giovedì, 26 novembre 2009

Durante la seconda guerra mondiale venne in luce la figura di Mustafa Barzani, destinato ad assumere le caratteristiche di capo carismatico della rivoluzione curda negli anni successivi. Una serie di arresti di esponenti curdi lo idusse, nel 1943, a proclamare la rivolta nella regione di Barzan, dove viveva il suo clan. L’intervento dell’esercito iracheno, che era appoggiato dall’aviazione inglese nella protezione dei pozzi petroliferi minacciati dai curdi, lo costrinse a una lunga ritirata verso l’Iran attraverso le montagne, con una marcia epica alla testa di diecimila persone, tra cui tremila guerrieri. Nel frattempo anche i curdi dell’Iran e della Turchia si erano impegnati a collaborare per una lotta comune e avevano stretto un patto sul Monte Dalanpar, da cui nacque, il 12 gennaio 1946, la Repubblica curda di Mahabad, che aveva uno spiccato carattere socialista e alla cui testa fu posto il curdo iraniano Qazi Mohammad, giudice, capo religioso e membro di un’influente famiglia.

La reazione dell’esercito iraniano fu immediata; contro la nuova repubblica, che aveva affidato a Mustafa Barzani il comando delle proprie truppe, entrò in azione l’esercito dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, armato ed equipaggiato dall’Inghilterra e un anno dopo la resistenza curda fu stroncata. Qazi fu giustiziato con altri capi; Mustafa Barzani rientrò in Iraq, dove lasciò le donne, i vecchi e i bambini e intraprese con i suoi uomini quella “marcia dei cinquecento” che doveva portarlo in Unione Sovietica e creare un alone leggendario intorno al suo nome. In quattordici giorni furono coperte 220 miglia a piedi, sempre sotto la minaccia degli eserciti iracheno, turco e iraniano.

Nell’Unione Sovietica Barzani doveva rimanere più di dieci anni; gli fu conferito il grado di generale dell’esercito sovietico, fatto che gli fece attribuire sentimenti filo-comunisti, da lui sempre smentiti. Del resto, la limitatezza degli aiuti dell’Unione Sovietica ai curdi in lotta fu una delle cause della loro sconfitta. Un altro motivo di fondo del crollo della repubblica di Qazi Mohammad fu, senz’altro, la tradizionale mancanza di coesione tra le tribù, gelose come sempre della loro autonomia e, spesso, in contrasto con i capi del movimento, provenienti dalla popolazione cittadina più evoluta e istruita.

Una nuova situazione si determinò in Iraq con la rivoluzione del luglio 1958, che portò al potere il generale ‘Abd al-Karim Qasim e con la nuova costituzione che garantiva i diritti dei curdi nell’ambito dello Stato iracheno. Barzani potè rientrare in patria e il problema curdo sembrò avviarsi a una soddisfacente soluzione politica. Ma l’illusione fu di breve durata. Le promesse di autonomia non vennero mantenute e, nel 1960, i rapporti si fecero ancora tesi.

Questa volta Barzani aveva l’appoggio del partito comunista iracheno e la lotta riprese in forma cruenta, con bombardamenti dei villaggi curdi da una parte e azioni di guerriglia dall’altra, finché il nuovo colpo di Stato di ‘Abd as-Salam ‘Arif del febbraio 1963 mise fine alle ostilità, ma solo per pochi mesi. La costituzione della RAU (Repubblica Araba Unita) e il colpo di Stato baathista del luglio 1968, che portò al potere il generale ‘Ahmad Hasan al-Bakr, non fecero che complicare la situazione sul piano politico, senza porre fine in modo durevole ai combattimenti. Nella primavera del 1969, la guerra imperversò di nuovo nel Kurdistan; il governo di Baghdad impiegò il napalm e l’acido solforico per distruggere i raccolti, provocando la distruzione di innumerevoli villaggi e la morte di 33.000 peshmarga, come sono chiamati i combattenti curdi, oltre a 20.000 vittime tra la popolazione civile; seguirono trattative di pace, che portarono a un accordo nel marzo del 1970.

Anche questa volta, tuttavia, gli accordi furono rispettati solo in parte, per la riluttanza del governo iracheno a concedere l’autonomia nei centri petroliferi, specialmente quello di Kirkuk, dove la popolazione curda era prevalente. Negli anni successivi la situazione si fece sempre più intricata: il movimento curdo fu perfino accusato dal Baath di essere alleato di Israele e dell’Iran contro la causa araba. D’altra parte una serie di dissidi portò a uno scontro armato tra Barzani e i comunisti all’interno del movimento stesso. Anche le relazioni tra curdi iracheni e curdi iraniani si deteriorano, per l’interesse dei primi a mantenere buoni rapporti con il governo dello Shah, che garantiva l’unica frontiera attraverso cui potessero ricevere aiuti nella lotta contro Baghdad.

Si giunse così alla concessione di autonomia dell’11 marzo 1974, proposta da al-Bakr, ma non accettata dai curdi, che avrebbero voluto una più favorevole ripartizione degli utili del petrolio, calcolata in base alla loro consistenza etnica. La minaccia di distruggere gli impianti, da parte di Barzani, condanne a morte di notabili curdi ed esecuzioni sommarie di militari iracheni per ritorsione e, infine, una ripresa generale delle ostilità, furono gli avvenimenti, che crearono in questo tormentato Paese i presupposti per una situazione di tipo vietnamita. Le grandi potenze non si esposero direttamente, ma influenzarono la situazione secondo le linee della loro politica internazionale, vale a dire dei loro interessi. L’Unione Sovietica, che in passato aveva appoggiato concretamente il movimento curdo, sostenne il governo iracheno di cui faceva parte il partito comunista e cui era legata da un patto di amicizia dal 1972. Di conseguenza armi, consiglieri militari e aerei sovietici furono impiegati contro i combattenti curdi, sostenuti apertamente dallo Shah, che aveva interesse a indebolire lo Stato iracheno e, indirettamente, dagli Stati Uniti, accusati di fornire armi a Barzani. Al di sopra di questo rovesciamento di alleanze permaneva lo scarso interesse dei vari Stati confinanti alla realizzazione di un Kurdistan indipendente nella zona irachena, che avrebbe spinto a nuove rivendicazioni le altre minoranze curde; la lotta del popolo curdo, asserragliato tra le sue montagne, si svolse, quindi, nella massima incertezza circa le prospettive future.

Vi è una poesia curda che esprime in modo tragico il carattere di questo popolo indurito dalle lotte secolari per la sua esistenza. Racconta un fatto di armi contro i turchi, in cui fu ucciso un capo curdo; quando la sua testa fu portata alla madre, questa guardò lontano, verso le montagne e disse:

 

“Non è che la testa di un agnello; dio protegga gli arieti che sono sui monti.”

 

 

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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giovedì, 26 novembre 2009

“A titolo di informazione, il Kurdistan non esiste.”

 

Queste parole spiccavano su un sacco, ritrovato dopo molte peripezie dal componente di una spedizione alpinistica al Cilo Dag e si riferivano alla scrittura, certamente ingenua, che era stata applicata sul sacco stesso: Spedizione Francese 1969 nel Kurdistan, Van. La correzione rifletteva l’atteggiamento ufficiale del governo turco nei confronti del problema curdo, per cui è logico sentire una sfumatura di risentimento in chi si era preso il disturbo di applicarla; ma è anche vero: da un punto di vista politico il Kurdistan non esiste. Esistono, invece, i curdi, ma la loro innegabile unità etnica e culturale non è mai riuscita a concretarsi e a formare una nazione. Sparsi in cinque Stati diversi, Turchia (sud-est), Iran (ovest), Iraq (nord), Siria (nord-est) e Armenia, hanno creato spesso in passato e continuano a creare notevoli problemi e grattacapi ai rispettivi governi.     

Eppure le origini dei curdi sono molto antiche. Alla loro formazione etnica hanno concorso probabilmente molti di quei popoli nomadi indoeuropei che scesero in epoca remota dalle steppe russe nella pianura mesopotamica e in Iran. Le tavolette numeriche parlano di un popolo di pastori montanari, chiamati kuti o guti, scesi intorno al 2000 a.C. dai monti Zagros verso la pianura mesopotamica e anche i testi assiri più antichi li menzionano con il nome di kurdu. È probabile che abbiano costituito una parte della popolazione del regno di Urartu, Stato potente e bellicoso che sorse agli inizi del primo millennio a.C. nella Turchia orientale, tra le montagne che circondano il lago Van, includendo nei suoi confini anche il biblico monte Ararat, su cui si sarebbe posata l’arca di Noè. La prima descrizione dei curdi, da cui risultino le caratteristiche di questa popolazione, la dobbiamo a Senofonte, che descrive la sua ritirata attraverso le impervie montagne dei caduchi, gente fiera e avida di preda. Anche nei secoli successivi questa fama di popolo barbaro e temibile rimarrà inseparabile dai curdi nell’opinione dei viaggiatori e dei popoli con cui ebbero contatti. Questi furono molti, a iniziare dai medi e dai cimmeri, che ne modificarono probabilmente la lingua, mescolandosi a loro. In seguito subirono influenze anche dai turchi, dagli arabi, dai circassi, dagli armeni, loro secolari avversari, da cui trassero, tuttavia, l’impulso all’agricoltura, modificando il loro carattere di nomadi o seminomadi.

Durante il medioevo, i curdi furono convertiti alla religione islamica dagli arabi. Fu una conversione forzata, ma permise loro di cogliere un grande trionfo al tempo della Terza Crociata, quando il principe curdo Salah ad-Din, noto in occidente come il Saladino, divenne sultano della Siria e dell’Egitto e si oppose valorosamente ai crociati di Riccardo Cuor di Leone. È una figura che i curdi non hanno dimenticato, anzi hanno idealizzato fino a farne il simbolo stesso delle loro virtù guerriere. Prima dell’islam si era diffusa tra i curdi anche la religione cristiana, sotto la forma eretica del nestorianesimo, ma la nuova fede cancellò a tal punto la precedente che divennero, al pari dei circassi, i più feroci persecutori degli armeni, contribuendo alla distruzione di quel popolo sventurato.

I rari europei che visitarono il Kurdistan nel XIX secolo hanno riconfermato quel ritratto dei curdi che i tempi precedenti ci avevano  trasmesso. Vivevano indipendenti di fatto sia nell’ambito dell’impero ottomano, sia in Persia e molti di loro erano organizzati in bande dedite al brigantaggio. Con veloci razzie calavano sui villaggi e sulle città, depredavano gli abitanti e risalivano nelle loro vallate, ai loro accampamenti di tende, la cui mobilità nell’ambiente montuoso li metteva al riparo dalle rappresaglie. Questo spiega l’esistenza di un proverbio arabo, secondo cui vi sarebbero tre calamità sulla Terra: le locuste, i topi e i curdi.

Il nome di curdi con cui sono conosciuti in tutta l’Asia occidentale e che è usato da loro stessi, si ritrova nell’aggettivo persiano kurd, che significa rude, ma anche forte, eccellente. In turco la stessa parola significa lupo. Anche in queste coincidenze linguistiche si può vedere la fama di gente indomabile e fiera, oltre che pericolosa, che i curdi avevano sparso attorno a loro. Ben presto si stabilirono delle leggende intorno alle loro origini. Secondo una di queste, dovuta ad antichi scrittori arabi, il re Salomone aveva mandato a cercare in occidente quattrocento fanciulle per arricchire il suo harem, ma lungo la via queste incontrarono dei geni malefici, dei jin, che le violentarono. Quando Salomome seppe di questo oltraggio allontanò da sé le fanciulle divenute indegne di lui. Ma l’unione con i jin diede presto i suoi frutti e da essa nacquero i progenitori dei curdi.     

Il terreno montagnoso e la divisione in tribù e principati di struttura feudale, governati da dinastie ereditarie, impedirono sempre ai curdi di superare le loro tendenze particolaristiche e di riunirsi in un organismo più vasto, basato sul sentimento di una loro unità etnica, linguistica e culturale. Ognuno di questi principati aveva un’armata regolare, alcune delle quali raggiungevano una forza considerevole. Ma le rivalità tra i capi erano così vive, che un principe curdo era più incline a diventare vassallo di un sovrano straniero, piuttosto che piegarsi di fronte a un altro principe curdo. Al di sopra delle tribù non si concepiva nulla, che non fosse la comune appartenenza all’islam. Nel XVI secolo il Kurdistan si trovò coinvolto nelle contese tra l’impero ottomano e i curdi dovettero per forza di cose fare una scelta tra i due potenti e minacciosi vicini. Benché per lingua e razza fossero più vicini ai persiani, la maggior parte dei curdi preferì aggregarsi ai turchi ottomani, sia per l’abile negoziazione del curdo Idris di Bilitis, che era ministro del sultano Selim I, sia per motivi religiosi, in quanto i turchi erano musulmani sunniti, anziché sciiti, come i persiani. Tuttavia anche dopo questa sottomissione formale, i principi curdi continuarono a godere di un’ampia autonomia fino al XIX secolo e tutta la regione acquistò le caratteristiche di uno Stato cuscinetto, remoto e impenetrabile tra le sue montagne, la cui conquista effettiva non invogliava nessuno.

Le cose cambiarono verso la metà del XIX secolo, quando l’autorità turca si fece più pesante e i russi incoraggiarono i curdi alla ribellione. Le rivolte curde si succedettero per tutto il secolo e giunsero fino a minacciare Istanbul. L’ultima, tra il 1878 e il 1881 ebbe un carattere diverso, perché poneva per la prima volta il problema curdo sul piano di una lotta nazionale, rivolgendosi a tutte le minoranze curde sparse nei diversi Stati. La rivolta fu soffocata da Turchia e Iran, congiunti di fronte alla nuova minaccia, ma all’inizio del XX secolo l’idea maturò presso un gruppo di uomini colti, che impostarono la lotta su basi moderne, consci che l’antica organizzazione tribale non avrebbe retto a lungo di fronte al sorgere di nuove entità nazionali dal potere centralizzato. Essi raccolsero gli elementi tipici della loro cultura e iniziarono al Cairo la pubblicazione di un giornale in curdo e in turco, “Il Kurdistan”: questo nome, che, presso gli scrittori orientali, aveva sempre avuto solo il valore generico di “Paese dei curdi”, assumeva ora un preciso significato politico. Nel 1908, il giornale fu trasferito a Istanbul, sotto la spinta delle illusioni che la rivoluzione dei Giovani Turchi e il disfacimento dell’impero ottomano avevano creato nei vari gruppi etnici desiderosi di indipendenza. Si costituì anche un’Associazione per l’elevazione e il progresso dei curdi, ma la sua opera fu presto ostacolata e repressa dal nuovo governo turco, che, durante la Prima Guerra Mondiale, operò vaste deportazioni di curdi dai vilayet orientali alla frontiera, con l’uccisione di alcuni capi.

Al termine della guerra si costituì un Comitato curdo per l’indipendenza, che inviò una propria delegazione a Parigi, sotto la guida del generale Sharif Pasha, per patrocinare la causa curda. Le speranze dei nazionalisti furono alimentate dalle dichiarazioni del presidente Wilson e dall’atto diplomatico contenuto nel Trattato di Sèvres del 1920, con cui si riconosceva il diritto del popolo curdo all’indipendenza e si decideva di trasformare il Kurdistan ottomano in uno Stato nazionale. Poi sopravvenne la rivoluzione kemalista e il Trattato rimase lettera morta. Appena tre anni dopo, il progetto di un Kurdistan indipendente era insabbiato: alla stesura del Trattato di Losanna i curdi non furono neppure invitati e le grandi potenze decretarono la divisione del territorio curdo in tre arti, lasciando all’Iran la porzione già inclusa nei suoi confini.

I curdi non accettarono questa decisione e diedero inizio a una serie di insurrezioni di volta in volta scatenatesi nei singoli Stati, ma mai simultaneamente e questo fu, forse, il motivo dei loro insuccessi. Inoltre l’importanza assunta dal petrolio in diverse zone, come nella regione di Mosul, creò i presupposti per un’ingerenza diretta della Gran Bretagna, che appoggiò l’azione del governo iracheno con bombardamenti aerei dei villaggi curdi, sia nel 1923, sia durante le successive insurrezioni del 1930-1933. Nello stesso periodo si scatenò in Turchia una violenta repressione del movimento curdo sotto il governo di Mustafa Kemal Atatürk: fu proibito l’uso della lingua curda e dello stesso nome di curdi. Deportazioni e massacri fecero seguito alla rivolta del 1925, guidata dal capotribù Sheikh Said: uomini politici e intellettuali furono imprigionati e uccisi. La repressione fu particolarmente spietata a Erzurum e Diyarbakir, la principale città del Kurdistan turco, dove vennero condannati a morte cento capi curdi, tra cui lo stesso Sheikh Said. Molti curdi cercarono scampo in Iraq e in Siria; quelli rimasti in Turchia non ebbero più alcuna possibilità di organizzarsi politicamente e di riprendere la lotta.     

 

 

 

 

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giovedì, 26 novembre 2009
In occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne il mio pensiero va a Taraneh Mussavi, a Neda Aqa Soltani e a Soheila Ghadiri


Ribellione


Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.
Libera le mie caviglie dalle gravose catene
Che il loro peso sul mio cuore preme.

O uomo, egoista creatura, vieni,
Vieni, apri la porta della gabbia.
Se in prigione a vita mi terrai
La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,
Ha in animo di spiccare il volo.
Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,
In rimpianti il mio tempo è trascorso.

Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che devo sgravarmi di un segreto,
Far giungere al mondo intero
L’eco infuocata della mia voce.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.

Solo per te le mie labbra e i loro dolci baci,
Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,
Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,
Solo per te il mio cuore e i suoi strazianti lamenti.

O uomo, egoista creatura,
Non dire: La tua poesia è un’infamia.
Tu non immagini neppure quanto angusto sia
Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

Non dire che da ogni verso stilla peccato,
Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.
Per te il paradiso, le urì e l’acqua di Kawthar,
Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio
Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.
Alcun rimpianto se in paradiso non andrò,
Un paradiso eterno nel mio cuore arde.

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,
La luna fluttua dolcemente
E tu dormi, io, ebbra di passione,
Tutto il chiaro di luna abbraccio.

La brezza mi rubò migliaia di baci.
Migliaia di baci concessi al sole.
In quella prigione dove il carceriere eri tu,
Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome
Che la mia infamia dà un piacere inebriante.
Mi perdonerà quel Dio sostentatore
Che ha donato un cuore folle al poeta.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.


Forugh Farrokhzad
traduzione dal persiano di Assunta Daniela Zini
dal mio libro: Forugh Farrokhzad: una foglia portata dal vento, caduta quasi per caso sulla mia via


“Ogni privazione, qualunque sia la causa che la provoca, è benefica all’uomo.”


Nel 1901, Gandhi si trova nel Natal, una delle colonie inglesi del Sudafrica, popolata da una minoranza indiana abbastanza numerosa. Il governo dell’Unione ha, di recente, approvato una legge che impone una tassa di capitazione: ogni uomo, donna o ragazzo rimasto libero dal proprio contratto di lavoro deve pagare una tassa di tre sterline. Scopo dell’imposizione del balzello è di costringere gli indiani ad assoggettarsi nuovamente a un altro contratto di lavoro, in evidenti condizioni di inferiorità.
Una prima promessa del governo inglese di abolire la tassa non è mantenuta per l’opposizione degli europei del Natal e a questa vessazione se ne aggiunge un’altra. Una sentenza della Corte Suprema del Capo stabilisce che i matrimoni celebrati in Sudafrica non siano riconosciuti dalla legge se non celebrati secondo i riti cristiani e iscritti nel registro dei matrimoni.

“Questa draconiana sentenza”,

scrive Gandhi nella sua autobiografia,

“annullava con un tratto di penna tutti i matrimoni celebrati in Sudafrica secondo i riti indù e musulmano e secondo la religione di Zoroastro; le molte donne sposatesi nel paese cessavano, ai termini della sentenza, di essere considerate legalmente unite ai propri mariti ed erano degradate al rango di concubine, mentre i loro discendenti erano privati del diritto di ereditare le sostanze paterne. Questa era per le donne non meno che per gli uomini una posizione insostenibile e gli indiani del Sudafrica si misero in agitazione.”

A quell’epoca Gandhi sta raccogliendo i primi seguaci alla dottrina del Satiagraha o metodo della sopportazione dell’ingiustizia, fondato sulla pacifica ma inflessibile volontà di non obbedire agli ordini imposti con la violenza e sulla accettazione delle conseguenti sanzioni. Gli indiani delle colonie sudafricane non hanno alcuna conoscenza di questa dottrina filosofico-religiosa. Sono per lo più gente di bassa condizione sociale, incolti, ma dotati di un grande orgoglio nazionale e di un severo senso religioso. L’assommarsi delle due ingiustizie, quella relativa alla tassa e quella relativa ai matrimoni offre a Gandhi l’occasione di associare nell’azione pacifica di protesta uomini e donne.
Così Gandhi commenta quel momento iniziale della sua lotta:

“Il sacrificio delle sorelle indiane fu assolutamente disinteressato perché conoscevano appena la questione legale per cui lottavano. Molte di loro non avevano la minima idea della patria e il loro patriottismo era fatto solo di fede. Tante era illetterate e non potevano, quindi, leggere neppure i giornali. Ma avevano ugualmente compreso che un colpo fierissimo era stato inferto all’onore degli indiani e la volontaria prigionia era un grido di angoscia e di preghiera offerto dal profondo del loro cuore.”

Gandhi è assassinato con tre colpi di pistola da Nathuran Godse, un indù radicale legato al gruppo estremista Mahasabha.
È la morte che aveva detto di preferire.

“Non desidero morire di una paralisi delle mie facoltà, come un uomo sconfitto. La pallottola di un assassino potrebbe porre fine alla mia vita. L’accoglierei con gioia. Ma soprattutto vorrei morire facendo il mio dovere fino all’ultimo respiro.”

Sono le parole pronunciate da Gandhi, il 29 gennaio 1948, la sera prima della sua morte.
È strano che l’apostolo della non-violenza abbia desiderato per sé una morte violenta. Ma questo è, in un certo senso, nella fatalità delle cose.
La violenza è nella natura irrazionale dell’uomo.
La non-violenza è nella verità della sua anima, quella verità che Gandhi ha eroicamente cercato tutta la vita.
La sua lezione è, forse, troppo lontana da noi, da una società come quella occidentale estremamente tecnicizzata e razionalizzata, che a certe manifestazioni della fede guarda come a pericolose e ormai sorpassate superstizioni. Eppure è certo che laddove un uomo soffre per una affermazione della verità, là, per lo stesso motivo, un popolo intero soffre e lotta.
Seguendo un istinto di lotta più che una tattica, il popolo iraniano ha dato un esempio splendido ed esaltante di coraggio e di protesta civile. La disobbedienza nelle strade ha assunto i toni di una sommessa epopea, tanto più commovente in quanto si sapeva già destinata a subire la legge della forza della ragione di Stato. E, tuttavia, il governo ha subito uno smacco che resterà nella storia, destinato a ripetersi, forse, a non lunga scadenza.
E non importa se tutto finirà attorno al tavolo di un compromesso.
Oggi è una minoranza, domani può essere una forza.
I movimenti più incisivi e duraturi della storia hanno spesso origini silenziose e remote.
La storia è piena di esempi lasciati cadere e raccolti dalla posterità.
La Chiesa è ridiventata ecumenica e cristiana passando attraverso i roghi dei suoi eretici.
L’uomo è destinato a sopravvivere ai suoi dogmi, anche e soprattutto al dogma della violenza come necessità, della sopraffazione come necessità, dell’ordine come necessità, della coerenza ideologica come necessità.
I mostri sacri dei secoli passati sono tutti più o meno rinati sotto altre spoglie.
Per riconoscerli e combatterli, anche sotto le allettanti apparenze delle libertà che non sono tali, occorre una grande forza morale.
Non si cambia nulla avendo di vista la pura e semplice conquista di posizioni materiali.
Non di solo pane si nutrono le rivoluzioni.
La privazione dei diritti materiali e morali è stata la causa delle più grandi e risolutive ribellioni storiche. Ma la privazione è anche, in se stessa, un’arma che ciascuno deve sapersi imporre quando ha di mira uno scopo superiore.


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domenica, 01 novembre 2009

 

هرگز بر نمی‌گردم

 



من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ ام
از خاكستر اجساد سوخته‌ی‌ كودكانم‌ برخاستم‌ و توفان‌ گشته‌ام
از جویبار خون‌ برادرانم‌ سر بلند كرده‌ ام
از توفان‌ خشم‌ ملتم‌ نیرو گرفته‌ ام
از دیوارها و دهكده‌های‌ سوخته‌ كشورم‌ نفرت‌ به‌ دشمن‌ برداشته‌ام
                      حالا دگر مرا زار و ناتوان‌ مپندارهموطن،
                      من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ام
                      راه‌ خود را یافته‌ام‌ و هرگز بر نمی‌گردم

من‌ دیگر آن‌ زنجیر ها را از پا گسسته‌ام
من‌ درهای‌ بسته‌ی‌ بی‌خبری‌ ها را گشوده‌ام
من‌ از همه‌ چوری‌ های‌ زر وداع‌ كرده‌ام

                      هموطن‌ وای‌ برادر، دیگر آن‌ نیستم‌ كه‌ بودم
                      من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ ام
                      من‌ راه‌ خود را یافته‌ ام‌ و هرگز برنمی‌گردم

با نگاه‌ تیز بینم‌ همه‌ چیز را در شب‌ سیاه‌ كشورم‌ دیده‌ام
فریاد های‌ نیمه‌ شبی‌ مادران‌ بی‌فرزند در گوشهایم‌ غوغا كرده‌ اند
من‌ كودكان‌ پا برهنه‌، آواره‌ و بی‌لانه‌ را دیده‌ام
من‌ عروسانی‌ را دیده‌ام‌ كه‌ با دستان‌ حنا بسته،
                      لباس‌ سیاه‌ بیوگی‌ بر‌ تن‌ نموده‌اند
من‌ دیوار های‌ قد كشیده‌ی‌ زندان‌ ها را دیده‌ام
                      كه‌ آزادی‌ را در شكم‌ های‌ گرسنه‌ی‌ خود بلعیده‌ اند
من‌ در میان‌ مقاومت‌ ها، دلیری‌ ها و حماسه‌ ها دوباره‌ زاده‌ شدم
من‌ در آخرین‌ نفس‌ ها در میان‌ امواج‌ خون‌ و در فتح‌ و پیروزی
                                                   سرود آزادی‌ را آموخته‌ام
حالا دیگر مرا زار و ناتوان‌ مپندار
هموطن‌ وای‌ برادر،
من‌ در كنار تو و با تو در راه‌ نجات‌ وطنم‌ همنوا و همصدا گشته‌ام
صدایم‌ با فریاد هزاران‌ زن‌ برپا گشته‌ پیوند خورده‌ است
مشتم‌ با مشت‌ هزاران‌ هموطنم‌ گره‌ خورده‌ است
من‌ در كنار تو و در راه‌ ملتم‌ قدم‌ گذاشته‌ام
تا یكجا بشكنیم‌ این همه‌ رنج‌ زندگی‌ و همه‌ بند بندگی
                        من‌ آن‌ نیستم‌ كه‌ بودم
                        هموطن‌ وای‌ برادر،
                        من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ام

 

مینا

 

 

 

 

Sono una donna che ormai si è svegliata…

Mina Keshvar Kamal, Mai tornerò indietro

 

 

 

 

All’indomani dell’attentato alle Twin Towers, viene messa in atto in Afghanistan l’operazione battezzata Enduring Freedom per punire i responsabili – in particolare Osama Bin Laden, restato introvabile da otto anni – e accelerare la caduta dei talebani, di cui l’occidente non si è affatto curato prima.

 

Per sei anni, un gruppo di terroristi religiosi che si erano dati il nome di talebani, studenti di religione, avevano oppresso la popolazione afghana au vu et au su della comunità internazionale. Quest’ultima si era emozionata e indignata più facilmente per la distruzione delle statue di Buddha che per la distruzione sistematica di migliaia di vite umane.

Il principale bersaglio dei talebani era stato la popolazione femminile.

Le donne afghane erano state imprigionate non solo in un abito, che le copriva dalla testa ai piedi, ma anche nella loro casa, quando ne avevano una. La crudeltà era stata spinta fino a obbligarle, almeno nelle città come Kabul, a dipingere le finestre delle loro case perché nessuna donna o ragazza al di sopra dei dieci anni fosse visibile all’esterno. Nessun altro Paese al mondo ha mai assegnato alla residenza la metà della popolazione a causa della femminilità, ma tutti i Paesi hanno lasciato fare i talebani con una compiacenza sconcertante.

 

I media hanno gettato, un velo sul passato glorioso e ben conosciuto dei mojahedin. Dalla partenza dei sovietici, nel 1989, i punti comuni tra loro non bastano più a far tacere le rivalità. La cupidigia e l’appetito di potere di tutti i signori della guerra li spingono a battersi incessantemente gli uni contro gli altri in alleanze rovesciate appena create. Al termine di quattro anni, nel 1992, prendono Kabul e rovesciano Najibullah; ma la guerra civile e, soprattutto, la guerra contro i civili non si ferma per questo. I soldati dell’Alleanza del nord saccheggiano le case e violentano le donne. I capi locali taglieggiano i camion ogni 50 km, i trasporti sono impossibili, la corruzione e il disordine impediscono l’applicazione della shari’a.

Alcuni tra i mojahedin, soprattutto i più giovani, che hanno preso gli ideali islamici sul serio, sono sconfortati. Partono per studiare in Pakistan. Sono gli studenti, i talebani, i figli spirituali e, talvolta, fisici dei mojahedin. Altrettanto anticomunisti come i loro padri ma più disciplinati, più seri e ancora più fondamentalisti. E in un anno, i talebani formidabilmente armati conquistano buona parte del Paese ed entrano a Kabul.

I talebani interdicono l’accesso alla scuola delle ragazze e impongono una scolarità strettamente religiosa ai ragazzi, in cui lo studio del Corano fondato sulla ripetizione a memoria delle sure sostituisce i corsi di letteratura, di storia e di scienze. Il ministro dell’istruzione al servizio del Mollah Omar dichiarava fieramente che un futuro medico non aveva che da fare un apprendistato presso un macellaio per apprendere tutto quello che gli poteva servire alla professione in materia di anatomia, ciò che riflette abbastanza bene l’approccio educativo di quel governo.

Una scolarità parallela fu organizzata nelle città, soprattutto da donne letterate,  per le ragazze sotto forma di corsi clandestini tenuti all’interno di appartamenti, vi era sempre un lavoro di cucito a portata di mano, nel caso di un’irruzione da parte di un miliziano del ministero della promozione della virtù e della repressione del vizio. L’organizzazione femminile afghana RAWA (Revolution Association of the Women of Afghanistan) (1), la sola a denunciare dall’inizio gli abusi degli integralisti, estese questo tipo di scolarità ai villaggi. È così che un buon numero di donne ebbero accesso all’alfabetizzazione.

Quando i mojahedin battono in ritirata nel 1996, lasciano 50.000 morti soltanto a Kabul e la città in rovina. Quello che sei anni di guerra anti-sovietica non erano riusciti a fare, quattro anni di guerra tra fazioni lo hanno compiuto.

 

Per mesi dopo l’11 settembre 2001, le immagini dell’Afghanistan inondarono, tutte le sere, i nostri schermi televisivi. Il mondo scopriva allora le vite distrutte delle donne sotto il regime fondamentalista talebano, che controllava il 90% del Paese, compresa la capitale, dal 1996.

Non era, tuttavia, che un altro capitolo in un conflitto che durava da quasi trenta anni, del quale le donne sono state le principali vittime. Questo conflitto, che perdura, ha precipitato il Paese nella miseria: morti a milioni, mine disperse ai quattro lati del territorio, la maggioranza delle infrastrutture distrutte.

Il 29 gennaio 2002, nel suo discorso sull’Unione George W. Bush aveva dichiarato:


“La bandiera americana svetta di nuovo sulla nostra ambasciata a Kabul… Oggi, le donne sono libere.”

 

Era il terzo cambiamento di obiettivo dall’inizio della guerra.

I giornali pubblicarono le foto dei sorrisi delle donne – no, mi correggo, del sorriso di una donna – e la guerra trovò la sua quarta ragione: la liberazione delle donne.

Dire che la guerra fosse vantaggiosa alle donne afghane, era decidere che fosse preferibile per loro morire sotto le bombe, morire di fame, morire di freddo, piuttosto che vivere sotto i talebani.

Mi chiedo come è possibile pretendere di andare a liberare la gente bombardandola?

Si può giustificare una guerra dicendo di andare a liberare le donne dimenticando che sono sotto le bombe?

Quando si tratta dei diritti delle donne, vale a dire dei diritti umani, la questione che si pone a proposito di una guerra è sempre, infine, la stessa: quali sono i mali peggiori della guerra per una popolazione?

In quale momento la guerra diviene preferibile?

Il modo con cui è stato trattato in occidente l’alibi della liberazione delle donne afghane è un’illustrazione del fatto che le vite occidentali valgono di più, infinitamente di più, delle altre e del fatto che l’occidente, non contento di aver messo un prezzo molto basso sulle altre vite, stimi di avere il diritto di disporne a suo piacimento.

È Simone de Beauvoir che utilizza il termine di alibi per descrivere in che cosa consista il recupero della lotta delle donne da parte del sistema politico, che non si adopera che al minimo per poter utilizzare la causa delle donne e avere un alibi da fornire quando lo si interroga su questo punto.

 

Il gioco che svolsero i talebani fece, forse, parte di uno scenario messo a punto per creare una diversione. I talebani sapevano che la loro sorte era intimamente legata a quella di Bin laden, al quale erano debitori. Dopo che il Pakistan li aveva aiutati a insediarsi al potere, nel 1996, avevano resistito agli attacchi delle forze di opposizione grazie all’esercito di Bin Laden. Il regime talebano pretese, dapprima, che avrebbe potuto liberare Bin Laden solo a condizione che fossero fornite delle prove sulla sua colpevolezza, rifiutando, in anticipo, ogni prova contraria alla legge islamica. O per meglio dire, che non avrebbe riconosciuto alcuna prova come valida. Poi, negò che il capo terrorista avesse potuto realizzare una simile operazione, sostenendo che la sua condizione di ospite gli impediva di metterlo nelle mani di stranieri. Occorreva guadagnare tempo perché Bin Laden e i suoi alleati, dovunque fossero nel mondo, potessero nascondersi in un luogo sicuro e, forse, preparare una replica. Il capo terrorista aveva, forse, scelto di rifugiarsi in un Paese dove aveva numerosi simpatizzanti capaci di proteggerlo e di fargli varcare, se la cosa fosse divenuta necessaria, altre frontiere amiche.

Questo Paese avrebbe potuto essere un vicino dell’Afghanistan, il cui governo ignorava la presenza di Bin Laden, un Paese che non avrebbe corso il rischio di essere attaccato dagli Stati Uniti in quanto loro alleato circostanziale?

Gli Stati Uniti hanno potuto veramente credere che Bin Laden, che aveva avuto tre settimane per mettersi al riparo, sarebbe restato sul posto ad attenderli?

Come potevano pensare di arrestare Bin Laden e il suo gruppo lanciando bombe e missili, senza scendere a terra?

Volevano limitare il numero delle vittime nel loro campo, d’accordo, ma non hanno avuto alcuna esitazione a fare vittime tra una popolazione innocente e affamata, che viveva in una miseria estrema da più di venti anni.

Nella nostra epoca di guerra tecnologica, le guerre fanno infinitamente più vittime civili di vittime militari.

Mi chiedo è morale?

 

Nella sua conferenza dell’11 ottobre 2001, il presidente Bush aveva fatto una nuova apertura ai talebani:

 

“Consegnateci Bin Laden e i suoi alleati e noi cesseremo di bombardare l’Afghanistan.”

 

Il suo obiettivo non era, dunque, di mettere fine al regime dei talebani?

Saddam Hussein era stato considerato il diavolo in persona durante la Guerra del Golfo.

In questa, il diavolo era Bin Laden.

E con il diavolo non si patteggia in alcun modo.

L’amministrazione americana aveva accusato certi media, che si mostravano critici, di essere dei cattivi patrioti. Il primo emendamento della costituzione americana, che garantisce la libertà di espressione a tutti e a tutte, non pesa molto quando si vuole guadagnare la guerra dell’opinione pubblica, al posto della guerra contro il terrorismo.

L’operazione violava tutti i diritti internazionali: non era stata approvata dal Consiglio di Sicurezza. Soltanto, dopo l’invasione e il rovesciamento del governo, Washington ottenne l’autorizzazione dell’ONU per il nuovo governo che aveva insediato e per la NATO a continuare il suo intervento (2).

 

 

 

 

 

 

 

 

Note:

 

(1) RAWA (Associazione Rivoluzionaria di Donne Afghane) è stata fondata a Kabul, nel 1977, da Mina Keshvar Kamal (27 febbraio 1956 4 febbraio 1987), assassinata a Quetta, in Pakistan, da agenti del KHAD (Khadamat-e Ettela'at-e Doulati), il braccio afghano del KGB, in connivenza con i fondamentalisti di Golbodin Hekmatyar, il 4 febbraio 1987.

(2) La missione in Afghanistan è iniziata il 7 ottobre 2001, ma solo, il 20 dicembre 2001, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’approvazione della Risoluzione n. 1386, autorizza il dispiegamento nella città di Kabul e nelle aree limitrofe di una Forza multinazionale denominata International Security Assistance Force (ISAF), con il compito di assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane a mantenere un ambiente sicuro, nel quadro degli Accordi di Bonn del 5 dicembre 2001.

 

 

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore novembre 01, 2009 12:08 | Permalink | commenti
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