« Il sesso non è una scoperta dei nostri giorni. Anche nei cosiddetti secoli bui dell’Occidente era al centro di una cultura naturalistica che ne presentava un’immagine liberata. »
Si deve a una vecchia leggenda storiografica d’origine illuministica, tutt’altro che criticamente meditata, la presentazione di un Medioevo tutto rivolto al cielo, un Medioevo erofobo e sessuofobo; più tardi, attraverso la trasfigurazione romantica e le fantasie preraffaellite d’età vittoriana, si sarebbe fatto sempre dell’età medievale il tempo degli amori spirituali e delle « donne angelicate ». Oggi, si tende a presentare dei secoli tra il V e il XV al contrario, un’immagine « liberata» o, se si preferisce, un’immagine conflittuale tra un Eros sfrenato e una pesante repressione da parte della Chiesa.
Un discorso chiaro e criticamente rigoroso sull’Eros ci aiuterà a meglio comprendere quel complesso periodo e a superare vecchi, ormai incrostati, pregiudizi al riguardo.
Il migliore modo per aprire questo discorso è penetrare, insieme con il grande Salomone, nel giardino dell’Amore :
« Sei fonte chiusa, o sorella mia sposa, fonte chiusa, sorgente sigillata. I tuoi rivi fanno un giardino de melagrane… »
Cantico dei Cantici, , 12-13
Generazioni intere di asceti e di teologi si sono piegate su questa sublime pagina, su questo Canto d’Amore tra i più dolci e struggenti che l’umanità sia mai riuscita a concepire. Il più grande mistico dell’Occidente, Bernardo di Clairvaux, ha dedicato al Cantico un commento pervaso a sua volta di profonda poesia. L’incontro tra lo Sposo e
Questi dati sono, senza dubbio, variamente interpretabili. Alcuni psicanalisti li hanno valutati alla luce della teoria del « transfert », istituendo – in maniera, per la verità, abbastanza schematica e semplicistica – un rapporto immediato tra la repressione derivante dalla castità coatta e una forma di più o meno ambigua sublimazione attraverso l’estasi mistica.
È noto, del resto, che, nell’antichità come nel Medioevo, molte sette ereticali cristiane si posero il problema dell’erotismo e della sessualità risolvendolo, talora mediante forme di radicale astinenza, talaltra attraverso una sorta di esercizio estenuato della carne, che avrebbe dovuto portare la carne stessa a una sorta di appagamento definitivo e, quindi, al silenzio.
A un estremo di questa catena vi è la tradizione di Origene, l’autoevirazione del quale, del resto, trovava riscontro in pratiche tutt’altro che inconsuete nel misticismo e nella tradizione misterica mediterraneo-orientale dell’età pagana (si pensi ai culti di Adone, di Attis, di Cibale). All’estremo, almeno in apparenza, opposto, si situano tesi come quelle di Priscilliano vescovo di Avila (sec. IV), che da una posizione originariamente gnostico-manichea – e come tale insistente sulla dicotomia e la lotta tra Bene e Male al punto da prospettare una sorta di biteismo – era giunto a fondare una dottrina a carattere magico-iniziatico dove l’attività erotica aveva un ruolo importante nella liberazione dello spirito dalla carne.
Intendiamoci: quando nelle fonti ecclesiastiche ufficiali si trovano cenni – e capita spesso – a presunti « disordini sessuali » praticati nelle sette ereticali, ci si deve guardare dal prendere tali informazioni alla lettera ; tra l’altro, i polemisti pagani dell’Impero Romano avevano accusato i cristiani stessi più o meno delle medesime cose. Un’accusa tipica, nata, forse, all’interno di certe cerimonie orientali presto fraintese, era quella secondo la quale esistevano gruppi ereticali che, a un dato momento del servizio divino, spengevano le luci e si davano alle più folli e disordinate pratiche erotiche promiscue, senza badare né al sesso né ai rapporti di parentela dei vari occasionali « partners » ; dopo di che i lumi si riaccendevano e le cerimonie sacre riprendevano. Questa diceria è trascorsa intatta attraverso l’intero Medioevo e gli è sopravvissuta fino a giungere, tra il Cinque e il Seicento, a costituire uno degli elementi per così dire « classici » del quadro della Messa Nera. Non vi è dubbio, tuttavia, che all’interno di vari ambienti non-conformistici – e il Medioevo occidentale ne ha conosciuto molti – si sia sviluppata in molte forme la contestazione alla morale sessuale ortodossa, così come in altrettante forme si sviluppava quella all’ecclesiologia e alla teologia ortodosse. È certo, per esempio, che nell’eresia catara, particolarmente viva tra il XII e il XIII secolo soprattutto nella Francia meridionale e nell’Italia del centro-nord, tutto quel che atteneva alla sessualità era considerato con ben altro occhio rispetto alla posizione ufficiale della Chiesa.
E iniziamo ricordando qualcosa circa la posizione ufficiale. Si è, spesso, parlato di « sessuofobia ». La tendenza cristiana all’astinenza carnale non era né più rigorosa né « rivoluzionaria » rispetto a analoghe tendenze di molte scuole filosofiche pagane, il neo-platonismo a esempio. San Paolo, tessendo il suo noto elogio della castità e ritenendo lo stato matrimoniale imperfetto nei confronti dello stato della verginità o della continenza, aveva inteso stabilire una gerarchia di perfezione, non interdire o svalutare i rapporti sessuali, a patto che si esercitassero nell’ambito del matrimonio legittimo e allo scopo della procreazione. Si può, quindi, parlare, forse, di un antierotismo cristiano, ma non propriamente di una sessuofobia. Quanto poi alla celebre misoginia della Bibbia e di molti dottori della Chiesa, vi è tutta una tradizione greca e romana non meno dura e non meno ingiusta con le donne. Si può semmai fare nostra la tesi di un grande studioso inglese, Clive Staples Lewis, secondo il quale è « ovvio che il Cristianesimo, in senso molto lato, insistendo sulla pietà e sulla sanità del corpo umano, tendesse a ammorbidire e mitigare le estreme brutalità e irriverenze del mondo antico in tutti i campi della vita umana e quindi anche nelle questioni sessuali ».
Ma la tesi propugnata dai catari a proposito del sesso era molto lontana da quella cristiana ortodossa. Il Catarismo era una religione o, se si preferisce, una dottrina filosofico-religiosa d’origine manichea : come tale, insegnava la coesistenza di due principi, l’uno spirituale e l’altro materiale, nel cosmo, e la loro lotta perpetua. La creazione, opera del Principio della Materia o delle Tenebre aveva avuto il risultato di avvolgere, di imprigionare nella materia una quantità di forze spirituali ; lo stesso uomo, in quanto anima immortale, era Spirito, era Luce, e suo compito era liberarsi dalla materia per unirsi al Principio della Luce. Quest’ultimo, per quanto si facesse per farlo somigliare al Dio cristiano, era simile piuttosto all’Ahura Mazda persiano ; e, per contro, il Dio-creatore della Bibbia, lo Iahvè dei Patriarchi, veniva – in quanto creatore della Materia – a identificarsi con il Dio della Tenebra.
Discendeva da tutto ciò che non era tanto l’atto sessuale a venir condannato, quanto piuttosto la procreazione, poiché la generazione perpetuava la prigionia dello Spirito da parte della Materia. Laddove teologi e moralisti cattolici insegnavano che il peggiore peccato sessuale era la dispersione del seme, i missionari catari insegnavano esattamente il contrario ; e, per quanto i loro mistici – i cosiddetti « Perfetti » – rinunciassero, rigorosamente, insieme con l’alimentazione carnea e il consumo di uova e latticini – vale a dire di tutto quanto proveniva da un atto generativo animale –, anche alle pratiche sessuali, si finiva con l’insegnare che esse non erano peccato tanto in sé quanto nelle loro conseguenze « naturali », giacché la natura e le sue leggi materiali altro non erano se non un tranello del « dio malvagio » per eternare la prigionia dello Spirito.
Occorsero una crociata sterminatrice nel Mezzogiorno francese, nella prima metà del duecento e una pesantissima repressione inquisitoriale negli anni che l’accompagnarono e la seguirono, per far tacere nel fumo dei roghi l’eresia catara. Ma, nei decenni successivi, altre eresie sorsero, talora, forse, in, sia pur problematico, rapporto con la « Voce » che era stata obbligata a tacere.
Dell’eresia di un lontano seguace di Gioacchino da Fiore, Gherardo Segalelli, fondatore della setta degli
« Apostolici », ci parla il cronista francescano Salimbene da Parma, il quale si affretta a informarci che in essa avevano un ruolo importante certe ambigue figure femminili, certe « apostolesse », e che il credo di sconfinata libertà individuale da questi predicato si traduceva tra l’altro in sfrenata licenza sessuale. Di predicazione di « liberatorie » pratiche sessuali di gruppo fu accusato quello strano riformatore religioso-sociale della fine del Duecento, che fu il piemontese Dolcino, ricordato anche da Dante. E finalmente, gli adepti della setta detta del « Libero Spirito » proclamavano la libertà completa della carne e dello spirito, e la loro esperienza, reinterpretata e rivissuta attraverso i secoli, non è estranea né a un certo misticismo tedesco o fiammingo della fine del Medioevo né al cosiddetto movimento « libertino » dell’età moderna.
Insomma, il panorama dei rapporti tra Cristianesimo e sessualità nelle varie dottrine medievali è assai sfaccettato e composito.
Le pratiche acetiche, a esempio, introducevano nel problema nuovi argomenti. Si sbaglierebbe, intanto, attribuendo a tutto il Cristianesimo, e fino dalle origini, una coerente ispirazione puritana : il Vecchio Testamento è molto lontano da essa e lo stesso celibato dei chierici non si è affermato, e a fatica, che nel corso dell’XI secolo. Semmai, la castità veniva eroicamente abbracciata, insieme con altre e non meno pesanti privazioni, all’interno degli ambienti monastici : e relativamente a essi bisogna distinguere tra una castità intesa come esercizio di disciplina quasi militare, secondo la regola benedettina della quale è stato rilevato unanimemente il carattere romano e, per così dire, « legionario », e una intesa come lotta violenta contro la carne e la tentazione, quale ce la presentano certe tradizioni eremitiche d’impronta orientale che trovano il loro prototipo nella « Vita » di Sant’Antonio abate.
È nell’ambito della produzione agiografica dipendente da questo testo che ci imbattiamo per la prima volta in una figura destinata a divenire familiare, il « demonio succubo » che assume sembianze di bella fanciulla per indurre in tentazione. Lo schema è, in generale, molto semplice : al sant’uomo si presenta una splendida fanciulla, in assetto così misero da provocare compassione ; invitata a entrare nell’eremo, nutrita, scaldata, ecco che inizia la scena di seduzione ; infine, o l’asceta resiste e il diavolo finisce con l’abbandonare il campo o cede alle lusinghe e subisce le beffe atroci dell’avversario, il teatro e la novellistica hanno ripetuto all’infinito, e con innumerevoli varianti, questo quadro.
Viene da chiedersi se il nucleo primitivo di questi racconti risieda in esperienze reali o oniriche, in modelli leggendari orientali o ellenistici, in una produzione letteraria che, oggi, è universalmente ritenuta come fondamentale allo sviluppo dell’agiografia cristiana, vale a dire nel romanzo alessandrino, o sia piuttosto la volgarizzazione di un uso ascetico-iniziatico che non doveva essere infrequente nella mistica cristiana delle origini, e che, già verso la metà del III secolo, era stato oggetto del divieto impostogli da San Cipriano, vescovo di Cartagine : alludo all’« agapismo » (dal greco « agapè », amore non carnale), pratica consistente nell’uso di dormire con persone di opposto sesso conservando la castità. Si trattava naturalmente di un’usanza atta a mettere alla prova forza d’animo e controllo della propria volontà : ne troviamo il ricordo in certi usi prenuziali o nuziali vivi fino agli inizi del ‘900 in tutta Europa: la veglia alla fidanzata distesa in abito nuziale su un letto già pronto in Spagna, oppure le cosiddette « notti di Tobia » in cui gli sposi dovevano restare fianco a fianco, pregando e conservando la castità, come nell’agiografia medievale più matura. A proposito di Bernardo di Clairvaux, si narra, per esempio, un episodio simile: il santo non aveva provocato la pericolosa vicinanza di una fanciulla, ma seppe nondimeno sostenerla onorevolmente. Di San Francesco d’Assisi, si racconta una cosa un po’ diversa, tipica del resto del suo modo di convertire non con belle parole, ma con l’esempio : durante il suo viaggio in Egitto, una prostituta saracena gli si sarebbe avvicinata offrendogli compagnia ; il santo avrebbe accettato, invitandola a sua volta nel suo letto ; ma la ragazza si sarebbe ritratta inorridita vedendolo sdraiarsi tranquillamente su un letto di fiamme e di braci ardenti e invitandola a seguirlo. Il che ricorda la pratica simile e contraria, sempre di San Francesco, di rotolarsi tra i rovi o nella neve allorché un desiderio disonesto lo assaliva. Sempre in materia di casti sonni, quello di Tristano e Isotta simbolicamente separati dalla spada del cavaliere posta tra loro sembra richiamare a un costume affine all’agapismo.
A ogni modo, nella misura in cui
Era, del resto, difficile mantenere un monastero femminile al riparo dal mondo circostante, anche perché sovente molte delle sue ospiti, e la badessa medesima, erano – come quella descritta da Chauser nei suoi « Racconti de Canterbury » - dame di illustre lignaggio, abituate ai cibi delicati, alla vita elegante, ai rapporti con il mondo dei ricchi e dei potenti. Attraverso tutto ciò, le tentazioni e i vizi non tardavano a varcare i cancelli delle abbazie.
Meno drammatica doveva essere, a causa della scarsa considerazione in cui le donne in genere furono tenute fino a almeno tutto l’XI secolo, la situazione nei monasteri maschili. Il Medioevo aveva ereditato dall’antichità una forte propensione per l’omosessualità maschile, nonostante le dure condanne della Chiesa, erede dell’etica ebraica. Anche i monaci, gli abati soprattutto, erano spesso di nobile prosapia, e come tali assuefatti ai costumi e ai gusti di quella società cavalleresca all’interno della quale – come di molte « società militari », da quella spartana a quella prussiana di qualche secolo fa – la pederastia era qualcosa di consueto, una parte integrante, si può dire, del tirocinio tecnico-iniziatico del guerriero. Già Tacito ci dice qualcosa di simile per certe tribù germaniche, prendendo cura di sottolineare come tutto ciò fosse ben lungi dall’accompagnarsi a fenomeni di effeminatezza; e un cronista dei primi del XII secolo, parlandoci di un cavaliere che aveva abbandonato la comitiva di suoi pari raccolti attorno a un grande feudatario, ci dice eloquentemente che era « quasi uscito dalle fiamme di Sodoma », dove, tuttavia, il riferimento sembra diretto più a una situazione di viziosità generale che non a una specifica allusione di omosessualità. Insomma, la società aristocratica e guerriera anteriore alle Crociate ci si presenta – e tale si scorge in quel poema « di soli uomini » che è la « Chanson de Roland » - come una società in cui si poteva benissimo fare a meno delle donne. L’amore spirituale, per il cristiano, era la « charitas » ; quello più squisitamente umano era semmai l’« amor socialis », l’« amicitia » alla quale già gli autori latini avevano, secondo il modello aristotelico, dedicato i loro elogi. Il ruolo della donna era pallido e sfocato : concubine e contadine servivano egregiamente agli appetiti e agli sfoghi sessuali dei grandi e dei cavalieri ; quanto al matrimonio, era piuttosto un affare politico, una questione di alleanze tra lignaggi, di doti e di eredità, qualcosa che, in genere, si combinava tra le famiglie quasi sempre sulla testa dello sposo e sempre su quella della sposa. E difficilmente si può, forse, immaginare il tedio della castellana, passata poco più che bambina dal « mundio » (tutela giuridica) di rigidi parenti a quello di un freddo e manesco consorte, in tutto a lui soggetta e talora malmenata, messa rapidamente incinta per poter assolvere con maggiore speditezza e più ampie possibilità – il tasso di mortalità infantile era elevatissimo – al suo ruolo di « fabbrica-eredi », posposta nelle attenzioni del suo signore a un’ancella e, perfino, a un paggio, abbandonata per lunghi periodi dell’anno in coincidenza delle guerre feudali o delle spedizioni in terra lontana e, infine, assai di frequente, vedova anzitempo, costretta dalle necessità politico-economiche della solidità del lignaggio a privarsi di un altro eventuale consorte.
È straordinario come, in questo deserto, possa essere nato il fiore della « Fin’ Amor », l’« Amor Cortese », che, secondo Denis de Rougemont, sta alla base del moderno concetto d’Amore, il quale sarebbe, pertanto, un’invenzione del XII secolo. Molti elementi concorsero, senza dubbio, a crearlo : intanto, l’elaborazione di un’etica cavalleresca nuova, nata dalla riforma della Chiesa e dalla Crociata, che imponeva ai rudi guerrieri di un tempo il rispetto e la difesa dei più deboli e la fedeltà alla parola data ; poi, la riscoperta di una certa Poesia latina, soprattutto del grande teorico dell’Amore antico, Ovidio ; infine, forse, il modello dell’Amore divino proposto dalla mistica di San Bernardo e, in genere, dall’ascesi platonica, dove si intendeva giungere all’Amore di Dio attraverso quello della dama, senza rinnegare quest’ultimo.
Si è in passato insistito sul fatto che quello che la letteratura tedesca definiva il « Frauendienst », « il servizio della dama », si fosse presentato nello stesso tempo di un potente rilancio del culto della Vergine Maria in termini feudali (regina, Madonna, « mea domina », « mia signora »). Si stenta, tuttavia, a accordare origini cristiane a un universo mentale come quello dell’« Amor Cortese », tanto diverso dagli orizzonti etici proposti dalla Chiesa. La « Fin’ Amor » ha piuttosto l’aria di una trasfigurazione per così dire al femminile dei rapporti vassallatici : laddove un tempo affetto, devozione, Amore quasi carnale – ne è testimonianza l’elegia anglosassone in cui il guerriero ricorda con nostalgia il tempo in cui abbracciava e baciava il suo signore – si riservavano al proprio superiore nella scala gerarchica feudale, ecco che si estendono alla propria consorte, significativamente chiamata, talvolta, « midons », « meus dominus », « mio signore ».
Molti si sono chiesti se la « Fin’ Amor » era un sentimento « platonico » - l’aggettivo è inadeguato alla situazione – o se tendeva piuttosto a concrete realizzazioni. Non è questo il punto : e niente di più pericoloso, del resto, di generalizzazioni tentate sulla base di una lettura troppo romantica o troppo realistica di testi trobadorici assai differenti tra loro. Più importante mi sembra semmai comprendere il suo valore e il suo significato sotto il profilo sociologico. L’« Amor Cortese » nasce all’interno di certe Corti del sud della Francia e da là si irradia verso il nord, poi verso l’Italia, l’Aragona, più tardi
Ma né l’Amore impossibile né l’adulterio erano i soli fini dell’« Amor Cortese ». Doveva, talora, nella pratica, presentarsi nei confronti di giovani ereditiere e costituire, quindi, la base per la promozione sociale del vassallo, attraverso un buon matrimonio. Ecco, quindi, che, al di là della teoria e della letteratura, il corteggiamento fatto di poesie e di nobili gesta rivelava in ultima analisi il suo aspetto funzionale, la sua intima ragione pratica.
Se la « Fin’ Amor » era un valore pseudo-cavalleresco, l’eros medievale si indirizzava d’altro canto anche verso altri ambienti. I chierici, gli studenti, in genere gli intellettuali, presero per tempo a elaborare una loro poesia erotica, in generale in lingua latina, dove si riprendevano gli accenti sensuali e appassionati di un Ovidio e di un Properzio, e dove – in dichiarata concorrenza con i cavalieri – si celebrava un Amore più francamente sensuale e adulterino, quale troviamo a esempio nella Poesia goliardica.
Non che i toni sensuali fossero, peraltro, ignoti alla poesia cortese. Un evidente aspetto della « Fin’ Amor » era, a esempio, il suo carattere classistico : l’« Amor Cortese » si rivolgeva sempre e solo alle nobili dame, mentre lo stesso raffinato teorico, Andrea Cappellano, dichiarava con elegante brutalità che le fanciulle appartenenti a bassi ceti – a esempio le contadine o le pastorelle – si potevano non soltanto richiedere insistentemente d’Amore, nel senso più concreto del termine, ma anche « forzare con moderata coercizione », il che fuor di metafora voleva dire intimidire o affascinare con lo sfoggio dello splendore del proprio rango cavalleresco o anche giungere a violentare. Nel « Jeu de Robin et de Marion », la villanella Marion è fatta oggetto, da parte di un cavaliere di passaggio, di una corte tanto pressante da spingerla a chiedere a gran voce aiuto.
Il rapporto sovente brutale tra i bei cavalieri e le pastorelle ci pone un problema non solo etico-sociale, ma anche culturale nel senso più profondo del termine : quindi, se vogliamo, addirittura etnico. Nella poesia cortese, non a casa, all’ideale di bellezza feudale – capelli biondi, occhi azzurri, taglia sottile – fa riscontro un tipo fisico « villano » - capelli e occhi scuri, taglia robusta – che fa pensare anche a un incontro-scontro tra i discendenti dei conquistatori franchi, d’origine germanica, e – per
continua…
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