martedì, 22 dicembre 2009

“La mia coscienza non mi permette di rimanere insensibile di fronte alla negazione della Grande Catastrofe subita dagli armeni dell'Impero ottomano. Rifiuto questa ingiustizia e per parte mia condivido i sentimenti e il dolore dei miei fratelli e sorelle armeni. A loro chiedo scusa.”

 

Nel dicembre del 2008 un gruppo di intellettuali turchi lanciava una petizione on-line per chiedere il riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni all'inizio del secolo scorso in Turchia.

http://www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&link=160701

Rievochiamo una delle pagine più tragiche e meno conosciute della storia del nostro secolo: la repressione delle minoranze etniche armene da parte dei turchi. La lotta, che registrò crudelissimi episodi, ebbe il suo terrificante culmine nel 1915, quando il resto del mondo era occupato a seguire i drammatici eventi della prima guerra mondiale. Tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915, il Comitato Centrale del partito Unione e Progresso, guidato da due medici - i dottori Nazim e Shakir  - pianificò la totale soppressione degli armeni come popolo. Venne, così, creata la famigerata Organizzazione Speciale, una struttura paramilitare dipendente dal ministero della guerra, ufficialmente incaricata di operazioni spionistiche oltre confine, ma segretamente incaricata di sterminare gli armeni.

Il 10 ottobre scorso, dopo quasi un secolo di gelo, Turchia e Armenia hanno firmato, a Zurigo, uno storico accordo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. L’accordo dispone che venga riaperta la frontiera turco-armena, che vengano ristabilite relazioni diplomatiche tra i due  Stati e che la questione del genocidio armeno venga affidata a una commissione di storici per la sua indagine oggettiva.

 

 

 

Inizia nella notte del 24 aprile 1915: gendarmi turchi bussano alle porte di duecentoventicinque notabili armeni di Costantinopoli. Sono scienziati, scrittori, giornalisti, poeti, mercanti. È una visita attesa: l’odio razziale striscia da tempo in ogni angolo del paese. La campagna che lo gonfia è bene orchestrata. Si stringono antichi nodi, che, lo vedremo, sono stati intrecciati dal vecchio sovrano Abdul Hamid II (1842-1918). L’inquietudine tormenta la minoranza armena che è cristiana. Il pugno forte dei giovani turchi, il cui aggancio progressista con l’Europa si ispira all’esasperato nazionalismo tedesco, ha bisogno di oro. Le ricchezze nascoste dai mercanti sono là. Non resta che coglierle.

L’occasione offre il pretesto per tagliare corto con rancori che covano da tempo. Il programma trova uno slogan: la risposta di Enver Pasha (1881-1922), ministro turco della guerra, a Mehmet Talat Bey (1874-1921), ministro dell’interno:

 

“Non dobbiamo preoccuparci di ciò che ci verrà chiesto tra tre o quattro anni. Se agiamo con raziocinio e decisione, tra tre o quattro anni non esisterà un problema armeno. Non vi saranno più armeni.”

 

Il massacro inizia in una tiepida notte di primavera: i notabili vengono lapidati, assassinati, decapitati, perfino squartati. Ora la strada del genocidio è aperta. Un genocidio programmato a freddo, che anticipa gli orrori dei lager hitleriani.

Gli armeni sono una minoranza etnica nel grande impero ottomano. Sono concentrati nella culla della loro civiltà, l’Armenia, appunto, ma anche seminati nelle città turche, a Smirne, a Costantinopoli. Dietro la guerra santa dei musulmani non vi sono solo bramosie di ricchezze, stizze politiche, dissapori etnici. Adesso sappiamo che il Kaiser aveva astutamente preparato un piano: esasperare il sentimento religioso di 300 milioni di musulmani per sollevarli contro Inghilterra, Francia e Russia. Il piano fallisce perché gli arabi e gli altri popoli asiatici non si accordano con il califfo turco. La vampata di rabbia si abbatte solo sugli armeni: a rileggere i documenti di quegli anni vi è da rabbrividire.

 

“Ogni musulmano”,

 

incita il sultano Mehmet Reshad V (fratello di Abdul Hamid)

 

“deve prestare solenne giuramento per impegnarsi a uccidere almeno tre o quattro cristiani della provincia. Colui che obbedirà a questa legge divina sarà esentato dal Giudizio Finale e avrà meritato la vita eterna.”

 

In Europa vi è la guerra che inchioda gli eserciti nelle trincee. Il mondo spia angosciato quei fronti, non ha tempo di scorrere i rari dispacci diplomatici che filtrano da Costantinopoli. Solo verso l’estate le prime voci trapelano. A New York il giornale armeno Gotcnagh, a Baku il quotidiano Arev, il Balkanian Mamoul di Rostow o l’Horizon di Tiflis, prospettano in termini drammatici la persecuzione. Sono cronache che hanno sapore ottocentesco:

 

“Viaggiatori arrivati dalla Bulgaria assicurano che una sanguinosa oppressione è in corso in Turchia nei confronti della minoranza armena…”

 

Ma sono allarmi isolati. L’America pensa a Parigi minacciata dai tedeschi, la Russia ai suoi eserciti che avanzano con troppa calma.

Un avvenimento commuove l’opinione pubblica: poche righe strette in una colonna del periodico londinese il lingua armena Ararat riportano (novembre 1915) un comunicato della marina militare francese. L’impresa ha la data del 22 settembre.

 

“Perseguitati dai turchi, cinquemila armeni, tra cui tremila donne, vecchi e bambini, si erano rifugiati sul finire di luglio nel massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia, dove erano riusciti, fino ai primi di settembre, a tenere testa agli aggressori. Da allora, approvvigionamenti e munizioni iniziarono a venire meno ed erano sul punto di soccombere, quando riuscirono a segnalare a un incrociatore francese la loro grave situazione. Gli incrociatori della squadra francese che facevano il blocco delle coste della Siria, recarono subito soccorso e poterono assicurare lo sgombero di quel che restava dei cinquemila armeni. Vennero, poi, trasportati a Porto Said dove ricevettero le migliori accoglienze e furono installati in un accampamento provvisorio. Sappiamo che si tratta degli abitanti di sette villaggi della costa mediterranea di Alessandretta. La montagna che servì loro da trincea è, appunto, il Mussa Dagh, vale a dire la Montagna di Mosè.”

 

“È il solo avvenimento lieto nella tragedia nazionale degli armeni.”,

 

scrive lo storico inglese Arnold Toynbee in un sensazionale Libro Blu (Blue Book, 1915) che prepara per il governo britannico e con il quale riesce, finalmente, a far convergere gli sguardi del mondo sul massacro. Ed è un’avventura che ispira lo scrittore austriaco, ma nato a Praga, Franz Werfel (1890-1945). Il suo romanzo, I quaranta giorni del Mussa Dagh (Die vierzig Tage des Musa Dagh, 1933), coglie un successo straordinario nell’Europa che avverte le angosce della strage ebraica. Il racconto è abbozzato, nel 1929, a Damasco: sono i ragazzi armeni sfruttati nelle fabbriche, per pochi soldi, a commuovere Werfel.

Nel 1933, l’opera è pronta. Già l’autore ne ha proposto dei brani in conferenze. A Lipsia, nel 1932, sceglie un capitolo particolarmente significativo: legge in pubblico il colloquio tra un sacerdote tedesco ed Enver Pasha. Il pastore chiede la fine della persecuzione. Gli risponde il ministro turco:

 

La Germania ha pochi nemici interni, ma posto il caso che in altra circostanza ne avesse, supponiamo franco-alsaziani o ebrei, non approverebbe allora qualsiasi mezzo per liberarsi del nemico interno quando si è già assediati da nemici esterni?

Giudicherebbe crudeli le persecuzioni o l’isolamento delle popolazioni ostili in territori deserti oppure ben guardati?”

 

Risponde il prete:

 

“Se il governo del mio popolo procedesse contro i suoi conterranei di altra razza o di altra opinione, in modo ingiusto e illegale, io mi staccherei all’istante dalla Germania e andrei in America.”

 

E qui Werfel traccia profeticamente il suo destino.

A sua volta chiuso dai nazisti in un lager perché di origine ebrea e contrario pubblicamente al regime, Werfel riesce a fuggire con un gruppo di reclusi. Svizzera, Francia e, poi, l’America, quell’America che un altro esule, il famoso regista armeno Elia Kazan, invoca in un diario-romanzo. Questa volta la tragedia della povertà dei profughi, il duro lavoro dei bambini è visto da un protagonista.

 

“Racconto con i calli sulle mani”,

 

 spiega Kazan prospettando il sogno dell’irraggiungibile libertà che spera di godere oltreoceano.

 

 

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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giovedì, 26 novembre 2009

Durante la seconda guerra mondiale venne in luce la figura di Mustafa Barzani, destinato ad assumere le caratteristiche di capo carismatico della rivoluzione curda negli anni successivi. Una serie di arresti di esponenti curdi lo idusse, nel 1943, a proclamare la rivolta nella regione di Barzan, dove viveva il suo clan. L’intervento dell’esercito iracheno, che era appoggiato dall’aviazione inglese nella protezione dei pozzi petroliferi minacciati dai curdi, lo costrinse a una lunga ritirata verso l’Iran attraverso le montagne, con una marcia epica alla testa di diecimila persone, tra cui tremila guerrieri. Nel frattempo anche i curdi dell’Iran e della Turchia si erano impegnati a collaborare per una lotta comune e avevano stretto un patto sul Monte Dalanpar, da cui nacque, il 12 gennaio 1946, la Repubblica curda di Mahabad, che aveva uno spiccato carattere socialista e alla cui testa fu posto il curdo iraniano Qazi Mohammad, giudice, capo religioso e membro di un’influente famiglia.

La reazione dell’esercito iraniano fu immediata; contro la nuova repubblica, che aveva affidato a Mustafa Barzani il comando delle proprie truppe, entrò in azione l’esercito dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, armato ed equipaggiato dall’Inghilterra e un anno dopo la resistenza curda fu stroncata. Qazi fu giustiziato con altri capi; Mustafa Barzani rientrò in Iraq, dove lasciò le donne, i vecchi e i bambini e intraprese con i suoi uomini quella “marcia dei cinquecento” che doveva portarlo in Unione Sovietica e creare un alone leggendario intorno al suo nome. In quattordici giorni furono coperte 220 miglia a piedi, sempre sotto la minaccia degli eserciti iracheno, turco e iraniano.

Nell’Unione Sovietica Barzani doveva rimanere più di dieci anni; gli fu conferito il grado di generale dell’esercito sovietico, fatto che gli fece attribuire sentimenti filo-comunisti, da lui sempre smentiti. Del resto, la limitatezza degli aiuti dell’Unione Sovietica ai curdi in lotta fu una delle cause della loro sconfitta. Un altro motivo di fondo del crollo della repubblica di Qazi Mohammad fu, senz’altro, la tradizionale mancanza di coesione tra le tribù, gelose come sempre della loro autonomia e, spesso, in contrasto con i capi del movimento, provenienti dalla popolazione cittadina più evoluta e istruita.

Una nuova situazione si determinò in Iraq con la rivoluzione del luglio 1958, che portò al potere il generale ‘Abd al-Karim Qasim e con la nuova costituzione che garantiva i diritti dei curdi nell’ambito dello Stato iracheno. Barzani potè rientrare in patria e il problema curdo sembrò avviarsi a una soddisfacente soluzione politica. Ma l’illusione fu di breve durata. Le promesse di autonomia non vennero mantenute e, nel 1960, i rapporti si fecero ancora tesi.

Questa volta Barzani aveva l’appoggio del partito comunista iracheno e la lotta riprese in forma cruenta, con bombardamenti dei villaggi curdi da una parte e azioni di guerriglia dall’altra, finché il nuovo colpo di Stato di ‘Abd as-Salam ‘Arif del febbraio 1963 mise fine alle ostilità, ma solo per pochi mesi. La costituzione della RAU (Repubblica Araba Unita) e il colpo di Stato baathista del luglio 1968, che portò al potere il generale ‘Ahmad Hasan al-Bakr, non fecero che complicare la situazione sul piano politico, senza porre fine in modo durevole ai combattimenti. Nella primavera del 1969, la guerra imperversò di nuovo nel Kurdistan; il governo di Baghdad impiegò il napalm e l’acido solforico per distruggere i raccolti, provocando la distruzione di innumerevoli villaggi e la morte di 33.000 peshmarga, come sono chiamati i combattenti curdi, oltre a 20.000 vittime tra la popolazione civile; seguirono trattative di pace, che portarono a un accordo nel marzo del 1970.

Anche questa volta, tuttavia, gli accordi furono rispettati solo in parte, per la riluttanza del governo iracheno a concedere l’autonomia nei centri petroliferi, specialmente quello di Kirkuk, dove la popolazione curda era prevalente. Negli anni successivi la situazione si fece sempre più intricata: il movimento curdo fu perfino accusato dal Baath di essere alleato di Israele e dell’Iran contro la causa araba. D’altra parte una serie di dissidi portò a uno scontro armato tra Barzani e i comunisti all’interno del movimento stesso. Anche le relazioni tra curdi iracheni e curdi iraniani si deteriorano, per l’interesse dei primi a mantenere buoni rapporti con il governo dello Shah, che garantiva l’unica frontiera attraverso cui potessero ricevere aiuti nella lotta contro Baghdad.

Si giunse così alla concessione di autonomia dell’11 marzo 1974, proposta da al-Bakr, ma non accettata dai curdi, che avrebbero voluto una più favorevole ripartizione degli utili del petrolio, calcolata in base alla loro consistenza etnica. La minaccia di distruggere gli impianti, da parte di Barzani, condanne a morte di notabili curdi ed esecuzioni sommarie di militari iracheni per ritorsione e, infine, una ripresa generale delle ostilità, furono gli avvenimenti, che crearono in questo tormentato Paese i presupposti per una situazione di tipo vietnamita. Le grandi potenze non si esposero direttamente, ma influenzarono la situazione secondo le linee della loro politica internazionale, vale a dire dei loro interessi. L’Unione Sovietica, che in passato aveva appoggiato concretamente il movimento curdo, sostenne il governo iracheno di cui faceva parte il partito comunista e cui era legata da un patto di amicizia dal 1972. Di conseguenza armi, consiglieri militari e aerei sovietici furono impiegati contro i combattenti curdi, sostenuti apertamente dallo Shah, che aveva interesse a indebolire lo Stato iracheno e, indirettamente, dagli Stati Uniti, accusati di fornire armi a Barzani. Al di sopra di questo rovesciamento di alleanze permaneva lo scarso interesse dei vari Stati confinanti alla realizzazione di un Kurdistan indipendente nella zona irachena, che avrebbe spinto a nuove rivendicazioni le altre minoranze curde; la lotta del popolo curdo, asserragliato tra le sue montagne, si svolse, quindi, nella massima incertezza circa le prospettive future.

Vi è una poesia curda che esprime in modo tragico il carattere di questo popolo indurito dalle lotte secolari per la sua esistenza. Racconta un fatto di armi contro i turchi, in cui fu ucciso un capo curdo; quando la sua testa fu portata alla madre, questa guardò lontano, verso le montagne e disse:

 

“Non è che la testa di un agnello; dio protegga gli arieti che sono sui monti.”

 

 

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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giovedì, 26 novembre 2009

“A titolo di informazione, il Kurdistan non esiste.”

 

Queste parole spiccavano su un sacco, ritrovato dopo molte peripezie dal componente di una spedizione alpinistica al Cilo Dag e si riferivano alla scrittura, certamente ingenua, che era stata applicata sul sacco stesso: Spedizione Francese 1969 nel Kurdistan, Van. La correzione rifletteva l’atteggiamento ufficiale del governo turco nei confronti del problema curdo, per cui è logico sentire una sfumatura di risentimento in chi si era preso il disturbo di applicarla; ma è anche vero: da un punto di vista politico il Kurdistan non esiste. Esistono, invece, i curdi, ma la loro innegabile unità etnica e culturale non è mai riuscita a concretarsi e a formare una nazione. Sparsi in cinque Stati diversi, Turchia (sud-est), Iran (ovest), Iraq (nord), Siria (nord-est) e Armenia, hanno creato spesso in passato e continuano a creare notevoli problemi e grattacapi ai rispettivi governi.     

Eppure le origini dei curdi sono molto antiche. Alla loro formazione etnica hanno concorso probabilmente molti di quei popoli nomadi indoeuropei che scesero in epoca remota dalle steppe russe nella pianura mesopotamica e in Iran. Le tavolette numeriche parlano di un popolo di pastori montanari, chiamati kuti o guti, scesi intorno al 2000 a.C. dai monti Zagros verso la pianura mesopotamica e anche i testi assiri più antichi li menzionano con il nome di kurdu. È probabile che abbiano costituito una parte della popolazione del regno di Urartu, Stato potente e bellicoso che sorse agli inizi del primo millennio a.C. nella Turchia orientale, tra le montagne che circondano il lago Van, includendo nei suoi confini anche il biblico monte Ararat, su cui si sarebbe posata l’arca di Noè. La prima descrizione dei curdi, da cui risultino le caratteristiche di questa popolazione, la dobbiamo a Senofonte, che descrive la sua ritirata attraverso le impervie montagne dei caduchi, gente fiera e avida di preda. Anche nei secoli successivi questa fama di popolo barbaro e temibile rimarrà inseparabile dai curdi nell’opinione dei viaggiatori e dei popoli con cui ebbero contatti. Questi furono molti, a iniziare dai medi e dai cimmeri, che ne modificarono probabilmente la lingua, mescolandosi a loro. In seguito subirono influenze anche dai turchi, dagli arabi, dai circassi, dagli armeni, loro secolari avversari, da cui trassero, tuttavia, l’impulso all’agricoltura, modificando il loro carattere di nomadi o seminomadi.

Durante il medioevo, i curdi furono convertiti alla religione islamica dagli arabi. Fu una conversione forzata, ma permise loro di cogliere un grande trionfo al tempo della Terza Crociata, quando il principe curdo Salah ad-Din, noto in occidente come il Saladino, divenne sultano della Siria e dell’Egitto e si oppose valorosamente ai crociati di Riccardo Cuor di Leone. È una figura che i curdi non hanno dimenticato, anzi hanno idealizzato fino a farne il simbolo stesso delle loro virtù guerriere. Prima dell’islam si era diffusa tra i curdi anche la religione cristiana, sotto la forma eretica del nestorianesimo, ma la nuova fede cancellò a tal punto la precedente che divennero, al pari dei circassi, i più feroci persecutori degli armeni, contribuendo alla distruzione di quel popolo sventurato.

I rari europei che visitarono il Kurdistan nel XIX secolo hanno riconfermato quel ritratto dei curdi che i tempi precedenti ci avevano  trasmesso. Vivevano indipendenti di fatto sia nell’ambito dell’impero ottomano, sia in Persia e molti di loro erano organizzati in bande dedite al brigantaggio. Con veloci razzie calavano sui villaggi e sulle città, depredavano gli abitanti e risalivano nelle loro vallate, ai loro accampamenti di tende, la cui mobilità nell’ambiente montuoso li metteva al riparo dalle rappresaglie. Questo spiega l’esistenza di un proverbio arabo, secondo cui vi sarebbero tre calamità sulla Terra: le locuste, i topi e i curdi.

Il nome di curdi con cui sono conosciuti in tutta l’Asia occidentale e che è usato da loro stessi, si ritrova nell’aggettivo persiano kurd, che significa rude, ma anche forte, eccellente. In turco la stessa parola significa lupo. Anche in queste coincidenze linguistiche si può vedere la fama di gente indomabile e fiera, oltre che pericolosa, che i curdi avevano sparso attorno a loro. Ben presto si stabilirono delle leggende intorno alle loro origini. Secondo una di queste, dovuta ad antichi scrittori arabi, il re Salomone aveva mandato a cercare in occidente quattrocento fanciulle per arricchire il suo harem, ma lungo la via queste incontrarono dei geni malefici, dei jin, che le violentarono. Quando Salomome seppe di questo oltraggio allontanò da sé le fanciulle divenute indegne di lui. Ma l’unione con i jin diede presto i suoi frutti e da essa nacquero i progenitori dei curdi.     

Il terreno montagnoso e la divisione in tribù e principati di struttura feudale, governati da dinastie ereditarie, impedirono sempre ai curdi di superare le loro tendenze particolaristiche e di riunirsi in un organismo più vasto, basato sul sentimento di una loro unità etnica, linguistica e culturale. Ognuno di questi principati aveva un’armata regolare, alcune delle quali raggiungevano una forza considerevole. Ma le rivalità tra i capi erano così vive, che un principe curdo era più incline a diventare vassallo di un sovrano straniero, piuttosto che piegarsi di fronte a un altro principe curdo. Al di sopra delle tribù non si concepiva nulla, che non fosse la comune appartenenza all’islam. Nel XVI secolo il Kurdistan si trovò coinvolto nelle contese tra l’impero ottomano e i curdi dovettero per forza di cose fare una scelta tra i due potenti e minacciosi vicini. Benché per lingua e razza fossero più vicini ai persiani, la maggior parte dei curdi preferì aggregarsi ai turchi ottomani, sia per l’abile negoziazione del curdo Idris di Bilitis, che era ministro del sultano Selim I, sia per motivi religiosi, in quanto i turchi erano musulmani sunniti, anziché sciiti, come i persiani. Tuttavia anche dopo questa sottomissione formale, i principi curdi continuarono a godere di un’ampia autonomia fino al XIX secolo e tutta la regione acquistò le caratteristiche di uno Stato cuscinetto, remoto e impenetrabile tra le sue montagne, la cui conquista effettiva non invogliava nessuno.

Le cose cambiarono verso la metà del XIX secolo, quando l’autorità turca si fece più pesante e i russi incoraggiarono i curdi alla ribellione. Le rivolte curde si succedettero per tutto il secolo e giunsero fino a minacciare Istanbul. L’ultima, tra il 1878 e il 1881 ebbe un carattere diverso, perché poneva per la prima volta il problema curdo sul piano di una lotta nazionale, rivolgendosi a tutte le minoranze curde sparse nei diversi Stati. La rivolta fu soffocata da Turchia e Iran, congiunti di fronte alla nuova minaccia, ma all’inizio del XX secolo l’idea maturò presso un gruppo di uomini colti, che impostarono la lotta su basi moderne, consci che l’antica organizzazione tribale non avrebbe retto a lungo di fronte al sorgere di nuove entità nazionali dal potere centralizzato. Essi raccolsero gli elementi tipici della loro cultura e iniziarono al Cairo la pubblicazione di un giornale in curdo e in turco, “Il Kurdistan”: questo nome, che, presso gli scrittori orientali, aveva sempre avuto solo il valore generico di “Paese dei curdi”, assumeva ora un preciso significato politico. Nel 1908, il giornale fu trasferito a Istanbul, sotto la spinta delle illusioni che la rivoluzione dei Giovani Turchi e il disfacimento dell’impero ottomano avevano creato nei vari gruppi etnici desiderosi di indipendenza. Si costituì anche un’Associazione per l’elevazione e il progresso dei curdi, ma la sua opera fu presto ostacolata e repressa dal nuovo governo turco, che, durante la Prima Guerra Mondiale, operò vaste deportazioni di curdi dai vilayet orientali alla frontiera, con l’uccisione di alcuni capi.

Al termine della guerra si costituì un Comitato curdo per l’indipendenza, che inviò una propria delegazione a Parigi, sotto la guida del generale Sharif Pasha, per patrocinare la causa curda. Le speranze dei nazionalisti furono alimentate dalle dichiarazioni del presidente Wilson e dall’atto diplomatico contenuto nel Trattato di Sèvres del 1920, con cui si riconosceva il diritto del popolo curdo all’indipendenza e si decideva di trasformare il Kurdistan ottomano in uno Stato nazionale. Poi sopravvenne la rivoluzione kemalista e il Trattato rimase lettera morta. Appena tre anni dopo, il progetto di un Kurdistan indipendente era insabbiato: alla stesura del Trattato di Losanna i curdi non furono neppure invitati e le grandi potenze decretarono la divisione del territorio curdo in tre arti, lasciando all’Iran la porzione già inclusa nei suoi confini.

I curdi non accettarono questa decisione e diedero inizio a una serie di insurrezioni di volta in volta scatenatesi nei singoli Stati, ma mai simultaneamente e questo fu, forse, il motivo dei loro insuccessi. Inoltre l’importanza assunta dal petrolio in diverse zone, come nella regione di Mosul, creò i presupposti per un’ingerenza diretta della Gran Bretagna, che appoggiò l’azione del governo iracheno con bombardamenti aerei dei villaggi curdi, sia nel 1923, sia durante le successive insurrezioni del 1930-1933. Nello stesso periodo si scatenò in Turchia una violenta repressione del movimento curdo sotto il governo di Mustafa Kemal Atatürk: fu proibito l’uso della lingua curda e dello stesso nome di curdi. Deportazioni e massacri fecero seguito alla rivolta del 1925, guidata dal capotribù Sheikh Said: uomini politici e intellettuali furono imprigionati e uccisi. La repressione fu particolarmente spietata a Erzurum e Diyarbakir, la principale città del Kurdistan turco, dove vennero condannati a morte cento capi curdi, tra cui lo stesso Sheikh Said. Molti curdi cercarono scampo in Iraq e in Siria; quelli rimasti in Turchia non ebbero più alcuna possibilità di organizzarsi politicamente e di riprendere la lotta.     

 

 

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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giovedì, 26 novembre 2009
In occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne il mio pensiero va a Taraneh Mussavi, a Neda Aqa Soltani e a Soheila Ghadiri


Ribellione


Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.
Libera le mie caviglie dalle gravose catene
Che il loro peso sul mio cuore preme.

O uomo, egoista creatura, vieni,
Vieni, apri la porta della gabbia.
Se in prigione a vita mi terrai
La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,
Ha in animo di spiccare il volo.
Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,
In rimpianti il mio tempo è trascorso.

Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che devo sgravarmi di un segreto,
Far giungere al mondo intero
L’eco infuocata della mia voce.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.

Solo per te le mie labbra e i loro dolci baci,
Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,
Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,
Solo per te il mio cuore e i suoi strazianti lamenti.

O uomo, egoista creatura,
Non dire: La tua poesia è un’infamia.
Tu non immagini neppure quanto angusto sia
Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

Non dire che da ogni verso stilla peccato,
Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.
Per te il paradiso, le urì e l’acqua di Kawthar,
Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio
Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.
Alcun rimpianto se in paradiso non andrò,
Un paradiso eterno nel mio cuore arde.

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,
La luna fluttua dolcemente
E tu dormi, io, ebbra di passione,
Tutto il chiaro di luna abbraccio.

La brezza mi rubò migliaia di baci.
Migliaia di baci concessi al sole.
In quella prigione dove il carceriere eri tu,
Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome
Che la mia infamia dà un piacere inebriante.
Mi perdonerà quel Dio sostentatore
Che ha donato un cuore folle al poeta.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.


Forugh Farrokhzad
traduzione dal persiano di Assunta Daniela Zini
dal mio libro: Forugh Farrokhzad: una foglia portata dal vento, caduta quasi per caso sulla mia via


“Ogni privazione, qualunque sia la causa che la provoca, è benefica all’uomo.”


Nel 1901, Gandhi si trova nel Natal, una delle colonie inglesi del Sudafrica, popolata da una minoranza indiana abbastanza numerosa. Il governo dell’Unione ha, di recente, approvato una legge che impone una tassa di capitazione: ogni uomo, donna o ragazzo rimasto libero dal proprio contratto di lavoro deve pagare una tassa di tre sterline. Scopo dell’imposizione del balzello è di costringere gli indiani ad assoggettarsi nuovamente a un altro contratto di lavoro, in evidenti condizioni di inferiorità.
Una prima promessa del governo inglese di abolire la tassa non è mantenuta per l’opposizione degli europei del Natal e a questa vessazione se ne aggiunge un’altra. Una sentenza della Corte Suprema del Capo stabilisce che i matrimoni celebrati in Sudafrica non siano riconosciuti dalla legge se non celebrati secondo i riti cristiani e iscritti nel registro dei matrimoni.

“Questa draconiana sentenza”,

scrive Gandhi nella sua autobiografia,

“annullava con un tratto di penna tutti i matrimoni celebrati in Sudafrica secondo i riti indù e musulmano e secondo la religione di Zoroastro; le molte donne sposatesi nel paese cessavano, ai termini della sentenza, di essere considerate legalmente unite ai propri mariti ed erano degradate al rango di concubine, mentre i loro discendenti erano privati del diritto di ereditare le sostanze paterne. Questa era per le donne non meno che per gli uomini una posizione insostenibile e gli indiani del Sudafrica si misero in agitazione.”

A quell’epoca Gandhi sta raccogliendo i primi seguaci alla dottrina del Satiagraha o metodo della sopportazione dell’ingiustizia, fondato sulla pacifica ma inflessibile volontà di non obbedire agli ordini imposti con la violenza e sulla accettazione delle conseguenti sanzioni. Gli indiani delle colonie sudafricane non hanno alcuna conoscenza di questa dottrina filosofico-religiosa. Sono per lo più gente di bassa condizione sociale, incolti, ma dotati di un grande orgoglio nazionale e di un severo senso religioso. L’assommarsi delle due ingiustizie, quella relativa alla tassa e quella relativa ai matrimoni offre a Gandhi l’occasione di associare nell’azione pacifica di protesta uomini e donne.
Così Gandhi commenta quel momento iniziale della sua lotta:

“Il sacrificio delle sorelle indiane fu assolutamente disinteressato perché conoscevano appena la questione legale per cui lottavano. Molte di loro non avevano la minima idea della patria e il loro patriottismo era fatto solo di fede. Tante era illetterate e non potevano, quindi, leggere neppure i giornali. Ma avevano ugualmente compreso che un colpo fierissimo era stato inferto all’onore degli indiani e la volontaria prigionia era un grido di angoscia e di preghiera offerto dal profondo del loro cuore.”

Gandhi è assassinato con tre colpi di pistola da Nathuran Godse, un indù radicale legato al gruppo estremista Mahasabha.
È la morte che aveva detto di preferire.

“Non desidero morire di una paralisi delle mie facoltà, come un uomo sconfitto. La pallottola di un assassino potrebbe porre fine alla mia vita. L’accoglierei con gioia. Ma soprattutto vorrei morire facendo il mio dovere fino all’ultimo respiro.”

Sono le parole pronunciate da Gandhi, il 29 gennaio 1948, la sera prima della sua morte.
È strano che l’apostolo della non-violenza abbia desiderato per sé una morte violenta. Ma questo è, in un certo senso, nella fatalità delle cose.
La violenza è nella natura irrazionale dell’uomo.
La non-violenza è nella verità della sua anima, quella verità che Gandhi ha eroicamente cercato tutta la vita.
La sua lezione è, forse, troppo lontana da noi, da una società come quella occidentale estremamente tecnicizzata e razionalizzata, che a certe manifestazioni della fede guarda come a pericolose e ormai sorpassate superstizioni. Eppure è certo che laddove un uomo soffre per una affermazione della verità, là, per lo stesso motivo, un popolo intero soffre e lotta.
Seguendo un istinto di lotta più che una tattica, il popolo iraniano ha dato un esempio splendido ed esaltante di coraggio e di protesta civile. La disobbedienza nelle strade ha assunto i toni di una sommessa epopea, tanto più commovente in quanto si sapeva già destinata a subire la legge della forza della ragione di Stato. E, tuttavia, il governo ha subito uno smacco che resterà nella storia, destinato a ripetersi, forse, a non lunga scadenza.
E non importa se tutto finirà attorno al tavolo di un compromesso.
Oggi è una minoranza, domani può essere una forza.
I movimenti più incisivi e duraturi della storia hanno spesso origini silenziose e remote.
La storia è piena di esempi lasciati cadere e raccolti dalla posterità.
La Chiesa è ridiventata ecumenica e cristiana passando attraverso i roghi dei suoi eretici.
L’uomo è destinato a sopravvivere ai suoi dogmi, anche e soprattutto al dogma della violenza come necessità, della sopraffazione come necessità, dell’ordine come necessità, della coerenza ideologica come necessità.
I mostri sacri dei secoli passati sono tutti più o meno rinati sotto altre spoglie.
Per riconoscerli e combatterli, anche sotto le allettanti apparenze delle libertà che non sono tali, occorre una grande forza morale.
Non si cambia nulla avendo di vista la pura e semplice conquista di posizioni materiali.
Non di solo pane si nutrono le rivoluzioni.
La privazione dei diritti materiali e morali è stata la causa delle più grandi e risolutive ribellioni storiche. Ma la privazione è anche, in se stessa, un’arma che ciascuno deve sapersi imporre quando ha di mira uno scopo superiore.


Daniela Zini
دانیلا زینی
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categoria:poesia, iran, donna, daniela zini
domenica, 01 novembre 2009

 

هرگز بر نمی‌گردم

 



من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ ام
از خاكستر اجساد سوخته‌ی‌ كودكانم‌ برخاستم‌ و توفان‌ گشته‌ام
از جویبار خون‌ برادرانم‌ سر بلند كرده‌ ام
از توفان‌ خشم‌ ملتم‌ نیرو گرفته‌ ام
از دیوارها و دهكده‌های‌ سوخته‌ كشورم‌ نفرت‌ به‌ دشمن‌ برداشته‌ام
                      حالا دگر مرا زار و ناتوان‌ مپندارهموطن،
                      من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ام
                      راه‌ خود را یافته‌ام‌ و هرگز بر نمی‌گردم

من‌ دیگر آن‌ زنجیر ها را از پا گسسته‌ام
من‌ درهای‌ بسته‌ی‌ بی‌خبری‌ ها را گشوده‌ام
من‌ از همه‌ چوری‌ های‌ زر وداع‌ كرده‌ام

                      هموطن‌ وای‌ برادر، دیگر آن‌ نیستم‌ كه‌ بودم
                      من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ ام
                      من‌ راه‌ خود را یافته‌ ام‌ و هرگز برنمی‌گردم

با نگاه‌ تیز بینم‌ همه‌ چیز را در شب‌ سیاه‌ كشورم‌ دیده‌ام
فریاد های‌ نیمه‌ شبی‌ مادران‌ بی‌فرزند در گوشهایم‌ غوغا كرده‌ اند
من‌ كودكان‌ پا برهنه‌، آواره‌ و بی‌لانه‌ را دیده‌ام
من‌ عروسانی‌ را دیده‌ام‌ كه‌ با دستان‌ حنا بسته،
                      لباس‌ سیاه‌ بیوگی‌ بر‌ تن‌ نموده‌اند
من‌ دیوار های‌ قد كشیده‌ی‌ زندان‌ ها را دیده‌ام
                      كه‌ آزادی‌ را در شكم‌ های‌ گرسنه‌ی‌ خود بلعیده‌ اند
من‌ در میان‌ مقاومت‌ ها، دلیری‌ ها و حماسه‌ ها دوباره‌ زاده‌ شدم
من‌ در آخرین‌ نفس‌ ها در میان‌ امواج‌ خون‌ و در فتح‌ و پیروزی
                                                   سرود آزادی‌ را آموخته‌ام
حالا دیگر مرا زار و ناتوان‌ مپندار
هموطن‌ وای‌ برادر،
من‌ در كنار تو و با تو در راه‌ نجات‌ وطنم‌ همنوا و همصدا گشته‌ام
صدایم‌ با فریاد هزاران‌ زن‌ برپا گشته‌ پیوند خورده‌ است
مشتم‌ با مشت‌ هزاران‌ هموطنم‌ گره‌ خورده‌ است
من‌ در كنار تو و در راه‌ ملتم‌ قدم‌ گذاشته‌ام
تا یكجا بشكنیم‌ این همه‌ رنج‌ زندگی‌ و همه‌ بند بندگی
                        من‌ آن‌ نیستم‌ كه‌ بودم
                        هموطن‌ وای‌ برادر،
                        من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ام

 

مینا

 

 

 

 

Sono una donna che ormai si è svegliata…

Mina Keshvar Kamal, Mai tornerò indietro

 

 

 

 

All’indomani dell’attentato alle Twin Towers, viene messa in atto in Afghanistan l’operazione battezzata Enduring Freedom per punire i responsabili – in particolare Osama Bin Laden, restato introvabile da otto anni – e accelerare la caduta dei talebani, di cui l’occidente non si è affatto curato prima.

 

Per sei anni, un gruppo di terroristi religiosi che si erano dati il nome di talebani, studenti di religione, avevano oppresso la popolazione afghana au vu et au su della comunità internazionale. Quest’ultima si era emozionata e indignata più facilmente per la distruzione delle statue di Buddha che per la distruzione sistematica di migliaia di vite umane.

Il principale bersaglio dei talebani era stato la popolazione femminile.

Le donne afghane erano state imprigionate non solo in un abito, che le copriva dalla testa ai piedi, ma anche nella loro casa, quando ne avevano una. La crudeltà era stata spinta fino a obbligarle, almeno nelle città come Kabul, a dipingere le finestre delle loro case perché nessuna donna o ragazza al di sopra dei dieci anni fosse visibile all’esterno. Nessun altro Paese al mondo ha mai assegnato alla residenza la metà della popolazione a causa della femminilità, ma tutti i Paesi hanno lasciato fare i talebani con una compiacenza sconcertante.

 

I media hanno gettato, un velo sul passato glorioso e ben conosciuto dei mojahedin. Dalla partenza dei sovietici, nel 1989, i punti comuni tra loro non bastano più a far tacere le rivalità. La cupidigia e l’appetito di potere di tutti i signori della guerra li spingono a battersi incessantemente gli uni contro gli altri in alleanze rovesciate appena create. Al termine di quattro anni, nel 1992, prendono Kabul e rovesciano Najibullah; ma la guerra civile e, soprattutto, la guerra contro i civili non si ferma per questo. I soldati dell’Alleanza del nord saccheggiano le case e violentano le donne. I capi locali taglieggiano i camion ogni 50 km, i trasporti sono impossibili, la corruzione e il disordine impediscono l’applicazione della shari’a.

Alcuni tra i mojahedin, soprattutto i più giovani, che hanno preso gli ideali islamici sul serio, sono sconfortati. Partono per studiare in Pakistan. Sono gli studenti, i talebani, i figli spirituali e, talvolta, fisici dei mojahedin. Altrettanto anticomunisti come i loro padri ma più disciplinati, più seri e ancora più fondamentalisti. E in un anno, i talebani formidabilmente armati conquistano buona parte del Paese ed entrano a Kabul.

I talebani interdicono l’accesso alla scuola delle ragazze e impongono una scolarità strettamente religiosa ai ragazzi, in cui lo studio del Corano fondato sulla ripetizione a memoria delle sure sostituisce i corsi di letteratura, di storia e di scienze. Il ministro dell’istruzione al servizio del Mollah Omar dichiarava fieramente che un futuro medico non aveva che da fare un apprendistato presso un macellaio per apprendere tutto quello che gli poteva servire alla professione in materia di anatomia, ciò che riflette abbastanza bene l’approccio educativo di quel governo.

Una scolarità parallela fu organizzata nelle città, soprattutto da donne letterate,  per le ragazze sotto forma di corsi clandestini tenuti all’interno di appartamenti, vi era sempre un lavoro di cucito a portata di mano, nel caso di un’irruzione da parte di un miliziano del ministero della promozione della virtù e della repressione del vizio. L’organizzazione femminile afghana RAWA (Revolution Association of the Women of Afghanistan) (1), la sola a denunciare dall’inizio gli abusi degli integralisti, estese questo tipo di scolarità ai villaggi. È così che un buon numero di donne ebbero accesso all’alfabetizzazione.

Quando i mojahedin battono in ritirata nel 1996, lasciano 50.000 morti soltanto a Kabul e la città in rovina. Quello che sei anni di guerra anti-sovietica non erano riusciti a fare, quattro anni di guerra tra fazioni lo hanno compiuto.

 

Per mesi dopo l’11 settembre 2001, le immagini dell’Afghanistan inondarono, tutte le sere, i nostri schermi televisivi. Il mondo scopriva allora le vite distrutte delle donne sotto il regime fondamentalista talebano, che controllava il 90% del Paese, compresa la capitale, dal 1996.

Non era, tuttavia, che un altro capitolo in un conflitto che durava da quasi trenta anni, del quale le donne sono state le principali vittime. Questo conflitto, che perdura, ha precipitato il Paese nella miseria: morti a milioni, mine disperse ai quattro lati del territorio, la maggioranza delle infrastrutture distrutte.

Il 29 gennaio 2002, nel suo discorso sull’Unione George W. Bush aveva dichiarato:


“La bandiera americana svetta di nuovo sulla nostra ambasciata a Kabul… Oggi, le donne sono libere.”

 

Era il terzo cambiamento di obiettivo dall’inizio della guerra.

I giornali pubblicarono le foto dei sorrisi delle donne – no, mi correggo, del sorriso di una donna – e la guerra trovò la sua quarta ragione: la liberazione delle donne.

Dire che la guerra fosse vantaggiosa alle donne afghane, era decidere che fosse preferibile per loro morire sotto le bombe, morire di fame, morire di freddo, piuttosto che vivere sotto i talebani.

Mi chiedo come è possibile pretendere di andare a liberare la gente bombardandola?

Si può giustificare una guerra dicendo di andare a liberare le donne dimenticando che sono sotto le bombe?

Quando si tratta dei diritti delle donne, vale a dire dei diritti umani, la questione che si pone a proposito di una guerra è sempre, infine, la stessa: quali sono i mali peggiori della guerra per una popolazione?

In quale momento la guerra diviene preferibile?

Il modo con cui è stato trattato in occidente l’alibi della liberazione delle donne afghane è un’illustrazione del fatto che le vite occidentali valgono di più, infinitamente di più, delle altre e del fatto che l’occidente, non contento di aver messo un prezzo molto basso sulle altre vite, stimi di avere il diritto di disporne a suo piacimento.

È Simone de Beauvoir che utilizza il termine di alibi per descrivere in che cosa consista il recupero della lotta delle donne da parte del sistema politico, che non si adopera che al minimo per poter utilizzare la causa delle donne e avere un alibi da fornire quando lo si interroga su questo punto.

 

Il gioco che svolsero i talebani fece, forse, parte di uno scenario messo a punto per creare una diversione. I talebani sapevano che la loro sorte era intimamente legata a quella di Bin laden, al quale erano debitori. Dopo che il Pakistan li aveva aiutati a insediarsi al potere, nel 1996, avevano resistito agli attacchi delle forze di opposizione grazie all’esercito di Bin Laden. Il regime talebano pretese, dapprima, che avrebbe potuto liberare Bin Laden solo a condizione che fossero fornite delle prove sulla sua colpevolezza, rifiutando, in anticipo, ogni prova contraria alla legge islamica. O per meglio dire, che non avrebbe riconosciuto alcuna prova come valida. Poi, negò che il capo terrorista avesse potuto realizzare una simile operazione, sostenendo che la sua condizione di ospite gli impediva di metterlo nelle mani di stranieri. Occorreva guadagnare tempo perché Bin Laden e i suoi alleati, dovunque fossero nel mondo, potessero nascondersi in un luogo sicuro e, forse, preparare una replica. Il capo terrorista aveva, forse, scelto di rifugiarsi in un Paese dove aveva numerosi simpatizzanti capaci di proteggerlo e di fargli varcare, se la cosa fosse divenuta necessaria, altre frontiere amiche.

Questo Paese avrebbe potuto essere un vicino dell’Afghanistan, il cui governo ignorava la presenza di Bin Laden, un Paese che non avrebbe corso il rischio di essere attaccato dagli Stati Uniti in quanto loro alleato circostanziale?

Gli Stati Uniti hanno potuto veramente credere che Bin Laden, che aveva avuto tre settimane per mettersi al riparo, sarebbe restato sul posto ad attenderli?

Come potevano pensare di arrestare Bin Laden e il suo gruppo lanciando bombe e missili, senza scendere a terra?

Volevano limitare il numero delle vittime nel loro campo, d’accordo, ma non hanno avuto alcuna esitazione a fare vittime tra una popolazione innocente e affamata, che viveva in una miseria estrema da più di venti anni.

Nella nostra epoca di guerra tecnologica, le guerre fanno infinitamente più vittime civili di vittime militari.

Mi chiedo è morale?

 

Nella sua conferenza dell’11 ottobre 2001, il presidente Bush aveva fatto una nuova apertura ai talebani:

 

“Consegnateci Bin Laden e i suoi alleati e noi cesseremo di bombardare l’Afghanistan.”

 

Il suo obiettivo non era, dunque, di mettere fine al regime dei talebani?

Saddam Hussein era stato considerato il diavolo in persona durante la Guerra del Golfo.

In questa, il diavolo era Bin Laden.

E con il diavolo non si patteggia in alcun modo.

L’amministrazione americana aveva accusato certi media, che si mostravano critici, di essere dei cattivi patrioti. Il primo emendamento della costituzione americana, che garantisce la libertà di espressione a tutti e a tutte, non pesa molto quando si vuole guadagnare la guerra dell’opinione pubblica, al posto della guerra contro il terrorismo.

L’operazione violava tutti i diritti internazionali: non era stata approvata dal Consiglio di Sicurezza. Soltanto, dopo l’invasione e il rovesciamento del governo, Washington ottenne l’autorizzazione dell’ONU per il nuovo governo che aveva insediato e per la NATO a continuare il suo intervento (2).

 

 

 

 

 

 

 

 

Note:

 

(1) RAWA (Associazione Rivoluzionaria di Donne Afghane) è stata fondata a Kabul, nel 1977, da Mina Keshvar Kamal (27 febbraio 1956 4 febbraio 1987), assassinata a Quetta, in Pakistan, da agenti del KHAD (Khadamat-e Ettela'at-e Doulati), il braccio afghano del KGB, in connivenza con i fondamentalisti di Golbodin Hekmatyar, il 4 febbraio 1987.

(2) La missione in Afghanistan è iniziata il 7 ottobre 2001, ma solo, il 20 dicembre 2001, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’approvazione della Risoluzione n. 1386, autorizza il dispiegamento nella città di Kabul e nelle aree limitrofe di una Forza multinazionale denominata International Security Assistance Force (ISAF), con il compito di assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane a mantenere un ambiente sicuro, nel quadro degli Accordi di Bonn del 5 dicembre 2001.

 

 

 

 

Daniela Zini
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categoria:afghanistan, femminismo, islam, donna, daniela zini
lunedì, 05 ottobre 2009

 

80 anni fa nasceva Martin Luther King

(1929-1968)

 

 

 

AI SANS PAPIERS DI TUTTO IL MONDO, ESSERI UMANI SENZA IDENTITA'- QUINDI SENZA DIRITTI - CORPI SENZA OMBRA PER GLI STATI E LE LORO VANTATE ED ESPORTATE "DEMOCRAZIE

 

 

 

 

“I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”.”

“Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali.”.”

Martin Luther King

 

  

Il 20 settembre 1958, nel pomeriggio, un uomo di media statura – un nero – sta autografando copie del suo primo libro, Stride Toward Freedom, in una libreria della 125ma Strada West, la grande strada di Harlem, quando una donna nera gli si avvicina e gli chiede:

 

“È lei il dr. King?”

 

L’uomo solleva lo sguardo dal libro, uno sguardo dolce e vuoto insieme e assente con la testa. In quel preciso istante la donna gli conficca nel petto un tagliacarte affilatissimo. La lama raggiunge l’aorta del dr. King. Ma l’uomo non si muove, non cade, non emette un gemito. Solo qualche perla di sudore freddo appare sulla sua fronte. Viene trasportato fuori della libreria su una sedia e su quella sedia è fatto salire sull’ambulanza. I medici diranno, poi, che il dr. King si era salvato vita, facendo appello al suo freddo coraggio. Se avesse fatto anche un impercettibile movimento, un colpo di tosse, la lama avrebbe reciso l’aorta.

Il reverendo Martin Luther King jr. entra nella storia contemporanea attraverso questo episodio di sangue. 

La donna, Izola Ware Curry, era una nera, una domestica di quarantadue anni, che, poi, venne rinchiusa in manicomio. Il Dr. King la perdonò, ma tutti gli altri la giudicarono pazza. E, tuttavia, alla domanda:

 

“Perché volevi ucciderlo?”,

 

lei rispose sempre con molta lucidità:

 

“Volevo ucciderlo perché il reverendo King è un pericolo per la razza nera.”

 

“In che senso è un pericolo?”,

 

le chiesero.

 

“Il Signore vuole che la razza nera sia sottoposta al bianco, che ne è superiore, e non sporchi la sua mente con ribellioni politiche. Il dr. King è un pericolo per la razza nera perché non predica l’obbedienza, ma la rivolta contro il bianco. È dannato e condannato. È per queste ragioni che ho voluto che morisse.”

 

Anche molti bianchi, specie nel Deep South, la pensavano come la donna nera di Harlem. Il Governatore della Georgia, lo Stato nel quale King era nato, nel 1929, dichiarò, nel 1961:

 

“Il reverendo King è un uomo pericoloso, da sorvegliare a vista.”

 

J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI,  lo definì “il più noto bugiardo d’America” e l’ex-presidente Truman un “piantagrane”.

Il dr. King era, infatti, un “piantagrane”: voleva l’integrazione, vale a dire la fine della miseria e dell’umiliazione del ghetto, predicando pace, giustizia e non-violenza. La violenza scoppiava sempre da qualche altra parte, in qualche altro quartiere, non nella black belt del sud, e, quando, alcune fucilate “bianche” furono sparate in un quartiere nero di Albany (Georgia), nel 1962, e qualche nero disse che erano state sparate al dr. King, questi dal pulpito di una chiesa replicò:

 

“Qualche pallottola potrà anche crocefiggermi e io morire. Ma voglio ripetere che, se anche dovessi morire in battaglia, voglio che si dica: “ È morto per fare libera la sua gente.”.”

 

Martin Luther King era votato alla morte e ne era cosciente. Conosceva bene il sud e conosceva anche l’uomo bianco del sud. Ma ripeteva unione, non separazione.

 

“Noi abbiamo bisogno del bianco perché ci liberi dai nostri complessi di inferiorità e il bianco ha bisogno del nero perché si liberi dai suoi complessi di colpa.”

 

Iniziando la sua crociata di liberazione dal pulpito della sua chiesa a Montgomery (Alabama), nel 1955, Martin Luther King jr. sapeva a cosa sarebbe andato incontro: la violenza, che è l’altra faccia del sud. In quasi tutto il sud – in quegli Stati, dove spesso i diritti dell’uomo venivano dimenticati, dove spesso qualcuno moriva per la furia popolare – bastava un niente, a volte, perché l’aria si riempisse di spari. E, dal 1955 in poi, quel niente essenziale si chiamò integrazione.

King ebbe il Premio Nobel per la pace, nel 1964, a trentacinque anni.

Era un uomo di media statura, dai lineamenti rudi e marcati, da lottatore. Ma la dolcezza dei suoi occhi e la delicatezza delle sue mani ne fecero un uomo pensoso, ispirato. Non predicò mai contro i bianchi e questo, da una parte, gli alienò molti seguaci e, dall’altra, diede vita a nuovi capi, quali Stokely Carmichael e H. Rap Brown, sostenitori del Black Power e dell’azione a suono di mitraglia, incendi, devastazioni e odio e, poi, odio e, poi, odio, contro la razza bianca americana.

King predicava una nuova coscienza, quella dell’eguaglianza, quella che ha nome GIUSTIZIA.

Quando era studente all’Università di Boston, dove si laureò in teologia sistematica, Martin Luther King jr. prese a interessarsi ai principi di disobbedienza civile, esposti sia da Henry David Thoreau (1817-1862) sia da Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948). Più tardi, quando, nel sud, iniziarono i moti studenteschi di boicottaggio contro la segregazione negli autobus, nei ristoranti e nelle scuole, King precisò le sue idee sulla disobbedienza civile e diede vita alla sua filosofia che predicava la resistenza passiva e la non-violenza. Per King resistenza passiva significava predisposizione alla sofferenza e al sacrificio.

 

“È un qualcosa come andare in galera o anche morire. Ma se così è, allora bisognerà riempire le galere di tutta la gente del sud. È qualcosa come morire, morire fisicamente. Ma se la morte è il prezzo che l’uomo deve pagare per liberare i suoi figli e i suoi confratelli bianchi da una permanente morte spirituale, allora niente potrebbe essere più redentrice di questa.”        

 

Durante la campagna presidenziale del 1960, i seguaci di King che instaurarono in tutta l’America i Sit-ins, inscenarono una dimostrazione pacifica ad Atlanta. King venne arrestato con il pretesto che guidava senza possedere la patente dello Stato della Georgia. John Fitzgerald Kennedy telefonò, in segno di solidarietà, a Coretta King e, in seguito, si disse che Kennedy fosse divenuto presidente degli Stati Uniti soprattutto per i voti dei neri: voti che arrivarono opportuni, dopo quella telefonata.

Per King quell’arresto era ingiusto perché la legge era ingiusta.

 

“Io obbedisco alla legge quando è giusta, quando è in linea con la legge morale dell’universo. Ma quando la coscienza ci dice che una legge è ingiusta, allora l’uomo giusto non ha alternative e deve scientemente disobbedire a quella legge.”

 

La punizione che ne segue, accettata con animo nobile, viene a significare nobilitazione della legge stessa.

A questo proposito King osservò che Socrate, i primi cristiani, gli abolizionisti del sud e tutti coloro che si opposero a Hitler praticarono la disobbedienza civile.

Niente è stato più decisivo per la causa nera – e, di riflesso, per una maggiore comprensione delle radici del razzismo bianco americano – come la predicazione e la morte di Martin Luther King jr. Non si cancellerà mai dalla coscienza americana il giorno della sua tragica morte, né mai si cancelleranno i giorni dei funerali di Atlanta, che ricordavano i giorni tragici di un’altra morte, quella di John Fitzgerald Kennedy. Chi gli sparò, il 4 aprile 1968, a Memphis, da una casa di mattoni rossi di fronte al balcone del suo albergo, fu descritto dai testimoni come un bianco, in abito nero, alto un metro e settanta, tra i ventisei e i trentadue anni di età. L’arma: un fucile Remington 30-06, con mirino a telescopio. Jesse Jackson, suo collaboratore, che era in strada, nell’attesa che King, in piedi sul balcone, scendesse per andare a cena, riferì:

 

“Gli avevo appena presentato un cantante di Chicago, Benjamin Branch, che doveva cantare alla messa di inaugurazione alla marcia del prossimo giovedì sera. E il dr. King disse a Branch: “Si ricordi di cantare Precious Lord per me. E lo canti molto dolcemente…”. Quindi guardò su, davanti a sé e si girò per rientrare nella stanza. Sono sicuro che stava guardando direttamente al di là della strada – da quella parte da cui è arrivata la pallottola…”

 

Aveva, forse, visto il suo assassino?

Alla stessa maniera aveva guardato diritto in volto la donna che gli aveva chiesto, in quel 20 settembre 1958:

 

“È lei il dr. King?” 

 

Martin Luther King era un ribelle. Era un missionario e un profeta. Un predicatore, uno che era stato arrestato, incarcerato, picchiato, lapidato e, anche, accoltellato. Ed era, anche, uno che sapeva che, un giorno, sarebbe stato ucciso. Il giorno prima del suo assassinio, rivolgendosi a una folla di duemila sostenitori, aveva chiamato la sua marcia verso i diritti civili “marcia verso la terra promessa”. Circolavano voci insistenti che la sua vita fosse in pericolo, come non mai.

 

“Non so ciò che accadrà. Abbiamo giorni difficili davanti a noi. Ma a me non importa più ormai. Io sono salito in cima alla montagna, pertanto, non importa più ormai. Io voglio solo fare il volere di Dio. Lui mi ha consentito di salire in cima alla montagna. E di là ho guardato e ho visto la terra promessa. è possibile che là non vi arriverò con voi, ma voglio che sappiate stasera che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. è per questo che sono felice stasera. Io non ho paura di nessun uomo. I miei occhi hanno visto la Gloria dell’arrivo del Signore.”

 

 

Io ho un sogno

Martin Luther King

Discorso pronunciato sui gradini del Lincoln Memorial a Washington il 28 agosto 1963

 

Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.

Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell'emancipazione. Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia. Il proclama giunse come un'aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.

Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi. Sono passati cento anni, e la vita dei neri è ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione. Sono passati cento anni, e i neri vivono in un'isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale. Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.

Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa. In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità. Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.

Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l'America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro dovere, l'America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che è tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”. Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento. Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti. E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l'assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.

Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all'America l'infuocata urgenza dell'oggi. Quest'ora non è fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo. Adesso è il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia. Adesso è il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale. Adesso è il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità. Adesso è il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.

Se la nazione non cogliesse l'urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste. L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell'uguaglianza. Il 1963 non è una fine, è un principio. Se la nazione tornerà all'ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un pò e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.

In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti. Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s'incontra con la forza dell'anima.

Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi è impregnata l'intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino è legato al nostro. Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra. Non possiamo camminare da soli. E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti. Non possiamo voltarci indietro.

C’è chi domanda ai seguaci dei diritti civili:

“Quando sarete soddisfatti?”

Non potremo mai  essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca. Non potremo mai  essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio. Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell'identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.

Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni. Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca. Siete i reduci della sofferenza creativa. Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.

Tornate nel Mississippi, tornate nell'Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.

Non indugiamo nella valle della disperazione. Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.

Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.

Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell'ingiustizia, il caldo afoso dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e di giustizia.

Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l'essenza della loro personalità. Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell'Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d'altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio là nell'Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede che porterò con me tornando nel Sud. Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.

Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.

Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.

Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo:

“Patria mia, è di te, dolce terra di libertà, è di te che io canto. Terra dove sono morti i miei padri, terra dell'orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà.”

E se l'America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.

E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.

Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.

Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.

Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.

Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.

Ma non soltanto.

Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.

Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.

E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell'antico inno:

“Liberi finalmente, liberi finalmente.

Grazie a Dio onnipotente, siamo liberi finalmente.”

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 05, 2009 16:04 | Permalink | commenti
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venerdì, 02 ottobre 2009

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 sabato 3 ottobre…

 

 

“Freedom of the press in Britain means freedom to print such of the proprietor's prejudices as the advertisers don't object to.”

Hannen Swaffer (1879-1962)

 

 

“Dio soffre perché una grande massa non può essere raggiunta dalla parola sacra; la verità è prigioniera in un piccolo numero di manoscritti, che racchiudono un tesoro.  Spezziamo il sigillo che la lega, diamo ali alla verità. Che non  siano più manoscritti con grande spesa, da mani che si affaticano, ma volino, moltiplicati da una macchina infaticabile e raggiungano tutti gli uomini.”

Johann Gutenberg

 

Con queste parole entusiastiche, Johann Gutenberg, che dovrà lottare contro la diffidenza dei contemporanei e l’avidità dei soci, apre la strada alla diffusione della cultura moderna e si proclama il profeta di un mondo nuovo: un mondo in cui il sapere sarà liberamente diffuso a tutti.

Spiega, infatti, Martin Lutero, nei suoi Discorsi a tavola, che il libro sacro, all’inizio del XVI secolo, era, effettivamente, ancora sconosciuto alla maggioranza dei cristiani:

 

“Trenta anni fa, nessuno leggeva la Bibbia, che era sconosciuta a tutti. Io stesso non  ho mai visto una Bibbia fino a venti anni.”

 

La stampa si diffonde, in tal modo, a partire dalla seconda metà del XV secolo, in quasi tutto il mondo conosciuto e manifesta una forza “democratizzante” senza la quale difficilmente la Riforma sarebbe stata possibile. L’invenzione della stampa con lettere mobili cambia l’aspetto del libro, ne cambia la percezione e l’importanza e apre nuove possibilità di comunicazione.

La stampa rivoluziona la cultura di allora come il computer la cultura di oggi.

L’introduzione della stampa ha due conseguenze diverse:

-         sovvertire il sistema sociale mediante l’accesso a basso costo di informazioni e ampliare, quindi, il potenziale dei lettori (e ciò ha una valenza politica);

-         moltiplicare gli originali, rendere, in altri termini, molteplice ciò che prima era unico (e con ciò si definiscono le premesse per il mercato delle idee). 

La storia della stampa inizia con l’invenzione della stampa.

E, con l’arrivo della stampa, le autorità civili e religiose sentono l’urgenza di legiferare sulla censura (2).

Come ci ricorda la definizione della Grande Encyclopédie:

 

“La censure est l’examen qu’un Gouvernement fait faire des livres, journaux, dessins, pièces de théâtre avant d’en autoriser l’apparition.”

 

Quello di Socrate, condannato a bere la cicuta, in un limpido mattino di febbraio del 399 a. C., per aver “istigato i giovani alla depravazione” è il più celebre caso di censura dell’Antichità. Il suo processo riflette la storia stessa di Atene negli ultimi trenta anni. L’interminabile guerra contro Sparta e il disgregarsi progressivo della potenza marittima e del dominio dell’Ellade, le terribili pestilenze del 430 e del 426 a. C. e i convulsi moti politici e sociali che accompagnano le fasi più critiche della guerra, poi, la sconfitta definitiva e l’occupazione militare di Atene per opera degli spartani, la breve ma crudelissima rivoluzione oligarchica dei Trenta Tiranni (404 a. C. ) e la faticosa restaurazione della democrazia. Nel corso di quegli anni la vita in città diviene più dura e più aspra per tutti. Le difficoltà economiche e i pericoli legati alla guerra, le pestilenze e le razzie dei nemici hanno profondamente scosso la popolazione.

Come avere fede negli dei protettori della città, quando la città è assediata e umiliata?

In quale considerazione si possono tenere quei filosofi che deridono le antiche virtù, con il loro seguito di discepoli, tutti di ottima famiglia, cui insegnano il disprezzo per le istituzioni democratiche e insieme la liceità di tutti i possibili mezzi per arrivare al potere, dalla corruzione alla falsa propaganda, dalla provocazione all’assassinio terroristico?

Con le tasche sempre piene di soldi e i capelli lunghi, spesso ubriachi di vino, di canzoni e di donne, non sono stati, forse, questi «giovani d’oro» a profanare le sacre Erme, nel 415 a. C., mutilandole tutte?

Meglio, dunque, farli stare zitti questi intellettuali, cacciarli dalla città, come Anassagora e, poi, Protagora e tanti altri ancora. Meglio affidarsi agli indovini, agli spacciatori di oroscopi, ai maghi, che sono in comunione diretta con le forze occulte dell’oltretomba.

Era necessario che Socrate cessasse di «ficcare il naso» nelle più delicate faccende di Atene.

Anito, nella sua arringa, lo fa intendere chiaramente:

 

“Mi conoscete da molto tempo, cittadini, e sapete quanto amore io nutra per la nostra città: per colpa di Socrate abbiamo già sopportato diverse sciagure : ora dobbiamo assolutamente evitare che la sua azione ci faccia subire ancora la punizione degli dei. Socrate avrebbe potuto sottrarsi al vostro giudizio andandosene volontariamente in esilio. Ma, poiché si è presentato in tribunale, non è possibile fare a meno di condannarlo a morte. Se, infatti, riuscirà a sfuggire alla condanna, i nostri figli subiranno la sua nefanda influenza, con gli effetti che anche troppo bene abbiamo sperimentato…”

 

Il vecchio e saggio vagabondo è condannato a morte, quella che è stata la coscienza fastidiosa di Atene viene soffocata e spenta.

 

“Ma ora che sono così vicino alla morte, voglio farvi una predizione…

Oggi voi mi uccidete sperando così di liberarvi dall’obbligo di rendere conto della vostra vita: invece accadrà il contrario, io ve lo predico. Al mio posto verranno, infatti, i giovani, di tutte le epoche, a chiedere il rendiconto delle vostre azioni, tanto più ostinati quanto più giovani. E voi continuerete a scandalizzarvi, senza capire che non è uccidendo le persone che si può impedire loro di contestare il vostro modo di vita. Con questo vaticinio ho chiuso definitivamente il discorso con coloro che mi hanno condannato…

È proprio l’ora di andare.

Io a morire, e voi a vivere: chi di noi vada verso il destino migliore è oscuro a tutti, fuorché al dio.”

 

Regolarmente proclamate dappertutto nel mondo, la libertà di espressione e il pluralismo della stampa sono considerati strumenti di misura democratica.

Nel suo opuscolo Risposta alla domanda: che cos'è l’Illuminismo? Kant afferma che non vi è criterio più sicuro del pluralismo della stampa per valutare il vigore di una democrazia. Questa idea permeerà le nazioni moderne, in particolare gli Stati Uniti: l’informazione è un messaggio di interesse generale e la stampa si arroga un diritto di sguardo critico sul funzionamento delle istituzioni.

L’homo publicus si confonde con l’homo democraticus.

Un passaggio de Il Matrimonio di Figaro di Beaumarchais, scritto più di due secoli fa, ci dà un’idea, in chiave umoristica, della realtà di una nuova censura che si presenta sotto le spoglie della libertà:

 

“On me dit que, pendant ma retraite économique, il s'est établi dans Madrid un système de Liberté sur la vente des productions, qui s'étend même à celles de la Presse; et que, pourvu que je ne parle en mes écrits ni de l'autorité, ni du culte, ni de la politique, ni de la morale, ni des gens en place, ni des corps en crédit, ni de l'opéra, ni des autres spectacles, ni de personne qui tienne à quelque chose, je puis tout imprimer librement, sous l'inspection de deux ou trois censeurs.”

 

È un’illusione credere che la libertà di espressione non sia più minacciata e la vigilanza non sia necessaria là dove sembra superflua.

Dobbiamo avere sempre presenti le parole di Clemenceau (1841-1929):

 

“La libertà di stampa, non è la libertà di scrivere, è la libertà di leggere. 

 

Uno stato potrebbe proclamare i diritti e i doveri del lettore, quello stesso al quale la stampa è destinata e che la fa vivere?

In altri termini, il pluralismo della stampa è sinonimo di diversità di opinioni?

Dalla Seconda Guerra Mondiale, non si è cessato di stabilire regole dell’informazione, di raccomandare la lealtà, di proscrivere la calunnia.

Sull’unità della verità, in Vérité et mensonge (1994), Daniel Cornu scrive:

 

“La ricerca della verità nell’informazione giornalistica… si illude se non prende atto della complessità degli ordini di verità che è chiamata a praticare: verità dei fatti (in uno spirito prossimo allo scientifico), verità delle opinioni e dei giudizi (fondata sull’ermeneutica critica), verità delle forme di espressione giornalistica (per analogia alla problematica della verità nell’arte e nella letteratura).”

 

In vena di autocritica, lo stesso giornalista svizzero ritorna, venticinque anni dopo, su un reportage che effettuò a Neauphle-le-Château, luogo di esilio dell’ayatollah Khomeini, nel momento in cui questi si apprestava a raggiungere il suo paese dopo la fuga dello shah. Tutta la stampa era presente, quel freddo 29 gennaio 1979, per incontrare quello che appariva il nuovo leader dell’Iran dopo il rovesciamento di Bakhtiar. Ciascuno, ricorda, trovò materia per un reportage di carattere “esotico” ma “muto sull’essenziale. E per il suo silenzio, ingannatore sul senso dell’osservazione”.

Come spiegare questa cecità?

Non solo, come afferma lo stesso Daniel Cornu – ed è già molto – per ignoranza dell’Islam sciita e della società iraniana dell’epoca. Bisogna tenere presente il contesto degli anni 1970, prevalentemente ostile allo shah in Europa occidentale. I media europei erano persuasi che il regime Pahlavi fosse antidemocratico (ciò che era incontestabile) e che Khomeini avrebbe ristabilito la democrazia (ciò che era dubbio) e adottarono, forse, inconsciamente, il pregiudizio nomologico di una rivoluzione affermata nella sua opposizione agli Stati Uniti, pronti a virare qualora le cose si fossero guastate.     

Così si è manifestato il fattore ideologico preso a prestito dalla filosofia europea dell’Illuminismo, tentata dal cambiamento e l’innovazione. Il processo rivoluzionario ha strutturato una razionalità assiologica contro un approccio cognitivo, che supponeva di mettere in gioco una capacità riflessiva, fondamento della libertà di pensiero e prova dell’indipendenza del giudizio. Cadendo nel relativismo, secondo cui certi regimi politici, nel caso in specie una teocrazia, possono essere legittimati da una cultura, una tradizione, una civiltà, la stampa ha derogato, in nome di un presupposto – un movimento di liberazione contro l’oppressione del sistema occidentale rappresentato dallo shah – ai valori cui si richiama: democrazia, laicità, diritti dell’uomo, libertà di espressione, condizione della donna.

 

 

 

 

Daniela Zini
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venerdì, 02 ottobre 2009

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 sabato 3 ottobre…

 

  

“Se voi avete la forza, a noi resta il diritto.”

Victor Hugo

 

 

 “Il giornale, invece di essere una missione, è diventato un mezzo per i partiti. Da mezzo si è mutato in commercio e come tutti i commerci non ha né fede né legge. Il giornale non è che un negozio dove si vendono al pubblico parole capaci di sostenere le tesi e le opinioni di chiunque. Se esistesse un giornale dei gobbi, questo foglio dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la necessità, la bontà dei gobbi...”

 

Chi scrive così è Honoré de Balzac in Illusions Perdues.

Mi sembra interessante riportare qualche altro brano del libro pubblicato proprio negli anni in cui nel mondo della carta stampata stava per scoppiare una rivoluzione destinata ad avere un peso decisivo nel giornalismo di quegli anni e di quelli futuri.

Scrive ancora Balzac:

 

“Il giornale non è fatto per illuminare le opinioni, ma per lusingarle. Può accadere, in un dato momento, che tutti i giornali diventino vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini. Uccideranno idee, sistemi, uomini e, proprio per questo, fioriranno e godranno il favore di ogni benpensante. Il male sarà fatto senza che nessuno ne sia l’autore… Noi giornalisti saremo tutti innocenti, potremo lavarci le mani da qualsiasi infamia. Napoleone ha giustificato questo fenomeno, morale o immorale, come volete, con una frase crudele e cinica: – I delitti collettivi non impegnano nessuno. –”

 

“Il giornale può permettersi la più atroce condotta, nessun redattore se ne crede personalmente insudiciato. Si servirà della religione contro la religione, schernirà la magistratura quando la magistratura lo offenderà, la loderà quando avrà servito le passioni popolari. Per conquistare qualche abbonato in più, inventerà le favole più commuoventi, il giornale servirebbe il proprio padre crudo in pinzimonio piuttosto che non interessare o divertire il suo pubblico…”

 

“Da principio vedremo i giornali diretti da uomini onorati, poi cadranno in potere dei più indegni, i quali hanno la coscienza e la colonna vertebrale di gomma. Oppure cadranno nelle mani degli imprenditori che hanno i quattrini per comperare le penne “migliori”…”

 

“Maggiori concessioni si faranno ai giornalisti, più esigenti diverranno. I giornalisti arricchiti saranno sostituiti da altri affamati e poveri. La piaga è incurabile, diverrà sempre più maligna, sempre più purulenta. E più grande sarà il male, più sarà tollerato, fino al giorno in cui, per la grande abbondanza, la confusione nascerà tra i giornali, come a Babilonia…”

 

“Noi giornalisti sappiamo che i fogli su cui scriviamo si dimostreranno più ingrati ancora dei re, più spregiudicati nella speculazione e nel calcolo dei più disonoranti commerci, siamo tutti consapevoli che i giornali divoreranno le nostre coscienze, le nostre intelligenze per vendere ogni mattina la loro acquavite cerebrale…”

 

Questo è l’aspro e profetico giudizio che il genio di Balzac dava sui giornali e sui giornalisti negli anni in cui vedeva la luce uno dei più interessanti fenomeni della stampa quotidiana, il romanzo d’appendice, il famoso Feuilleton, che avrebbe dato incremento straordinario alle vendite dei giornali. Anche allora, come ora, si parlava di crisi della stampa quotidiana. I direttori e gli editori si spremevano le meningi per cercare di aumentare le tirature dei loro fogli. Non a caso Balzac scriveva che il giornale, per conquistare un abbonato, era costretto a inventare storie lacrimose, sensazionali e sarebbe stato disposto anche a… uccidere il proprio padre pur di interessare, divertire, avvinghiare quell’inafferrabile, difficile volubile personaggio che è il lettore di un quotidiano.

 

 

Il 1941 segna il debutto hollywoodiano, a soli ventisei anni, di uno dei padri della cinematografia moderna, con una pellicola di inestimabile valore: Citizen Kane (Quarto Potere), il cui merito è di aver denunciato l’esistenza di un Quarto Potere (1), in grado di influenzare l’opinione pubblica e di agire nei confronti della società come un moderno tiranno.

 

“L'altra settimana, come per tutti gli uomini, la morte è sopraggiunta anche per Charles Foster Kane.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

 “Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente. Vi sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Ho avuto colloqui con tutti i capi delle grandi potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia; sono troppo intelligenti per imbarcarsi in un'avventura (la seconda guerra mondiale) che segnerebbe la fine della nostra civiltà.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io.”

 Citizen Cane (Quarto Potere)

 

“Sì, esatto, ho perso un milione di dollari lo scorso anno, perderò un milione di dollari questo anno e conto di perdere un altro milione l'anno prossimo, di questo passo sarò costretto a chiudere il giornale… tra sessanta anni.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“L’impressione prodotta fu di sorpresa e di sbalordimento. Non vi erano esempi di registi che, agli inizi della carriera, avessero dato simili prove di un genio impetuoso e singolare…

Welles ha la violenza irresistibile di una forza naturale, una forza della natura dominata dall’intelligenza…”

 

Con queste parole, nella sua Storia del Cinema, Carl Vincent sottolinea l’importanza del capolavoro di Orson Welles.

Per Francois Truffaut:

 

“Il film dei film.”

 

La sceneggiatura si ispira alla vita del magnate americano William Randolph Hearst, che fu veramente in grado, in alcuni momenti della propria esistenza, di determinare il corso delle vicende politiche del suo paese. Una delle più sinistre, che si inquadra in una lunga tradizione di “Menzogne di Stato”, è quella della corazzata americana Maine, il cui affondamento avvenuto nella Baia dell’Avana, il 15 febbraio 1898, serve da pretesto all’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Spagna e all'annessione di Cuba, di Porto Rico, delle Filippine e dell'Isola di Guam. Capostipite di quel tipo di informazione che passerà alla storia con il nome di yellow journalism, un giornalismo di carattere sensazionalistico, Hearst monta una violenta campagna, sostenuta da uomini di affari americani, che hanno grossi investimenti a Cuba e pensano di espellerne la Spagna. Per settimane, giorno dopo giorno, dedica a questo episodio pagine e pagine del suo quotidiano, reclamando vendetta e ripetendo instancabilmente:

 

“Ricordatevi della Maine! All'inferno la Spagna!”

 

Tutte le altre testate giornalistiche lo seguono a ruota. La tiratura del New York Journal passa, di colpo, da 30.000 a 400.000 copie, per poi superarne regolarmente il milione. È il trampolino di lancio di una formidabile attività editoriale, che, agli inizi del 1900, comprende una dozzina di giornali quotidiani, almeno venticinque riviste e una radio. Il 25 aprile 1898, il Presidente William McKinley, incalzato da ogni parte, dichiara guerra alla Spagna. Tredici anni dopo, nel 1911, una commissione d'inchiesta concluderà che si era trattato di un'esplosione accidentale nella sala macchine.

 

 

Paragonato a quello dei grandi gruppi mondiali di oggi, il potere di Citizen Kane è insignificante. Proprietario di alcuni giornali venduti in un solo paese, Kane dispone di un potere nano se paragonato agli arcipoteri dei megagruppi mediatici dei nostri tempi.

La globalizzazione è, anche, globalizzazione dei mass-media, della comunicazione e dell’informazione. Preoccupati soprattutto nel perseguimento del proprio gigantismo, che li costringe a corteggiare gli altri poteri, questi grandi gruppi non si propongono più, come obiettivo civico, di essere un Quarto Potere, né di denunciare gli abusi o di correggere le disfunzioni della democrazia per migliorare e perfezionare il sistema politico. Non puntano più a ergersi a Quarto Potere e, tanto meno, ad agire come un Contro-Potere.

Questo Quarto Potere è stato, grazie al senso civico dei media e al coraggio di giornalisti audaci, quello di cui disponevano i cittadini per criticare, respingere, contrastare, democraticamente,  decisioni illegali che potevano essere inique, ingiuste e, perfino, criminali nei confronti di persone innocenti. Ha, talvolta, pagato anche a caro prezzo: attentati, sparizioni, assassini, come si verifica ancora in molti paesi.

È stato, si è spesso detto, la Voce dei Senza-Voce.

Da una quindicina di anni, via via che si è accelerata la globalizzazione liberista, questo Quarto Potere si è, tuttavia, svuotato del suo significato, ha perduto, a poco a poco, la sua funzione essenziale di Contro-Potere. Questa inquietante realtà si impone, studiando da presso il funzionamento della globalizzazione, osservando come un nuovo tipo di capitalismo si sia sviluppato, non più semplicemente industriale, ma soprattutto economico, in breve un capitalismo speculativo. In questa fase della globalizzazione, assistiamo a un brutale confronto tra Mercato e Stato, tra Settore Privato e Servizi Pubblici, tra Individuo e Società, tra Personale e Collettivo, tra Egoismo e Solidarietà.

Il vero potere è ormai detenuto da un manipolo di gruppi economici planetari e di imprese globali il cui peso negli affari del mondo appare, talvolta, più importante di quello dei governi e degli stati. Sono questi i nuovi padroni del mondo che ispirano le politiche della grande Trinità globalizzatrice: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio.

Le domande civiche che dobbiamo, dunque, porci sono:

 

“Come reagire?

Come difendersi?

Come resistere all’offensiva di questo nuovo potere che ha, in qualche modo, tradito i cittadini ed è passato con armi e bagagli al nemico?”

 

Bisogna, molto semplicemente, creare un nuovo potere.

Un potere che ci permetta di opporre una forza civica cittadina alla nuova coalizione dei dominanti. Un potere, la cui funzione sarebbe di denunciare il superpotere dei media, dei grandi gruppi mediatici, complici e diffusori della globalizzazione liberista. Quei media che non solo hanno cessato di difendere i cittadini, ma agiscono contro il popolo nel suo insieme. I cittadini dovrebbero mobilitarsi per esigere che i media, appartenenti ai grandi gruppi globali, rispettino la verità, perché solo la ricerca della verità costituisce, in definitiva, la legittimità dell’informazione.

La rivoluzione digitale ha abbattuto il muro che separava le tre forme tradizionali della comunicazione: suono, scrittura, immagine. Ha consentito l’affermazione di internet, che rappresenta  un nuovo modo di comunicare, di esprimersi, di informarsi, di distrarsi.

I globalizzatori sostenevano che il XXI secolo sarebbe stato il secolo delle imprese globali. L’Oservatorio Internazionale dei Media (MWG), sostiene che questo sarà il secolo in cui la comunicazione e l’informazione apparterranno, finalmente, a tutti i cittadini.

Sa’adi ci racconta che un re dell’oriente dette un giorno l’ordine di mettere a morte un uomo innocente. Questi gli disse:

 

“O re, abbi pietà di te: io non soffrirò che un istante, mentre il tuo errore sarà eterno.”

 

“L'écrivain est en situation dans son époque:”, 

 

scriveva Jean-Paul Sartre nella presentazione di Temps Modernes :

 

“chaque parole a des retentissements. Chaque silence aussi. Je tiens Flaubert et Goncourt pour responsables de la répression de la Commune, parce qu'ils n'ont pas écrit une ligne pour l'empêcher. Ce n'était pas leur affaire, dira-t-on. Mais le procès Calas, était-ce l'affaire de Voltaire? La condamnation de Dreyfus, était-ce l'affaire de Zola? ”

 

Nel 1945, lo sterminio degli ebrei no era né il caso Calas né il caso Dreyfus.

Il mondo era preso da altre preoccupazioni.

Gli scrittori en situation accolsero in silenzio il ritorno dei sopravvissuti dai campi di della morte.

 

 

“Perdonate, ma non dimenticate”,

 

sono i versi di una canzonetta molto popolare nel dopoguerra 1914-1918.

Perdonare, sì. Perché non possiamo mai sapere il grado di colpevolezza.

Fino a che punto Hitler ha agito per pazzia?

Non ne abbiamo le prove.

Ma prendiamo precauzioni perché non si ripeta.

Il perdono sì, sempre.

Ma non dimenticare.

E, per non dimenticare, dobbiamo, a nostra volta, far conoscere la verità.

Per divulgarla non dobbiamo cedere all’oblio.

Attualmente tutto il mondo è percorso da forze razziste.

Per poter affermare:

 

“Mai più odio, mai più olocausto, mai più orrore.”,

 

non bisogna dimenticare.

L’oblio lascia via libera all’odio.

Noi siamo i depositari della storia, siamo i depositari della memoria.

Anche se non l’abbiamo vissuta in prima persona.

Noi abbiamo, dunque, questa responsabilità.

Ma, per essere ascoltati, bisogna essere credibili.

E, per essere credibili, bisogna essere competenti, sperimentare, avere già sperimentato.

Solo così si potrà proclamare a voce alta ed essere ascoltati.

Il potere porta sempre delle responsabilità.

Non pensate mai a ciò che vorreste fare, ma a ciò che è vostro dovere compiere.

 

 

Vi è un momento della storia dell’uomo che mi tocca dal profondo.

È quello in cui gli esseri umani hanno iniziato ad allineare i loro morti per sotterrarli.

Non si sono mai visti animali allineare le spoglie di altri animali.

Gli animali si nascondono per morire.

Dal momento in cui i resti dei defunti non sono più stati abbandonati, ma accuratamente disposti, una nuova era ha avuto inizio: quella dell’UMANITA’.

 

 

 

 

 

Daniela Zini

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 02, 2009 16:10 | Permalink | commenti
categoria:economia, globalizzazione, stampa, censura, democrazia, quarto potere, daniela zini
lunedì, 07 settembre 2009

"Seven men in Wall Street now control a great share of the fundamental industry and resources of the United States. Three of the seven men, J. P. Morgan, James J. Hill, and George F. Baker, head of the First National Bank of New York belong to the so-called Morgan group; four of them, John D. and William Rockefeller, James Stillman, head of the National City Bank, and Jacob H. Schiff of the private banking firm of Kuhn, Loeb Company, to the so-called Standard Oil City Bank group... the central machine of capital extends its control over the United States... The process is not only economically logical; it is now practically automatic."(32)

(32) John Moody, "The Seven Men", McClure’s Magazine, August, 1911, p. 418

Secrets of the Federal Reserve

by Eustace Mullins

Bankers Research Institute, 1983, paperback

 

 

I quattro decenni che seguirono il 1860 videro gli Stati Uniti espandersi vertiginosamente, sia nell’elaborazione della ricchezza sia nell’incremento dei prodotti e delle comunicazioni. Le 30.000 miglia di strada ferrata esistenti, nel 1860, divennero 193.000, nel 1900. Sorsero centinaia di piccole fabbriche di manufatti leggeri, mentre quadruplicarono la loro capacità produttiva quelle di cotone.

Alla fine del secolo gli Stati Uniti erano in grado di produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio, l’anno, piazzandosi in testa alla produzione mondiale. Le miniere di carbone portarono il fatturato annuo da 14 milioni di tonnellate a 257  milioni di tonnellate. E le miniere di rame, zinco, ferro e petrolio le seguirono subito da vicino.

La produzione industriale aveva richiamato l’emigrazione e promosso quella agricola. La produzione del grano e del granturco era quadruplicata e la stessa coltivazione della terra brada era stata incrementata con il potenziamento dei contadini, della manodopera e delle fattorie per l’allevamento del bestiame. I contadini avevano investito qualcosa come 1.984.000.000 di dollari.

Gli immigrati europei si erano riversati nelle campagne e nelle città in cerca di lavoro.

Iniziato prima della fine della Guerra Civile, il flusso di immigrati lievitò, nel solo 1882, a 700.000, per stabilizzarsi sui 400.000 ogni anno. In tutto, nel decennio successivo al 1860, entrarono negli Stati Uniti 13 milioni di europei. Il boom dell’emigrazione portò il numero della popolazione americana da 31 milioni a più di 74 milioni, nel 1900. L’Irlanda, l’Inghilterra, la Germania e i paesi scandinavi riversarono circa 3 milioni di individui; e, verso la fine del secolo, gli immigrati italiani raggiunsero il numero di 100.000 l’anno. Altrettanti contingenti provennero dall’Austria e dalla Russia. Molti si riversarono nelle miniere di rame, di ferro e di carbone, altri in quelle di petrolio o nella costruzione delle ferrovie, altri ancora andarono a Braddock, in Pennsylvania, o  a Pullman,  in Illinois, dove erano fiorite le industrie pesanti. Gli uomini si muovevano liberamente dalla campagna alla città, da un pozzo di petrolio alla costruzione di un grattacielo. Il costo della manodopera era basso, ve ne era in abbondanza, e anche il costo della vita era relativamente basso.

È evidente che anche il capitale si muovesse liberamente e con rapidità. Migliaia di persone vennero spronate ad acquistare azioni, perché il guadagno era sicuro e rapido.

Le banche lievitarono da 1.500 a 10.300 e crearono il credito. Gli Astor, che avevano fatto fortuna commerciando in pellicce, si lanciarono nell’acquisto di aree fabbricabili a New York City, investendo il surplus nelle ferrovie. I Bramini di Boston, quali H. S. Russell, Henry Lee Higginson (1834-1919) e Quincy Adams Shaw (1825-1908), investirono i loro soldi nelle miniere di rame del Michigan. La speculazione riposava sulla manodopera e sull’immediato reinvestimento dell’utile. Questi investimenti, infine, mutarono il mercante di successo in banchiere.

Jay Cooke (1821-1905), che iniziò come semplice magazziniere in una piccola città dell’Ohio, era banchiere a Philadelphia, nel 1860. Durante la Guerra Civile fu il primo a distribuire buoni del tesoro dell’Unione.

August Belmont (1813-1890), venne in America come agente dei Rothschild, mentre Abraham Kuhn (1838-1900) e Solomon Loeb (1828-1903)  trafficarono con la Germania e John Pierpont Morgan (1837 1913)  (1) con l’Inghilterra. Cornelius Vanderbilt (1794-1877) è e James Jerome Hill (1838-1916), che fecero i primi soldi con le ferrovie, compresero che i grandi nodi ferroviari portavano più soldi dell’allora piccola autostrada; così pure John Davison Rockefeller (1839-1937), con il petrolio, e Andrei Carnegie (1835-1919), con l’acciaio, compresero la grande necessità della integrazione delle imprese, dell’unità tra pozzo petrolifero, condutture sotterranee e raffinerie, e tra miniera, fornace e impianti di fabbricazione.

Jay Gould (1836-1892) era figlio di un povero contadino dello Stato di New York. Aveva ventiquattro anni quando andò a New York, nel 1860, l’anno dell’elezione di Lincoln a Presidente. Prese ad acquistare azioni delle ferrovie. Nel 1872, possedeva già 10 milioni di dollari. Alla fine del secolo la sua sostanza era triplicata.

Era l’epoca in cui il capitale, in cerca di altro capitale, dava inizio alle corporazioni mastodontiche che avrebbero personificato, per moltissimi anni a venire, il capitalismo americano. Questi uomini spiegavano il loro successo con parole tipo “ordine”, “efficienza”, “dovere”. Ma, in verità, erano soltanto assetati di potere. Presero a compiacere la propria vanità, fregiandosi  di titoli come barone, re, capitano di industria, corsaro.  

È da questo potere economico, lussuoso fino all’insulto, che nacque l’altra forza americana, l’organizzazione operaia, che si radicò nella pretesa populista e rese potente l’American Federation of Labor. L’economista Henry George (1839–1897) aveva scritto, in quegli anni, che la nascita della grande ricchezza aveva prodotto, per contrasto, una grandissima povertà, dilatando sempre più la distanza creatasi “tra coloro che avevano trovato sempre più difficile e duro vivere la vita”.

Nel 1893, Paul Bourget (1852–1935) visita l’America e, nel 1895, pubblica un libro di impressioni dal titolo Outre-Mer. Gli operai e gli immigrati europei, scrive, avevano “visi scavati dalla fame” e “spalle piegate dalla consunzione. Le ragazze di quindici anni sembravano vecchie di ottanta anni, che, in tutta la loro vita, non avessero mai mangiato un boccone di pane”.

 

E visitando la Bowery, il quartiere italiano:

 

“Ho trovato una stanza per dormire a pianterreno, minuscola come la cabina di un battello, nella quale otto persone, uomini e donne, erano curve sul loro lavoro, in un’atmosfera fetida che una stufa di ferro rendeva ancora più soffocante, e in quale condizione di sporcizia!”

 

Nei due mesi del suo viaggio americano Giuseppe Giacosa (1847–1906) ha l’opportunità di visitare luoghi e conoscere costumi che non mancherà di descrivere, dapprima, in articoli e, poi, nel volume  Impressioni d’America (1898). Percorrendo i quartieri poveri di Chicago annota:

 

“Centinaia di operai si muovono in questi quartieri, ognuno di essi inchiodato a un lavoro preciso e sottoposto a un penoso e ininterrotto lavoro. Questi sfortunati non hanno né la forza né il corpo di esseri umani. Le loro figure sono contratte da un disgusto supremo e irritate da un’intossicazione del sangue.”

 

E ancora:

 

“È impossibile descrivere il fango, il sudicio e lo sporco, la grande umidità, la nausea, il disordine di quelle strade abitate da italiani. La gente vive sulle strade da un negozio all’altro, mentre l’interno delle loro case è peggiore della strada fuori.”

 

E Robert Hunter (1874-1942), anche lui dipingendo i quartieri di Chicago, scrive:

 

“Una mattina fui svegliato da un monotono tramestio di stivali chiodati sulle tavole dei marciapiedi: sfilava sotto la mia finestra la processione dei lavoratori diretti alla fabbrica. Uomini accigliati e curvi, donne stanche e ansiose, bambine spettinate e vestite troppo leggermente, ragazzi gracili e senza gioia: tutti passavano senza pronunciare una parola, mezzi addormentati, camminando frettolosamente verso la grande fabbrica. Centinaia di altri, evidentemente ancora più affamati e miserabili erano in attesa davanti a un cancello chiuso, finché sulla soglia apparve un uomo dalla barba rossa e ne scelse ventitre tra quelli che apparivano più robusti e sani.”

 

Karl Marx (1818–1883) non si era ancora fatto vivo in America all’epoca in cui la signora Belmont si preoccupava della sua ferrovia in miniatura e i minatori morivano nelle fornaci della Pennsylvania, come appunto aveva visto, tra il 1903 e il 1906, l’ecclesiastico ungherese Péter Vay de Vaya (1863-1948), il quale descrisse le sue osservazioni nel libro, Nach Amerika in einem auswandererschiffe. Das innere leben der Vereinigten Staaten (1908). Esisteva, invece, una specie di qualunquismo amaro che, in forma caramellosa e falsamente savia, veniva propagandato da romanzieri popolari del tipo Horatio Alger (1832-1899).

Alger è un altro mito dell’America e uno dei maggiori responsabili della creazione del mito capitalistico americano. I suoi eroi sono tutti poveri all’inizio, ma tutti arrivano alla grande ricchezza.

Quali virtù speciali avevano questi poveri per arrivare a diventare dei Carnegie o dei Rockefeller?

È lo stesso Alger a rivelarlo:

 

“Occorre obbedienza, disciplina, fede, coraggio, bontà, morigeratezza.”

 

È evidente che anche il grande John Davison Rockefeller (1839-1937) lesse il romanzo Andy Grant’s Pluck, perché anche lui, come l’eroe di Alger, da povero diventò ricco, tanto che quando gli chiesero come avesse fatto a diventare così spropositatamente ricco rispose, proprio con una frase di Alger:

 

“Risparmiando il centesimo.”

 

Il Capitale non aveva ancora fatto la sua apparizione in America per contrastare il capitalismo con un nuovo sistema sociale, tuttavia, scrive James Lane Allen (1849-1925), quando Edwin Markham (1852-1940) pubblicò, nel 1899, la sua lirica The Man with the Hoe (L’Uomo con la Zappa), anche coloro che avevano avuto rari e superficiali contatti con il mondo della miseria, intuirono vagamente che il poeta aveva scritto qualcosa di veramente rivelatorio e rivoluzionario.

 

 “In quei versi”,

 

scrive Allen,

 

“scritti da Markham, sotto l’impressione del famoso quadro dello zappatore attribuito a Jean-François Millet (1814-1875), vedevano rappresentati i malanni che l’industrializzazione e l’industrialismo recavano all’uomo comune e che, un giorno, forse, avrebbero recato a loro stessi se non si fosse riusciti ad arrestare e a deviare le forze che opravano nella società.”

 

The man with the Hoe

 

Bowed by the weight of centuries he leans

Upon his hoe and gazes on the ground,

The emptiness of ages in his face,

And on his back the burden of the world.

Who made him dead to rapture and despair,

A thing that grieves not and that never hopes.

Stolid and stunned, a brother to the ox?

Who loosened and let down this brutal jaw?

Whose was the hand that slanted back this brow?

Whose breath blew out the light within this brain?

Is this the Thing the Lord God made and gave

To have dominion over sea and land;

To trace the stars and search the heavens for power;

To feel the passion of Eternity?

Is this the Dream He dreamed who shaped the suns

And marked their ways upon the ancient deep?

Down all the stretch of Hell to its last gulf

There is no shape more terrible than this —

More tongued with censure of the world's blind greed —

More filled with signs and portents for the soul —

More fraught with menace to the universe.

What gulfs between him and the seraphim!

Slave of the wheel of labor, what to him

Are Plato and the swing of Pleiades?

What the long reaches of the peaks of song,

The rift of dawn, the reddening of the rose?

Through this dread shape the suffering ages look;

Time's tragedy is in the aching stoop;

Through this dread shape humanity betrayed,

Plundered, profaned, and disinherited,

Cries protest to the Powers that made the world.

A protest that is also a prophecy.

O masters, lords and rulers in all lands,

Is this the handiwork you give to God,

This monstrous thing distorted and soul-quenched?

How will you ever straighten up this shape;

Touch it again with immortality;

Give back the upward looking and the light;

Rebuild in it the music and the dream,

Make right the immemorial infamies,

Perfidious wrongs, immedicable woes?

O masters, lords and rulers in all lands

How will the Future reckon with this Man?

How answer his brute question in that hour

When whirlwinds of rebellion shake all shores?

How will it be with kingdoms and with kings —

With those who shaped him to the thing he is —

When this dumb Terror shall rise to judge the world.

After the silence of the centuries?

 

Markham vedeva nello zappatore un uomo con:

 

Il vuoto dei secoli sul volto

E sulle spalle il fardello del mondo.

 

E si domandava:

 

Chi ha colpito e abbattuto questa mascella bestiale?

 

Quindi, commentava:

 

Non vi è forza più terribile di questa,

Più carica di accuse per la cieca cupidigia dell’uomo,

Più calma di segni e di portenti per l’anima,

Più greve di pericoli per l’universo intero.

 

E, infine, concludeva:

 

O padroni, signori o reggitori di tutti i paesi,

Che cosa farà di quest’uomo il futuro?

Come risponderà alla sua bruta domanda dell’ora

Quando i vortici della rivolta scuotono tutte le cose?

Che sarà allora dei re e dei reami

Di coloro che l’hanno foggiato come ora egli è

Quando questo muto Terrore si leverà a giudicare il mondo,

Dopo il silenzio dei secoli?

 

I versi di Edwin Markham, scritti esattamente centoventi anni fa, sostituirono, in un certo senso le teorie di Karl Marx negli Stati Uniti, ovviamente alla maniera americana.

I “vortici della rivolta” si sollevarono, ma non abolirono la costituzione né il capitale, e il “muto Terrore” fece valere i suoi diritti e la sua rabbia e si organizzò. Il capitalismo della fine e dell’inizio del secolo non fu, ovviamente, rovesciato –  ma ridimensionato, sì.

Peter A. Demens (Pyotr Alexeyevitch Dementyev 1850-1919) (3), ufficiale della guardia imperiale russa, emigrato, nel maggio del 1881, negli Stati Uniti all’età di trentuno anni, nel suo libro Sketches of the North American United States, pubblicato nel 1895 con lo pseudonimo di Tverskoy, riferisce che le unioni sindacali erano già in rigoglio verso la metà del 1800 e, nel 1866, in un congresso nazionale delle organizzazioni, a Baltimora, cercarono di unirsi per stabilire una maggiore forza di fronte ai datori di lavoro. Nel 1869, si costituì la società sindacale dei Knights of Labor e, nel 1866, l’American Federation of Labor, che sarebbe divenuta assai potente.

Nel suo The Americans: a New History of the People of the United Sates, Oscar Handlin (1915) riferisce che le organizzazioni sindacali dei lavoratori, da mezzo milione che erano nel 1929, salirono a circa 9 milioni, nel decennio successivo.

Le unioni sorsero in America per il gran bisogno che esisteva all’epoca, e tuttora esiste, di una giustizia sociale. Ma più tardi molti crimini, molta violenza, vennero commessi proprio in seno alle unioni.

 

 

 

 

Note:

 

(1)    Nelll’estate del 1904, esplodeva il caso Ascoli Cope: l’inestimabile piviale di papa Niccolò IV, donato dallo stesso papa alla sua città, nel 1288, era stato trafugato dal tesoro della Cattedrale di Ascoli ed era finito nella collezione del banchiere americano John Pierpont Morgan, che dichiarò di aver acquistato regolarmente il piviale, a Parigi per 325.000 franchi. John Pierpont Morgan si atteggiò a vittima inconsapevole, ma, di fronte al montare del caso, saggiamente capitolò: nel novembre del 1904, l’ambasciatore italiano a Londra prendeva in consegna il piviale che, nel maggio del 1905, arrivava a Roma.

(2)   Giacosa morì nel 1906. Il suo libro di memorie americane venne pubblicato postumo, nel 1908, con il titolo di Impressioni d’America.

(3)   S. Petersburg fu fondata da John C. Williams di Detroit (Michigan), che aveva acquistato il terreno, nel 1876, e da Peter Demens che era stato essenziale per il completamento della ferrovia, nel 1888. La città fu incorporata, il 29 febbraio 1892, quando aveva una popolazione di sole 300 anime. Il suo nome deriva chiaramente da San Pietroburgo, dove Peter Demens aveva trascorso gran parte della sua gioventù. Una leggenda locale vuole che i due co-fondatori abbiano lanciato una monetina per stabilire a chi dei due spettasse l'assegnazione del nome alla città. Vinse Demens che la chiamò come la sua città natale, mentre Williams fece atrettanto con il primo albergo della città, il Detroit Hotel.

 

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore settembre 07, 2009 12:04 | Permalink | commenti
categoria:america, europa, immigrazione, daniela zini
giovedì, 03 settembre 2009

I meridionali, i lombardi, i veneti, i piemontesi, avi di coloro che, oggi, formano negli Usa una colonia di oltre 12 milioni di persone, venivano avviati in squallidi abituri periferici, ove costituivano delle isole e ove continuavano a vivere nella condizione di “dagos”, termine spregiativo con cui gli americani chiamavano gli immigrati di origine latina.

 

 

Con l’unità d’Italia il Mezzogiorno fa un inaspettato, ulteriore passo indietro verso il silenzio e l’immobilismo sociale. Dopo il 1880, la depressione agricola blocca il Mezzogiorno proprio nel momento in cui il nord industriale inizia la sua rapida ascesa grazie anche alla protezione delle tariffe doganali. Il prezzo del grano, sceso a 22 lire al quintale, nel 1888, precipita a 13, 5, nel 1894. L’allora Ministro del Tesoro Sidney Sonnino sceglie proprio quel momento per aumentare il dazio sul grano e portare il prezzo del sale da 35 a 40 centesimi il chilogrammo. Nel sud, prevalentemente agricolo, ciò va a detrimento sia dei proprietari sia dei contadini, e per questi la terra nativa diventa ancora più inospitale. Nei paesi del sole a picco e delle donne in nero, per i poveri la vita si fa impossibile; per sopravvivere molti scelgono la strada dell’emigrazione in America.

E mare, mare, mare.

In condizioni quasi sempre bestiali i nostri vengono avviati verso il nuovo mondo, stipati su navi antiquate, senza acqua, senza conforti.

Racconta Edmondo De Amicis (1):

 

“E il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d’aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane, e da far spavento a pensare che cosa sarebbe seguito se fosse scoppiata a bordo una malattia contagiosa. Eppure, ci dicevano, non v’eran più passeggeri di quanti la legge consente che s’imbarchino in relazione con lo spazio. Eh! Che m’importa, se no si respira! Ha torto la legge. Essa permette che si occupi sui piroscafi italiani uno spazio maggiore quasi d’un terzo di quello che è concesso sui piroscafi inglesi e americani; e non è là a vedere se i tutto bene trovato dalla polizia alla partenza, sia mantenuto poi durante il viaggio; a impedire, per esempio, che s’imbarchino in altri porti più passeggeri di quello che rimanga di posti, e che si caccino viaggiatori sani nello spazio riservato agli infermieri, e che s’improvvisino dei dormitori alla bella diana. Quanto rimane da fare ancora dentro a questi bei piroscafi che il giorno della partenza si vedono luccicare come palazzi di principi! Sulla maggior parte, i marinai e fuochisti ci stanno come cani, l’infermeria è un bugigattolo, i luoghi che dovrebbero essere più puliti fanno orrore e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe, non c’è un bagno. E dican quello che vogliono gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d’aria: la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa: oggi ancora è una cosa che fa compassione e muove a sdegno.”  

 

È un brano tratto da Sull’Oceano, che, in un primo tempo, De Amicis intitola I nostri contadini in America. Dalle annotazioni di De Amicis, in margine al manoscritto, sappiamo che il Nord America imbarcò per Buenos Aires 1600 passeggeri in terza classe, 20 in seconda e 50 in prima, oltre ai 200 uomini dell’equipaggio.

Analoghe erano le condizioni di viaggio dei contadini del sud, del Piemonte, della Lombardia, del Veneto e dell’Italia Centrale diretti in America – avi di coloro che, oggi, formano una colonia di oltre 12 milioni di americani di origine italiana (2) –.  

Per migliaia e migliaia di loro quella traversata resterà nella memoria come il ricordo dell’inferno.

Riascoltiamo De Amicis:

 

“Man mano che s’alzava la colonna termometrica, crescevano per il Commissario le occupazioni e i fastidi; principalissimo dei quali era il dormitorio delle donne, in cui doveva scendere molto sovente, di giorno e di notte, per ristabilire il buon ordine o vegliare alla pulizia. Anche a tener conto del da fare, sarebbe bastato quello spettacolo obbligatorio a disamorare dell’ufficio qualunque galantuomo. S’immaginino due piani sotto coperta, come due vastissimi mezzanini, rischiarati da una luce di cantina, e in ciascuno di essi tre ordini di cuccette posti l’un sull’altro, tutto intorno alle pareti e nel mezzo, e lì circa a quattrocento tra donne e bambini poppanti e spoppati, e trentadue gradi di calore. Qui, nella cuccetta più bassa, dormiva una donna incinta con un bimbo di due anni, sopra di lei una vecchia settantenne, sopra di questa una giovinetta sul primo fiore; là s’allungava una cafona calabrese accanto a una signora caduta nell’indigenza; più oltre un’avventuriera di città, che si dava il belletto al buio, a fianco di una contadina timorata di Dio, che dormiva con la corona del rosario tra le mani.”

 

Artisti, studenti, contadini analfabeti venuti dall’Europa portano un bagaglio di tradizioni culturali: folklore, oggetti, religioni, cibi e vivande, modo di concepire la famiglia e la comunità. Gran parte di questo patrimonio scompare nel processo di americanizzazione, ma una dose notevole entra a far parte della vita americana.

Gli ultimi arrivati, gli emigranti italiani, si trovano di fronte a una società sovente ostile e vengono avviati rudemente dai poliziotti di New York agli squallidi abituri periferici. Molti di quei poliziotti sono irlandesi, giunti con la precedente ondata migratoria, il cui privilegio sarà, rapidamente, contrastato da un’altra mafia, la latina.

Una civiltà erompe, turbinando tra i primi grattacieli: la metropoli si avvia verso i 4 milioni di popolazione  e la molteplicità di una vita, che ha già assunto un ritmo troppo crudele e frenetico, atterrisce gli immigrati. La civiltà capitalistica, anche nel momento del suo massimo rigoglio e splendore, è basata su uno squilibrio, su una contraddizione intima. Lo apprenderanno presto, a proprie spese, i nostri muratori, sconosciuti costruttori di grattacieli, i cui figli decideranno di lasciare gli italian ghettos, dove un italiano resta un “dago”: e qualcuno ci riuscirà, piantando in asso la bancarella di frutta e verdura del padre per mettersi in banda con altri oriundi.

La città, già sterminata, attira e sgomenta. Fiorisce un nuovo linguaggio, nascono nuovi giornali, nuovi scrittori popolari che ricorrono allo slang e riferiscono i fatti del giorno degli umili 4 milioni di piccola gente newyorkese. New York vanta, nel 1900, quindici quotidiani; si pensi che oggi ne restano soltanto tre: il New York Times e il Daily News, quotidiani del mattino a diffusione nazionale, e il New York Post a diffusione locale (3). Questo per dire della immensa forza propulsiva che agita l’America degli inizi del secolo scorso. L’intraprendenza e la genialità trovano sovente un campo di sfruttamento. Gli edifici commerciali sorgono come severe torri d’acciaio, cemento e pietra arenaria. Le generazioni precedenti hanno lasciato come ricordo l’ufficio postale con le sue soffitte sormontate da tetti di legno, le vecchie e goffe case dai minareti in mattoni rossi, le fabbriche dalle finestre meschine e fuligginose, i casotti di legno color fango. La città è piena di queste misere costruzioni, ma le belle torri già le respingono dal centro degli affari e sulle colline circostanti sorgono le lussuose dimore dei nuovi ricchi.

Niente è mutato dal tempo delle carovane dirette all’ovest: ogni anno si fondano nuove città, e sempre con lo stesso procedimento. Centinaia di case tutte uguali, ammassate e con qualcosa di provvisorio, di nomade. Poche città concentrano la gigantesca produzione industriale: Detroit, a esempio, dove, nel 1903, Henry Ford impianta la sua dinastia automobilistica, nel 1905, conta 300.000 abitanti e giunge a un milione alla fine della seconda guerra mondiale.

Si operano continui mutamenti: si acquista un immobile per demolirlo e costruirne uno più grande sullo stesso terreno; dopo cinque anni lo si rivende a un imprenditore, che rade al suolo il secondo edificio per tirarne su un terzo.

A San Francisco il terremoto e l’incendio distruggono tre quarti della città che serba un aspetto asiatico. Siamo alle soglie della prima guerra mondiale: San Francisco viene ricostruita e rapidamente americanizzata.

Regole e dogmi collettivistici, retorica pionieristica, fanatismo puritano e spregiudicatezza negli affari: nell’America dei primi decenni del Novecento le contraddizioni danno luogo a una società concentrata e frenetica, ricca e miserabile. Manodopera non specializzata, la nostra emigrazione ha lasciato le sue testimonianze letterarie per mano di muratori o ex-muratori.

Cristo fra i muratori, di Pietro di Donato, è una storia autobiografica. Di Donato ha solo dodici anni quando suo padre, operaio mattonaio, è sepolto vivo e ucciso in un crollo dell’edificio dove lavora. È il venerdì santo del 1923 (4).

Settant’anni fa, presentando Cristo fra i muratori dalle colonne del Corriere della Sera, Emilio Cecchi scriveva:

 

“Esatta e impressionante è la requisitoria sulle angherie che i nostri patiscono laggiù dagli imprenditori assassini, dai sindacati camorristi, dalle compagnie di assicurazione che fanno l’interesse dei capitalisti. Cose che non saranno mai troppo ripetute, a scorno della ipocrisia ed ingordigia puritana.”

 

“Senza nome nella folla dei senza nome”,

 

si definisce, nell’autobiografia di venti pagine, che redige nella prigione di Charleston, Bartolomeo Vanzetti (5), il quale ha a dire rivolgendosi per l'ultima volta al giudice Thayer:

 

“Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano…”

Discorso di Bartolomeo Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachussetts

 

 

 

 

(1) L’11 marzo 1884, alle 2 antelucane, Edmondo De Amicis si imbarcò a Genova sul piroscafo Nord America, per raggiungere l’Argentina. Da alcune carte deamicisiane la partenza risulterebbe avvenuta il 13, mentre gli archivi della Società di navigazione registrano il 10 marzo (E. De Amicis, Sull’Oceano, cit., pag. 277, nota 15). Questa ultima data è corretta e confermata del resto dalla lettera al fratello del giorno stesso (L. 31: “l’imbarco è alle ore 2”) anche se il vapore è, poi, salpato l’indomani alle due di mattina. Come risulta da varie lettere, in un primo tempo, la partenza del Nord america, poi posticipata di una settimana, era prevista per il 3 marzo.

Le opere Sull’Oceano (1889) e In America (1897) sono legate al suo viaggio in Sud America, un viaggio che gli fornirà spunti e materiali per realizzare quella che è stata definita “la più straordinaria short novel ottocentesca sull’emigrazione”, vale a dire Dagli Appennini alle Ande. Nel racconto Nella baia di Rio de Janeiro un contadino lombardo emigrato e malato chiede disperatamente di imbarcarsi sulla stessa nave che sta riportando lo scrittore in Italia dall’Argentina: questi avverte la morte vicina e chiede, prima, accoratamente e, poi, con disperazione e rabbia di poter andare a morire in patria.

L’emigrazione non era ben vista dai grandi latifondisti, perché portava via braccia sfruttate e sottopagate. Basti pensare che, nel 1884, gli espatri transoceanici erano stati 60.000, mentre, nel 1888, anno in cui fu varata una prima legge che tentava di regolamentare l’emigrazione, erano partite 207.000 persone.

(2) In base a una recente rielaborazione dei dati del censimento del 1980 gli italo-americani risultano 12.195.798, cioè il sesto gruppo etnico per importanza negli Stati Uniti (il 5,4% della popolazione statunitense: praticamente una persona ogni venti americani). Secondo i dati ufficiali, la più elevata concentrazione di Americani di origine italiana si trova nello Stato di New York (2.900.000), seguita dalla California, dal New Jersey (1.500.000 ciascuno) e dalla Pennsylvania (1.400.000). Consistenti comunità italo-americane si trovano anche nel Massachusetts (845.000), nella Florida (800.000), nell’Illinois (730.000), nel Connecticut (650.000) e nell’Ohio (640.000).

(3) Sono tre i principali quotidiani di New York: il New York Times e il Daily News, quotidiani del mattino a diffusione nazionale, e il New York Post a diffusione locale. Vi sono poi altri quotidiani a diffusione nazionale: USA Today e Wall Street Journal, ovvero la "bibbia" per chi lavora nel campo dei mercati economici e finanziari. Altre testate sono: Financial Times (economico), New York Newsday, The New York Observer (economico).

(4) In quello stesso periodo, molti ex-immigrati si arricchiscono, invece, con il contrabbando di alcol. Vi è chi organizza piccole flotte di motobarche che trasportano centinaia di bottiglie di whisky e gin dal Canada agli Stati Uniti. Un altro oriundo italiano, Alfonso Capone, detto “Scarface”, lo Sfregiato, da galoppino di una casa chiusa diviene il re dei fuorilegge di Chicago. Politicanti corrotti, avvocati troppo spregiudicati, poliziotti avidi costituiscono la ragnatela invisibile ma onnipotente delle sue alleanze. Il fatturato dell’impero del crimine della sola Chicago raggiunge i 10 milioni di dollari e, quando la stella di Scarface splenderà più luminosa, verso la metà degli anni 1920, supererà i 300 milioni.

(5) Il 5 maggio 1920, in piena crisi identitaria e xenofoba, due uomini, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, sono accusati dell’omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio Slater and Morrill. Sono immigrati, italiani e anarchici. Quanto basta. E a nulla vale la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che li scagiona. Giudicati colpevoli, saranno giustiziati sulla sedia elettrica, il 23 agosto 1927. Nel 1977, Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachussets, riconoscerà ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabiliterà completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore settembre 03, 2009 22:45 | Permalink | commenti
categoria:italia, america, immigrazione, daniela zini
giovedì, 03 settembre 2009

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.

Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali...

...Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.”

 

da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

http://it.peacereporter.net/articolo/16514/Quando+i+clandestini

 

 

 

La figura del clandestino si profila a cavallo tra il XIX e il XX secolo come scarto di un mondo che il nazionalismo sta per portare alla guerra.

E oggi?


I numerosi appellativi dati alla terra americana dagli immigrati venuti da tutte le parti del mondo e, in particolare, dall’Europa, nel XIX secolo e all’inizio del XX, illustrano perfettamente il riflesso onirico suscitato nell’immaginario popolare da questa nazione fuori del comune.

L’America era the Golden Medina (the Golden Country) per Golda Meir, giovane immigrata ebrea venuta dalla Russia, nel 1906. Per molti dei nuovi venuti, arrivati au tournant du siècle, era the land of promise, la terra portatrice di tutte le promesse: il giornalista Louis Adamic (1899-1951), originario della Slovenia, la chiamava così in un articolo del 1931, nel quale, nonostante la sua riuscita personale, sottolineava le faglie del sogno americano.

Dopo l’invasione di quasi 18 milioni di nuovi immigrati, tra il 1880 e il 1910, gli americani de souche erano, certo, in diritto di pensare che il loro paese stesse cambiando, ma un’interpretazione semplicistica saprebbe soddisfare oggi lo storico?

La tesi che presenta come una grande riuscita la vecchia immigrazione (prima del 1880) e come una lebbra quella dei nuovi immigrati riflette dei pregiudizi razzisti e ha, d’altronde, perduto, oggi, ogni valore scientifico. In realtà, l’America è sempre stata un banco di prova per quelli che sono approdati sulle sue rive, con le tasche vuote e senza una formazione professionale. Ma conviene ricordare che l’epoca che ci interessa fu segnata da cambiamenti profondi nell’organizzazione economica e tecnologica del paese, che si tratti di campi tanto diversi quali l’industria, la stampa o il cinema. Possibilità tecnologiche nuove offrivano ai più dotati dei nuovi immigrati possibilità di riuscita nuove. Ma la maggioranza dei nuovi venuti, in ragione delle crisi, delle recessioni e delle modificazioni costanti del contesto economico, dovettero la loro sopravvivenza a una lotta aspra e a un lavoro intenso. Certi scelsero, perfino, di tornare, infine, al paese natale.

Tuttavia, dal 1886, con l’inaugurazione della Statua della Libertà (1), posta strategicamente sulla rocciosa Liberty Island (un tempo Bedloe's Island), all’entrata del porto di New York, la nazione americana appariva il simbolo stesso del paese di accoglienza, la “porta d’oro”.

 

Not like the brazen giant of Greek fame

With conquering limbs astride from land to land;

Here at our sea-washed, sunset gates shall stand

A mighty woman with a torch, whose flame

Is the imprisoned lightning, and her name

Mother of Exiles.  From her beacon-hand

Glows world-wide welcome; her mild eyes command

The air-bridged harbor that twin cities frame,

"Keep, ancient lands, your storied pomp!" cries she

With silent lips.  "Give me your tired, your poor,

Your huddled masses yearning to breathe free,

The wretched refuse of your teeming shore,

Send these, the homeless, tempest-tossed to me,

I lift my lamp beside the golden door!"

 

recitano i versi del sonetto The New Colossus di Emma Lazarus (2), scolpiti, nel 1903, su una placca di bronzo, montata sul muro interno del piedistallo della statua, che esaltano il potere quasi magico di cui l’America sembrava misteriosamente ammantata: liberare le masse oppresse venute da tutti i paesi del mondo.

Le restrizioni all’immigrazione, coronate con il Literacy Test Bill (3) del 1917 e la legge sulle quote del 1924 avrebbero, tuttavia, considerevolmente indurito i tratti di quella che Emma Lazarus designava nel suo poema con il tenero nome di Madre degli Esuli.

In questo articolo esamineremo l’endroit e l’envers del sogno americano.

Va detto che i diversi paesi europei che hanno visto, tra il 1980 e il 1910, partire i più validi dei loro verso il Nuovo Continente, attraversavano mutamenti e, talvolta, come la Grecia, crisi gravi. Che si trattasse dei 20 milioni di servi liberati dallo zar Alessandro II, nel 1858 – trascinati in un movimento migratorio europeo, poi, transatlantico – o delle varie etnie che componevano l’impero austro-ungarico, i candidati alla partenza erano il più sovente sprofondati nell’indigenza e la sola prospettiva di un cambiamento radicale nel loro modo di vita poteva lanciarli in una simile avventura.

L’Austria-Ungheria, la Russia, la Penisola Balcanica, l’Italia sarebbero divenute dei pourvoyeurs di questa manodopera a buon mercato e, in genere, docile di cui l’America aveva tanto bisogno. Nondimeno, The Diary of a Shirtwaist Striker di Theresa Malkiel mostra che i nuovi immigrati – comprese le donne – partecipassero alle lotte sindacali, nonostante le grandi federazioni sindacali non sempre tendessero loro una mano soccorritrice. Una strana alleanza nativista avvicinò, infatti, i Boston Brahmins, come il senatore Henry Cabot Lodge e il presidente dell’American Federation of Labor, Samuel Gompers. L’America, au tournant du siècle, conobbe aspre lotte operaie e tutti i nuovi immigrati non furono dei jaunes (3) anche se questa piège de trahison de classe fu loro regolarmente tesa. Il timore di un’ondata anarchica che si abbattesse sulle rive dell’America, che doveva trovare il suo punto culminante con il caso Sacco e Vanzetti, negli anni 1920, aveva per catalizzatore, oltre a una incalzante xenofobia, una situazione di crisi economica ricorrente, le cui prime manifestazioni gravi datavano dall’inizio di quel decennio.

Il rapporto di forze tra quello che i sociologi dell’immigrazione chiamano il potere di attrazione (PULL) del paese di accoglienza e di propulsione (PUSH) del paese di origine è un altro fenomeno che metteremo in luce. Partire è essenzialmente una démarche psicologica, anche se associata a considerazioni economiche, politiche o sociologiche. Donde la complessità del problema dei ritorni, spesso occultato in numerosi scritti che trattano dell’immigrazione per il periodo in questione. Ciò che è chiaro è che il movimento migratorio non fu a senso unico. Naturalmente il numero dei ritorni è difficile da contabilizzare con certezza ma si tratta, in ogni caso, di cifre considerevoli. Inoltre i ritorni sono, talvolta, legati alla riuscita e si iscrivono allora in un progetto di ritorno al paese, una volta fatta fortuna. Ma vi sono i ritorni dovuti al fallimento, e il loro numero è lungi dall’essere trascurabile.

Ogni ondata migratoria si è inserita laddove un determinato gruppo etnico aveva già stabilito una testa di ponte. L’immigrazione dell’epoca è andata essenzialmente verso le città industriali, New York, Chicago, Pittsburgh, Detroit, dove si erano costituiti importanti agglomerati etnici, che avevano accelerato considerevolmente la crescita demografica di quei centri urbani. New York, a esempio, che nel 1897, contava il 76% di stranieri, costituisce l’esempio tipico ripreso da romanzieri, cineasti e giornalisti che hanno focalizzato la loro attenzione su questo problema. Il X distretto di Manhattan, dove si accalcavano, nel 1910, più di mezzo milione di abitanti offre un modello – o piuttosto un anti-modello di urbanizzazione. Si immagina agevolmente, grazie alle foto di Jacob Riis (1849-1914), quali potessero essere la miseria e lo sfruttamento  dei nuovi immigrati nel quartiere ebraico di Hester Street o nei quartieri vicini dove italiani, slavi, austro-ungarici e altri europei usciti dall’est o dal sud dell’Europa erano rinchiusi, come mandrie, nelle peggiori condizioni di igiene. E, tuttavia, queste colonie di popolamento si organizzarono e si inserirono, per la maggior parte, in uno schema generale di integrazione e di americanizzazione che, dopo la prima generazione, iniziò a dare all’America i contorni e l’allure di una terra promessa. Numerose sono le autobiografie di immigrati che sono dei success stories.

A Henry James che provò, nel 1907, il sentimento di essere spossessato della sua America, alla vista di quei visi bruciati dal sole e di quelle barbe irsute, che scopriva dopo un lungo e volontario esilio in Inghilterra, come a molti altri americani, questi immigrati non andavano proprio giù. Erano numerosi e troppo vistosi. La sua aristocratica insofferenza coinvolgeva tutti i derelitti che l’Europa, in quegli anni, continuava implacabilmente a vomitare sulle spiagge del Nuovo Mondo. Ma i germi di un nuovo pluralismo erano nondimeno seminati, poiché i nuovi immigrati, infine, salutati da John Fitzgerald Kennedy nel suo libro, A nation of immigrants (1964), e dal suo successore, Lyndon Johnson, che, nel 1965, cancellò con un tratto di penna il segno di infamia legato al concetto di national origins, sono, allo stesso titolo dei loro predecessori e, forse, con più merito, i fondatori dell’America.

 

 

 

 

Note:

(1)    Questa figura iconica dalla serenità classica un po’ lourde, simbolo saggio e, anche, austero di una certa idea del progresso. è opera dello scultore francese Frédéric-Auguste Bartholdi (conosciuto anche con lo pseudonimo Amilcar Hasenfratz), mentre la struttura metallica è opera di Gustave Eiffel, il creatore dell’omonima torre di Parigi. La statua raffigura una donna che porta una lunga toga e una corona – le cui sette punte rappresentano i sette mari e i sette continenti – e sorregge, fieramente, in una mano una fiaccola (simbolo del fuoco eterno della libertà), mentre nell'altra stringe un libro recante la data del 4 luglio 1776 (giorno dell’Indipendenza americana). Ai piedi vi sono delle catene spezzate, simbolo della liberazione dal potere del sovrano dispotico. La statua venne donata dalla Francia agli americani per il festeggiamento del centenario dell'Indipendenza dall'Impero britannico (1776), ma a causa del protrarsi dei lavori fu completata solo nel 1884 e inaugurata il 28 ottobre 1886, dieci anni dopo la ricorrenza.

(2)   Nel 1883, Emma Lazarus (1849-1887), discepola di Ralph Waldo Emerson, ammiratrice di Heine e amica del disegnatore e socialista inglese William Morris, entrava nell’eternità della letteratura per una singolare porta. Nel sonetto intitolato The New Colossus, la poetessa ebreo-nordamericana esaltava la generosità senza limiti con la quale la giovane repubblica apriva le proprie braccia ai migranti del mondo.

(3)   Per controllare i milioni di immigrati in cerca di una vita migliore il governo degli Stati Uniti promulgò infinite leggi, che, colpirono, soprattutto, l’emigrazione più debole, in altre parole quella poco specializzata dell’Europa meridionale, tra il 1880 e il 1920. La lista delle leggi restrittive sull’immigrazione è considerevole.

Nel 1875, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò l’immigrazione di competenza federale e non statale.

Nel 1885, la legislazione limitò il lavoro a contratto. Questa procedura che rifletteva la preoccupazione storica dei sindacati di mestiere, fu uno degli incubi dei nostri immigrati al momento dell’arrivo in America.

Nel 1896, Henry Cabot Lodge propose una legge che richiedeva agli immigrati di leggere almeno quaranta parole, ma ebbe il veto del presidente Grover Cleveland.

Il 6 agosto 1901, il presidente McKinley veniva assassinato dall’anarchico polacco Leon Czogolsz; la risposta fu l’Anarchist Act del 1903, che stabiliva l’espulsione, mentre la Corte Suprema decretava l’inapplicabilità agli stranieri del Primo Emendamento.

Dal 1907 la Commissione Dillingham studiò la distribuzione dell’emigrazione americana e, per la prima volta, si ebbe un quadro generale. Tuttavia, il presidente Taft impedì una legge con l’obbligo del test di alfabetizzazione e la medesima cosa fece il presidente Wilson, nel 1915, ma nonostante il suo veto, il famigerato Literacy Test Bill passò, nel 1917. Il testo della legge aumentò la tassa d’ingresso, portandola a 8 dollari, ed escluse una serie di persone con le più svariate deficienze fisiche ma anche i poligami e “ gli anarchici o le persone che credevano o pensavano di abbattere con la forza e la violenza il governo degli Stati Uniti d’America”. L’effetto più controverso della legge riguardava la proposta di “ escludere tutti gli stranieri al di sopra dei 16 anni, fisicamente in grado di leggere, che non fossero capaci di leggere in inglese, o in qualche altra lingua o dialetto, tra cui l’ebraico e lo yiddish”.

Dopo il 1917 il test linguistico consisteva nella lettura di un passaggio della Bibbia che gli emigranti dovevano leggere a voce alta. La bocciatura poteva condurre alla deportazione.

Nel 1919, iniziarono i Palmer raids contro i rossi e le deportazioni verso la Russia e anche verso l’Italia.

Ma è nel 1921 che gli Stati Uniti danno un colpo all'acceleratore approvando, con un Quota Act, l'ingresso sul proprio territorio solo di una quota pari al 3% dei connazionali residenti in America al censimento del 1910. Il governo americano era piuttosto preoccupato: il saldo netto degli arrivi, alla fine del 1920, aveva, infatti, toccato una media di 52.000 immigrati al mese e, nel febbraio del 1921, la confusione nel porto di New York era stata tale da indurre le autorità a dirottare su Boston le navi cariche di emigranti.

Nel 1924, un nuovo Quota Act, la Johnson-Reed Law, riduceva la quota di ingresso al 2% dei connazionali residenti negli Stati Uniti al censimento del 1890, comportando una fortissima penalizzazione per i paesi, come l'Italia, di giovane emigrazione. In definitiva, la quota annuale per l'Italia veniva ridotta a 3.845 unità.

L'emigrazione italiana fu costretta a dirigersi verso altri paesi: la Francia e le altre nazioni europee, la Repubblica Argentina, il Brasile e gli altri Stati dell'America Latina, l'Australia e l'Africa.

Nel 1929, intervenne l'ennesimo provvedimento legislativo restrittivo americano che riduceva a 153.000 il tetto massimo di immigrazione annua complessiva (5.802 per l'Italia), adottando come base il censimento del 1920.

(4)   Operai non scioperanti

 

 

  

 

 

CRONOLOGIA DELL’IMMIGRAZIONE

 

ANNI                  NUMERO DEGLI IMMIGRATI     PERCENTUALE

1881-1885                     2.975.683                                       13,40%

1886-1890                    2.270.930                                        10,25%

1891-1895                     2.123.879                                        9,56%

1896-1900                     1.563.685                                       7,04%

1901-1905                     3.833.076                                       17,27%

1906-1910                     4.962.310                                       22,36%

1911-1915                     4.459.831                                        20,09%

 

 

ORIGINE GEOGRAFICA DEGLI IMMIGRATI

(1881-1915)

 

ORIGINE             NUMERO DEGLI IMMIGRATI    PERCENTUALE

Gran Bretagna              1.871.652                                       8,43%

Irlanda                        1.503.803                                       6,77%

Scandinavia                  1.682.710                                       7,58%

Europa N.O.                  611.973                                          2,75%

Germania                      2.439.331                                       10,99%

Europa Centrale            4.129.951                                       18,61%

Russia ed Europa E.      3.483.603                                       15,69%

Italia                           3.954.066                                       17,81%

 

 

RIPARTIZIONE PER SESSO

NUMERO E PROPORZIONI DI UOMINI

 

ANNI                 NUMERO DEGLI IMMIGRATI        PERCENTUALE

1881-1885                    1.808.297                                            60,77%

1886-1890                    1.397.614                                            61,54%

1891-1895                    1.397.614                                             61,89%

1896-1900                    982.773                                              62,82%

1901-1905                    2.714.584                                             70,80%

1906-1910                    3.457.358                                            68,66%

1911-1915                     2.893.900                                            64,88%

 

 

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categoria:america, europa, immigrazione, daniela zini
sabato, 27 giugno 2009
A una persona unica e speciale




L’identità complessa dell’Iran, che suscitò gli interrogativi di Montesquieu, spiega la storia monumentale di questo Paese, compresa quella di un XX secolo segnato dalla mondializzazione, il petrolio e quattro rivoluzioni (1).
Queste esperienze sono state saldate con échecs costosi per la popolazione.
L’Iran non ha, infatti, mai cessato di avere un regime dispotico, un’economia sottosviluppata, una cultura soffocata dalla censura e la sua indipendenza politica costantemente controllata dalle grandi potenze. Queste esperienze hanno, tuttavia, trasformato l’Iran povero ed emarginato dell’inizio del XX secolo.
Impadronendosi del potere per gestire un grande Paese, il clero dell’Islam sciita si assumeva il rischio di rinunciare alla sua posizione tradizionale di censore del potere, di garantire la sua legittimità e di subire le alee dell’azione politica. Questo episodio della storia dell’Islam ha contribuito ad alimentare l’idea di un’eccezione iraniana nel mondo musulmano e a ricordare, allo stesso tempo, il posto insostituibile dell’Islam nella identità iraniana. La gestione dello Stato e l’azione politica nel quotidiano hanno anche favorito la banalizzazione dell’Islam sciita rivoluzionario, il quale, restando arroccato a certi simboli, sembra, oggi, limitarsi a un neo-fondamentalismo più attento a una morale individuale che a ideali sociali e politici. La Repubblica Islamica non ha potuto – o non ha saputo – evitare di fare ricorso, per sopravvivere a capitali stranieri e, dunque, alla società occidentale, che non manca occasione di vilipendere. Al di là delle contraddizioni che emergono, questa situazione conferma, tuttavia, che l’Iran è entrato, anche in politica, in una fase post-islamica.
La frattura è evidente oggi in Iran. E quelli che sfidano il potere a Tehran non sono i nemici tradizionali della Repubblica Islamica, né i nostalgici del Regno dei Pahlavi, né i “terroristi” del movimento Mojahedin Khalq, ma i figli della Rivoluzione Islamica, che hanno svolto un ruolo rilevante nel rovesciamento del regime dello Shah, nel 1979: Mir Hosein Musavi, l’Ayatollah Ali Khamenei, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, Mehdi Karrubi, Mohammad Khatami e Hosein Ali Montazeri.
In verità, la contestazione all’interno dell’establishment politico-religioso iraniano non data da oggi. All’epoca delle Elezioni Presidenziali del 2005, vinte da Mahmud Ahmadinejad al secondo turno, il candidato Karrubi aveva denunciato che una rete di moschee, di pasdaran e di basij si era mobilitata illegalmente per sostenere Ahmadinejad. Karrubi era giunto, perfino, ad accusare Mojtaba Khamenei (secondogenito della Guida Suprema) di far parte dei cospiratori, la qualcosa gli aveva valso le rimostranze della Guida Suprema e il sostegno di Hashemi Rafsanjani.
Era chiara, già allora, la linea di frattura tra i riformisti e i conservatori, tra quelli che volevano far uscire l’Iran dal suo isolamento internazionale e quelli che diffidavano di ogni apertura all’occidente, in generale, e agli Stati Uniti, in particolare.
Oggi, questa frattura ha le connotazioni di quella che si può definire una vera scissione in seno all’establishment poiché la battaglia si è spostata nella strada e, tenuto conto delle centinaia di vittime (tra morti e feriti), la rottura sembra essersi consumata.
I più ottimisti in Iran avevano creduto che la Guida Suprema, Khamenei, nel discorso pronunciato lo scorso venerdì, avrebbe trovato le parole magiche per riconciliare tutti e ristabilire la pace civile. Ma il discorso era chiaro, netto e preciso. La Guida Suprema si era allineata su Ahmadinejad, che - aveva ribadito - aveva vinto le elezioni con più del 63% dei voti, che era il Presidente che il popolo aveva scelto, che i disordini dovevano cessare immediatamente e che quelli che avessero continuato a incitare la gente a scendere in strada si sarebbero assunti le conseguenze del sangue versato e del caos. La suspense non era durata a lungo. Meno di ventiquattro ore dopo il discorso di Khamenei e, a dispetto della rigida interdizione di raduni pubblici, migliaia di manifestanti avevano sfilato nel circuito tradizionale delle manifestazioni a Tehran, da piazza Enqelab (Rivoluzione, in persiano) a piazza Azadi (Libertà, in persiano).
Lo scontro con le forze dell’ordine era stato inevitabile e, ancora una volta, decine di vittime erano cadute.
Nella sola giornata di sabato, si è parlato di una decina di morti e di un centinaio di feriti.
Il braccio di ferro che si è impegnato tra i compagni d’armi iraniani, senza eccezioni, ha portato a una frattura irreversibile tra quelli che hanno operato, mano nella mano, al successo del cambiamento di regime. Nessuna rivoluzione è sfuggita a questa regola e ci si dovrebbe stupire, piuttosto, che l’accordo sia durato, almeno in apparenza, per tre decenni prima che la scissione esplodesse au grand jour.
Questo braccio di ferro gravita intorno a due convinzioni contraddittorie, quella del potere, che ritiene che le Elezioni Presidenziali siano state regolari e che la conta di 24 milioni di elettori, che hanno votato per Ahmadinejad, sia indiscutibile, e quella dell’opposizione, che rifiuta queste elezioni manipolate. Ma, al di là delle elezioni, e, indipendentemente dal fatto che siano manipolate o no, la realtà è che la società iraniana non è più coesa come prima contro i pericoli esterni. La dinamica che la attraversa, oggi, la rende trasparente e il mondo intero può vedere la linea di demarcazione che divide i due schieramenti, l’uno che ritiene che il pericolo per il Paese venga dall’esterno e l’altro che considera che questo pericolo venga piuttosto dall’interno, vale a dire dalla rigidità del potere, dalla sua propensione a discorsi “inutilmente provocatori” e dalla sua pratica politica che fa dell’Iran un Paese “paria” agli occhi delle grandi potenze mondiali.
I forti sospetti che gravano sui risultati delle Elezioni Presidenziali hanno bruscamente messo sotto i riflettori la nuova realtà dell’Iran, diviso tra un’opposizione sempre più ardita che spinge con tutte le sue forze verso il cambiamento, e un potere sempre più rigido, che utilizza le forze di polizia e militari per mantenere le cose in uno status quo.
A dispetto di certe similitudini con gli avvenimenti del 1978-79, che avevano rovesciato la dittatura dello Shah (manifestazioni violente, incendi di palazzi pubblici, manifestanti di notte sui tetti che gridavano “morte al dittatore” e “Allah è grande”), non si deve credere che il regime dei mollah sia pronto a crollare. A seguito di questi avvenimenti, ha, forse, perduto in credibilità e in legittimità agli occhi di milioni di iraniani, ma le strutture che lo difendono (polizia, esercito, basij, guardiani della rivoluzione) sono ancora abbastanza salde e compatte per accettare la sfida, posta dall’espansione della contestazione riformista. Ciò detto, non è del tutto sicuro che gli interventi dei leaders occidentali (Barak Obama e Angela Merkel in testa) siano tali da aiutare i contestatori nella loro lotta o a convincere il potere iraniano ad aprirsi a una negoziazione sul doppio piano interno e internazionale. Al contrario, questi interventi, considerati “un’ingerenza intollerabile” da Tehran, versano acqua al mulino dei conservatori che accusano i riformisti di essere “al soldo dei nemici dell’Iran”. Obama e Merkel sono sicuramente soggetti a pressioni politiche interne perché prendano posizione in favore dei manifestanti. Ma hanno un argomento di non poco peso per giustificare la non-ingerenza: evitare di intralciare i leaders riformisti con un sostegno imbarazzante, che rischierebbe di causare loro più danni che benefici e dare un buon motivo al potere iraniano per irrigidirsi ulteriormente.
Gli intellettuali che hanno partecipato alla rivoluzione del 1979 ricercavano la democrazia, la giustizia sociale come pure l’identità perduta di un Iran che aveva troppo trascurato la sua cultura popolare.
Tutti sanno che la Rivoluzione Francese, Napoleone, il Radicalismo, il Socialismo, Clemenceau, perfino Stalin, hanno iniziato a sinistra nella contestazione per finire a destra, con monotona regolarità, nel culto dell’autorità e spesso dell’oppressione.

“Per la tolleranza”

dice mio nonno,

“vi sono delle case apposite.”




(1)
Gli storici riservano questo appellativo a quelle del 1906 e del 1979, ma la nazionalizzazione del petrolio da parte di Mossadeq e la Rivoluzione Bianca dello Shah e del popolo del 1963 furono delle vere rivoluzioni.




Daniela دانیلا Zini زینی
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sabato, 27 giugno 2009

A una persona unica e speciale

 

 

 

 

Gli anni 1950, che, in tutto il mondo occidentale, segnarono un notevole risveglio economico e civile, videro l’Italia impegnata in un duro sforzo di ascesa politica, volto ad assumere un ruolo di maggiore importanza all’interno del proprio schieramento. La sua voglia di crescere, però, sembrava destinata a scontrarsi ancora per lungo tempo contro la scarsa considerazione degli alleati occidentali.

Vincolata ancora strettamente ai sussidi degli Stati Uniti, l’Italia vedeva, da qualche anno, decollare i propri progetti economici e poteva iniziare a volgere i propri interessi verso nuove fonti produttive e nuovi mercati, ma all’interno del blocco occidentale la sua posizione rimaneva di secondo piano. Al momento della costituzione delle Nazioni Unite, il Presidente Truman aveva espresso le sue convinzioni sul fatto che “fosse più saggio non avere l’Italia tra i membri originari dell’alleanza e possibilmente di non averla neppure in futuro”.  Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, mantenevano nei confronti dell’Italia ancora quell’atteggiamento di diffidenza e di disistima, che la fine del fascismo e l’esito del secondo conflitto mondiale non avevano spazzato via.

I nuovi orizzonti economici dell’Italia divennero quelli che, geograficamente, lo erano da sempre: i paesi bagnati dal Mediterraneo in terra orientale. Il Medio Oriente ricco di petrolio era già considerato territorio di conquista e punto di equilibrio da parte delle maggiori potenze orientali. Vincolati da patti con l’occidente e con i paesi comunisti, che ne tutelavano il progresso compromettendone l’indipendenza, i paesi asiatici intrattenevano, invece, con l’Italia rapporti dapprima meno proficui, ma senz’altro più amichevoli, in virtù del neutralismo dai trattati, cui la non considerazione di Gran Bretagna e Francia avevano in un certo senso costretto il nostro paese.

Nell’ambito di una discussione al Ministero degli Affari Esteri sugli orientamenti da adottare nella politica mediterranea, già, nel 1952, si metteva in rilievo la posizione di privilegio, che, suo malgrado, l’Italia stava assumendo in Medio Oriente, che, a tutti i costi, bisognava sfruttare “per sviluppare al massimo i nostri traffici con quei paesi. Cercare di comperarvi il più possibile …, offrire dei crediti …, creare delle piccole industrie per cui non hanno i capitali pronti: dar loro qualche operaio specializzato …, ma non parlare di politica”.

Analoghe riflessioni sulla necessità di mantenere un proprio ruolo in Medio Oriente autonomo dalle direttive dei maggiori paesi occidentali, che tentavano pur sempre di restaurare la propria egemonia coloniale, venivano da Vittorio Zoppi, allora Segretario Generale al Ministero degli Affari Esteri:

 

“Oggi non è più possibile organizzare la difesa del Medio Oriente senza curarsi di quegli Stati che sono il Medio Oriente … In altri termini, quello che chiediamo è che si difenda il Medio Oriente, d’accordo con gli arabi, mentre con le tesi inglesi si potrebbe anche giungere all’eventualità di dover invadere il Medio Oriente per poterlo difendere …”

 

In effetti, il destino economico dell’Italia, nel corso dei primi anni 1950, era stato vincolato sempre più strettamente alla possibilità di transito per Suez a costi sostenuti. L’importazione di petrolio dei paesi arabi, destinato alle raffinerie italiane, e l’esportazione di merci nel Mediterraneo, erano permesse soltanto attraverso le acque egiziane, in cui la libertà di transito, fino alla loro nazionalizzazione, era garantita ai paesi occidentali da dazi poco onerosi.

 

“Nel 1955”,

 

registrava il Corriere della Sera nell’agosto del 1956,

 

“abbiamo importato per un totale di 16,9 milioni di tonnellate di oli greggi di petrolio, di cui 4,6 dall’Arabia Saudita, 7,3 dall’Iraq, 3,6 da altri paesi dell’Arabia, e solo lo 0,6 dal Venezuela. Anche tenendo conto di altre modeste importazioni di prodotti petroliferi grezzi e lavorati, nonché di quelli che arrivano con gli oleodotti, si può ben affermare che il totale del nostro approvvigionamento per questa essenziale fonte energetica passa attraverso il canale di Suez.”

 

Il Ministro degli Affari Esteri Martino, nel dibattito alla Camera dei Deputati del 3 ottobre, forniva i dati esatti del commercio italiano legato al canale egiziano, le cui sorti davano ormai adito a crescente preoccupazione:

 

“L’importazione di merci in Italia attraverso il canale di Suez è pari a un quarto di tutta la nostra importazione. Quanto all’esportazione di prodotti italiani attraverso il canale, essa pure è cospicua: nel 1955 ha superato i 100 miliardi di lire. E si tratta di un’esportazione la quale in tanto può avvenire in quanto i noli restino invariati: se questi dovessero aumentare non sappiamo quali sarebbero le conseguenze su alcuni mercati orientali.”

 

Il prezzo dei noli, tutelato fino allora dall’amministrazione inglese, non era variato, in realtà, nel periodo successivo alla nazionalizzazione del canale, ma certamente le tensioni tra Nasser e le potenze occidentali non facevano sperare un futuro roseo per le modalità di transito attraverso il Mediterraneo. Una crisi avrebbe evidentemente provocato la chiusura del canale, evento che, per l’Italia, avrebbe significato un duro arresto della propria economia.

Martino alla Camera manifestò appunto le sue preoccupazioni:

 

“È noto che in Italia esiste il 24% delle raffinerie di tutta l’Europa: ebbene esse possono lavorare a condizione che il petrolio arrivi regolarmente per la via del canale e che il prezzo non sia elevato. Qualora questo aumentasse, o il petrolio dovesse entrare nel Mediterraneo dalla parte di Gibilterra, le possibilità di lavoro diminuirebbero e si verificherebbe … una diminuzione di assorbimento di mano d’opera in questo settore.”

 

Il problema più grave, infatti, per l’Italia, era di non avere alternative fonti di approvvigionamento del petrolio, per raggiungere le quali, altre vie, rispetto a quella di Suez, sarebbero risultate troppo costose:

 

“Se le navi che transitano attualmente per il Canale di Suez”,

 

 ipotizzava il Corriere della Sera in agosto,

 

“dovessero fare il giro del Capo di Buona Speranza, ne deriverebbe un rialzo sensibile dei noli, tanto più che la flotta delle cisterne si trova impreparata ad affrontare tale compito, nonostante che la tendenza sia di aumentare continuamente la capacità …”

 

L’aumento del prezzo del greggio e la drastica riduzione dei commerci con il Medio Oriente, dunque, sembravano dover colpire l’Italia in misura maggiore rispetto alle altre nazioni europee, che comunque gestivano mercati diversificati.

L’Italia ha, sempre, preferito rimanere al di fuori dei conflitti di interessi che le grandi potenze occidentali si sono trovate a dover affrontare in Medio Oriente. Così era stato anche in occasione di altre crisi nel Mediterraneo, durante le quali l’Italia non aveva mai abbandonato il suo atteggiamento neutrale e ambiguo, tanto intollerabile agli occhi degli alleati europei, per i quali la politica italiana non era altro che un mero riflesso di quella statunitense.

Qualche anno prima della crisi egiziana, in quella che fu considerata il suo precedente più illustre, vale a dire la crisi in Iran, Londra aveva invitato i paesi atlantici, e l’Italia, a mostrare verso il sovvertitore Mossadeq la sua stessa intransigenza.

L’Italia, in quel periodo, intraprendeva i suoi primi rapporti commerciali con l’Iran, e tramite il suo Presidente del Consiglio, De Gasperi, aveva manifestato la sua “simpatia per le aspirazioni dei popoli d’Oriente a migliorare le proprie condizioni di vita”, affermazione che ufficializzava i buoni rapporti dell’Italia con l’Iran. L’eventuale indipendenza dagli inglesi lasciava ben sperare sulla possibilità di maggiori infiltrazioni italiane in Iran e, quindi, non andava fortemente ostacolata, ma la stima da parte inglese era del tutto compromessa.

Il Governo di Roma aveva accettato l’embargo all’Iran decretato dalla Gran Bretagna, ma contemporaneamente aveva deciso di non interrompere le relazioni con il Governo di Teheran.

L’AGIP, seppure con le dovute cautele diplomatiche nei riguardi della Gran Bretagna, aveva iniziato a interessarsi dell’Iran, nel 1951, e l’ENI di Mattei perseguiva con buoni risultati la propria espansione nei territori iraniani, pur non mostrando mai la propria approvazione per il processo di nazionalizzazione che là si andava svolgendo.

Inoltre, l’Italia traeva indirettamente profitto dalla crisi iraniana, perché la propria industria veniva a coprire gran parte del fabbisogno dei mercati, sguarniti dopo la chiusura della gigantesca raffineria di Abadan, che aveva da sola una capacità doppia di tutti gli impianti italiani messi insieme. Nel 1951, il commercio estero con il mondo arabo equivaleva al 7% degli scambi totali dell’Italia. Prendere posizione a favore della Gran Bretagna sarebbe risultato, dunque, molto pericoloso, e l’Italia aveva agito, in quell’occasione, con cautela mal sopportata dagli inglesi.

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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domenica, 22 febbraio 2009

La rivoluzione francese segna la fine del diritto divino al centro della vecchia Europa, nel cuore dell’antico regime. Fu la rottura degli ordini sociali, la frattura delle caste dirigenti. Dietro la borghesia urgevano le masse proletarie, le masse rurali, le masse femminili. Le donne si affollano nelle piazze di Parigi e urgono intorno alle assemblee di tutta Europa. Il loro intervento nella vita sociale non potrebbe essere più decisivo.

È un movimento che porta scritto sulle sue insegne un unico motto: libertà. E la libertà si svolge nella solitudine individuale come autoeducazione e nel consorzio sociale come autogoverno. Autoeucazione: la pedagogia, scienza essenzialmente moderna e perciò antideterministica e innovatrice, è coeva all’emancipazione della donna. Il pensiero pedagogico di Rousseau e di Pestalozzi è un’anticipazione della libertà femminile. Il libero esame, già ristretto ai testi sacri, diviene un esame di coscienza diuturno nel quale la donna ritrova se stessa come essere umano, come coscienza autonoma. Dopo le discussioni del XVIII secolo sull’educazione della donna, interminabili e modellate sullo schema di un assolutismo virile illuminato, il romanticismo e il liberalismo portano, con Madame de Rémusat la parola nuova: la donna educhi la donna.

Anche le donne, come gli operai, avevano, infatti, subito durante la rivoluzione il loro termidoro. Come erano decaduti gli antichi diritti corporativi degli operai, le donne avevano perduto i residui ed esausti diritti medievali sopravvissuti al centralismo monarchico. Ma per gli uni e per le altre  si preparavano e dovevano insorgere nuovi e più radicali diritti. Il movimento femminile, come il movimento operaio, serra alla base l’antico ordinamento sociale, proprio in nome del principio dell’uguaglianza giuridica ormai acquisito dalla coscienza moderna. L’autogoverno – questa conseguenza laica del cristianesimo evangelico affermata dal giusnaturalismo – applicato dal mondo operaio avrebbe portato al diritto di sciopero, dal mondo femminile al diritto al divorzio. L’operaio combatteva per il sindacato, la donna per il suffragio: entrambi per una società di uguali.

L’emancipazione femminile doveva attraversare tutti i gradi della società: iniziava nella classe borghese e continuava in quella proletaria, affermando la continuità della civiltà democratica di cui costituiva l’avanguardia. Il liberalismo rappresentò l’età della giovinezza dell’emancipazione femminile. Fu il suo momento individualistico, il momento di una fioritura elevata e meravigliosa che inondò le lettere e le arti e che si svolse negli strati superiori della società con intelligenza, passione e sincerità.

È stato detto, da qualcuno, che il liberalismo era nell’aria: ma ancor prima era nel cuore della donna e dell’uomo. Milton e i divorzisti non furono che i precursori del liberalismo, mentre i libertini, con la loro religione galileiana e newtoniana, ne furono i fiancheggiatori. Ma l’atto di nascita del liberalismo è redatto alle soglie del XIX secolo da Benjamin Constant e da Madame de Staël. Molta strada ha percorso l’umanità da Milton fino a questa coppia. Milton era solo, parlava con se stesso e le sue mogli vivevano nell’oscurità spirituale. Il liberalismo ottocentesco porta, invece, bene impressi sul volto i segni dell’intima collaborazione di Constant e di Madame de Staël. E dietro quel volto si intravede la vicenda d’amore e la religione del sesso. Non soltanto perché Madame de Staël, erede del liberalismo fisiocratico di Necker lo comunica a Constant, fondatore del liberalismo costituzionale, legando così simbolicamente l’età dei lumi all’età della restaurazione, ma anche e soprattutto per quell’intima collaborazione ideale che nasce dall’incontro armonico di due caratteri di sesso diverso. E che così sia stato ne sono testimoni tanto Adollfo e Il quaderno rosso di Constant  quanto Delphine e Germania di Madame de Staël, in cui si esprime la loro concezione liberale, vissuta con diverse sfumature ma con la stessa ampiezza di vedute e soprattutto con la stessa intensità di sentimento. Il tempo di Beatrice, oscura ispiratrice illuminata solo dal genio del poeta, è tramontato. E Margherita di Goethe parteciperà profondamente alla vicenda di Faust, l’eroe dell’eterna ricerca. Comunque, con Constant e con Madame de Staël siamo dinanzi alla prima coppia veramente moderna, che separa l’età antica dall’età nuova. Bisogna intendere l’opera di Constant e di Madame de Staël per penetrare lo spirito dell’ottocento: il liberalismo si fonde con il romanticismo, fuoco centrale: la vita dell’anima.

Ancora una volta dal tormento intimo, dalle passioni e dalla lotta sorge una nuova civiltà. Ciò che era stata polemica in Milton e cruda tragedia in Olympe de Gouges, finisce ora con il conquistare tutto l’uomo. La libertà di coscienza si contempera con la libertà del costume e con la libertà politica: la controparte della libertà è rappresentata dalla fedeltà a una ricerca ideale, che costituisce la grande e difficile missione storica di questa prima generazione di uomini e donne moderne che innestano la civiltà romantica nella società democratica.

È, infatti, il tempo della democrazia liberale.

Ma la società cammina per suo conto. Con la rivoluzione politica, si manifesta la rivoluzione economica. Si annuncia l’età della grande industria capitalistica. La democrazia politica, negli anni della rivoluzione, aveva virtualmente, non volendo e inconsapevolmente, iniziato l’emancipazione della donna. La rivoluzione industriale la piegava ora alla macchina: ma con ciò ne preparava il riscatto nel movimento operaio, nel nome del lavoro, cioè della libertà fatta carne, della libertà nel suo momento sintetico e universalistico. L’emancipazione femminile doveva completarsi nell’indipendenza economica e morale della donna. I socialisti utopistici, da Fourier, che è il primo a rivendicare come tale l’emancipation de la femme, a Proudhon, intuiscono l’intimo legame che corre tra l’evoluzione sociale e l’evoluzione femminile, tra il riscatto dell’operaio e il riscatto della donna. Se la borghesia era giunta al potere senza consapevolezza storica del suo sviluppo, la rivoluzione femminile e quella operaia, si incontravano proprio sotto il segno della coscienza storica e della volontà attuosa. Crollavano, intanto, gli ultimi residui dell’industria domestica che era stata il complemento della produzione artigiana. Con il crollo dell’artigianato, sostituito dalle manifatture, l’unità autarchica della casa era infranta: la figura della massaia, con il sorgere dell’industria tessile, delle lavanderie, delle macellerie e di mille altri pubblici servizi, impallidiva sempre più. La donna, neppure volendo, poteva conservarsi più oltre la costante tessitrice del mito di Penelope. Vi era ormai una ragione in meno per restare in casa e una in più per uscirne: la donna prende servizio nell’industria nascente. La troviamo subito nelle miniere e nelle manifatture tessili. La massaia diviene operaia. L’idillio rusticano e patriarcale si trasforma nell’inferno moderno dell’urbanesimo e del pauperismo. La lotta per la vita crea l’emancipazione femminile come fenomeno di massa. Procede, nonostante tutti, perché ormai tutto vuole che la donna si affermi. La lotta per l’esistenza si trasforma: la moltiplicazione dei servizi pubblici favorisce il celibato maschile e, quindi, la formazione di un esercito di donne senza famiglia, che entra nel ciclo produttivo, culturale, sociale, educativo.

Il movimento femminile corre così nel flusso stesso della moderna evoluzione sociale: ne è causa  e conseguenza al tempo stesso. La famiglia si scioglie dagli antichi legami con la compagine patriarcale: la donna che lavora fuori della casa del marito e del padre diviene automaticamente pari all’uomo. Tra il potere sociale e il potere familiare si insinua il cuneo della rivoluzione femminile. D’ora in poi la conservazione cercherà di riportare la donna in casa, alla cucina, alla chiesa, alla culla, ma è definitivamente evasa dalla sua dolce ferrea prigione. Finora il diritto e la morale avevano sanzionato l’uguaglianza dei sessi nel talamo riconoscendo appena una realtà vecchia quanto Adamo ed Eva: ora l’uguaglianza dei sessi viene riconosciuta nella società. Dalla rivoluzione industriale la rivoluzione giuridica. Nel 1833, la Francia istituisce le scuole femminili; nel 1840, il primo Stato della Confederazione americana riconosce l’indipendenza economica della donna abolendo l’autorizzazione maritale; nel 1884, la terza Repubblica francese fa del divorzio un’istituzione democratica che conquista l’Europa borghese all’ideale modello di un’unione imperniata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla responsabilità quotidiana di entrambi i suoi contraenti. Il matrimonio civile giunge alla sua estrema conseguenza, l’incontro terreno dell’uomo e della donna, come ogni incontro, è libero e dissolubile nel più vasto patto sociale.

La borghesia creava nella civiltà giuridica una mole imperitura che il proletariato doveva animare. L’operaio e la donna non appena i diritti dell’uomo erano stati iscritti alle soglie dell’era democratica, si erano impegnati a fondo per concretare in effettivi rapporti sociali la formula astratta della “legge uguale per tutti”. La lotta era, dunque, coincidente: Marx doveva sintetizzare le esigenze del socialismo utopistico e le esperienze critiche della rivoluzione industriale in una formula ancora viva e feconda:

 

“Si tratta di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.”

 

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martedì, 27 gennaio 2009

Que mes mots s’envolent vers Toi !

 

« Ce n'est pas toi que j'aime, c'est bien plus, c'est mon existence, qui m'est donnée à travers toi. »

Frank Kafka, Lettres à Milena

 

À qui s'adresse la Lettre ?

De qui vient-elle?

Que contient-elle?

Ces questions ouvrent mon commentaire sans toutefois résumer ou rassembler ce qui s'y dessine.

L’art épistolaire, qu'il s'agisse de Lettres authentiques ou fictives, permet une construction de l'image de soi, à la fois adaptée au destinataire et choisie par l’épistolier.

Comme l’écrit Bernard Beugnot : «  L’épistolier est un artisan de soi. »

 

Ces questions ne mériteraient pas d’être promues au rang d’interrogatifs si elles ne renvoyaient qu’à un sentiment désagréable ; en fait, ce sentiment nous met en rapport, sans discrétion, avec la tragédie. Le problème de la Lettre, ou plus précisément de l'envoi de la Lettre, est tragique pour autant que l'envoi ne garantit pas la relation, le lien, qu'on désire désespérément instituer. Le drame vient de l'absence de lien. Mais surtout, le drame provient du caractère non assuré du lien, de sa précarité, car une Lettre peut toujours ne pas arriver à destination. Il faut toujours craindre qu'une Lettre se perde, que la correspondance soit rompue.

La Lettre d'Amour, s'écrivant dans la distance, implique toujours une certaine différance du contact ; la Lettre d'Amour n'est jamais sûre d'atteindre ce qu'elle vise, même si elle arrive. Pourtant la Lettre d'Amour est indissociable de la singularité d'un désir, désir d'atteindre, non pas un Autre, mais cet Autre-ci : l'Autre en tant qu'Unique. En tant que trace singulière et singularisante, la Lettre d'Amour cherche à instituer l'Autre en tant qu'Autre, en l'appelant par son nom, même quand elle ne le nomme pas. Mais si la Lettre d'Amour s'écrit toujours dans la distance, elle s'écrit également en opposition à la distance, contre elle ; elle désire combler la béance et se résoudre en elle. Puisque la venue de l'Autre signerait la mort de l'Autre comme Autre, la mort de l'Amour et la mort de l'Ecriture. Aussi, la Lettre d'Amour, tout en appelant l'Autre et en allant à sa rencontre, veille à préserver la distance. De façon plus précise, la Lettre d'Amour travaille au profit de cette rencontre à venir - qui ne vient jamais – en suscitant un double mouvement : de soi à l'Autre et de l'Autre à soi. L'envoi de la Lettre à un sens pour autant qu'elle fournit l'occasion à l'Ego de se réfléchir dans la figure d'un Alter-ego, réduit ici à une figure purement spéculaire, un Autre soi, c'est-à-dire tout sauf de l'Autre.

Le secret de la Lettre d'Amour, ce qui ne cesse de se nier en se disant et qui, par là, se dit en se niant, réside dans le désir d'être l'Autre, littéralement. Le secret de la Lettre d'Amour c'est de croire à l'indistinction, à l'indifférenciation entre « moi » et « toi », c'est qu'il n'y ait pas d'expéditeur, pas d'adresse ; c'est de bouleverser l'ordre de la communication, c'est d'être parole errante entre « toi » et « moi », que nous pouvons nous approprier, l'Un dans l'Autre, l'Un pour l'Autre. 

Il suffit de relire quelques Lettres à Milena pour s'en convaincre :

 

« Au lieu de dormir, j'ai passé la nuit avec tes lettres (pas tout à fait volontairement, je dois l'avouer). Cependant, je ne suis pas encore dans le dernier dessous. A vrai dire, je n'ai pas reçu de lettre, mais cela ne fait rien non plus. Il vaut beaucoup mieux maintenant ne pas s'écrire chaque jour ; tu t'en es rendu compte en secret, avant moi. Les lettres quotidiennes, au lieu de fortifier, dépriment ; autrefois, je buvais ta lettre d'un trait, et je devenais aussitôt (je parle de Prague, non de Merano) dix fois plus fort et dix fois plus altéré. Mais maintenant, c'est tellement triste ! Je me mords les lèvres en te lisant ; rien n'est plus sûr sauf la petite douleur dans les tempes. Mais peu importe, excepté une chose, une seule chose, Milena : d'abord, ne pas tomber malade. Ne pas écrire est bon (combien de jour me faut-il pour venir à bout de deux lettres comme celles d'hier, Sotte question, peut-on venir en venir à bout en deux jours ?), mais il ne faut pas que la maladie en soit la cause. Je ne pense qu'à moi en parlant ainsi. Que ferais-je si tu étais malade ? Très probablement, ce que je fais maintenant, mais comment ? Non, je ne veux pas y songer. Et pourtant, quand je pense à toi, toujours étendue dans ton lit, comme tu étais à Gmünd le soir, dans le pré (où je te parlais de mon ami et où tu écoutais si peu). Et ce n'est pas une image douloureuse, c'est proprement le meilleur au contraire de ce que je suis capable de penser en ce moment : tu es au lit, je te soigne un pue, je vais, je viens, je te pose la main sur le front, je m'abîme dans tes yeux quand je me penche sur toi, je sens ton regard qui me suit quand je vais et viens dans la chambre, et je sens toujours, avec un orgueil que je ne peux plus maîtriser, que je vis pour toi, que j'en ai la permission, et je remercie le destin parce que tu t'es un jour arrêtée près de moi et que tu m'as tendu la main. Et ne serait-ce qu'une maladie qui passera bientôt et te laissera mieux portante que tu n'étais auparavant, et dont tu te relèveras plus grand, tandis qu'un jour, bientôt, et espérons-le, sans douleur et sans bruit, je m'enfoncerai dans la terre. Ce n'est pas cela qui me tourmente, mais l'idée que tu tombes malade si loin de moi. »

Franz Kafka, Extrait de Lettres à Milena – août 1920 –

 

« Voilà déjà bien longtemps Madame Milena, que je ne vous ai plus écrit, et, aujourd’hui encore, je ne le fais que par suite d’un hasard. Je n’aurais pas au fond à excuser mon silence, vous savez comme je hais les lettres. Tout le malheur de ma vie - je ne le dis pas pour me plaindre mais pour en tirer une leçon d’intérêt général - vient, si l’on veut, des lettres ou de la possibilité d’en écrire. Je n’ai pour ainsi dire jamais été trompé par les gens, par des lettres toujours ; et cette fois ce n’est pas par celles des autres mais par les miennes. Il y a là en ce qui me concerne un désagrément personnel sur lequel je ne veux pas m’étendre, mais c’est aussi un malheur général. La grande facilité d’écrire des lettres doit avoir introduit dans le monde - du point de vue purement théorique - un terrible désordre des âmes : c’est un commerce avec des fantômes, non seulement avec celui du destinataire, mais encore avec le sien propre ; le fantôme grandit sous la main qui écrit, dans la lettre qu’elle rédige, à plus forte raison dans une suite de lettres où l’une corrobore l’autre et peut l’appeler à témoin. Comment a pu naître l’idée que des lettres donneraient aux hommes le moyen de communiquer ? On peut penser à un être lointain, on peut saisir un être proche : le reste passe la force humaine. Ecrire des lettres, c’est se mettre nu devant les fantômes ; ils attendent ce moment avidement. Les baisers écrits ne parviennent pas à destination, les fantômes les boivent en route. C’est grâce à cette copieuse nourriture qu’ils se multiplient si fabuleusement. L’humanité le sent et lutte contre le péril ; elle a cherché à éliminer le plus qu’elle pouvait le fantomatique entre les hommes, elle a cherché à obtenir entre eux des relations naturelles, à restaurer la paix des âmes en inventant le chemin de fer, l’auto, l’aéroplane ; mais cela ne sert plus de rien (ces inventions ont été faites une fois la chute déclenchée) ; l’adversaire est tellement plus calme, tellement plus fort ; après la poste, il a inventé le télégraphe, le téléphone, la télégraphie sans fil. Les esprits ne mourront pas de faim, mais nous, nous périrons. »

Franz Kafka, Extrait de Lettres à Milena – début avril 1922 –   

 

Dans ces scènes d'écriture, il n'est pas surprenant que la figure d'Eurydice soit évoquée. Et avec elle, l'impossible transparence. Eurydice est la Femme qui suit, dans l'ombre, sans qu'on puisse la voir ; il faut toujours la deviner, la chercher du regard mais sans se retourner, sans succomber à l'immédiateté. Une nouvelle fois, encore et toujours, la tragédie : la Lettre nous y conduit fatalement.

Rien de plus honteusement fascinant que la correspondance d’un écrivain. Ce type de lecture procure un plaisir particulier et paradoxal :  intellectuel – découvrir obliquement une œuvre – et totalement interdit – satisfaire un certain voyeurisme en découvrant la sphère privée –. Chaque écrivain règle à sa façon la relation réversible, de distance et de proximité, unissant ses Lettres à son œuvre d’une part, à lui-même de l’autre. Observatoire critique, la correspondance rétroagit sur le projet littéraire, aide à le façonner, à le signifier, et constitue une pièce de création stratégique à part entière.

La Lettre est pour Milena ou pour Héloïse, pour Gala ou pour Brenda, ou encore pour une Autre, pas n'importe laquelle, celle qui, même en n'étant pas nommée comme telle, se reconnaît pourtant dans un « toi ».

L’entrée de la jeune traductrice tchèque dans la vie de Franz Kafka est comme un coup de vent frais.

Elle a 24 ans, lui 38.

 

« C’est un feu vivant, tel que je n’en ai encore jamais vu… En outre extraordinairement fine, courageuse, intelligente, et tout cela, elle le jette dans son sacrifice ou, si on veut, c’est grâce au sacrifice qu’elle l’a acquis. »

 

« Milena est comme la mer, forte comme la mer avec ses masses d’eau ; quand elle se méprend elle se rue aussi avec la force de la mer, quand l’exige la morte lune, la lointaine lune surtout. »

 

Ce feu fascine et mine Franz Kafka.

Cette passion, dont les Lettres permettent de suivre le progrès, ne dure qu'un instant, elle tient en quelques mois à peine. Puis leurs Lettres s’espacent, et les Baisers Ecrits s’effacent. Submergé par son angoisse, Kafka condamne Milena à ce qu’elle nommera, dans une Lettre à Max Brod, le « mal d’absence ».

Kafka, lui, cynique envers lui-même comme envers elle, écrit :

 

« Ce qui fut un lien brûlant est maintenant un mur, une montagne, ou, plus exactement, une tombe. »

 

Milena Jesenska mourra vingt ans après Kafka, dans le camp de concentration de Ravensbrück.

 

Que laisserons-nous aux générations futures ?

Des secondes pleines de sensations où nous savons que quelqu'un pense à nous, et va nous l'écrire bientôt.

Des minutes trop courtes pour se dire ce qui pourrait prendre une vie.

Des heures d'attente devant l’ordinateur qui ne voit pas arriver de message.

Des nuits trop longues dans l'envie d'être déjà au lendemain pour ouvrir ses mails.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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venerdì, 23 gennaio 2009

Oggetto di diversi lavori in questo ultimo ventennio, per lo più appannaggio di sociologhe femministe, il Femminismo islamico ci mette di fronte alla domanda: l’Islam e il Femminismo sono due fatti sociali compatibili o non possono esistere che in opposizione?

Molti analisti hanno la tentazione di parlare di donna musulmana, ma non esiste un prototipo univoco di donna musulmana. Le donne che vivono in Marocco si confrontano a codici e costumi diversi da quelli da quelli che esistono in Egitto o in Libano. La condizione femminile cambia da un Paese all’altro. Nonostante che nei Paesi islamici una serie di comportamenti culturali e di istituzioni siano comuni, non c’è uniformità nella legge e nelle tradizioni. Non bisogna neppure dimenticare che all’interno degli stessi Stati indipendenti, la situazione è molto diversa tra zone rurali e zone urbane, ma anche tra classi sociali. Di più, di fronte alla pluralità dei fenomeni migratori, il rapporto della donna con l’Islam e con le istituzioni cambia e si diversifica ancora.

In questo contesto una parte dei movimenti femministi chiede che si riconosca alla donna diritti che tengano conto della specificità del genere e della storia personale, rifiutando l’idea di un diritto precostituito su modello occidentale che sembra ignorare la dimensione sociale, religiosa ed etnica degli altri popoli e comunità. In questo contesto la dimensione religiosa profitta di una nuova centralità. Il suo riposizionamento nei discorsi femministi e le rivendicazioni che ne derivano iniziano a influenzare il dibattito internazionale sulla donna e i suoi diritti. Un’eco di queste discussioni si è, perfino, fatta sentire nel mezzo della Conferenza Internazionale Euromediterranea di Istanbul. Alcune rappresentanti dell’Ong della riva sud-est del bacino hanno, infatti, messo l’accento sulla necessità di un approccio diverso della religione e hanno chiesto di non confondere l’Islam con le interpretazioni misogine dei testi sacri che sono state fornite negli ultimi secoli. Alla luce di questi diversi comportamenti di fronte al tema della religione da parte di una grande parte delle donne e della società della riva meridionale, numerosi analisti, come Anitta Kynsilehto, insistono sull’importanza di questo dato che i politici della regione dovrebbero prendere in considerazione.

Un’espressione di queste nuove rivendicazioni che attraversano il mondo musulmano e i movimenti femminili globali, ecco ciò che sarebbe il preteso Femminismo islamico. Una realtà complessa da definire che assume posizioni molto diverse le une dalle altre. Specchio delle trasformazioni di questi ultimi anni, questa forma di Femminismo riporta l’Islam alla questione dei diritti della donna. La religione, che era stata messa da parte, perfino totalmente esclusa dai movimenti femministi del XX secolo, assume un nuovo ruolo nel XXI secolo: si fa giustificazione e strumento di lotta della donna. L’Islam diviene un alleato contro il maschilismo e il patriarcato; i testi sacri, riletti alla luce dell’ijtihad svelerebbero il carattere giusto ed equo dell’Islam. Sono le interpretazioni date da semplici uomini al messaggio divino che hanno sottratto alla donna i diritti che l’Islam le ha assicurato. L’Islam, una volta liberato dalle interpretazioni maschiliste, rappresenta la garanzia dei diritti e della libertà. Da un’analisi attenta del Corano, si può dedurre che alla donna è garantita ogni libertà così pure un ruolo attivo nella società, afferma la specialista in ermeneutica coranica Asma Barlas. Secondo le femministe islamiche, la via dell’emancipazione femminile e gli strumenti per combattere gli istituti e i codici familiari patriarcali si trovano all’interno della tradizione islamica e non al di fuori, imitando i percorsi di lotta delle europee e delle americane.

Se si presta attenzione alle rivendicazioni delle femministe islamiche, sembra evidente che il nuovo posto accordato alla dimensione religiosa non rappresenta un fenomeno di ritorno al passato ma al contrario l’espressione di una reinvenzione identitaria, individuale e comunitaria. Questa strategia di relazione con la modernità non esclude la partecipazione alla modernità ma la reinterpreta e la riformula in chiave alternativa a quella occidentale. La scelta della religione, intesa sul piano spirituale ma egualmente come presenza politica e l’uso di pratiche che, per alcuni, possono sembrare forme di oppressione o di discriminazione (come a esempio indossare l’hijab) sono vissute come forme liberatorie. Delle pratiche identitarie che, come lo dimostrò Gema Martin Munoz qualche anno fa, sono capaci di accrescere il potere della donna in seno alla comunità o alla famiglia. Molto diversa da un’espressione dell’oppressione maschile, la scelta religiosa sembra il frutto di un’interazione complessa tra cultura, religione, sistemi di significati e credenza, antenne locali di potere e altre strutture ideologiche. Questo processo di riposizionamento della religione, tuttavia, nella vita della donna e nelle sue battaglie è oggetto di violenti attacchi da parte di numerose femministe arabe e/o musulmane (e non solamente) che criticano il concetto stesso di Femminismo islamico e denunciano il rischio che il multiculturalismo e il relativismo culturale offrano un involontario sostegno alle politiche fondamentaliste.

Fatto questo preambolo di ordine terminologico, possiamo ora cercare di comprendere le realtà complesse della donna che si intendono prendere in considerazione. 

L’adozione in Marocco della nuova moudawana, in un clima di consenso politico, costituisce una rara eccezione in un mondo musulmano in cui la condizione femminile è oggetto di dibattito accanito tra modernisti e islamici radicali. Conforme ai precetti del Corano secondo il suo ispiratore, il Re Mohammed VI, il nuovo codice di famiglia marocchino, adottato dalle due camere del Parlamento di Rabat ed entrato in vigore all’inizio del febbraio 2004, non solo instaura regole draconiane per limitare la poligamia e il ripudio e innalza l’età legale del matrimonio della donna da 15 a 18 anni, ma garantisce alla donna più peso in seno alla famiglia, concedendole la possibilità di sposarsi senza l'approvazione di un uomo della famiglia, di prendere l'iniziativa, in un procedimento di divorzio, su basi più egualitarie e sottraendola all’obbligo di essere sotto tutela di un parente di sesso maschile (padre, fratello, marito). Tra il 1982 e il 2004, il numero di figli per donna è passato da 5,5 a 2,5. Il sociologo Emmanuel Todd, autore con Youssef Courbage di uno studio demografico, constata che, se alle donne francesi sono stati necessari centosessanta anni (1760-1910) per vivere una simile evoluzione, in Marocco, questa trasformazione è avvenuta in ventidue anni.

In Africa del nord, se la Tunisia è un’eccezione, con una legislazione molto liberale proclamata, nel 1956, dall’ex-Presidente Habib Bourguiba (1903-2000), l’Algeria vicina dispone di un codice di famiglia, ispirato alla shari’a, che prevede restrizioni drastiche ai diritti della donna. Questa legislazione del 1984, adottata dal partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), qualificata “codice della vergogna” dalle associazioni femministe, pone la donna sotto tutela e riconosce la poligamia quanto il ripudio.

I progressi della condizione femminile dividono modernisti e islamici nella maggior parte degli altri Paesi musulmani dell’Africa, come il Senegal (95% di musulmani) dove alcune associazioni riunite nel Comitato Islamico per la Riforma del Codice di Famiglia reclamano il rifacimento di un testo giudicato troppo vicino al modello francese. In questo Paese come in Ghana o ancora in Egitto, la persistenza della pratica dell’infibulazione costituisce un altro cavallo di battaglia delle associazioni femministe locali. Teologi musulmani assicurano che questa mutilazione, praticata in una trentina di Paesi africani, musulmani come non-musulmani, non ha niente a che vedere con l’Islam.

Nel Vicino e nel Medio Oriente, cuore del mondo musulmano, il dibattito sulla condizione e i diritti della donna non è apparso che molto recentemente in certi Paesi, dove il soggetto non era emerso per non interferire nel regno secolare delle leggi islamiche applicate alla lettera. È il caso dell’Arabia Saudita – guardiana dei Luoghi Santi –. Se la donna saudita può lavorare, non è, tuttavia, autorizzata a uscire da sola e dipende dalla tutela del marito o del padre. 

La giornalista saudita Rania al Baz, massacrata dal marito, in preda alla gelosia, scrive nel suo libro, Sfigurata:

“Non sono stata picchiata per un principio religioso, ma per gelosia, da un uomo umiliato. Solo per questo. Coloro che si trincerano dietro l'Islam per giustificare un'azione del genere mentono; coloro che pensano sinceramente – e ce ne sono – che il Corano incoraggi tali pratiche, sbagliano. È una faccenda di mentalità maschile, niente di più. Il Profeta ha insegnato l'amore, non certo l'odio che oggi viene propagato da alcuni dei suoi zelatori.”

Rania al Baz ha perdonato suo marito, che se l'è cavata con soli 3 mesi di carcere – rischiava 10 anni e 300 frustate in pubblico –, per ottenere la custodia dei figli, che, altrimenti, avrebbe perso al compimento del loro ottavo anno.

In Giordania, il Re Abdallah II e la Regina Rania hanno preso diverse iniziative per migliorare la situazione della donna nel Regno hashemita, lottando per esempio contro i delitti d’onore. Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove l'onore degli uomini, sharaf, si misura sul pudore, 'irdh, delle sorelle e delle figlie.

Riflettendo sul New York Review of Books, dopo l'11 settembre 2001, il Premio Nobel turco per la letteratura, Orhan Pamuk, scriveva:

“Nulla può alimentare il sostegno agli "islamici" che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento dell'occidente nel comprendere i dannati della terra”.

In Europa, la Turchia è il paese con la percentuale più bassa di donne in Parlamento e nel mercato del lavoro e la più alta di donne analfabeta. Per il campo laicista la liberazione della donna era già cosa fatta nei primi anni della Repubblica turca, tra il 1924 e il 1934, con l’abolizione della poligamia, l’introduzione del Codice Civile e del Codice Penale e il suffragio alla donna. In realtà, se le leggi cambiavano, i fatti parlavano ancora il vecchio linguaggio. Il capo della famiglia era il marito, la moglie aveva bisogno del suo permesso se voleva lavorare, uno stupratore non veniva punito se sposava la vittima, lo stupro era un reato contro la società e non contro la persona e non esisteva tra coniugi.

Il 20 settembre 2004, una giovane donna di Sanliurfa (Turchia orientale), Gulseren Artuk, di 22 anni, fu uccisa dai tre fratelli e da un nipote minorenne, su decisione della famiglia, per aver confessato di essere rimasta incinta, cinque mesi prima, di un uomo di cui non aveva voluto rivelare l’identità. L'assassinio di Gulseren Artuk era solo l'ultimo di una lunga serie di omicidi "tradizionali" – vale a dire decisi dalla famiglia – prima dell’entrata in vigore del nuovo codice penale (1° aprile 2005), che prevedeva pene più gravi anche per i familiari che incaricavano minori del delitto e segnava la fine dell'attenuante dell'”ingiusta provocazione” per questo genere di delitti, molto frequenti nella Turchia rurale e delle periferie urbane, molto spesso non scoperti o non riportati dai media e che restavano del tutto impuniti. Nel corso del 2004, i casi più noti di delitti tradizionali sono stati quelli di Salkine Demir, della minorenne "N" e di Guldunya Toren. Sakin Demir fu uccisa, su decisione familiare, dal suo stesso figlio. Una ragazza, identificata dai giornali come "N", fu uccisa dal padre, su decisione della famiglia, dopo essere rientrata a casa da una fuga d’amore con il fidanzato. Molto scalpore provocò l'assassinio di Guldunia Toren, rimasta incinta di un familiare, che aveva abusato di lei, e uccisa dai fratelli, che, prima, la ferirono in strada e, poi, la finirono in ospedale.

In un ampio studio del Foro Economico Mondiale del 2006, la Turchia era al 105° posto su 115 paesi riguardo all'eguaglianza tra uomini e donne. Dello stesso anno è una ricerca realizzata dalla Turkish Economic and Social Studies Foundation (Fondazione per gli studi economici e sociali) (TESEV), secondo la quale la strada verso l'emancipazione reale era ancora lunga: solo il 28% delle turche aveva un lavoro e di queste il 42% svolgeva un'attività non retribuita nelle zone rurali. Lo stesso rapporto affermava che il 38% non si copriva mai il capo, il 50% indossava il velo, il 12% il turban annodato fino al mento e solo l'1% il chador.

Resterà famoso il discorso, nel 1979, dell’ayatollah Khomeini: “Ogni volta che in un autobus un corpo femminile sfiora un corpo maschile una scossa fa vacillare l’edificio della nostra rivoluzione.” 

In Iran è ancora forte la discriminazione contro le donne, che sono escluse da molti settori della vita pubblica. L'età legale per contrarre matrimonio è di 13 anni, ma i padri possono chiedere l'autorizzazione per far sposare le loro figlie anche prima e con uomini molto più anziani.

Se il rovesciamento dei Talebani, in Afghanistan, ha permesso l’istituzione di una legislazione moderna – che è ancora molto lontana dall’essere applicata – l’intervento militare in Iraq ha paradossalmente dato le ali agli sciiti integralisti che intendono ritornare su un codice di famiglia, adottato nel 1958, che era uno dei più avanzati dei Paesi musulmani.

In Pakistan, la legge punisce con la morte i delitti d’onore dal 2004, ma non è mai stata applicata.  Secondo il Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International, i casi di violenza e stupro sono proseguiti per mano di tutori di donne e lo Stato non è intervenuto a impedire e perseguire la violenza in ambito familiare e comunitario. Nonostante un divieto nei confronti delle jirga, emesso dall'Alta Corte di Sindh nel 2004, l'appoggio ufficiale a questo tipo di giustizia è continuato. Emblematico il caso di Tasleem Solangi, una diciassettenne originaria del distretto di Khairpur, nella provincia meridionale di Sindh, accusata, senza alcuna prova, di immoralità e uccisa, Il 7 marzo scorso, con brutale efferatezza. Spettatore impotente del massacro, il padre di Tasleem, che avrebbe dovuto vendere un terreno allo zio e ai suoi complici. A spalleggiare l’omicida anche un giudice tribale della zona, Karim Bux, che ha esercitato pressioni sulle forze dell’ordine affinché non aprissero le indagini sull’omicidio. Lo stesso Karim Bux, a maggio, ha composto una jirga – un’assemblea tribale – per giudicare il caso, la quale ha  assolto gli assassini e garantito loro l’impunità.

L’Islam e la condizione femminile non presentano affatto un volto uniforme e sono legati, come altrove, alle società e alle tradizioni locali.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

 

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postato da: Firouzeh alle ore gennaio 23, 2009 18:09 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 11 gennaio 2009

اسير


ترا می خواهم و دانم كه هرگز
به كام دل در آغوشت نگيرم
توئی آن آسمان صاف و روشن
من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

ز پشت ميله های سرد و تيره
نگاه حسرتم حيران برويت
در اين فكرم كه دستی پيش آيد
و من ناگه گشايم پر بسويت

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم مرد زندانبان بخندم
كنارت زندگی از سر بگيرم

در اين فكرم من و دانم كه هرگز
مرا يارای رفتن زين قفس نيست
اگر هم مرد زندانبان بخواهد
دگر از بهر پروازم نفس نيست

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن
نگاه كودكی خندد برويم
چو من سر می كنم آواز شادی
لبش با بوسه می آيد بسويم

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم كودك گريان چه گويم
ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

من آن شمعم كه با سوز دل خويش
فروزان می كنم ويرانه ای را
اگر خواهم كه خاموشی گزينم
پريشان می كنم كاشانه ای را



Prigioniera


Ti desidero, ma so che mai
Ti
terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.
Tu sei quel cielo limpido e luminoso,
Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,
Lo sguardo triste, stupito, volto a te,
Penso che una mano verrà
E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,
Da questa muta prigione spiccherò il volo,
Aggirerò lo sguardo del mio carceriere
E ricomincerò la mia vita accanto a te.

Penso, ma so che mai
Avrò
la forza di lasciare questa gabbia;
Seppure il mio carceriere non si opponesse,
Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,
Gli occhi di un bambino mi sorridono;
Quando intono una canzone gaia,
Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

O cielo, se, un giorno, volessi
Da questa muta prigione spiccare il volo,
Che direi agli occhi in lacrime del bambino:
Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,
Illumina una rovina;
Se decidessi di spegnerla,
Distruggerei un nido.


Traduzione dal persiano di Daniela
دانیلا Zini زینی



Fu intorno ai dodici anni che ebbe fine il sistema di selezionare i libri da leggere ed ebbi libero accesso alla biblioteca. Secondo mio padre, dovevo decidere da sola quello che dovevo leggere: la Letteratura era la mia grande passione e la Letteratura doveva essere accettata con tutti i suoi rischi. Dovevo apprendere a leggere con discernimento, a dare giudizi non influenzati, a non entusiasmarmi perché erano libri di successo, né a giudicare negativamente per l'avversa recensione di qualche critico. Dovevo apprendere a esprimermi con il minor numero di parole possibile.

Questi sono stati i precetti di mio Padre e questa fu l'impostazione culturale che lui mi suggerì.

Forugh Farrokhzad è stata per me un cartello indicatore.

La Poesia, per quanto intellettualizzata poteva esserne l'espressione, era sempre diretta: grido, sospiro, effusione sensuale, affermazione spontanea che nasceva sulle labbra dell'uomo in presenza dell'oggetto amato. Essa mescolava raramente il patetico da un lato, l'elaborazione realistica dall'altro, al suo lirismo o alla sua oscenità quasi puri. Il sentimento di una costrizione morale, il rigore o l'ipocrisia dei costumi non avevano influito sui Poeti antichi come su questa donna del mio tempo. Il gioco delle reticenze e degli schermi letterari, la mescolanza curiosa di rigore e di eccessi, perfino nello stile, e, soprattutto, la segreta amarezza che permeava certi componimenti ne erano un'ulteriore testimonianza. La vergogna e la paura inseparabili da ogni esperienza clandestina conferivano alla Poesia la bellezza di un'acquaforte incisa con il più corrosivo degli acidi. La posizione del Poeta restava quella tipica delle grandi epoche, quella di un Artigiano squisito. La sua funzione si limitava a dare alla più scottante e alla più caotica delle materie la più precisa e la più levigata delle forme. I suoi versi migliori non ci davano delle esperienze o delle idee della loro Autrice che il punto di partenza o quello di arrivo; tralasciavano tutto quello che, anche nei più raffinati, si rivolgeva visibilmente al lettore, tutto quello che rientrava nell'ordine dell'eloquenza o della spiegazione. Così avvezzi a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, da non riconoscere in essa la forma più forte e più condensata dell'ardore, la particella d'oro nata dal fuoco e non la cenere.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:poesia, amore, vita, iran, femminismo, forugh farrokhzad, daniela zini
domenica, 28 dicembre 2008

In civiltà intimamente in contatto con le forze elementari della natura, la fiaba non poteva che avere un grande ruolo: serviva contemporaneamente a evocare, a esorcizzare e a fornire una chiave di lettura per quei fenomeni naturali e soprannaturali che tanta parte avevano nella vita di ognuno.
L’arte di raccontare le fiabe, dicono alcuni, è morta e appartiene al passato.
E le tradizioni orali sono destinate a perdersi per sempre, quando la vena si inaridisce e i tempi mutano, se qualcuno non inizia con amore e con pazienza a raccogliere le ultime testimonianze disponibili.
Vi è stato un tempo in cui ero triste e anche un po’ malata, con un’inerzia intellettuale che mi faceva rabbia.
Mi venne l’idea di scrivere una fiaba per i miei Amici.
Questo libro è nato così.
Ho una seria preoccupazione del giudizio di un pubblico che irrompeva ogni giorno per sapere quando questa fiaba sarebbe finita.
Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso.
Non commetto forse un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?
Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere dell’Iran.
Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere in una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore, in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.
Il mio tentativo ha una scusa: le circostanze che lo hanno determinato.
Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.
Le Memorie della Princesse sono l’Itaca in cui tutti i lettori dovranno incontrarsi, è la storia dei suoi lettori, insonni come colei che percorse il buio di tre anni di dolore e di morte.
Rammento che un secolo fa qualcuno ipotizzò che l’Odissea fosse stata scritta da una donna.
Ma la Princesse sarebbe sola a tessere la sua trama e, forse, la trama stessa non reggerebbe se non avesse un interlocutore, che non è il Re, chi racconta non può incontrare il raccontato, ma ben altro Sovrano: il Principe F., cui racconta le sue notti e di cui cela l’identità con arguzia e abilità.
Le Mille e Una Notte è, forse, il libro più imparentato con le Memorie della Princesse. E questa parentela risiede non già nel gioco fantastico, negli itinerari improbabili o impossibili
, quanto nel saldo, complice intreccio di tradimento e fedeltà, di giuramento ed errore.
Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.
Non ci si sorprenda, dunque, se l’immaginazione della narratrice si ingegna a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo.
L’Iran evoca, oggi come ieri, l’’immagine di un mondo molto lontano e misterioso.
Tutte le pagine scritte in questi tre volumi hanno in sé qualcosa di tipicamente persiano: l’aria fragrante e un po’ magica dell’Iran.

Daniela دانیلا Zini زینی

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lunedì, 08 dicembre 2008

Alla sacra memoria di Olympe de Gouges

 

Questa umanità che ha maturato la donna nel dolore e nell’umiliazione vedrà il giorno in cui la donna avrà fatto cadere le catene della sua condizione sociale.

Un giorno la giovinetta sarà, la donna sarà e queste parole giovinetta, donna, non significheranno più soltanto il contrario del maschio, bensì qualcosa di proprio, che vale perse stessa, non un semplice complemento, ma una forma completa: la donna nella sua vera umanità.”

 

Rainer Maria Rilke

 

 

Il problema della prostituzione, come problema particolare dell’emancipazione femminile, costituisce la testimonianza più drammatica e inesorabile del posto paradossalmente anormale della donna nella società umana. La persistenza della prostituzione nella società moderna è la sfida della legge della foresta alla civiltà del diritto è il segno della insufficienza dello Stato dinanzi ai suoi doveri morali. Ma è anche la confessione vivente dell’inferiorità dell’ordine tradizionale dei rapporti sessuali dinanzi ai conclamati diritti della personalità. Questo estremo sfruttamento della donna fiorisce sul generale sfruttamento delle donne nella famiglia e nella società, tramandatasi dall’età patriarcale all’età capitalistica. Prostituzione e soggezione femminile sono intimamente connesse. Come in ogni fenomeno di sfruttamento, una frazione della classe sfruttata ne costituisce l’estremo fondo così la prostituzione è l’estremo fondo della soggezione femminile.

In una società in cui le donne non sono che una massa strumentale, l’estrema degradazione della tratta è, altrettanto logica nella società patriarcale, nella feudale e nella mercantile. Infatti, la prima osservazione sociologica intorno l fenomeno della prostituzione stabilisce che essa raccoglie le sue reclute quasi sempre tra le donne più bisognose e meno abbienti; e anche questo è un aspetto della lotta dell’uomo (in questo caso della donna) per l’affrancamento della schiavitù, in cui versa. Per questo la lotta contro la prostituzione è stata impostata seriamente soltanto sotto la bandiera del socialismo, attraverso una mediata solidarietà delle classi oppresse con gli strati più profondamente umiliati e offesi delle masse femminili. E non avrebbe potuto essere diversamente. La chiesa su questo punto aveva fallito, giungendo perfino ad avvallarla, a regolarla e tollerarla nelle monarchie cattoliche e nello stesso Stato Pontificio.

Al liberalismo come sistema oligarchico della classe dominante, il problema della prostituzione doveva sfuggire attraverso giustificazioni pseudo-scientifiche che, in realtà tradivano un profondo scetticismo e opportunismo. La prostituzione permane nella società liberale-democratica perché due sono le forme della degradante soggezione femminile: quella legittimata dal diritto comune – immediatamente impugnata dalle prime élites femministe, di origine nettamente borghese – e quella tollerata attraverso una legge speciale e illiberale impugnata dall’abolizione. In fondo per la comune coscienza liberale e democratica non vi è che differenza tecnica nei due gradi dell’unica schiavitù della donna. L’istinto di classe e l’istinto maschile formano un unico blocco conservatore che impedisce una lotta radicale per l’emancipazione delle donne più oppresse e sfruttate. su questo punto si forma una specie di deviazione oligarchica degli strati superiori femminili che lottano per il divorzio o per il suffragio. L’interesse e il sentimento impedisce di cogliere lo stretto nesso storico e sociale che lega le varie forme di schiavitù della donna nella società capitalistica.

Il conservatorismo della maggior parte delle classi dirigenti è appena incrinato dalla tradizione della riforma religiosa, che, saldamente radicata sull’etica delle opere, riesce a imporre al sistema capitalistico il problema della prostituzione. È ancora soltanto un cuneo nel terreno dell’avversario; ma l’iniziativa assume un grande significato. Come la setta di Chapman, guidata da Wilbeforce era riuscita a imporre la battaglia per l’abolizione della schiavitù nel mondo anglosassone, così Josephine Butler, impostava In Inghilterra la battaglia per l’abolizionismo. Riuscì, poi, a estenderla, attraverso la Federazione Abolizionista Internazionale, fondata nel 1875, in tutto il mondo. Infine, la Società delle Nazioni, animata in questo dallo spirito umanitario della moderna democrazia, giunse nel 1933 a varare la Convenzione Internazionale contro la tratta delle bianche.

Ma il problema della prostituzione, specchio evidente delle contraddizioni della democrazia capitalistica, ha radici profonde e tenaci. Le convenzioni internazionali come, del resto, il diritto interno, hanno di fronte a esso scarsa efficacia.

Perché?

Perché direttamente o indirettamente il regime borghese è legato anche a questi ambienti e a quei gruppi che vivono sulla tratta delle bianche e sulla regolamentazione della prostituzione. Soltanto una profonda rivoluzione sociale e ideologica potranno, dunque, risolvere un così intricato problema.    

Le interpretazioni naturalistico-morali che sono state architettate intorno a esso tradiscono una fondamentale carenza di volontà. Senza la soluzione del problema di fondo, del problema sociale, che condiziona il problema generale e complessivo dell’emancipazione della donna e il nesso economico particolarissimo della prostituzione e della tratta la causa dell’abolizionismo sarà destinata a un rinnovato fallimento. È, infatti, evidente l’insufficienza della scuola abolizionista. In fondo, la Butler si limitava alla difesa della libertà personale della donna, partendo lancia in resta contro ogni medievalistico intervento dello Stato e della polizia che offendesse i naturali diritti di libertà delle prostitute. D’altra parte il Lombroso, nel suo positivismo conservatore, riconosceva nella prostituzione la manifestazione inevitabile di fattori biologici inalterabili.

Così da un lato si restauravano le apparenze giuridiche dell’ordine laddove rimanevano in piedi e continuavano a operare le forze del più profondo disordine sociale; dall’altro si offriva un pretesto pseudoscientifico alla conservazione dello status quo o, per lo meno, al limite formale dell’azione abolizionista. In realtà, ambiente e prostituzione fanno tutt’uno – come dimostra il fatto che nei paesi in più floride condizioni economiche, quando le ricchezze vi siano democraticamente distribuite, la prostituzione è quasi inesistente – e soltanto l’analisi e l’azione marxista hanno in se stesse la capacità di tagliare e risolverne il nodo sociale.

Tuttavia il movimento di riforma umanitaria, che lentamente ma progressivamente ha ricacciato indietro la schiavitù, ha accerchiato la prostituzione, ha isolato il capitalismo come sistema di sfruttamento, con la sua ricchezza di motivi, nel suo fondamentale spirito laico, nella sua tensione democratica, ha ormai pervaso tutta la società.

La liberazione dalla prostituzione sarà, quindi, agevolata da mille riforme, da mille interventi tecnici. L’assistenza alla gioventù e alla maternità, la lotta per la salute pubblica, l’educazione sessuale più aperta e coraggiosa dovranno accompagnare la lotta a fondo contro i cartelli nazionali e internazionali che organizzano la tratta: il problema dell’urbanesimo, il rapporto città-campagna, il problema del lavoro, questi grandi problemi d’insieme che si assommano nella lotta contro la frattura di classe, costituiscono, infatti, il fondo della prostituzione, di questa forma particolare di alienazione della personalità umana.

Oggi, la protesta e la lotta in questo senso non possono non apparire e non essere contraddittorie ed equivoche, come, del resto, la stessa lotta contro il capitalismo. Di chi è impigliato nella vita e nel sistema stesso del capitalismo; e il domani si configura nelle esigenze morali e nella prassi quotidiana torbidamente, incertamente. Rimane, tuttavia, il fatto di questa grande speranza, di questo grande ideale, di questo coraggioso realismo. Rimane l’esigenza di risolvere i mille problemi individuali d’ordine familiare e sessuale, l’esigenza di instaurare un nuovo rapporto, socialmente adeguato alle condizioni della mutata vita moderna, tra uomo e donna.

Ormai inizia ad apparire chiaramente che non vi sarà pace per l’uomo e la donna nella moderna società se il fenomeno della prostituzione inciderà ancora su tutti i loro rapporti, guastandone l’armonia, così come il senso del peccato pesava sulla religiosità di altri tempi.

Al socialismo spetta, dunque, di risolvere questo caso di coscienza collettivo; a esso spetta il grande compito di spazzare la strada dell’umanità da questo grande sottinteso ostacolo che divide uomo e donna in tutta l’estensione della società, giustificando, forse, quel complesso di colpevolezza che si esprime ancora nel mito, nella superstizione, nel pregiudizio sessuale.

L’antinomia è sempre la stessa. Il razionalismo ha cacciato dalla mente dell’uomo moderno l’antica fede nel mito. Ma l’uomo è rimasto inferiore a questa conquistata nuova razionalità; e il suo problema morale consiste tutto, drammatico ed equivoco, nel tentare l’edificazione della nuova società: perché la vecchia, con le sue espressioni religiose, non è più sentita degna.

Ecco la grande partita che si trascina dietro l’umanesimo socialista: il problema della prostituzione che Dostojevski ha tragicamente rivelato alla nostra coscienza, costituisce, appunto, il momento più arduo della rivoluzione femminile, la prova più aspra per la validità dell’autonomia della morale moderna.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:femminismo, donna, prostituzione, daniela zini
lunedì, 24 novembre 2008
Pro domo mea dirò che mai, né in volo, né strisciando, mi sono allontanata dalla Poesia, sebbene ripetutamente, con forti colpi di remi alle mani rattrappite e aggrappatesi al bordo della barca, fossi invitata ad andarmene a fondo. Confesso che, di quando in quando, l'aria intorno a me perdeva l'umidità e la permeabilità al suono; il secchio, calato nel pozzo, non produceva un piacevole spruzzo, ma un colpo secco contro la pietra e aveva inizio in genere una asfissia che durava anni. Presentare le parole tra loro, far scontrare le parole tra loro, adesso questo è divenuto usuale. Ciò che era arditezza, dopo trent'anni suona come una banalità. Vi è un altro percorso: l'esattezza, e ancora più importante, in modo che ciascuna parola, nel verso, stia al proprio posto, come se vi fosse già da mille anni, ma il lettore la sentisse, appunto, per la prima volta nella vita. E' un percorso molto difficile, ma quando riesce le persone dicono:

"Mi riguarda; è come se fosse scritto da me."

Io stessa, molto raramente, provo questo sentimento nella lettura o nell'ascolto di versi altrui. E' qualcosa tipo invidia, ma un pò più nobile.
Scrissi la prima poesia all'età di otto anni, era orribile, ma già prima mio padre mi chiamava, chissà perché, poetessa decadente. Seguitai a scrivere versi, apponendovi sopra dei numeri, cosa di cui si ignora il fine. Per quanto mi sia dato ricordare, in famiglia nessuno scriveva versi. J mi ha domandato se scrivere versi sia facile o difficile. Io ho risposto: o qualcuno li detta, e allora è assolutamente facile; ma quando non sono dettati, è semplicemente impossibile.
Sera tranquilla, molto silenziosa. Io sono rimasta tutto il tempo sola; il telefono è rimasto in silenzio. I versi affluiscono senza sosta, ma, come sempre, li caccio, finché non ne ascolto uno autentico.
I tentativi di scrivere i ricordi evocano, inaspettatamente, profondi strati di passato; la memoria si acutizza quasi dolorosamente: voci, suoni, odori, persone e così via, senza fine.
Da tutto questo bisogna salvaguardare i versi.
In questi ultimi giorni, sento di continuo che da qualche parte mi accadrà qualcosa. Non è ancora chiaro lungo quale linea. O a Roma o da qualche parte ancora, qualcosa mi attrae, come l'aria ardente di una enorme stufa o l'elica di una nave.
Vi sono persone che sentono il Natale dalla primavera. Oggi mi sembra di averlo sentito, sebbene non sia ancora inverno. Fumo leggero sui tetti. Rintocco di campana, coperto dai suoni della città.
Sono felice di essere vissuta in questi anni e di avere visto avvenimenti che non hanno avuto eguali.
 

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postato da: Firouzeh alle ore novembre 24, 2008 13:01 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, donna, daniela zini
giovedì, 20 novembre 2008

Il 29 gennaio 2002,  nel suo discorso sull’Unione George W. Bush dichiarava:

 

“La bandiera americana svetta di nuovo sulla nostra ambasciata a Kabul… Oggi, le donne sono libere.”

 

Ma se si ricorda bene la successione degli avvenimenti, era il terzo cambiamento di obiettivo dall’inizio della guerra.

I diritti delle donne non sono mai stati la preoccupazione degli Stati Uniti, in Afghanistan non più che altrove.

C’era una volta un paese in cui le donne non avevano il diritto di voto, a dispetto dei trent’anni di lotta femminista.

Il diritto di voto è fondamentale.

E, tuttavia, mi rammarico, forse, che non sia stata bombardata l’Italia?

No.

Per quanto prezioso questo diritto, il suo valore avrebbe mai eguagliato il suo costo?

Quando si tratta dei diritti delle donne, vale a dire dei diritti umani, la questione che si pone a proposito di una guerra è sempre, infine, la stessa: quali sono i mali peggiori della guerra per una popolazione?

In quale momento la guerra diviene preferibile?

Dire che la guerra è vantaggiosa alle donne afghane, è decidere che vale più per loro morire sotto le bombe, morire di fame, morire di freddo, che vivere sotto i Talebani. La morte piuttosto che la servitù: è ciò che ha deciso l’opinione occidentale per le donne afghane.

Una decisione che ha rischiato di essere eroica.

Che sarebbe stato necessario perché lo fosse?

Ebbene, che Rumsfeld, a esempio, avesse detto:

 

“Io preferirei morire piuttosto che vedere le donne afghane un minuto di più sotto il potere dei Talebani.”

 

Che gli occidentali mettano le loro vite sulla bilancia e non quelle delle afghane.

Una decisione che sarebbe eroica nel primo caso è, nel secondo, un modo di giocare con la vita altrui, cosa moralmente ripugnante.

Qui si è nel secondo caso.

Il modo irresponsabile con cui è stato trattato in Occidente l’alibi della liberazione delle donne afghane è un’illustrazione del fatto che le vite occidentali valgono di più, infinitamente di più, delle altre e del fatto che l’Occidente, non contento di aver messo un prezzo molto basso sulle altre vite, stimi di avere il diritto di disporne a suo piacere.

 

 

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne, una vittoria alquanto recente:

·         1893 Nuova Zelanda

·         1902 Australia

·         1903 Tasmania

·         1906 Finlandia

·         1915 Danimarca

·         1917 Germania, Austria

·         1918  Estonia, Irlanda, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia, Regno Unito 

·         1919 Paesi Bassi, Svezia, Lussemburgo

·         1920 Repubblica Ceca, Slovacchia

·         1948 Belgio

·         1931 Spagna

·         1944 Francia

·         1945 Italia, Slovenia

·         1947 Malta

·         1952 Grecia

·         1960 Cipro

·         1963 Iran

·         1971 Svizzera

·         1976 Portogallo

·         1980 Iraq

 

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postato da: Firouzeh alle ore novembre 20, 2008 17:05 | Permalink | commenti (1)
categoria:afghanistan, femminismo, donna, daniela zini
mercoledì, 12 novembre 2008

Nel salone del suo appartamento di rue du Mont Blanc, a Parigi, arredato secondo l'ultima moda greco-pompeiana, una giovane donna dal corpo slanciato avvolto in una veste rosa e bianca, dal volto graziosissimo, dall'aria dolce e verginale, ballava per i suoi amici la famosa danza dello scialle, messa di moda da Madame Tallien, la procace egeria del Direttorio. Gli intimi ammessi allo spettacolo si sentivano trasportare a poco a poco in un mondo di sogno; seguendo il ritmo molle della musica, la bianca figura avvolgeva e svolgeva attorno a sé le spire di una lunga sciarpa trasparente e, nel momento culminante di questa magica danza, i lunghi capelli castano chiari le si scioglievano di colpo attorno al corpo e tutto scompariva in un alitare di spume bianche e bionde.

Allora, ansante, si arrestava e fuggiva nella sua camera, dove sdraiata su un divano e coperta da una vestaglia rosa e bianca accoglieva arrossendo, tra il chiarore discreto delle luci velate, le lodi dei suoi ammiratori.

Erano gli anni, intorno al 1800, della fine del Direttorio e dei primi fasti napoleonici del Consolato. La casa di rue du Mont Blanc, alla Chaussée d'Antin, apparteneva all'anziano banchiere Récamier di Lione, e colei che danzava era la sua giovanmissima moglie, la Divine Juliette, come già allora la chiamavano, che, per trent'anni, dominerà la storia sentimentale dell'Europa. Si erano sposati a Lione nel '93, l'anno terribile dell'inizio del Terrore: Juliette aveva quindici anni, Jacques Récamier quarantadue. Fu e restò un matrimonio in bianco. Jacques aveva amato sua madre, Marie Bernard e vi è perfino chi ritiene che Juliette fosse sua figlia. Lui, comunque, l'amava come tale, e in quei momenti tremendi, vedendo le teste di tanti amici rotolare, di giorno in giorno, nel paniere della ghigliottina e, sentendosi minacciato da vicino, aveva pensato che un matrimonio fosse il mezzo più sicuro per garantire alla figlia di Marie Bernard la sua ricca eredità.

Questo strano legame, nato sotto il segno del provvisorio, doveva durare fin quasi alle nozze d'oro. Il buon finanziere, che, nel '93, si sentiva la morte in tasca, vivrà fino a ottantuno anni, sereno e paternamente soddisfatto, attraverso i molteplici fallimenti della sua banca e i mille successi della sua Juliette, il candido giglio di Francia, che il mito dei contemporanei proclamava la più civetta e la più irreprensibile delle donne. Lei non volle mai rompere il suo matrimonio, neppure, quando, alle soglie dei quarant'anni, venne a sconvolgere la sua leggendaria innocenza da colomba François-René visconte di Chateaubriand, l'ardente scrittore.

Il fascino della Récamier consisteva in una bellezza non clamorosa, ma piena di soavità e di candore. La figlia adottiva, che ne raccolse le Memorie, ricorda la sua figura snella ed elegante, la bocca piccola e vermiglia, i denti di perla, le braccia un pò sottili, il naso delicato e molto francese, i riccioli naturali dei capelli castani, lo splendore della carnagione, che rendeva irresistibile quel volto tutto innocente malizia. Riceveva gli amici in veste bianca, stretta in vita da una sciarpa di seta azzurra, e si ornava solo di bianche perle. Tutto questo candore s'intonava alla fama della sua purezza. Alla donna più galante d'Europa, amica gentile e pericolosamente pietosa dei suoi innamorati, non si può attribuire con sicurezza alcun amante, almeno fino ai trentotto anni e alla calata dello sparviero Chateaubriand.
"Angelo in molte cose, donna in qualcuna", le scriveva maliziosamente uno dei suoi più fidi amici, il piccolo e brutto filosofo Ballanche, il suo caro Platone domestico, conosciuto nel '12 durante l'esilio a Lione, che come tanti aveva iniziato amandola, e finiva adorandola come una dea. Allo stesso modo erano finiti i due cugini duchi di Montmorency, lo spiritoso Adrien, il severo e mistico Mathieu, che, dopo averla vagheggiata ai tempi della danza dello scialle, la seguirono con la loro tenerezza lungo tutta la vita. Anche prima del Platone domestico, aveva avuto in Mathieu il suo Mentore brontolone, che la blandiva e la sgridava, sorvegliava attento i suoi giochi più arrischiati con certi adoratori, si adoperava a migliorarle l'anima.

E adoratori pericolosi a Juliette non ne mancarono: dal suo coetaneo Paul David, nipote del marito, che era venuto diciassettenne a lavorare nella banca di Parigi, al fratello del Primo Console, Luciano Bonaparte, di professione seduttore, che si era battezzato romanticamente il suo Romeo; da Prosper de Barante, figlio de prefetto del Lemano e amante quasi segreto della Staël, a Benjamin Constant, l'aspro polemista dal cuore indecifrabile, amante in carica della stessa fin dai tempi del Direttorio, che dedicherà una sua improvvisa e furiosa passione a Juliette sotto la Restaurazione.

Angelo in molte cose, Juliette si adoperò pazientemente, per tutta la vita, a trasformare questi amori effimeri in durature amicizie: creatura infelice nella sua incerta femminilità, dell'amicizia aveva un vero culto, e per essa era disposta a correre qualunque rischio, da quello di ricevere nel suo salotto i nemici più accaniti per tentare di conciliarli, a quello di farsi odiare ed esiliare da Napoleone, lei che era appena appena una realista moderata, per restare fedele al suo eterogeneo gruppo di amici realisti e repubblicano-liberali.

Il più grande di questi suoi pericolosi amici fu la baronessa de Staël. La tempestosa valchiria delle lettere e futura egeria di Chateaubriand si conobbero nel tardo '98, quando i Récamier acquistarono dal padre della scrittrice, il famoso statista Necker, la casa della Chaussée d'Antin. Juliette era ai primi successi mondani: la sua danza dello scialle emigrerà, pari pari, in una scena del più celebre romanzo dell'amica, Corinna. La Staël, maggiore di undici anni, da quattro amava Constant e tra i due iniziavano le burrasche.

La persecuzione di Napoleone contro la scrittrice liberale le obbligò presto a lunghe separazioni, riempite dalle letterine affettuose e riservate della Récamier, da quelle passionali, quasi da innamorata , di Corinna, che apriva davanti alla dolce amica le pieghe più riposte della sua anima. Nel 1803, la Staël fu esiliata, con la solita formula “a quaranta leghe da Parigi”, e si rifugiò prima in Germania, poi al castello di Coppet, presso Ginevra. Nello stesso anno venivano soppressi i famosi lunedì della Récamier, nei quali si incontravano troppi realisti, come i Montmorency, troppi antibonapartisti, come il generale Bernadotte, futuro re di Svezia, e perfino troppi Bonapartisti, come Murat ed Eugenio di Beauharnais: tanto che un giorno Napoleone aveva gridato rabbioso:

 

“Ma da quando il consiglio si tiene da Madame Récamier?”

 

L’anno dopo Bonaparte, proclamatosi imperatore, aumentava le sue intransigenze, e Juliette le sue imprudenze: scriveva all’amica esiliata, riceveva Constant, correva al processo del generale Moreau, coinvolto in un complotto, solo per fargli da lontano un cenno di saluto.

Nel 1807, Récamier falliva e moriva anche la madre di Juliette. Addio salotto della Chaussée d’Antin, addio vita frivola e lieta: solo nel ’14, con la Restaurazione, vedremo la Récamier tornare alla gran ribalta della vita mondana. Ma dopo il disastro gli amici le si strinsero attorno più fedeli che mai. La Staël la volle a Coppet, nell’estate. Juliette vi trovava un clima saturo di inquietudini amorose, di complicazioni sentimentali: l’amica si disperava davanti alla crescente freddezza di Constant, che l’anno dopo l’abbandonerà per sposarsi di nascosto, si tormentava pensando al suo amore difficile per il giovanissimo Prosper de Barante. Si passava il tempo rappresentando commedie inedite, litigando, scambiandosi bigliettini ambigui nel gioco della piccola posta. Juliette, ormai trentenne e conscia del vuoto della sua vita, si lasciò trascinare dall’ambiente e si innamorò di Augusto di Prussia, il nipote del grande Federico, che era ospite del castello. Doveva essere una cosa seria: quando lui partì, la Récamier gli giurò che avrebbe chiesto il divorzio per sposarlo: la Staël, sempre pronta a soffiare sulle passioni proprie e altrui, la spingeva a ricominciare la vita: perfino il freddo Benjamin proteggeva l’idillio.   

Un idillio in bianco, stile Récamier, molto probabilmente. Vi è da pensarlo, almeno, a vedere quanta importanza i due attribuissero al divorzio, per realizzare le loro aspirazioni d’amore. Ma, partito il principe azzurro, venne l’ora delle resipiscenze. Jacques Récamier scriveva, non rifiutando il divorzio, ma rimpiangendo di avere a suo tempo rispettato certe ripugnanze della moglie quindicenne, che avevano impedito un’unione completa. Poi, tutto si aggiustò nel modo più saggio. A poco a poco, riuscì a staccare il suo principe azzurro, per rivederlo di tanto in tanto, dopo molti anni, senza tremori. Anche il breve capitolo Coppet, dove Juliette trentenne si era comportata come una ragazzina al primo amore, si chiudeva. Presto, sarà il capitolo dell’esilio, che la colpisce, nel 1811; poi, dopo la brillante parentesi della Restaurazione, lo scenario finale della severa Abbaye-aux-Bois, alle porte di Parigi, dove in seguito a un nuovo rovescio finanziario del marito, Juliette si trasferì nel ’19, al tempo dei suoi amori con Chateaubriand. Qui la “Ninon de Lanclos moderna, con in più la virtù”, come l’avevano battezzata certi contemporanei maligni, si trasformò nella Beatrice, nell’ange fatal di Chateabriand.

L’aveva visto la prima volta di sfuggita, nel 1801-2, nel suo salotto e nel boudoir della  Staël. Aveva risentito il suo nome nel ’12 a Lione, durante l’esilio inflittole da Bonaparte per un’ennesima visita a Coppet. Dopo il viaggio in Italia, dove si era fatta amica del Canova e aveva rivisto a Napoli, ormai tentennanti nella loro fede napoleonica, i Murat, lo aveva ritrovato nel suo salotto parigino, riaperto nel ’14, al rientro dei Borboni, in rue Basse-du-Rempart. Vi circolavano di nuovo i vecchi amici, i Montmorency, la Staël, Canova, Constant, e in più Metternich, e un corteggiatore di fresca data, il duca di Wellington, non ancora vittorioso a Waterloo. Chateaubriand, quarantaseienne, veniva a leggervi una sua novella inedita, Les Abencerages. Ma il loro amore non era ancora maturo. Nel ’14-15 Juliette era occupatissima a rintuzzare l’improvvisa passione di Benjamin Constant, l’antico amico della Staël, di cui ben conosceva l’intima durezza. L’amore con François-René fu preceduto da un periodo di vaga amicizia. Dapprima Juliette ne ammirò l’ingegno fervido di scrittore, poi, fu presa a poco a poco dalla passionalità e dalla prepotenza di quella natura.

Per stargli sempre più vicina, si fece perfino amica della moglie, l’arida e intelligente viscontessa Céleste. Palpitò di simpatia ai suoi primi infortuni politici, quando nel ’16, per aver pubblicato La Monarchie selon la Charte, Chateaubriand si vide ritirare il titolo e la pensione di ministro di Stato. L’anno dopo era in acque cattivissime, ridotto perfino a vendere la sua biblioteca. E fu allora, in quel memorabile pranzo del maggio 1817, che riuniva per una delle ultime volte gli amici attorno alla Staël, ormai paralizzata, che, al rapido scoccar di uno sguardo, François-René si accorse di Juliette come donna. Di Juliette, che, probabilmente, già, in segreto, lo amava.

Il nuovo destino della Récamier si compiva sull’orlo della tomba della sua grande amica. Un’altra figura, carica di indisciplinate passioni e di generose imprudenze politiche e sentimentali, che aveva più di un punto in comune con l’autrice di Corinne, veniva a sostituire al momento giusto l’amica moribonda, che per venti anni aveva dato a Juliette un po’ della sua grandezza, le aveva preso un po’ della sua dolcezza.

La Staël scompariva nel luglio dello stesso anno. L’anno dopo, nell’ottobre, al ritorno dalle acque di Aix-la-Chapelle, la Récamier divenne tutta di Chateabriand. Era stato per lei un anno e mezzo d’inferno: non voleva cedere, era tormentata da crisi nervose, confessava di aver perso completamente la testa. Gli amici, specie il severo Mentore brontolone, Montmorency, la rimproveravano e tentavano di scongiurare la tempesta. Ma la povera colomba trentottenne era stanca della sua eterna veste candida, anche se cercava disperatamente di salvare le apparenze della sua leggenda, di avvolgere tutto nel mistero.

Non sappiamo, infatti, dove e quando François-René e Juiette si amarono. Forse, come ha supposto Levaillant, in una casa della Foresta di Chantilly, dove la Récamier fece in quegli anni molte soste.

 

“Non dimenticate Chantilly”,

 

le scriveva l’amico. E lei più tardi, al tempo di certe sue avventure londinesi, gli rimproverava di aver dimenticato Chantilly.

Chateaubriand, infatti, non le fu fedele a lungo, specie quando nel ’20 tornò in auge politica, come ambasciatore e ministro di Stato. Juliette soffriva come una donna qualunque, non trovava più le sue antiche armi di vergine civetta. Scelse l’unica degna della sua natura schiva: nel tardo 1823, d’un tratto, scomparve dall’Abbaye-aux-Bois, e partì per l’Italia, trascinandosi dietro la figlia adottiva, il vecchio e fedele Ballanche, e il giovanissimo Jean Jacques Ampère, figlio di un amico di Lione, futuro inventore dell’elettricità dinamica: un nuovo spasimante da tormentare e deludere, alla maniera antica, pre-Chantilly.

Al suo ritorno a Parigi, nel maggio del ’25, i due amanti si ritrovarono muti e commossi: non una parola di rimprovero fu pronunciata. Deposti gli antichi ardori, iniziava, per Juliette, quel ruolo di consolatrice, che si accentuò dopo il ’30, quando, con la rivoluzione di luglio e il passaggio del trono dai Borboni a Luigi Filippo d’Orléans, il legittimista Chateaubriand si ritirò clamorosamente dalla vita politica, per dedicarsi tutto al completamento delle Memorie, pubblicate postume. Storia della sua vita, le Mémoires d’Outre-Tombe divennero a poco a poco un altare eretto per la cara figura della Récamier, ormai nobilmente idealizzata. Non vi si parlava, beninteso, della danza dello scialle né dei bigliettini galanti della piccola posta di Coppet né di Chantilly. Juliette, che qualcuno tra il ’20 e il ’30 osava ancora chiamare la Circe dell’Abbaye-aux-Bois, alludendo al traffico di nomine e portafogli del suo nuovo salotto, era consacrata ormai come Madonna dell’Abbaye, come ange fatal della sua epoca.

Lei lo ripagava organizzando un salotto dove tutto era previsto per gravitare attorno alla gloria di François-René che vi andava leggendo i capitoli delle Memorie. In una nuova, severa pantomima, ben diversa da quella danzata della ventenne Juliette alla Chaussée d’Antin, l’esile vecchia dai capelli bianchi accompagnava gli ospiti ai posti rigorosamente fissati, in cerchi di sedie geometrici, graduati in modo da creare a François-René un pubblico sempre attento.

Così, lavorando a erigersi un reciproco monumento di gloria, i due tramontavano. Juliette perdeva la vista, François-René la parola. Morirono a distanza di un anno, prima lui poi lei, tra il ’48 e il ’49, i due protagonisti della favola incredibile: quella del giglio di Francia, che aveva aspettato a sfiorire per trasformarsi in rosa: quella della colomba e dello sparviero, che finivano placati, come Filemone e Bauci. 


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postato da: Firouzeh alle ore novembre 12, 2008 20:49 | Permalink | commenti
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lunedì, 10 novembre 2008

Sei mesi fa, ho acquistato, a pochi chilometri da C., una casa di campagna che, in cento anni, è passata di mano a cinque o sei proprietari. Durante i lavori di ristrutturazione al primo piano, ho trovato in un armadio a muro un manoscritto redatto in una scrittura femminile.

È una donna che racconta la propria vita, non sappiamo chi.

È la vita di Firouzeh – con tale nome si firma alla fine del racconto – che sappiamo, in seguito, acquistare il titolo di Principessa.

Questo preambolo mi è sembrato necessario, e l’ho fatto meglio che ho potuto, giacché non sono scrittore e di me non si leggerà mai altro che queste poche righe.

E questo è tutto.

 

 

Amore Mio,

sono sola.

Non posso dirTi quanto Tu mi sia caro perché è un segreto che neppure io conosco.

E se anche lo sapessi non saprei esporre il senso di un tale mistero.

Sono sola.

Sola, come lo sono sempre stata dappertutto, come lo sarò sempre e ovunque nel grande Universo incantatore.
Sola con un mondo di ricordi sempre più lontani, divenuti quasi irreali.

Sono sola e fantastico.

Il mio fantasticare non è desolato né disperato. Le note di una musica barocca mi trasportano in un mondo in cui il dolore non smette di esistere ma si allarga, si placa, diviene insieme più calmo e più profondo, come un torrente che si trasforma in lago. Un quadro, una statua, un pensiero, una poesia, ci presentano idee precise, che, di solito, non ci conducono più in là, ma la musica ci parla di possibilità sconfinate.
L'illusione è così forte che io Ti ascolto, Ti vedo, Ti tocco.

Il mio capo reclinato sul Tuo braccio.

Il mio collo abbandonato ai Tuoi ardenti desideri.

La mia mano felice osa smarrirsi.

I Tuoi occhi si chiudono.

Tu palpiti.

Io fremo.

Io spiro.

Io rinasco.

Tutto è dolcezza, preghiera, gratitudine nella mia carne, nel mio sangue, nella mia anima, tutto è sacro nel mio pensiero che si slancia verso di Te, Ti cerca attraverso le pareti.

Che cosa saresti stato per me se fossimo stati insieme!

Tu che, lontano, eri per me, nella mia solitudine, l'Universo intero.

La Tua vita era divenuta la mia, respiravo con il Tuo petto e la lama che lo avesse trafitto mi avrebbe ucciso.
L'Amore era sceso in fondo alla tomba dove stava gelando la mia anima sonnolenta.

Lo spaventevole silenzio, che regnava intorno a me, era rotto finalmente.

Avevo un cuore nuovo.

Il sangue tornava a circolare rapidamente nelle vene.

E ecco che, alla mia età, ritrovavo emozioni da adolescente.

Questo seme, caduto, ieri, nella sterile roccia del mio cuore, l'ha penetrato con i suoi mille filamenti, vi ha attecchito così vigorosamente che sarebbe impossibile svellerlo.

Può darsi che Tu creda che io non Ti ami più, perché Ti lascio.

Se ti avessi dato minore importanza sarei rimasta e ti avrei versato l’insipido beveraggio fino alla feccia.

Avendomi vicino Ti saresti occupato meno di me, come si fa con quei libri che non si aprono mai, giacché si possiedono. Il mio viso o il mio spirito non Ti sarebbero più sembrati, neppure da lontano così ben fatti. Avrei avuto mille delusioni di questo genere, che mi avrebbero fatto soffrire moltissimo; e alla fine mi sarei persuasa che, assolutamente, tu non hai né cuore né anima e che io sono destinata a non essere compresa in Amore.

Il Tuo Amore sarebbe ben presto morto di noia e, dopo qualche tempo mi avresti completamente dimenticata, e, rileggendo il mio nome sulla lista delle tue conquiste, ti saresti domandato:

“Ma chi diamine era costei?”

Ho almeno la presunzione di pensare che Ti ricorderai di me più di ogni altra. Il Tuo desiderio insaziato aprirà le ali per volare fino a me, sarò sempre per Te, qualcosa di desiderabile, cui la Tua fantasia si compiacerà di ritornare e spero che, nel letto delle amanti che potrai avere, penserai qualche volta a quella notte unica che abbiamo passato insieme.

Non sarai mai più amabile di quanto sei stato in quella felice sera, e, seppure lo fossi altrettanto, sarebbe già un esserlo meno; poiché in Amore, come in Poesia, rimanere al medesimo punto, è tornare indietro.

Ho dato corpo al Tuo sogno con grandissima compiacenza.

Ho dato a Te quello che non darò certamente più a nessuno, sorpresa che non ti aspettavi affatto e della quale dovresti essermi grato.

Mi hai posseduto interamente e senza riserve per tutta una notte.

E sarebbe continuato così finché non Ti saresti stancato di me.

Sarebbe continuato così mesi, forse anni, ma sarebbe pur sempre finito.

Mi avresti tenuto per una specie di sentimento di pietà, non avresti avuto il coraggio di intimarmi il congedo.

Ti sento da qui gridarmi che io non sono di quelle di cui ci si stanca.

Mio Dio!

Di me come delle altre.

O avrei potuto essere io a cessare di amarTi.

Perdonami questa ipotesi.

Perché attendere di giungere a tal punto?

Non sono né capricciosa, né folle. La mia decisione è frutto di una convinzione profonda. Non è per infiammarti o per un calcolo di civetteria che mi sono allontanata da C.

Tu sarai sempre per me l'uomo che mi ha dischiuso un mondo di sensazioni nuove.

Qualcosa che una donna non dimentica facilmente!

Hai reso difficile il compito degli amanti che potrò avere, se avrò mai altri amanti, e nessuno riuscirà a cancellare il Tuo ricordo.

Benché assente, penserò sempre a Te, come fossi accanto a me.

Soffocherò in me l'Amore e, perfino, la possibilità dell'Amore.

Sarò la spettatrice di me stessa, la platea della commedia che rappresenterò; mi guarderò vivere e ascolterò le vibrazioni del mio cuore come fossero i battiti di una pendola. Le immagini si coloreranno nei miei occhi distanti, i suoni colpiranno il mio orecchio disattento, ma nulla del mondo esteriore giungerà fino alla mia anima.

Io che non mi accontenterei mai di una tranquilla felicità, ho concepito il progetto audace di stabilirmi nel deserto e di cercarvi, al tempo stesso, la pace e l'avventura, cose entrambe conciliabili con il mio particolare carattere.

La quiete domestica l'avevo trovata e sembrava consolidarsi di giorno in giorno, ma non potrei mai sopportare la vita sedentaria e sarei sempre attratta da lontane terre soleggiate.

Da Te...

Qual è il fascino dell'Amore se può mutare così le cose, i luoghi, le circostanze, le idee, le sensazioni!

Come sarà il domani?

Viviamo in un grande mistero e ci sentiamo sfiorare dalla possente ala dell'ignoto, in mezzo a eventi davvero miracolosi che ci proteggono a ogni passo. Mi sembra tuttavia di non essere destinata a scomparire senza aver avuto la rivelazione di tutto il profondo mistero che ha circondato la mia vita, dai primi giorni a oggi. Ho notato che nella vita - nella mia almeno - tutto ha una strana tendenza a aggiustarsi contro ogni verosimiglianza, contro ogni legge della probabilità.

E io mi sono messa a aspettare, semplicemente, senza fare ipotesi.

Tutto lo straziante fascino della vita deriva, forse, dall'assoluta certezza dell'incertezza. Se le cose durassero, non ci sembrerebbero degne di attaccamento.

Il cielo del tempo ha molte sfumature: il Passato è rosa, il Presente grigio, il Futuro azzurro. Oltre il vacillante azzurro, si apre il gorgo senza limite e senza nome, il gorgo delle trasformazioni che portano a Te. Non è l'Amore di un istante, l'Amore come gioco e distrazione dalla noia, l'Amore ebbrezza del sangue e non dell'anima, l'Amore incubo di malato, che sognavo nelle mie notti insonni.

No, era l'Amore puro e vero la cui immagine mi ossessionava!

Finalmente, per la prima volta, esteriorizzo un pò il mio io, ho un dovere da compiere che lo trascende. E' quanto basta per nobilitare i giorni, peraltro informi, e la vita senza attrattive che conduco da cinque lunghi anni, in esilio in questo paese, cui mi lega solo il nonno.

Ecco tutto.

Cerco una parola, una parola giusta.

E' molto che la cerco.

All'inizio, l'ho cercata in tedesco, poi mi sono detta, non la troverò mai, questa lingua non mi servirà, j'y nagerais dans les approximations romantiques et les euphémismes. La lingua francese, al contrario, mi sembrava così precisa, troppo precisa per me che ero dans la vague. E, tuttavia, doveva ben esister questa parola, una parola precisa, solida, affilata. E' possibile che io l'abbia conosciuta e perduta nel cammino, questa parola che mi manca e che dovrebbe designare un sentimento preciso, prezioso, simile a una fiamma, bassa per alcuni, alta per altri.

Una fiamma che si è mantenuta per mezzo secolo, incurante delle tempeste e dei temporali.
Ora, la parola giusta, quella che cercavo, è venuta a me.

E' necessità.

La necessità, cui mi richiamo, è il bisogno che due esseri hanno spesso l'uno dell'altro, perfino se non vi totale parità. Poiché è una necessità presente, pressante e solida quanto il bisogno di tenerezza, di calore e di lacrime. Una necessità profondamente scavata nel segreto delle confessioni, dei silenzi, forse, perfino della voluttà. Necessità sottesa da una forza creatrice, necessità di amare e di essere amati.
Ho ridotto la mia anima a una sola monotona melodia, ho fatto della mia vita un silenzio. Tutto ciò che vedo mi sembra un riflesso, tutto ciò che sento un'eco lontana, e la mia anima cerca la fonte meravigliosa, perché ha sete di acqua pura. Basta con le lotte e le sconfitte da cui esco con il cuore sanguinante e ferito.

Quando io Ti lascio, ho nel fondo di me un dolore, come una specie di orribile bambino.
So bene che apparenza e realtà sono disperatamente in conflitto. Ancora una volta mi sto perdendo nell'indicibile, nel mondo di cose che sento e comprendo chiaramente e non ho mai saputo esprimere. Intorno sembra assumere il particolare aspetto dei giorni in cui si decide il proprio effimero destino. Sento crescermi dentro un'energia ostinata, invincibile.

In rotta con il mondo accademico, Tu eri divenuto il testimone unico e costante. E in questo fragile assemblaggio di Amore, di devozione, di una certa sottomissione, la nostra intesa era divenuta indistruttibile. Non poteva essere disfatta che dalla morte.

Tu sai quanto sono sensibile alla dolcezza: provavo accanto a Te, un sentimento nuovo di fiducia e di pace. Tu ami, come me, le lunghe passeggiate che non conducono in nessun luogo. Non avevo bisogno che conducessero in alcun luogo; ero tranquilla accanto a Te.

La Tua natura riflessiva si accordava alla mia timidezza.

Conosci la sofferenza per averla assai sovente guarita o consolata.

Eravamo due silenzi accordati.

Il caso ha giocato molto nei miei rapporti con Te. In quel momento, io mi sentivo disponibile e avevo voglia che mi succedesse qualcosa: la "Sympathie" che nutrivo per Te e che sapevo reciproca, era prontissima a cambiarsi in un sentimento più forte. Sei stato un bagliore nella mia notte e hai illuminato molti angoli oscuri della mia anima, hai aperto nella mia vita prospettive completamente nuove. Il pensiero è un gorgo profondo e è ben difficile dire cosa vi sia negli abissi di un uomo. Tuttavia, ho, tuttavia, toccato, in qualche punto, il fondo di Te, e ne ho riportato ora perle, ora conchiglie, ma più spesso frantumi di corallo. Poter afferrare quella testa, imprigionarla tra le mie mani, baciare quella fronte senza rughe, quelle guance lisce in cui il sangue scorre così fresco sotto la pelle, l'arco rosso di quelle labbra!

Tu non sai la devozione che nutro per Te.

Tu non sai il potere che hai su di me.

No, non sai.

Vi sono stati momenti in cui la nostalgia di Te mi torturava e una piccola cosa qualsiasi mi procurava una crisi di gelosia. Tu mi hai inteso e compreso su ogni punto. E' questo che mi legava a Te, attraverso ogni tempesta, e faceva di Te, inalterabilmente, l'unica persona cui confidassi.

Cos'altro posso dire?

Sei cresciuto destinato alla Scienza. Hai conosciuto le lacrime di rabbia e di gioia della giovinezza, che l'età matura ignora o disdegna e di cui, in seguito, conserva appena il ricordo corroso dall'oblio. In quella solida massa di muscoli si agita uno di quegli spiriti chimerici e insieme avveduti che hanno costantemente per occupazione limare, adattare, semplificare o complicare le cose. Qualcosa che non è di questo mondo né in questo mondo Ti attira, Ti chiama irresistibilmente. Non trovi riposo, né giorno né notte, come l'eliotropio in una cantina si contorce per volgersi verso il sole che non vede. La passione per un altro essere sanerebbe, forse, la spaventosa ferita che Ti hanno causato i gelidi raggi della Scienza: E' Tua opinione che non si debba amare un unico essere. In questo tipo di sentimento vedi solo egoismo e tirannia. La strana reciproca attrazione degli esseri umani, il fatto che gli elementi chimici si combinino soltanto sotto una determinata pressione, che i gas si mescolino soltanto quando sono attraversati da una scintilla elettiva, le innumerevoli analogie della natura che suggeriscono l'ipotesi dell'eguaglianza nella disparità eterna, dell'unione nella differenziazione infinitesimale, tutto questo è sempre stato uno stimolo per la Tua curiosità, fin da quando avevi venti anni. Ma ogni qualvolta spingevi più lontano le Tue indagini, si ergeva dinanzi a Te una nuda muraglia.

Il mondo dell'ignoto, da cui nessun viandante ha fatto ritorno, ha sempre esercitato su di Te un fascino profondo. Sei convinto che nel cielo e sulla terra vi siano molte più cose di quante tutte le filosofie ne abbiano mai immaginato. Sei uno di quegli uomini la cui anima non fu tuffata completamente nel Lete prima di essere avvinta al corpo, che serba dal Cielo, dal quale discende, reminiscenze di eterna bellezza, che la fanno inquieta e martoriata: un'anima che ricorda di aver avuto le ali e che, ora, non ha più che due piedi. Se fossi Dio, priverei di Poesia per due eternità l'Angelo colpevole di tanta negligenza.
Anche gli Angeli hanno una loro crudeltà!

Invece di costruire un castello di carte brillantemente colorate che ospitasse, per una primavera, una bionda fantasia, avrei dovuto innalzare una torre più alta degli otto templi sovrapposti di Babele.
Sottile, colto, amante della letteratura, Tu misuri l'inestimabile possibilità dello scrittore, quale che sia la sua sofferenza, e non tollereresti di vedermi lasciar andare o disperdere. Tu non ignori che io scrivevo prima di Te, che posso scrivere senza di Te e, perfino, malgrado Te, poiché uno scrittore trova sempre il modo di sfuggire a tutto e a tutti pur di raggiungere ciò che gli è indispensabile, ciò che gli giustifica vivere. Ma sai anche che, in questo gesto pericoloso, che induce a lasciare una traccia di sé, pensando che sarà utile, lo scrittore ha bisogno di un testimone, di un Amico intimo che creda in lui e che, per primo, attesti l'assoluta necessità del suo lavoro.

Alieno da tutto ciò che è ridicolo e volgare, mi lasci una sensazione purissima, senza macchia. Parti da solo all'alba e Ti abbandoni sulla spiaggia, in cerca di non si sa quale sapere che viene direttamente dalle cose. Non Ti stanchi di soppesare e di studiare con curiosità le pietre, i cui contorni lucidi o rugosi, le cui diverse tonalità della ruggine o della muffa raccontano una storia, testimoniano dei metalli che le hanno formate. dei fuochi o delle acque che ne hanno precipitato nel tempo la materia o coagulato la forma. L'importante è raccogliere il poco che sarà filtrato dal mondo prima della notte, di controllarne la testimonianza e, possibilmente, di correggerne gli errori.

In un certo senso l'occhio controbilancia l'abisso.

Non si può niente contro l'Amore per il mare. Quando se ne è preso il gusto, il mare è come l'oppio. Nudo e solo, le circostanze Ti cadono di dosso come gli indumenti. Le onde lambiscono i Tuoi piedi.
Rabbrividisci, ma quella frescura porta già in sé la promessa della bella giornata estiva. MassaggiandoTi lentamente le gambe, intorpidite dall'immobilità notturna, guardi il mare informe generare le onde presto svanite. fai scivolare tra le dita un pugno di sabbia. La traccia dei Tuoi passi sulla spiaggia umida è assorbita immediatamente dall'onda; sulla sabbia asciutta il vento cancella ogni segno.
Le spiegazioni analogiche, che, un tempo, Ti parevano delucidare i segreti dell'Universo, oggi, pullulano di nuove possibilità di errore, giacché tendono a attribuire a questa oscura natura quel piano prestabilito che altri ascrivono a Dio. Non ammetti di avere dubitato: dubitare è diverso; solo, prosegui l'indagine fino al punto in cui ogni nozione Ti si flette tra le mani come una molla piegata oltre misura; non appena sale al grado di un'ipotesi senti frantumarsi sotto di Te l'indispensabile SE.

Avevi creduto che Paracelso, con il suo sistema dei segni rivelatori di affinità segrete, dischiudesse alla scienza una via trionfale, in realtà, riconduceva a superstizioni da villaggio. Più pensi e più le idee, gli idoli, i costumi Ti sembrano prodotti dai moti della macchina umana. L'animo colmo di un riverente pensiero, che Ti condannerebbe per apostasia in tutte le pubbliche piazze di Maometto o di Cristo, consideri che i simboli più adeguati del congetturale Bene Supremo siano ancora quelli che assurdamente passano per i più idolatri e quel globo igneo il solo Dio visibile per creature che perirebbero senza di esso. Analogamente, il più vero degli Angeli è quel gabbiano che, in confronto ai Serafini e alle potenze supreme, ha in più l'evidenza dell'esistere.

Diffidi dei preti e delle loro false interpretazioni.

Nell'era della tecnologia, tu sei diventato un tecnico della politica: un uomo che studia le leggi della convivenza umana con lo stesso rigore scientifico con il quale osserva e descrive i principi che regolano il mondo della fisica. Non credi, non puoi credere, in una perfettibilità dello spirito umano, in un progresso dei costumi e delle società. Consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono: consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono, iniziano con la Libertà, si concludono con la Dittatura. La lezione delle epoche passate è chiara: la storia dei popoli è una scala di miseria, le cui rivoluzioni formano i diversi gradini. L'indifferenza del saggio, per il quale ogni paese è patria e qualsiasi religione è un culto a suo modo valido, provoca nelle masse, ligie all'ordine costituito, un moto d'invidia: il Tuo NO indispettisce il loro incessante SI.

Seduto su un masso, guardando sotto il cielo grigio la spiaggia rigonfia qui e là di lunghe colline sabbiose, vaghi con il pensiero alle ere trascorse, quando il mare occupava quei grandi spazi, ove adesso cresce il grano e, ritirandosi, ha lasciato l'impronta e come la firma delle onde, giacché tutto cambia: la forma del mondo, le produzioni di questa natura che si muove e di cui ogni momento abbraccia secoli.
L'esilio è in Te.

L'esilio sei Tu.

L'esilio è quel qualcosa sempre pronto a singhiozzare in fondo alla Tua memoria, quel dolore che un nonnulla basta a risvegliare.

Ami i cieli bui che si confondono con il buio oceano.

Dilati i polmoni per respirare il più possibile l'aria pura.

Affiorano in Te ricordi continui, lontani, e tanto fugaci da non avere il tempo di afferrarli. Ti sembra di fare, completamente sveglio, il sogno del Tuo passato. E' come se questo passato, dopo essersi levato tanto in alto, ricadesse ora in pioggia sul Tuo cuore, una pioggia di suoni, immagini, profumi di un tempo, in uno sbriciolamento di vicende svanite. Ti snerva fino al dolore, Ti esalta fino alla follia questo rumoreggiare confuso di giorni finiti. Hai l'anima pesante e la mente tormentata. A volte, in realtà, non Ti sembra di vivere, ma di sognare cose confuse eppure note. Rivedi con una straordinaria nitidezza i luoghi dove giocavi, le strade dove camminavi, il letto dove dormivi da bambino. Odi le voci che udivi allora e ripensi, perfino, ai pensieri vaghi e ingenui che Ti passavano per la mente.

E' la realtà che Ti sfugge, dilegua, si disperde dinanzi ai fantasmi del passato.

Uno specchio meraviglioso è quell'uomo nel quale si riflettono il transitorio e l'eterno, il mutevole e l'immutabile. Nella sua immobilità si inebria della linfa originaria; pur sembrando il più morto è, invece, il più vivente degli esseri, vivente della vita sublimata. L'oggetto che contempla si espande sotto il suo sguardo, diviene smisurato, riassume in sé l'essere, e quell'immensità che egli sogna diminuisce fino a condensarsi nel punto contemplato. Egli ha allargato il suo cuore fino a inghiottire il mondo e a possedere Dio.

Poco a poco, come chi, assorbendo ogni giorno un determinato alimento finisce per esserne modificato nella sostanza e, perfino, nella forma, ingrassa o dimagrisce, trae da quelle pietanze vigore o contrae nell'ingerirle mali che non conosce, mutamenti quasi impercettibili si operano in Te, frutto di nuove abitudini acquisite.

La Tua esistenza è clandestina e sottoposta a determinate costrizioni: lo è sempre stata.

Taci i pensieri che per Te contano di più.

Hai rinunciato a chiedere aiuto.

Quei segreti potrebbero sfuggire, per inavvertenza, da una bocca stanca.

Invecchi.
Te ne accorgi non tanto dalla stanchezza quanto da una sorta di crescente serenità: Ti accade come al nocchiero, fattosi duro d'orecchi, che sente, solo confusamente, il fragore della tempesta, ma continua a valutare, con la stessa abilità, la forza delle correnti, delle maree e dei venti. Attraverso il declino e, talvolta, attraverso le sofferenze inseparabili dell'età, il senso dell'esistenza si evidenzia fin troppo bene.
La nostra vita non è altro che una lunga prospettiva a losanga. Le linee della figura geometrica divergono all'età matura, poi si restringono insensibilmente fino all'agonia, che sta in fondo e ci strangola.
La vita sedentaria Ti opprime come una sentenza d'incarcerazione che, per prudenza, avessi pronunciato su Te stesso; ma la sentenza è tuttora revocabile; già altre volte e sotto alti cieli Ti sei sistemato così, momentaneamente o, credevi, per sempre, come che ha diritto alla cittadinanza ovunque e in nessun luogo. E', dunque, naturale non dare alcun valore sentimentale a un passaporto, è naturale considerare la scelta di una nazionalità come un atto svuotato di qualsiasi significato e è naturale cambiarla senza più pensieri reconditi di quanti bisogna averne quando si cambia la biancheria. Nulla garantisce che domani Tu non riprenda l'esistenza errante, che è stata la Tua sorte e la Tua scelta. Eppure il Tuo destino si muove, vi si produce, a Tua insaputa, uno slittamento; come avviene a chi nuota contro corrente nel buio della notte, Ti mancano i punti di riferimento per calcolare con esattezza la deriva. Ti riprometti di assaporare la sicurezza inquieta di un animale che si sente al sicuro nella tana angusta e buia, ove ha scelto di vivere.

Ti sbagli.

Quell'esistenza, benché immobile, ribolle.

Il senso di un'attività quasi terribile romba come un fiume sotterraneo. Il tempo, che immaginavi dovesse pesarti tra le mani come un lingotto di piombo, fugge e si scompone come gocce di mercurio. Le ore, i giorni, i mesi hanno cessato di corrispondere ai segni degli orologi e, perfino, ai moti degli astri. Anche i luoghi si muovono: le distanze si annullano come i giorni.

Senza provarvi piacere torni a rivestirti del Tuo guscio di uomo.

Se Tu sei destinato a comprendere l'ordine al quale obbedisce l'architettura umana, i colonnati per Te si apriranno da se stessi come dei fiori. Se tu non possiedi la chiave di un'esperienza analoga, si può tutt'al più prometterTi di indovinare, della festa o del massacro interiore, qualche luce di torcia attraverso le fessurre delle pietre, qualche grido, qualche riso senza motivo, qualche folata di musica, forse, discordante e dei fracassi di cuori spezzati.

Curioso del futuro, fedele al passato, resti il testimone, una specie di vedetta che guarda quello che succede. Molto spesso lo spettacolo non ha nulla d divertente. Ma Ti diletta e Ti piace: Tra le cose e gli uomini, con tenerezza e con ironia, sei, sotto le raffiche del vento della storia, la sentinella del piacere di Dio.

Una vela all'orizzonte biancheggia come un'ala.

 

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postato da: Firouzeh alle ore novembre 10, 2008 12:51 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, donna, libertà, daniela zini
lunedì, 10 novembre 2008

Eh, bien !

J'avoue avec honte : j'ai regardé « Love Story » et je m'en mort encore les doigts.

 

 

Le cœur, c’est le centre psychologique et physiologique de l’être.

C’est le cœur qui nous permet d’aimer à la manière d’un enfant, pleinement, sans réserve d’aucune sorte, sans nuances de sarcasme ou de mépris.

L’amour n’est pas un flirt, ni une poursuite pour le pur plaisir de l’ego, mais un lien visible, constitué par le nerf psychique de l’endurance, une union qui perdure de périodes d’abondance en temps d’austérité, de nuits limpides en jours difficiles.

Il faut d’abord découvrir l’autre comme une sorte de trésor spirituel, même si l’on n’en prend pas conscience sur-le-champ. Viennent ensuite, dans la plupart des rapports amoureux, la poursuite et l’esquive, période d’espoir et de crainte pour tous les deux. Suit une période de partage des rêves futurs et des peurs passées, ce qui correspond au début de la guérison des blessures archaïques en matière d’amour. A ce stade des rapports amoureux, l’amant retourne à un état d’innocence dans lequel les éléments émotionnels continuent à le remplir de crainte, et les souhaits, les espoirs et les rêves à l’envahir.

Il ne faut pas confondre innocence et naïveté.

Un vieil adage dit :

 

« L’ignorance, c’est quand on ne connaît rien et qu’on est attiré par le bien. L’innocence, c’est quand on sait tout et qu’on est toujours attiré par le bien. »

 

On parvient à cet état de sagesse innocente en abandonnant tout cynisme, toute autoprotection et en retrouvant l’émerveillement qui est celui de la plupart des êtres humains dans leur très jeune ou très grand âge. Il faut porter sur le monde le regard d’un esprit empli d’amour, d’un esprit connaissant, et non celui d’un chien battu, d’un être pourchassé, d’un humain blessé et furieux.

L’innocence se régénère dans notre rêve. Malheureusement, la plupart des gens la rejettent en se levant le matin, en même temps que la couverture. Il vaudrait mieux la garder avec nous, pour qu’elle nous tienne chaud.

Etre innocent, c’est se révéler capable de voir exactement ce qui ne va pas et d’y remédier. Etre innocent, c’est éviter de faire du mal aux autres, tout en ayant la capacité de soigner les autres et soi-même.

Lorsque des amants parviennent à cet état, ils s’abandonnent aux forces qu’ils ont en eux et qui possèdent la foi, la confiance, le pouvoir de l’innocence. L’amant a confiance, il sait que les tâches de son âme vont être accomplies en lui, que tout sera comme il se doit.

Il dort sans méfiance, du sommeil du sage.

En rêvant, ses cicatrices sont effacées, aucun souvenir de ce qu’il était hier ne demeure.

Il existe une juste méfiance, qui naît de l’approche du danger et une méfiance injustifiée, car consécutive à des blessures antérieures. Cette dernière conduit les hommes à agir avec indifférence et susceptibilité, alors qu’ils voudraient se montrer concernés et chaleureux.

Ceux qui craignent d’être « menés en bateau » ou « pris au piège » - ou qui réclament à grands cris « leur liberté » - laissent l’or leur filer entre les doigts.

Daniela دانیلا Zini زینی


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postato da: Firouzeh alle ore novembre 10, 2008 12:15 | Permalink | commenti (1)
categoria:amore, donna, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Presentazione

di:

 

Forugh Farrokhzad

una foglia portata dal vento,

caduta quasi per caso sulla mia via

 

- A. D. Zini -

 

 

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo "i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti".

Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere di Forughzaman Farrokhzad. Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere e una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.

Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso. Non commetto, forse, un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?

In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.

Non ci si sorprenda, dunque, se la mia immaginazione si ingegni a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo. Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo, che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.

La Poesia è una sfida all’indicibile, al non detto che sgorga dal profondo dell’animo umano e per questo assume una dimensione collettiva.

È stato detto che la Poesia imita la Natura.

 

La brise du printemps rafraîchit le visage des roses.

Dans l’ombre bleue du jardin, elle caresse aussi le visage de ma bien aimée.

Malgré le bonheur que nous avons eu, j’oublie notre passé.

La douceur d’aujourd’hui est si impérieuse.

Omar Khayyam

 

Una sorta di legame ha collegato, sin dall’antichità il femminile con le piante, la natura e il giardino, spazio narrativo per eccellenza. Quell’accordo segreto che, nell’avvicendarsi dei tempi, non viene a perdersi, ma conformandosi alle nuove istanze e ideologie, si tramanderà come cifra segreta dell’anima. Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zeffiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “Giardino, primavera e dolce commercio”. Ad almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall’armare navi, elevare templi, compiere massacri.

La donna è stata quasi esclusivamente oggetto di canto, simbolo e non realtà corporea degna di entrare nel divino ritmo dei versi. Per riflesso, le donne, escluse dai canali della cultura erudita, non hanno trasferito il proprio io sulla carta o, se lo hanno fatto, non hanno ricevuto l’attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine e in quanto incapaci di regolari gestazioni poetiche e pochissimo letterate.

Le donne per riuscire a esprimere tutto il loro mondo sono state costrette a adattare alle proprie esigenze il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, porgendo attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività al fine di stabilire un contatto solidale e fraterno con le proprie consorelle, originare una coscienza comune e una riflessione, non ancora organiche, dalle quali partire e realizzare attraverso la scrittura poetica un progetto di emancipazione.

La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze.

Forughzaman Farrokhzad prova a esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo, che entra nel linguaggio non solo come tema, ma anche come percezione: la Poesia non si limita a esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Gli atteggiamenti di ribellione profetizzante a tratti, a tratti di serena rassegnazione, in sostanza di rassegnata ribellione si rispecchiano abbastanza bene nel canto poetico e provano che una grande cultura e una profonda consapevolezza di sé e della propria storia probabilmente non bastano a mitigare il dolore dell’umiliazione e della speranza sopraffatta.

Dolore e gioia, disperazione che suscita progetti di suicidio e beato annullamento nelle braccia dell’Amato, capacità di trasformare il tempo della vita nel sacrificato tempo dell’attesa e, simultaneamente, pragmatica attitudine a prendere repentine decisioni nella sfera del quotidiano, tutto ciò caratterizza la Sua produzione poetica.  

Ho, quindi, deciso, di iniziare questo difficile percorso all’interno della scrittura poetica di Forughzaman Forrokhzad con trentadue poesie - quanti i suoi anni di vita - che ritengo, più di altre, significative di due condizioni, tipiche della donna che mette la propria anima in versi: la rassegnazione e la ribellione.

 

Daniela Zini

 

 

اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

 

Prigioniera

 

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la mia vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi 

Da questa muta prigione spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Traduzione dal persiano di Daniela دانیلا Zini زینی

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 19:16 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, iran, femminismo, donna, forugh farrokhzad, daniela zini
sabato, 16 febbraio 2008

 اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

Prigioniera

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio cercano me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi

Da questa muta gabbia spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

Copyright © 17 giugno 2007 ADZ

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 16, 2008 11:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, iran, donna, daniela zini
sabato, 16 febbraio 2008

Come mi sono innamorata dell’Iran ?

Ebbene, credo che all’origine di questo Amore vi sia una zia fantastica e molto fantasiosa, che, inconsapevolmente, ne gettò il germe nel mio cuore di bambina, quando, per l’ottavo compleanno, mi fece dono di un’edizione integrale delle Mille e Una Notte.

Quel giorno, nella mia camera, accarezzai, a lungo, stretti al mio cuore, quei quattro volumi, che mi attraevano più di ogni altro libro sullo scaffale di legno lungo il muro alla mia sinistra: La Maschera di ferro, I Tre Moschettieri, La Collana della Regina, Venti anni dopo, Il Tulipano Nero, I Miserabili…

Tutti i giorni, per due mesi, assetata di conoscenza di quel magico Regno, trascorsi interminabili ore a abbeverarmi di Shahrazad e del Suo Sultano.

Coup de foudre !

Chi non conosce Shahrazad che da secoli non ha cessato di nutrire l’immaginario collettivo ?

E come dissociare la figura di Shahrazad da quella di Shahriar ?

D’origine indo-persiana, le « Hezar Afsanè » o « Alf Layla Wa Layla », assimilate dalla cultura araba e rivelate all’Occidente, nel 1705, grazie alla traduzione di Antoine Galland, suscitando un gusto per l’orientalismo in tutta Europa, sono annoverate tra i testi più universalmente diffusi.

Il Re Shahriar scopre l’infedeltà di sua moglie e fa uccidere la sposa.

Ma di più…

Ogni notte giace con una vergine e l’indomani la fa uccidere, tanto è l’odio che nutre per le donne.

Il Regno vive nel terrore, ognuno teme che la sorella, la figlia, la moglie si veda obbligata a dividere il talamo del Re e morire.

Nessuno osa opporsi a questo Re assassino.

Nessuno, tranne una giovane temeraria: Shahrazad. Questa giovane era conosciuta non per la bellezza né per la sua sensualità, come si induce a credere, ma per la sua intelligenza, il suo sapere letterario, filosofico e scientifico. Shahrazad, lungi dall’essere una cortigiana, è, innanzi tutto, un’intellettuale.

Shahrazad, che auspica che la carneficina cessi, idea un piano che, spera, salvi le donne del Regno.

Si offre in sacrificio convincendo suo padre a lasciarle sposare il Re.

Suo padre non ha altra scelta che lasciar fare.

Shahrazad confida nella sua conoscenza di un enorme tesoro di narrativa popolare. Ottenuto, quindi, il permesso di allietare le veglie con i suoi racconti, iniziandone sempre di nuovi e opportunamente interrompendoli, tiene desta la curiosità del Re che così rinvia la sua condanna finché nell’animo di lui all’odio subentra l’Amore.

Due sono le qualità della giovane: il coraggio con cui, mossa da pietà, affronta il pericolo di essere anche lei sacrificata e l’intelligenza che le ha consentito di apprendere un numero straordinario di storie e le permette di riferirle con garbo e abilità.

Shahrazad è la donna nella quale gli innamorati vedono aspetti diversi secondo il proprio modo di sentire l’Amore e concepire la Vita

È la donna, al cui contatto, i caratteri si precisano, le passioni si sviluppano sino a raggiungere l’esaltazione.

È la donna intelligente che afferra il senso delle elucubrazioni del marito, è la donna sensibile che si compiace dell’Amore suscitato dalla sua personalità e lo incoraggia, ma, al tempo stesso, è una sensuale che non rinuncia all’Amore puramente fisico.

 

Possiedo radici vaghe e culture multiple perché da quando sono nata mi hanno spostata o mi sono spostata da un luogo all’altro.

Da piccola ne ho sofferto.

Oggi ne sono felice, perché le radici forti alimentano una gabbia di soffocanti predestinazioni.

L’educazione cattolica delle scuole private mi aveva reso una bambina cupa, profondamente infelice, che non mi somigliava. Tutte le cose che mi rendevano viva erano peccato, veniale o mortale: leggere libri messi all’indice, fare scorribande con i miei amici sino a tarda sera.

Mi liberai dalla religione cattolica.

La scoperta di altre culture, altri racconti di storia, altre divinità trasformò il mio sguardo sul mondo da assoluto a relativo. Non eravamo la Verità, noi europei, noi cristiani, noi cultura greco-romana. Eravamo una minoranza nel mondo. Se il potere era solo nostro, era un potere d’élite, privo di democrazia. Se il Regno dei Cieli era solo cattolico, era un Regno disumano, nel senso che escludeva la maggioranza degli uomini, delle donne e dei bambini del pianeta. La scoperta della relatività della verità, della relatività della storia, della relatività dello stesso concetto di religione o cultura o nazione è stata per me la via maestra verso la libertà. Scoprivo che libertà era innamorarsi senza rimorso delle piccole verità che ogni cultura contiene e che qualsiasi relazione può contenere.

 

Vi sono particolari momenti, misteriosamente privilegiati, in cui taluni Paesi ci rivelano, con un’intuizione subitanea la loro anima, in qualche modo la loro essenza precipua, in cui ne cogliamo una visione esatta, unica, che mesi e mesi di studio paziente non potrebbero rendere più completa né diversa. Tuttavia in questi momenti furtivi ci sfuggono per forza di dettagli, vediamo solo l’insieme delle cose…

Particolare stato d’animo o aspetto speciale dei luoghi, colto al volo e sempre in modo inconscio ?

Non lo so…

Designata dal Fato – il mio padrino mi aveva, profeticamente, dato il diminutivo di Firouzeh – nondimeno, ero cresciuta ignara del mio destino, sino al giorno in cui la mia vocazione mi fu rivelata. 

La piccola scintilla, accesa, si era nutrita, in segreto, di sogni e fantasticherie per divenire patto sacro e, trasformarsi, poi, in fiamma tanto viva da illuminare il mio percorso nei meandri di quel Mondo Incantato, e farmi approdare sulle sue coste, il 2 maggio 2003.

Tuffata nelle dorate e cavalcanti dinastie dei Medi, Achemenidi, Parti, Sassanidi, Safavidi, Abbasidi, Qajar, su su fino ai Pahlavi, riemergevo senza fiato al richiamo dell’armonioso Hafez e deviavo subito verso le quartine del passionale Omar Khayyam. Un mondo sconosciuto calava il suo ponte mobile nel mio cuore, eroico come quello romano dentro la pagina agiografica degli storici, eppure carnale dentro il ritmo di una lingua enfatica che cantava con Saadi i sapori rubati a una terra eternamente assetata di acqua e di sacro.

Il mio viaggio aveva uno scopo, ne ero come posseduta, ma l’ignoravo completamente.

La mia solitudine non mi faceva paura.

Una luce, come un raggio di sole veniva a illuminare la rotta davanti a me.

Dopo la morte di R, i miei amici si erano mostrati molto interessati alla mia Vita con lui, mi ascoltavano per ore e mi ponevano mille domande sull’Iran e sulla Rivoluzione Islamica.

Mi rivelarono a me stessa.

Provavo un piacere immenso a parlare davanti a un uditorio così attento e, ben presto, cominciai a vedere la mia Vita sotto una nuova luce.

I suoi accadimenti mi apparivano come gli anelli di una catena.

Sarebbe stato un peccato non lasciare un resoconto degli avvenimenti e delle avventure di cui ero stata testimone.

La mia immaginazione si impadronì avidamente di questa idea.

 

Incoraggiata dagli stessi amici, mi misi a scrivere.

Mi sentii forzata, nulla poteva impedirmelo.

Immagini a lungo dimenticate si levarono da un passato imprecisato, immagini dettagliate, colorate di sfumature vive.

Suoni, odori, sapori ritornarono.

La punta delle mie dita toccava oggetti familiari.

Rivivevo antiche emozioni e me ne sentivo addolorata.

A volte sorridevo con me stessa, a volte le lacrime rigavano le mie gote.

Lavoravo alacremente, con passione.

Questa forma di contentezza mi era stata sino allora  sconosciuta, le ore volavano.

Scrivevo e quando un passaggio era terminato lo leggevo ai miei amici.

Non ho mai pensato a un pubblico né all’eventualità di una sua pubblicazione.

Quello che facevo, lo facevo per me.

Il mio libro avanzava a poco a poco, secondo l’ispirazione del momento.

 

Viaggiando, per anni, in lungo e in largo per l’Iran e assimilandone, senza mai lasciare la mia terra d’origine, la lingua, i miti, i riti e i cibi, mi sono chiesta se esistano davvero una cultura occidentale e una cultura orientale o piuttosto, provenendo entrambe dallo stesso magma iniziale, che ha dato Vita alle varie etnie e alle varie classi sociali all’interno delle singole etnie, chiamiamo cultura l’insieme di elementi specifici che il potere di turno ha fatto emergere dal magma, ha valorizzato secondo canoni precostituiti, ha rafforzato attraverso le leggi e ha tramandato nell’educazione attraverso una deliberata manipolazione dei documenti storici, letterari, filosofici e religiosi.

Non è necessario uscire dai confini del proprio Paese per scoprire un’altra visione del mondo.

Si può rivelare uno straniero il proprio padre, il proprio fratello, il proprio marito, il proprio figlio.

Alla fine di questo viaggio una certezza ha trovato dimora dentro di me.

La scelta primaria di ogni essere umano, che va al di là del proprio sesso, della propria etnia, della propria lingua, della propria cultura, della propria religione e della propria classe sociale, è :

 

« Da quale parte stare ? » 

 

Dalla parte dei potenti o degli oppressi ?

Dalla parte dei colonialisti o dei colonizzati ?

Dalla parte di chi scrive la storia, il vincitore di turno, o dalla parte di chi non ha voce pur avendo fatto ugualmente la storia ?

A quali popolazioni e a quali classi sociali si riferiscono i nostri Governi occidentali quando parlano dei Popoli orientali e dei loro bisogni ?

Le vere rivoluzioni, quelle che non si limitano a cambiare la forma politica e  gli uomini di Governo, ma che trasformano le istituzioni e danno luogo ai grandi trasferimenti della proprietà, lavorano a lungo sotterranee prima di scoppiare alla luce del giorno sotto l’impulso di qualche circostanza fortuita. La Rivoluzione Islamica, che colse alla sprovvista con il suo impeto irresistibile le sue vittime, non meno degli stessi autori e beneficiari, ebbe una lenta preparazione per più di un secolo. Nacque dalla concordanza, che tendeva a farsi di giorno in giorno più profonda, tra la realtà delle cose e le leggi, tra le istituzioni e i costumi, tre la lettera e lo spirito.

 

Vi sono Paesi che muoiono giovani e si arrestano giovani : tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza e la resurrezione.

L’Iran non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali.

E, solo ora, iniziamo a capire ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell’oggetto, l’emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto.

Questa Terra così celebrata è meravigliosamente immune da artifici letterari ; lo stesso preziosismo di certi suoi Poeti non la tocca. Questa Terra da cui sono scaturiti tanti capolavori non viene sentita come l’Italia, subito Patria privilegiata delle Arti, ma vi pulsa la Vita come il sangue in un’arteria. Poche regioni sono state più devastate dal favore delle guerre di religione, di razze e di classi; sopportiamo il ricordo di tanti furori in espiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l’Uomo a fare del male all’Uomo.

Non vi è Paese più dominato da una religione possente che favorisce il più delle volte la bigotteria e l’intolleranza, ma non vi è neppure paese ove si senta di più, sotto il broccato delle devozioni o sotto la pietra dei dogmi, sorgere il fervore umano.

Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire.

 

Non credevo certo che avrei potuto dire come Chateaubriand :

 

« Mes livres ne sont pas des livres, mais des feuilles détachées et tombées presque au hasard sur la route de ma vie. »

 

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venerdì, 15 febbraio 2008
Moi

Moi

 

 

J’ai du naître plus loin, dans un passé plus vieux,

Sur les eaux écumeuses et blanches,

Quand l’Univers était un volcan en fusion,

A l’aube incertaine d’un jour

Tout ruisselant de flamme, cendre et lapilli.

 

Telle une rivière printanière en crue,

Ma vie a répandu des fleurs et des parfums.

De moi je laisse, dans les remous des vers,

La chaleur des larmes qui les a vu fleurir,

La marque d’une lame insinuante et dure.

 

Mes vers,

Soyez des fleuves !

Allez-en vous élargissant !

Qu’on sache combien j’ai aimé !

Je ne souhaite pas d’éternité plus douce.

 

 

ADZ

 

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venerdì, 15 febbraio 2008

Mes Rêves

 

 

Qu’est devenu mon cœur désemparé?

Un vaisseau déserté

Sur des mers inconnues.

Que reste-t-il de lui dans la tempête ?

Un trésor sombré

Dans les abîmes du rêve.

 

Moi, qui ne veux pas

Voir mes rêves épiés,

Je garde en moi-même des secrets

Splendides ou terribles,

Tels des eaux sans fond

Que les filets n’atteignent pas.

 

Je ferme les yeux.

Un pressentiment de mort

N’éveille aucun regret dans mon cœur.

Une autre vie s’érige déjà derrière moi,

Telle une muraille qui empêche de regarder au delà.

Que tout cela est loin !

 

Serai-je meilleure ou pire au moment où

Je me connaîtrai jusqu’au fond ?

Moi, je serai libre,

Dans mon secret,

D’écrire comme je pense

Et comme je vis.

 

 

ADZ

Finalista al Premio Internazionale di Poesia Marguerite Yourcenar 2007

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 15, 2008 17:15 | Permalink | commenti
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venerdì, 15 febbraio 2008

Dopo di Te

 

 

Per sempre, ormai, credevo

Il mio cuore in pace.

Sognavo nel miraggio di un amore

Casto, solitario e vero.

Tutto era vuoto, offuscato, muto,

Crollato, distrutto, abbandonato.

Tutto era degli altri e di nessuno,

Finché il Tuo sole irruppe

Nel cielo grigio di gennaio,

Inondò la mia anima

E riempì l’inverno di regali.

E fui di nuovo io.

 

 

ADZ

Finalista al Premio Internazionale di Poesia Città di Monza 2007

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 15, 2008 16:40 | Permalink | commenti
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