venerdì, 02 ottobre 2009

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 sabato 3 ottobre…

 

 

“Freedom of the press in Britain means freedom to print such of the proprietor's prejudices as the advertisers don't object to.”

Hannen Swaffer (1879-1962)

 

 

“Dio soffre perché una grande massa non può essere raggiunta dalla parola sacra; la verità è prigioniera in un piccolo numero di manoscritti, che racchiudono un tesoro.  Spezziamo il sigillo che la lega, diamo ali alla verità. Che non  siano più manoscritti con grande spesa, da mani che si affaticano, ma volino, moltiplicati da una macchina infaticabile e raggiungano tutti gli uomini.”

Johann Gutenberg

 

Con queste parole entusiastiche, Johann Gutenberg, che dovrà lottare contro la diffidenza dei contemporanei e l’avidità dei soci, apre la strada alla diffusione della cultura moderna e si proclama il profeta di un mondo nuovo: un mondo in cui il sapere sarà liberamente diffuso a tutti.

Spiega, infatti, Martin Lutero, nei suoi Discorsi a tavola, che il libro sacro, all’inizio del XVI secolo, era, effettivamente, ancora sconosciuto alla maggioranza dei cristiani:

 

“Trenta anni fa, nessuno leggeva la Bibbia, che era sconosciuta a tutti. Io stesso non  ho mai visto una Bibbia fino a venti anni.”

 

La stampa si diffonde, in tal modo, a partire dalla seconda metà del XV secolo, in quasi tutto il mondo conosciuto e manifesta una forza “democratizzante” senza la quale difficilmente la Riforma sarebbe stata possibile. L’invenzione della stampa con lettere mobili cambia l’aspetto del libro, ne cambia la percezione e l’importanza e apre nuove possibilità di comunicazione.

La stampa rivoluziona la cultura di allora come il computer la cultura di oggi.

L’introduzione della stampa ha due conseguenze diverse:

-         sovvertire il sistema sociale mediante l’accesso a basso costo di informazioni e ampliare, quindi, il potenziale dei lettori (e ciò ha una valenza politica);

-         moltiplicare gli originali, rendere, in altri termini, molteplice ciò che prima era unico (e con ciò si definiscono le premesse per il mercato delle idee). 

La storia della stampa inizia con l’invenzione della stampa.

E, con l’arrivo della stampa, le autorità civili e religiose sentono l’urgenza di legiferare sulla censura (2).

Come ci ricorda la definizione della Grande Encyclopédie:

 

“La censure est l’examen qu’un Gouvernement fait faire des livres, journaux, dessins, pièces de théâtre avant d’en autoriser l’apparition.”

 

Quello di Socrate, condannato a bere la cicuta, in un limpido mattino di febbraio del 399 a. C., per aver “istigato i giovani alla depravazione” è il più celebre caso di censura dell’Antichità. Il suo processo riflette la storia stessa di Atene negli ultimi trenta anni. L’interminabile guerra contro Sparta e il disgregarsi progressivo della potenza marittima e del dominio dell’Ellade, le terribili pestilenze del 430 e del 426 a. C. e i convulsi moti politici e sociali che accompagnano le fasi più critiche della guerra, poi, la sconfitta definitiva e l’occupazione militare di Atene per opera degli spartani, la breve ma crudelissima rivoluzione oligarchica dei Trenta Tiranni (404 a. C. ) e la faticosa restaurazione della democrazia. Nel corso di quegli anni la vita in città diviene più dura e più aspra per tutti. Le difficoltà economiche e i pericoli legati alla guerra, le pestilenze e le razzie dei nemici hanno profondamente scosso la popolazione.

Come avere fede negli dei protettori della città, quando la città è assediata e umiliata?

In quale considerazione si possono tenere quei filosofi che deridono le antiche virtù, con il loro seguito di discepoli, tutti di ottima famiglia, cui insegnano il disprezzo per le istituzioni democratiche e insieme la liceità di tutti i possibili mezzi per arrivare al potere, dalla corruzione alla falsa propaganda, dalla provocazione all’assassinio terroristico?

Con le tasche sempre piene di soldi e i capelli lunghi, spesso ubriachi di vino, di canzoni e di donne, non sono stati, forse, questi «giovani d’oro» a profanare le sacre Erme, nel 415 a. C., mutilandole tutte?

Meglio, dunque, farli stare zitti questi intellettuali, cacciarli dalla città, come Anassagora e, poi, Protagora e tanti altri ancora. Meglio affidarsi agli indovini, agli spacciatori di oroscopi, ai maghi, che sono in comunione diretta con le forze occulte dell’oltretomba.

Era necessario che Socrate cessasse di «ficcare il naso» nelle più delicate faccende di Atene.

Anito, nella sua arringa, lo fa intendere chiaramente:

 

“Mi conoscete da molto tempo, cittadini, e sapete quanto amore io nutra per la nostra città: per colpa di Socrate abbiamo già sopportato diverse sciagure : ora dobbiamo assolutamente evitare che la sua azione ci faccia subire ancora la punizione degli dei. Socrate avrebbe potuto sottrarsi al vostro giudizio andandosene volontariamente in esilio. Ma, poiché si è presentato in tribunale, non è possibile fare a meno di condannarlo a morte. Se, infatti, riuscirà a sfuggire alla condanna, i nostri figli subiranno la sua nefanda influenza, con gli effetti che anche troppo bene abbiamo sperimentato…”

 

Il vecchio e saggio vagabondo è condannato a morte, quella che è stata la coscienza fastidiosa di Atene viene soffocata e spenta.

 

“Ma ora che sono così vicino alla morte, voglio farvi una predizione…

Oggi voi mi uccidete sperando così di liberarvi dall’obbligo di rendere conto della vostra vita: invece accadrà il contrario, io ve lo predico. Al mio posto verranno, infatti, i giovani, di tutte le epoche, a chiedere il rendiconto delle vostre azioni, tanto più ostinati quanto più giovani. E voi continuerete a scandalizzarvi, senza capire che non è uccidendo le persone che si può impedire loro di contestare il vostro modo di vita. Con questo vaticinio ho chiuso definitivamente il discorso con coloro che mi hanno condannato…

È proprio l’ora di andare.

Io a morire, e voi a vivere: chi di noi vada verso il destino migliore è oscuro a tutti, fuorché al dio.”

 

Regolarmente proclamate dappertutto nel mondo, la libertà di espressione e il pluralismo della stampa sono considerati strumenti di misura democratica.

Nel suo opuscolo Risposta alla domanda: che cos'è l’Illuminismo? Kant afferma che non vi è criterio più sicuro del pluralismo della stampa per valutare il vigore di una democrazia. Questa idea permeerà le nazioni moderne, in particolare gli Stati Uniti: l’informazione è un messaggio di interesse generale e la stampa si arroga un diritto di sguardo critico sul funzionamento delle istituzioni.

L’homo publicus si confonde con l’homo democraticus.

Un passaggio de Il Matrimonio di Figaro di Beaumarchais, scritto più di due secoli fa, ci dà un’idea, in chiave umoristica, della realtà di una nuova censura che si presenta sotto le spoglie della libertà:

 

“On me dit que, pendant ma retraite économique, il s'est établi dans Madrid un système de Liberté sur la vente des productions, qui s'étend même à celles de la Presse; et que, pourvu que je ne parle en mes écrits ni de l'autorité, ni du culte, ni de la politique, ni de la morale, ni des gens en place, ni des corps en crédit, ni de l'opéra, ni des autres spectacles, ni de personne qui tienne à quelque chose, je puis tout imprimer librement, sous l'inspection de deux ou trois censeurs.”

 

È un’illusione credere che la libertà di espressione non sia più minacciata e la vigilanza non sia necessaria là dove sembra superflua.

Dobbiamo avere sempre presenti le parole di Clemenceau (1841-1929):

 

“La libertà di stampa, non è la libertà di scrivere, è la libertà di leggere. 

 

Uno stato potrebbe proclamare i diritti e i doveri del lettore, quello stesso al quale la stampa è destinata e che la fa vivere?

In altri termini, il pluralismo della stampa è sinonimo di diversità di opinioni?

Dalla Seconda Guerra Mondiale, non si è cessato di stabilire regole dell’informazione, di raccomandare la lealtà, di proscrivere la calunnia.

Sull’unità della verità, in Vérité et mensonge (1994), Daniel Cornu scrive:

 

“La ricerca della verità nell’informazione giornalistica… si illude se non prende atto della complessità degli ordini di verità che è chiamata a praticare: verità dei fatti (in uno spirito prossimo allo scientifico), verità delle opinioni e dei giudizi (fondata sull’ermeneutica critica), verità delle forme di espressione giornalistica (per analogia alla problematica della verità nell’arte e nella letteratura).”

 

In vena di autocritica, lo stesso giornalista svizzero ritorna, venticinque anni dopo, su un reportage che effettuò a Neauphle-le-Château, luogo di esilio dell’ayatollah Khomeini, nel momento in cui questi si apprestava a raggiungere il suo paese dopo la fuga dello shah. Tutta la stampa era presente, quel freddo 29 gennaio 1979, per incontrare quello che appariva il nuovo leader dell’Iran dopo il rovesciamento di Bakhtiar. Ciascuno, ricorda, trovò materia per un reportage di carattere “esotico” ma “muto sull’essenziale. E per il suo silenzio, ingannatore sul senso dell’osservazione”.

Come spiegare questa cecità?

Non solo, come afferma lo stesso Daniel Cornu – ed è già molto – per ignoranza dell’Islam sciita e della società iraniana dell’epoca. Bisogna tenere presente il contesto degli anni 1970, prevalentemente ostile allo shah in Europa occidentale. I media europei erano persuasi che il regime Pahlavi fosse antidemocratico (ciò che era incontestabile) e che Khomeini avrebbe ristabilito la democrazia (ciò che era dubbio) e adottarono, forse, inconsciamente, il pregiudizio nomologico di una rivoluzione affermata nella sua opposizione agli Stati Uniti, pronti a virare qualora le cose si fossero guastate.     

Così si è manifestato il fattore ideologico preso a prestito dalla filosofia europea dell’Illuminismo, tentata dal cambiamento e l’innovazione. Il processo rivoluzionario ha strutturato una razionalità assiologica contro un approccio cognitivo, che supponeva di mettere in gioco una capacità riflessiva, fondamento della libertà di pensiero e prova dell’indipendenza del giudizio. Cadendo nel relativismo, secondo cui certi regimi politici, nel caso in specie una teocrazia, possono essere legittimati da una cultura, una tradizione, una civiltà, la stampa ha derogato, in nome di un presupposto – un movimento di liberazione contro l’oppressione del sistema occidentale rappresentato dallo shah – ai valori cui si richiama: democrazia, laicità, diritti dell’uomo, libertà di espressione, condizione della donna.

 

 

 

 

Daniela Zini
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venerdì, 02 ottobre 2009

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 sabato 3 ottobre…

 

  

“Se voi avete la forza, a noi resta il diritto.”

Victor Hugo

 

 

 “Il giornale, invece di essere una missione, è diventato un mezzo per i partiti. Da mezzo si è mutato in commercio e come tutti i commerci non ha né fede né legge. Il giornale non è che un negozio dove si vendono al pubblico parole capaci di sostenere le tesi e le opinioni di chiunque. Se esistesse un giornale dei gobbi, questo foglio dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la necessità, la bontà dei gobbi...”

 

Chi scrive così è Honoré de Balzac in Illusions Perdues.

Mi sembra interessante riportare qualche altro brano del libro pubblicato proprio negli anni in cui nel mondo della carta stampata stava per scoppiare una rivoluzione destinata ad avere un peso decisivo nel giornalismo di quegli anni e di quelli futuri.

Scrive ancora Balzac:

 

“Il giornale non è fatto per illuminare le opinioni, ma per lusingarle. Può accadere, in un dato momento, che tutti i giornali diventino vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini. Uccideranno idee, sistemi, uomini e, proprio per questo, fioriranno e godranno il favore di ogni benpensante. Il male sarà fatto senza che nessuno ne sia l’autore… Noi giornalisti saremo tutti innocenti, potremo lavarci le mani da qualsiasi infamia. Napoleone ha giustificato questo fenomeno, morale o immorale, come volete, con una frase crudele e cinica: – I delitti collettivi non impegnano nessuno. –”

 

“Il giornale può permettersi la più atroce condotta, nessun redattore se ne crede personalmente insudiciato. Si servirà della religione contro la religione, schernirà la magistratura quando la magistratura lo offenderà, la loderà quando avrà servito le passioni popolari. Per conquistare qualche abbonato in più, inventerà le favole più commuoventi, il giornale servirebbe il proprio padre crudo in pinzimonio piuttosto che non interessare o divertire il suo pubblico…”

 

“Da principio vedremo i giornali diretti da uomini onorati, poi cadranno in potere dei più indegni, i quali hanno la coscienza e la colonna vertebrale di gomma. Oppure cadranno nelle mani degli imprenditori che hanno i quattrini per comperare le penne “migliori”…”

 

“Maggiori concessioni si faranno ai giornalisti, più esigenti diverranno. I giornalisti arricchiti saranno sostituiti da altri affamati e poveri. La piaga è incurabile, diverrà sempre più maligna, sempre più purulenta. E più grande sarà il male, più sarà tollerato, fino al giorno in cui, per la grande abbondanza, la confusione nascerà tra i giornali, come a Babilonia…”

 

“Noi giornalisti sappiamo che i fogli su cui scriviamo si dimostreranno più ingrati ancora dei re, più spregiudicati nella speculazione e nel calcolo dei più disonoranti commerci, siamo tutti consapevoli che i giornali divoreranno le nostre coscienze, le nostre intelligenze per vendere ogni mattina la loro acquavite cerebrale…”

 

Questo è l’aspro e profetico giudizio che il genio di Balzac dava sui giornali e sui giornalisti negli anni in cui vedeva la luce uno dei più interessanti fenomeni della stampa quotidiana, il romanzo d’appendice, il famoso Feuilleton, che avrebbe dato incremento straordinario alle vendite dei giornali. Anche allora, come ora, si parlava di crisi della stampa quotidiana. I direttori e gli editori si spremevano le meningi per cercare di aumentare le tirature dei loro fogli. Non a caso Balzac scriveva che il giornale, per conquistare un abbonato, era costretto a inventare storie lacrimose, sensazionali e sarebbe stato disposto anche a… uccidere il proprio padre pur di interessare, divertire, avvinghiare quell’inafferrabile, difficile volubile personaggio che è il lettore di un quotidiano.

 

 

Il 1941 segna il debutto hollywoodiano, a soli ventisei anni, di uno dei padri della cinematografia moderna, con una pellicola di inestimabile valore: Citizen Kane (Quarto Potere), il cui merito è di aver denunciato l’esistenza di un Quarto Potere (1), in grado di influenzare l’opinione pubblica e di agire nei confronti della società come un moderno tiranno.

 

“L'altra settimana, come per tutti gli uomini, la morte è sopraggiunta anche per Charles Foster Kane.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

 “Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente. Vi sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Ho avuto colloqui con tutti i capi delle grandi potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia; sono troppo intelligenti per imbarcarsi in un'avventura (la seconda guerra mondiale) che segnerebbe la fine della nostra civiltà.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io.”

 Citizen Cane (Quarto Potere)

 

“Sì, esatto, ho perso un milione di dollari lo scorso anno, perderò un milione di dollari questo anno e conto di perdere un altro milione l'anno prossimo, di questo passo sarò costretto a chiudere il giornale… tra sessanta anni.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“L’impressione prodotta fu di sorpresa e di sbalordimento. Non vi erano esempi di registi che, agli inizi della carriera, avessero dato simili prove di un genio impetuoso e singolare…

Welles ha la violenza irresistibile di una forza naturale, una forza della natura dominata dall’intelligenza…”

 

Con queste parole, nella sua Storia del Cinema, Carl Vincent sottolinea l’importanza del capolavoro di Orson Welles.

Per Francois Truffaut:

 

“Il film dei film.”

 

La sceneggiatura si ispira alla vita del magnate americano William Randolph Hearst, che fu veramente in grado, in alcuni momenti della propria esistenza, di determinare il corso delle vicende politiche del suo paese. Una delle più sinistre, che si inquadra in una lunga tradizione di “Menzogne di Stato”, è quella della corazzata americana Maine, il cui affondamento avvenuto nella Baia dell’Avana, il 15 febbraio 1898, serve da pretesto all’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Spagna e all'annessione di Cuba, di Porto Rico, delle Filippine e dell'Isola di Guam. Capostipite di quel tipo di informazione che passerà alla storia con il nome di yellow journalism, un giornalismo di carattere sensazionalistico, Hearst monta una violenta campagna, sostenuta da uomini di affari americani, che hanno grossi investimenti a Cuba e pensano di espellerne la Spagna. Per settimane, giorno dopo giorno, dedica a questo episodio pagine e pagine del suo quotidiano, reclamando vendetta e ripetendo instancabilmente:

 

“Ricordatevi della Maine! All'inferno la Spagna!”

 

Tutte le altre testate giornalistiche lo seguono a ruota. La tiratura del New York Journal passa, di colpo, da 30.000 a 400.000 copie, per poi superarne regolarmente il milione. È il trampolino di lancio di una formidabile attività editoriale, che, agli inizi del 1900, comprende una dozzina di giornali quotidiani, almeno venticinque riviste e una radio. Il 25 aprile 1898, il Presidente William McKinley, incalzato da ogni parte, dichiara guerra alla Spagna. Tredici anni dopo, nel 1911, una commissione d'inchiesta concluderà che si era trattato di un'esplosione accidentale nella sala macchine.

 

 

Paragonato a quello dei grandi gruppi mondiali di oggi, il potere di Citizen Kane è insignificante. Proprietario di alcuni giornali venduti in un solo paese, Kane dispone di un potere nano se paragonato agli arcipoteri dei megagruppi mediatici dei nostri tempi.

La globalizzazione è, anche, globalizzazione dei mass-media, della comunicazione e dell’informazione. Preoccupati soprattutto nel perseguimento del proprio gigantismo, che li costringe a corteggiare gli altri poteri, questi grandi gruppi non si propongono più, come obiettivo civico, di essere un Quarto Potere, né di denunciare gli abusi o di correggere le disfunzioni della democrazia per migliorare e perfezionare il sistema politico. Non puntano più a ergersi a Quarto Potere e, tanto meno, ad agire come un Contro-Potere.

Questo Quarto Potere è stato, grazie al senso civico dei media e al coraggio di giornalisti audaci, quello di cui disponevano i cittadini per criticare, respingere, contrastare, democraticamente,  decisioni illegali che potevano essere inique, ingiuste e, perfino, criminali nei confronti di persone innocenti. Ha, talvolta, pagato anche a caro prezzo: attentati, sparizioni, assassini, come si verifica ancora in molti paesi.

È stato, si è spesso detto, la Voce dei Senza-Voce.

Da una quindicina di anni, via via che si è accelerata la globalizzazione liberista, questo Quarto Potere si è, tuttavia, svuotato del suo significato, ha perduto, a poco a poco, la sua funzione essenziale di Contro-Potere. Questa inquietante realtà si impone, studiando da presso il funzionamento della globalizzazione, osservando come un nuovo tipo di capitalismo si sia sviluppato, non più semplicemente industriale, ma soprattutto economico, in breve un capitalismo speculativo. In questa fase della globalizzazione, assistiamo a un brutale confronto tra Mercato e Stato, tra Settore Privato e Servizi Pubblici, tra Individuo e Società, tra Personale e Collettivo, tra Egoismo e Solidarietà.

Il vero potere è ormai detenuto da un manipolo di gruppi economici planetari e di imprese globali il cui peso negli affari del mondo appare, talvolta, più importante di quello dei governi e degli stati. Sono questi i nuovi padroni del mondo che ispirano le politiche della grande Trinità globalizzatrice: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio.

Le domande civiche che dobbiamo, dunque, porci sono:

 

“Come reagire?

Come difendersi?

Come resistere all’offensiva di questo nuovo potere che ha, in qualche modo, tradito i cittadini ed è passato con armi e bagagli al nemico?”

 

Bisogna, molto semplicemente, creare un nuovo potere.

Un potere che ci permetta di opporre una forza civica cittadina alla nuova coalizione dei dominanti. Un potere, la cui funzione sarebbe di denunciare il superpotere dei media, dei grandi gruppi mediatici, complici e diffusori della globalizzazione liberista. Quei media che non solo hanno cessato di difendere i cittadini, ma agiscono contro il popolo nel suo insieme. I cittadini dovrebbero mobilitarsi per esigere che i media, appartenenti ai grandi gruppi globali, rispettino la verità, perché solo la ricerca della verità costituisce, in definitiva, la legittimità dell’informazione.

La rivoluzione digitale ha abbattuto il muro che separava le tre forme tradizionali della comunicazione: suono, scrittura, immagine. Ha consentito l’affermazione di internet, che rappresenta  un nuovo modo di comunicare, di esprimersi, di informarsi, di distrarsi.

I globalizzatori sostenevano che il XXI secolo sarebbe stato il secolo delle imprese globali. L’Oservatorio Internazionale dei Media (MWG), sostiene che questo sarà il secolo in cui la comunicazione e l’informazione apparterranno, finalmente, a tutti i cittadini.

Sa’adi ci racconta che un re dell’oriente dette un giorno l’ordine di mettere a morte un uomo innocente. Questi gli disse:

 

“O re, abbi pietà di te: io non soffrirò che un istante, mentre il tuo errore sarà eterno.”

 

“L'écrivain est en situation dans son époque:”, 

 

scriveva Jean-Paul Sartre nella presentazione di Temps Modernes :

 

“chaque parole a des retentissements. Chaque silence aussi. Je tiens Flaubert et Goncourt pour responsables de la répression de la Commune, parce qu'ils n'ont pas écrit une ligne pour l'empêcher. Ce n'était pas leur affaire, dira-t-on. Mais le procès Calas, était-ce l'affaire de Voltaire? La condamnation de Dreyfus, était-ce l'affaire de Zola? ”

 

Nel 1945, lo sterminio degli ebrei no era né il caso Calas né il caso Dreyfus.

Il mondo era preso da altre preoccupazioni.

Gli scrittori en situation accolsero in silenzio il ritorno dei sopravvissuti dai campi di della morte.

 

 

“Perdonate, ma non dimenticate”,

 

sono i versi di una canzonetta molto popolare nel dopoguerra 1914-1918.

Perdonare, sì. Perché non possiamo mai sapere il grado di colpevolezza.

Fino a che punto Hitler ha agito per pazzia?

Non ne abbiamo le prove.

Ma prendiamo precauzioni perché non si ripeta.

Il perdono sì, sempre.

Ma non dimenticare.

E, per non dimenticare, dobbiamo, a nostra volta, far conoscere la verità.

Per divulgarla non dobbiamo cedere all’oblio.

Attualmente tutto il mondo è percorso da forze razziste.

Per poter affermare:

 

“Mai più odio, mai più olocausto, mai più orrore.”,

 

non bisogna dimenticare.

L’oblio lascia via libera all’odio.

Noi siamo i depositari della storia, siamo i depositari della memoria.

Anche se non l’abbiamo vissuta in prima persona.

Noi abbiamo, dunque, questa responsabilità.

Ma, per essere ascoltati, bisogna essere credibili.

E, per essere credibili, bisogna essere competenti, sperimentare, avere già sperimentato.

Solo così si potrà proclamare a voce alta ed essere ascoltati.

Il potere porta sempre delle responsabilità.

Non pensate mai a ciò che vorreste fare, ma a ciò che è vostro dovere compiere.

 

 

Vi è un momento della storia dell’uomo che mi tocca dal profondo.

È quello in cui gli esseri umani hanno iniziato ad allineare i loro morti per sotterrarli.

Non si sono mai visti animali allineare le spoglie di altri animali.

Gli animali si nascondono per morire.

Dal momento in cui i resti dei defunti non sono più stati abbandonati, ma accuratamente disposti, una nuova era ha avuto inizio: quella dell’UMANITA’.

 

 

 

 

 

Daniela Zini

 

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giovedì, 30 ottobre 2008

Gli Anni Venti si illudono di riportare la spensieratezza dell’anteguerra: ma l’umanità sta, in realtà, andando incontro alla più spaventosa crisi della storia moderna. L’America è, ormai, al primo posto tra le potenze di rango mondiale quando gli Anni Venti stanno per finire, e con essi l’età del jazz.

Vi erano stati segni ammonitori, ma pochi sembravano disposti a tenerne conto. L’uomo della strada pensava che, forse, vi era bisogno di uomini nuovi. L’uomo nuovo si chiamava Franklin Delano Roosevelt. Il primo passo sulla strada che doveva portarlo alla Presidenza degli Stati Uniti, Roosevelt lo compie nel 1928. Benché ancora riluttante ad assumere responsabilità gravose, accetta quell’anno di candidarsi alla carica di Governatore dello Stato di New York.

 Franklin Delano Roosevelt vincerà le elezioni e si candiderà alla Presidenza, nel 1929, quando sugli Stati Uniti si abbatterà il ciclone della crisi economica, annunciato dal clamoroso crollo dei valori azionari alla Borsa di New York del 24 ottobre 1929.

I segni premonitori vi erano stati, ma i repubblicani non ne avevano tenuto conto. La crisi rischia di travolgere l’America, e travolge il Governo Hoover. Terminata la Prima Guerra Mondiale gli States avevano conosciuto uno sviluppo produttivo senza precedenti. Le nuove industrie dell’automobile, della radio, del rayon unitamente a quelle tradizionali dell’abbigliamento, dell’alimentazione e dell’edilizia rovesciano sul mercato una quantità enorme di prodotti. Plenty of goods, sovrabbondanza di prodotti: cui fa, tuttavia, riscontro un mercato inadeguato. Soltanto il 2,3 per cento delle famiglie ha un reddito superiore ai 10.000 dollari annui, mentre metà degli americani gode di un’entrata annua che non supera i 500 dollari. Nel decennio 1919-29 la produttività era aumentata del 75 per cento; non così i salari né, quindi, i mercati.
Il professore John K. Galbraith ha scritto:


“Sembra quasi certo che il 5 per cento della popolazione incassò, nel 1929, approssimativamente un terzo del reddito nazionale totale. Ma, costoro non possono comperare grandi quantità di pane. Se devono spendere ciò che incassano, lo spendono in oggetti di lusso o sotto forma di nuovi investimenti e nuove imprese. Sia gli investimenti sia le spese voluttuarie sono, tuttavia, soggetti inevitabilmente a influenze più irregolari e fluttuazioni più ampie che non il pane o l’affitto dell’operaio a 25 dollari la settimana.”

Le vendite stagnano e l’attenzione del capitale si rivolge alle Borse. In un primo tempo i più potenti uomini d’affari, poi i piccoli risparmiatori sulla loro scia, riversano il denaro in operazioni speculative che diventano una specie di mania. Intanto gli iscritti ai sindacati scendono dai 5 milioni del 1920 ai 3 milioni e mezzo del 1929, la sfiducia e la protesta scelgono nuove armi mentre, dall’altra parte, la fusione di società a prezzi inflazionati e la costituzione di colossali holdings convogliano i profitti dalla base al vertice concentrando in poche mani colossali guadagni. Il Big Bull Market, il colossale mercato dei valori azionari, avviato nel 1926, raggiunge il parossismo nel settembre del 1929. Dal giugno 1926 al settembre 1929 il valore dei titoli cresce da 100 a 216.

Che fa, intanto, il Governo repubblicano?

l Presidente dell’epoca, Calvin Coolidge, si vanta di non capire un bel niente di problemi finanziari. Quando Roy Young, Governatore del Federal Riserve Board, tenta di limitare l’andazzo attraverso regolamenti bancari più prudenti, è investito da proteste e insulti e deve fare marcia indietro. I giornalisti lo trovano un giorno a ridere sfogliando dei listini di borsa:


“Rido perché sono qui, solo, a cercare di impedire a 120 milioni di idioti di fare quello che vogliono e di rovinarsi come vogliono.”


Hoover, intanto, conduce la sua battaglia elettorale con questo slogan:


“Altri quattro anni di prosperità!”


Viene eletto. nel marzo del 1929, prende il posto di Calvin Coolidge. Ma, non può o non sa fare molto di più del suo predecessore e collega di partito: tre anni dopo, alla vigilia delle nuove elezioni, i prezzi degli alimentari scendono del 30 per cento, il grano crolla, più di 10.000 banche sulle 29.000 esistenti nel 1922 deve chiudere. Il pubblico ritira precipitosamente i depositi, i fallimenti non si contano più, la fiducia è scomparsa, la produzione industriale è scesa del 40 per cento, milioni di lavoratori sono disoccupati, alla fame. Assumendo la Presidenza, Roosevelt chiede al Congresso “poteri ampi come mi sarebbero dati in caso di invasione da parte di un esercito straniero”.

Per gli americani è l’inizio di una nuova era. B.C. e A.C. (Before Christ e After Christ, prima di Cristo e dopo Cristo) diventano prima della crisi e dopo la crisi. Il 1929 non si ripete più, e per questo Roosevelt, come pure il suo ispiratore economico; Keynes, saranno attaccati dall’estrema sinistra come “stabilizzatori del sistema”. Negli States, keynesismo designa i fautori dell’intervento statale, è quasi sinonimo di socialismo.

Il New Deal rooseveltiano favorisce, infatti, lo sviluppo sindacale. A Roosevelt manda il suo incoraggiamento anche un curioso personaggio che legherà il proprio nome alla realizzazione del New Deal, che non è proprio famoso ma neppure sconosciuto: l’economista John Maynard Keynes.


Gli scrive:


“Egregio Presidente Roosevelt, se fallite nel vostro compito di risanare l’economia americana, la decisione resterà affidata in tutto il mondo alla lotta aperta tra ortodossia e rivoluzione.”


In tutto il mondo e non è un’esagerazione. Infatti, in tutti i paesi i cui Governi hanno cercato di combattere la crisi con i rimedi classici come negli Stati Uniti sotto la Presidenza di Herbert Hoover (1929-1932), i disoccupati si contano a milioni: in Germania, sotto il Cancelliere Heinrich Brüning (1930-1932), i disoccupati all’inizio del 1932 hanno superato i sei milioni, e questo costituisce il fattore determinante della sconfitta del movimento operaio e dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. Negli Stati Uniti, il potere viene assunto non da un delirante razzista come Hitler ma da un lungimirante democratico come Roosevelt, il quale si trova davanti il problema di 10 milioni di lavoratori senza occupazione e riesce a risolverlo, grazie anche ai consigli di Keynes, con il controllo federale sulle finanze, la protezione dei ceti più deboli e grandi interventi economici. Anche, in Inghilterra, nel 1929, i disoccupati sono 2 milioni e mezzo. Qui il Governo, in parte influenzato da Keynes, pratica dal 1931 un’infrazione al liberismo classico mediante la politica detta di “easy money” (denaro facile), del denaro a buon mercato e riesce a ridurre il numero dei senza lavoro che, tuttavia, ancora nel 1936, sono sempre un milione e mezzo. Keynes non ha in tasca la soluzione, anche perché non ha il potere. Non è, infatti, un industriale né un politico, ma un economista, e può tutt’al più svolgere opera di consigliere dei Governi.


“Non ha senso”,


scrive,


“affermare che la disoccupazione negli Stati Uniti, nel 1932, fosse dovuta al rifiuto ostinato dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari oppure alla domanda ostinata di un salario reale superiore a quello che il meccanismo economico fosse in grado di fornire.”


È evidente, continua Keynes, che esiste una disoccupazione involontaria. L’affermazione oggi può sembrare ovvia, ma allora fece scalpore, anche perché chi la faceva non era un comunista, ma un pacato studioso britannico. Pacato ma deciso, al punto da replicare duramente alle polemiche dei teorici:

“Se la dottrina non è capace di spiegare queste cose reali, tanto peggio per la dottrina.”


Ma chi era veramente Keynes, e in che cosa consistevano le sue teorie economiche che stravolgevano tutti i fondamenti delle dottrine e degli interessi imperanti nel mondo economico?

Si può dire che nel capitalismo classico concorrenziale si assisteva a un’autoregolazione del ciclo, sia pure parziale e fratturata dalle crisi ricorrenti. La grande crisi del 1929 offriva, invece, per la prima volta alle proposte keynesiane la possibilità di incidere nella realtà, favorendo una nuova dimensione sociale caratterizzata dalla fine dell’economia liberista classica e dall’insorgere del fattore politico come mediazione, guida, controllo del ciclo economico. Il pieno impiego keynesiano attraverso l’uso massiccio dell’investimento statale e dell’assistenza pubblica scongiurò disastri come quello del 1929.

John Maynard Keynes era nato il 5 giugno 1883 a Cambridge e a Cambridge e a Eton era stato educato, vale a dire nelle scuole più qualificate, per tradizione, a produrre civil servants, vale a dire funzionari dello Stato di alto livello. I frutti di quel severo apprendistato, di quegli studi approfonditi e appassionati non si fecero attendere. Ma va precisato che il giovane Keynes mise molto di suo, in quel fervore di studi e ricerche, perché neppure il sistema educativo britannico era perfetto, anzi. A ventitre anni, nel 1906, si laurea in matematica al King’s College di Cambridge, dopo aver studiato economia con Alfred Marshall, ed entra nella pubblica amministrazione. Lo ritroviamo così nel civil service dell’India, allora parte dell’impero inglese. A questo punto Keynes avrebbe potuto fare la carriera diplomatica di molti giovani ambiziosi, diventare uno snob affettato, pieno di frasi fatte, di arroganza nei confronti degli indigeni e di servilismo nei rapporti con i superiori di pelle bianca. Dopo l’esperienza all’India Office, invece, torna al King’s College come docente di economia politica: nel 1912, è nominato direttore dell’Economic Journal e nel 1913-14 fa parte della Commissione reale delle finanze indiane. Nel 1913, pubblica la sua prima opera di rilievo, Indian Currency and Finance, dedicata ai problemi finanziari dell’India.

In un lavoro del genere, di solito un funzionario inglese viene a conoscere da vicino il lato più nascosto del governo imperiale, il meccanismo sul quale si regge lo sfruttamento delle colonie da parte delle metropoli europee. Naturalmente questo meccanismo, vissuto dagli alti funzionari nei club più eleganti ed esclusivi, nasconde i lati più sordidi del Governo imperiale, le abitazioni malsane degli indigeni, le bestiali condizioni di lavoro, le fetide gabbie che servono come prigioni, i metodi repressivi che vanno dalle bastonate sulle natiche con canne di bambù all’impiccagione. Tutto questo sistema repressivo infonde in chi non è un semplice snob un insopportabile senso di colpa. Ma Keynes è ancora molto giovane, è stato educato in un certo modo a Eton e a Cambridge (nel modo, vale a dire, confacente agli interessi della classe, anzi del gruppo dirigente inglese) e deve risolvere i suoi problemi nell’assoluto silenzio, il silenzio che viene imposto a ogni cittadino britannico che serva in Oriente. Keynes non entra in gruppi politici, non sa ancora che l’impero è moribondo, ed è, anzi, propenso a considerarlo di gran lunga migliore dei giovani imperi o governi locali che stanno per soppiantarlo.

Non ci è dato di sapere quali fossero i più intimi sentimenti di John Maynard quando, conclusa l’esperienza indiana, fa le valigie e torna in Inghilterra. Certo non è stato con gli occhi chiusi, ha visto tante cose, ha osservato anche ciò che a molti suoi connazionali più superficiali può far comodo far finta di non vedere. E, forse, adesso inizia a maturare in lui quel modo anticonformista di considerare i problemi dell’economia, della società, dei popoli.

Una visione diversa da quella ortodossa, ma non in modo violentemente rivoluzionario. Anche la maturazione di Keynes fa pensare a qualcosa di graduale, a un accorto controllo “dall’interno” del meccanismo economico, non alla sua repentina distruzione.

Nel 1915, lo vediamo, infatti, rientrare, sia pure temporaneamente, nell’amministrazione statale. Nel 1919, all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, partecipa alla Conferenza della Pace in qualità di rappresentante del Tesoro inglese. Ed è a questo punto che questo non-rivoluzionario questo (apparentemente) grigio funzionario di Sua Maestà Britannica inizia a rivelare quali carattere e intelligenza si nascondano sotto l’abito di flanella grigio-scura, dietro la pettinatura accuratamente schiacciata e divisa da una scriminatura impeccabile che sovrasta un viso magro e glabro. A Parigi i membri delle varie delegazioni devono affrontare i problemi della Pace nello spirito dei 14 Punti del Presidente americano Wilson, che si propone di eliminare dall’Europa le occasioni di guerra. Ma, poiché ben presto prevale la rapacità e l’ottusità dei circoli più oltranzisti francesi e inglesi, si delinea la tendenza non alla pace ma alla vendetta e alla rappresaglia sulla Germania vinta. Keynes si rende conto che a Parigi non si stanno gettando le fondamenta di quella pace sognata da tutti i popoli, di una pace stabile, giusta, ma di un nuovo squilibrio e, quindi, di una nuova guerra mondiale.

Persona seria e lungimirante, Keynes si lascia allora andare a un gesto clamoroso ma meditato e si dimette dal mandato per manifestare il suo dissenso dalla politica del Governo inglese che cerca di imporre alla Germania sconfitta le riparazioni di guerra più pesanti. Come spiega subito dopo in Le conseguenze economiche della pace (in Italia accolto favorevolmente dalla rivista dei socialisti massimalisti), ritiene che riparazioni troppo pesanti abbiano un effetto negativo sull’equilibrio della produzione nei paesi beneficiari. Lloyd George, Primo Ministro inglese, se ne risentirà, ma i fatti daranno ragione a Keynes, che viene dirottato come rappresentante del Cancelliere dello Scacchiere al Supreme Economic Council. Anche qui non manca di dare prova del suo carattere, ridicolizzando il Cancelliere dello Scacchiere in persona, Winston Churchill. Churchill aveva deciso di rivalutare la sterlina e Keynes gli aveva pubblicamente dimostrato, suffragato dai fatti, che la decisione avrebbe avuto conseguenze negative.
John Maynard Keynes inizia così a delineare la sua personale linea economica: misure nuove, socialmente ed economicamente audaci, contro il miope interesse immediato dei gruppi dominanti.
Ma perché questi stessi gruppi di potere tollerano che un modesto funzionario li ridicolizzi pubblicamente e, anzi lo richiamano non appena si profila qualche situazione gravida di incognite?

Semplice: Keynes può agire da indipendente perché è un competente, un tecnico.

Questa competenza gli deriva dall’essersi trovato al centro dell’azione nei momenti decisivi, mentre il pensiero economico di quei tempi si fondava su un preteso disprezzo dei fatti, su una (falsa) impassibilità scientifica. La tesi della neutralità della scienza viene fieramente rivendicata, proprio in quegli anni, da un altro famoso economista inglese, Lionel Robbins. Al contrario, Keynes è sensibile alla storia, alla psicologia, al condizionamento che le circostanze pratiche esercitano sul pensiero puro. Così, nel 1922, continuando la polemica contro le riparazioni di guerra, pubblica Revisione del Trattato; e del 1925 è l’opera Le conseguenze economiche di Mister Churchill, del 1926 La fine del “Laissez-faire”, del liberalismo economico su cui si fondava fino allora l’economia del capitalismo. A questi temi dedica la sua opera fondamentale, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), che per la sua importanza è stata paragonata al Capitale di Karl Marx, un capovolgimento nelle dottrine economiche pari alla rivoluzione copernicana nell’astronomia.

Ispirandosi alle proposte di Keynes operano sia Roosevelt negli anni Trenta sia il Governo inglese durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Churchill lo chiama come esperto monetario e consulente dell’economia di guerra e quando la commissione presieduta da Lord Beveridge pubblica il programma dal titolo L’impiego integrale del lavoro in una società libera, il manifesto della politica economica e sociale per il dopoguerra.

Grazie anche a Keynes, Roosevelt salvò l’America dalla catastrofe del 1929 e gli inglesi poterono ricostruire la loro società duramente provata dalla guerra senza scaricare tutti i costi sulle classi più deboli. Il successo laburista del dopoguerra è stato una prima conferma “dei fatti” alle teorie del tranquillo “rivoluzionario” dell’economia John Maynard Keynes.


Daniela دانیلا Zini زینی


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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 09:15 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, storia, gran bretagna
domenica, 31 agosto 2008

Passaggio obbligato nel cuore dell’Asia, la terra che fu contesa dai grandi conquistatori del passato svolge oggi il ruolo delicato di Stato-cuscinetto tra l’Oriente e l’Occidente. Gli afgani attuali e il loro re si proclamano la nazione più neutrale del mondo, dopo aver fondato la propria indipendenza con millenni di guerre e di sangue.

 

Posto tra Cina e Iran, tra Russia e subcontinente indiano, l’Afghanistan assomma due peculiarità: è un passaggio nel cuore dell’Asia, così obbligato che tutti i grandi condottieri e viaggiatori dovettero transitarvi, da Alessandro Magno a Marco Polo; ed è pochissimo noto nel mondo occidentale.

Il fondamento dell’Afghanistan riguarda, anche direttamente, L’Europa. Ci riguarda, in primo luogo, il tessuto etnico. La grande maggioranza degli afgani si proclama indoeuropea. Certo, hanno subito numerose commistioni: basti dire l’ondata araba, che tra l’altro, determina l’avvento di quella grafia. Ma le due lingue afgane, il dari e il pashtu, sono lingue indoeuropee. Dipende dalle migrazioni di alcune migliaia di anni fa, quando, diffondendosi verso il meridione delle steppe dell’attuale Russia, gli ariani dovettero necessariamente invadere l’Afghanistan. La città di Balkh, nel nord del paese, è considerata una delle culle della loro razza.

All’inizio dei tempi storici, l’Afghanistan faceva parte dell’Impero persiano; vi penetrò, nel IV secolo a.C. Alessandro. Subito, la scia del condottiero venne seguita da mercanti, tecnici, artisti occidentali; più tardi i regni ellenistici conglobarono anche l’Afghanistan; la Battriana, imperniata su Balkh, sopravvisse a lungo come territorio pressoché greco.

Ma vi è di più. Buddha nasce nel VI secolo a.C. e la sua religione si diffonde anche in parte nell’Afghanistan, senza, tuttavia, che la sua immagine venga mai raffigurata; poi, arrivano, memori dei loro dei, gli artisti greci, ed ecco Buddha effigiato in statue e dipinti; al dio nepalese gli artisti occidentali danno, sia pure con gli occhi a mandorla, il volto di Apollo. 

D’istinto noi europei, permeati di umanesimo, badiamo più alle tracce del mondo classico che ad altri fattori. Ma, intanto, la storia dell’Afghanistan corre. Nasce un grande impero locale, detto Kushana, che, guidato dal sovrano Kanishka, più o meno ai tempi di Nerone si batte contro i cinesi. Arrivano, dal ricostituito impero persiano, i Sassanidi; piombano da nord feroci genti, cugine degli unni; dilagano, nel VII secolo, gli arabi, che con la religione musulmana diffondono nuove norme e forme di vita. Quantunque gli arabi come tali lascino, poi, il paese o vi si fondano, queste norme e forme, basate sull’Islam, danno all’Afghanistan il costume generale che esso conserva tuttora.   

Oggi, gran parte dell’Afghanistan è steppa o deserto; non così settecento anni fa. A quei tempi, mentre da noi nasceva Dante, dalla Mongolia irrompe l’onda di Gengis Khan. E spazza tutto, da un capo all’altro del paese. Gengis Khan distruggeva sia per spirito primordiale di aggressività o per necessità, sia perché la sua gente in gran parte di origine nomade, basava la conquista sull’impiego dei cavalli, quindi, sull’esistenza non delle città ma dei grandi spazi liberi. La distruzione radicale investì anche le opere di irrigazione. Quando Gengis Khan si ritirò, l’Afghanistan decadde presto a steppa, a deserto.

Noi stiamo parlando globalmente di Afghanistan, per un motivo di assunto. Ma, fin quasi ai tempi della rivoluzione francese, l’Afghanistan come tale non esisteva. Vi è, invece, un complesso di regioni, dinastie e domini. La dinastia afgana di Ghazna giunge a insediarsi sui troni della non lontana India. Sei secoli fa entra da dominatore, nella storia afgana, Tamerlano. Durante il nostro Rinascimento, il grande impero moghol dell’India ha come fondatore un afgano, Babur (il quale, morto in India, venne sepolto presso Kabul, dove il suo monumento funebre è stato mirabilmente restaurato da una missione italiana). Durante il periodo del rococò europeo, condottieri afgani cercano di espandersi, dalla città di Kandahar, verso la Persia. L’ultimo grande conquistatore asiatico, Mohammad Nader Shah, che mira, invece, come alcuni dei suoi predecessori, all’India, è, a sua volta, afgano.

L’unità che si va delineando possiede una formidabile posizione strategica e anche commerciale. Ma è, come un tempo, un’arma a doppio taglio. Perché, se il periodo delle grandi invasioni si va allontanando, avanza, invece quello del colonialismo. Espandersi verso l’India? E come, se i nemici da battere sarebbero non più i popoli locali, ma, ormai, i britannici? Anzi, l’incontro con gli inglesi fa perdere agli afgani un’ampia regione, oggi appartenente al Pakistan; è un particolare su cui tornerò più avanti.

Analogamente, l’avvento della Russia in Asia costa agli afgani la perdita di Samarkanda, Bukhara e altre città, ossia di tutte le terre a nord del fiume Amu Daria (il celebre Oxus dei tempi classici).

Da parte afgana, tra l’influenza russa e quella britannica si preferirebbe quest’ultima, perché più duttile, meno autoritaria. Ma si pretenderebbe un’illimitata autonomia interna. Inoltre il compromesso viene ostacolato dall’esistenza di indomabili tribù afgane nella zona del famoso passo del Khyber e oltre, ossia di là dalla frontiera con l’India.

Per ben due volte, i contrasti sfociarono non già nell’accordo, ma nella guerra. Furono campagne crudeli, sanguinosissime. I monumenti di alcune città afgane si ornano tuttora dei cannoni conquistati al nemico. Nelle botteghe di Kabul e di Kandahar non è difficile trovare vecchie pistole britanniche, con inciso il nome dell’ufficiale che le portava e che, con ogni probabilità, nel corso della campagna vi lasciò la pelle.

A equilibrio faticosamente raggiunto, l’Afghanistan svolge le sue previste funzioni di cuscinetto. E assume progressivamente le caratteristiche, sia pure embrionali, di Stato. Ma uno Stato sui generis. Risente, infatti, di una nascita tormentata, favorita da forze esterne, inquinata dall’eterogeneità etnica. Inoltre il nuovo Stato ha confini naturali insufficienti; peggio, un’alta catena montuosa lo attraversa in senso longitudinale, determinando una frattura tra nord e sud. Difficile, quindi, raggiungere la meta di una vera unità.

Gli afgani conquistarono l’indipendenza totale solo nel 1919, anno in cui ebbe luogo la terza guerra contro i britannici. In verità, si trattò piuttosto di una serie di scontri, provocati dal sovrano Amanullah con un preciso scopo. Ammanullah era un capo intelligente e ardito e aveva scelto il momento giusto. Non vinse la guerricciola, ma ottenne facilmente un armistizio e, poi, un trattato di pace, con il quale gli inglesi gli riconoscevano piena libertà anche in politica estera. Era l’8 agosto 1919.  Da allora, l’Afghanistan non ha mai visto minacciata la sua sovranità.

Amanullah, come Kemal Ataturk in Turchia, seppe vedere chiaro. Comprese, a esempio, che per rendere l’Afghanistan efficiente bisognava mutare rotta, che occorreva dimenticare certi tradizionali sospetti, favorendo l’afflusso degli stranieri; che la condizione della donna, sino allora tenuta in qualità di sottospecie umana, andava liberalizzata. Amanullah era forte. Ma, quando pretese di imporre l’abolizione del velo femminile e fece comparire in pubblico la regina e le donne di corte a viso scoperto, suscitò la violenta reazione dei mollah. Forse, nonostante tutto l’avrebbe superata; ma fece, in tutt’altra direzione, un passo falso. In altri termini, volle manovrare anche con l’Unione Sovietica. E, questo, gli inglesi non potevano tollerarlo. Così, scaturita all’interno e favorita all’esterno, divampò la rivolta. Nel 1929, Amanullah perse definitivamente la partita. Aveva avuto un solo torto: quello di aver guardato troppo lontano, di avere precorso i tempi.

Dapprima, caduto Amanullah, sul trono afgano si insediò un ex-capo di briganti; poco più tardi, costui veniva impiccato. Alla fine dello stesso anno, cingeva la corona un ex-ministro della guerra, Mohammad Nader Khan.

Quattro anni dopo, re Nader cade sotto i colpi di un attentatore. Da allora, ossia dal 1933, è sovrano il figlio di Nader, Mohammad Zaher; ha solo cinquantotto anni, benché la durata del suo regno superi di molto quella di ogni altro monarca contemporaneo. ufficialmente, la monarchia afgana ha carattere costituzionale. Lo Stato si articola nei due rami del Parlamento. L’unica donna-deputato è comunista.

L’Afghanistan non ha alcuno sbocco al mare. La popolazione si aggira tra i 12 e i 15 milioni. Di certi villaggi, l’esistenza è stata accertata solo attraverso l’aerofotogramma. Molta parte delle donne vive tuttora segregata, quindi, non può essere censita. Non esiste ancora un vero stato civile. Il servizio militare viene imposto bloccando i singoli abitati, e rastrellando i giovani. La quasi totalità della popolazione è musulmana, in gran parte di confessione sunnita. Nell’ambito dell’’Islam, gli afgani sono considerati tra i più intransigenti.

Dicevo, prima, dell’eterogeneità etnica. Esistono, infatti, non meno di tre grandi etnie afgane. Quella dei pashtuni – patani o patanki - è diffusa tra Kabul, quasi tutto il confine pakistano e una larga fascia dello stesso Pakistan occidentale. I pashtuni si ritengono gli afgani numero uno. Al loro gruppo etnico appartiene la famiglia reale. Favorita da questa circostanza, la lingua pashtu sta avanzando a grandi passi, tanto da essere stata dichiarata idioma nazionale. Tuttavia il tema dei pashtuni ha anche aspetti dolorosi, perché il confine coloniale, imposto dagli inglesi e confermato, poi, ai tempi nostri, amputando i margini orientali dell’Afghanistan spezzò in due il loro popolo. Nei riguardi dei pashtuni di oltre frontiera l’Afghanistan ha assunto un atteggiamento irredentistico. Sulle carte afgane le regioni occidentali del Pakistan vengono definite “Pashtunistan”. Quindi, i rapporti tra Kabul e Rawalpindi non sono cordiali. Migliorarono, per motivi di solidarietà islamica, durante la guerra tra Pakistan e India, nel 1965; ma gli afgani non dimenticano i tempi in cui i domini dei pashtuni raggiungevano la valle, oggi pakistana, dell’Indo.

La seconda grande etnia afgana, quella dei tagiki, vive soprattutto tra Kabul e i confini settentrionali e occidentali, oltre cui il medesimo gruppo etnico si estende, poi, in Iran e nella repubblica sovietica del Tagikistan. I tagiki si considerano ariani più puri dei pashtuni; la loro lingua ha un alto valore sia letterario sia pratico; in un passato anche recente, i tagiki d’Afghanistan ebbero un peso specifico molto superiore a quello attuale. Verso i tagiki di casa propria – musulmani anch’essi –, l’URSS si è comportata con molta abilità. Mirava, con la sua politica, a ingraziarsi i tagiki afgani.

Pashtuni e tagiki formano quasi i nove decimi della popolazione; terzo e ultimo, il gruppo degli hazarà comprende tra mezzo milione e un milione di anime. Gli hazarà sono certamente afgani sotto l’aspetto politico e, tra l’altro parlano persiano; invece, sotto il profilo etnico, hanno tutt’altra origine. Hazar vuol dire, in persiano “mille”; di mille uomini si componevano le guarnigioni mongole, insediate in Afghanistan da Gengis Khan; gli hazarà hanno stigmate nettamente mongole, dunque, discenderebbero dalla orde di Gengis Khan.

Gli hazarà abitano soprattutto nelle zone centro-settentrionali del paese, specie in montagna; sono poveri e accaniti lavoratori; si dedicano volentieri ai piccoli commerci, con pazienza, con tenacia; sono largamente impiegati nelle forze armate, sia per la loro solidità fisica, si perché la loro povertà esclude certi intrallazzi con cui ottenere l’esonero. Tra gli afgani, in generale, sembrano i meno progrediti; per questo motivo, vi è chi li considera cittadini di second’ordine, se non inferiori.

Dopo le etnie più numerose, molte altre ne vengono. A esempio gli uzbechi, mongoloidi come gli hazarà, che non rinunciano mai al caratteristico pizzetto; i turcomanni, diffusi verso la repubblica sovietica del Turkmenistan; gli ebrei, giunti dalla remota antichità e ammirevolmente sopravvissuti; qualche migliaio di nuristani, forse, di origine greca, cui ho già accennato; infine, i kuci.

In verità, i kuci costituiscono non un’etnia in sé, ma piuttosto un popolo, composto in maggioranza di pashtuni, ben definito, alieno da mescolanza, rigidamente caratterizzato dal nomadismo. Il numero dei kuci è stato valutato sulla ragguardevole quantità di settecentomila; ebbene, a seconda delle stagioni l’Afghanistan viene regolarmente attraversato da molte centinaia di migliaia di nomadi, che viaggiano a cammello, in grandi carovane, conducendo gli armenti verso le zone di pascolo. A sera le carovane sostano, accendono i fuochi, montano le grandi tende. Visitando quegli alloggi, abbiamo la rivelazione di un’umanità che ha risolto i suoi problemi, decisi a non mutare il modo di vita. Al suolo, tutta la superficie libera è ricoperta di tappeti, spesso preziosi. Le donne non portano velo; ostentano, invece, monili d’argento e d’oro, complicati, grevi. E una tenda può contenere un vero arsenale, anche modernissimo, perché i kuci sono tradizionalmente avvezzi, in ogni circostanza, a far da sé.  

Gran parte dell’Afghanistan – dicevo – è steppa o deserto, ma, in pieno deserto, all’orizzonte possiamo scorgere catene di monti nevosi, perché il paese è generalmente alto (Herat, 1300 metri; Kabul, 1800; Bamian, 2800) e, i monti, altissimi; basti rammentare il Pamir e l’Hindukush, con numerosi “seimila” e anche “settemila”. D’inverno e fino a primavera avanzata, domina il gelo. La neve scende fino a Kabul e più sotto e può facilmente bloccare le grandi vie di comunicazione.

Nonostante la neve, l’acqua scarseggia perché va dispersa, o si concentra solo nei pochissimi fiumi, come l’Helmand, il Kurnar, il Kabul e, al confine con l’URSS, l’Amu Daria. Quindi, scarseggiano, salvo le eccezioni delle vallate, gli insediamenti umani. Ma villaggi e borghi hanno fisionomie espressive. Chi entri in Afghanistan dall’Iran, pochi chilometri dopo il confine raggiunge la sommità di un poggio da cui si domina una grande, misteriosa fortezza, cinta di alte mura. Ma non è una fortezza: è una borgata. Perfino certi villaggi vicini a Kabul, di costruzione recente, somigliano a baluardi. Esistono, le muraglie, perché da tempo immemorabile gli afgani hanno acquisito l’istinto della difesa.

O i villaggi morti, sparsi un po’ dovunque. Mura sbrecciate, cupolette cadenti e, dentro, il vuoto. Perché? Per via di incendi o perché vennero meno le condizioni di sussistenza, e la popolazione migrò. E i caravanserragli, anch’essi morti. Ingressi quasi monumentali, senso di spazio, resti di moschee, tracce di un certo fasto; e, dentro il vuoto. Perché? Perché il traffico delle carovane di mercanti, motivo dei caravanserragli, si è spento?

L’Afghanistan offre visioni di ogni genere. Durante i mesi freddi vi si pratica un gioco di origine mongola, detto buskashi, che oppone due grandi squadre di cavalieri, ognuna delle quali cerca di portare alla propria base la posta in palio, la carcassa di un montone scuoiato. Un altro spettacolo, tanto popolare quanto sanguinario, consiste nel duello di due cani feroci, cui le orecchie sono state mozzate fin da cuccioli perché sia difficile azzannarle. Analoghi duelli vengono combattuti anche dai maschi della coturnice locale o pernice di monte; la sera prima degli incontri, i padroni si portano a spasso, in gabbia, il loro campione, pavoneggiandosi al suo furibondo chioccolare.

Si caccia volentieri: l’orso, la pantera, il lupo, un meraviglioso uccello delle alte quote – il lofoforo – simile al pavone, e una specie di diffidente muflone, chiamato, a ricordo del viaggiatore veneziano, “capra di Marco Polo”. I famosi levrieri afgani sono pochi e cari. Quelli dal pelo lungo, che noi prediligiamo, localmente li si considera una varietà da salotto, e viceversa quelli più tradizionali, usati per la caccia alla lepre, hanno il pelo raso. La proprietà degli uni e degli altri spetterebbe soltanto al re, il quale, peraltro, può eccezionalmente chiudere un occhio; dei levrieri, di ogni specie, è vietata l’esportazione.

Nella parte più bassa del Nuristan, dove si coltiva il papavero, ho visto contadini raschiare l’essudato delle zucchette, o, in altre parole, raccogliere l’oppio. Altrove, anche a Kabul, nonostante le proibizioni si può comperare, con tutta facilità e a buon mercato, l’hashish; gli afgani lo fumano senza sotterfugi. L’hashish attrae molti “capelloni” europei, i quali viaggiano per lo più su veicoli da quattro soldi, che non danno nell’occhio; alcuni di quei “capelloni” fanno, poi, incetta di droga, la nascondono nei loro trabiccoli dall’aria innocua, e, poi, tornati in Europa rivendono a carissimo prezzo la micidiale mercanzia.   

Nelle strade afgane la circolazione è minima o, addirittura, come nel deserto tra Kandahar e Herat, quasi nulla. Una buona strada asfaltata corre dal confine iraniano sino a quello pakistano, passando dal sud del paese; un’altra, congiunge Kabul all’URSS. Una terza arteria, non buona ma discretamente percorribile, porta da Kabul sino alla vallata di Bamian. Entriamo a Kabul. La capitale si va avvicinando al mezzo milione di abitanti. Giace in una grande conca, incorniciata da colli e percorsa dal fiume Kabul, affluente dell’Indo; non ha pretese di monumentalità; la sua urbanistica sta cercando faticosamente una via attraverso eterogeneità, squilibri, demolizioni, edificazioni discutibili. Eppure Kabul piace. Dipende proprio dall’eterogeneità, per questo nella capitale vi è di tutto: dall’ambasciata colossale, come quella sovietica, alla carovana di nomadi; dal palazzo reale di stile europeo, con le sentinelle in impeccabile uniforme occidentale, alle vie dove i tintori creano caleidoscopi di tessuti sgargianti; dalle donne in chador, il mantello tradizionale che copre rigorosamente anche il viso, alle studentesse moderne pressoché in minigonna, al forte Bala Hissar, carico di storia e impregnato di sangue inglese.

E, poi, una serie quasi infinita di spunti. Gli hazarà venditori di acqua, carichi di otri. L’erbivendolo che, lavate nel Kabul le sue verdure, si mette a nudo a lavare se stesso. L’unica chiesa cattolica del paese, conglobata nel recinto dell’ambasciata d’Italia. I portatori di mestiere, sopraffatti da pesi inauditi. E semafori, avanguardia di progresso e motivo di perplessità per gli incolti. In periferia, i resti di un paio di vagoncini, unica traccia di una breve linea ferroviaria nata ai tempi di Amanullah, e, poi, svanita. Infine, a una ventina di chilometri da Kabul, la sorpresa di uno skilift, che va diffondendo anche tra gli afgani lo sport delle nevi.

Dopo Kabul, viene Kandahar con 120.000 abitanti; è importante come centro agricolo e per la vicinanza alla città pakistana di Quetta; conserva ricordi della prima guerra tra afgani e inglesi; gli americani vi hanno costruito un grande aeroporto intercontinentale. All’estremo ovest, Herat fu, a suo tempo, uno dei cardini della storia e della strategia di mezza Asia; oggi non ha più di 70.000 anime e dello splendore antico le rimangono solo le rovine di pochi monumenti e la cittadella. Nell’estremo nord, la città santa di Mazar-i-Sharif è famosa per una splendida moschea. All’estremo est, Jalalabad trae ragione di essere da una vasta area agricola e dai traffici con l’adiacente Pakistan.

In questa rapida scorribanda visiva, ho lasciato volutamente per ultima la zona di Bamian e Band-i-Amir. A parte le bellezze afgane composte di picchi eccelsi, che, di solito, sono difficilmente accessibili, Bamian offre il meglio dell’intero paese. Ci troviamo in una vallata lunga, ampia, ricca di coltivazioni nonostante l’alta quota. Non siamo troppo lontani dalla valle del Wakhan, situata tra il Pamir e l’Hindukush, dove, fin da tempi antichissimi, passava la cosiddetta “via della seta”: una via che dalla Cina raggiungeva Bamian, per poi proseguire verso sud e ovest. Insieme alla seta a Bamian sorge sotto una parete di roccia, alta un centinaio di metri, verticale, lunghissima. Nella parete, monaci buddisti aprirono centinaia di fori, che sarebbero stati , poi, le loro celle, gli eremitaggi; sicché la parete di Bamian somiglia a un alveare.

Ma, tra le cavità minori, altre due se ne aprono. Sono gigantesche, con il disegno ben netto, come absidi; in fondo, nella roccia madre i buddisti scolpirono due statue del loro dio e ricoprirono le pareti di affreschi. Oggi, i volti di Buddha e gli affreschi sono deturpati o distrutti; dipende sia dall’avvento dell’islamismo al posto del buddismo, sia dall’intemperanza fanatica di un condottiero dello scorso secolo. Ma, entrambe le statue sopravvivono e, attraverso gallerie nella roccia, se ne può raggiungere il capo. Una è alta sui 40 metri; l’altra, 53. Neppure i Ramses II di Abu Simbel arrivano a tanto.

Là dove la valle di Bamian si chiude in una strettoia, domina, da un poggio con le pareti precipiti, un gruppo fantasmagorico di castelli, di torri. In basso dilaga il verde di un bosco di pioppi, mentre le pareti e le torri hanno color d’ocra e di sanguigno. Gli afgani le chiamano Città Rossa. Rossa di sangue. Erano la cittadella che difendeva la valle di Bamian. Gengis Khan, attraverso la “via della seta”, irrompe nella valle afgana; pare che la cittadella, in un primo tempo, si sottomettesse e, poi, tradisse, e, in proposito, è nata più di una leggenda; di certo, vi è che Gengis Khan ordinò di distruggerla. Fece passare a filo di spada uomini e bestie; da qui il sangue che ancora arrosserebbe rocce e mura. E ordinò, Gengis Khan, di considerare la Città Rossa come un posto maledetto, da non più abitare, da non riedificare mai più. Così avvenne. Così è.

Infine, Band-i-Amir: siamo ancora nella regione di Bamian, oltre un passo alto tremilacinquecento, percorso da una strada piuttosto ardua. Spazi desolati; villaggi radi, con influssi tibetani; carogne di cavalli, sbranati dai lupi; vette sull’ordine dei cinquemila e più; d’un tratto, un lago. Ma non è che il primo di sette; sette laghi digradanti, separati l’un dall’altro come da semplici gradini, a 3.300 metri sul livello del mare, la quota della nostra Marmolada.

Tuttavia il fascino ispirato dal selvaggio Afghanistan non deve far dimenticare i suoi problemi concreti. Kabul inizia ad avere una grande università, ma almeno i quattro quinti della popolazione afgana sono analfabeti. Qualche ospedale è nato; le Nazioni Unite hanno creato una scuola di infermieri, che dovrebbero distribuirsi capillarmente nel paese; ma i medici scarseggiano e in fatto di salute pubblica le necessità sono ancora imponenti. Il tenore di vita si può sintetizzarlo con poche cifre: un funzionario percepisce dalle 30 alle 60.000 lire al mese; un domestico, a Kabul, dalle 12 alle 20.000; un manovale, sulle 4.000.

La voce delle esportazioni ha un certo peso, grazie alla produzione di frutta squisita. Ricercatissima in Pakistan e, soprattutto, in India –, e, poi, di lana, di cotone allo stato greggio e di pelli del famoso karakul, l’agnellino di latte con cui in Afghanistan si confezionano i tipici copricapo locali e, da noi, le pellicce di cosiddetto “persiano”; si esportano anche tappeti di pregio, che, spesso, per non disorientare l’acquirente occidentale, assumono, a loro volta la qualifica spicciola di “persiani”; e finalmente l’Afghanistan esporta in Russia, con impianti diretti, i suoi idrocarburi. Ma, tutte queste voci equivalgono soltanto a trentacinque miliardi di lire. Viceversa occorrerebbe importare quasi tutti i prodotti finiti; quindi, per tenere la bilancia commerciale in pareggio o, perfino, in attivo, si rinuncia al necessario.

Le limitate risorse del paese escludono che l’attuale situazione possa capovolgersi. Ma, può migliorare. Dipende in gran parte dalla soluzione del problema idrico; dipende, in altri termini, dalla costruzione di dighe e canali e da una razionale distribuzione delle acque. L’agricoltura è suscettibile di larghi progressi anche mediante l’applicazione di nuove tecniche: basti dire che la maggioranza dei contadini afgani usa tuttora l’aratro a chiodo. Parallelamente all’agricoltura potrebbe svilupparsi anche la zootecnia.

Se a questi e ad altri fattori aggiungiamo determinati fermenti morali, come l’aspirazione degli studenti di Kabul o di coloro che hanno studiato nelle università straniere, all’ammodernamento del paese, all’eliminazione di vecchie pastoie e all’instaurazione di una democrazia – oggi, ancora in gestazione – di tipo occidentale, giungiamo a una conclusione di moderato ottimismo. Sarebbe, invece, il contrario se prevalessero gli elementi retrivi, che ancora influenzano vaste categorie, specie di livello sociale inferiore.

Ma, vi è un’altra pedina da valutare, quella della politica estera. Le antiche aspirazioni zariste verso i mari caldi e l’India, sono divenute aspirazioni sovietiche. L’antico schieramento britannico contro la pressione russa è divenuto schieramento pakistano: perché il Pakistan, nemico dell’India, è, invece, amico della Cina e, finora, ostile all’URSS. Dunque, l’Afghanistan svolge la sua funzione di Stato-cuscinetto, oggi, anche più di ieri.

Solo che la partita si è complicata per il contrasto tra Ovest ed Est e per la presenza di nuove possibilità. Nella loro tradizionale pressione verso sud, i russi si trovavano svantaggiati dall’esistenza, a metà Afghanistan, di una poderosa propaggine dell’Hindukush; d’altra parte, questa propaggine ostacolava l’unità afgana; ebbene, siccome nel caso specifico gli interessi sovietici e quelli afgani collimavano, i russi hanno potuto costruire la strada, di cui dicevo prima, lungo la direttrice nord-sud, che dal loro confine raggiunge Kabul. La strada, detta del Salang, costata un’enormità, sale a quota 3.300 e attraversa in galleria la montagna più alta; in questo modo è nata una ragguardevole novità politica e strategica.

I russi influiscono sull’Afghanistan non già con il criterio, ormai sperato, del satellitismo, ma con metodi intelligenti: a esempio concedono numerose borse di studio, favoriscono i traffici, acquistano prodotti afgani specie quando le relazioni tra Kabul e Rawalpindi si raffreddano e forniscono all’esercito afgano molti materiali indispensabili, come benzina, pezzi di ricambio, munizioni, missili terra-aria. Inoltre, hanno influito costruendo metà di un’altra strada, quella che da Kabul raggiunge Herat e, poi, il confine iraniano.

Ovviamente, gli Stati Uniti si preoccupano dell’attività russa. E hanno risposto, tra l’altro, costruendo l’altra metà della strada di Herat. Così, nel contrasto tra due mondi, l’Afghanistan si è inopinatamente trovato a possedere arterie di importanza vitale. Ma, il loro costo è stato assorbito solo dagli Stati Uniti e dall’URSS. Gli afgani non hanno speso un dollaro né un rublo.

Dopo l’URSS, Stati Uniti e Pakistan, quarto contendente della parità afgana è la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina per soli 93 chilometri; sono quelli del Wakhan, la valle dove passava la “via della seta”. Un secolo fa, il Wakhan non lo presidiava nessuno. Gli inglesi, quando vi mandarono una missione per delimitare i confini del nuovo Stato-cuscinetto, raggiunsero un passo ad alta quota, dove giaceva abbandonata una capanna; allora, proseguirono oltre lo spartiacque e, finalmente, si incontrarono con alcuni armati, i quali dissero che là era la Cina. Più tardi, una commissione anglo-russa fissò i confini del Wakhan senza neppure recarvisi; né gli afgani di allora ebbero interesse a insediare guarnigioni in una zona tanto remota.

Ai nostri tempi, il discorso cambia. Salvo la Mongolia – sulla cui dipendenza effettiva, peraltro, si discute –, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo a confinare sia con la Cina sia con l’URSS. Kabul si è, quindi, preoccupata di avere, al confine cinese, una situazione chiara. Vi fu, nel 1962, una visita di re Zaher a Pekino e, più tardi, ebbero inizio, sul terreno del Wakhan, i lavori di una commissione mista. Furono lavori positivi, senza particolari ostacoli. La linea di frontiera venne fissata di comune accordo. Una lunga serie di pali infissa nel terreno porta, da un lato, in caratteri arabi, la scritta “Afghanistan” e, dall’altro lato, in caratteri latini e in lingua inglese, la scritta “China”. Così il problema della frontiera cino-afgana sembra risolto.

Ma, non si tratta soltanto di frontiera, bensì di tutto un complesso di fattori. Per esempi, gli afgani hanno finora bloccato ogni tentativo di infiltrazione politica cinese. Hanno accolto, qualche anno fa, un folto gruppo di profughi cinesi, giunti attraverso il Wakhan. Nel frattempo, i rapporti tra Kabul e Pekino sono rimasti buoni. Ma, la Cina bada all’attività russa in Afghanistan non meno di quanto facciano gli Stati Uniti; la Cina non vorrebbe continuare a vedersi aggirata, sulla tradizionale direttrice dei mari caldi, dalla Russia. Quindi, vorrebbe, a sua volta, costruire una strada. Dove? Sulla “via della seta”, di Gengis Khan, di Marco Polo: in altre parole, dalla sua regione di Sinkiang – quella degli esperimenti atomici – all’Afghanistan, attraverso i 3.300-3.500 metri dei passi del Wakhan. Insomma, così come i russi hanno creato una strada nord-sud, che li avvicina all’India, i cinesi vorrebbero creare la strada est-ovest, che neutralizzasse, strategicamente parlando, l’arteria russa.

Si chiederà: in questa situazione intricata, gli afgani per chi parteggiano? Non parteggiano per nessuno. Dal contrasto altrui, cercano solo di trarre vantaggi. Si proclamano lo Stato più neutrale di tutto il terzo mondo.

Dunque, Stato-cuscinetto: ma un cuscinetto duro e spinoso, su cui nessuno si adagia. Ed è logico che sia così, per un popolo che ha forgiato la sua indipendenza con millenni di sangue.

 

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postato da: Firouzeh alle ore agosto 31, 2008 09:00 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, cina, storia, afghanistan, india, europa, iran, pakistan, urss
venerdì, 11 luglio 2008

Quando, agli inizi del secolo scorso, Luigi Barzini scriveva per l’emozione dei lettori da retrobottega di un’Italia provinciale e disinformata le cronache tragicomiche della guerra dei boxers, la nozione che si poteva avere da noi relativamente alle cose del Celeste Impero non si allontanava molto dalla relazione di Marco Polo sul favoloso Catai. Il racconto del grande giornalista italiano, del resto, sembrava fatto appositamente per confortare l’immagine di un “pericolo giallo” che non usciva dai limiti di un certo folklore letterario. Come dire, oggi, un pericolo marziano o qualcosa di simile.

D’accordo, questi cinesi erano centinaia di milioni ma quanto a organizzazione politica e militare il governo e l’esercito di Francischiello potevano apparire, al confronto, come un modello prussiano. L’esplorazione xenofoba dei boxers era armata di cannoni di legno, di scimitarre, di razzi di bambù a testata, per così dire, pirotecnica. I soldati di quell’esercito improvvisato non obbedivano ai dettami di nessuna ideologia se non, forse, quella dell’esaltazione religiosa o una fedeltà di tipo tribale verso questo o quel capo. E bastarono, infatti, pochi corpi di spedizione inviati da tutta l’Europa e dal Giappone per contenere e soffocare la  scomposta e incoerente insurrezione che strinse d’assedio  per cinquantacinque giorni le legazioni diplomatiche di Pechino.

Non si diceva certo, allora, che “la Cina era vicina”. I termini di paragone per esprimere dimensioni spaziali sconfinate erano la ferrovia transiberiana che arrivava, appunto, sul mare della Cina, partendo dalla Russia europea o, ancora, la pionieristica avventura del Principe Borghese e di Barzini che sulla loro traballante automobile avevano compiuto il viaggio da Parigi a Pechino.

Gli umili, arrendevoli, sorridenti cinesi avevano appena iniziato la loro diaspora europea e americana, un cammino della speranza che aveva modestissimi traguardi: un piccolo ristorante per far apprezzare nidi di rondine o germogli di bambù a Parigi, a Londra o a San Francisco, una cassettina appesa al collo con un campionario di collanine di vetro e cravatte di seta per ritirarsi a contare pochi quattrini, la sera, nelle piccole “China-towns”, i nostri ghetti che i profughi della miseria cinese realizzavano ai margini delle metropoli occidentali.

A Milano, per esempio, intorno alla vecchia via Canonica, si coagulò negli anni tra le due guerre un nucleo di questi cinesi spinti fin là dai loro paradossali destini. Arrivarono a Milano come i loro padri era approdati sulla costa americana del Pacifico e i loro nipoti, negli anni 1960, mossi da ben diverse motivazioni, sbarcheranno sulla costa adriatica dell’Albania o saranno presenti, in una comunità sempre più densa, a Kinshasa, a Nairobi, all’Avana o addirittura a Ginevra, che diverrà la centrale europea degli interessi politici cinesi.

Il censimento del 2001 parla di un miliardo e 295 milioni di cinesi. Se il numero fosse davvero potenza in termini direttamente proporzionali basterebbe questa considerazione per farci accettare la prospettiva di un domani con l’ineluttabilità fisica di un’altra marea. Ma i rapporti di forze del mondo moderno – lo sappiamo – non sono più affidati alle cifre dell’etnografia. Il minuscolo e potentissimo Stato d’Israele è, in questo senso, un esempio definitivo. Eppure non basta questa considerazione a metterci tranquilli. La Cina, infatti, ha tuttora le condizioni per diventare una realtà industriale senza paragoni: le sue riserve di energia, praticamente vergini, sono sterminate e, in un simile quadro di ricchezza potenziale la sua densità demografica acquista ben altro valore. La Cina può iniziare la “colonizzazione economica” dell’occidente e scendere sui nostri mercati con inarrestabile slancio, con una penetrazione sempre più insinuante e profonda.

L’Europa e l’America iniziarono, dopo la guerra, a fare i conti con il modello su scala ridotta di ciò che può rappresentare un paese asiatico densamente popolato e ad alto livello industriale. Mi riferisco al Giappone e alla sua incalzante sfida industriale, alla competitività dei suoi costi contro i quali ci si difendeva con fragili muraglie di carta: decreti protezionistici, dogane elevate.

 

 

 

A l'ombre des mots, la magie de la poésie...
Pour les amoureux de la poésie et des mots qui font rêver.


 

Depuis les origines, l’Empire du Milieu méprisa, opprima, abandonna les femmes qui pour la plupart n’avait pas de noms. Elles n’étaient que l’épouse de. L’état civil n’existe que depuis peu dans cet immense empire, c’est la raison pour laquelle de nombreux poèmes sont anonymes. Heureusement, l’écriture a traversé, sans dommage, les modes et les caprices des hommes.

L’amour, le sentiment éternel, axe primordial de la création, l’amour constitue le fil conducteur de cette poésie qui représente à la fois un refuge et une révolte contre une société injuste et cruelle. La plume et le pinceau devinrent alors le glaive et le bouclier de ces femmes qui appartenaient le plus souvent à des milieux aisés. On trouve des concubines, des prostituées de luxe, des danseuses, des musiciennes, mais également des épouses cultivées de mandarins ou de marchands.

 

 

 

Poème d’adieu

 


Malgré mon talent et ma sagesse
Fille de triste destinée
Je ne trouve aucun moyen de te garder
Je froisse cette feuille magnifique
J’y couche mon désespoir et ma détresse
Le long du chemin les saules dansent
Ma mélancolie grandit sans cesse

 

Comment pleurer sur ma mauvaise destinée ?
Ma vie est détruite
A cause de ma légèreté.
Te souviens-tu de nos serments sous la lune ?
Ce n’était pas un rêve.
Si à l’avenir tu reviens
N’oublie pas de rendre visite à notre chambre
Et de verser une coupe de vin sur ma tombe.

 

 

Epouse de Dai Shiping

 

 

 

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postato da: Firouzeh alle ore luglio 11, 2008 13:33 | Permalink | commenti
categoria:america, poesia, politica, amore, economia, cina, storia, globalizzazione, europa, donna