domenica, 11 gennaio 2009

اسير


ترا می خواهم و دانم كه هرگز
به كام دل در آغوشت نگيرم
توئی آن آسمان صاف و روشن
من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

ز پشت ميله های سرد و تيره
نگاه حسرتم حيران برويت
در اين فكرم كه دستی پيش آيد
و من ناگه گشايم پر بسويت

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم مرد زندانبان بخندم
كنارت زندگی از سر بگيرم

در اين فكرم من و دانم كه هرگز
مرا يارای رفتن زين قفس نيست
اگر هم مرد زندانبان بخواهد
دگر از بهر پروازم نفس نيست

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن
نگاه كودكی خندد برويم
چو من سر می كنم آواز شادی
لبش با بوسه می آيد بسويم

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم كودك گريان چه گويم
ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

من آن شمعم كه با سوز دل خويش
فروزان می كنم ويرانه ای را
اگر خواهم كه خاموشی گزينم
پريشان می كنم كاشانه ای را



Prigioniera


Ti desidero, ma so che mai
Ti
terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.
Tu sei quel cielo limpido e luminoso,
Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,
Lo sguardo triste, stupito, volto a te,
Penso che una mano verrà
E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,
Da questa muta prigione spiccherò il volo,
Aggirerò lo sguardo del mio carceriere
E ricomincerò la mia vita accanto a te.

Penso, ma so che mai
Avrò
la forza di lasciare questa gabbia;
Seppure il mio carceriere non si opponesse,
Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,
Gli occhi di un bambino mi sorridono;
Quando intono una canzone gaia,
Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

O cielo, se, un giorno, volessi
Da questa muta prigione spiccare il volo,
Che direi agli occhi in lacrime del bambino:
Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,
Illumina una rovina;
Se decidessi di spegnerla,
Distruggerei un nido.


Traduzione dal persiano di Daniela
دانیلا Zini زینی



Fu intorno ai dodici anni che ebbe fine il sistema di selezionare i libri da leggere ed ebbi libero accesso alla biblioteca. Secondo mio padre, dovevo decidere da sola quello che dovevo leggere: la Letteratura era la mia grande passione e la Letteratura doveva essere accettata con tutti i suoi rischi. Dovevo apprendere a leggere con discernimento, a dare giudizi non influenzati, a non entusiasmarmi perché erano libri di successo, né a giudicare negativamente per l'avversa recensione di qualche critico. Dovevo apprendere a esprimermi con il minor numero di parole possibile.

Questi sono stati i precetti di mio Padre e questa fu l'impostazione culturale che lui mi suggerì.

Forugh Farrokhzad è stata per me un cartello indicatore.

La Poesia, per quanto intellettualizzata poteva esserne l'espressione, era sempre diretta: grido, sospiro, effusione sensuale, affermazione spontanea che nasceva sulle labbra dell'uomo in presenza dell'oggetto amato. Essa mescolava raramente il patetico da un lato, l'elaborazione realistica dall'altro, al suo lirismo o alla sua oscenità quasi puri. Il sentimento di una costrizione morale, il rigore o l'ipocrisia dei costumi non avevano influito sui Poeti antichi come su questa donna del mio tempo. Il gioco delle reticenze e degli schermi letterari, la mescolanza curiosa di rigore e di eccessi, perfino nello stile, e, soprattutto, la segreta amarezza che permeava certi componimenti ne erano un'ulteriore testimonianza. La vergogna e la paura inseparabili da ogni esperienza clandestina conferivano alla Poesia la bellezza di un'acquaforte incisa con il più corrosivo degli acidi. La posizione del Poeta restava quella tipica delle grandi epoche, quella di un Artigiano squisito. La sua funzione si limitava a dare alla più scottante e alla più caotica delle materie la più precisa e la più levigata delle forme. I suoi versi migliori non ci davano delle esperienze o delle idee della loro Autrice che il punto di partenza o quello di arrivo; tralasciavano tutto quello che, anche nei più raffinati, si rivolgeva visibilmente al lettore, tutto quello che rientrava nell'ordine dell'eloquenza o della spiegazione. Così avvezzi a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, da non riconoscere in essa la forma più forte e più condensata dell'ardore, la particella d'oro nata dal fuoco e non la cenere.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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postato da: Firouzeh alle ore gennaio 11, 2009 10:32 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, iran, femminismo, forugh farrokhzad, daniela zini
mercoledì, 12 novembre 2008

Nel salone del suo appartamento di rue du Mont Blanc, a Parigi, arredato secondo l'ultima moda greco-pompeiana, una giovane donna dal corpo slanciato avvolto in una veste rosa e bianca, dal volto graziosissimo, dall'aria dolce e verginale, ballava per i suoi amici la famosa danza dello scialle, messa di moda da Madame Tallien, la procace egeria del Direttorio. Gli intimi ammessi allo spettacolo si sentivano trasportare a poco a poco in un mondo di sogno; seguendo il ritmo molle della musica, la bianca figura avvolgeva e svolgeva attorno a sé le spire di una lunga sciarpa trasparente e, nel momento culminante di questa magica danza, i lunghi capelli castano chiari le si scioglievano di colpo attorno al corpo e tutto scompariva in un alitare di spume bianche e bionde.

Allora, ansante, si arrestava e fuggiva nella sua camera, dove sdraiata su un divano e coperta da una vestaglia rosa e bianca accoglieva arrossendo, tra il chiarore discreto delle luci velate, le lodi dei suoi ammiratori.

Erano gli anni, intorno al 1800, della fine del Direttorio e dei primi fasti napoleonici del Consolato. La casa di rue du Mont Blanc, alla Chaussée d'Antin, apparteneva all'anziano banchiere Récamier di Lione, e colei che danzava era la sua giovanmissima moglie, la Divine Juliette, come già allora la chiamavano, che, per trent'anni, dominerà la storia sentimentale dell'Europa. Si erano sposati a Lione nel '93, l'anno terribile dell'inizio del Terrore: Juliette aveva quindici anni, Jacques Récamier quarantadue. Fu e restò un matrimonio in bianco. Jacques aveva amato sua madre, Marie Bernard e vi è perfino chi ritiene che Juliette fosse sua figlia. Lui, comunque, l'amava come tale, e in quei momenti tremendi, vedendo le teste di tanti amici rotolare, di giorno in giorno, nel paniere della ghigliottina e, sentendosi minacciato da vicino, aveva pensato che un matrimonio fosse il mezzo più sicuro per garantire alla figlia di Marie Bernard la sua ricca eredità.

Questo strano legame, nato sotto il segno del provvisorio, doveva durare fin quasi alle nozze d'oro. Il buon finanziere, che, nel '93, si sentiva la morte in tasca, vivrà fino a ottantuno anni, sereno e paternamente soddisfatto, attraverso i molteplici fallimenti della sua banca e i mille successi della sua Juliette, il candido giglio di Francia, che il mito dei contemporanei proclamava la più civetta e la più irreprensibile delle donne. Lei non volle mai rompere il suo matrimonio, neppure, quando, alle soglie dei quarant'anni, venne a sconvolgere la sua leggendaria innocenza da colomba François-René visconte di Chateaubriand, l'ardente scrittore.

Il fascino della Récamier consisteva in una bellezza non clamorosa, ma piena di soavità e di candore. La figlia adottiva, che ne raccolse le Memorie, ricorda la sua figura snella ed elegante, la bocca piccola e vermiglia, i denti di perla, le braccia un pò sottili, il naso delicato e molto francese, i riccioli naturali dei capelli castani, lo splendore della carnagione, che rendeva irresistibile quel volto tutto innocente malizia. Riceveva gli amici in veste bianca, stretta in vita da una sciarpa di seta azzurra, e si ornava solo di bianche perle. Tutto questo candore s'intonava alla fama della sua purezza. Alla donna più galante d'Europa, amica gentile e pericolosamente pietosa dei suoi innamorati, non si può attribuire con sicurezza alcun amante, almeno fino ai trentotto anni e alla calata dello sparviero Chateaubriand.
"Angelo in molte cose, donna in qualcuna", le scriveva maliziosamente uno dei suoi più fidi amici, il piccolo e brutto filosofo Ballanche, il suo caro Platone domestico, conosciuto nel '12 durante l'esilio a Lione, che come tanti aveva iniziato amandola, e finiva adorandola come una dea. Allo stesso modo erano finiti i due cugini duchi di Montmorency, lo spiritoso Adrien, il severo e mistico Mathieu, che, dopo averla vagheggiata ai tempi della danza dello scialle, la seguirono con la loro tenerezza lungo tutta la vita. Anche prima del Platone domestico, aveva avuto in Mathieu il suo Mentore brontolone, che la blandiva e la sgridava, sorvegliava attento i suoi giochi più arrischiati con certi adoratori, si adoperava a migliorarle l'anima.

E adoratori pericolosi a Juliette non ne mancarono: dal suo coetaneo Paul David, nipote del marito, che era venuto diciassettenne a lavorare nella banca di Parigi, al fratello del Primo Console, Luciano Bonaparte, di professione seduttore, che si era battezzato romanticamente il suo Romeo; da Prosper de Barante, figlio de prefetto del Lemano e amante quasi segreto della Staël, a Benjamin Constant, l'aspro polemista dal cuore indecifrabile, amante in carica della stessa fin dai tempi del Direttorio, che dedicherà una sua improvvisa e furiosa passione a Juliette sotto la Restaurazione.

Angelo in molte cose, Juliette si adoperò pazientemente, per tutta la vita, a trasformare questi amori effimeri in durature amicizie: creatura infelice nella sua incerta femminilità, dell'amicizia aveva un vero culto, e per essa era disposta a correre qualunque rischio, da quello di ricevere nel suo salotto i nemici più accaniti per tentare di conciliarli, a quello di farsi odiare ed esiliare da Napoleone, lei che era appena appena una realista moderata, per restare fedele al suo eterogeneo gruppo di amici realisti e repubblicano-liberali.

Il più grande di questi suoi pericolosi amici fu la baronessa de Staël. La tempestosa valchiria delle lettere e futura egeria di Chateaubriand si conobbero nel tardo '98, quando i Récamier acquistarono dal padre della scrittrice, il famoso statista Necker, la casa della Chaussée d'Antin. Juliette era ai primi successi mondani: la sua danza dello scialle emigrerà, pari pari, in una scena del più celebre romanzo dell'amica, Corinna. La Staël, maggiore di undici anni, da quattro amava Constant e tra i due iniziavano le burrasche.

La persecuzione di Napoleone contro la scrittrice liberale le obbligò presto a lunghe separazioni, riempite dalle letterine affettuose e riservate della Récamier, da quelle passionali, quasi da innamorata , di Corinna, che apriva davanti alla dolce amica le pieghe più riposte della sua anima. Nel 1803, la Staël fu esiliata, con la solita formula “a quaranta leghe da Parigi”, e si rifugiò prima in Germania, poi al castello di Coppet, presso Ginevra. Nello stesso anno venivano soppressi i famosi lunedì della Récamier, nei quali si incontravano troppi realisti, come i Montmorency, troppi antibonapartisti, come il generale Bernadotte, futuro re di Svezia, e perfino troppi Bonapartisti, come Murat ed Eugenio di Beauharnais: tanto che un giorno Napoleone aveva gridato rabbioso:

 

“Ma da quando il consiglio si tiene da Madame Récamier?”

 

L’anno dopo Bonaparte, proclamatosi imperatore, aumentava le sue intransigenze, e Juliette le sue imprudenze: scriveva all’amica esiliata, riceveva Constant, correva al processo del generale Moreau, coinvolto in un complotto, solo per fargli da lontano un cenno di saluto.

Nel 1807, Récamier falliva e moriva anche la madre di Juliette. Addio salotto della Chaussée d’Antin, addio vita frivola e lieta: solo nel ’14, con la Restaurazione, vedremo la Récamier tornare alla gran ribalta della vita mondana. Ma dopo il disastro gli amici le si strinsero attorno più fedeli che mai. La Staël la volle a Coppet, nell’estate. Juliette vi trovava un clima saturo di inquietudini amorose, di complicazioni sentimentali: l’amica si disperava davanti alla crescente freddezza di Constant, che l’anno dopo l’abbandonerà per sposarsi di nascosto, si tormentava pensando al suo amore difficile per il giovanissimo Prosper de Barante. Si passava il tempo rappresentando commedie inedite, litigando, scambiandosi bigliettini ambigui nel gioco della piccola posta. Juliette, ormai trentenne e conscia del vuoto della sua vita, si lasciò trascinare dall’ambiente e si innamorò di Augusto di Prussia, il nipote del grande Federico, che era ospite del castello. Doveva essere una cosa seria: quando lui partì, la Récamier gli giurò che avrebbe chiesto il divorzio per sposarlo: la Staël, sempre pronta a soffiare sulle passioni proprie e altrui, la spingeva a ricominciare la vita: perfino il freddo Benjamin proteggeva l’idillio.   

Un idillio in bianco, stile Récamier, molto probabilmente. Vi è da pensarlo, almeno, a vedere quanta importanza i due attribuissero al divorzio, per realizzare le loro aspirazioni d’amore. Ma, partito il principe azzurro, venne l’ora delle resipiscenze. Jacques Récamier scriveva, non rifiutando il divorzio, ma rimpiangendo di avere a suo tempo rispettato certe ripugnanze della moglie quindicenne, che avevano impedito un’unione completa. Poi, tutto si aggiustò nel modo più saggio. A poco a poco, riuscì a staccare il suo principe azzurro, per rivederlo di tanto in tanto, dopo molti anni, senza tremori. Anche il breve capitolo Coppet, dove Juliette trentenne si era comportata come una ragazzina al primo amore, si chiudeva. Presto, sarà il capitolo dell’esilio, che la colpisce, nel 1811; poi, dopo la brillante parentesi della Restaurazione, lo scenario finale della severa Abbaye-aux-Bois, alle porte di Parigi, dove in seguito a un nuovo rovescio finanziario del marito, Juliette si trasferì nel ’19, al tempo dei suoi amori con Chateaubriand. Qui la “Ninon de Lanclos moderna, con in più la virtù”, come l’avevano battezzata certi contemporanei maligni, si trasformò nella Beatrice, nell’ange fatal di Chateabriand.

L’aveva visto la prima volta di sfuggita, nel 1801-2, nel suo salotto e nel boudoir della  Staël. Aveva risentito il suo nome nel ’12 a Lione, durante l’esilio inflittole da Bonaparte per un’ennesima visita a Coppet. Dopo il viaggio in Italia, dove si era fatta amica del Canova e aveva rivisto a Napoli, ormai tentennanti nella loro fede napoleonica, i Murat, lo aveva ritrovato nel suo salotto parigino, riaperto nel ’14, al rientro dei Borboni, in rue Basse-du-Rempart. Vi circolavano di nuovo i vecchi amici, i Montmorency, la Staël, Canova, Constant, e in più Metternich, e un corteggiatore di fresca data, il duca di Wellington, non ancora vittorioso a Waterloo. Chateaubriand, quarantaseienne, veniva a leggervi una sua novella inedita, Les Abencerages. Ma il loro amore non era ancora maturo. Nel ’14-15 Juliette era occupatissima a rintuzzare l’improvvisa passione di Benjamin Constant, l’antico amico della Staël, di cui ben conosceva l’intima durezza. L’amore con François-René fu preceduto da un periodo di vaga amicizia. Dapprima Juliette ne ammirò l’ingegno fervido di scrittore, poi, fu presa a poco a poco dalla passionalità e dalla prepotenza di quella natura.

Per stargli sempre più vicina, si fece perfino amica della moglie, l’arida e intelligente viscontessa Céleste. Palpitò di simpatia ai suoi primi infortuni politici, quando nel ’16, per aver pubblicato La Monarchie selon la Charte, Chateaubriand si vide ritirare il titolo e la pensione di ministro di Stato. L’anno dopo era in acque cattivissime, ridotto perfino a vendere la sua biblioteca. E fu allora, in quel memorabile pranzo del maggio 1817, che riuniva per una delle ultime volte gli amici attorno alla Staël, ormai paralizzata, che, al rapido scoccar di uno sguardo, François-René si accorse di Juliette come donna. Di Juliette, che, probabilmente, già, in segreto, lo amava.

Il nuovo destino della Récamier si compiva sull’orlo della tomba della sua grande amica. Un’altra figura, carica di indisciplinate passioni e di generose imprudenze politiche e sentimentali, che aveva più di un punto in comune con l’autrice di Corinne, veniva a sostituire al momento giusto l’amica moribonda, che per venti anni aveva dato a Juliette un po’ della sua grandezza, le aveva preso un po’ della sua dolcezza.

La Staël scompariva nel luglio dello stesso anno. L’anno dopo, nell’ottobre, al ritorno dalle acque di Aix-la-Chapelle, la Récamier divenne tutta di Chateabriand. Era stato per lei un anno e mezzo d’inferno: non voleva cedere, era tormentata da crisi nervose, confessava di aver perso completamente la testa. Gli amici, specie il severo Mentore brontolone, Montmorency, la rimproveravano e tentavano di scongiurare la tempesta. Ma la povera colomba trentottenne era stanca della sua eterna veste candida, anche se cercava disperatamente di salvare le apparenze della sua leggenda, di avvolgere tutto nel mistero.

Non sappiamo, infatti, dove e quando François-René e Juiette si amarono. Forse, come ha supposto Levaillant, in una casa della Foresta di Chantilly, dove la Récamier fece in quegli anni molte soste.

 

“Non dimenticate Chantilly”,

 

le scriveva l’amico. E lei più tardi, al tempo di certe sue avventure londinesi, gli rimproverava di aver dimenticato Chantilly.

Chateaubriand, infatti, non le fu fedele a lungo, specie quando nel ’20 tornò in auge politica, come ambasciatore e ministro di Stato. Juliette soffriva come una donna qualunque, non trovava più le sue antiche armi di vergine civetta. Scelse l’unica degna della sua natura schiva: nel tardo 1823, d’un tratto, scomparve dall’Abbaye-aux-Bois, e partì per l’Italia, trascinandosi dietro la figlia adottiva, il vecchio e fedele Ballanche, e il giovanissimo Jean Jacques Ampère, figlio di un amico di Lione, futuro inventore dell’elettricità dinamica: un nuovo spasimante da tormentare e deludere, alla maniera antica, pre-Chantilly.

Al suo ritorno a Parigi, nel maggio del ’25, i due amanti si ritrovarono muti e commossi: non una parola di rimprovero fu pronunciata. Deposti gli antichi ardori, iniziava, per Juliette, quel ruolo di consolatrice, che si accentuò dopo il ’30, quando, con la rivoluzione di luglio e il passaggio del trono dai Borboni a Luigi Filippo d’Orléans, il legittimista Chateaubriand si ritirò clamorosamente dalla vita politica, per dedicarsi tutto al completamento delle Memorie, pubblicate postume. Storia della sua vita, le Mémoires d’Outre-Tombe divennero a poco a poco un altare eretto per la cara figura della Récamier, ormai nobilmente idealizzata. Non vi si parlava, beninteso, della danza dello scialle né dei bigliettini galanti della piccola posta di Coppet né di Chantilly. Juliette, che qualcuno tra il ’20 e il ’30 osava ancora chiamare la Circe dell’Abbaye-aux-Bois, alludendo al traffico di nomine e portafogli del suo nuovo salotto, era consacrata ormai come Madonna dell’Abbaye, come ange fatal della sua epoca.

Lei lo ripagava organizzando un salotto dove tutto era previsto per gravitare attorno alla gloria di François-René che vi andava leggendo i capitoli delle Memorie. In una nuova, severa pantomima, ben diversa da quella danzata della ventenne Juliette alla Chaussée d’Antin, l’esile vecchia dai capelli bianchi accompagnava gli ospiti ai posti rigorosamente fissati, in cerchi di sedie geometrici, graduati in modo da creare a François-René un pubblico sempre attento.

Così, lavorando a erigersi un reciproco monumento di gloria, i due tramontavano. Juliette perdeva la vista, François-René la parola. Morirono a distanza di un anno, prima lui poi lei, tra il ’48 e il ’49, i due protagonisti della favola incredibile: quella del giglio di Francia, che aveva aspettato a sfiorire per trasformarsi in rosa: quella della colomba e dello sparviero, che finivano placati, come Filemone e Bauci. 


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postato da: Firouzeh alle ore novembre 12, 2008 20:49 | Permalink | commenti
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lunedì, 10 novembre 2008

Sei mesi fa, ho acquistato, a pochi chilometri da C., una casa di campagna che, in cento anni, è passata di mano a cinque o sei proprietari. Durante i lavori di ristrutturazione al primo piano, ho trovato in un armadio a muro un manoscritto redatto in una scrittura femminile.

È una donna che racconta la propria vita, non sappiamo chi.

È la vita di Firouzeh – con tale nome si firma alla fine del racconto – che sappiamo, in seguito, acquistare il titolo di Principessa.

Questo preambolo mi è sembrato necessario, e l’ho fatto meglio che ho potuto, giacché non sono scrittore e di me non si leggerà mai altro che queste poche righe.

E questo è tutto.

 

 

Amore Mio,

sono sola.

Non posso dirTi quanto Tu mi sia caro perché è un segreto che neppure io conosco.

E se anche lo sapessi non saprei esporre il senso di un tale mistero.

Sono sola.

Sola, come lo sono sempre stata dappertutto, come lo sarò sempre e ovunque nel grande Universo incantatore.
Sola con un mondo di ricordi sempre più lontani, divenuti quasi irreali.

Sono sola e fantastico.

Il mio fantasticare non è desolato né disperato. Le note di una musica barocca mi trasportano in un mondo in cui il dolore non smette di esistere ma si allarga, si placa, diviene insieme più calmo e più profondo, come un torrente che si trasforma in lago. Un quadro, una statua, un pensiero, una poesia, ci presentano idee precise, che, di solito, non ci conducono più in là, ma la musica ci parla di possibilità sconfinate.
L'illusione è così forte che io Ti ascolto, Ti vedo, Ti tocco.

Il mio capo reclinato sul Tuo braccio.

Il mio collo abbandonato ai Tuoi ardenti desideri.

La mia mano felice osa smarrirsi.

I Tuoi occhi si chiudono.

Tu palpiti.

Io fremo.

Io spiro.

Io rinasco.

Tutto è dolcezza, preghiera, gratitudine nella mia carne, nel mio sangue, nella mia anima, tutto è sacro nel mio pensiero che si slancia verso di Te, Ti cerca attraverso le pareti.

Che cosa saresti stato per me se fossimo stati insieme!

Tu che, lontano, eri per me, nella mia solitudine, l'Universo intero.

La Tua vita era divenuta la mia, respiravo con il Tuo petto e la lama che lo avesse trafitto mi avrebbe ucciso.
L'Amore era sceso in fondo alla tomba dove stava gelando la mia anima sonnolenta.

Lo spaventevole silenzio, che regnava intorno a me, era rotto finalmente.

Avevo un cuore nuovo.

Il sangue tornava a circolare rapidamente nelle vene.

E ecco che, alla mia età, ritrovavo emozioni da adolescente.

Questo seme, caduto, ieri, nella sterile roccia del mio cuore, l'ha penetrato con i suoi mille filamenti, vi ha attecchito così vigorosamente che sarebbe impossibile svellerlo.

Può darsi che Tu creda che io non Ti ami più, perché Ti lascio.

Se ti avessi dato minore importanza sarei rimasta e ti avrei versato l’insipido beveraggio fino alla feccia.

Avendomi vicino Ti saresti occupato meno di me, come si fa con quei libri che non si aprono mai, giacché si possiedono. Il mio viso o il mio spirito non Ti sarebbero più sembrati, neppure da lontano così ben fatti. Avrei avuto mille delusioni di questo genere, che mi avrebbero fatto soffrire moltissimo; e alla fine mi sarei persuasa che, assolutamente, tu non hai né cuore né anima e che io sono destinata a non essere compresa in Amore.

Il Tuo Amore sarebbe ben presto morto di noia e, dopo qualche tempo mi avresti completamente dimenticata, e, rileggendo il mio nome sulla lista delle tue conquiste, ti saresti domandato:

“Ma chi diamine era costei?”

Ho almeno la presunzione di pensare che Ti ricorderai di me più di ogni altra. Il Tuo desiderio insaziato aprirà le ali per volare fino a me, sarò sempre per Te, qualcosa di desiderabile, cui la Tua fantasia si compiacerà di ritornare e spero che, nel letto delle amanti che potrai avere, penserai qualche volta a quella notte unica che abbiamo passato insieme.

Non sarai mai più amabile di quanto sei stato in quella felice sera, e, seppure lo fossi altrettanto, sarebbe già un esserlo meno; poiché in Amore, come in Poesia, rimanere al medesimo punto, è tornare indietro.

Ho dato corpo al Tuo sogno con grandissima compiacenza.

Ho dato a Te quello che non darò certamente più a nessuno, sorpresa che non ti aspettavi affatto e della quale dovresti essermi grato.

Mi hai posseduto interamente e senza riserve per tutta una notte.

E sarebbe continuato così finché non Ti saresti stancato di me.

Sarebbe continuato così mesi, forse anni, ma sarebbe pur sempre finito.

Mi avresti tenuto per una specie di sentimento di pietà, non avresti avuto il coraggio di intimarmi il congedo.

Ti sento da qui gridarmi che io non sono di quelle di cui ci si stanca.

Mio Dio!

Di me come delle altre.

O avrei potuto essere io a cessare di amarTi.

Perdonami questa ipotesi.

Perché attendere di giungere a tal punto?

Non sono né capricciosa, né folle. La mia decisione è frutto di una convinzione profonda. Non è per infiammarti o per un calcolo di civetteria che mi sono allontanata da C.

Tu sarai sempre per me l'uomo che mi ha dischiuso un mondo di sensazioni nuove.

Qualcosa che una donna non dimentica facilmente!

Hai reso difficile il compito degli amanti che potrò avere, se avrò mai altri amanti, e nessuno riuscirà a cancellare il Tuo ricordo.

Benché assente, penserò sempre a Te, come fossi accanto a me.

Soffocherò in me l'Amore e, perfino, la possibilità dell'Amore.

Sarò la spettatrice di me stessa, la platea della commedia che rappresenterò; mi guarderò vivere e ascolterò le vibrazioni del mio cuore come fossero i battiti di una pendola. Le immagini si coloreranno nei miei occhi distanti, i suoni colpiranno il mio orecchio disattento, ma nulla del mondo esteriore giungerà fino alla mia anima.

Io che non mi accontenterei mai di una tranquilla felicità, ho concepito il progetto audace di stabilirmi nel deserto e di cercarvi, al tempo stesso, la pace e l'avventura, cose entrambe conciliabili con il mio particolare carattere.

La quiete domestica l'avevo trovata e sembrava consolidarsi di giorno in giorno, ma non potrei mai sopportare la vita sedentaria e sarei sempre attratta da lontane terre soleggiate.

Da Te...

Qual è il fascino dell'Amore se può mutare così le cose, i luoghi, le circostanze, le idee, le sensazioni!

Come sarà il domani?

Viviamo in un grande mistero e ci sentiamo sfiorare dalla possente ala dell'ignoto, in mezzo a eventi davvero miracolosi che ci proteggono a ogni passo. Mi sembra tuttavia di non essere destinata a scomparire senza aver avuto la rivelazione di tutto il profondo mistero che ha circondato la mia vita, dai primi giorni a oggi. Ho notato che nella vita - nella mia almeno - tutto ha una strana tendenza a aggiustarsi contro ogni verosimiglianza, contro ogni legge della probabilità.

E io mi sono messa a aspettare, semplicemente, senza fare ipotesi.

Tutto lo straziante fascino della vita deriva, forse, dall'assoluta certezza dell'incertezza. Se le cose durassero, non ci sembrerebbero degne di attaccamento.

Il cielo del tempo ha molte sfumature: il Passato è rosa, il Presente grigio, il Futuro azzurro. Oltre il vacillante azzurro, si apre il gorgo senza limite e senza nome, il gorgo delle trasformazioni che portano a Te. Non è l'Amore di un istante, l'Amore come gioco e distrazione dalla noia, l'Amore ebbrezza del sangue e non dell'anima, l'Amore incubo di malato, che sognavo nelle mie notti insonni.

No, era l'Amore puro e vero la cui immagine mi ossessionava!

Finalmente, per la prima volta, esteriorizzo un pò il mio io, ho un dovere da compiere che lo trascende. E' quanto basta per nobilitare i giorni, peraltro informi, e la vita senza attrattive che conduco da cinque lunghi anni, in esilio in questo paese, cui mi lega solo il nonno.

Ecco tutto.

Cerco una parola, una parola giusta.

E' molto che la cerco.

All'inizio, l'ho cercata in tedesco, poi mi sono detta, non la troverò mai, questa lingua non mi servirà, j'y nagerais dans les approximations romantiques et les euphémismes. La lingua francese, al contrario, mi sembrava così precisa, troppo precisa per me che ero dans la vague. E, tuttavia, doveva ben esister questa parola, una parola precisa, solida, affilata. E' possibile che io l'abbia conosciuta e perduta nel cammino, questa parola che mi manca e che dovrebbe designare un sentimento preciso, prezioso, simile a una fiamma, bassa per alcuni, alta per altri.

Una fiamma che si è mantenuta per mezzo secolo, incurante delle tempeste e dei temporali.
Ora, la parola giusta, quella che cercavo, è venuta a me.

E' necessità.

La necessità, cui mi richiamo, è il bisogno che due esseri hanno spesso l'uno dell'altro, perfino se non vi totale parità. Poiché è una necessità presente, pressante e solida quanto il bisogno di tenerezza, di calore e di lacrime. Una necessità profondamente scavata nel segreto delle confessioni, dei silenzi, forse, perfino della voluttà. Necessità sottesa da una forza creatrice, necessità di amare e di essere amati.
Ho ridotto la mia anima a una sola monotona melodia, ho fatto della mia vita un silenzio. Tutto ciò che vedo mi sembra un riflesso, tutto ciò che sento un'eco lontana, e la mia anima cerca la fonte meravigliosa, perché ha sete di acqua pura. Basta con le lotte e le sconfitte da cui esco con il cuore sanguinante e ferito.

Quando io Ti lascio, ho nel fondo di me un dolore, come una specie di orribile bambino.
So bene che apparenza e realtà sono disperatamente in conflitto. Ancora una volta mi sto perdendo nell'indicibile, nel mondo di cose che sento e comprendo chiaramente e non ho mai saputo esprimere. Intorno sembra assumere il particolare aspetto dei giorni in cui si decide il proprio effimero destino. Sento crescermi dentro un'energia ostinata, invincibile.

In rotta con il mondo accademico, Tu eri divenuto il testimone unico e costante. E in questo fragile assemblaggio di Amore, di devozione, di una certa sottomissione, la nostra intesa era divenuta indistruttibile. Non poteva essere disfatta che dalla morte.

Tu sai quanto sono sensibile alla dolcezza: provavo accanto a Te, un sentimento nuovo di fiducia e di pace. Tu ami, come me, le lunghe passeggiate che non conducono in nessun luogo. Non avevo bisogno che conducessero in alcun luogo; ero tranquilla accanto a Te.

La Tua natura riflessiva si accordava alla mia timidezza.

Conosci la sofferenza per averla assai sovente guarita o consolata.

Eravamo due silenzi accordati.

Il caso ha giocato molto nei miei rapporti con Te. In quel momento, io mi sentivo disponibile e avevo voglia che mi succedesse qualcosa: la "Sympathie" che nutrivo per Te e che sapevo reciproca, era prontissima a cambiarsi in un sentimento più forte. Sei stato un bagliore nella mia notte e hai illuminato molti angoli oscuri della mia anima, hai aperto nella mia vita prospettive completamente nuove. Il pensiero è un gorgo profondo e è ben difficile dire cosa vi sia negli abissi di un uomo. Tuttavia, ho, tuttavia, toccato, in qualche punto, il fondo di Te, e ne ho riportato ora perle, ora conchiglie, ma più spesso frantumi di corallo. Poter afferrare quella testa, imprigionarla tra le mie mani, baciare quella fronte senza rughe, quelle guance lisce in cui il sangue scorre così fresco sotto la pelle, l'arco rosso di quelle labbra!

Tu non sai la devozione che nutro per Te.

Tu non sai il potere che hai su di me.

No, non sai.

Vi sono stati momenti in cui la nostalgia di Te mi torturava e una piccola cosa qualsiasi mi procurava una crisi di gelosia. Tu mi hai inteso e compreso su ogni punto. E' questo che mi legava a Te, attraverso ogni tempesta, e faceva di Te, inalterabilmente, l'unica persona cui confidassi.

Cos'altro posso dire?

Sei cresciuto destinato alla Scienza. Hai conosciuto le lacrime di rabbia e di gioia della giovinezza, che l'età matura ignora o disdegna e di cui, in seguito, conserva appena il ricordo corroso dall'oblio. In quella solida massa di muscoli si agita uno di quegli spiriti chimerici e insieme avveduti che hanno costantemente per occupazione limare, adattare, semplificare o complicare le cose. Qualcosa che non è di questo mondo né in questo mondo Ti attira, Ti chiama irresistibilmente. Non trovi riposo, né giorno né notte, come l'eliotropio in una cantina si contorce per volgersi verso il sole che non vede. La passione per un altro essere sanerebbe, forse, la spaventosa ferita che Ti hanno causato i gelidi raggi della Scienza: E' Tua opinione che non si debba amare un unico essere. In questo tipo di sentimento vedi solo egoismo e tirannia. La strana reciproca attrazione degli esseri umani, il fatto che gli elementi chimici si combinino soltanto sotto una determinata pressione, che i gas si mescolino soltanto quando sono attraversati da una scintilla elettiva, le innumerevoli analogie della natura che suggeriscono l'ipotesi dell'eguaglianza nella disparità eterna, dell'unione nella differenziazione infinitesimale, tutto questo è sempre stato uno stimolo per la Tua curiosità, fin da quando avevi venti anni. Ma ogni qualvolta spingevi più lontano le Tue indagini, si ergeva dinanzi a Te una nuda muraglia.

Il mondo dell'ignoto, da cui nessun viandante ha fatto ritorno, ha sempre esercitato su di Te un fascino profondo. Sei convinto che nel cielo e sulla terra vi siano molte più cose di quante tutte le filosofie ne abbiano mai immaginato. Sei uno di quegli uomini la cui anima non fu tuffata completamente nel Lete prima di essere avvinta al corpo, che serba dal Cielo, dal quale discende, reminiscenze di eterna bellezza, che la fanno inquieta e martoriata: un'anima che ricorda di aver avuto le ali e che, ora, non ha più che due piedi. Se fossi Dio, priverei di Poesia per due eternità l'Angelo colpevole di tanta negligenza.
Anche gli Angeli hanno una loro crudeltà!

Invece di costruire un castello di carte brillantemente colorate che ospitasse, per una primavera, una bionda fantasia, avrei dovuto innalzare una torre più alta degli otto templi sovrapposti di Babele.
Sottile, colto, amante della letteratura, Tu misuri l'inestimabile possibilità dello scrittore, quale che sia la sua sofferenza, e non tollereresti di vedermi lasciar andare o disperdere. Tu non ignori che io scrivevo prima di Te, che posso scrivere senza di Te e, perfino, malgrado Te, poiché uno scrittore trova sempre il modo di sfuggire a tutto e a tutti pur di raggiungere ciò che gli è indispensabile, ciò che gli giustifica vivere. Ma sai anche che, in questo gesto pericoloso, che induce a lasciare una traccia di sé, pensando che sarà utile, lo scrittore ha bisogno di un testimone, di un Amico intimo che creda in lui e che, per primo, attesti l'assoluta necessità del suo lavoro.

Alieno da tutto ciò che è ridicolo e volgare, mi lasci una sensazione purissima, senza macchia. Parti da solo all'alba e Ti abbandoni sulla spiaggia, in cerca di non si sa quale sapere che viene direttamente dalle cose. Non Ti stanchi di soppesare e di studiare con curiosità le pietre, i cui contorni lucidi o rugosi, le cui diverse tonalità della ruggine o della muffa raccontano una storia, testimoniano dei metalli che le hanno formate. dei fuochi o delle acque che ne hanno precipitato nel tempo la materia o coagulato la forma. L'importante è raccogliere il poco che sarà filtrato dal mondo prima della notte, di controllarne la testimonianza e, possibilmente, di correggerne gli errori.

In un certo senso l'occhio controbilancia l'abisso.

Non si può niente contro l'Amore per il mare. Quando se ne è preso il gusto, il mare è come l'oppio. Nudo e solo, le circostanze Ti cadono di dosso come gli indumenti. Le onde lambiscono i Tuoi piedi.
Rabbrividisci, ma quella frescura porta già in sé la promessa della bella giornata estiva. MassaggiandoTi lentamente le gambe, intorpidite dall'immobilità notturna, guardi il mare informe generare le onde presto svanite. fai scivolare tra le dita un pugno di sabbia. La traccia dei Tuoi passi sulla spiaggia umida è assorbita immediatamente dall'onda; sulla sabbia asciutta il vento cancella ogni segno.
Le spiegazioni analogiche, che, un tempo, Ti parevano delucidare i segreti dell'Universo, oggi, pullulano di nuove possibilità di errore, giacché tendono a attribuire a questa oscura natura quel piano prestabilito che altri ascrivono a Dio. Non ammetti di avere dubitato: dubitare è diverso; solo, prosegui l'indagine fino al punto in cui ogni nozione Ti si flette tra le mani come una molla piegata oltre misura; non appena sale al grado di un'ipotesi senti frantumarsi sotto di Te l'indispensabile SE.

Avevi creduto che Paracelso, con il suo sistema dei segni rivelatori di affinità segrete, dischiudesse alla scienza una via trionfale, in realtà, riconduceva a superstizioni da villaggio. Più pensi e più le idee, gli idoli, i costumi Ti sembrano prodotti dai moti della macchina umana. L'animo colmo di un riverente pensiero, che Ti condannerebbe per apostasia in tutte le pubbliche piazze di Maometto o di Cristo, consideri che i simboli più adeguati del congetturale Bene Supremo siano ancora quelli che assurdamente passano per i più idolatri e quel globo igneo il solo Dio visibile per creature che perirebbero senza di esso. Analogamente, il più vero degli Angeli è quel gabbiano che, in confronto ai Serafini e alle potenze supreme, ha in più l'evidenza dell'esistere.

Diffidi dei preti e delle loro false interpretazioni.

Nell'era della tecnologia, tu sei diventato un tecnico della politica: un uomo che studia le leggi della convivenza umana con lo stesso rigore scientifico con il quale osserva e descrive i principi che regolano il mondo della fisica. Non credi, non puoi credere, in una perfettibilità dello spirito umano, in un progresso dei costumi e delle società. Consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono: consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono, iniziano con la Libertà, si concludono con la Dittatura. La lezione delle epoche passate è chiara: la storia dei popoli è una scala di miseria, le cui rivoluzioni formano i diversi gradini. L'indifferenza del saggio, per il quale ogni paese è patria e qualsiasi religione è un culto a suo modo valido, provoca nelle masse, ligie all'ordine costituito, un moto d'invidia: il Tuo NO indispettisce il loro incessante SI.

Seduto su un masso, guardando sotto il cielo grigio la spiaggia rigonfia qui e là di lunghe colline sabbiose, vaghi con il pensiero alle ere trascorse, quando il mare occupava quei grandi spazi, ove adesso cresce il grano e, ritirandosi, ha lasciato l'impronta e come la firma delle onde, giacché tutto cambia: la forma del mondo, le produzioni di questa natura che si muove e di cui ogni momento abbraccia secoli.
L'esilio è in Te.

L'esilio sei Tu.

L'esilio è quel qualcosa sempre pronto a singhiozzare in fondo alla Tua memoria, quel dolore che un nonnulla basta a risvegliare.

Ami i cieli bui che si confondono con il buio oceano.

Dilati i polmoni per respirare il più possibile l'aria pura.

Affiorano in Te ricordi continui, lontani, e tanto fugaci da non avere il tempo di afferrarli. Ti sembra di fare, completamente sveglio, il sogno del Tuo passato. E' come se questo passato, dopo essersi levato tanto in alto, ricadesse ora in pioggia sul Tuo cuore, una pioggia di suoni, immagini, profumi di un tempo, in uno sbriciolamento di vicende svanite. Ti snerva fino al dolore, Ti esalta fino alla follia questo rumoreggiare confuso di giorni finiti. Hai l'anima pesante e la mente tormentata. A volte, in realtà, non Ti sembra di vivere, ma di sognare cose confuse eppure note. Rivedi con una straordinaria nitidezza i luoghi dove giocavi, le strade dove camminavi, il letto dove dormivi da bambino. Odi le voci che udivi allora e ripensi, perfino, ai pensieri vaghi e ingenui che Ti passavano per la mente.

E' la realtà che Ti sfugge, dilegua, si disperde dinanzi ai fantasmi del passato.

Uno specchio meraviglioso è quell'uomo nel quale si riflettono il transitorio e l'eterno, il mutevole e l'immutabile. Nella sua immobilità si inebria della linfa originaria; pur sembrando il più morto è, invece, il più vivente degli esseri, vivente della vita sublimata. L'oggetto che contempla si espande sotto il suo sguardo, diviene smisurato, riassume in sé l'essere, e quell'immensità che egli sogna diminuisce fino a condensarsi nel punto contemplato. Egli ha allargato il suo cuore fino a inghiottire il mondo e a possedere Dio.

Poco a poco, come chi, assorbendo ogni giorno un determinato alimento finisce per esserne modificato nella sostanza e, perfino, nella forma, ingrassa o dimagrisce, trae da quelle pietanze vigore o contrae nell'ingerirle mali che non conosce, mutamenti quasi impercettibili si operano in Te, frutto di nuove abitudini acquisite.

La Tua esistenza è clandestina e sottoposta a determinate costrizioni: lo è sempre stata.

Taci i pensieri che per Te contano di più.

Hai rinunciato a chiedere aiuto.

Quei segreti potrebbero sfuggire, per inavvertenza, da una bocca stanca.

Invecchi.
Te ne accorgi non tanto dalla stanchezza quanto da una sorta di crescente serenità: Ti accade come al nocchiero, fattosi duro d'orecchi, che sente, solo confusamente, il fragore della tempesta, ma continua a valutare, con la stessa abilità, la forza delle correnti, delle maree e dei venti. Attraverso il declino e, talvolta, attraverso le sofferenze inseparabili dell'età, il senso dell'esistenza si evidenzia fin troppo bene.
La nostra vita non è altro che una lunga prospettiva a losanga. Le linee della figura geometrica divergono all'età matura, poi si restringono insensibilmente fino all'agonia, che sta in fondo e ci strangola.
La vita sedentaria Ti opprime come una sentenza d'incarcerazione che, per prudenza, avessi pronunciato su Te stesso; ma la sentenza è tuttora revocabile; già altre volte e sotto alti cieli Ti sei sistemato così, momentaneamente o, credevi, per sempre, come che ha diritto alla cittadinanza ovunque e in nessun luogo. E', dunque, naturale non dare alcun valore sentimentale a un passaporto, è naturale considerare la scelta di una nazionalità come un atto svuotato di qualsiasi significato e è naturale cambiarla senza più pensieri reconditi di quanti bisogna averne quando si cambia la biancheria. Nulla garantisce che domani Tu non riprenda l'esistenza errante, che è stata la Tua sorte e la Tua scelta. Eppure il Tuo destino si muove, vi si produce, a Tua insaputa, uno slittamento; come avviene a chi nuota contro corrente nel buio della notte, Ti mancano i punti di riferimento per calcolare con esattezza la deriva. Ti riprometti di assaporare la sicurezza inquieta di un animale che si sente al sicuro nella tana angusta e buia, ove ha scelto di vivere.

Ti sbagli.

Quell'esistenza, benché immobile, ribolle.

Il senso di un'attività quasi terribile romba come un fiume sotterraneo. Il tempo, che immaginavi dovesse pesarti tra le mani come un lingotto di piombo, fugge e si scompone come gocce di mercurio. Le ore, i giorni, i mesi hanno cessato di corrispondere ai segni degli orologi e, perfino, ai moti degli astri. Anche i luoghi si muovono: le distanze si annullano come i giorni.

Senza provarvi piacere torni a rivestirti del Tuo guscio di uomo.

Se Tu sei destinato a comprendere l'ordine al quale obbedisce l'architettura umana, i colonnati per Te si apriranno da se stessi come dei fiori. Se tu non possiedi la chiave di un'esperienza analoga, si può tutt'al più prometterTi di indovinare, della festa o del massacro interiore, qualche luce di torcia attraverso le fessurre delle pietre, qualche grido, qualche riso senza motivo, qualche folata di musica, forse, discordante e dei fracassi di cuori spezzati.

Curioso del futuro, fedele al passato, resti il testimone, una specie di vedetta che guarda quello che succede. Molto spesso lo spettacolo non ha nulla d divertente. Ma Ti diletta e Ti piace: Tra le cose e gli uomini, con tenerezza e con ironia, sei, sotto le raffiche del vento della storia, la sentinella del piacere di Dio.

Una vela all'orizzonte biancheggia come un'ala.

 

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postato da: Firouzeh alle ore novembre 10, 2008 12:51 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, donna, libertà, daniela zini
lunedì, 10 novembre 2008

Eh, bien !

J'avoue avec honte : j'ai regardé « Love Story » et je m'en mort encore les doigts.

 

 

Le cœur, c’est le centre psychologique et physiologique de l’être.

C’est le cœur qui nous permet d’aimer à la manière d’un enfant, pleinement, sans réserve d’aucune sorte, sans nuances de sarcasme ou de mépris.

L’amour n’est pas un flirt, ni une poursuite pour le pur plaisir de l’ego, mais un lien visible, constitué par le nerf psychique de l’endurance, une union qui perdure de périodes d’abondance en temps d’austérité, de nuits limpides en jours difficiles.

Il faut d’abord découvrir l’autre comme une sorte de trésor spirituel, même si l’on n’en prend pas conscience sur-le-champ. Viennent ensuite, dans la plupart des rapports amoureux, la poursuite et l’esquive, période d’espoir et de crainte pour tous les deux. Suit une période de partage des rêves futurs et des peurs passées, ce qui correspond au début de la guérison des blessures archaïques en matière d’amour. A ce stade des rapports amoureux, l’amant retourne à un état d’innocence dans lequel les éléments émotionnels continuent à le remplir de crainte, et les souhaits, les espoirs et les rêves à l’envahir.

Il ne faut pas confondre innocence et naïveté.

Un vieil adage dit :

 

« L’ignorance, c’est quand on ne connaît rien et qu’on est attiré par le bien. L’innocence, c’est quand on sait tout et qu’on est toujours attiré par le bien. »

 

On parvient à cet état de sagesse innocente en abandonnant tout cynisme, toute autoprotection et en retrouvant l’émerveillement qui est celui de la plupart des êtres humains dans leur très jeune ou très grand âge. Il faut porter sur le monde le regard d’un esprit empli d’amour, d’un esprit connaissant, et non celui d’un chien battu, d’un être pourchassé, d’un humain blessé et furieux.

L’innocence se régénère dans notre rêve. Malheureusement, la plupart des gens la rejettent en se levant le matin, en même temps que la couverture. Il vaudrait mieux la garder avec nous, pour qu’elle nous tienne chaud.

Etre innocent, c’est se révéler capable de voir exactement ce qui ne va pas et d’y remédier. Etre innocent, c’est éviter de faire du mal aux autres, tout en ayant la capacité de soigner les autres et soi-même.

Lorsque des amants parviennent à cet état, ils s’abandonnent aux forces qu’ils ont en eux et qui possèdent la foi, la confiance, le pouvoir de l’innocence. L’amant a confiance, il sait que les tâches de son âme vont être accomplies en lui, que tout sera comme il se doit.

Il dort sans méfiance, du sommeil du sage.

En rêvant, ses cicatrices sont effacées, aucun souvenir de ce qu’il était hier ne demeure.

Il existe une juste méfiance, qui naît de l’approche du danger et une méfiance injustifiée, car consécutive à des blessures antérieures. Cette dernière conduit les hommes à agir avec indifférence et susceptibilité, alors qu’ils voudraient se montrer concernés et chaleureux.

Ceux qui craignent d’être « menés en bateau » ou « pris au piège » - ou qui réclament à grands cris « leur liberté » - laissent l’or leur filer entre les doigts.

Daniela دانیلا Zini زینی


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categoria:amore, donna, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Presentazione

di:

 

Forugh Farrokhzad

una foglia portata dal vento,

caduta quasi per caso sulla mia via

 

- A. D. Zini -

 

 

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo "i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti".

Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere di Forughzaman Farrokhzad. Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere e una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.

Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso. Non commetto, forse, un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?

In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.

Non ci si sorprenda, dunque, se la mia immaginazione si ingegni a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo. Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo, che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.

La Poesia è una sfida all’indicibile, al non detto che sgorga dal profondo dell’animo umano e per questo assume una dimensione collettiva.

È stato detto che la Poesia imita la Natura.

 

La brise du printemps rafraîchit le visage des roses.

Dans l’ombre bleue du jardin, elle caresse aussi le visage de ma bien aimée.

Malgré le bonheur que nous avons eu, j’oublie notre passé.

La douceur d’aujourd’hui est si impérieuse.

Omar Khayyam

 

Una sorta di legame ha collegato, sin dall’antichità il femminile con le piante, la natura e il giardino, spazio narrativo per eccellenza. Quell’accordo segreto che, nell’avvicendarsi dei tempi, non viene a perdersi, ma conformandosi alle nuove istanze e ideologie, si tramanderà come cifra segreta dell’anima. Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zeffiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “Giardino, primavera e dolce commercio”. Ad almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall’armare navi, elevare templi, compiere massacri.

La donna è stata quasi esclusivamente oggetto di canto, simbolo e non realtà corporea degna di entrare nel divino ritmo dei versi. Per riflesso, le donne, escluse dai canali della cultura erudita, non hanno trasferito il proprio io sulla carta o, se lo hanno fatto, non hanno ricevuto l’attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine e in quanto incapaci di regolari gestazioni poetiche e pochissimo letterate.

Le donne per riuscire a esprimere tutto il loro mondo sono state costrette a adattare alle proprie esigenze il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, porgendo attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività al fine di stabilire un contatto solidale e fraterno con le proprie consorelle, originare una coscienza comune e una riflessione, non ancora organiche, dalle quali partire e realizzare attraverso la scrittura poetica un progetto di emancipazione.

La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze.

Forughzaman Farrokhzad prova a esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo, che entra nel linguaggio non solo come tema, ma anche come percezione: la Poesia non si limita a esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Gli atteggiamenti di ribellione profetizzante a tratti, a tratti di serena rassegnazione, in sostanza di rassegnata ribellione si rispecchiano abbastanza bene nel canto poetico e provano che una grande cultura e una profonda consapevolezza di sé e della propria storia probabilmente non bastano a mitigare il dolore dell’umiliazione e della speranza sopraffatta.

Dolore e gioia, disperazione che suscita progetti di suicidio e beato annullamento nelle braccia dell’Amato, capacità di trasformare il tempo della vita nel sacrificato tempo dell’attesa e, simultaneamente, pragmatica attitudine a prendere repentine decisioni nella sfera del quotidiano, tutto ciò caratterizza la Sua produzione poetica.  

Ho, quindi, deciso, di iniziare questo difficile percorso all’interno della scrittura poetica di Forughzaman Forrokhzad con trentadue poesie - quanti i suoi anni di vita - che ritengo, più di altre, significative di due condizioni, tipiche della donna che mette la propria anima in versi: la rassegnazione e la ribellione.

 

Daniela Zini

 

 

اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

 

Prigioniera

 

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la mia vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi 

Da questa muta prigione spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Traduzione dal persiano di Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:poesia, amore, iran, femminismo, donna, forugh farrokhzad, daniela zini
mercoledì, 15 ottobre 2008

VEDERTI… E POI MAI PIU

 

Vederti una sola volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora una volta

E poi mai più.

 

Vederti ancora una volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora due volte

E poi mai più.

 

Vederti ancora due volte

E poi mai più

Dev'essere ancora più facile

Che vederti ancora tre volte

E poi mai più.

 

Ma io sono uno sciocca

E voglio vederti

Ancora molte volte

Prima

Di non poterti vedere

Mai più.

 

 

DON'T GIVE UP, YOU ARE LOVED
Josh GROBAN

Don't give up
It's just the weight of the world
When you're heart's heavy
I...I will lift it for you

Don't give up
Because you want to be heard
If silence keeps you
I...I will break it for you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

Don't give up
It's just the hurt that you hide
When you lost inside
I...I will be there to find you

Don't give up
Because you want to burn bright
If darkness blinds you
I...I will shine to guide you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

You are loved
Don't give up
It's just the weight of the world
Don't give up
Every one is to be heard
You are loved


NON ARRENDERTI, SEI AMATO

Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Quando il tuo cuore è pesante
Io... io lo solleverò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi essere ascoltato
Se il silenzio ti blocca
Io... io lo romperò per te

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Non arrenderti
E' solo il dolore che nascondi
Quando ti senti perso dentro
Io... io ci sarò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi brillare
Se le tenebre ti accecano
Io... io ti farò luce per guidarti

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Sei amato
Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Non arrenderti
Tutti devono essere ascoltati
Sei amato

http://www.youtube.com/watch?v=ls7ila3srzI

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 19:03 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
mercoledì, 15 ottobre 2008

IN PRINCIPIO...

 

In principio mi sono innamorata
Dello splendore dei tuoi occhi
E del tuo sorriso
E della tua gioia di vivere.

Ora amo anche il tuo pianto
E la tua paura di vivere
E lo smarrimento
Nei tuoi occhi.

Ma contro la paura
Ti aiuterò
Poiché la mia gioia di vivere

È ancora lo splendore dei tuoi occhi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 10:49 | Permalink | commenti
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martedì, 14 ottobre 2008

FORSE

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Meno afflizione ogni volta

Che dobbiamo separarci,

Meno inquietudine della prossima separazione

E di quella che ancora verrà.

 

E anche

Meno nostalgia impotente,

Che, quando non ci sei.

Pretende l'impossibile.

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Ma non sarebbe

la mia vita.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 22:09 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

Dans trois mois précis, je fêterai mes…

Je n’éprouve aucune nostalgie de l’enfance, de la jeunesse, aucune nostalgie des jours anciens.

A quoi ça sert de pleurnicher sur ce qui a été ?

Occupons-nous de choses sérieuses.

Avec la menace de la destruction de la planète, avec la mondialisation de l’économie, un autre type d’HOMME est né. Pour la première fois dans l’histoire de l’HUMANITÉ, on ne se sauvera pas les UNS sans les AUTRES.

L’HUMANITE, c’est un tribu qui doit traverser un désert, conquérir plus qu’un continent : la TERRE.

Il faudra retrouver une place pour chacun, une place utile.

Nous avons à réinventer le village de la TERRE, avec une place pour chacun, depuis le plus doué jusqu’au minus.   

A ceux qui sont au seuil de l’âge adulte je dis :

 

« ALLEZ-Y. PRENEZ VOS RISQUES ! »

 

L’histoire de l’HUMANITÉ me passionne…

Et la prise de conscience du COSMOS !

 

Récemment Lorena, Sara, Shirin et Sonia m’ont demandé :

 

« Est-ce que c’est difficile d’être une FEMME ? »

 

Je n’ai pas répondu tout de suite.

Des questions de ce genre me rappellent que j’ai pris le risque, en les autorisant, d’être touchée dans mon intimité. Elles me rappellent aussi que « ce que je sais » inclut la part d’irréductibles mystères et la part d’ombre que chacun, plus ou moins consciemment, conserve au-dedans de lui.

Cette question, je l’ai considérée de plusieurs manières : d’une part, il y a la difficulté d’être humain, que l’on soit FEMME ou HOMME ; d’autre part, il y a l’aspect particulier qui est d’être « HOMME » au féminin.

Oui, c’est difficile d’être FEMME.

J’ai lu, il n’y a pas longtemps, cette phrase d’un psychologue dont j’ai malheureusement oublié le nom :

 

« Il est plus facile d’être une FEMME adulte qu’un HOMME adulte. »

 

Il expliquait que la FEMME éprouvait moins de difficulté à s’affirmer, pour des raisons qui tiennent à son corps, fait pour porter la VIE.

Alors que devenir viril pour l’adolescent ne va pas de soi !

Il y a chez tous les ETRES humains une bisexualité.

La part masculin en moi, je l’ai fortement ressentie, ce qui ne signifie nullement une quelconque attirance pour les relations homosexuelles. Je crois qu’accepter cette part masculin qui est en moi m’aide à mieux percevoir ce qui se passe entre les HOMMES et les FEMMES.

J’espère que les FEMMES ne vont pas jouer à l’HOMME, oubliant ce qui fait leur spécificité, caractérisée par des dons naturels que l’HOMME n’a pas.

Elles y perdraient le meilleur d’elles-mêmes.

Et l’HOMME aussi.

Parmi ces dons, il y a la MATERNITE.

Neuf mois durant, la FEMME sent la VIE peser en elle.

Elle connaît alors une expérience vitale que l’HOMME ne vivra jamais. Par les cycles qui rythment la VIE de son corps, la FEMME est liée à l’universel, à l’universel vivant ; elle vit en union mystérieuse avec la pulsation de l’UNIVERS.

Je pense qu’il y a là une richesse de l’HUMANITÉ, quelque chose comme du SACRE.

 

Croire en la VIE, c’est croire en d’AUTRES.

Pas tous les AUTRES, sans doute, mais si l’on prend ses responsabilité face à la VIE, on se fait des Alliés.

Etre ensemble devient nécessité absolue.

Et pour se faire des Alliés, il faut faire crédit.

Sans ce crédit fait à l’HUMANITÉ on ne pourrait pas respirer.

Récemment, au cours d’une nuit où je ne dormais pas, m’est venue à l’esprit cette évidence : on ne peut dire vraiment « CREDO » - je crois – si on ne fait pas crédit. Il arrive un moment où, comme dans l’AMOUR humain, il faut plonger, prendre du risque, faire véritablement crédit.

SANS CAUTION.

Faire son métier d’HOMME, c’est à certains moments prendre le risque de s’exposer, d’être en partie dépossédé de soi-même par les détresses qui nous entourent.

Beaucoup d’HOMMES et de FEMMES prennent ce risque pour servir les AUTRES.

A leur façon, obscurément.

En fait, je le sais d’expérience, on y est poussé, porté presque.

 

J’ai toujours du mal à répondre à la question sur les rencontres qui m’ont marqué.

A l’éveil de la VIE, il y a mon Père, l’être de mon Père, sa manière d’être, dans tous les domaines.

Rencontrer vraiment des HOMMES et des FEMMES a été l’une des chances de ma VIE.

Les personnes importantes que j’ai rencontrées dans ma VIE n’ont jamais été pour moi des modèles. Mais elles m’ont éclairé sur les différentes facettes de ma personnalité et m’ont forcé à moins me disperser, à me rassembler.

Elles m’ont façonné à la manière du coup de pouce sur la pâte à modeler.

Le chemin de toute VIE est bordé par des personnes.

Ce n’est pas un chemin dans le désert.

C’est un chemin parmi d’innombrables humains, et l’on y passe en ignorant le plus souvent leurs richesses cachées. Parfois – Dieu merci – on y cueille un fruit inattendu. Et l’on sait – encore Dieu merci – que par plus d’un, même inconnu, on sera cueilli à son tour.

Le plus merveilleux fondement de l’espérance, c’est que d’AUTRES ont besoin de moi et que je ne peux me passer ni de leur aide ni de leur besoin, car c’est le fait qu’ils aient besoin de moi qui me les rend précieux.

Ce qui, tout au long de ma VIE, m’a sûrement coûté le plus, ce fut le volontaire renoncement à la TENDRESSE.

La TENDRESSE d’un HOMME, celle de chaque jour, je ne l’ai jamais vécue. De cela, j’ai éprouvé une souffrance constante, quotidienne, toute ma VIE. Car je ne pense pas que, pour une FEMME, la TENDRESSE existe sans la présence d’un HOMME. Mais je ne crois pas que l’aspiration à la TENDRESSE implique nécessairement celle de l’achèvement donné par l’acte sexuel. Bien sûr, il ne faut pas se faire d’illusion : l’aspiration à la TENDRESSE participe de la pulsion instinctive. Cependant, il y a un ABIME entre la TENDRESSE et le PLAISIR.

 

L’HOMME d’aujourd’hui est colossal par l’énormité des responsabilités qui pèsent sur lui, et minuscule devant l’immensité des tâches qui de toutes parts l’appellent. Mais on ne peut pas, sous prétexte qu’il nous est impossible de tout faire en un jour, ne rien faire du tout !

Gardons au cœur l’impatience de faire.

Et l’indignation dans l’action.

Je pense que, dans l’histoire de l’HUMANITÉ, les GUERRES viennent en partie de ce qu’on n’a pas su montrer à l’HOMME les vrais buts sur lesquels mobiliser cette énergie irascible qui est en lui. Quand on est raciste, par exemple, on se trompe de colère, on utilise les forces irascibles contre celui qui est différent de soi. On en a peut, on le soupçonne d’être porteur de tous les malheurs, on se prend de haine pour lui.

Quand on s’indigne, il convient de se demander si on est digne.

Digne par exemple de venir en aide à ceux qui souffrent.

C’est mon Père qui me l’a fait comprendre.

Cette façon que j’ai de m’indigner montre que je suis passionnée.

Mais il faut être passionné pour réussir sa VIE !

Sans doute n’oserais-je pas dire que j’ai réussi la mienne, mais je reconnais qu’il est vraiment bon par moments de savoir qu’un effort, une action ont été contagieux, que d’AUTRES se sont engagés, que de belles réalisations ont pu naître.

Nous sommes dans un âge où l’HUMANITÉ entière est condamnée à tout savoir.

Il suffit que j’ouvre la télévision pour être submergée par les nouvelles du monde. En un instant, tout m’est jeté à la face.

Mais ce « TOUT » n’est pas TOUT.

Les médias sont d’abord à l’affût du sensationnel, puis ils agissent comme des loupes. Parmi tous les événements du monde, le magazine ou le journal télévisé va choisir celui-ci ou celui-là et le grossir de telle manière que notre conscience en sera envahie. Ces effets de loupe peuvent conduire à de véritables trahisons. Nous ne pouvons nous contenter de consommer avec insouciance l’information, choisie SANS NOUS, qui nous est ainsi distribuée.

Trop nombreux sont les téléspectateurs qui ne regardent la télévision que pour se distraire de leurs soucis et de leurs devoirs.

Ceux qui choisissent l’information avec soin savent que, malheureusement, leurs émissions sont diffusées après minuit !

 

J’ai peur quand je vois qu’aujourd’hui on vote de moins en moins.

Il faut voter.

Il faut aller dans les réunions publiques interpeller les candidats, quelle que soit leur couleur politique, et leur demander si la lutte contre l’exclusion est pour eux une priorité.

De plus en plus, nous savons, nous pouvons être vigilants.

Il est urgent qu’un travail soit fait, dès l’école, pour que le spectateur devienne adulte et responsable. Car, plus que jamais, nous avons le DEVOIR de SAVOIR.

Ouvrons grands les yeux.

Comme elle est détestable, cette étroitesse du regard que nous portons sur les problèmes quand ils ne sont pas les nôtres !

 

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 07:08 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

THE TRESOR AND THE SNAKE,
THE ROSE AND THE TORN,
SORROW AND GLADNESS
ARE LINKED TOGETHER.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI

 

 

The Other is me and Arthur Rimbaud’sJe est un Autre” (letter to Paul Demeny, May 15, 1871) are sides of the same coin.

 

 

I will sleep, sleep and dream.

I will dream of a life without suffering and without fear.

I will dream of people able to love beyond border, beyond reality, beyond everything, beyond life.

Beginning in ancient times through the present day, women writers have dreamed of a new era of world peace.

We have not learnt to control Nature and ourselves.

We are the inheritors of the legacy of our ancestors who, by their experiences, arrived at great values.
We must struggle to retain them.

This contract is our great duty.

How many wars occurred?

How many wars are the results of this misunderstanding of the Other?

All!

"The fruits of war were food for more war."

 

Marguerite YOURCENAR, Memoirs of Hadrian


The Second World War is a sad example.

An unprecedented example of intolerance wich brought about the exclusion of an entire race.

The Men's stupidity resides in the fact he is willing to remain ignorants, and according to Einstein:


"Two things are infinite: the Univers and human stupidity; but as far as the Universe is concerned, I have not yet acquired absolute certainty."


This stupidity and this ignorance are found as well in the example of colonizers who, wanting to impose their culture, ended up bringing about the detriment and impoverishment of the colonized's culture. It is by this detriment that, once again, false prophets and dictators were able to exploit the situation. Tolerance is the foundation of a Society worthy of this name.

It is obtained by respect for Others and understanding of Others.

Even more, it is up to us, inheritors of a heavy past, to learn and to communicate so that we can accept our neighbours' differences.

But we must prove ourselves worthy of our heritage.

 

 

Bani adam a'za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.

Chu 'ozvi be dard avard ruzgar,
Degar 'ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI


These are well-known "abyat" of Shirazi poet, Sa'di, wich grace the entrance the United Nations headquarters in New York.

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 06:50 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, storia, iran
mercoledì, 10 settembre 2008

La beauté des choses existe dans l’esprit de celui qui les contemple.
Ce n’est pas ce qui est beau qu’on aime; c’est ce qu’on aime qui est beau.
Qui ne connaît pas la drôle et attendrissante fable de Madame Jeanne-Marie Leprince de Beaumont : « La Belle et la Bête » ?
Qui ne se reconnaît pas dans cette Bête qui exprime la souffrance et le repli d’un être peu semblable aux autres ?
Qui ne se reconnaît pas dans cette Belle qui ne se reconnaît pas dans ses semblables et qui apprend peu à peu à mieux connaître la Bête et à mieux l’aimer ?
Une merveilleuse histoire d'amour entre deux êtres que tout sépare et qui vont pourtant s'éprendre l'un de l'autre au delà des lois et des préjugés.
Nous avons tous un peu de lui, un peu d’elle.
Il faut croire aux rêves !
Je peux relire La Belle et la Bête un nombre considérable de fois sans m’en lasser. Emerveillée par l’histoire quand j’étais enfant, j’ai médité plus tard sur cette histoire d’amour :
« Est-il sûr que la Belle fût contente de la métamorphose ultime de la Bête qui abandonne sa gangue d’être de douleur pour redevenir un prince pâle et falot ? »
Les Medias ont essayé de nous inculquer les canons de la beauté selon l'idéal occidental.
On nous dit bien:  « La beauté est dans le regard de celui qui regarde. » 
Ces critères disqualifient presque totalement la population mondiale.
La véritable beauté vient du coeur et il ne faut jamais juger quelqu'un sur ses apparences.
La beauté est ce que Maman Elsa a vu dans son mari jusqu’à sa mort.
C'est ce que je vois dans les gens que j'aime.
C'est ce que j'apprends à voir, chaque fois que je me regarde dans un miroir.
Après des années de luttes internes, j'en suis finalement arrivée au point de m'aimer pour qui et comment je suis.
Et oui, c'est beau !
Stendhal avait donc raison, la beauté est bien une promesse de bonheur.
Bien, c'est vraiment tout ce que j'avais à dire. 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 10, 2008 19:17 | Permalink | commenti
categoria:amore, bellezza, fiaba
lunedì, 08 settembre 2008

Non est certa meos quae forma invitet amores

Centum sunt causae, cur ergo semper amen.

 

Ce n’est pas une beauté précise qui éveille mes amours

J’ai cent motifs pour aimer toujours.

 

Ovide, Les Amours

 

 

 

Il entra dans ma Vie pour n’en jamais sortir en… - cela n'a pas d'importance –.

Je puis me rappeler le jour et l’heure où, pour la première fois mon regard se posa sur cet Etre qui allait devenir la source de mon plus grand bonheur et de mon plus grand désespoir.

Notre rencontre aurait pu n’être qu’un instant merveilleux, un beau souvenir sans risque qui n’aurait en rien modifié le cours de nos Vies.

En fermant les yeux, je me souviens de chaque détail.

Tout ce que je savais alors était qu’il allait devenir mon Ami.

Tout m’attirait vers lui.

Le problème était de l’attirer vers moi.

Que pouvais-je lui offrir, à lui qui avait aimablement, mais avec fermeté repoussé la Gloire et le Caviar ?

Comment pouvais-je le conquérir lorsqu’il était retranché derrière les barrières de la tradition, sa fierté naturelle et sa morgue acquise ?

De plus, il semblait parfaitement satisfait d’être seul et de rester à l’écart de ses semblables, auxquels il ne se mêlait que parce qu’il le fallait.

Comment attirer son attention, comment le pénétrer du fait que j’étais différente de ce morne troupeau, comment le convaincre que moi seule devais être son Amie ?

Pour la première fois de ma Vie je voulais l’impossible.

J’attendais sans attendre.

Je tentais d’immobiliser le temps, d’éterniser le fugitif, je dressais des statues dans le vide.

Chaque jour, je subissais la même torture de la séparation et de l’exclusion ; chaque jour, cette demeure, qui détenait la clé de notre Amitié, croissait en importance et en mystère.

C’est alors que j’ai commencé à ne plus subir la solitude, mais à me laisser apprivoiser par elle. Mon imagination l’emplissait de trésors : bannières d’ennemis défaits, épées de Croisés, armures, lampes ayant jadis brûlé a Esfahan et à Tehran, brocarts de Samarkand et de Byzance.

Les quelques mois qui suivirent furent les plus heureux de ma Vie. D’un seul coup, nous fûmes riches de centaines d’instants, d’événements vécus ensemble et gardés dans notre mémoire parce qu’ils nous avaient réunis.

Avec la venue du printemps, toute la campagne ne fut qu’une immense floraison, les cerisiers et les pommiers, les poiriers et les pêchers, tandis que les peupliers prenaient leur couleur argentée et les saules leur teinte jaune citron. 

Je ne cherchais plus son visage nulle part.

Il surgissait de partout.

Mais le barrières qui me séparaient de lui semblaient dressées à jamais.

C’est ainsi que, trop fière pour l’interroger là-dessus, je devenais de plus en plus tourmentée, soupçonneuse et obsédée par le désir de pénétrer dans sa forteresse.

Le soleil est aujourd’hui comme le bonheur, caché, mais existant.

Je cherche le ciel d’azur, l’âge d’or.

Je dois apprendre de nouvelles raisons de joie.

Redevenir claire, repousser la nuit, le garder en moi.

Quelque part, à des milliers de kilomètres, il existe.

Je le respire aussi naturellement que l’air.

Le désert, plus qu’aucun autre paysage donne la Liberté à l’imagination.

Un arbre au bord de la piste, un couple d’oiseaux dans le ciel témoignent plus de la Vie que la plus verte vallée.

Il existe.

Nous nous étions rencontrés, ce qui me fait penser à deux fleurs situées sur des arbres différents et qui voudraient être ensemble et qui n’ont que leurs muettes couleurs et leurs parfums lointains pour se toucher, au milieu de la stupidité et de l’indifférence des choses.

L’Hiver me détache de tout.

Je redeviens celle que j’ai toujours été.

Je ferme les yeux et je recommence à rêver.

Je vis et je recommence à écrire.

Ai-je vraiment besoin de savoir ?

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 08, 2008 18:55 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, donna
martedì, 02 settembre 2008

Je cherche le mot juste, mais je ne le trouve pas. Il y a longtemps que je cherche. Au début, je l’ai cherché en allemand, puis je me suis dit : assez, je ne le trouverai jamais, cette langue ne me servira pas, j’y nagerai dans les approximations romantiques et les euphémismes. Mais la langue française, en revanche, me paraissait si précise, trop précise même pour moi qui étais dans le vague.

Et pourtant il devrait bien exister ce mot, un mot précis, solide, acéré.

On dit qu’au siècle prochain, quand l’espérance de Vie sera de cent cinquante ans, on oubliera non seulement le nom de ses grands-parents, mais aussi de ses parents.

Si j’ai connu un jour le mot que je cherche, comment ai-je bien pu le perdre ?

Je me suis beaucoup déplacée.

Ma Vie, telle la Gaule de Jules César – même si nos préoccupations ne sont pas identiques – est divisée en trois parties. Mais si Jules César – ne croyez pas, mon Général, que j’aie l’audace de me comparer a Vous. Il ne manquerait que cela ! – s’occupa de l’espace, moi, qui écris ces lignes, j’ai été toute ma Vie préoccupée par le temps, qu’on ne saurait ni acheter, ni dérober, ni falsifier.

Il se peut donc que je l’aie connu et perdu en cours de route, ce mot qui me manque et qui devrait désigner un sentiment précis, précieux, semblable à une flamme, basse chez les uns, haute chez les autres.

Une flamme qui s’est maintenue pendant des millénaires, se moquant des tempêtes, des orages et des guerres.

Une flamme intrépide, belle, toujours à mesure humaine.

Or voici que soudain vient la découverte.

Oui, le mot juste, celui que je cherchais au commencement, il est venu à moi.

Et c’est NECESSITE.

La NECESSITE, Vous dis-je, le besoin que deux Etres ont souvent l’Un de l’Autre, même s’il n’y a sans doute jamais de totale égalité.

Une NECESSITE présente, pressante et solide comme le besoin de tendresse, de chaleur et de larmes.

Une NECESSITE profondément inscrite dans le secret des confessions, des silences, peut-être même de la volupté.

NECESSITE sous-tendue par une force créatrice, NECESSITE d’aimer et d’être aimé.

NECESSITE, dont, ici, je me réclame.

 

Il m’est arrivé, à divers moments de ma Vie, d’esquisser mes souvenirs, mais lorsque je parlai de moi, je ne me sentais pas tout à fait à l’aise, un peu comme si je voulais imposer à mon lecteur un personnage importun. Ma pensée vit à la fois dans le passé comme mémoire et dans le présent comme conscience de soi aux prises avec le temps. Quant au futur, il n’y en aura pas forcément un, ou peut-être sera-t-il bref et anodin.

Dans mon esprit, l’histoire de ma Vie a un début, un milieu et une fin.

On peut vivre pour l’Au-delà, pour les générations à venir ou dans le présent : personnellement, j’ai très tôt opté pour la féroce immanence, comme l’appelle Herzen.

Je me suis efforcée de rechercher le sens de la Vie, sans idée préconçue.

Je n’ai jamais été capable d’observer Autrui de façon aussi attentive et approfondie que moi-même. J’ai parfois essayé de le faire, surtout dans ma jeunesse, mais cela ne m’a guère réussi.  Il y a des gens qui en sont peut-être capables, mais je n’en ai pas connu. Toujours est-il que je n’ai jamais trouvé quelqu’un qui sache voir en moi plus loin que moi-même. La connaissance de soi a été une donnée constante de ma Vie, mais je ne saurai dire quand l’idée m’en est venue. Je me souviens très bien, par contre, quand j’ai su pour la première fois que la Terre était ronde, que toutes les grandes personnes avaient un jour été ENFANTS, que Lincoln avait libéré les Noirs. Pour autant que je m’en souvienne, j’ai toujours cherché à me connaître, de façon différente, bien sur, suivant mon âge. Tantôt cette préoccupation se mettait en veilleuse et ne survivait en moi que de manière confuse, comme entre mes vingt et trente ans, tantôt elle me guidait de façon ferme et claire, comme dans ma petite enfance et après la trentaine. Elle reste en moi plus forte et plus pressante que jamais.

Chacun a ses secrets.

Certains les traînent tout au long de leur Vie comme un fardeau, d’autres les chérissent et les conservent avec soin, comme une source de Vie jaillissante où ils puisent leurs forces vives jusqu’à la fin. Pour moi, ces secrets forment le trait d’union entre mon passé et mon présent. Je ne suis de ceux qui traînent derrière eux un poids mort qui les accable. Ce que j’ai jugé de garder, je l’ai laissé vivre et s’épanouir en moi. J’ai l’impression d’avoir su tirer de tous les embrouillaminis de la Vie, peu importait que cela fût gai ou triste. Si le prix a parfois été exorbitant, c’était là sans doute le prix qu’exigeait la Vie. Celui qui a peur de payer trop cher meurt à soi-même.

Je n’ai jamais senti d’hiatus entre moi et le Monde, ce dont j’ai pris conscience il y a une trentaine d’année déjà, à une époque où je ne soupçonnais même pas l’existence d’une identité de nature entre l’homme et la pierre, entre la matière organique et inorganique. L’énergie que je sens en moi comme une onde de chaleur qui me traverse quand je prononce le mot « JE » ne peut se dissocier de la totalité de l’énergie cosmique. Moi aussi, je suis une partie de l’Univers et parfois c’est celle-ci que je perçois plus intensément que le tout. Je me rends compte que j’ai reçu ce potentiel d’énergie à la naissance, un potentiel étonnamment puissant vu ma santé, ma personnalité et la faculté que j’ai gardée jusqu’à ce jour de me transformer. Mais je sais que l’instant même où il sera épuisé, ce sera fini.

J’ai voulu me connaître et aussi me transformer.

Apres avoir pris la mesure de moi-même, je voulais me libérer, atteindre un équilibre intérieur, trouver des réponses aux questions posées, défaire des noeuds et ramener le dessin confus et morcelé à quelques lignes simples. Je voulais parvenir à un état stable, dépasser le désordre émotionnel de la jeunesse, les jeux intellectuels, le mal du siècle qui s’éternise et les angoisses de la créature tremblante du XX siècle : plus de peurs, ni de superstitions, ni d’incertitudes, ni d’engouements passagers. Il fallait éliminer ces obsessions dont on n’a plus aucune chance de se libérer quand vient la vieillesse.

Tout cela doit paraître terriblement sérieux. Peut-être le lecteur a-t-il déjà devant les yeux l’image d’un visage sévère avec des lunettes, un dentier, des cheveux raides et grisonnants, et d’un stylo ennuyeux, ventru, intarissable que tient une main arthritique et sillonnée de veines bleues.

Ce portrait est inexact, mais ce n’est pas à moi de juger de mon aspect.

Je sais seulement que le front est devenu ferme et l’ovale du visage avec ses zones d’ombre exprime une Vie infiniment plus intense que sur mes photographies de jeunesse.

L’idée d’un Au-delà ne m’intéresse guère. Elle s’apparente un peu, à mes yeux, à l’opium du peuple, on l’exploite comme le gaz ou le pétrole. Dès l’instant où elle surgit, je suis sur mes gardes, elle n’apporte que de fausses vérités et des réponses faciles, mieux vaut s’en méfier.

Tout ce qui est grand dans le Christianisme, qui est l’un des éléments constitutifs de notre civilisation, se retrouve dans les autres religions.

Toujours et partout on a tué Dieu pour s’en nourrir.

Ni les Actes des Apôtres, ni l’Apocalypse, ni l’Eglise n’ont réussi à briser les chaînes de l’esclavage, le Nouveau Testament n’a pas soufflé mot de la désolation qui se lit dans le regard des ANIMAUX.

Vingt siècles après les Béatitudes, les hommes continuent à se moquer des bossus, des anormaux, des impuissants, des homosexuels, des maris trompés et des vieilles filles.

Le Christianisme, tout en libérant les hommes spirituellement, n’a pas réussi à les libérer socialement.

Le siècle qui m’a vue naître et grandir était le seul à pouvoir me convenir.

Je sais bien que beaucoup en jugent autrement.

Je ne parle pas ici du bien-être matériel ou du bonheur de vivre dans son propre pays, mais de quelque chose de plus essentiel.

Femme italienne, où et quand aurais-je pu être plus heureuse ?

Au XIX siècle avec les mamans et les demoiselles de la bourgeoisie naissante ou les pédantes championnes du Féminisme ?

Au XVIII siècle, ou à une époque encore plus lointaine lorsque, dans toute l’Europe, jeunes et vieux passaient leur temps à dormir, manger et prier ?

Tout était déjà en place quand je suis arrivée. Autour de moi s’étalaient des trésors, il n’y avait qu’à les ramasser.

Je vis au milieu d’un invraisemblable et indescriptible foisonnement de questions et de réponses et pour être tout à fait franche, les malheurs de mon siècle m’ont plutôt servi.

Je suis heureuse que les énigmes de ma jeunesse aient été élucidées.

Je ne fais jamais semblant d’être plus intelligente, plus belle, plus jeune, ni meilleure que je ne suis.

Je choisis mes Amis.

Je suis libre de vivre où et comme je veux, de lire, de penser ce que je veux, d’écouter qui je veux.

Je suis libre dans les rues des grandes villes lorsque, perdue dans la foule, je déambule sans but sous une pluie battant en marmonnant des vers, quand je me promène au bord de la mer dans une solitude bienheureuse, bercée par la Musique intérieure, quand je referme derrière moi la porte de ma chambre.  

 

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domenica, 31 agosto 2008

« Je ne suis pas de ceux qui disent que leurs actions ne leur ressemblent pas. Il faut bien qu’elles les fassent, puisqu’elles sont ma seule mesure, et le moyen de me dessiner dans la mémoire des hommes ou même dans la mienne. »

Marguerite YOURCENAR, Mémoires d’Hadrien

 

Je tiens à Vous parler un instant bien que je sois à peine en mesure d'écrire quelque chose d'utile.

Plus nous sommes silencieux, patients et disponibles, et plus ce qui est nouveau pénètrera profondément et sûrement en nous, mieux nous le ferons nôtre; il sera d'autant plus notre Destin propre, et, plus tard, lorsqu'il se produira, nous nous sentirons profondément intimes et proches.

Et c'est nécessaire.

Il est nécessaire — et c'est vers cela que peu à peu doit tendre notre évolution — que nous ne nous heurtions à aucune expérience étrangère, mais que nous ne rencontrions que ce qui, depuis longtemps, nous appartient.

Il a déjà fallu repenser tant de conceptions du mouvement qu'on saura peu à peu admettre que ce que nous appelons Destin provient des Hommes et ne vient pas de l'extérieur.

De même qu'on s'est longtemps abusé à propos du mouvement du Soleil, on continue encore à se tromper sur le mouvement de ce qui est à venir.

L’Avenir est fixe, mais c'est nous qui nous nous déplaçons dans l'Espace infini.

Tout ce qui, un jour, deviendra peut-être possible pour beaucoup, le solitaire peut déjà le préparer et l'élaborer de ses propres mains qui se trompent moins.

 

Me voici à … ans.

C’est à cause d’une intervention chirurgicale au genou droit que je vis presque exclusivement depuis plusieurs mois dans ma chambre que j’aime.

C’est prodigieux, la chance d’être ici : je peux vivre en solitaire, presque en ermite, tout en étant au cœur de l’Univers.

Ici, j’ai fait mon nid.

Sur la table de la chambre dont les fenêtres s’ouvrent sur les grands arbres d’une villa, il y a le dossier de mon testament littéraire. Parfois j’y glisse un petit papier…

Entre le « vrai » testament et ce livre il n’y aura pas grande différence.

Dans un testament on indique comment il faut partager ce qu’on laisse. Dans mon testament il y a aussi ce que la Vie m’a provoqué à penser, ce que j’ai eu envie de dire à certains moments.

En vieillissant, peu à peu, on prend conscience d’un devoir.

D’abord on résiste, parce que cela semble présomptueux… et puis revient avec insistance, au-dedans de soi, une voix qui dit :

 

« Avant de nous quitter, dis-nous ce que tu sais. »

 

Si aujourd’hui je ne me soumettais pas à cet appel, j’aurais le sentiment d’enterrer le talent d’une existence. Non pas les mérites de ma personne, bien sûr, mais ce que les circonstances de la Vie dans laquelle j’ai été trimballé m’ont fait comprendre, souvent après bien des résistances. 

Toutes les difficultés, les doutes et les renoncements expérimentés par un écrivain ne s’expliquent pas, comme on le croit trop souvent depuis Mallarmé, en termes de stérilité ou d’angoisse devant la page blanche.

Ce sont là métaphores de poète à ne pas prendre au sens littéral : elles ne rendent pas compte de la réalité infiniment plus complexe du processus de création littéraire.

Dans la plupart des cas, si l’écrivain ne parvient pas à faire aboutir son projet – j’entends le grand écrivain -, ce n’est pas qu’il ne peut pas écrire, mais qu’il ne veut le faire qu’à certaines conditions qu’il s’est imposées.

Il ne se dessèche pas d’impuissance, mais étouffe d’un trop-plein d’exigences.

Cette émotion-ci est commune aux historiens, aux archéologues et aux personnes cultivées qui ont perdu la Passion au contact de l’érudition.

Il s’agit d’une émotion à la fois plus exceptionnelle et plus personnelle, identique à celle que Goethe ressentit en arrivant en Italie après avoir écrit Werther : celle  d’y rencontrer sa propre origine et d’y saisir le sens de son Destin.

Ce n’était donc pas le passé qui se rapprochait et qui, en se rapprochant, se mettait à ressembler au voyageur mais, à l’inverse, lui-même qui remontait le cours du temps et accédait à sa propre patrie ; son présent se chargeait de signes, et ceux-ci prenaient tout leur sens au contact du passé. 

Si Vous demandez à deux jeunes gens pourquoi ils s’aiment, ils ne vont pas faire une liste des défauts ou des qualités, établir la moyenne, dire :

 

« Il (elle) arrive à 51%, c’est pour cela que je l’aime… »

 

Chacun s’écriera :

 

« Je l’aime parce que je l’aime, et foutez-moi la paix !

Je l’aime comme il (elle) est. »

 

La Politique est un acte d’Amour.

Il nous faut des contagieux.

Aucune valeur humaine ne peut grandir et se transmettre sans contagion. La contagion est une manière d’être, qui va de soi, comme celle des parents qui accompagnent l’enfant dans son éveil à la Vie. Le contagieux, c’est celui qui sait voir les horreurs du monde, et ses merveilles, qui ne peut pas supporter les horreurs et qui cherche les solutions pour qu’il y en ait moins. Celui-là peut être entendu parce qu’il a agi.

L’homme politique, techniquement compétent, peut bien intervenir pour « l’accès à tous », « la lutte contre la misère », « l’action concertée contre le chômage », mais si, tout en parlant, il ne pense qu’à sa partie de golf du lendemain, il ne sera pas entendu.

Pour convaincre, les arguments sont nécessaires.

Mais les actes le sont davantage.

Qu’ils osent, les contagieux !

Qu’ils n’hésitent pas à utiliser les médias !

Leur action galvanisera l’opinion.

Et parce ce qu’on les aura écoutés, on leur redonnera la parole !

Ce sont eux qui somment d’agir les responsables et l’opinion publique, en les rendant plus clairvoyants et en leur imposant simultanément deux types d’action : l’action d’urgence – le secours immédiat : « Tu as faim, voilà à manger.» - et la planification, qui n’est plus aujourd’hui à l’échelle du pays, mais à celle du monde.

S'il est vrai que l'on veut étendre la Liberté absolue à tous les domaines, ce qui pourrait donner l'illusion que les Libertés continuent leur expansion sur tous les fronts, il est tout aussi vrai que l'auto-censure, sous la forme de la political correctness, par exemple, fait paraître nos libres parleurs bien timides par rapport à Aristophane et à tous les citoyens grecs de la même époque.

Un passage du Mariage de Figaro de Beaumarchais, écrit il y a plus de deux siècles, nous donne une idée, par le biais de l'humour, de la réalité de cette nouvelle censure qui se présente sous le couvert de la Liberté :

 

« On me dit que, pendant ma retraite économique, il s'est établi dans Madrid un système de liberté sur la vente des productions, qui s'étend même à celles de la presse; et que, pourvu que je ne parle en mes écrits ni de l'autorité, ni du culte, ni de la politique, ni de la morale, ni des gens en place, ni des corps en crédit, ni de l'opéra, ni des autres spectacles, ni de personne qui tienne à quelque chose, je puis tout imprimer librement, sous l'inspection de deux ou trois censeurs. »


À la rectitude politique, s'ajoute, dans la plupart des médias, surtout parmi ceux dont la réussite financière dépend de quelques annonceurs, une auto-censure de survie qui devient vite une seconde nature.

Il va de soi qu'il faut s'abstenir de donner une opinion éclairée sur le junk food dans une station de radio locale qui diffuse des annonces de telle chaîne alimentaire très connue.

En s'accumulant, ces manquements véniels au devoir de vérité créent un climat tel que toute une région peut être au courant des injustices commises par un chef d'entreprise du lieu, alors même que les médias ont craint d'aborder le sujet.

Preuve que l'on peut dans un même pays à la fois pousser trop loin la Liberté, (quand elle est une occasion de profit ou de plaisir) et se montrer incapable de l'assumer, (là où elle est un devoir).

Ne tenons jamais la Liberté d'expression pour acquise.

C'est le silence avilissant qu'il faut plutôt tenir pour acquis.

Comme nous le rappelle Fernand Dumont :

 

« Les censeurs existent toujours, même s'ils ont changé de costume et si leur autorité se réclame d'autres justifications. Toutes les Sociétés, quels que soient leur forme et leur visage, mettent en scène des vérités et des idéaux et rejettent dans les coulisses ce qu'il est gênant d'éclairer. Toutes les sociétés pratiquent la censure; ce n'est pas parce que le temps de M. Duplessis est révolu que nous en voilà délivrés. Les clichés se sont renouvelés, mais il ne fait pas bon, pas plus aujourd'hui qu'autrefois, de s'attaquer à certains lieux communs. Il est des questions dont il n'est pas convenable de parler; il est des opinions qu'il est dangereux de contester. Là où il y a des privilèges, là aussi travaille la censure. Le blocage des institutions, le silence pudique sur les nouvelles formes de pauvreté et d'injustice s'expliquent sans doute par l'insuffisance des moyens mis en oeuvre, mais aussi par la dissimulation des intérêts. On n'atteint pas la lucidité sans effraction. »

 

Fernand DUMONT, Raisons Communes

 

« L'essence même d'une société libre et civilisée c'est que tout devrait être sujet à la critique, que toutes les formes d'autorité devraient être traitées avec une certaine réserve... une société totalement conformiste dans laquelle il n'y aurait aucune critique serait en fait une exacte équivalence des sociétés totalitaires contre lesquelles nous sommes engagés dans une guerre froide. »

Roger KIMBALL, Malcolm Muggeridge’s Journey 

 

Il y a dans l’histoire de l’Homme un moment qui me bouleverse.

C’est celui où les humains ont aligné leurs morts pour les enterrer.

On n’a jamais vu les bêtes aligner les dépouilles des bêtes.

Les animaux se cachent pour mourir…

A partir du moment où les restes des défunts ne sont plus laissés là, mais soigneusement rangés, un nouvel age commence : celui de l’HUMANITÉ.

 

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postato da: Firouzeh alle ore agosto 31, 2008 12:42 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, donna
venerdì, 11 luglio 2008

Quando, agli inizi del secolo scorso, Luigi Barzini scriveva per l’emozione dei lettori da retrobottega di un’Italia provinciale e disinformata le cronache tragicomiche della guerra dei boxers, la nozione che si poteva avere da noi relativamente alle cose del Celeste Impero non si allontanava molto dalla relazione di Marco Polo sul favoloso Catai. Il racconto del grande giornalista italiano, del resto, sembrava fatto appositamente per confortare l’immagine di un “pericolo giallo” che non usciva dai limiti di un certo folklore letterario. Come dire, oggi, un pericolo marziano o qualcosa di simile.

D’accordo, questi cinesi erano centinaia di milioni ma quanto a organizzazione politica e militare il governo e l’esercito di Francischiello potevano apparire, al confronto, come un modello prussiano. L’esplorazione xenofoba dei boxers era armata di cannoni di legno, di scimitarre, di razzi di bambù a testata, per così dire, pirotecnica. I soldati di quell’esercito improvvisato non obbedivano ai dettami di nessuna ideologia se non, forse, quella dell’esaltazione religiosa o una fedeltà di tipo tribale verso questo o quel capo. E bastarono, infatti, pochi corpi di spedizione inviati da tutta l’Europa e dal Giappone per contenere e soffocare la  scomposta e incoerente insurrezione che strinse d’assedio  per cinquantacinque giorni le legazioni diplomatiche di Pechino.

Non si diceva certo, allora, che “la Cina era vicina”. I termini di paragone per esprimere dimensioni spaziali sconfinate erano la ferrovia transiberiana che arrivava, appunto, sul mare della Cina, partendo dalla Russia europea o, ancora, la pionieristica avventura del Principe Borghese e di Barzini che sulla loro traballante automobile avevano compiuto il viaggio da Parigi a Pechino.

Gli umili, arrendevoli, sorridenti cinesi avevano appena iniziato la loro diaspora europea e americana, un cammino della speranza che aveva modestissimi traguardi: un piccolo ristorante per far apprezzare nidi di rondine o germogli di bambù a Parigi, a Londra o a San Francisco, una cassettina appesa al collo con un campionario di collanine di vetro e cravatte di seta per ritirarsi a contare pochi quattrini, la sera, nelle piccole “China-towns”, i nostri ghetti che i profughi della miseria cinese realizzavano ai margini delle metropoli occidentali.

A Milano, per esempio, intorno alla vecchia via Canonica, si coagulò negli anni tra le due guerre un nucleo di questi cinesi spinti fin là dai loro paradossali destini. Arrivarono a Milano come i loro padri era approdati sulla costa americana del Pacifico e i loro nipoti, negli anni 1960, mossi da ben diverse motivazioni, sbarcheranno sulla costa adriatica dell’Albania o saranno presenti, in una comunità sempre più densa, a Kinshasa, a Nairobi, all’Avana o addirittura a Ginevra, che diverrà la centrale europea degli interessi politici cinesi.

Il censimento del 2001 parla di un miliardo e 295 milioni di cinesi. Se il numero fosse davvero potenza in termini direttamente proporzionali basterebbe questa considerazione per farci accettare la prospettiva di un domani con l’ineluttabilità fisica di un’altra marea. Ma i rapporti di forze del mondo moderno – lo sappiamo – non sono più affidati alle cifre dell’etnografia. Il minuscolo e potentissimo Stato d’Israele è, in questo senso, un esempio definitivo. Eppure non basta questa considerazione a metterci tranquilli. La Cina, infatti, ha tuttora le condizioni per diventare una realtà industriale senza paragoni: le sue riserve di energia, praticamente vergini, sono sterminate e, in un simile quadro di ricchezza potenziale la sua densità demografica acquista ben altro valore. La Cina può iniziare la “colonizzazione economica” dell’occidente e scendere sui nostri mercati con inarrestabile slancio, con una penetrazione sempre più insinuante e profonda.

L’Europa e l’America iniziarono, dopo la guerra, a fare i conti con il modello su scala ridotta di ciò che può rappresentare un paese asiatico densamente popolato e ad alto livello industriale. Mi riferisco al Giappone e alla sua incalzante sfida industriale, alla competitività dei suoi costi contro i quali ci si difendeva con fragili muraglie di carta: decreti protezionistici, dogane elevate.

 

 

 

A l'ombre des mots, la magie de la poésie...
Pour les amoureux de la poésie et des mots qui font rêver.


 

Depuis les origines, l’Empire du Milieu méprisa, opprima, abandonna les femmes qui pour la plupart n’avait pas de noms. Elles n’étaient que l’épouse de. L’état civil n’existe que depuis peu dans cet immense empire, c’est la raison pour laquelle de nombreux poèmes sont anonymes. Heureusement, l’écriture a traversé, sans dommage, les modes et les caprices des hommes.

L’amour, le sentiment éternel, axe primordial de la création, l’amour constitue le fil conducteur de cette poésie qui représente à la fois un refuge et une révolte contre une société injuste et cruelle. La plume et le pinceau devinrent alors le glaive et le bouclier de ces femmes qui appartenaient le plus souvent à des milieux aisés. On trouve des concubines, des prostituées de luxe, des danseuses, des musiciennes, mais également des épouses cultivées de mandarins ou de marchands.

 

 

 

Poème d’adieu

 


Malgré mon talent et ma sagesse
Fille de triste destinée
Je ne trouve aucun moyen de te garder
Je froisse cette feuille magnifique
J’y couche mon désespoir et ma détresse
Le long du chemin les saules dansent
Ma mélancolie grandit sans cesse

 

Comment pleurer sur ma mauvaise destinée ?
Ma vie est détruite
A cause de ma légèreté.
Te souviens-tu de nos serments sous la lune ?
Ce n’était pas un rêve.
Si à l’avenir tu reviens
N’oublie pas de rendre visite à notre chambre
Et de verser une coupe de vin sur ma tombe.

 

 

Epouse de Dai Shiping

 

 

 

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postato da: Firouzeh alle ore luglio 11, 2008 13:33 | Permalink | commenti
categoria:america, poesia, politica, amore, economia, cina, storia, globalizzazione, europa, donna
mercoledì, 12 marzo 2008

a J

 

Se mai vi feci ridere, dite…

Una parola amica in memoria di me.

Nosside

فروغ فرخزاد

 

Dès Sa mort la Légende s’est emparée de cette figure fascinante, et c’est elle, plus que la réalité, qui continue de hanter nos fantasmes.

Daniela

 

 

تولدی دیگر

 

 

همه هستي من آيه تاريكيست
كه ترا در خود تكرار كنان
به سحرگاه شكفتن ها و رستن هاي ابدي خواهد برد
من در اين آيه ترا آه كشيدم آه
من در اين آيه ترا
به درخت و آب و آتش پيوند زدم

زندگی شاید
یک خیابان درازست که هر روز زنی با زنبیلی از آن میگذرد
زندگی شاید
ریسمانیست که مردی با آن خود را از شاخه میاویزد
زندگی شاید طفلیست که از مدرسه بر میگردد
زندگی شاید افروختن سیگاری باشد ، در فاصلهء رخوتناک دو
همآغوشی
یا عبور گیج رهگذری باشد
که کلاه از سر بر میدارد
و به یک رهگذر دیگر با لبخندی بی معنی میگوید " صبح بخیر "

زندگی شاید آن لحظه مسدودیست
که نگاه من ، در نی نی چشمان تو خود را ویران میسازد
ودر این حسی است
که من آن را با ادراک ماه و با دریافت ظلمت خواهم آمیخت

در اتاقی که به اندازهء یک تنهاییست
دل من
که به اندازهء یک عشقست
به بهانه های سادهء خوشبختی خود مینگرد
به زوال زیبای گل ها در گلدان
به نهالی که تو در باغچهء خانه مان کاشته ای
و به آواز قناری ها
که به اندازهء یک پنجره میخوانند

آه...
سهم من اینست
سهم من اینست
سهم من ،
آسمانیست که آویختن پرده ای آنرا از من میگیرد
سهم من پایین رفتن از یک پله مترو کست
و به چیزی در پوسیدگی و غربت و اصل گشتن
سهم من گردش حزن آلودی در باغ خاطره هاست
و در اندوه صدایی ان دادن که به من بگوید :
" دستهایت را
دوست میدارم "

دستهایم را در باغچه میکارم
سبز خواهم شد ، میدانم ، میدانم ، میدانم
و پرستوها در گودی انگشتان جوهریم
تخم خواهند گذاشت

گوشواری به دو گوشم میآویزم
از دو گیلاس سرخ همزاد
و به ناخن هایم برگ گل کوکب میچسبانم
کوچه ای هست که در آنجا
پسرانی که به من عاشق بودند ، هنوز
با همان موهای درهم و گردن های باریک و پاهای لاغر
به تبسم های معصوم دخترکی میاندیشند که یک شب او را
باد با خود برد

کوچه ای هست که قلب من آن را
از محل کودکیم دزدیده ست

سفر حجمی در خط زمان
و به حجمی خط خشک زمان را آبستن کردن
حجمی از تصویری آگاه
که ز مهمانی یک آینه بر میگردد

و بدینسانست
که کسی میمیرد
و کسی میماند
هیچ صیادی در جوی حقیری که به گودالی میریزد ، مرواریدی
صید نخواهد کرد .

 

من
پری کوچک غمگینی را
میشناسم که در اقیانوسی مسکن دارد
و دلش را در یک نی لبک چوبین
مینوازد آرام ، آرام
پری کوچک غمگینی
که شب از یک بوسه میمیرد
و سحرگاه از یک بوسه به دنیا خواهد آمد



 

 

Rinascita

 

 

Tutta la mia esistenza è un verso oscuro

Che reiterandosi ti condurrà

All’alba delle fiorescenze e delle crescite perenni.

In questo verso io ti sospirai.

In questo verso io ti innestai

All’albero, all’acqua e al fuoco.

 

La vita è, forse,

Una lunga strada che, ogni giorno, una donna attraversa con un paniere.

La vita è, forse,

Una corda con la quale un uomo si appende ad un ramo.

La vita è, forse, un bimbo che torna dalla scuola.

 

La vita è, forse, accendere una sigaretta in molle riposo tra due amplessi

O è, forse, lo sguardo vuoto di un passante

Che si leva il cappello

E, con un sorriso distratto, dice ad un altro: buongiorno.

 

La vita è, forse, quell’attimo senza fine

In cui il mio sguardo si smarrisce nelle pupille dei tuoi occhi

Ed in questo vi è il senso

Che mescolerò alla comprensione della Luna e alla percezione delle tenebre.

 

In una stanza che misura una solitudine,

Il mio cuore,

Che misura un amore,

Si sofferma sui puri pretesti della sua felicità,

Sul dolce declino dei fiori nel vaso,

Sul giovane albero che hai piantato nel piccolo giardino della nostra casa,

Sul cinguettio dei canarini

Che inonda tutta la finestra.

 

Oh!

Questa è la mia parte.

Questa è la mia parte.

La mia parte

È un cielo che una tenda appesa mi sottrae.

La mia parte è scendere da una scala incustodita

E raggiungere qualcosa tra il putridume e l’abbandono.

La mia parte è una triste passeggiata nel giardino dei ricordi,

Morire nell’affanno di una voce che mi sussurra:

Amo

Le tue mani.

 

Pianterò le mie mani nel piccolo giardino.

Rinverdirò, lo so, lo so, lo so.

E le rondini nell’incavo delle mie dita, lorde d’inchiostro,

Deporranno le loro uova.

 

Metterò due rosse ciliegie gemelle ai miei orecchi,

Come orecchini,

E petali di dalie alle mie unghie.

 

Vi è un vicolo dove

Gli stessi ragazzi, che di me erano innamorati,

Con i loro capelli scarmigliati, i loro esili colli

E le loro gambe ossute,

Rievocano ancora i sorrisi innocenti di una ragazza

Che, una notte,

Il vento portò via con sé.

 

Vi è un vicolo che il mio cuore

Ha rubato ai quartieri della mia infanzia.

 

Viaggio di un’entità attraverso la linea del tempo,

Entità fecondante la linea sterile del tempo,

Entità di un’immagine cosciente

Che torna dal banchetto di uno specchio.

 

Ed è così

Che qualcuno muore

E qualcuno resta.

 

Nessun pescatore troverà mai una perla

Nell’umile rigagnolo che si riversa In un fosso.

 

Io conosco

Una piccola fata triste

Che dimora in un oceano

E suona il suo cuore in un flauto di legno

Dolcemente, dolcemente.

Una piccola fata triste

Che, al tramonto, di un bacio muore

E, all’alba, di un bacio rinasce.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

 

 

Premessa

 

“Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi a me solo, non alle nozze della figlia o alla notte con l’amante o alle insidie del nemico o al processo o alla casa o al podere o al tesoro; e almeno finché legge, voglio che sia con me.

Se è preoccupato dai suoi affari, differisca la lettura; quando si avvicinerà ad essa, getti lontano da sé il peso degli affari e la cura del patrimonio…

Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto.”

(Francesco Petrarca, Fam., XIII, 5, 23)

 

L’intento di questo studio è puramente storico e, pur augurandomi di essere utile a coloro che si propongono di dare una valutazione critica dell’opera letteraria di Forughzamand Farrokhzad, ritengo che questa utilità possa consistere soltanto nella presentazione di fatti che, finora, non sono generalmente noti, e di un quadro, che, spero, risulti chiaro e veritiero, del carattere della mia protagonista e dell’evolversi della Sua personalità.

Vi sono pochi poeti di genio e, certamente, le poetesse di genio sono ancora più rare.

La Poesia presuppone un libero sguardo rivolto alla vita che il costume sociale, in passato, non ha affatto consentito alle donne; implica una profusione di potenza creatrice che le donne sembrano avere raramente posseduto o, almeno, potuto manifestare e che, per millenni, ha avuto libero sfogo soltanto nella maternità fisiologica.

Una sola e mirabile eccezione a questo stato di cose: Saffo.

A dispetto dei due o tre nomi intermedi che si potrebbero citare, ma che a pensarci bene vengono fuori da soli, le altre grandi poetesse si collocano tutte nel XIX o XX secolo. La lista, che ognuno può rifare a suo piacimento, comprende una decina di nomi al massimo, alcuni dei quali sono stati inseriti più per la personalità della donna che per il genio della poetessa.

Tra queste donne di grande talento e genio, nessuna, a mio avviso, può essere paragonata a Lei. Nessuna si colloca più in alto di Forughzamand Farrokhzad e, in ogni caso, è la sola che si innalzi costantemente a livello dell’epopea e del mito. Nessun Principe nella Sua vita, nessun alto funzionario, nessun appoggio, tutto quello che realizzò fu intrapreso senza nessun aiuto e nella solitudine.

 

“Io non ho mai avuto una guida: nessuno mi ha dato un’educazione intellettuale e spirituale. Tutto quello che ho, è frutto del mio sforzo e tutto quello che non ho, avrei potuto averlo se i traviamenti, l’incoscienza e gli impasse della vita, non me lo avessero impedito.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 marzo 1968)

 

Una vecchia che sgrana biascicando un rosario non ci fa avvertire più di tanto il sentimento del sacro, la Poesia è fatta e lo era, ai tempi in cui aveva un più netto ricordo delle sue origini magiche, di ripetizioni quasi incantatorie di suoni e di ritmi. L’interiezione pura e semplice, l’imprecazione o l’oscenità, spesso così usate che non ne è neppure più percepito il senso, recano sollievo o calmano come i mantra colui che le pronuncia. Non è della nostra epoca, in cui la fisica ha fatto delle vibrazioni una scienza e una tecnica, negare il potere della parola pronunciata per se stessa.

Nella stesura di questa biografia ho attinto, in gran parte, a materiale inedito in Italia. Ho già elencato le raccolte più importanti, insieme con l’indicazione del loro contenuto e delle abbreviazioni usate. Le note a piè di pagina ricorrono soltanto quando mi sono sembrate di interesse generale, i riferimenti particolareggiati alle fonti sono segnalati nel testo con numerazione progressiva, in fondo al volume, unitamente a una bibliografia scelta.

Nell’inverno del 2001, mi capitò di acquistare nella libreria Nima, presso la Stazione Tiburtina, e nel testo originale persiano, “Iman biyavarim be aghaz-e fasl-e sard” (Crediamo all’inizio della stagione fredda). A parte certe riserve, che farò in seguito, il caso mi aveva fatto incappare in una di quelle opere che ci nutrono per anni, e, fino a un certo punto, ci trasformano. Dell’autrice, Forughzamand Farrokhzad, ignoravo, allora, persino il nome, però bastò che fosse una donna del mio tempo e intenta a scrivere, per incoraggiarmi a fare lo stesso.

Quell’inverno era particolarmente bello, a Roma.

Se ne stava sospeso come un pomo dorato a un ramo, pronto da cogliere.

Due anni dopo, l’illustre iranista Angelo Michele Piemontese, in quella sorta di memorie della Sua vita intellettuale, “La vita nuova nel diario romano di Forug Farroxzad”, un documento troppo poco letto, sottolineava quanto l’Italia apparisse “poco presente in libri di viaggio scritti da autori persiani contemporanei” e quanto assumesse “notevole rilievo il libro del giovanile viaggio in Italia” di Forughzamand Farrokhzad.

Una donna intelligente e coraggiosa mescolava ai propri racconti di viaggio un travelogue concernente strani confini. Questo frammentario diario di un’anima ha ai nostri occhi un elevatissimo valore umano, affettivo e artistico. Una sua attenta e meditata lettura è il modo migliore per accostarsi a Forugh – come mi limiterò a chiamarLa nelle pagine a seguire – e riuscire a penetrare, più a fondo, nel Suo universo poetico e umano. Che La si creda o meno sui vari punti, l’Autrice ci conduce, quasi per mano, sull’orlo di caverne di cui sentiamo perfettamente che, se osassimo esplorarle, le scopriremmo anche in noi stessi.

Nel frattempo, avevo letto un certo numero di opere erudite persiane. Avevo appreso cosa differenzia un mathnavi, una qasidè, un ghazal e un roba’i.

Uno degli errori irreparabili dell’Occidente è stato, probabilmente, quello di concettualizzare la complessa sostanza umana sotto la forma antitetica Anima-Corpo, e di non uscire, poi, da questa antitesi se non negando l’anima. Un altro errore, non meno deplorevole, e che si fa sempre più grave, consiste nel non immaginare opera di perfezionamento o di liberazione interiori se non a favore dello sviluppo dell’individuo o della persona, e non dell’annullamento di queste due nozioni a vantaggio dell’essere o di ciò che va al di là dell’essere. Anzi per l’uomo occidentale, sembra che perfezionamento e liberazione si contrappongano duramente l’uno all’altra, anziché rappresentare i due aspetti di uno stesso fenomeno.

Vi sono state epoche nella storia in cui l’Umanità sembra aver trovato – almeno nella sua zona intellettuale – qualche soluzione all’eterno contrasto tra Concreto e Ideale, tra pane e sogni, tra le cose che si toccano e quelle che no.

Il Medioevo risolve, a suo modo, il problema con la Fede, a ogni costo, nel soprannaturale. Il resto è Male e Peccato, in blocco, senza sfumature.

L’Umanesimo trova altre soluzioni: l’Uomo centro e misura di ogni cosa, un Universo armonioso perché redento tutto nella materia e nelle creature, dal Cristo-Uomo.

Più tardi, l’Illuminismo crede di aver trovato nella Dea Ragione il segreto dell’equilibrio.

Poi, un Positivismo molto ottimista è pronto a giurare sulla Scienza come arma infallibile per centrare il bersaglio di una confortante autonomia dell’Uomo, non più schiavo dell’annoso dilemma Anima e Corpo, Ideale e Realtà.

Epoche, sembrerebbe, fatte di certezze o, almeno, illuse di possederne una. Tra le une e le altre, ampie zone d’ombra, dense di dilemmi, sconvolte dall’agitarsi delle coscienze in preda a tormenti conoscitivi e etici, comunemente definiti crisi.

Il nostro tempo, quanto mai avaro di certezze, è l’esempio tipico di uno di questi periodi di crisi. Crisi tra continenti, mondi, individui, vittime di mille contraddizioni. Ma soprattutto crisi riaperta, clamorosamente, sopra il vecchio dilemma tra Ideale e Realtà.

Di che cosa vive veramente l’Uomo di oggi?

Dove troverà la sua giusta statura?

Sino a che punto gli basta la civiltà del benessere e in che misura invece persiste in lui un bisogno incoercibile di Infinito e di Eternità?

Ecco le domande di grande attualità, che sembrano compendiare in sé tutte le altre singole moderne ragioni di crisi, e sulle quali sembra configurata la Poesia di Forugh.   

Una vita è ciò che si fa di essa: i pochi dettagli, che ho attinto dalla ricca biografia di Forugh – “A Lonely Woman Forugh Farrokhzad and Her Poetry”, 1984 pp. 181 – scritta da Michael Craig Hillmann, ci forniscono tutto e niente insieme. Altri aggiungono dei barlumi: apprendiamo, così, che questa donna, il cui genio sembra uscito interamente dalla tradizione popolare, leggesse molto. Nima Yushij aveva influenzato la Sua giovinezza: sembra che, per effetto, di una singolare osmosi, il tono e lo stile siano largamente debitori all’austero profeta iraniano.  

Forugh è morta, il 14 febbraio 1967, a trentadue anni, prima di sentire la vecchiaia, che non temeva.

 

“Sono contenta che i miei capelli siano diventati bianchi e di avere qualche ruga sulla fronte.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

“Sono contenta di non essere più una sognatrice e un’utopista. Ora sto per compiere trentadue anni, questo significa aver trascorso trentadue parti della vita. Ma, in cambio, ho trovato me stessa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

Ma qualche tempo prima aveva scritto:

 

“Ho paura di morire anzitempo e di lasciare i miei lavori incompiuti.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 18 agosto 1969)

 

e ancora:

 

“Sono sfiorita, i capelli sono divenuti bianchi e il pensiero del futuro mi angoscia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

La Sua tragica fine sconvolgeva l’Iran, come precedentemente era avvenuto per Sadeq Hedayat, suicida a Parigi, nel 1951.

 Non lasciava eredità da spartire, aveva vissuto priva di tutto e in povertà.

 

“Il denaro era l’unica cosa cui non pensasse. Alla sua morte aveva poco denaro e un pacchetto di sigarette.”

(Intervista a Fereydun Farrokhzad, Kayhan 13 febbraio 1974)

 

Nella Sua casa di Tehran, come nelle altre dimore della Sua vita errabonda, vi erano un letto per amare, un tavolo per scrivere.

 

”Spesso a metà del mese sono senza soldi e non vi è nessuno che possa aiutarmi. Ora siamo a metà dell’inverno e non ho ancora una stufa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

Viaggiava con un solo bagaglio: una valigia in cui teneva i Suoi scritti.

Là dentro, vi era non solo l’opera, ma il ritratto di una vita.

Poesie, appunti di viaggio, il diario intimo, lettere.

E qualche disegno.

 

“Tutta la mia ricchezza è costituita dai quaderni che ho raccolto negli anni e dai quali non mi separo ovunque vada. Sono quaderni sui quali, un giorno, la mano di un amico ha lasciato la propria impronta e sfogliarli mi riporta a uno dei giorni perduti della mia vita, rendendomi viva ogni volta.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

Nel 1956, aveva soggiornato in Italia, singolarmente portata dal destino in questo paese, dove aveva apprezzato gli italiani. Aveva tenuto regolarmente un diario, grazie al quale possiamo avere una visione abbastanza precisa di quello che è un periodo di particolare interesse. Possiamo immaginarci una ragazza esile e bruna, leggere e scrivere in una stanza di (…).

Ovunque alloggiasse, costruiva intorno a Sé una fortezza che non poteva essere facilmente espugnata. Questa Sua riluttanza a lasciare i modesti agi, per Lei così importanti, del Suo posto di lavoro è testimoniata più di una volta nel Suo diario.

Forugh ha intrecciato lo scrivere alla vita, facendone un punto fermo, a giustificazione di quest’ultima.

Nell’ultimo periodo della Sua vita, Forugh ha spinto sino all’ossessione l’Amore per la parola scritta. Stremata dalle molte vicissitudini, malata, debole, aveva cercato di riunire le Sue opere. Conservava tutto, come per raccogliere la testimonianza di Se stessa, per proteggersi con la presenza reale di quelle pagine dalla solitudine di cui era preda.

Oggi, quarant’anni dopo la Sua morte, quegli scritti raccontano trentadue anni dell’esistenza di una donna, anni pieni di grandi successi pubblici, numerosi come gli smacchi personali e i dolori privati. Nell’abbondanza e nella fertilità che li contraddistinguono, questi documenti appartengono alla letteratura come al vivere. Pagina dopo pagina, ci troviamo a incrociare piccoli drammi di quotidiane vicende, miniature di amici colti nelle loro debolezze, brandelli di pettegolezzi, seri a volte, più spesso profani, istantanee policrome, come in una conferenza su viaggi esotici, e piccole confidenze sul mestiere letterario. A volte, i velati avvertimenti su un affetto ferito o un orgoglio piccato o, parimenti, le minute benedizioni dell’appagamento amoroso. Ma sotto la superficiale schiuma delle parole, si segnala occasionalmente la strana alchimia dell’Amore frammisto all’incertezza, e dello slancio unito all’imbarazzo. Sono questi i geroglifici dell’emozione di cui queste pagine recano l’impronta.

E noi, qui, La osserveremo, come a Lei piaceva vedersi, scrivere e vivere.

Per quanti la conobbero, la Poesia di Forugh commenta semplicemente il poema della Sua vita. Ispirata alla realtà, resta a Lei inferiore, non è che la cenere di un fuoco meraviglioso. A coloro che tutto ignorano di Lei, vorrei far sentire il dolce calice di questa cenere. Scartando tutto ciò che è solo involucro, apparenza, superficie, vorrei giungere subito al cuore di questa rosa, al fondo di questo dolce calice.

Queste pagine sono un montaggio. Per scrupolo di autenticità ho fatto monologare il più possibile Forugh, attingendo ai Suoi scritti. Anche nei punti in cui non mi sono servita di virgolette, ho spesso riassunto le annotazioni della Poetessa, troppo prolisse per essere riportate tali e quali. Le frasi di mia creazione sono tutt’al più dei riempitivi: ho cercato semmai di imprimere a esse qualcosa del suo ritmo personale. Certo vedo i difetti di un procedimento che concentra in un solo giorno sentimenti e sensazioni che, nella realtà, occuparono diversi anni di vita. Il fatto è che quei sentimenti e quelle emozioni sono troppo costanti in ciò che ci rimane degli scritti di Forugh, per non essere stati l’assillo di questa donna quasi morbosamente incline alla riflessione.

Mi rendo conto della stranezza di questa operazione quasi negromantica.

Tali sono i giochi di specchi del tempo.

Mi è parso che una scelta di testi narrativi – diari, scritti personali, articoli di giornali –, attinti da tutto l’arco della Sua produzione e scanditi dal racconto della Sua vita, avrebbe permesso di conoscerLa meglio.

Ho ricostruito, anno dopo anno, l’attività letteraria di Forugh. Un lungo viaggio attraverso la passione amorosa, attraverso miti e personaggi che, in qualche modo, hanno rappresentato la sintesi, il modello, il paravento di un sentimento che, per dirla con Kafka, “aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità” ovvero – sono parole di Giacomo Leopardi – “di nostra vita ultimo inganno”.

Dalla Sua morte, generazione dopo generazione, ci si interroga e si discute sui silenzi di un’esistenza troppo breve, sulle Sue contraddizioni, che Forugh coltivava con l’eccesso che Le era proprio, si cerca nella straordinaria forza del Suo carattere e della Sua vita il meglio di noi stessi, si rifiuta quanto ci minaccia, si resiste al mito e lo si alimenta con la nostra mentalità di vivi un po’ antropofagi e molto barbari.

Ha scritto senza posa, con un amore che aumentava ogni giorno, perché proprio d’Amore si trattava: apprese a conoscere e a raccontare la Sua terra, la Sua gente. È vissuta con la matita in mano, annotando quello che vedeva, pensava e provava, instancabilmente, certo con una predisposizione innata, ma con un’abilità conquistata grazie alla Sua ostinazione e al Suo rigore etico e letterario, al Suo Amore per la scrittura.

Forugh non incontrava ostacoli, dubbi, conflitti, ripensamenti.

 

“Rusciva a memorizzare i versi, li componeva direttamente sul foglio senza correggerli.”

(Tusi Ha’eri, settimanale Bamshad, terza settimana 1968)

 

Rivoluzionaria in politica, Forugh non lo è di meno in letteratura. I Suoi versi esprimono il sentimento e l’anima del popolo iraniano, così come riflettono gli aspetti quotidiani dell’amore e della politica.

 

“Credo di essere un poeta in ogni momento della mia vita. Essere un poeta significa essere umano. Conosco alcuni poeti il cui comportamento quotidiano non ha nulla a che fare con la loro Poesia. In breve, sono poeti solo quando scrivono poesie. Quando hanno terminato di scrivere, tornano a essere nuovamente avidi, condiscendenti, tirannici, miopi, meschini. Dunque, io non credo alle loro poesie. Io apprezzo l’onestà nella vita e quando li scopro nelle loro poesie e nei loro saggi levare pugni e grida ne sono disgustata e dubito della loro veridicità. E penso tra me: “Forse è solo per un piatto di riso che gridano.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

In polemica con gli scrittori di sinistra, com’era abbastanza naturale, la critica di Forugh, particolarmente aspra e, a mio parere, giusta, dava sfogo alla Sua irritazione nei confronti di parte della Poesia degli intellettuali comunisti. Il verdetto definitivo di una scrittrice consapevole dei problemi sociali. A Forugh non sfuggiva quanto l’Intellighenzia iraniana, nel suo sviluppo, fosse condizionata dalla struttura di classe, né Le sfuggivano le matrici essenzialmente borghesi dello stesso movimento di sinistra degli anni Sessanta. Di conseguenza, era convinta che, nonostante la loro posizione ideologica, i giovani scrittori comunisti del Suo tempo non riuscissero a superare le barriere di classe; non solo, ma che, a causa della loro estrazione sociale fossero condannati a una visione molto confusa della realtà, e sempre lo sarebbero stati se non fossero riusciti a creare una società senza classi. Ciò che differenziava Forugh dalla maggior parte dei giovani di sinistra era il Suo riconoscimento franco e esplicito dell’importanza della struttura di classe nella letteratura. Mentre altri tentavano di scavalcare le barriere di classe, o addirittura di negarne l’esistenza, Lei le riconosceva apertamente e, implicitamente, riconosceva, quindi, la propria posizione di isolamento all’interno di una società divisa. Certo, non riteneva che questa fosse una situazione desiderabile, tuttavia neppure pensava che tale situazione potesse essere modificata ignorandone l’esistenza. E qui Forugh si distaccava non soltanto dalla sinistra, ma anche dalla destra.

 

“Quando torno a casa e resto sola, improvvisamente sento di aver trascorso la giornata a vagare, smarrita tra una miriade di cose che non sono mie e non avranno durata. Tra questa gente tanto diversa, mi sento così sola che, a volte, mi viene un nodo alla gola dalla rabbia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 febbraio 1966)

 

Si proclama adepta di Nima Yushij – takallos di Ali Esfandyari (Yush, Mazandaran 1897-1960) – e denuncia gli idoli che servono da alibi, ai Suoi occhi, all’imborghesimento delle anime e all’asservimento dell’arte.

 

“(Nima Yushij) È stato la mia guida, ma io sono stata l’artefice di me stessa. Ho sempre fatto affidamento sulle mie sperimentazioni. Ho scoperto come Nima riusciva a arricchire la sua nuova forma di linguaggio. Se non lo avessi scoperto, non sarei giunta a niente. Sarei divenuta un’imitatrice senza coscienza. Avrei fatto la mia strada, vale a dire, avrei vissuto la mia vita.” 

(Intervista a Forugh Farrokhzad, Darash)

 

L’innovazione di Forugh rispetto a quella che si definisce, in modo sempre un pò vago, la tradizione è un fatto acquisito, tuttavia, l’apporto di questo nuovo sguardo, lungi dal significare la rottura con una tradizione superata, mira a vivificare uno stile perduto. Una scrittura che preferisce l’economia dei mezzi e la concisione folgorante alla retorica verbosa e al pathos dei buoni sentimenti.

 

La Poesia è per me come una finestra e ogni volta che io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l’immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Non vi è differenza. È un modo di comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere. È un privilegio di cui il poeta, componendo versi, può beneficiare: anch’io esisto o esistevo. Altrimenti come si potrebbe affermarlo? Nella Poesia, io non cerco nulla. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh resta viva, non perché i versi delle Sue poesie sono scelti e saccheggiati dagli autori di antologie o di manuali universitari, ma perché, contrariamente alla maggior parte dei Suoi contemporanei, Lei non ha barato, Lei non ha mancato le Sue lacerazioni, i Suoi dubbi, le Sue piccinerie, i Suoi rancori sotto gli orpelli della bella letteratura.

Se gli scritti che ha lasciato ci toccano, tutti i Suoi scritti, non soltanto le Sue poesie, ma anche il più piccolo frammento, anche le pagine cancellate dei Suoi brogliacci, è perché restano un bruciante fuoco di tensioni, restituiscono a un’esistenza frammentata una nuova coerenza, una continuità, una certa pace.

Infanzia anticonvenzionale e anarchica, Forugh ha vissuto sin da piccola libera da ogni disciplina e costrizione sociale: l’unica autorità era il padre.

 

“Era molto freddo e duro, un vero soldato dal volto severo o, meglio, sempre celato da una maschera che incuteva timore. Ricordo che appena sentivamo il rumore dei suoi stivali, tutti lasciavamo quello che stavamo facendo e ci nascondevamo; ma questo padre così severo, i cui soli passi ci facevano sussultare, ogni tanto tornava se stesso e rivelava il suo vero volto. Allora ci abbracciava teneramente e calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi.”

(Intervista a Puran Farrokhzad, Kayhan, 10 febbraio 1971)

 

Il colonnello Mohammad Baqer Farrokhzad sapeva essere un padre incantevole. Raccontava storie, talvolta recitava poesie e stimolava, poi, i figli a discutere di quello che avevano ascoltato.

 

“Se, oggi, gli altri mi considerano testarda e sicura di me lo devo all’educazione impartita da mio padre.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

La madre, Touran Vaziri-Tabar, dolce e sottomessa, amorosa e attenta, viveva soprattutto per suo marito e era venerata dai figli.

 

“La mamma era una donna perfetta, ingenua e semplice, ignara del male, fiduciosa del mondo e degli uomini. Una donna legata a tutte le tradizioni, a tutte le convenzioni.”

(Intervista a Puran Farrokhzad)

 

Certo, Forugh aveva sofferto dell’apatia materna, della tirannia e delle velleità paterne e, forse, un pò di invidia l’aveva consumata vedendo i due fratelli andare all’Università, mentre Lei era dovuta restarsene a casa. Le donne avevano accesso allo studio, ma dovevano subire ancora molte discriminazioni nelle Università, che continuavano a essere, in gran parte, territorio riservato all’altro sesso. La sciatteria della casa aveva dovuto pesarLe, ma quel posto chiuso e disordinato, ingombro di libri e di carte, un po’ sporco e letargico, era la Sua tana. Vi coltivava un’anima persiana e romantica.

Fu, certamente, una ragazza fortunata.

E, fu quello il periodo più felice di un’infanzia felice.

Ma, come tutti i paradisi in terra, anche questo era insidiato. Sin dall’inizio, la vita di Forugh fu minacciata dalla depressione, dalla morte, dalle disgrazie.

 

“Ogni mese, due o tre volte cadeva in crisi depressive. In quei giorni fuggiva da tutti e da tutto, si chiudeva in stanza e piangeva. “

(Puran Farrokhzad, settimanale Bamshad, ottobre 1968)

 

Sognava di grandi spazi e là, nella Sua prima adolescenza, trovava il Suo motto:

 

“Ibo singulariter donec transeam.”

“Me ne andrò solitaria sino alla morte.”

 

Non ci volle molto alla ragazza precoce per scoprire che, se non erano sincronizzati il sentimento e l’accadere, lo erano il sentimento e la fantasia.

E fu con una tale scoperta che Le si aprì il mondo della futura Poetessa.

L’apprendimento delle attività femminili non costituiva per Forugh un compenso adeguato.

Se fosse riuscita a insegnare a Se stessa come fondere il sentimento con la fantasia avrebbe creato un Suo proprio mondo, una repubblica spaziosa, abitata soltanto da chi avesse scelto di farne parte, un luogo dove l’accadere non avrebbe creato disturbo, un regno inventato, completamente sotto controllo, dove la pena e il dubbio non avrebbero avuto dimora.

Come ogni tentativo di produrre armonia, per quanto artificiale, nel caos della propria esistenza, anche questo avrebbe, tuttavia, generato un conflitto dagli esiti sfortunati. Forugh deve essersi resa conto che l’essere amata e l’essere libera non si possono coniugare. L’indipendenza richiede distanza emotiva dagli altri, proprio come l’affetto esige sottomissione e acquiescenza.

Fu proprio questa combinazione a causarLe tante pene di cuore; eppure, nonostante il tumulto provocato dai disordini amorosi, Forugh non poteva esistere senza Amore o, più precisamente, senza l’idea dell’Amore.

 

“Qualche volta penso che per me sartebbe possibile lasciare questa vita in un solo istante, perché non sono legata a nulla. Sono una sradicata. È solo l’amore che mi trattiene, ma…”

(Ferdowsi, 18 agosto 1969) 

 

La preferenza di Forugh per un glorioso fallimento rispetto a uno sbiadito successo assume un significato più ampio, in questa luce distante.

A questo riguardo, sarebbe opportuno dissipare una confusione troppo a lungo mantenuta dagli eccessi dello strutturalismo. Se è evidente che, nello studio di un Autore, la conoscenza della vita non sostituirà mai la conoscenza dell’opera, non significa che ci si debba privare di uno strumento prezioso alla comprensione dello stesso processo creativo. La forza di un’opera è legata, non soltanto alle determinazioni che hanno pesato sulla sua elaborazione, ma al posto dell’opera nella vita, della vita nel secolo, all’apporto dell’opera, al flusso mobile e mutevole delle idee e delle forme, alla funzione dello scrittore nella società.

 

“In verità, la Poesia che ignori l’ambiente e le condizioni in cui nasce e si sviluppa, non può mai essere vera Poesia.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Ma prima di affrontare l’analisi dei testi in quanto tali, importa collocarli nel loro quadro storico e biografico.

Grido del cuore, difesa appassionata di una Poetessa ritenuta fondamentale, queste pagine riposano sullo studio spinto di numerose poesie di Forugh Farrokhzad. Si presentano, dunque, come la prima edizione italiana con la quale è possibile conoscere e apprezzare in un unico libro in modo organico e sistematico la Sua produzione poetica, anche tramite il testo persiano che è riprodotto a fronte della relativa traduzione. Il risultato finale evidenzia la preziosità dell’iniziativa rivolta a tutti coloro che sentono la necessità di entrare in questa opera, sino a oggi, soltanto sfiorata.

Il est difficile d’être plus lucide envers l’égalitarisme terrifiant qui, sous ses yeux, entraînait le nivelage de toutes les valeurs esthétiques et culturelles sous le pied d’un utilitarisme nauséeux. Forough a été la première à déchiffrer dans la société de son temps des tares appelées à proliférer et à prospérer, de véritables maladies de l’âme qui risquent à terme d’entraîner la mort de l’homme comme être pensant.

In un paese in cui non vi è miseria, è naturale non essere snob. Parimenti avviene laddove tutti sono egualmente poveri. Ma dove le ineguaglianze sono tali che nessun ricco può osservarle senza avvertire nell’intimo un sentimento di disagio, questi preferisce non guardare affatto e dimenticare che accanto al suo esiste un altro mondo. 

I poeti hanno un sesto senso che rende loro chiaro l’avvenire.

Forugh aveva molto presto intuito che, un giorno, sotto la pressione dell’americanismo, la parola Democrazia avrebbe perduto il suo significato.

La Democrazia cessa di essere democratica quando diventa forte.

Sapeva quanto fosse vano lottare contro un’abiezione chiamata, un giorno, a divenire universale e ne aveva dedotto che non vi era altra strada per la Poesia che affrontare questa abiezione per attingervi gli elementi di una nuova bellezza.

In ogni caso, Forugh ci ha lasciato, grazie al Suo diabolico coraggio, al Suo incurabile ottimismo, grazie alla Sua fede nell’arte, a dispetto di tutto, un ammirevole esempio di resistenza a un’ignominia sociale che non doveva cessare di espandersi e che, oggi, esibisce sotto i nostri occhi le sue tristi turpitudini.

Strano personaggio questa poetessa ribelle, che respirava la libertà da tutti i pori della Sua pelle. Lei che, partendo dalla rivendicazione della Sua libertà, in quanto donna, è giunta alla necessità della liberazione sociale.

 

“Molti trovano rifugio negli altri, cercando di compensare le proprie carenze, ma non vi riescono mai del tutto, altrimenti questo rapporto non sarebbe da solo la più grande Poesia del mondo e della vita?”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh era nella condizione di sentire, nella Sua carne, l’oppressione e l’avvilimento che il matrimonio può arrecare alle donne. Il tentativo era stato fatto e, inutile dirsi, era fallito.

La Sua salute peggiorò quasi subito. Forugh perse la fede e si dedicò con diligenza a cercarne un’altra, finché, dopo numerosi tentativi, trovò un asilo spirituale a Lei congeniale nella Poesia.  

 

“ Il rapporto tra due esseri non può mai essere perfetto o completo. Ma la Poesia è per me un’amica con la quale poter parlare in libertà e in intimità. È un’amica che mi completa.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Nel decennio che seguì alla Sua abiura, Forugh scoprì oltre alla propria vocazione di poeta e di pittore anche quella di regista. Aveva, insomma, un temperamento artistico. 

 

“Se io ho scritto poesie per tutta la vita, questo non significa che la Poesia sia l’unico mezzo di espressione. A me piace il cinema. Se potessi lavorerei in ogni campo. Se non fosse esistita la Poesia avrei recitato in Teatro. Se non fosse esistito il Teatro, avrei fatto del Cinema. Se perseguo la strada dell’Arte è perché ho qualcosa da dire.”

 

Personalmente ritengo che Lei avrebbe preferito essere ricordata come donna.

In una certa misura, le Sue opinioni, osteggiate da una moralità angusta e intollerante, non Le impedirono di avere una visione del mondo essenzialmente onesta, responsabile e sana.

Che peccato che un incidente d’auto abbia interrotto il Suo volo!

 

Rammentati del volo,

L’uccello è mortale.

Così è partita a soli trentadue anni.

 

“Poi la neve, una candida neve bianca, iniziò a cadere dal cielo. Forugh, tutta di bianco, fu adagiata nella tomba. La neve bianca coprì la tomba e la terra tutt’intorno.”

(Parviz Lushani, Bianco e nero, febbraio 1967)

 

Forse la verità furono quelle due mani, quelle due giovani mani

Che furono sepolte sotto la continua caduta della neve.

Crediamo

Crediamo nell’inizio della stagione fredda

Crediamo nelle rovine dei giardini della fantasia

Nelle capovolte e disoccupate falci

E nei semi imprigionati.

Guarda come sta nevicando… 

 

È nata in inverno, ha vissuto essenzialmente in inverno per partire, infine, in inverno.

 

E questo sono io:

Una donna sola,

Sulla soglia di una stagione fredda

All’inizio della percezione dell’esistenza inquinata della terra

E della triste e semplice disperazione del cielo

E della debolezza di queste mani di cemento…

 

Non a caso aveva freddo.

 

Ho freddo

Ho freddo, si direbbe che non mi riscalderò mai…

 

Senza alcuna tema, si può affermare che l’avvenire appartiene alle donne della Sua tempra.

 

 

(da "Tanha sedast ke mimanad : Forugh Farrokhzad e la questione femminile", ADZ)

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 12, 2008 16:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, politica, amore, vita, iran, donna
venerdì, 07 marzo 2008

La saveur de la vie est dans le désir d'être une Femme.

Ce post est dédié à Vous Mesdames de la part d’une Femme aux Femmes.

Daniela

 

 

 

« Per quanto riguarda il problema della libertà, per me si riduce a una questione di parole. Non acconsentirò mai a identificare la libertà con un certo numero di libertà politiche. In ciò che voi chiamate libertà io vedo solamente « delle » libertà. E quella che io chiamo lotta per la libertà non è che la continua e concreta conquista dell’idea di libertà. Colui che non vede la libertà come un bene ardentemente desiderato e crede di possederla, in verità possiede una cosa senza vita, senza anima ; perché la nozione di libertà ha questo di particolare, che si allarga costantemente. Se, dunque, ci si ferma e si proclama di averla conquistata, nello stesso atto avrà dimostrato esattamente di averla perduta… »

Henrik Ibsen

 

Verrebbe spontaneo – come è stato fatto da molti critici – vedere in Ibsen un antesignano di quel femminismo che, proprio alla fine del XIX secolo, iniziava a affermarsi. La migliore smentita a tale interpretazione, una smentita che non la nega ma la inquadra in una visione ancora più ampia, viene dallo stesso autore. Durante un banchetto dell’Associazione Norvegese per i Diritti della Donna, il drammaturgo dichiarò, infatti, rispondendo al brindisi:

 

« Devo rifiutare l’onore di avere consapevolmente lavorato per i diritti della donna. Non sono neppure proprio sicuro di quello che siano, in realtà, i diritti della donna. Per me, è stata una questione di diritti dell’umanità. »

 

 

Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zefiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “giardino, primavera e dolce commercio”. A almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall'armare navi, elevare templi, compiere massacri.

In un essere che è stato programmato per essere dominato, l’intelligenza è una qualità scomoda da scoraggiare sul nascere, per non darle modo i prendere coscienza di sé. Al contrario, viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano compresi, ancora prima di essere formulati, e soddisfatti da un essere condizionato a anteporre i bisogni altrui ai propri e, spesso, a scapito dei propri.

Il femminismo è stata la prima forma di identità pubblica che le donne, si sono date dalla fine del ‘600.

Se molto è stato fatto, soprattutto nei Paesi industrializzati, molto resta da fare per le mutilazioni e l’emarginazione cui molte donne africane, asiatiche sono sottoposte.

La parità di diritti con l’uomo, la parità salariale, l’accesso a tutte le carriere sono obiettivi sacrosanti e, almeno sulla carta, sono già stati offerti alle donne nel momento in cui l’uomo l’ha giudicato conveniente. Resteranno, tuttavia, inaccessibili alla maggior parte di loro finché non saranno modificate le strutture psicologiche che impediscono alle donne di desiderare fortemente di farli propri. Sono queste strutture psicologiche che portano la persona di sesso femminile a vivere con un senso di colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo produttivo, a sentirsi fallita come donna se vi aderisce e a sentirsi fallita come individuo se, invece, sceglie di realizzarsi come donna.

 

 

Non mi rammarico, certo, di essere nata donna, al contrario, ne traggo grande soddisfazione.

Quasi sempre mi sono sentita bene nella mia pelle, e ho avuto fiducia nella mia buona stella. Ho spinto addirittura la mia fiducia nell’avvenire sino alla sventatezza : non avevo creduto alla guerra prima che scoppiasse. Adesso sto più attenta. Mi piace guardare in faccia la realtà e parlarne senza abbellirla. Non sopporto l’infelicità e sono poco incline a prevederla, quando la incontro mi indigna e mi sconvolge, e provo il bisogno di comunicare la mia emozione. Per combatterla, bisogna prima rivelarla, e, pertanto, dissipare le mistificazioni dietro le quali la si nasconde per evitare di pensarvi. È proprio perché rifiuto le evasioni e le menzogne, che mi si accusa di pessimismo, ma questo rifiuto implica una speranza : che la verità può essere utile. È un atteggiamento più ottimistico che non scegliere l’indifferenza, l’ignoranza, le false apparenze.

Dissipare le mistificazioni, dire la verità, è uno dei fini che ho più ostinatamente perseguito. Questa ostinazione ha le sue radici nella mia infanzia, non ho mai tollerato la stupidità : un modo per soffocare la vita e le sue gioie sotto i pregiudizi, le abitudini mentali, le false apparenze, le frasi vuote.  

La mia educazione mi aveva inculcato l’inferiorità intellettuale del mio sesso, inferiorità che molte delle mie coetanee ammettevano rispetto agli studenti maschi e che conferiva maggior pregio ai miei successi. Mi era sufficiente eguagliarli per sentirmi eccezionale. In realtà, non ne avevo incontrato nessuno che mi avesse sbalordito. L’avvenire mi era aperto in misura eguale a loro. Non avevano alcun vantaggio su di me, né, d’altronde, lo pretendevano. Mi trattavano senza condiscendenza, anzi con una gentilezza particolare, poiché non vedevano in me una rivale. La loro simpatia mi evitò sempre di assumere quell’atteggiamento di sfida che trovo così sgradevole nelle donne americane.

Gli uomini sono stati per me dei compagni, non degli avversari. Lungi dall’invidiarli, la mia posizione, in quanto singolare, mi sembrava privilegiata. Non ho mai rinnegato la mia femminilità. Mi piccavo di riunire in me un cuore di donna e un cervello di uomo.

 

 

« Des riches, nous avons entendu que les pauvres sont responsables de leur pauvreté, des Blancs que les Noirs n’ont qu’eux-mêmes à blâmer pour leur statut social minable, et des hommes que les femmes sont satisfaites de leur destin et ont choisi leur propre subordination. »

Dale Spender

 

Le jour où l’une d’entre nous découvre soudain n’être ni « inférieure », ni « anormale », ni « un défaut de fabrication de Dieu » ni « dépourvue de créativité et de talents artistiques », ni « incapable d’Amitié », mais qu’un même regard masculin au cours des siècles lui a inculqué cette image négative d’elle-même, elle ne peut s’empêcher de se demander si d’autres femmes dans le passé ont fait, aussi, cette merveilleuse découverte de se savoir capables de tout comme l’autre moitié de l’humanité. Avec, en plus, le pouvoir de donner la vie.

Dale Spender raconte qu’elle cesse de croire à la quasi-absence des femmes dans l’histoire, ainsi que l’enseignaient toutes les institutions, lorsqu’elle apprend qu’en 1911 les féministes avaient en Grande-Bretagne vingt et une revues, une librairie, une imprimerie et une banque gérée par et pour des femmes.

Quand une femme refuse de reconnaître la suprématie masculine et le modèle unique de la maternité, on la repousse dans un ghetto où elle ne pourra pas nuire et on se sert de l’exemple de son isolement comme repoussoir pour garder l’ensemble des femmes dans le droit chemin du servage. Mais cette stratégie est à double tranchant, car la virginité, par exemple, représente une voie vers l’indépendance envers les hommes.

Ce choix porte en soi un germe d’intégrité qui libère des valeurs de soumission.

La vierge symbolise la femme intacte dans tout son passé et son potentiel affectif originel. Pour les hommes, remarque Beauvoir, « la virginité n’a d’attirance érotique que si elle s’allie avec la jeunesse ». Le mépris des hommes envers les vieilles filles viendrait, selon elle, de la peur que ces femmes aient échappé à leur pouvoir ou qu’elles possèdent trop de pouvoir en propre.

 

« Arriver à la conclusion que le vrai but des femmes dans la vie est de vouloir compter beaucoup les unes pour les autres et que, pour elles, les hommes ne sont qu’une incidence dans leur vie est bien sûr très terrifiant ».

Simone de Beauvoir

 

 

Les femmes ont toujours eu un passé dur à oublier et un silence difficile à vivre mais, au fil du temps, une sorte de lien s’est tissé entre elles et la Nature, comme espace narratif pour excellence : un jardin secret où naissent les fleurs de l’espoir.

« Princesse Firouzeh » est né de l'envie de faire connaître mes écrits. Mais créer un site Internet uniquement pour diffuser mes ouvrages m’est vite apparu d’un intérêt limité car il existe déjà de nombreux sites personnels littéraires. Aussi il m’a paru juste et urgent traduire et présenter dans « Princesse Firouzeh » une petite anthologie de Poésie féminine, si peu mise en relief voire quasiment passée sous silence, réhabilitante les femmes poètes.

Les femmes Poètes ont toujours eu une étonnante faculté de percevoir les plus subtiles vibrations de l'âme et de savoir les exprimer de manière sublime, ce qui a fait dire à Montherlant :

 

« Les hommes ne sentent pas avec la même vivacité que les femmes. »

 

Je vous souhaite un beau voyage à travers les mots, mots d’hier et d’aujourd’hui, mots sans temps et sans espace qui portent en eux notre histoire et nous emmènent loin, très loin, très très loin…

 

 

Simile agli dei mi pare
Chi a te di fronte siede e ascolta
Quando tu parli soavemente
E ridi con amore.

Ma quest'immagine tua nel petto
Il cuore mi spaura. Solo un attimo
Ti guardo, e voce non più
M'esce dal labbro:

La lingua mi s'intorpida. Sottile
Un fuoco le membra mi corre,
Gli occhi non vedono, e m'assorda
Un rombo gli orecchi.

Di sudore un velo mi copre, tutta
Mi vince un tremore: più verde sono
Dell'erba, e nel mio patire vicina
Morte m'appare.

Saffo (VII secolo a.C.)

 

 

 

I bianchi cavalli smaniosi
Ssi levavano dritti sulle zampe
Con grande strepito; il suono della cetra
Batteva in eco sotto il portico vasto della corte.
O Bàuci infelice, io gemendo piango al ricordo.
Queste cose della fanciullezza hanno ancora calore
Nel mio cuore, e quelle che non furono di gioia
Sono cenere, ormai. Le bambole stanno riverse
Sui letti nuziali; e presso il mattino
Lla madre cantando più non reca
Il filo sulla rocca e i dolci cosparsi di sale.
A te fece paura da bambina la Mormò
Che
ha grandi orecchie e su quattro

Piedi s'aggira movendo intorno lo sguardo.
E quando, o Bàuci amata, salisti sul letto dell'uomo
Senza memoria di quello che giovinetta ancora
Avevi udito da tua madre, Afrodite
Non fu pietosa della tua dimenticanza.
Per questo io ora piangendoti non ti abbandono;
Né i miei piedi lasciano la casa che m'accoglie,
Né voglio più vedere la dolce luce del giorno,
Né lamentare con le chiome sciolte; ho pudore
Del cupo dolore che mi sfigura il volto.

 

Erinna (IV secolo a. C.)

 

 

 

Dolce come l’amore non vi è nulla

Ogni altra felicità viene dopo: perfino

Il miele la mia bocca rifiuta.

Questo dice Nosside

Solo chi non ha avuto i baci

Di Cipride non sa che fiori sono le rose.

 

Nosside (III secolo a.C.)

 

 

 

Lacrime di bimba

 

A un grillo, d’arati prati usignolo,

E a una cicala che abitò le querce,

Quella tomba comune innalzò Miro,

Una bimba, e lacrime sparse di bimba,

Poiché spietato l’Ade le tolse

Quei due cari balocchi.

 

Anite (III secolo a.C.)

 

 

 

Piangimi, d'un pianto breve, nato
Dal segreto del cuore: dimmi
Una tua parola tenera: di me ricorda,
Quando con me più non sarà la vita.

Filita di Cos (III secolo a.C.)

 

 

 

Abandon

Elles disent : Si jeune, et tant de cheveux blancs !

Et moi : Blancs ils seraient, pour peine moins affreuse !
Tout est malheur en cette vie, Abu Hassan.
Puisque je vis sans toi, et partant malheureuse.
Il était la jeunesse et l'âge sûr de lui,
Calme mais chaleureux, main offrante et offerte,
Il était le mérite absolu, non pas certes
De tel sot qui devant ses chefs se rembrunit.
Quand on parle d'un homme et qu'un juste propos
Dit avec art sa bienveillance et son honneur,
C'est à toi que je pense, et je pleure, un sanglot
Etouffe tout mon être et fait fondre mon coeur.
Ce coeur, tu l'as brisé, j'en jure, il n'en peut plus !
Le deuil emplit mon âme et ma tête fléchit.
Le dur bois de ma lance aujourd'hui s'est rompu,
Cassé comme le coeur si solide du buis.

 

Al Khansa (VII secolo d.C.)

 

 

 

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,

Mentre vai nella riserva dell'imperatore,

Il guardiano della riserva

Non ti starà osservando

Mentre mi agiti la manica?

 

Nukata no Ohokimi (VII secolo d.C.)

 

 

 

Se fosse possibile morire per amore,

Per mille volte

Io sarei morta e tornata a morire.

 

Kasa no Iratsume (VII secolo d.C.)

 

 

 

Les chaînes de l'amour

De nouveau piégée dans les rets de son amour
J'eus beau faire, rien n'y faisait
Récalcitrante, j'ignorais que plus je me débattrais
Plus étroitement le piège m'enlacerait

Une mer sans rivage, c'est cela l'amour
O malheureuse, comment y surnager !

Si tu veux connaître le fin mot de l'amour
Alors accepte même ce qui déplaît
La ciguë toute bue que l'on s'imagine délice
La cruauté constatée que l'on veut croire bienfait.

 

Rabe’e Balkhi (X secolo d.C.)

 

 

 

Il me faut chanter ici ce que je ne voudrais point chanter
Car j'ai fort à me plaindre de celui dont je suis l'amie
Je l'aime plus que tout au monde
Mais rien ne trouve grâce auprès de lui
Ni Merci, ni Courtoisie, ni ma beauté, ni mon esprit,
Je suis trompée et trahie comme je devrais l'être
Si je n'avais pas le moindre charme.

Une chose me console: jamais, je n'eus de torts
Envers vous, ami. Je vous aime, au contraire
Plus que Seguin n'aima Valence
Et il me plait fort de vous vaincre en amour,
Ami, car vous êtes le plus vaillant de tous.
Mais vous me traitez avec orgueil en paroles et en actes,
Alors que vous êtes si aimable envers d'autres.

Je suis surprise de l'arrogance de votre coeur,
Ami, et j'ai bien sujet d'en être triste
Il n'est point juste qu'un autre amour vous éloigne de moi
Quel que soit l'accueil qu'il vous réserve,
Qu'il vous souvienne du début
De notre amour. A Dieu ne plaise
Que par ma faute il s'achève.

La grande vaillance qui loge en votre coeur
Et votre grand mérite me sont sujets de tourments,
Car je ne connais point dame, proche ou lointaine,
Et en désir d'amour qui vers vous ne soit attirée
Mais vous, ami de si bon jugement,
Vous devez bien reconnaître la plus sincère
Ne vous souvient-il pas de nos jeux partis?

Ma valeur et mon lignage, ma beauté
Et plus encore la sincérité de mon coeur, doivent me secourir
C'est pourquoi je vous envoie, là-bas,
Cette chanson qui me servira de messager
Je veux savoir, mon bel et doux ami,
Pourquoi vous m'êtes si dur et si farouche,
Est-ce orgueil ou indifférence?

Mais je veux, messager, que tu lui dises
Que trop d'orgueil peut nuire à maintes gens.

 

Beatrice contessa Di Dia (XII secolo)

 

 

 

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
Acresce gioia a tutti fin’amanti,
E vanno insieme a li giardini alora
Che gli auscelletti fanno dolzi canti;
La franca gente tutta s’inamora,
E di servir ciascun tragges’inanti,
Ed ogni damigella in gioia dimora;
E me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
E tenemi sovente in forte doglia:
Donar mi vole a mia forza segnore,
Ed io di ciò non ho disìo né voglia,
E ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
Però non mi ralegra fior né foglia.

 

Compiuta Donzella (XIII secolo)

 

 

 

May you come, Love, to gaze upon my glory
And also yours, since the work of your arrows
Has made us both bright and immortal
Wherever anyone loves and longs for Love.

It makes me bright, because I did not refuse
To accept your mortal blows —
Since I was taken by his eyes, those
That nature has never made since or before;

It makes you bright, because I try to praise you
As much as I can in verse and in speech
With wit and in that vein which you gave me.

Now you need to prevent that sun,
Which woke me to be my guide and support,
From leaving my eyes lightless and alone.

 

Gaspara Stampa (1523-1554) 

 

 

 

Depuis qu'Amour cruel empoisonna
Premièrement de son feu ma poitrine,
Toujours brûlai de sa fureur divine,
Qui un seul jour mon coeur n'abandonna.

Quelque travail, dont assez me donna,
Quelque menace et prochaine ruine,
Quelque penser de mort qui tout termine,
De rien mon coeur ardent ne s'étonna.

Tant plus qu'Amour nous vient fort assaillir,
Plus il nous fait nos forces recueillir,
Et toujours frais en ses combats fait être ;

Mais ce n'est pas qu'en rien nous favorise,
Cil qui les Dieux et les hommes méprise,
Mais pour plus fort contre les forts paraître.

 

Louise Labé (1524-1566)

 

 

 

Jouissance

Aujourd'hui dans tes bras j'ai demeuré pâmée,
Aujourd'hui, cher Tirsis, ton amoureuse ardeur
Triomphe impunément de toute ma pudeur
Et je cède aux transports dont mon âme est charmée.

Ta flamme et ton respect m'ont enfin désarmée ;
Dans nos embrassements, je mets tout mon bonheur
Et je ne connais plus de vertu ni d'honneur
Puisque j'aime Tirsis et que j'en suis aimée.

O vous, faibles esprits, qui ne connaissez pas
Les plaisirs les plus doux que l'on goûte ici-bas,
Apprenez les transports dont mon âme est ravie !

Une douce langueur m'ôte le sentiment,
Je meurs entre les bras de mon fidèle Amant,
Et c'est dans cette mort que je trouve la vie.

 

Marie-Catherine Hortense de Villedieu (1632-1683)

 

 

 

Per Amico lontano

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
trovar quiete all’agitata mente
che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
stuolo d’affanni contro me si avvente.
Parmi lunge veder sotto straniero
cielo, e su fragil prora errar dolente
il mio diletto amico, e l’aere nero
che il minaccia ravviso, e il mar fremente.
Odo i gemiti suoi, già di sua vita
vicin veggo il perielio, e grido o dei
deh gli porgete, o Dio pietosi aita!
Mi sveglio allor tremante, e la funesta
imago non mi lascia, e gli occhi miei
d’amaro pianto innondo e pur son desta.

 

Lesbia Cidonia (1746-1801)

 

 

I have a Bird in spring
Which for myself doth sing -
The spring decoys.
And as the summer nears -
And as the Rose appears,
Robin is gone.

Yet do I not repine
Knowing that Bird of mine
Though flown -
Learneth beyond the sea
Melody new for me
And will return.

Fast in a safer hand
Held in a truer Land
Are mine -
And though they now depart,
Tell I my doubting heart
They're thine.

In a serener Bright,
In a more golden light
I see
Each little doubt and fear,
Each little discord here
Removed.

Then will I not repine,
Knowing that Bird of mine
Though flown
Shall in a distant tree
Bright melody for me
Return.

 

Emily Dickinson (1830-1886)

 

 

 

А, ты думал - я тоже такая,
Что можно забыть меня,
И что брошусь, моля и рыдая,
Под копыта гнедого коня.

Или стану просить у знахарок
В наговорной воде корешок
И пришлю тебе страшный подарок -
Мой заветный душистый платок.

Будь же проклят. Ни стоном, ни взглядом
Окаянной души не коснусь,
Но клянусь тебе ангельским садом,
Чудотворной иконой клянусь
И ночей наших пламенных чадом -
Я к тебе никогда не вернусь.

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
Che si possa dimenticare
E che si getti, pregando e piangendo,
Sotto gli zoccoli di un baio.

O vada a chiedere alle fattucchiere
Radici nell’acqua incantata,
E ti mandi il dono terribile
Di un fazzoletto profumato e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
O sguardi l’anima dannata,
Ma ti giuro sul Paradiso,
Sull’icona miracolosa
E sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
Mai più tornerò da te.

 

Anna Akhmatova (1889-1966)

 

 

 

Быть в аду нам, сестры пылкие,
Пить нам адскую смолу, —
Нам, что каждою-то жилкою
Пели Господу хвалу!

Нам, над люлькой да над прялкою
Не клонившимся в ночи,
Уносимым лодкой валкою
Под полою епанчи.

В тонкие шелка китайские
Разнаряженным с утра,
Заводившим песни райские
У разбойного костра.

Нерадивым рукодельницам
— Шей не шей, а всё по швам! —
Плясовницам и свирельницам,
Всему миру — госпожам!

То едва прикрытым рубищем,
То в созвездиях коса.
По острогам да по гульбищам
Прогулявшим небеса.

Прогулявшим в ночи звездные
В райском яблочном саду...
— Быть нам, девицы любезные,
Сестры милые — в аду!

A noi, fervide sorelle,
Toccherà andare all’inferno,
Bere l’infernale pece,
Noi, che in ogni nostra vena
Al Signore lodi alzammo!

Noi su culla e filatoio
Mai ricurve nella notte,
Noi condotte sulla barca
Con indosso l’ampio burka.

Noi, fasciate in fini sete
Della Cina fin dall’alba,
Che cantammo inni celesti
Presso il rogo dei briganti.

Casalinghe neghittose
— Cuci e scuci, e tutto a sfascio! —
Danzatrici e flautiste,
Tutto il mondo ai nostri piedi!

Ora in dosso pochi stracci,
Ora appese fra le stelle.
Per fortezze e per taverne
Marinando i sette cieli.

A passeggio nelle notti
Nel giardino che fu d’Eva...
- A noi, tenere ragazze,
Sorelline mie cortesi,
Toccherà andare all’inferno!

Marina Cvetaeva

 

 

 

حلقه

دخترك خنده كنان گفت كه چيست
راز اين حلقه زر
راز اين حلقه كه انگشت مرا
اين چنين تنگ گرفته است ببر

راز اين حلقه كه در چهره او
اينهمه تابش و رخشندگی ست
مرد حيران شد و گفت:
حلقه خوشبختی است، حلقه زندگی است

همه گفتند: مبارك باشد
دخترك گفت: دريغا كه مرا
باز در معنی آن شك باشد

سال ها رفت و شبی

زنی افسرده نظر كرد بر آن حلقه زر
ديد در نقش فروزنده او
روزهائی كه باميد وفای شوهر
بهدر رفته، هدر

زن پريشان شد و ناليد كه وای
وای، اين حلقه كه در چهره‌ او
باز هم تابش و رخشندگی است
حلقه بردگی و بندگی است

L’anello

Sorridente, la ragazza chiese:
Qual è il segreto di questo anello d’oro?
Il segreto di questo anello d’oro che cinge
Il mio dito così stretto.

Il segreto di questo anello che così splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze.
Sorpreso, l’uomo rispose:
L’anello è felicità, l’anello è vita.

All’unisono, tutti i presenti invocarono: benedizioni.
Sospirò la ragazza:
Se solo non dubitassi sul suo significato!

Passarono gli anni ed una notte

Una donna infelice posò lo sguardo su quell’anello d’oro.
Nel suo brillante cesello vide riflessi
I giorni perduti
Nell’illusione della sincerità del marito.

Affranta, la donna singhiozzò: ahimé!
Ahimé! Questo anello che ancora splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze
È un anello di schiavitù e servaggio.

 

Forugh Farrokhzad


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postato da: Firouzeh alle ore marzo 07, 2008 22:35 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, femminismo, donna, libertà
martedì, 04 marzo 2008

à Marie-Ancolie

avec Sympathie, ce mot si beau qui veut dire sentir avec…

Daniela

 

 

 

SI TÚ ME OLVIDAS


Quiero que sepas
Una cosa.

Tú sabes cómo es esto:
Si miro
La luna de cristal, la rama roja
Del lento otoño en mi ventana,
Si toco
Junto al fuego
La impalpable ceniza
O el arrugado cuerpo de la leña,
Todo me lleva a ti,
Como si todo lo que existe,
Aromas, luz, metales,
Fueran pequeños barcos que navegan
Hacia las islas tuyas que me aguardan.

Ahora bien,
Si poco a poco dejas de quererme
Dejaré de quererte poco a poco.

Si de pronto
Me olvidas
No me busques,
Que ya te habré olvidado.

Si consideras largo y loco
El viento de banderas
Que pasa por mi vida
Y te decides
A dejarme a la orilla
Del corazón en que tengo raíces,
Piensa
Que en ese día,
A esa hora
Levantaré los brazos
Y saldrán mis raíces
A buscar otra tierra.

Pero
Si cada día,
Cada hora
Sientes que a mí estás destinada
Con dulzura implacable.
Si cada día sube
Una flor a tus labios a buscarme,
Ay amor mío, ay mía,
En mí todo ese fuego se repite,
En mí nada se apaga ni se olvida,
Mi amor se nutre de tu amor, amada,
Y mientras vivas estará en tus brazos
Sin salir de los míos.


Pablo NERUDA



SI TU M'OUBLIES


Si tu m'oublies
Je veux que tu saches
Une chose.

Tu sais ce qu’il en est:
Si je regarde
La lune de cristal, la branche rouge
Du lent automne de ma fenêtre,
Si je touche
Près du feu
La cendre impalpable
Ou le corps ridé du bois,
Tout me mène à toi,
Comme si tout ce qui existe,
Les arômes, la lumière, les métaux,
Etaient de petits bateaux qui naviguent
Vers ces îles à toi qui m’attendent.

Cependant,
Si peu à peu tu cesses de m’aimer
Je cesserai de t’aimer peu à peu.

Si soudain
Tu m’oublies
Ne me cherche pas,
Puisque je t’aurai aussitôt oubliée.

Si tu crois long et fou
Le vent de drapeaux
Qui traversent ma vie
Et tu décides
De me laisser au bord
Du coeur où j’ai mes racines,
Pense
Que ce jour-là,
A cette même heure,
Je lèverai les bras
Et mes racines sortiront
Chercher une autre terre.

Mais
Si tous les jours
A chaque heure
Tu sens que tu m’es destinée
Avec une implacable douceur.
Si tous les jours monte
Une fleur à tes lèvres me chercher,
O mon amour, ô mienne,
En moi tout ce feu se répète,
En moi rien ne s’éteint ni s’oublie,
Mon amour se nourrit de ton amour, ma belle,
Et durant ta vie il sera entre tes bras
Sans s’échapper des miens.


Pablo NERUDA



SE TU MI DIMENTICHI


Voglio che tu sappia
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
Se guardo
La luna di cristallo, il ramo rosso
Del lento autunno alla mia finestra,
Se tocco
Vicino al fuoco
L’impalpabile cenere
O il rugoso corpo della legna,
Tutto mi conduce a te,
Come se cio’ che esiste
Aromi, luce, metalli,
Fossero piccole navi che vanno
Verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
Se a poco a poco cessi di amarmi
Cesserò d’amarti poco a poco.
Se d’improvviso
Mi dimentichi,
Non cercarmi,
Ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
Il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
E ti decidi
A lasciarmi sulla riva
Del cuore in cui ho le radici,
Pensa
Che in quel giorno,
In quell’ora,
Leverò in alto le braccia
E le mie radici usciranno
A cercare altra terra.

Ma
Se ogni giorno,
Ogni ora
Senti che a me sei destinata
Con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
Alle tue labbra un fiore a cercarmi,
Ahi, amor mio, ahi mia,
In me tutto quel fuoco si ripete,
In me nulla si spegne né si dimentica,
Il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
E finché tu vivrai starà tra le tue braccia
Senza uscire dalle mie.


Pablo NERUDA



IF YOU FORGET ME


I want you to know
One thing.

You know how this is:
If I look
At the crystal moon, at the red branch
Of the slow autumn at my window,
If I touch
Near the fire
The impalpable ash
Or the wrinkled body of the log,
Everything carries me to you,
As if everything that exists,
Aromas, light, metals,
Were little boats
That sail
Toward those isles of yours that wait For me.

Well, now,
If little by little you stop loving me
I shall stop loving you little by little.

If suddenly
You forget me
Do not look for me,
For I shall already have forgotten you.

If you think it long and mad,
The wind of banners
That passes through my life,
And you decide
to leave me at the shore
of the heart where I have roots,
remember
that on that day,
at that hour,
I shall lift my arms
and my roots will set off
to seek another land.

But
If each day,
Each hour,
You feel that you are destined for me
With implacable sweetness,
If each day a flower
Climbs up to your lips to seek me,
Ah my love, ah my own,
In me all that fire is repeated,
In me nothing is extinguished or Forgotten,
My love feeds on your love, beloved,
And as long as you live it will be in your Arms
Without leaving mine.

Pablo NERUDA

 

 

 

 

Nous avons dans la vie bien des peines et de tous genres. Quelques chagrins ne sont hélas ! Que trop réels, surtout ceux dont nous sommes la cause, mais les autres, les plus nombreux peut-être, ne sont que des Fantômes de chagrins. Quand nous les regardons en face, nous découvrons qu’ils n’ont ni substance, ni réalité, et ne sont que les créations de notre imagination morbide. On peut dire aujourd’hui avec autant de vérité que du temps de David :

 

«  L’homme s’agite dans une ombre vaine. »

 

Quelques-unes de nos peines, il est vrai, sont des malheurs, mais n’ont pas de réalité, tandis que d’autres sont réelles, mais ne sont pas de malheurs.

 

« dans quel abîme insondable l’esprit humain se précipite lorsqu’il se laisse agiter par les chagrins de ce monde ; s’il oublie sa propre lumière qui est la joie éternelle et se jette, comme le fait l’homme d’aujourd’hui, dans les ténèbres du dehors qui sont les soucis de ce monde, il ne sait que se lamenter. »

(Boèce, Consolations)

 

« Il est agréable d’habiter Athènes »,

 

dit Epictète,

 

« mais il vaut encore mieux être heureux, affranchi des passions, libre de toute inquiétude. »

 

Nous devons nous efforcer de nous maintenir :

 

« Dans ce bienheureux état d’esprit

Qui allège le fardeau de l’inconnu

Et le poids lourd et fatigant

De ce monde incompréhensible. »

(Willam Wordsworth)

 

Ainsi nous ne craindrons « ni l’exil d’Aristide, ni la prison d’Anaxagoras, ni la pauvreté de Socrate, ni la condamnation de Phocion, mais nous regardons la vertu comme digne de notre Amour, même au prix de pareilles épreuves ». (Plutarque) nous serions alors presque entièrement indépendants des circonstances extérieures, car :

 

« Stone walls do not a prison make,
Nor iron bars a cage;
Minds innocent and quiet take
That for an hermitage;
If I have freedom in my love,
And in my soul am free,
Angels alone that soar above
Enjoy such liberty. »

 

« Ce ne sont pas les murailles de pierre qui font la prison,

Ni les barreaux de fer, ni la cage :

Les âmes innocentes et calmes

S’en font un ermitage. »

Si je suis libre d’aimer qui je veux

Et si mon âme est libre,

Seuls, les anges qui planent au-dessus de nous

Jouissent d’une liberté comparable à la mienne. »

(Richard Lovelace, 1618–1657?)

 

Shakespeare nous dit avec beaucoup de sagesse:

 

« Dans tous les endroits que le soleil éclaire

Le sage trouve un part et un heureux asile. »

 

Le bonheur dépend plus de ce qui est en nous que de ce qui est hors de nous. Hamlet dit que « le monde est une très belle prison où il y a des chambres de détention, des salles de gardes et des cachots, le Danemark étant le plus horrible de tous. » Et, comme Rosencrantz n’est pas de son avis, il répond sagement :

 

« Eh bien ! Pas pour vous, peut-être ; rien n’est tout à fait bon, ni tout à fait mauvais, sinon dans notre imagination : pour moi, le Danemark est une prison. »

 

« Tout dépend de la manière dont on juge les choses. »,

 

dit Marc-Aurèle,

 

« Comment ce qui ne gâte pas un homme peut-il gâter la vie ? Mais certainement la mort, la vie, l’honneur et le déshonneur, la souffrance et le plaisir sont le partage à la fois des bons et des méchants ; car ce sont des choses qui ne nous rendent ni meilleurs ni pires. »

 

« Nos plus grands maux viennent de nous-mêmes »,

 

dit Jérémie Taylor,

 

« et c’est aussi en nous que nous devons chercher notre plus grand bien. »

 

« L’âme »

 

dit Milton,

 

« dépend d’elle-même et elle a le pouvoir

De faire de l’enfer le ciel et du ciel l’enfer. »

 

Certes Milton, dans sa cécité, avait de plus belles visions, et Beethoven, malgré sa surdité, entendait de plus célestes accords, que nous ne pourrions en rêver.

Lorsque nous ne savons ce qui peut arriver, nous sommes tout disposés à craindre le pire ;

Mais lorsque nous connaissons toute l’étendue d’un danger, il n’existe pour ainsi dire plus. Aussi craignons-nous plus les Fantômes que les voleurs, non seulement sans raison, mais contre toute raison ; car, même si les Fantômes existaient, comment pourraient-ils faire du mal ?

Dans leurs histoires de Fantômes, ceux mêmes qui disent en avoir vu, prétendent rarement en avoir touché.

Milton, dans sa description de la mort, l’enveloppe volontairement de ce caractère d’obscurité :

 

« L’autre forme,

Si l’on peut appeler forme ce qui n’avait aucune forme

Distincte, ni dans ses membres, ni dans ses jointures, ni dans ses articulations,

L’autre substance, si l’on peut ainsi nommer ce qui avait l’air d’une ombre,

La Mort, était sombre comme la nuit,

Féroce comme dix furies, terrible comme l’enfer

Et elle brandissait un horrible dard. Ce qui semblait sa tête

Portait l’apparence d’une couronne royale. »

 

Les terreurs que font naître la mort et les ténèbres sont admirablement exprimées dans un des plus sublimes passages de Job :

 

« Les visions de la nuit agitaient mes pensées,

A l’heure où le profond sommeil s’abat sur les hommes ;

La frayeur me prit, avec un tremblement,

Qui secoua tous mes os.

Un esprit passa devant ma face

Et sur ma chair, mes cheveux se dressèrent :

Une figure était devant mes yeux

Qui restait immobile, mais je ne pouvais en discerner la forme.

Tout était silencieux et j’entendis une voix disant :

L’homme mortel est-il plus juste que Dieu ? »

 

C’est ainsi que la terreur se transforme en une leçon de consolation et de miséricorde.

Nous exagérons souvent nos peines et nos difficultés et nous les regardons comme bien plus importantes qu’elles ne le sont en réalité.

Les dangers sont souvent « sans importance, quand une fois, ils nous ont semblé peu importants, et les hommes ont été plus souvent déçus que vaincus par les dangers.

Bien plus, il vaudrait mieux aller jusqu’à mi-chemin au-devant de certains dangers, quand bien même ils disparaissent à notre approche, que de veiller trop longtemps à les attendre. Car si la veillée est trop longue, on court le risque de s’endormir. » (Bacon)

Il est sage d’être prévoyant, mais absurde de s’attrister à l’avance, et les châteaux en Espagne valent mieux que les cachots imaginaires.

Malheureusement, trop souvent un faux pas, volontaire ou non, nous fait perdre le droit chemin et nous égare.

Pouvons-nous alors revenir sur nos pas ?

 Pouvons-nous retrouver ce que nous avons perdu ?

Oui, cela est possible. Il est trop triste d’affirmer que :

 

« Un soupir de trop, un baiser trop tendre,

Les yeux se voilent, les larmes coulent,

Et la vie est changée à jamais. »

(Georges Macdonald, 1824-1905)

 

Voici deux belles maximes de Socrate :

 

« Il vaut mieux subir le mal que de le commettre. »

 

« Lorsqu’un homme s’est mal conduit, il lui est plus avantageux d’être puni que de rester impuni. »

 

Nous considérons, en général, l’égoïsme comme un défaut et un danger pour le bonheur du genre humain. Cela n’est pas tout à fait juste. Malheureusement beaucoup de gens sont sottement égoïstes et poursuivent un but qui ne peut satisfaire ni eux, ni ceux qui les entourent.

Je ne suis pas tout à fait de l’avis de Goethe, mais n’a-t-il pas en partie raison, quand il dit que « chaque homme doit commencer par lui-même, doit s’occuper tout d’abord de son propre bonheur qui contribuera certainement plus tard au bonheur du monde entier ».

Cette affirmation est trop absolue, et on peut, sans doute, y faire des objections ; mais, assurément, si chacun voulait éviter les excès et prendre soin de sa santé, conserver ses forces et sa bonne humeur, il rendrait sa famille heureuse et ne serait pas cause de ces petits ennuis qui empoisonnent la vie domestique. Il s’occupait de ses propres affaires, resterait sobre et paierait ses dettes ; en un mot, suivant le proverbe chinois :

 

« Il balaierait la neige devant sa porte et ne ferait pas attention à la gelée sur les tuiles de la maison voisine. »

 

Si cette conception de la vie n’est pas la plus noble, elle est du moins fort avantageuse pour la famille, les parents, les amis. Mais, malheureusement :

 

« Parcourez du regard le monde habité et voyez combien peu de personnes

Connaissent leur propre bien et, le connaissant, cherchent à l’atteindre. »

(John Dryden, 1631-1700)

 

Il serait beau d’amener les homes à comprendre qu’ils ne peuvent jamais ajouter à leur bonheur en faisant le mal. Lorsqu’il s’agit d’enfants, nous le reconnaissons bien ; nous voyons qu’un enfant gâté n’est pas heureux, qu’il vaudrait beaucoup mieux qu’il eût été puni tout de suite et sauvé ainsi de plus grandes souffrances dans l’avenir.

La belle idée d’un Ange gardien que chaque homme aurait auprès de lui est certes vraie ; car la conscience veille sans cesse, toujours prête à nous avertir du danger.

Sans doute, nous nous sentons souvent disposés à nous plaindre ; mais c’est là une noire ingratitude :

 

« Car qui de nous,

Malgré ses souffrances, voudrait renoncer à cette vie intellectuelle,

A ces pensées qui errent à travers l’éternité,

Pour périr, englouti et perdu,

Dans le vaste sein de la pensée incréée. »

(John Milton, 1608-1674)

 

Mais, dira-t-on peut-être, notre vie ici-bas n’est qu’une préparation à une autre existence dans un monde meilleur. Eh bien ! Alors, pourquoi nous plaindrions-nous de ce qui n’est qu’un acheminement vers un bonheur à venir ?

 

Count each affliction, whether light or grave,

God's messenger sent down to thee; do thou

With courtesy receive him; rise and bow

And ere his shadow pass thy threshold, crave

Permission first his heavenly feet to lave

Then lay before him all thou hast : Allow

No cloud of passion to usurp thy brow,

Or mar thy hospitality; no wave

Of mortal tumult to obliterate

The soul's marmoreal calmness: Grief should be,

Like joy, majestic, equable, sedate;

Confirming, cleansing, raising, making free;

Strong to consume small troubles; to commend

Great thoughts, grave thoughts, thoughts lasting to the end.

 

« Considère chaque affliction, légère ou profonde,

Comme un messager que Dieu t’envoie. Reçois-le

Avec courtoisie, lève-toi et salue-le.

Avant que son ombre ait passé ton seuil, implore

La permission de laver ses pieds divins ;

Puis présente-lui tout ce que tu as ; ne permets

Pas au nuage de la colère d’assombrir ton front

Ou de troubler ton hospitalité, ni aux vagues

Des passions humaines d’altérer

Le calme marmoréen de ton âme. Le chagrin devrait être,

Comme la joie, digne, réservé, tranquille,

Il devrait fortifier, purifier, élever, affranchir.

Puissant à anéantir les petites peines, il doit faire naître

De grandes pensées, des pensées graves, des pensées qui durent jusqu’à la fin. »

(Aubrey Thomas de VERE, 1814-1902)

 

Certaines personnes sont comme les eaux de Bethesda et ont besoin d’être troublées pour exercer toute leur vertu.

 

« Nous retirerons plus de joie de toutes les bénédictions dont nous sommes l’objet, »

 

dit Plutarque,

 

« si nous les supposons absentes et si nous pensons de temps en temps aux gens malades qui soupirent après la santé, aux peuples en guerre qui soupirent après la paix, aux étrangers et aux inconnus qui, dans une grande ville, désirent ardemment être connus et trouver des amis. Alors nous n’attendrons pas d’avoir perdu chacune de ces bénédictions pour en sentir et en apprécier la valeur. Et cependant, il nous est bienfaisant de regarder surtout à notre foyer et à notre propre condition ; si nous nous comparons à d’autres, de considérer les gens qui sont plus pauvres que nous et non, comme on le fait toujours, ceux qui sont plus aisés…

Vous trouverez des habitants de Chios, des Galates, des Bithyniens mécontents de la part de gloire ou de pouvoir qu’ils ont parmi leurs concitoyens et se désolant de ce qu’ils ne portent pas de chaussures de sénateurs ; s’ils deviennent sénateurs, ils plurent parce qu’ils ne sont pas prêteurs à Rome ; s’ils obtiennent cette charge, parce qu’ils ne sont pas consuls ou, s’ils sont consuls, parce qu’ils n’ont été nommés qu’en second…

Chaque fois que vous voyez passer quelqu’un en litière, ne vous préoccupez pas de l’idée que c’est un plus grand personnage que vous baissez les yeux et regardez à ceux qui portent la litière. »

 

Il dit plus loin :

 

« Je suis très frappé de la remarque de Diogène à un étranger qui s’habillait avec beaucoup d’élégance pour une fête :

« Un homme sage ne considère-t-il pas tous les jours de la vie comme une fête ? Sachant que la vie est la plus complète initiation à toutes choses, nous devrions toujours nous sentir calmes et joyeux. »

 

La vie, comprise comme elle doit l’être, nous rend capables « d’accepter le présent sans plaintes, de nous rappeler le passé avec reconnaissance et d’attendre l’avenir avec joie et confiance, sans crainte et sans méfiance ».

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 04, 2008 00:54 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, filosofia, libertà
venerdì, 29 febbraio 2008

à mon Père, le premier Homme de ma vie, qui a fait de moi un Homme.

Merci, Papa.

Daniela

 

 

« Pour transformer le monde, il n'est pas besoin pour toi de la pioche, de la hache et de la truelle et de l'épée. Mais il te suffit de le regarder seulement avec ces yeux de l'esprit qui voit et qui entend. »

Paul Claudel 

 

 

L’idéologie rend sourds et aveugles.

Elle refuse d’écouter ce qui n’entre pas dans son univers sectaire.

La grande majorité des gens sont sourds et aveugles aux problèmes du monde ! Tant qu’ils ne sont pas directement concernés et que les fléaux ne leur tombent pas sur la tête, ils s'en moquent !

Ils ne voient même pas qu'une grande partie de ces problèmes ont une incidence directe sur leur vie.

La Liberté n’est pas une exigence que nous devrions attendre de la Société ou de l’Etat ; elle est d’abord une exigence intérieure.

Quand les prisons de nos regards et les tombeaux des mots s'ouvrent, quand les barbelés de nos représentations sont arrachés, quand les écrans et les voiles de nos esprits sont déchirés et que les regard en miroirs sont brisés, alors les regards simples, pauvres et nus se lèvent et, sans appui, marchent à travers les murs. Comme les vitraux d'une cathédrale de lumière, ils dansent les mille couleurs des choses. Sur la montagne vide, par delà la grâce des mots et la lourdeur des choses, les mots se font silence-sonore, ténèbres-lumineuses, absence-présence.

Folie humaine ou sagesse divine?

C'est la douce folie des Enfants, des Artistes et des Saints qui nous invitent à « vivre en poésie », accordés avec cet au-delà, qui se voile et se dévoile dans le silence des choses comme dans les secrets de nos histoires.

 

 

 

Ce qu’il y a de plus important dans la vie, c’est d’apprendre à vivre.

Il n’y a rien que les hommes se montrent plus désireux de conserver que la vie, et il n’y a rien qu’ils s’efforcent moins de bien diriger.

Y réussir est chose moins facile qu’on ne pense.

 

« La vie, »

 

dit Hippocrate au commencement de ses Aphorismes médicaux,

 

« est courte, l’art est long, l’occasion passagère, l’expérience trompeuse et le jugement difficile. »

 

Le bonheur et le succès ne dépendent pas des circonstances, mais de nous-mêmes.

 

« Plus d’hommes ont dû leur ruine à leurs propres fautes qu’à la malveillance des autres ; plus de maisons et de villes ont été anéanties par l’homme que par des tempêtes et des tremblements de terre. »

 

Parler aujourd'hui d'émerveillement peut sembler une folie, mais cette folie n'est-elle pas la plus grande sagesse devant la désespérance de ce monde?

Toute l’histoire de la philosophie, depuis les Pré-socratiques jusqu’à Heidegger tourne autour de ce mystère de l’étonnement devant le sublime de la vie.

 

« Avoir l'esprit philosophique, »

 

écrit Schopenhauer,

 

« c'est être capable de s'étonner des événements habituels et des choses de tous les jours. »

 

Et Einstein nous assure :

 

« Celui qui a perdu la faculté de s'émerveiller et qui juge, c'est comme s'il était mort, son regard s'est éteint. »

 

Nous retrouvons chez tous les grands hommes cette illumination du regard. L'homme devient génial quand son moi ne fait pas écran entre le réel et la vérité; par leur avoir, leur pouvoir, ou leur savoir, les hommes se rendent aveugles.

L'homme d'aujourd'hui tombe volontiers dans l'erreur de croire que tout peut être expliqué, qu'il n'y a plus de mystère. Et que l'émerveillement ne serait que l'effet de la nouveauté sur des esprits ignorants.

L'humanité occidentale périt de cette perte du sens du merveilleux, qui est une confusion entre problème et mystère. Elle a perdu le sens du réel, en confondant réel, imaginaire et symbolique.

L'idolâtrie des choses ou des idées, et maintenant des images, est une vieille tentation de l’humanité !

S'étonner, c'est se laisser surprendre par les choses les plus simples de la vie.

Entre le choc de l'étonnement et la terre promise de l'émerveillement, il y a un long chemin d'exode, où notre esprit s'éveille et où notre regard se libère.

Il nous est dit au premier chapitre de la Genèse qu’à la fin du sixième jour :

 

« Dieu vit tout ce qu’il avait fait et voici, tout était très bien. »

 

Non seulement bien, mais très bien ; et cependant combien peu d’entre nous savent apprécier l’admirable monde où nous vivons ?

Plusieurs d’entre nous marchent à travers la vie comme des Fantômes : ils se trouvent dans le monde sans en faire partie. Nous avons des yeux pour ne point voir et des oreilles pour ne point entendre.

Pour voir, il faut regarder.

Regarder, c'est garder, c'est monter la garde, non pour prendre l’Autre en flagrant délit mais pour se laisser surprendre.

Regarder, c’est devenir gardien de l'être, c'est veiller dans l'attente d'une « sensation vraie » comme dit Cézanne.

Regarder est beaucoup moins facile que de ne pas regarder, et c’est un don précieux que d’être capable de voir ce qui passe devant nos yeux.

Ruskin affirme :

 

« Ce que l’esprit humain peut faire de plus grand en ce monde est de regarder et de raconter tout simplement ce qu’il a vu. »

 

Je ne pense pas que les yeux de Ruskin soient meilleurs que les nôtres, mais comme il voit plus de choses avec les siens !

L'émerveillement naît d'abord du silence, et il conduit au silence. Ce silence de soi est la première condition de sa manifestation. Le silence est la trace en nous de l’émerveillement; et celui-ci est proportionnel au silence qu’il fait naître en nous. Quand l'œil écoute la musique du silence, l'esprit perçoit la mélodie secrète des choses. Le silence et l'émerveillement accomplissent ce miracle de nous introduire dans le dialogue avec un au-delà du visible et du lisible.

J'aime le silence.

Il permet d'entendre la mélodie de l'âme. Celle de l'Autre, lorsque je l'écoute se dire, ou la mienne lorsqu'elle murmure en paix.

Le silence me rapproche de l'état de nature, me rappelle que j'en suis un élément.

 

« La nature qui fait toutes choses pour qu'elles répondent à une intention et une destination précises, comme ils le disent justement, n'a pas donné la sensation à l'animal simplement pour pâtir et sentir, mais parce que, entouré d'êtres dont les uns lui sont appropriés et les autres inappropriés, il ne pourrait survivre un seul instant, s'il n'apprenait à se garder des uns et à se mêler aux autres. Or, si la sensation fournit à chacun semblablement la connaissance des uns et des autres, les conséquences de la sensation, la saisie et la poursuite des choses utiles, le rejet et la fuite des choses funestes et pénibles, nul moyen qu'elles se rencontrent chez qui n'a pas reçu par nature la faculté de raisonner, juger, se souvenir et être attentif. Les êtres qu'on dépouillera de toute attente, de tout souvenir, projet ou prépara­tion, de l'espoir, de la crainte, du désir et de l'affliction, il ne leur servira de rien d'avoir des yeux ou des oreilles ; et il vaut mieux être débarrassé de toute sensation et de toute imagination qui ne s'accompagnent pas de la faculté qui en fait usage, que d'éprouver peine, douleur et souffrance sans avoir les moyens de repousser ces maux. Et justement le physicien Straton démontre que sans l'intellection absolument aucune sensation ne se produit. Souvent en effet un texte que nous parcourons des yeux, des paroles qui frappent notre ouie nous échappent et nous fuient, parce que notre esprit est occupé à autre chose ; puis il revient : alors il change sa course et poursuit un à un chacun des mots qu'il a laissé échapper. C'est en ce sens qu'il a été dit « c'est l'intellect qui voit, l'intellect qui entend : le reste est sourd et aveugle »; car l’affection qui a pour siège l'oeil ou l'oreille ne produit pas de sensation sans la présence de la pensée. D'où la réponse du roi Cléomène : il assistait à un banquet où se faisait applaudir un chanteur dont on voulut savoir s'il ne semblait pas habile : « Voyez vous-mêmes, demanda‑t‑il, pour moi j'ai l’esprit dans le Péloponnèse ». Donc tous les êtres qui possèdent la sensation, nécessairement possèdent aussi l’intellection. »

Porphyre, De l’Abstinence, III, 21.5

 

Bien que nous ayons une ferme espérance dans les progrès de la race humaine, cependant individuellement, en avançant en âge, nous nous détachons de bien des choses qui, dans notre jeunesse, nous procuraient le plaisir le plus intense. Mais, d’un autre coté, si notre temps a été bien employé, si nous nous sommes prudemment chauffés les mains « au foyer de la vie », il se peut que l’âge nous donne plus que nous ne perdons. A mesure que nos forces diminuent, nous sentons moins aussi la nécessité de l’exercice ; l’espérance, peu à peu, fait place à la mémoire.

Celle-ci ajoutera-t-elle à notre bonheur ou non ?

Cela dépend de ce qu’aura été notre vie ici-bas.

Il y a des vies qui perdent de leur valeur à l’approche de la vieillesse ; chaque jouissance se flétrit l’une après l’autre, et celles mêmes qui subsistent perdent peu à peu de leur saveur. D’autres, au contraire, gagnent en richesse et en paix au-delà de ce que le temps leur a dérobé.

Les plaisirs de la jeunesse peuvent l’emporter en intensité et en saveur, mais ils sont toujours mélangés d’anxiété et d’agitation, et ne peuvent égaler en plénitude et en profondeur les consolations que l’âge apporte comme la plus belle récompense d’une vie exempte d’égoïsme.

Il en est de la fin de la vie comme de la fin du jour : il se peut qu’il y ait des nuages, et cependant, si l’horizon reste clair, la soirée sera belle.

Swedenborg suppose que dans le ciel les Anges avancent continuellement vers le printemps de leur vie, si bien que plus ils ont vécu longtemps, plus ils sont jeunes en réalité.

N’avons-nous pas des Amis qui semblent réaliser cet idéal, qui ont gardé, du moins par l’esprit, toute la fraîcheur de l’enfance ?

 

 

Voilà une histoire qui devrait faire prendre conscience de la difficulté à accepter la réalité telle qu'elle est.

C'est tellement plus simple de qualifier son contradicteur de fou, d'aliéné, de naïf ou d'imbécile !

Car, même si elle ne fait pas toujours plaisir, même si elle nous dérange dans notre confort et nos idées bien ancrées, même si elle chamboule le bon ordonnancement des choses, même si parfois elle fait peur, je crois qu'il faut pouvoir regarder et entendre la vérité nue, sans fard et en faisant fi de nos croyances et de nos certitudes.

Et c'est bien là le plus complexe...

 

Le Bouddha raconta cette histoire à ses moines :

« Un jeune veuf se dévouait à son petit garçon. Mais pendant qu'il était en voyage pour son métier, des bandits incendièrent tout le village, le laissant en cendres, et enlevèrent le petit garçon. Quand le père rentra, il ne retrouva que des ruines et en eut le coeur brisé. Voyant les restes calcinés d'un enfant, il crut que c'étaient ceux de son propre fils, prépara une crémation, recueillit les cendres, et les mit dans un sac qu'il emportait partout avec lui.

Un jour, son vrai fils parvint à échapper aux bandits et à retrouver le chemin de la maison, que son père avait reconstruite. Il arriva, tard dans la nuit et frappa à la porte. Le père demanda:

« Qui est là ? »

« C'est moi, ton fils. S'il te plait fais-moi entrer ! »

Le père, qui portait toujours les cendres avec lui, désespérément triste, crut qu'il s'agissait d'un misérable qui se moquait de lui. Il cria:

« Va-t-en ! »

Son enfant frappait et appelait sans cesse mais le père lui faisait toujours la même réponse. Finalement le fils partit pour ne plus jamais revenir.

Après avoir terminé ce récit le Bouddha ajouta:

« Si vous vous accrochez à une idée comme à une vérité inaltérable, quand la vérité viendra en personne frapper à votre porte, vous ne serez pas capable d'ouvrir et de l'accepter. »

tiré de l'Udana Sutta

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 29, 2008 07:53 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, filosofia, libertà
domenica, 24 febbraio 2008

« Il sesso non è una scoperta dei nostri giorni. Anche nei cosiddetti secoli bui dell’Occidente era al centro di una cultura naturalistica che ne presentava un’immagine liberata. »

 

 

Si deve a una vecchia leggenda storiografica d’origine illuministica, tutt’altro che criticamente meditata, la presentazione di un Medioevo tutto rivolto al cielo, un Medioevo erofobo e sessuofobo; più tardi, attraverso la trasfigurazione romantica e le fantasie preraffaellite d’età vittoriana, si sarebbe fatto sempre dell’età medievale il tempo degli amori spirituali e delle « donne angelicate ». Oggi, si tende a presentare dei secoli tra il V e il XV al contrario, un’immagine « liberata» o, se si preferisce, un’immagine conflittuale tra un Eros sfrenato e una pesante repressione da parte della Chiesa.

Un discorso chiaro e criticamente rigoroso sull’Eros ci aiuterà a meglio comprendere quel complesso periodo e a superare vecchi, ormai incrostati, pregiudizi al riguardo.

Il migliore modo per aprire questo discorso è penetrare, insieme con il grande Salomone, nel giardino dell’Amore :

 

« Sei fonte chiusa, o sorella mia sposa, fonte chiusa, sorgente sigillata. I tuoi rivi fanno un giardino de melagrane… »

Cantico dei Cantici, , 12-13

 

Generazioni intere di asceti e di teologi si sono piegate su questa sublime pagina, su questo Canto d’Amore tra i più dolci e struggenti che l’umanità sia mai riuscita a concepire. Il più grande mistico dell’Occidente, Bernardo di Clairvaux, ha dedicato al Cantico un commento pervaso a sua volta di profonda poesia. L’incontro tra lo Sposo e la Sposa nel recinto delle delizie veniva allegoricamente interpretato come l’incontro dell’Amante e dell’Amato, vale a dire dell’anima del credente e del Cristo, o ancora come il matrimonio del Cristo e della Chiesa ; e è d’altronde inutile insistere sugli accenti d’Amore e, talora, di passione, espressi in forma molto simile a quella del trasporto erotico, che pervadono le pagine di un San Bernardo stesso, di un Jacopone da Todi, di una Santa Caterina da Siena, più tardi di un San Giovanni della Croce e di una Santa Teresa d’Avila. L’espressione « unione mistica » conserva intatta, a livello allegorico, una profonda e assoluta valenza sessuale.

Questi dati sono, senza dubbio, variamente interpretabili. Alcuni psicanalisti li hanno valutati alla luce della teoria del « transfert », istituendo – in maniera, per la verità, abbastanza schematica e semplicistica – un rapporto immediato tra la repressione derivante dalla castità coatta e una forma di più o meno ambigua sublimazione attraverso l’estasi mistica.

È noto, del resto, che, nell’antichità come nel Medioevo, molte sette ereticali cristiane si posero il problema dell’erotismo e della sessualità risolvendolo, talora mediante forme di radicale astinenza, talaltra attraverso una sorta di esercizio estenuato della carne, che avrebbe dovuto portare la carne stessa a una sorta di appagamento definitivo e, quindi, al silenzio.

A un estremo di questa catena vi è la tradizione di Origene, l’autoevirazione del quale, del resto, trovava riscontro in pratiche tutt’altro che inconsuete nel misticismo e nella tradizione misterica mediterraneo-orientale dell’età pagana (si pensi ai culti di Adone, di Attis, di Cibale). All’estremo, almeno in apparenza, opposto, si situano tesi come quelle di Priscilliano vescovo di Avila (sec. IV), che da una posizione originariamente gnostico-manichea – e come tale insistente sulla dicotomia e la lotta tra Bene e Male al punto da prospettare una sorta di biteismo – era giunto a fondare una dottrina a carattere magico-iniziatico dove l’attività erotica aveva un ruolo importante nella liberazione dello spirito dalla carne.  

Intendiamoci: quando nelle fonti ecclesiastiche ufficiali si trovano cenni – e capita spesso – a presunti « disordini sessuali » praticati nelle sette ereticali, ci si deve guardare dal prendere tali informazioni alla lettera ; tra l’altro, i polemisti pagani dell’Impero Romano avevano accusato i cristiani stessi più o meno delle medesime cose. Un’accusa tipica, nata, forse, all’interno di certe cerimonie orientali presto fraintese, era quella secondo la quale esistevano gruppi ereticali che, a un dato momento del servizio divino, spengevano le luci e si davano alle più folli e disordinate pratiche erotiche promiscue, senza badare né al sesso né ai rapporti di parentela dei vari occasionali « partners » ; dopo di che i lumi si riaccendevano e le cerimonie sacre riprendevano. Questa diceria è trascorsa intatta attraverso l’intero Medioevo e gli è sopravvissuta fino a giungere, tra il Cinque e il Seicento, a costituire uno degli elementi per così dire « classici » del quadro della Messa Nera. Non vi è dubbio, tuttavia, che all’interno di vari ambienti non-conformistici – e il Medioevo occidentale ne ha conosciuto molti – si sia sviluppata in molte forme la contestazione alla morale sessuale ortodossa, così come in altrettante forme si sviluppava quella all’ecclesiologia e alla teologia ortodosse. È certo, per esempio, che nell’eresia catara, particolarmente viva tra il XII e il XIII secolo soprattutto nella Francia meridionale e nell’Italia del centro-nord, tutto quel che atteneva alla sessualità era considerato con ben altro occhio rispetto alla posizione ufficiale della Chiesa.

E iniziamo ricordando qualcosa circa la posizione ufficiale. Si è, spesso, parlato di « sessuofobia ». La tendenza cristiana all’astinenza carnale non era né più rigorosa né « rivoluzionaria » rispetto a analoghe tendenze di molte scuole filosofiche pagane, il neo-platonismo a esempio. San Paolo, tessendo il suo noto elogio della castità e ritenendo lo stato matrimoniale imperfetto nei confronti dello stato della verginità o della continenza, aveva inteso stabilire una gerarchia di perfezione, non interdire o svalutare i rapporti sessuali, a patto che si esercitassero nell’ambito del matrimonio legittimo e allo scopo della procreazione. Si può, quindi, parlare, forse, di un antierotismo cristiano, ma non propriamente di una sessuofobia. Quanto poi alla celebre misoginia della Bibbia e di molti dottori della Chiesa, vi è tutta una tradizione greca e romana non meno dura e non meno ingiusta con le donne. Si può semmai fare nostra la tesi di un grande studioso inglese, Clive Staples Lewis, secondo il quale è « ovvio che il Cristianesimo, in senso molto lato, insistendo sulla pietà e sulla sanità del corpo umano, tendesse a ammorbidire e mitigare le estreme brutalità e irriverenze del mondo antico in tutti i campi della vita umana e quindi anche nelle questioni sessuali ».

Ma la tesi propugnata dai catari a proposito del sesso era molto lontana da quella cristiana ortodossa. Il Catarismo era una religione o, se si preferisce, una dottrina filosofico-religiosa d’origine manichea : come tale, insegnava la coesistenza di due principi, l’uno spirituale e l’altro materiale, nel cosmo, e la loro lotta perpetua. La creazione, opera del Principio della Materia o delle Tenebre aveva avuto il risultato di avvolgere, di imprigionare nella materia una quantità di forze spirituali ; lo stesso uomo, in quanto anima immortale, era Spirito, era Luce, e suo compito era liberarsi dalla materia per unirsi al Principio della Luce. Quest’ultimo, per quanto si facesse per farlo somigliare al Dio cristiano, era simile piuttosto all’Ahura Mazda persiano ; e, per contro, il Dio-creatore della Bibbia, lo Iahvè dei Patriarchi, veniva – in quanto creatore della Materia – a identificarsi con il Dio della Tenebra.

Discendeva da tutto ciò che non era tanto l’atto sessuale a venir condannato, quanto piuttosto la procreazione, poiché la generazione perpetuava la prigionia dello Spirito da parte della Materia. Laddove teologi e moralisti cattolici insegnavano che il peggiore peccato sessuale era la dispersione del seme, i missionari catari insegnavano esattamente il contrario ; e, per quanto i loro mistici – i cosiddetti « Perfetti » – rinunciassero, rigorosamente, insieme con l’alimentazione carnea e il consumo di uova e latticini – vale a dire di tutto quanto proveniva da un atto generativo animale –, anche alle pratiche sessuali, si finiva con l’insegnare che esse non erano peccato tanto in sé quanto nelle loro conseguenze « naturali », giacché la natura e le sue leggi materiali altro non erano se non un tranello del « dio malvagio » per eternare la prigionia dello Spirito.

Occorsero una crociata sterminatrice nel Mezzogiorno francese, nella prima metà del duecento e una pesantissima repressione inquisitoriale negli anni che l’accompagnarono e la seguirono, per far tacere nel fumo dei roghi l’eresia catara. Ma, nei decenni successivi, altre eresie sorsero, talora, forse, in, sia pur problematico, rapporto con la « Voce » che era stata obbligata a tacere.

Dell’eresia di un lontano seguace di Gioacchino da Fiore, Gherardo Segalelli, fondatore della setta degli

« Apostolici », ci parla il cronista francescano Salimbene da Parma, il quale si affretta a informarci che in essa avevano un ruolo importante certe ambigue figure femminili, certe « apostolesse », e che il credo di sconfinata libertà individuale da questi predicato si traduceva tra l’altro in sfrenata licenza sessuale. Di predicazione di « liberatorie » pratiche sessuali di gruppo fu accusato quello strano riformatore religioso-sociale della fine del Duecento, che fu il piemontese Dolcino, ricordato anche da Dante. E finalmente, gli adepti della setta detta del « Libero Spirito » proclamavano la libertà completa della carne e dello spirito, e la loro esperienza, reinterpretata e rivissuta attraverso i secoli, non è estranea né a un certo misticismo tedesco o fiammingo della fine del Medioevo né al cosiddetto movimento « libertino » dell’età moderna.

Insomma, il panorama dei rapporti tra Cristianesimo e sessualità nelle varie dottrine medievali è assai sfaccettato e composito.

Le pratiche acetiche, a esempio, introducevano nel problema nuovi argomenti. Si sbaglierebbe, intanto, attribuendo a tutto il Cristianesimo, e fino dalle origini, una coerente ispirazione puritana : il Vecchio Testamento è molto lontano da essa e lo stesso celibato dei chierici non si è affermato, e a fatica, che nel corso dell’XI secolo. Semmai, la castità veniva eroicamente abbracciata, insieme con altre e non meno pesanti privazioni, all’interno degli ambienti monastici : e relativamente a essi bisogna distinguere tra una castità intesa come esercizio di disciplina quasi militare, secondo la regola benedettina della quale è stato rilevato unanimemente il carattere romano e, per così dire, « legionario », e una intesa come lotta violenta contro la carne e la tentazione, quale ce la presentano certe tradizioni eremitiche d’impronta orientale che trovano il loro prototipo nella « Vita » di Sant’Antonio abate.

È nell’ambito della produzione agiografica dipendente da questo testo che ci imbattiamo per la prima volta in una figura destinata a divenire familiare, il « demonio succubo » che assume sembianze di bella fanciulla per indurre in tentazione. Lo schema è, in generale, molto semplice : al sant’uomo si presenta una splendida fanciulla, in assetto così misero da provocare compassione ; invitata a entrare nell’eremo, nutrita, scaldata, ecco che inizia la scena di seduzione ; infine, o l’asceta resiste e il diavolo finisce con l’abbandonare il campo o cede alle lusinghe e subisce le beffe atroci dell’avversario, il teatro e la novellistica hanno ripetuto all’infinito, e con innumerevoli varianti, questo quadro.

Viene da chiedersi se il nucleo primitivo di questi racconti risieda in esperienze reali o oniriche, in modelli leggendari orientali o ellenistici, in una produzione letteraria che, oggi, è universalmente ritenuta come fondamentale allo sviluppo dell’agiografia cristiana, vale a dire nel romanzo alessandrino, o sia piuttosto la volgarizzazione di un uso ascetico-iniziatico che non doveva essere infrequente nella mistica cristiana delle origini, e che, già verso la metà del III secolo, era stato oggetto del divieto impostogli da San Cipriano, vescovo di Cartagine : alludo all’« agapismo » (dal greco « agapè », amore non carnale), pratica consistente nell’uso di dormire con persone di opposto sesso conservando la castità. Si trattava naturalmente di un’usanza atta a mettere alla prova forza d’animo e controllo della propria volontà : ne troviamo il ricordo in certi usi prenuziali o nuziali vivi fino agli inizi del ‘900 in tutta Europa: la veglia alla fidanzata distesa in abito nuziale su un letto già pronto in Spagna, oppure le cosiddette « notti di Tobia » in cui gli sposi dovevano restare fianco a fianco, pregando e conservando la castità, come nell’agiografia medievale più matura. A proposito di Bernardo di Clairvaux, si narra, per esempio, un episodio simile: il santo non aveva provocato la pericolosa vicinanza di una fanciulla, ma seppe nondimeno sostenerla onorevolmente. Di San Francesco d’Assisi, si racconta una cosa un po’ diversa, tipica del resto del suo modo di convertire non con belle parole, ma con l’esempio : durante il suo viaggio in Egitto, una prostituta saracena gli si sarebbe avvicinata offrendogli compagnia ; il santo avrebbe accettato, invitandola a sua volta nel suo letto ; ma la ragazza si sarebbe ritratta inorridita vedendolo sdraiarsi tranquillamente su un letto di fiamme e di braci ardenti e invitandola a seguirlo. Il che ricorda la pratica simile e contraria, sempre di San Francesco, di rotolarsi tra i rovi o nella neve allorché un desiderio disonesto lo assaliva. Sempre in materia di casti sonni, quello di Tristano e Isotta simbolicamente separati dalla spada del cavaliere posta tra loro sembra richiamare a un costume affine all’agapismo.

A ogni modo, nella misura in cui la Chiesa interessava un vasto numero di persone, i problemi sessuali vi si ponevano anche come problemi sociali. Da quando, a partire dalla metà dell’XI secolo, si prese a proibire il matrimonio del clero secolare, in altre parole dei preti, iniziarono grosse questioni ; era difficile impedire che, specie nelle comunità più piccole e remote dai grandi centri urbani, i sacerdoti avessero, per esempio, relazioni di concubinato con le loro serve : e la mentalità popolare, a ciò assuefatta da una lunga consuetudine, stentava a vedervi qualcosa di male. Negli ambienti, invece, dove la coabitazione di più persone dello steso sesso e anche di età differente era comune – il monastero, la canonica, la scuola della cattedrale – era piuttosto l’omosessualità a svilupparsi. Questo valeva per gli uomini, monaci o sacerdoti che fossero ; ma valeva anche per le monache, con l’aggravante che queste – poiché la tradizione cristiana, erede dell’ebraica, interdiva il sacerdozio femminile – avevano bisogno di contatti con i preti per le loro necessità spirituali e liturgiche. E ecco, dunque, lo scandalo di cappellani e di confessori di monache, nonché di servi laici dei monasteri femminili, impegnati in estenuanti prove amorose, fonte a loro volta di inesauribili proverbi e storielle. E ecco, ancora, lo « scandalo » di certi ordini che avevano provato la via del superamento almeno parziale della segregazione per sessi inaugurando il costume dei cosiddetti « monasteri doppio », uno maschile e uno femminile, separati solo da un muro e, in genere, diretti dalla badessa.  Ci provarono, nell’XI, secolo l’ordine di Fontevrault, fondato da quel Roberto di Arbrissel che si era reso celebre come convertitore di prostitute, e, nel XIV, quello di Santa Brigida : e, in entrambi i casi, l’esperimento si esaurì nel breve giro di qualche anno.

Era, del resto, difficile mantenere un monastero femminile al riparo dal mondo circostante, anche perché sovente molte delle sue ospiti, e la badessa medesima, erano – come quella descritta da Chauser nei suoi « Racconti de Canterbury » - dame di illustre lignaggio, abituate ai cibi delicati, alla vita elegante, ai rapporti con il mondo dei ricchi e dei potenti. Attraverso tutto ciò, le tentazioni e i vizi non tardavano a varcare i cancelli delle abbazie.

Meno drammatica doveva essere, a causa della scarsa considerazione in cui le donne in genere furono tenute fino a almeno tutto l’XI secolo, la situazione nei monasteri maschili. Il Medioevo aveva ereditato dall’antichità una forte propensione per l’omosessualità maschile, nonostante le dure condanne della Chiesa, erede dell’etica ebraica. Anche i monaci, gli abati soprattutto, erano spesso di nobile prosapia, e come tali assuefatti ai costumi e ai gusti di quella società cavalleresca all’interno della quale – come di molte « società militari », da quella spartana a quella prussiana di qualche secolo fa – la pederastia era qualcosa di consueto, una parte integrante, si può dire, del tirocinio tecnico-iniziatico del guerriero. Già Tacito ci dice qualcosa di simile per certe tribù germaniche, prendendo cura di sottolineare come tutto ciò fosse ben lungi dall’accompagnarsi a fenomeni di effeminatezza; e un cronista dei primi del XII secolo, parlandoci di un cavaliere che aveva abbandonato la comitiva di suoi pari raccolti attorno a un grande feudatario, ci dice eloquentemente che era « quasi uscito dalle fiamme di Sodoma », dove, tuttavia, il riferimento sembra diretto più a una situazione di viziosità generale che non a una specifica allusione di omosessualità. Insomma, la società aristocratica e guerriera anteriore alle Crociate ci si presenta – e tale si scorge in quel poema « di soli uomini » che è la « Chanson de Roland » - come una società in cui si poteva benissimo fare a meno delle donne. L’amore spirituale, per il cristiano, era la « charitas » ; quello più squisitamente umano era semmai l’« amor socialis », l’« amicitia » alla quale già gli autori latini avevano, secondo il modello aristotelico, dedicato i loro elogi. Il ruolo della donna era pallido e sfocato : concubine e contadine servivano egregiamente agli appetiti e agli sfoghi sessuali dei grandi e dei cavalieri ; quanto al matrimonio, era piuttosto un affare politico, una questione di alleanze tra lignaggi, di doti e di eredità, qualcosa che, in genere, si combinava tra le famiglie quasi sempre sulla testa dello sposo e sempre su quella della sposa. E difficilmente si può, forse, immaginare il tedio della castellana, passata poco più che bambina dal « mundio » (tutela giuridica) di rigidi parenti a quello di un freddo e manesco consorte, in tutto a lui soggetta e talora malmenata, messa rapidamente incinta per poter assolvere con maggiore speditezza e più ampie possibilità – il tasso di mortalità infantile era elevatissimo – al suo ruolo di « fabbrica-eredi », posposta nelle attenzioni del suo signore a un’ancella e, perfino, a un paggio, abbandonata per lunghi periodi dell’anno in coincidenza delle guerre feudali o delle spedizioni in terra lontana e, infine, assai di frequente, vedova anzitempo, costretta dalle necessità politico-economiche della solidità del lignaggio a privarsi di un altro eventuale consorte.

È straordinario come, in questo deserto, possa essere nato il fiore della « Fin’ Amor », l’« Amor Cortese », che, secondo Denis de Rougemont, sta alla base del moderno concetto d’Amore, il quale sarebbe, pertanto, un’invenzione del XII secolo. Molti elementi concorsero, senza dubbio, a crearlo : intanto, l’elaborazione di un’etica cavalleresca nuova, nata dalla riforma della Chiesa e dalla Crociata, che imponeva ai rudi guerrieri di un tempo il rispetto e la difesa dei più deboli e la fedeltà alla parola data ; poi, la riscoperta di una certa Poesia latina, soprattutto del grande teorico dell’Amore antico, Ovidio ; infine, forse, il modello dell’Amore divino proposto dalla mistica di San Bernardo e, in genere, dall’ascesi platonica, dove si intendeva giungere all’Amore di Dio attraverso quello della dama, senza rinnegare quest’ultimo.

Si è in passato insistito sul fatto che quello che la letteratura tedesca definiva il « Frauendienst », « il servizio della dama », si fosse presentato nello stesso tempo di un potente rilancio del culto della Vergine Maria in termini feudali (regina, Madonna, « mea domina », « mia signora »). Si stenta, tuttavia, a accordare origini cristiane a un universo mentale come quello dell’« Amor Cortese », tanto diverso dagli orizzonti etici proposti dalla Chiesa. La « Fin’ Amor » ha piuttosto l’aria di una trasfigurazione per così dire al femminile dei rapporti vassallatici : laddove un tempo affetto, devozione, Amore quasi carnale – ne è testimonianza l’elegia anglosassone in cui il guerriero ricorda con nostalgia il tempo in cui abbracciava e baciava il suo signore – si riservavano al proprio superiore nella scala gerarchica feudale, ecco che si estendono alla propria consorte, significativamente chiamata, talvolta, « midons », « meus dominus », « mio signore ».

Molti si sono chiesti se la « Fin’ Amor » era un sentimento « platonico » - l’aggettivo è inadeguato alla situazione – o se tendeva piuttosto a concrete realizzazioni. Non è questo il punto : e niente di più pericoloso, del resto, di generalizzazioni tentate sulla base di una lettura troppo romantica o troppo realistica di testi trobadorici assai differenti tra loro. Più importante mi sembra semmai comprendere il suo valore e il suo significato sotto il profilo sociologico. L’« Amor Cortese » nasce all’interno di certe Corti del sud della Francia e da là si irradia verso il nord, poi verso l’Italia, l’Aragona, più tardi la Germania. Ne sono « inventori » - se così posso esprimermi – dei poeti che appartengono o che sono comunque legati alla cerchia dei feudatari minori, della bassa nobiltà, insomma dei cavalieri. Nella vita abbastanza austera e, a volte, un po’ tetra del castello, in una società totalmente e prevalentemente maschile, la dama dell’alto feudatario, le sue figlie, le sue ancelle sono l’unica presenza gentile, e a loro – ma segnatamente alla prima – si indirizzano gli interessi e le attenzioni dei vassalli. Siamo, senza dubbio, agli albori dell’Amore-Passione, quello che trascinerà i Poeti dell’età romantica : ma il Medioevo non conosceva, a dire il vero, la passione se non come appetito sessuale, come « libido », o come sospensione temporanea delle facoltà razionali. Nella « Fin’ Amor », la dama diveniva oggetto di un culto feudale che era il corrispettivo della fedeltà dovuta al marito e che, come tale, non si poteva rendere – come sottolinea il teorizzatore dell’« Amor Cortese ». Andrea Cappellano, che ha fissato tutto ciò in un trattato celebre – se non a qualcuno socialmente parlando di rango più elevato. Ciò detto, tutte le strade erano aperte : dal dolente « amore di terra lontana », non corrisposto o ignorato dalla signora, che avrebbe fatto sognare i romantici, fino al raggiungimento anche pieno degli scopi degli amanti e, quindi – si ricordino i casi di Tristano e Isotta, di Lancillotto e Ginevra – all’adulterio, giacché per definizione la « Fin’ Amor » si rivolgeva a donne sposate. È soprattutto questo il dato che ha fatto parlare di inconciliabilità tra l’etica dell’« Amor Cortese » e quella del Cristianesimo, tanto più che, in linea generale, non si potevano nutrire sentimenti di « Amor Cortese » nei confronti della propria moglie, sentita sempre – anche se di alto rango – come proprietà del marito e, quindi, come qualcosa di inferiore rispetto a lui : cosa questa che contrastava con una delle prime regole cortesi, che l’Amata fosse socialmente e psicologicamente più in alto dell’Amante.    

Ma né l’Amore impossibile né l’adulterio erano i soli fini dell’« Amor Cortese ». Doveva, talora, nella pratica, presentarsi nei confronti di giovani ereditiere e costituire, quindi, la base per la promozione sociale del vassallo, attraverso un buon matrimonio. Ecco, quindi, che, al di là della teoria e della letteratura, il corteggiamento fatto di poesie e di nobili gesta rivelava in ultima analisi il suo aspetto funzionale, la sua intima ragione pratica.

Se la « Fin’ Amor » era un valore pseudo-cavalleresco, l’eros medievale si indirizzava d’altro canto anche verso altri ambienti. I chierici, gli studenti, in genere gli intellettuali, presero per tempo a elaborare una loro poesia erotica, in generale in lingua latina, dove si riprendevano gli accenti sensuali e appassionati di un Ovidio e di un Properzio, e dove – in dichiarata concorrenza con i cavalieri – si celebrava un Amore più francamente sensuale e adulterino, quale troviamo a esempio nella Poesia goliardica.

Non che i toni sensuali fossero, peraltro, ignoti alla poesia cortese. Un evidente aspetto della « Fin’ Amor » era, a esempio, il suo carattere classistico : l’« Amor Cortese » si rivolgeva sempre e solo alle nobili dame, mentre lo stesso raffinato teorico, Andrea Cappellano, dichiarava con elegante brutalità che le fanciulle appartenenti a bassi ceti – a esempio le contadine o le pastorelle – si potevano non soltanto richiedere insistentemente d’Amore, nel senso più concreto del termine, ma anche « forzare con moderata coercizione », il che fuor di metafora voleva dire intimidire o affascinare con lo sfoggio dello splendore del proprio rango cavalleresco o anche giungere a violentare. Nel « Jeu de Robin et de Marion », la villanella Marion è fatta oggetto, da parte di un cavaliere di passaggio, di una corte tanto pressante da spingerla a chiedere a gran voce aiuto.

Il rapporto sovente brutale tra i bei cavalieri e le pastorelle ci pone un problema non solo etico-sociale, ma anche culturale nel senso più profondo del termine : quindi, se vogliamo, addirittura etnico. Nella poesia cortese, non a casa, all’ideale di bellezza feudale – capelli biondi, occhi azzurri, taglia sottile – fa riscontro un tipo fisico « villano » - capelli e occhi scuri, taglia robusta – che fa pensare anche a un incontro-scontro tra i discendenti dei conquistatori franchi, d’origine germanica, e – per la Francia almeno – la preesistente popolazione gallo-romana ridotta in stato di soggezione. Ma anche quando gli  elementi etnici non erano così evidenti, come in Germania, il conflitto culturale scoppiava ugualmente, giacché a un’aristocrazia cristallizzata più profondamente e aderente ai nuovi valori cortesi si contrapponeva una massa contadina della quale si sa ben poco ma che certo era stata cristianizzata più superficialmente e affrettatamente e custodiva, pertanto, una serie di credenze e di abitudini precristiane e acristiane, un patrimonio folklorico difficilmente traducibile in un’etica comportamentale coerente rispetto agli  insegnamenti della Chiesa.  

 

 

continua…

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 24, 2008 14:45 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, letteratura, storia, eros, filosofia, donna, cristianesimo
giovedì, 21 febbraio 2008

La realtà è una creazione delle parole : al di sotto delle parole si agitano il magma del senso delle cose, la loro labirintica connotazione e il ritmo pulviscolare del movimento.

Per lungo tempo l’Oriente è stato soltanto una riserva di esotismo cui hanno attinto autori di successo. Per l’esotista la realtà straniera – uomini e paesaggi insieme – è sia materia prima di una descrizione pittoresca – che, tacitamente, si conviene inferiore alla realtà occidentale, modello di ogni civiltà – sia vago scenario ove cullare il proprio mal di vivere. In ogni caso, la diversità non va oltre la soglia dell’aneddoto, e l’altro esiste soltanto come indigeno, autoctono o uomo della natura, cui una strana maledizione proibisce il diritto di salvaguardare la propria natura. Tutto sembra, dunque, indicare che l’esotismo funziona come un mezzo del quale l’Altro fa le spese : ora pretesto per sfuggire a se stessi, ora occasione di arricchimento interiore, ora semplice motivo di estraniamento, il suo procedere è tale da non permettere di spezzare i confini dell’egoismo e dell’etnocentrismo.

La cultura di un Paese è il riflesso della situazione di dipendenza o di indipendenza politica di questo Paese. In particolare, le lingue di un Paese si evolvono, stagnano o tendono, persino, a scomparire qualora questo Paese goda o no di un’indipendenza politica. Durante il dominio coloniale varie culture e le loro lingue di espressione hanno subito la sorte riservata alle culture e all’uomo primitivi : pur non essendo ignorate erano negate.

Ogni popolo colonizzato, vale a dire ogni popolo all’interno del quale nasce un complesso di inferiorità a causa del seppellimento dell’originalità culturale locale, prende posizione di fronte al linguaggio della nazione « civilizzatrice », vale a dire di fronte alla cultura metropolitana. La conseguenza logica di questa presa di coscienza è un ritorno alle fonti della cultura nazionale e ai suoi mezzi di espressione, i cui artigiani sono, paradossalmente, gli intellettuali più impregnati di cultura occidentale, quegli stessi intellettuali che avrebbero offerto le migliori garanzie di assimilazione.

La cultura di un popolo è, in effetti, per definizione il luogo di sedimentazione dei modi di fare e di pensare di questo popolo, e studiando la sua lingua, la sua grammatica si può coglierne in gran parte le articolazioni e la logica interna. Ci si rende conto, allora, che, non contenta di comunicare il pensiero, la lingua presiede strettamente alla sua elaborazione. Così l’utilizzo di una lingua straniera per esprimere la propria cultura induce non soltanto una trasformazione del messaggio, ma un vero e proprio tradimento.

Il poeta, che non è un essere attento alla visita imprevedibile dell’ispirazione, ma è investito di una missione specifica, tenta, allora, di superare la sua angoscia di uomo dilaniato tra due culture per ritrovare il suo Io profondo e autentico. E la sua poesia, nata dall’impossibilità fondamentale di vivere un presente che lo esilia da se stesso e lo rende straniero alla propria cultura, diviene grido e arma per combattere.

Il tempo dell’azione si identica con quello della scrittura : si evince dal costrutto algebrico dell’esperienza, dalle possibilità, più o meno reali, più o meno virtuali, di agire. L’eternità si offusca nelle cose, si smaglia nei ritmi differenziati del metabolismo cosmico. La scrittura ne scandisce i fasti e le cadute per richiamarli alla memoria come legionari di un esercito di ventura che nel deserto sventano il significato della sabbia.

La Poesia è,  come raccomandavano Rimbaud e i surrealisti, insurrezione e inadattabilità innata al reale.

Nel testo poco conosciuto « Maintenir la Poésie », pubblicato dalla rivista « Tropiques », nel 1943, (Fort de France, n. 8-9), Césaire definiva la Poesia come « una forza che al tutto-fatto, al tutto-trovato dell’esistenza e dell’individuo oppone il tutto da fare della vita e della persona ».

Considerato in questa accezione radicale, l’impegno poetico comporta una parte di insensatezza profetica che si oppone alle lentezze prudenti della storia.

L’uomo politico non avanza che con circospezione nell’intrico degli uomini e dei fatti a lui contemporanei, l’artista, ladro del fuoco e creatore dell’Universo, annuncia l’Avvenire. Il suo ruolo, dice André Breton, è quello « di portarsi in avanti, di esplorare in tutti i sensi il campo della possibilità, di manifestarsi – qualunque cosa accada – come potenza emancipatrice » (Entretiens, Parigi, Gallimard, 1952).

Il vero impegno del Poeta, vale a dire il suo confronto reale con la sua gente, avviene attraverso l’esperienza totale della miseria e della solitudine; solo allora la sua parola può non sostituire la presa di coscienza popolare, ma rivelarla a se stessa, catalizzarla e, forse, anche accelerarla.

La maniera più universale di essere al mondo non è, forse, come osserva Edouard Glissant « di nascere innanzitutto al proprio mondo » ?

 

 

 

عصيان

 

 

به لب هايم مزن قفل خموشی

كه در دل قصه ئی ناگفته دارم

ز پايم باز كن بند گران را

كزين سودا دلی آشفته دارم

 

بيا ای مرد، ای موجود خودخواه

بيا بگشای درهای قفس را

اگر عمری به زندانم كشيدی

رها كن ديگرم اين يك نفس را

 

منم آن مرغ، آن مرغی كه ديريست

به سر انديشه پرواز دارم

سرودم ناله شد در سينه تنگ

به حسرت ها سر آمد روزگارم

 

بلب هايم مزن قفل خموشی

كه من بايد بگويم راز خود را

به گوش مردم عالم رسانم

طنين آتشين آواز خود را

 

بيا بگشای در تا پر گشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

لبم با بوسه شيرينش از تو

تنم با بوي عطر آگينش از تو

نگاهم با شررهای نهانش

دلم با ناله خونينش از تو

 

ولی ای مرد، ای موجود خودخواه

مگو ننگ است اين شعر تو ننگ است

بر آن شوريده حالان هيچ دانی

فضای اين قفس تنگ است، تنگ است

 

مگو شعر تو سر تا پا گنه بود

از اين ننگ و گنه پيمانه ای ده

بهشت و حور و آب كوثر از تو

مرا در قعر دوزخ خانه ای ده

 

كتابی، خلوتی، شعری، سكوتی

مرا مستی و سكر زندگانيست

چه غم گر در بهشتی ره ندارم

كه در قلبم بهشتی جاودانی است

 

شبانگاهان كه مه می رقصد آرام

ميان آسمان گنگ و خاموش

تو در خوابی و من مست هوس ها

تن مهتاب را گيرم در آغوش

 

نسيم از من هزاران بوسه بگرفت

هزاران بوسه بخشيدم به خورشيد

در آن زندان كه زندانبان تو بودی

شبی بنيادم از يك بوسه لرزيد

 

بدور افكن حديث نام، ای مرد

كه ننگم لذتی مستانه داده

مرا می بخشد آن پروردگاری

كه شاعر را، دلی ديوانه داده

 

بيا بگشای در، تا پرگشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

 

 

 

Ribellione

 

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.

Libera le mie caviglie dalle gravose catene

Che il loro peso sul mio cuore preme.

 

O uomo, egoista creatura, vieni,

Vieni ad aprire la porta della gabbia.

Se in prigione a vita mi terrai

La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

 

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,

Ha in animo di spiccare il volo.

Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,

In rimpianti il mio tempo è trascorso.

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che devo sgravarmi di un segreto,

Far giungere al mondo intero

l’eco infuocata della mia voce.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

Solo per te le mie labbra ed i loro dolci baci,

Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,

Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,

Solo per te il mio cuore ed i suoi strazianti lamenti.

 

O uomo, egoista creatura,

Non dire che questi versi sono un’infamia.

Tu non immagini neppure quanto angusto sia

Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

 

Non dire che da ogni verso stilla peccato,

Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.

Per te il Paradiso, le Urì e l’Acqua di Kawthar,

Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

 

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio

Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.

Alcun rimpianto se in Paradiso non andrò,

Un Paradiso eterno nel mio cuore arde.

 

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,

La luna fluttua dolcemente

E tu dormi, io, ebbra di passione,

Tutto il chiaro di luna abbraccio.

 

La brezza mi rubò migliaia di baci.

Migliaia di baci concessi al Sole.

In quella prigione dove il carceriere eri tu,

Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

 

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome

Che la mia infamia dà un piacere inebriante

Mi perdonerà quel Dio Sostentatore

Che ha donato un folle cuore al poeta.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 21, 2008 17:27 | Permalink | commenti (3)
categoria:poesia, politica, amore, iran, donna, libertà
giovedì, 21 febbraio 2008

بوسه

 

 

در دو چشمش گناه می خنديد

بر رخش نور ماه می خنديد

در گذرگاه آن لبان خموش

شعله ئی بی پناه می خنديد

 

شرمناك و پر از نيازی گنگ

با نگاهی كه رنگ مستی داشت

در دو چشمش نگاه كردم و گفت:

بايد از عشق حاصلی برداشت

 

سايه ئی روی سايه ئی خم شد

در نهانگاه رازپرور شب

نفسی روی گونه ئی لغزيد

بوسه ئی شعله زد ميان دو لب

 

 


Il bacio

 

 

Nei suoi occhi il peccato albergava,

Sul suo volto il chiarore della luna albergava,

Tra le sue labbra mute

Un fuoco indomito albergava.

 

Timorosa, con uno sguardo carico di muta implorazione,

Del colore dell’ebbrezza,

Guardai nei suoi occhi. Sussurrò:

Si deve trarre dall’amore profitto.

 

Un’ombra su un’ombra si chinò

Nella clandestinità della notte.

Un respiro sfiorò una gota.

Un bacio prese fuoco tra due labbra.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

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categoria:poesia, amore, iran, donna
sabato, 16 febbraio 2008

 اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

Prigioniera

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio cercano me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi

Da questa muta gabbia spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 16, 2008 11:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, iran, donna, daniela zini
sabato, 16 febbraio 2008

Come mi sono innamorata dell’Iran ?

Ebbene, credo che all’origine di questo Amore vi sia una zia fantastica e molto fantasiosa, che, inconsapevolmente, ne gettò il germe nel mio cuore di bambina, quando, per l’ottavo compleanno, mi fece dono di un’edizione integrale delle Mille e Una Notte.

Quel giorno, nella mia camera, accarezzai, a lungo, stretti al mio cuore, quei quattro volumi, che mi attraevano più di ogni altro libro sullo scaffale di legno lungo il muro alla mia sinistra: La Maschera di ferro, I Tre Moschettieri, La Collana della Regina, Venti anni dopo, Il Tulipano Nero, I Miserabili…

Tutti i giorni, per due mesi, assetata di conoscenza di quel magico Regno, trascorsi interminabili ore a abbeverarmi di Shahrazad e del Suo Sultano.

Coup de foudre !

Chi non conosce Shahrazad che da secoli non ha cessato di nutrire l’immaginario collettivo ?

E come dissociare la figura di Shahrazad da quella di Shahriar ?

D’origine indo-persiana, le « Hezar Afsanè » o « Alf Layla Wa Layla », assimilate dalla cultura araba e rivelate all’Occidente, nel 1705, grazie alla traduzione di Antoine Galland, suscitando un gusto per l’orientalismo in tutta Europa, sono annoverate tra i testi più universalmente diffusi.

Il Re Shahriar scopre l’infedeltà di sua moglie e fa uccidere la sposa.

Ma di più…

Ogni notte giace con una vergine e l’indomani la fa uccidere, tanto è l’odio che nutre per le donne.

Il Regno vive nel terrore, ognuno teme che la sorella, la figlia, la moglie si veda obbligata a dividere il talamo del Re e morire.

Nessuno osa opporsi a questo Re assassino.

Nessuno, tranne una giovane temeraria: Shahrazad. Questa giovane era conosciuta non per la bellezza né per la sua sensualità, come si induce a credere, ma per la sua intelligenza, il suo sapere letterario, filosofico e scientifico. Shahrazad, lungi dall’essere una cortigiana, è, innanzi tutto, un’intellettuale.

Shahrazad, che auspica che la carneficina cessi, idea un piano che, spera, salvi le donne del Regno.

Si offre in sacrificio convincendo suo padre a lasciarle sposare il Re.

Suo padre non ha altra scelta che lasciar fare.

Shahrazad confida nella sua conoscenza di un enorme tesoro di narrativa popolare. Ottenuto, quindi, il permesso di allietare le veglie con i suoi racconti, iniziandone sempre di nuovi e opportunamente interrompendoli, tiene desta la curiosità del Re che così rinvia la sua condanna finché nell’animo di lui all’odio subentra l’Amore.

Due sono le qualità della giovane: il coraggio con cui, mossa da pietà, affronta il pericolo di essere anche lei sacrificata e l’intelligenza che le ha consentito di apprendere un numero straordinario di storie e le permette di riferirle con garbo e abilità.

Shahrazad è la donna nella quale gli innamorati vedono aspetti diversi secondo il proprio modo di sentire l’Amore e concepire la Vita

È la donna, al cui contatto, i caratteri si precisano, le passioni si sviluppano sino a raggiungere l’esaltazione.

È la donna intelligente che afferra il senso delle elucubrazioni del marito, è la donna sensibile che si compiace dell’Amore suscitato dalla sua personalità e lo incoraggia, ma, al tempo stesso, è una sensuale che non rinuncia all’Amore puramente fisico.

 

Possiedo radici vaghe e culture multiple perché da quando sono nata mi hanno spostata o mi sono spostata da un luogo all’altro.

Da piccola ne ho sofferto.

Oggi ne sono felice, perché le radici forti alimentano una gabbia di soffocanti predestinazioni.

L’educazione cattolica delle scuole private mi aveva reso una bambina cupa, profondamente infelice, che non mi somigliava. Tutte le cose che mi rendevano viva erano peccato, veniale o mortale: leggere libri messi all’indice, fare scorribande con i miei amici sino a tarda sera.

Mi liberai dalla religione cattolica.

La scoperta di altre culture, altri racconti di storia, altre divinità trasformò il mio sguardo sul mondo da assoluto a relativo. Non eravamo la Verità, noi europei, noi cristiani, noi cultura greco-romana. Eravamo una minoranza nel mondo. Se il potere era solo nostro, era un potere d’élite, privo di democrazia. Se il Regno dei Cieli era solo cattolico, era un Regno disumano, nel senso che escludeva la maggioranza degli uomini, delle donne e dei bambini del pianeta. La scoperta della relatività della verità, della relatività della storia, della relatività dello stesso concetto di religione o cultura o nazione è stata per me la via maestra verso la libertà. Scoprivo che libertà era innamorarsi senza rimorso delle piccole verità che ogni cultura contiene e che qualsiasi relazione può contenere.

 

Vi sono particolari momenti, misteriosamente privilegiati, in cui taluni Paesi ci rivelano, con un’intuizione subitanea la loro anima, in qualche modo la loro essenza precipua, in cui ne cogliamo una visione esatta, unica, che mesi e mesi di studio paziente non potrebbero rendere più completa né diversa. Tuttavia in questi momenti furtivi ci sfuggono per forza di dettagli, vediamo solo l’insieme delle cose…

Particolare stato d’animo o aspetto speciale dei luoghi, colto al volo e sempre in modo inconscio ?

Non lo so…

Designata dal Fato – il mio padrino mi aveva, profeticamente, dato il diminutivo di Firouzeh – nondimeno, ero cresciuta ignara del mio destino, sino al giorno in cui la mia vocazione mi fu rivelata. 

La piccola scintilla, accesa, si era nutrita, in segreto, di sogni e fantasticherie per divenire patto sacro e, trasformarsi, poi, in fiamma tanto viva da illuminare il mio percorso nei meandri di quel Mondo Incantato, e farmi approdare sulle sue coste, il 2 maggio 2003.

Tuffata nelle dorate e cavalcanti dinastie dei Medi, Achemenidi, Parti, Sassanidi, Safavidi, Abbasidi, Qajar, su su fino ai Pahlavi, riemergevo senza fiato al richiamo dell’armonioso Hafez e deviavo subito verso le quartine del passionale Omar Khayyam. Un mondo sconosciuto calava il suo ponte mobile nel mio cuore, eroico come quello romano dentro la pagina agiografica degli storici, eppure carnale dentro il ritmo di una lingua enfatica che cantava con Saadi i sapori rubati a una terra eternamente assetata di acqua e di sacro.

Il mio viaggio aveva uno scopo, ne ero come posseduta, ma l’ignoravo completamente.

La mia solitudine non mi faceva paura.

Una luce, come un raggio di sole veniva a illuminare la rotta davanti a me.

Dopo la morte di R, i miei amici si erano mostrati molto interessati alla mia Vita con lui, mi ascoltavano per ore e mi ponevano mille domande sull’Iran e sulla Rivoluzione Islamica.

Mi rivelarono a me stessa.

Provavo un piacere immenso a parlare davanti a un uditorio così attento e, ben presto, cominciai a vedere la mia Vita sotto una nuova luce.

I suoi accadimenti mi apparivano come gli anelli di una catena.

Sarebbe stato un peccato non lasciare un resoconto degli avvenimenti e delle avventure di cui ero stata testimone.

La mia immaginazione si impadronì avidamente di questa idea.

 

Incoraggiata dagli stessi amici, mi misi a scrivere.

Mi sentii forzata, nulla poteva impedirmelo.

Immagini a lungo dimenticate si levarono da un passato imprecisato, immagini dettagliate, colorate di sfumature vive.

Suoni, odori, sapori ritornarono.

La punta delle mie dita toccava oggetti familiari.

Rivivevo antiche emozioni e me ne sentivo addolorata.

A volte sorridevo con me stessa, a volte le lacrime rigavano le mie gote.

Lavoravo alacremente, con passione.

Questa forma di contentezza mi era stata sino allora  sconosciuta, le ore volavano.

Scrivevo e quando un passaggio era terminato lo leggevo ai miei amici.

Non ho mai pensato a un pubblico né all’eventualità di una sua pubblicazione.

Quello che facevo, lo facevo per me.

Il mio libro avanzava a poco a poco, secondo l’ispirazione del momento.

 

Viaggiando, per anni, in lungo e in largo per l’Iran e assimilandone, senza mai lasciare la mia terra d’origine, la lingua, i miti, i riti e i cibi, mi sono chiesta se esistano davvero una cultura occidentale e una cultura orientale o piuttosto, provenendo entrambe dallo stesso magma iniziale, che ha dato Vita alle varie etnie e alle varie classi sociali all’interno delle singole etnie, chiamiamo cultura l’insieme di elementi specifici che il potere di turno ha fatto emergere dal magma, ha valorizzato secondo canoni precostituiti, ha rafforzato attraverso le leggi e ha tramandato nell’educazione attraverso una deliberata manipolazione dei documenti storici, letterari, filosofici e religiosi.

Non è necessario uscire dai confini del proprio Paese per scoprire un’altra visione del mondo.

Si può rivelare uno straniero il proprio padre, il proprio fratello, il proprio marito, il proprio figlio.

Alla fine di questo viaggio una certezza ha trovato dimora dentro di me.

La scelta primaria di ogni essere umano, che va al di là del proprio sesso, della propria etnia, della propria lingua, della propria cultura, della propria religione e della propria classe sociale, è :

 

« Da quale parte stare ? » 

 

Dalla parte dei potenti o degli oppressi ?

Dalla parte dei colonialisti o dei colonizzati ?

Dalla parte di chi scrive la storia, il vincitore di turno, o dalla parte di chi non ha voce pur avendo fatto ugualmente la storia ?

A quali popolazioni e a quali classi sociali si riferiscono i nostri Governi occidentali quando parlano dei Popoli orientali e dei loro bisogni ?

Le vere rivoluzioni, quelle che non si limitano a cambiare la forma politica e  gli uomini di Governo, ma che trasformano le istituzioni e danno luogo ai grandi trasferimenti della proprietà, lavorano a lungo sotterranee prima di scoppiare alla luce del giorno sotto l’impulso di qualche circostanza fortuita. La Rivoluzione Islamica, che colse alla sprovvista con il suo impeto irresistibile le sue vittime, non meno degli stessi autori e beneficiari, ebbe una lenta preparazione per più di un secolo. Nacque dalla concordanza, che tendeva a farsi di giorno in giorno più profonda, tra la realtà delle cose e le leggi, tra le istituzioni e i costumi, tre la lettera e lo spirito.

 

Vi sono Paesi che muoiono giovani e si arrestano giovani : tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza e la resurrezione.

L’Iran non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali.

E, solo ora, iniziamo a capire ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell’oggetto, l’emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto.

Questa Terra così celebrata è meravigliosamente immune da artifici letterari ; lo stesso preziosismo di certi suoi Poeti non la tocca. Questa Terra da cui sono scaturiti tanti capolavori non viene sentita come l’Italia, subito Patria privilegiata delle Arti, ma vi pulsa la Vita come il sangue in un’arteria. Poche regioni sono state più devastate dal favore delle guerre di religione, di razze e di classi; sopportiamo il ricordo di tanti furori in espiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l’Uomo a fare del male all’Uomo.

Non vi è Paese più dominato da una religione possente che favorisce il più delle volte la bigotteria e l’intolleranza, ma non vi è neppure paese ove si senta di più, sotto il broccato delle devozioni o sotto la pietra dei dogmi, sorgere il fervore umano.

Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire.

 

Non credevo certo che avrei potuto dire come Chateaubriand :

 

« Mes livres ne sont pas des livres, mais des feuilles détachées et tombées presque au hasard sur la route de ma vie. »

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 16, 2008 10:23 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, politica, amore, vita, letteratura, religione, storia, iran, morte, daniela zini
venerdì, 15 febbraio 2008
Moi

Moi

 

 

J’ai du naître plus loin, dans un passé plus vieux,

Sur les eaux écumeuses et blanches,

Quand l’Univers était un volcan en fusion,

A l’aube incertaine d’un jour

Tout ruisselant de flamme, cendre et lapilli.

 

Telle une rivière printanière en crue,

Ma vie a répandu des fleurs et des parfums.

De moi je laisse, dans les remous des vers,

La chaleur des larmes qui les a vu fleurir,

La marque d’une lame insinuante et dure.

 

Mes vers,

Soyez des fleuves !

Allez-en vous élargissant !

Qu’on sache combien j’ai aimé !

Je ne souhaite pas d’éternité plus douce.

 

 

ADZ

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 15, 2008 22:28 | Permalink | commenti
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venerdì, 15 febbraio 2008

Mes Rêves

 

 

Qu’est devenu mon cœur désemparé?

Un vaisseau déserté

Sur des mers inconnues.

Que reste-t-il de lui dans la tempête ?

Un trésor sombré

Dans les abîmes du rêve.

 

Moi, qui ne veux pas

Voir mes rêves épiés,

Je garde en moi-même des secrets

Splendides ou terribles,

Tels des eaux sans fond

Que les filets n’atteignent pas.

 

Je ferme les yeux.

Un pressentiment de mort

N’éveille aucun regret dans mon cœur.

Une autre vie s’érige déjà derrière moi,

Telle une muraille qui empêche de regarder au delà.

Que tout cela est loin !

 

Serai-je meilleure ou pire au moment où

Je me connaîtrai jusqu’au fond ?

Moi, je serai libre,

Dans mon secret,

D’écrire comme je pense

Et comme je vis.

 

 

ADZ

Finalista al Premio Internazionale di Poesia Marguerite Yourcenar 2007

 

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