del Black Power e dell’azione a suono di mitraglia, incendi, devastazioni e odio e, poi, odio e, poi, odio, contro la razza bianca americana.
King predicava una nuova coscienza, quella dell’eguaglianza, quella che ha nome GIUSTIZIA.
Quando era studente all’Università di Boston, dove si laureò in teologia sistematica, Martin Luther King jr. prese a interessarsi ai principi di disobbedienza civile, esposti sia da Henry David Thoreau (1817-1862) sia da Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948). Più tardi, quando, nel sud, iniziarono i moti studenteschi di boicottaggio contro la segregazione negli autobus, nei ristoranti e nelle scuole, King precisò le sue idee sulla disobbedienza civile e diede vita alla sua filosofia che predicava la resistenza passiva e la non-violenza. Per King resistenza passiva significava predisposizione alla sofferenza e al sacrificio.
“È un qualcosa come andare in galera o anche morire. Ma se così è, allora bisognerà riempire le galere di tutta la gente del sud. È qualcosa come morire, morire fisicamente. Ma se la morte è il prezzo che l’uomo deve pagare per liberare i suoi figli e i suoi confratelli bianchi da una permanente morte spirituale, allora niente potrebbe essere più redentrice di questa.”
Durante la campagna presidenziale del 1960, i seguaci di King che instaurarono in tutta l’America i Sit-ins, inscenarono una dimostrazione pacifica ad Atlanta. King venne arrestato con il pretesto che guidava senza possedere la patente dello Stato della Georgia. John Fitzgerald Kennedy telefonò, in segno di solidarietà, a Coretta King e, in seguito, si disse che Kennedy fosse divenuto presidente degli Stati Uniti soprattutto per i voti dei neri: voti che arrivarono opportuni, dopo quella telefonata.
Per King quell’arresto era ingiusto perché la legge era ingiusta.
“Io obbedisco alla legge quando è giusta, quando è in linea con la legge morale dell’universo. Ma quando la coscienza ci dice che una legge è ingiusta, allora l’uomo giusto non ha alternative e deve scientemente disobbedire a quella legge.”
La punizione che ne segue, accettata con animo nobile, viene a significare nobilitazione della legge stessa.
A questo proposito King osservò che Socrate, i primi cristiani, gli abolizionisti del sud e tutti coloro che si opposero a Hitler praticarono la disobbedienza civile.
Niente è stato più decisivo per la causa nera – e, di riflesso, per una maggiore comprensione delle radici del razzismo bianco americano – come la predicazione e la morte di Martin Luther King jr. Non si cancellerà mai dalla coscienza americana il giorno della sua tragica morte, né mai si cancelleranno i giorni dei funerali di Atlanta, che ricordavano i giorni tragici di un’altra morte, quella di John Fitzgerald Kennedy. Chi gli sparò, il 4 aprile
“Gli avevo appena presentato un cantante di Chicago, Benjamin Branch, che doveva cantare alla messa di inaugurazione alla marcia del prossimo giovedì sera. E il dr. King disse a Branch: “Si ricordi di cantare Precious Lord per me. E lo canti molto dolcemente…”. Quindi guardò su, davanti a sé e si girò per rientrare nella stanza. Sono sicuro che stava guardando direttamente al di là della strada – da quella parte da cui è arrivata la pallottola…”
Aveva, forse, visto il suo assassino?
Alla stessa maniera aveva guardato diritto in volto la donna che gli aveva chiesto, in quel 20 settembre 1958:
“È lei il dr. King?”
Martin Luther King era un ribelle. Era un missionario e un profeta. Un predicatore, uno che era stato arrestato, incarcerato, picchiato, lapidato e, anche, accoltellato. Ed era, anche, uno che sapeva che, un giorno, sarebbe stato ucciso. Il giorno prima del suo assassinio, rivolgendosi a una folla di duemila sostenitori, aveva chiamato la sua marcia verso i diritti civili “marcia verso la terra promessa”. Circolavano voci insistenti che la sua vita fosse in pericolo, come non mai.
“Non so ciò che accadrà. Abbiamo giorni difficili davanti a noi. Ma a me non importa più ormai. Io sono salito in cima alla montagna, pertanto, non importa più ormai. Io voglio solo fare il volere di Dio. Lui mi ha consentito di salire in cima alla montagna. E di là ho guardato e ho visto la terra promessa. è possibile che là non vi arriverò con voi, ma voglio che sappiate stasera che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. è per questo che sono felice stasera. Io non ho paura di nessun uomo. I miei occhi hanno visto
Io ho un sogno
Martin Luther King
Discorso pronunciato sui gradini del Lincoln Memorial a Washington il 28 agosto 1963
Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell'emancipazione. Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia. Il proclama giunse come un'aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.
Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi. Sono passati cento anni, e la vita dei neri è ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione. Sono passati cento anni, e i neri vivono in un'isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale. Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.
Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa. In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità. Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.
Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l'America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro dovere, l'America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che è tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”. Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento. Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti. E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l'assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.
Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all'America l'infuocata urgenza dell'oggi. Quest'ora non è fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo. Adesso è il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia. Adesso è il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale. Adesso è il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità. Adesso è il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.
Se la nazione non cogliesse l'urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste. L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell'uguaglianza. Il 1963 non è una fine, è un principio. Se la nazione tornerà all'ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un pò e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.
In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti. Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s'incontra con la forza dell'anima.
Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi è impregnata l'intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino è legato al nostro. Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra. Non possiamo camminare da soli. E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti. Non possiamo voltarci indietro.
C’è chi domanda ai seguaci dei diritti civili:
“Quando sarete soddisfatti?”
Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca. Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio. Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell'identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.
Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni. Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca. Siete i reduci della sofferenza creativa. Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.
Tornate nel Mississippi, tornate nell'Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.
Non indugiamo nella valle della disperazione. Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.
Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.
Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell'ingiustizia, il caldo afoso dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e di giustizia.
Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l'essenza della loro personalità. Oggi ho un sogno.
Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell'Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d'altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio là nell'Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.
Oggi ho un sogno.
Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.
Questa è la nostra speranza. Questa è la fede che porterò con me tornando nel Sud. Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.
Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.
Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.
Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo:
“Patria mia, è di te, dolce terra di libertà, è di te che io canto. Terra dove sono morti i miei padri, terra dell'orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà.”
E se l'America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.
E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.
Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.
Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.
Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.
Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.
Ma non soltanto.
Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.
Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.
E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell'antico inno:
“Liberi finalmente, liberi finalmente.
Grazie a Dio onnipotente, siamo liberi finalmente.”
Daniela Zini
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