lunedì, 07 settembre 2009

"Seven men in Wall Street now control a great share of the fundamental industry and resources of the United States. Three of the seven men, J. P. Morgan, James J. Hill, and George F. Baker, head of the First National Bank of New York belong to the so-called Morgan group; four of them, John D. and William Rockefeller, James Stillman, head of the National City Bank, and Jacob H. Schiff of the private banking firm of Kuhn, Loeb Company, to the so-called Standard Oil City Bank group... the central machine of capital extends its control over the United States... The process is not only economically logical; it is now practically automatic."(32)

(32) John Moody, "The Seven Men", McClure’s Magazine, August, 1911, p. 418

Secrets of the Federal Reserve

by Eustace Mullins

Bankers Research Institute, 1983, paperback

 

 

I quattro decenni che seguirono il 1860 videro gli Stati Uniti espandersi vertiginosamente, sia nell’elaborazione della ricchezza sia nell’incremento dei prodotti e delle comunicazioni. Le 30.000 miglia di strada ferrata esistenti, nel 1860, divennero 193.000, nel 1900. Sorsero centinaia di piccole fabbriche di manufatti leggeri, mentre quadruplicarono la loro capacità produttiva quelle di cotone.

Alla fine del secolo gli Stati Uniti erano in grado di produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio, l’anno, piazzandosi in testa alla produzione mondiale. Le miniere di carbone portarono il fatturato annuo da 14 milioni di tonnellate a 257  milioni di tonnellate. E le miniere di rame, zinco, ferro e petrolio le seguirono subito da vicino.

La produzione industriale aveva richiamato l’emigrazione e promosso quella agricola. La produzione del grano e del granturco era quadruplicata e la stessa coltivazione della terra brada era stata incrementata con il potenziamento dei contadini, della manodopera e delle fattorie per l’allevamento del bestiame. I contadini avevano investito qualcosa come 1.984.000.000 di dollari.

Gli immigrati europei si erano riversati nelle campagne e nelle città in cerca di lavoro.

Iniziato prima della fine della Guerra Civile, il flusso di immigrati lievitò, nel solo 1882, a 700.000, per stabilizzarsi sui 400.000 ogni anno. In tutto, nel decennio successivo al 1860, entrarono negli Stati Uniti 13 milioni di europei. Il boom dell’emigrazione portò il numero della popolazione americana da 31 milioni a più di 74 milioni, nel 1900. L’Irlanda, l’Inghilterra, la Germania e i paesi scandinavi riversarono circa 3 milioni di individui; e, verso la fine del secolo, gli immigrati italiani raggiunsero il numero di 100.000 l’anno. Altrettanti contingenti provennero dall’Austria e dalla Russia. Molti si riversarono nelle miniere di rame, di ferro e di carbone, altri in quelle di petrolio o nella costruzione delle ferrovie, altri ancora andarono a Braddock, in Pennsylvania, o  a Pullman,  in Illinois, dove erano fiorite le industrie pesanti. Gli uomini si muovevano liberamente dalla campagna alla città, da un pozzo di petrolio alla costruzione di un grattacielo. Il costo della manodopera era basso, ve ne era in abbondanza, e anche il costo della vita era relativamente basso.

È evidente che anche il capitale si muovesse liberamente e con rapidità. Migliaia di persone vennero spronate ad acquistare azioni, perché il guadagno era sicuro e rapido.

Le banche lievitarono da 1.500 a 10.300 e crearono il credito. Gli Astor, che avevano fatto fortuna commerciando in pellicce, si lanciarono nell’acquisto di aree fabbricabili a New York City, investendo il surplus nelle ferrovie. I Bramini di Boston, quali H. S. Russell, Henry Lee Higginson (1834-1919) e Quincy Adams Shaw (1825-1908), investirono i loro soldi nelle miniere di rame del Michigan. La speculazione riposava sulla manodopera e sull’immediato reinvestimento dell’utile. Questi investimenti, infine, mutarono il mercante di successo in banchiere.

Jay Cooke (1821-1905), che iniziò come semplice magazziniere in una piccola città dell’Ohio, era banchiere a Philadelphia, nel 1860. Durante la Guerra Civile fu il primo a distribuire buoni del tesoro dell’Unione.

August Belmont (1813-1890), venne in America come agente dei Rothschild, mentre Abraham Kuhn (1838-1900) e Solomon Loeb (1828-1903)  trafficarono con la Germania e John Pierpont Morgan (1837 1913)  (1) con l’Inghilterra. Cornelius Vanderbilt (1794-1877) è e James Jerome Hill (1838-1916), che fecero i primi soldi con le ferrovie, compresero che i grandi nodi ferroviari portavano più soldi dell’allora piccola autostrada; così pure John Davison Rockefeller (1839-1937), con il petrolio, e Andrei Carnegie (1835-1919), con l’acciaio, compresero la grande necessità della integrazione delle imprese, dell’unità tra pozzo petrolifero, condutture sotterranee e raffinerie, e tra miniera, fornace e impianti di fabbricazione.

Jay Gould (1836-1892) era figlio di un povero contadino dello Stato di New York. Aveva ventiquattro anni quando andò a New York, nel 1860, l’anno dell’elezione di Lincoln a Presidente. Prese ad acquistare azioni delle ferrovie. Nel 1872, possedeva già 10 milioni di dollari. Alla fine del secolo la sua sostanza era triplicata.

Era l’epoca in cui il capitale, in cerca di altro capitale, dava inizio alle corporazioni mastodontiche che avrebbero personificato, per moltissimi anni a venire, il capitalismo americano. Questi uomini spiegavano il loro successo con parole tipo “ordine”, “efficienza”, “dovere”. Ma, in verità, erano soltanto assetati di potere. Presero a compiacere la propria vanità, fregiandosi  di titoli come barone, re, capitano di industria, corsaro.  

È da questo potere economico, lussuoso fino all’insulto, che nacque l’altra forza americana, l’organizzazione operaia, che si radicò nella pretesa populista e rese potente l’American Federation of Labor. L’economista Henry George (1839–1897) aveva scritto, in quegli anni, che la nascita della grande ricchezza aveva prodotto, per contrasto, una grandissima povertà, dilatando sempre più la distanza creatasi “tra coloro che avevano trovato sempre più difficile e duro vivere la vita”.

Nel 1893, Paul Bourget (1852–1935) visita l’America e, nel 1895, pubblica un libro di impressioni dal titolo Outre-Mer. Gli operai e gli immigrati europei, scrive, avevano “visi scavati dalla fame” e “spalle piegate dalla consunzione. Le ragazze di quindici anni sembravano vecchie di ottanta anni, che, in tutta la loro vita, non avessero mai mangiato un boccone di pane”.

 

E visitando la Bowery, il quartiere italiano:

 

“Ho trovato una stanza per dormire a pianterreno, minuscola come la cabina di un battello, nella quale otto persone, uomini e donne, erano curve sul loro lavoro, in un’atmosfera fetida che una stufa di ferro rendeva ancora più soffocante, e in quale condizione di sporcizia!”

 

Nei due mesi del suo viaggio americano Giuseppe Giacosa (1847–1906) ha l’opportunità di visitare luoghi e conoscere costumi che non mancherà di descrivere, dapprima, in articoli e, poi, nel volume  Impressioni d’America (1898). Percorrendo i quartieri poveri di Chicago annota:

 

“Centinaia di operai si muovono in questi quartieri, ognuno di essi inchiodato a un lavoro preciso e sottoposto a un penoso e ininterrotto lavoro. Questi sfortunati non hanno né la forza né il corpo di esseri umani. Le loro figure sono contratte da un disgusto supremo e irritate da un’intossicazione del sangue.”

 

E ancora:

 

“È impossibile descrivere il fango, il sudicio e lo sporco, la grande umidità, la nausea, il disordine di quelle strade abitate da italiani. La gente vive sulle strade da un negozio all’altro, mentre l’interno delle loro case è peggiore della strada fuori.”

 

E Robert Hunter (1874-1942), anche lui dipingendo i quartieri di Chicago, scrive:

 

“Una mattina fui svegliato da un monotono tramestio di stivali chiodati sulle tavole dei marciapiedi: sfilava sotto la mia finestra la processione dei lavoratori diretti alla fabbrica. Uomini accigliati e curvi, donne stanche e ansiose, bambine spettinate e vestite troppo leggermente, ragazzi gracili e senza gioia: tutti passavano senza pronunciare una parola, mezzi addormentati, camminando frettolosamente verso la grande fabbrica. Centinaia di altri, evidentemente ancora più affamati e miserabili erano in attesa davanti a un cancello chiuso, finché sulla soglia apparve un uomo dalla barba rossa e ne scelse ventitre tra quelli che apparivano più robusti e sani.”

 

Karl Marx (1818–1883) non si era ancora fatto vivo in America all’epoca in cui la signora Belmont si preoccupava della sua ferrovia in miniatura e i minatori morivano nelle fornaci della Pennsylvania, come appunto aveva visto, tra il 1903 e il 1906, l’ecclesiastico ungherese Péter Vay de Vaya (1863-1948), il quale descrisse le sue osservazioni nel libro, Nach Amerika in einem auswandererschiffe. Das innere leben der Vereinigten Staaten (1908). Esisteva, invece, una specie di qualunquismo amaro che, in forma caramellosa e falsamente savia, veniva propagandato da romanzieri popolari del tipo Horatio Alger (1832-1899).

Alger è un altro mito dell’America e uno dei maggiori responsabili della creazione del mito capitalistico americano. I suoi eroi sono tutti poveri all’inizio, ma tutti arrivano alla grande ricchezza.

Quali virtù speciali avevano questi poveri per arrivare a diventare dei Carnegie o dei Rockefeller?

È lo stesso Alger a rivelarlo:

 

“Occorre obbedienza, disciplina, fede, coraggio, bontà, morigeratezza.”

 

È evidente che anche il grande John Davison Rockefeller (1839-1937) lesse il romanzo Andy Grant’s Pluck, perché anche lui, come l’eroe di Alger, da povero diventò ricco, tanto che quando gli chiesero come avesse fatto a diventare così spropositatamente ricco rispose, proprio con una frase di Alger:

 

“Risparmiando il centesimo.”

 

Il Capitale non aveva ancora fatto la sua apparizione in America per contrastare il capitalismo con un nuovo sistema sociale, tuttavia, scrive James Lane Allen (1849-1925), quando Edwin Markham (1852-1940) pubblicò, nel 1899, la sua lirica The Man with the Hoe (L’Uomo con la Zappa), anche coloro che avevano avuto rari e superficiali contatti con il mondo della miseria, intuirono vagamente che il poeta aveva scritto qualcosa di veramente rivelatorio e rivoluzionario.

 

 “In quei versi”,

 

scrive Allen,

 

“scritti da Markham, sotto l’impressione del famoso quadro dello zappatore attribuito a Jean-François Millet (1814-1875), vedevano rappresentati i malanni che l’industrializzazione e l’industrialismo recavano all’uomo comune e che, un giorno, forse, avrebbero recato a loro stessi se non si fosse riusciti ad arrestare e a deviare le forze che opravano nella società.”

 

The man with the Hoe

 

Bowed by the weight of centuries he leans

Upon his hoe and gazes on the ground,

The emptiness of ages in his face,

And on his back the burden of the world.

Who made him dead to rapture and despair,

A thing that grieves not and that never hopes.

Stolid and stunned, a brother to the ox?

Who loosened and let down this brutal jaw?

Whose was the hand that slanted back this brow?

Whose breath blew out the light within this brain?

Is this the Thing the Lord God made and gave

To have dominion over sea and land;

To trace the stars and search the heavens for power;

To feel the passion of Eternity?

Is this the Dream He dreamed who shaped the suns

And marked their ways upon the ancient deep?

Down all the stretch of Hell to its last gulf

There is no shape more terrible than this —

More tongued with censure of the world's blind greed —

More filled with signs and portents for the soul —

More fraught with menace to the universe.

What gulfs between him and the seraphim!

Slave of the wheel of labor, what to him

Are Plato and the swing of Pleiades?

What the long reaches of the peaks of song,

The rift of dawn, the reddening of the rose?

Through this dread shape the suffering ages look;

Time's tragedy is in the aching stoop;

Through this dread shape humanity betrayed,

Plundered, profaned, and disinherited,

Cries protest to the Powers that made the world.

A protest that is also a prophecy.

O masters, lords and rulers in all lands,

Is this the handiwork you give to God,

This monstrous thing distorted and soul-quenched?

How will you ever straighten up this shape;

Touch it again with immortality;

Give back the upward looking and the light;

Rebuild in it the music and the dream,

Make right the immemorial infamies,

Perfidious wrongs, immedicable woes?

O masters, lords and rulers in all lands

How will the Future reckon with this Man?

How answer his brute question in that hour

When whirlwinds of rebellion shake all shores?

How will it be with kingdoms and with kings —

With those who shaped him to the thing he is —

When this dumb Terror shall rise to judge the world.

After the silence of the centuries?

 

Markham vedeva nello zappatore un uomo con:

 

Il vuoto dei secoli sul volto

E sulle spalle il fardello del mondo.

 

E si domandava:

 

Chi ha colpito e abbattuto questa mascella bestiale?

 

Quindi, commentava:

 

Non vi è forza più terribile di questa,

Più carica di accuse per la cieca cupidigia dell’uomo,

Più calma di segni e di portenti per l’anima,

Più greve di pericoli per l’universo intero.

 

E, infine, concludeva:

 

O padroni, signori o reggitori di tutti i paesi,

Che cosa farà di quest’uomo il futuro?

Come risponderà alla sua bruta domanda dell’ora

Quando i vortici della rivolta scuotono tutte le cose?

Che sarà allora dei re e dei reami

Di coloro che l’hanno foggiato come ora egli è

Quando questo muto Terrore si leverà a giudicare il mondo,

Dopo il silenzio dei secoli?

 

I versi di Edwin Markham, scritti esattamente centoventi anni fa, sostituirono, in un certo senso le teorie di Karl Marx negli Stati Uniti, ovviamente alla maniera americana.

I “vortici della rivolta” si sollevarono, ma non abolirono la costituzione né il capitale, e il “muto Terrore” fece valere i suoi diritti e la sua rabbia e si organizzò. Il capitalismo della fine e dell’inizio del secolo non fu, ovviamente, rovesciato –  ma ridimensionato, sì.

Peter A. Demens (Pyotr Alexeyevitch Dementyev 1850-1919) (3), ufficiale della guardia imperiale russa, emigrato, nel maggio del 1881, negli Stati Uniti all’età di trentuno anni, nel suo libro Sketches of the North American United States, pubblicato nel 1895 con lo pseudonimo di Tverskoy, riferisce che le unioni sindacali erano già in rigoglio verso la metà del 1800 e, nel 1866, in un congresso nazionale delle organizzazioni, a Baltimora, cercarono di unirsi per stabilire una maggiore forza di fronte ai datori di lavoro. Nel 1869, si costituì la società sindacale dei Knights of Labor e, nel 1866, l’American Federation of Labor, che sarebbe divenuta assai potente.

Nel suo The Americans: a New History of the People of the United Sates, Oscar Handlin (1915) riferisce che le organizzazioni sindacali dei lavoratori, da mezzo milione che erano nel 1929, salirono a circa 9 milioni, nel decennio successivo.

Le unioni sorsero in America per il gran bisogno che esisteva all’epoca, e tuttora esiste, di una giustizia sociale. Ma più tardi molti crimini, molta violenza, vennero commessi proprio in seno alle unioni.

 

 

 

 

Note:

 

(1)    Nelll’estate del 1904, esplodeva il caso Ascoli Cope: l’inestimabile piviale di papa Niccolò IV, donato dallo stesso papa alla sua città, nel 1288, era stato trafugato dal tesoro della Cattedrale di Ascoli ed era finito nella collezione del banchiere americano John Pierpont Morgan, che dichiarò di aver acquistato regolarmente il piviale, a Parigi per 325.000 franchi. John Pierpont Morgan si atteggiò a vittima inconsapevole, ma, di fronte al montare del caso, saggiamente capitolò: nel novembre del 1904, l’ambasciatore italiano a Londra prendeva in consegna il piviale che, nel maggio del 1905, arrivava a Roma.

(2)   Giacosa morì nel 1906. Il suo libro di memorie americane venne pubblicato postumo, nel 1908, con il titolo di Impressioni d’America.

(3)   S. Petersburg fu fondata da John C. Williams di Detroit (Michigan), che aveva acquistato il terreno, nel 1876, e da Peter Demens che era stato essenziale per il completamento della ferrovia, nel 1888. La città fu incorporata, il 29 febbraio 1892, quando aveva una popolazione di sole 300 anime. Il suo nome deriva chiaramente da San Pietroburgo, dove Peter Demens aveva trascorso gran parte della sua gioventù. Una leggenda locale vuole che i due co-fondatori abbiano lanciato una monetina per stabilire a chi dei due spettasse l'assegnazione del nome alla città. Vinse Demens che la chiamò come la sua città natale, mentre Williams fece atrettanto con il primo albergo della città, il Detroit Hotel.

 

 

 

Daniela Zini
Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore settembre 07, 2009 12:04 | Permalink | commenti
categoria:america, europa, immigrazione, daniela zini
giovedì, 03 settembre 2009

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.

Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali...

...Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.”

 

da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

http://it.peacereporter.net/articolo/16514/Quando+i+clandestini

 

 

 

La figura del clandestino si profila a cavallo tra il XIX e il XX secolo come scarto di un mondo che il nazionalismo sta per portare alla guerra.

E oggi?


I numerosi appellativi dati alla terra americana dagli immigrati venuti da tutte le parti del mondo e, in particolare, dall’Europa, nel XIX secolo e all’inizio del XX, illustrano perfettamente il riflesso onirico suscitato nell’immaginario popolare da questa nazione fuori del comune.

L’America era the Golden Medina (the Golden Country) per Golda Meir, giovane immigrata ebrea venuta dalla Russia, nel 1906. Per molti dei nuovi venuti, arrivati au tournant du siècle, era the land of promise, la terra portatrice di tutte le promesse: il giornalista Louis Adamic (1899-1951), originario della Slovenia, la chiamava così in un articolo del 1931, nel quale, nonostante la sua riuscita personale, sottolineava le faglie del sogno americano.

Dopo l’invasione di quasi 18 milioni di nuovi immigrati, tra il 1880 e il 1910, gli americani de souche erano, certo, in diritto di pensare che il loro paese stesse cambiando, ma un’interpretazione semplicistica saprebbe soddisfare oggi lo storico?

La tesi che presenta come una grande riuscita la vecchia immigrazione (prima del 1880) e come una lebbra quella dei nuovi immigrati riflette dei pregiudizi razzisti e ha, d’altronde, perduto, oggi, ogni valore scientifico. In realtà, l’America è sempre stata un banco di prova per quelli che sono approdati sulle sue rive, con le tasche vuote e senza una formazione professionale. Ma conviene ricordare che l’epoca che ci interessa fu segnata da cambiamenti profondi nell’organizzazione economica e tecnologica del paese, che si tratti di campi tanto diversi quali l’industria, la stampa o il cinema. Possibilità tecnologiche nuove offrivano ai più dotati dei nuovi immigrati possibilità di riuscita nuove. Ma la maggioranza dei nuovi venuti, in ragione delle crisi, delle recessioni e delle modificazioni costanti del contesto economico, dovettero la loro sopravvivenza a una lotta aspra e a un lavoro intenso. Certi scelsero, perfino, di tornare, infine, al paese natale.

Tuttavia, dal 1886, con l’inaugurazione della Statua della Libertà (1), posta strategicamente sulla rocciosa Liberty Island (un tempo Bedloe's Island), all’entrata del porto di New York, la nazione americana appariva il simbolo stesso del paese di accoglienza, la “porta d’oro”.

 

Not like the brazen giant of Greek fame

With conquering limbs astride from land to land;

Here at our sea-washed, sunset gates shall stand

A mighty woman with a torch, whose flame

Is the imprisoned lightning, and her name

Mother of Exiles.  From her beacon-hand

Glows world-wide welcome; her mild eyes command

The air-bridged harbor that twin cities frame,

"Keep, ancient lands, your storied pomp!" cries she

With silent lips.  "Give me your tired, your poor,

Your huddled masses yearning to breathe free,

The wretched refuse of your teeming shore,

Send these, the homeless, tempest-tossed to me,

I lift my lamp beside the golden door!"

 

recitano i versi del sonetto The New Colossus di Emma Lazarus (2), scolpiti, nel 1903, su una placca di bronzo, montata sul muro interno del piedistallo della statua, che esaltano il potere quasi magico di cui l’America sembrava misteriosamente ammantata: liberare le masse oppresse venute da tutti i paesi del mondo.

Le restrizioni all’immigrazione, coronate con il Literacy Test Bill (3) del 1917 e la legge sulle quote del 1924 avrebbero, tuttavia, considerevolmente indurito i tratti di quella che Emma Lazarus designava nel suo poema con il tenero nome di Madre degli Esuli.

In questo articolo esamineremo l’endroit e l’envers del sogno americano.

Va detto che i diversi paesi europei che hanno visto, tra il 1980 e il 1910, partire i più validi dei loro verso il Nuovo Continente, attraversavano mutamenti e, talvolta, come la Grecia, crisi gravi. Che si trattasse dei 20 milioni di servi liberati dallo zar Alessandro II, nel 1858 – trascinati in un movimento migratorio europeo, poi, transatlantico – o delle varie etnie che componevano l’impero austro-ungarico, i candidati alla partenza erano il più sovente sprofondati nell’indigenza e la sola prospettiva di un cambiamento radicale nel loro modo di vita poteva lanciarli in una simile avventura.

L’Austria-Ungheria, la Russia, la Penisola Balcanica, l’Italia sarebbero divenute dei pourvoyeurs di questa manodopera a buon mercato e, in genere, docile di cui l’America aveva tanto bisogno. Nondimeno, The Diary of a Shirtwaist Striker di Theresa Malkiel mostra che i nuovi immigrati – comprese le donne – partecipassero alle lotte sindacali, nonostante le grandi federazioni sindacali non sempre tendessero loro una mano soccorritrice. Una strana alleanza nativista avvicinò, infatti, i Boston Brahmins, come il senatore Henry Cabot Lodge e il presidente dell’American Federation of Labor, Samuel Gompers. L’America, au tournant du siècle, conobbe aspre lotte operaie e tutti i nuovi immigrati non furono dei jaunes (3) anche se questa piège de trahison de classe fu loro regolarmente tesa. Il timore di un’ondata anarchica che si abbattesse sulle rive dell’America, che doveva trovare il suo punto culminante con il caso Sacco e Vanzetti, negli anni 1920, aveva per catalizzatore, oltre a una incalzante xenofobia, una situazione di crisi economica ricorrente, le cui prime manifestazioni gravi datavano dall’inizio di quel decennio.

Il rapporto di forze tra quello che i sociologi dell’immigrazione chiamano il potere di attrazione (PULL) del paese di accoglienza e di propulsione (PUSH) del paese di origine è un altro fenomeno che metteremo in luce. Partire è essenzialmente una démarche psicologica, anche se associata a considerazioni economiche, politiche o sociologiche. Donde la complessità del problema dei ritorni, spesso occultato in numerosi scritti che trattano dell’immigrazione per il periodo in questione. Ciò che è chiaro è che il movimento migratorio non fu a senso unico. Naturalmente il numero dei ritorni è difficile da contabilizzare con certezza ma si tratta, in ogni caso, di cifre considerevoli. Inoltre i ritorni sono, talvolta, legati alla riuscita e si iscrivono allora in un progetto di ritorno al paese, una volta fatta fortuna. Ma vi sono i ritorni dovuti al fallimento, e il loro numero è lungi dall’essere trascurabile.

Ogni ondata migratoria si è inserita laddove un determinato gruppo etnico aveva già stabilito una testa di ponte. L’immigrazione dell’epoca è andata essenzialmente verso le città industriali, New York, Chicago, Pittsburgh, Detroit, dove si erano costituiti importanti agglomerati etnici, che avevano accelerato considerevolmente la crescita demografica di quei centri urbani. New York, a esempio, che nel 1897, contava il 76% di stranieri, costituisce l’esempio tipico ripreso da romanzieri, cineasti e giornalisti che hanno focalizzato la loro attenzione su questo problema. Il X distretto di Manhattan, dove si accalcavano, nel 1910, più di mezzo milione di abitanti offre un modello – o piuttosto un anti-modello di urbanizzazione. Si immagina agevolmente, grazie alle foto di Jacob Riis (1849-1914), quali potessero essere la miseria e lo sfruttamento  dei nuovi immigrati nel quartiere ebraico di Hester Street o nei quartieri vicini dove italiani, slavi, austro-ungarici e altri europei usciti dall’est o dal sud dell’Europa erano rinchiusi, come mandrie, nelle peggiori condizioni di igiene. E, tuttavia, queste colonie di popolamento si organizzarono e si inserirono, per la maggior parte, in uno schema generale di integrazione e di americanizzazione che, dopo la prima generazione, iniziò a dare all’America i contorni e l’allure di una terra promessa. Numerose sono le autobiografie di immigrati che sono dei success stories.

A Henry James che provò, nel 1907, il sentimento di essere spossessato della sua America, alla vista di quei visi bruciati dal sole e di quelle barbe irsute, che scopriva dopo un lungo e volontario esilio in Inghilterra, come a molti altri americani, questi immigrati non andavano proprio giù. Erano numerosi e troppo vistosi. La sua aristocratica insofferenza coinvolgeva tutti i derelitti che l’Europa, in quegli anni, continuava implacabilmente a vomitare sulle spiagge del Nuovo Mondo. Ma i germi di un nuovo pluralismo erano nondimeno seminati, poiché i nuovi immigrati, infine, salutati da John Fitzgerald Kennedy nel suo libro, A nation of immigrants (1964), e dal suo successore, Lyndon Johnson, che, nel 1965, cancellò con un tratto di penna il segno di infamia legato al concetto di national origins, sono, allo stesso titolo dei loro predecessori e, forse, con più merito, i fondatori dell’America.

 

 

 

 

Note:

(1)    Questa figura iconica dalla serenità classica un po’ lourde, simbolo saggio e, anche, austero di una certa idea del progresso. è opera dello scultore francese Frédéric-Auguste Bartholdi (conosciuto anche con lo pseudonimo Amilcar Hasenfratz), mentre la struttura metallica è opera di Gustave Eiffel, il creatore dell’omonima torre di Parigi. La statua raffigura una donna che porta una lunga toga e una corona – le cui sette punte rappresentano i sette mari e i sette continenti – e sorregge, fieramente, in una mano una fiaccola (simbolo del fuoco eterno della libertà), mentre nell'altra stringe un libro recante la data del 4 luglio 1776 (giorno dell’Indipendenza americana). Ai piedi vi sono delle catene spezzate, simbolo della liberazione dal potere del sovrano dispotico. La statua venne donata dalla Francia agli americani per il festeggiamento del centenario dell'Indipendenza dall'Impero britannico (1776), ma a causa del protrarsi dei lavori fu completata solo nel 1884 e inaugurata il 28 ottobre 1886, dieci anni dopo la ricorrenza.

(2)   Nel 1883, Emma Lazarus (1849-1887), discepola di Ralph Waldo Emerson, ammiratrice di Heine e amica del disegnatore e socialista inglese William Morris, entrava nell’eternità della letteratura per una singolare porta. Nel sonetto intitolato The New Colossus, la poetessa ebreo-nordamericana esaltava la generosità senza limiti con la quale la giovane repubblica apriva le proprie braccia ai migranti del mondo.

(3)   Per controllare i milioni di immigrati in cerca di una vita migliore il governo degli Stati Uniti promulgò infinite leggi, che, colpirono, soprattutto, l’emigrazione più debole, in altre parole quella poco specializzata dell’Europa meridionale, tra il 1880 e il 1920. La lista delle leggi restrittive sull’immigrazione è considerevole.

Nel 1875, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò l’immigrazione di competenza federale e non statale.

Nel 1885, la legislazione limitò il lavoro a contratto. Questa procedura che rifletteva la preoccupazione storica dei sindacati di mestiere, fu uno degli incubi dei nostri immigrati al momento dell’arrivo in America.

Nel 1896, Henry Cabot Lodge propose una legge che richiedeva agli immigrati di leggere almeno quaranta parole, ma ebbe il veto del presidente Grover Cleveland.

Il 6 agosto 1901, il presidente McKinley veniva assassinato dall’anarchico polacco Leon Czogolsz; la risposta fu l’Anarchist Act del 1903, che stabiliva l’espulsione, mentre la Corte Suprema decretava l’inapplicabilità agli stranieri del Primo Emendamento.

Dal 1907 la Commissione Dillingham studiò la distribuzione dell’emigrazione americana e, per la prima volta, si ebbe un quadro generale. Tuttavia, il presidente Taft impedì una legge con l’obbligo del test di alfabetizzazione e la medesima cosa fece il presidente Wilson, nel 1915, ma nonostante il suo veto, il famigerato Literacy Test Bill passò, nel 1917. Il testo della legge aumentò la tassa d’ingresso, portandola a 8 dollari, ed escluse una serie di persone con le più svariate deficienze fisiche ma anche i poligami e “ gli anarchici o le persone che credevano o pensavano di abbattere con la forza e la violenza il governo degli Stati Uniti d’America”. L’effetto più controverso della legge riguardava la proposta di “ escludere tutti gli stranieri al di sopra dei 16 anni, fisicamente in grado di leggere, che non fossero capaci di leggere in inglese, o in qualche altra lingua o dialetto, tra cui l’ebraico e lo yiddish”.

Dopo il 1917 il test linguistico consisteva nella lettura di un passaggio della Bibbia che gli emigranti dovevano leggere a voce alta. La bocciatura poteva condurre alla deportazione.

Nel 1919, iniziarono i Palmer raids contro i rossi e le deportazioni verso la Russia e anche verso l’Italia.

Ma è nel 1921 che gli Stati Uniti danno un colpo all'acceleratore approvando, con un Quota Act, l'ingresso sul proprio territorio solo di una quota pari al 3% dei connazionali residenti in America al censimento del 1910. Il governo americano era piuttosto preoccupato: il saldo netto degli arrivi, alla fine del 1920, aveva, infatti, toccato una media di 52.000 immigrati al mese e, nel febbraio del 1921, la confusione nel porto di New York era stata tale da indurre le autorità a dirottare su Boston le navi cariche di emigranti.

Nel 1924, un nuovo Quota Act, la Johnson-Reed Law, riduceva la quota di ingresso al 2% dei connazionali residenti negli Stati Uniti al censimento del 1890, comportando una fortissima penalizzazione per i paesi, come l'Italia, di giovane emigrazione. In definitiva, la quota annuale per l'Italia veniva ridotta a 3.845 unità.

L'emigrazione italiana fu costretta a dirigersi verso altri paesi: la Francia e le altre nazioni europee, la Repubblica Argentina, il Brasile e gli altri Stati dell'America Latina, l'Australia e l'Africa.

Nel 1929, intervenne l'ennesimo provvedimento legislativo restrittivo americano che riduceva a 153.000 il tetto massimo di immigrazione annua complessiva (5.802 per l'Italia), adottando come base il censimento del 1920.

(4)   Operai non scioperanti

 

 

  

 

 

CRONOLOGIA DELL’IMMIGRAZIONE

 

ANNI                  NUMERO DEGLI IMMIGRATI     PERCENTUALE

1881-1885                     2.975.683                                       13,40%

1886-1890                    2.270.930                                        10,25%

1891-1895                     2.123.879                                        9,56%

1896-1900                     1.563.685                                       7,04%

1901-1905                     3.833.076                                       17,27%

1906-1910                     4.962.310                                       22,36%

1911-1915                     4.459.831                                        20,09%

 

 

ORIGINE GEOGRAFICA DEGLI IMMIGRATI

(1881-1915)

 

ORIGINE             NUMERO DEGLI IMMIGRATI    PERCENTUALE

Gran Bretagna              1.871.652                                       8,43%

Irlanda                        1.503.803                                       6,77%

Scandinavia                  1.682.710                                       7,58%

Europa N.O.                  611.973                                          2,75%

Germania                      2.439.331                                       10,99%

Europa Centrale            4.129.951                                       18,61%

Russia ed Europa E.      3.483.603                                       15,69%

Italia                           3.954.066                                       17,81%

 

 

RIPARTIZIONE PER SESSO

NUMERO E PROPORZIONI DI UOMINI

 

ANNI                 NUMERO DEGLI IMMIGRATI        PERCENTUALE

1881-1885                    1.808.297                                            60,77%

1886-1890                    1.397.614                                            61,54%

1891-1895                    1.397.614                                             61,89%

1896-1900                    982.773                                              62,82%

1901-1905                    2.714.584                                             70,80%

1906-1910                    3.457.358                                            68,66%

1911-1915                     2.893.900                                            64,88%

 

 

Daniela Zini
Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES


I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
 

postato da: Firouzeh alle ore settembre 03, 2009 22:14 | Permalink | commenti
categoria:america, europa, immigrazione, daniela zini
domenica, 31 agosto 2008

Passaggio obbligato nel cuore dell’Asia, la terra che fu contesa dai grandi conquistatori del passato svolge oggi il ruolo delicato di Stato-cuscinetto tra l’Oriente e l’Occidente. Gli afgani attuali e il loro re si proclamano la nazione più neutrale del mondo, dopo aver fondato la propria indipendenza con millenni di guerre e di sangue.

 

Posto tra Cina e Iran, tra Russia e subcontinente indiano, l’Afghanistan assomma due peculiarità: è un passaggio nel cuore dell’Asia, così obbligato che tutti i grandi condottieri e viaggiatori dovettero transitarvi, da Alessandro Magno a Marco Polo; ed è pochissimo noto nel mondo occidentale.

Il fondamento dell’Afghanistan riguarda, anche direttamente, L’Europa. Ci riguarda, in primo luogo, il tessuto etnico. La grande maggioranza degli afgani si proclama indoeuropea. Certo, hanno subito numerose commistioni: basti dire l’ondata araba, che tra l’altro, determina l’avvento di quella grafia. Ma le due lingue afgane, il dari e il pashtu, sono lingue indoeuropee. Dipende dalle migrazioni di alcune migliaia di anni fa, quando, diffondendosi verso il meridione delle steppe dell’attuale Russia, gli ariani dovettero necessariamente invadere l’Afghanistan. La città di Balkh, nel nord del paese, è considerata una delle culle della loro razza.

All’inizio dei tempi storici, l’Afghanistan faceva parte dell’Impero persiano; vi penetrò, nel IV secolo a.C. Alessandro. Subito, la scia del condottiero venne seguita da mercanti, tecnici, artisti occidentali; più tardi i regni ellenistici conglobarono anche l’Afghanistan; la Battriana, imperniata su Balkh, sopravvisse a lungo come territorio pressoché greco.

Ma vi è di più. Buddha nasce nel VI secolo a.C. e la sua religione si diffonde anche in parte nell’Afghanistan, senza, tuttavia, che la sua immagine venga mai raffigurata; poi, arrivano, memori dei loro dei, gli artisti greci, ed ecco Buddha effigiato in statue e dipinti; al dio nepalese gli artisti occidentali danno, sia pure con gli occhi a mandorla, il volto di Apollo. 

D’istinto noi europei, permeati di umanesimo, badiamo più alle tracce del mondo classico che ad altri fattori. Ma, intanto, la storia dell’Afghanistan corre. Nasce un grande impero locale, detto Kushana, che, guidato dal sovrano Kanishka, più o meno ai tempi di Nerone si batte contro i cinesi. Arrivano, dal ricostituito impero persiano, i Sassanidi; piombano da nord feroci genti, cugine degli unni; dilagano, nel VII secolo, gli arabi, che con la religione musulmana diffondono nuove norme e forme di vita. Quantunque gli arabi come tali lascino, poi, il paese o vi si fondano, queste norme e forme, basate sull’Islam, danno all’Afghanistan il costume generale che esso conserva tuttora.   

Oggi, gran parte dell’Afghanistan è steppa o deserto; non così settecento anni fa. A quei tempi, mentre da noi nasceva Dante, dalla Mongolia irrompe l’onda di Gengis Khan. E spazza tutto, da un capo all’altro del paese. Gengis Khan distruggeva sia per spirito primordiale di aggressività o per necessità, sia perché la sua gente in gran parte di origine nomade, basava la conquista sull’impiego dei cavalli, quindi, sull’esistenza non delle città ma dei grandi spazi liberi. La distruzione radicale investì anche le opere di irrigazione. Quando Gengis Khan si ritirò, l’Afghanistan decadde presto a steppa, a deserto.

Noi stiamo parlando globalmente di Afghanistan, per un motivo di assunto. Ma, fin quasi ai tempi della rivoluzione francese, l’Afghanistan come tale non esisteva. Vi è, invece, un complesso di regioni, dinastie e domini. La dinastia afgana di Ghazna giunge a insediarsi sui troni della non lontana India. Sei secoli fa entra da dominatore, nella storia afgana, Tamerlano. Durante il nostro Rinascimento, il grande impero moghol dell’India ha come fondatore un afgano, Babur (il quale, morto in India, venne sepolto presso Kabul, dove il suo monumento funebre è stato mirabilmente restaurato da una missione italiana). Durante il periodo del rococò europeo, condottieri afgani cercano di espandersi, dalla città di Kandahar, verso la Persia. L’ultimo grande conquistatore asiatico, Mohammad Nader Shah, che mira, invece, come alcuni dei suoi predecessori, all’India, è, a sua volta, afgano.

L’unità che si va delineando possiede una formidabile posizione strategica e anche commerciale. Ma è, come un tempo, un’arma a doppio taglio. Perché, se il periodo delle grandi invasioni si va allontanando, avanza, invece quello del colonialismo. Espandersi verso l’India? E come, se i nemici da battere sarebbero non più i popoli locali, ma, ormai, i britannici? Anzi, l’incontro con gli inglesi fa perdere agli afgani un’ampia regione, oggi appartenente al Pakistan; è un particolare su cui tornerò più avanti.

Analogamente, l’avvento della Russia in Asia costa agli afgani la perdita di Samarkanda, Bukhara e altre città, ossia di tutte le terre a nord del fiume Amu Daria (il celebre Oxus dei tempi classici).

Da parte afgana, tra l’influenza russa e quella britannica si preferirebbe quest’ultima, perché più duttile, meno autoritaria. Ma si pretenderebbe un’illimitata autonomia interna. Inoltre il compromesso viene ostacolato dall’esistenza di indomabili tribù afgane nella zona del famoso passo del Khyber e oltre, ossia di là dalla frontiera con l’India.

Per ben due volte, i contrasti sfociarono non già nell’accordo, ma nella guerra. Furono campagne crudeli, sanguinosissime. I monumenti di alcune città afgane si ornano tuttora dei cannoni conquistati al nemico. Nelle botteghe di Kabul e di Kandahar non è difficile trovare vecchie pistole britanniche, con inciso il nome dell’ufficiale che le portava e che, con ogni probabilità, nel corso della campagna vi lasciò la pelle.

A equilibrio faticosamente raggiunto, l’Afghanistan svolge le sue previste funzioni di cuscinetto. E assume progressivamente le caratteristiche, sia pure embrionali, di Stato. Ma uno Stato sui generis. Risente, infatti, di una nascita tormentata, favorita da forze esterne, inquinata dall’eterogeneità etnica. Inoltre il nuovo Stato ha confini naturali insufficienti; peggio, un’alta catena montuosa lo attraversa in senso longitudinale, determinando una frattura tra nord e sud. Difficile, quindi, raggiungere la meta di una vera unità.

Gli afgani conquistarono l’indipendenza totale solo nel 1919, anno in cui ebbe luogo la terza guerra contro i britannici. In verità, si trattò piuttosto di una serie di scontri, provocati dal sovrano Amanullah con un preciso scopo. Ammanullah era un capo intelligente e ardito e aveva scelto il momento giusto. Non vinse la guerricciola, ma ottenne facilmente un armistizio e, poi, un trattato di pace, con il quale gli inglesi gli riconoscevano piena libertà anche in politica estera. Era l’8 agosto 1919.  Da allora, l’Afghanistan non ha mai visto minacciata la sua sovranità.

Amanullah, come Kemal Ataturk in Turchia, seppe vedere chiaro. Comprese, a esempio, che per rendere l’Afghanistan efficiente bisognava mutare rotta, che occorreva dimenticare certi tradizionali sospetti, favorendo l’afflusso degli stranieri; che la condizione della donna, sino allora tenuta in qualità di sottospecie umana, andava liberalizzata. Amanullah era forte. Ma, quando pretese di imporre l’abolizione del velo femminile e fece comparire in pubblico la regina e le donne di corte a viso scoperto, suscitò la violenta reazione dei mollah. Forse, nonostante tutto l’avrebbe superata; ma fece, in tutt’altra direzione, un passo falso. In altri termini, volle manovrare anche con l’Unione Sovietica. E, questo, gli inglesi non potevano tollerarlo. Così, scaturita all’interno e favorita all’esterno, divampò la rivolta. Nel 1929, Amanullah perse definitivamente la partita. Aveva avuto un solo torto: quello di aver guardato troppo lontano, di avere precorso i tempi.

Dapprima, caduto Amanullah, sul trono afgano si insediò un ex-capo di briganti; poco più tardi, costui veniva impiccato. Alla fine dello stesso anno, cingeva la corona un ex-ministro della guerra, Mohammad Nader Khan.

Quattro anni dopo, re Nader cade sotto i colpi di un attentatore. Da allora, ossia dal 1933, è sovrano il figlio di Nader, Mohammad Zaher; ha solo cinquantotto anni, benché la durata del suo regno superi di molto quella di ogni altro monarca contemporaneo. ufficialmente, la monarchia afgana ha carattere costituzionale. Lo Stato si articola nei due rami del Parlamento. L’unica donna-deputato è comunista.

L’Afghanistan non ha alcuno sbocco al mare. La popolazione si aggira tra i 12 e i 15 milioni. Di certi villaggi, l’esistenza è stata accertata solo attraverso l’aerofotogramma. Molta parte delle donne vive tuttora segregata, quindi, non può essere censita. Non esiste ancora un vero stato civile. Il servizio militare viene imposto bloccando i singoli abitati, e rastrellando i giovani. La quasi totalità della popolazione è musulmana, in gran parte di confessione sunnita. Nell’ambito dell’’Islam, gli afgani sono considerati tra i più intransigenti.

Dicevo, prima, dell’eterogeneità etnica. Esistono, infatti, non meno di tre grandi etnie afgane. Quella dei pashtuni – patani o patanki - è diffusa tra Kabul, quasi tutto il confine pakistano e una larga fascia dello stesso Pakistan occidentale. I pashtuni si ritengono gli afgani numero uno. Al loro gruppo etnico appartiene la famiglia reale. Favorita da questa circostanza, la lingua pashtu sta avanzando a grandi passi, tanto da essere stata dichiarata idioma nazionale. Tuttavia il tema dei pashtuni ha anche aspetti dolorosi, perché il confine coloniale, imposto dagli inglesi e confermato, poi, ai tempi nostri, amputando i margini orientali dell’Afghanistan spezzò in due il loro popolo. Nei riguardi dei pashtuni di oltre frontiera l’Afghanistan ha assunto un atteggiamento irredentistico. Sulle carte afgane le regioni occidentali del Pakistan vengono definite “Pashtunistan”. Quindi, i rapporti tra Kabul e Rawalpindi non sono cordiali. Migliorarono, per motivi di solidarietà islamica, durante la guerra tra Pakistan e India, nel 1965; ma gli afgani non dimenticano i tempi in cui i domini dei pashtuni raggiungevano la valle, oggi pakistana, dell’Indo.

La seconda grande etnia afgana, quella dei tagiki, vive soprattutto tra Kabul e i confini settentrionali e occidentali, oltre cui il medesimo gruppo etnico si estende, poi, in Iran e nella repubblica sovietica del Tagikistan. I tagiki si considerano ariani più puri dei pashtuni; la loro lingua ha un alto valore sia letterario sia pratico; in un passato anche recente, i tagiki d’Afghanistan ebbero un peso specifico molto superiore a quello attuale. Verso i tagiki di casa propria – musulmani anch’essi –, l’URSS si è comportata con molta abilità. Mirava, con la sua politica, a ingraziarsi i tagiki afgani.

Pashtuni e tagiki formano quasi i nove decimi della popolazione; terzo e ultimo, il gruppo degli hazarà comprende tra mezzo milione e un milione di anime. Gli hazarà sono certamente afgani sotto l’aspetto politico e, tra l’altro parlano persiano; invece, sotto il profilo etnico, hanno tutt’altra origine. Hazar vuol dire, in persiano “mille”; di mille uomini si componevano le guarnigioni mongole, insediate in Afghanistan da Gengis Khan; gli hazarà hanno stigmate nettamente mongole, dunque, discenderebbero dalla orde di Gengis Khan.

Gli hazarà abitano soprattutto nelle zone centro-settentrionali del paese, specie in montagna; sono poveri e accaniti lavoratori; si dedicano volentieri ai piccoli commerci, con pazienza, con tenacia; sono largamente impiegati nelle forze armate, sia per la loro solidità fisica, si perché la loro povertà esclude certi intrallazzi con cui ottenere l’esonero. Tra gli afgani, in generale, sembrano i meno progrediti; per questo motivo, vi è chi li considera cittadini di second’ordine, se non inferiori.

Dopo le etnie più numerose, molte altre ne vengono. A esempio gli uzbechi, mongoloidi come gli hazarà, che non rinunciano mai al caratteristico pizzetto; i turcomanni, diffusi verso la repubblica sovietica del Turkmenistan; gli ebrei, giunti dalla remota antichità e ammirevolmente sopravvissuti; qualche migliaio di nuristani, forse, di origine greca, cui ho già accennato; infine, i kuci.

In verità, i kuci costituiscono non un’etnia in sé, ma piuttosto un popolo, composto in maggioranza di pashtuni, ben definito, alieno da mescolanza, rigidamente caratterizzato dal nomadismo. Il numero dei kuci è stato valutato sulla ragguardevole quantità di settecentomila; ebbene, a seconda delle stagioni l’Afghanistan viene regolarmente attraversato da molte centinaia di migliaia di nomadi, che viaggiano a cammello, in grandi carovane, conducendo gli armenti verso le zone di pascolo. A sera le carovane sostano, accendono i fuochi, montano le grandi tende. Visitando quegli alloggi, abbiamo la rivelazione di un’umanità che ha risolto i suoi problemi, decisi a non mutare il modo di vita. Al suolo, tutta la superficie libera è ricoperta di tappeti, spesso preziosi. Le donne non portano velo; ostentano, invece, monili d’argento e d’oro, complicati, grevi. E una tenda può contenere un vero arsenale, anche modernissimo, perché i kuci sono tradizionalmente avvezzi, in ogni circostanza, a far da sé.  

Gran parte dell’Afghanistan – dicevo – è steppa o deserto, ma, in pieno deserto, all’orizzonte possiamo scorgere catene di monti nevosi, perché il paese è generalmente alto (Herat, 1300 metri; Kabul, 1800; Bamian, 2800) e, i monti, altissimi; basti rammentare il Pamir e l’Hindukush, con numerosi “seimila” e anche “settemila”. D’inverno e fino a primavera avanzata, domina il gelo. La neve scende fino a Kabul e più sotto e può facilmente bloccare le grandi vie di comunicazione.

Nonostante la neve, l’acqua scarseggia perché va dispersa, o si concentra solo nei pochissimi fiumi, come l’Helmand, il Kurnar, il Kabul e, al confine con l’URSS, l’Amu Daria. Quindi, scarseggiano, salvo le eccezioni delle vallate, gli insediamenti umani. Ma villaggi e borghi hanno fisionomie espressive. Chi entri in Afghanistan dall’Iran, pochi chilometri dopo il confine raggiunge la sommità di un poggio da cui si domina una grande, misteriosa fortezza, cinta di alte mura. Ma non è una fortezza: è una borgata. Perfino certi villaggi vicini a Kabul, di costruzione recente, somigliano a baluardi. Esistono, le muraglie, perché da tempo immemorabile gli afgani hanno acquisito l’istinto della difesa.

O i villaggi morti, sparsi un po’ dovunque. Mura sbrecciate, cupolette cadenti e, dentro, il vuoto. Perché? Per via di incendi o perché vennero meno le condizioni di sussistenza, e la popolazione migrò. E i caravanserragli, anch’essi morti. Ingressi quasi monumentali, senso di spazio, resti di moschee, tracce di un certo fasto; e, dentro il vuoto. Perché? Perché il traffico delle carovane di mercanti, motivo dei caravanserragli, si è spento?

L’Afghanistan offre visioni di ogni genere. Durante i mesi freddi vi si pratica un gioco di origine mongola, detto buskashi, che oppone due grandi squadre di cavalieri, ognuna delle quali cerca di portare alla propria base la posta in palio, la carcassa di un montone scuoiato. Un altro spettacolo, tanto popolare quanto sanguinario, consiste nel duello di due cani feroci, cui le orecchie sono state mozzate fin da cuccioli perché sia difficile azzannarle. Analoghi duelli vengono combattuti anche dai maschi della coturnice locale o pernice di monte; la sera prima degli incontri, i padroni si portano a spasso, in gabbia, il loro campione, pavoneggiandosi al suo furibondo chioccolare.

Si caccia volentieri: l’orso, la pantera, il lupo, un meraviglioso uccello delle alte quote – il lofoforo – simile al pavone, e una specie di diffidente muflone, chiamato, a ricordo del viaggiatore veneziano, “capra di Marco Polo”. I famosi levrieri afgani sono pochi e cari. Quelli dal pelo lungo, che noi prediligiamo, localmente li si considera una varietà da salotto, e viceversa quelli più tradizionali, usati per la caccia alla lepre, hanno il pelo raso. La proprietà degli uni e degli altri spetterebbe soltanto al re, il quale, peraltro, può eccezionalmente chiudere un occhio; dei levrieri, di ogni specie, è vietata l’esportazione.

Nella parte più bassa del Nuristan, dove si coltiva il papavero, ho visto contadini raschiare l’essudato delle zucchette, o, in altre parole, raccogliere l’oppio. Altrove, anche a Kabul, nonostante le proibizioni si può comperare, con tutta facilità e a buon mercato, l’hashish; gli afgani lo fumano senza sotterfugi. L’hashish attrae molti “capelloni” europei, i quali viaggiano per lo più su veicoli da quattro soldi, che non danno nell’occhio; alcuni di quei “capelloni” fanno, poi, incetta di droga, la nascondono nei loro trabiccoli dall’aria innocua, e, poi, tornati in Europa rivendono a carissimo prezzo la micidiale mercanzia.   

Nelle strade afgane la circolazione è minima o, addirittura, come nel deserto tra Kandahar e Herat, quasi nulla. Una buona strada asfaltata corre dal confine iraniano sino a quello pakistano, passando dal sud del paese; un’altra, congiunge Kabul all’URSS. Una terza arteria, non buona ma discretamente percorribile, porta da Kabul sino alla vallata di Bamian. Entriamo a Kabul. La capitale si va avvicinando al mezzo milione di abitanti. Giace in una grande conca, incorniciata da colli e percorsa dal fiume Kabul, affluente dell’Indo; non ha pretese di monumentalità; la sua urbanistica sta cercando faticosamente una via attraverso eterogeneità, squilibri, demolizioni, edificazioni discutibili. Eppure Kabul piace. Dipende proprio dall’eterogeneità, per questo nella capitale vi è di tutto: dall’ambasciata colossale, come quella sovietica, alla carovana di nomadi; dal palazzo reale di stile europeo, con le sentinelle in impeccabile uniforme occidentale, alle vie dove i tintori creano caleidoscopi di tessuti sgargianti; dalle donne in chador, il mantello tradizionale che copre rigorosamente anche il viso, alle studentesse moderne pressoché in minigonna, al forte Bala Hissar, carico di storia e impregnato di sangue inglese.

E, poi, una serie quasi infinita di spunti. Gli hazarà venditori di acqua, carichi di otri. L’erbivendolo che, lavate nel Kabul le sue verdure, si mette a nudo a lavare se stesso. L’unica chiesa cattolica del paese, conglobata nel recinto dell’ambasciata d’Italia. I portatori di mestiere, sopraffatti da pesi inauditi. E semafori, avanguardia di progresso e motivo di perplessità per gli incolti. In periferia, i resti di un paio di vagoncini, unica traccia di una breve linea ferroviaria nata ai tempi di Amanullah, e, poi, svanita. Infine, a una ventina di chilometri da Kabul, la sorpresa di uno skilift, che va diffondendo anche tra gli afgani lo sport delle nevi.

Dopo Kabul, viene Kandahar con 120.000 abitanti; è importante come centro agricolo e per la vicinanza alla città pakistana di Quetta; conserva ricordi della prima guerra tra afgani e inglesi; gli americani vi hanno costruito un grande aeroporto intercontinentale. All’estremo ovest, Herat fu, a suo tempo, uno dei cardini della storia e della strategia di mezza Asia; oggi non ha più di 70.000 anime e dello splendore antico le rimangono solo le rovine di pochi monumenti e la cittadella. Nell’estremo nord, la città santa di Mazar-i-Sharif è famosa per una splendida moschea. All’estremo est, Jalalabad trae ragione di essere da una vasta area agricola e dai traffici con l’adiacente Pakistan.

In questa rapida scorribanda visiva, ho lasciato volutamente per ultima la zona di Bamian e Band-i-Amir. A parte le bellezze afgane composte di picchi eccelsi, che, di solito, sono difficilmente accessibili, Bamian offre il meglio dell’intero paese. Ci troviamo in una vallata lunga, ampia, ricca di coltivazioni nonostante l’alta quota. Non siamo troppo lontani dalla valle del Wakhan, situata tra il Pamir e l’Hindukush, dove, fin da tempi antichissimi, passava la cosiddetta “via della seta”: una via che dalla Cina raggiungeva Bamian, per poi proseguire verso sud e ovest. Insieme alla seta a Bamian sorge sotto una parete di roccia, alta un centinaio di metri, verticale, lunghissima. Nella parete, monaci buddisti aprirono centinaia di fori, che sarebbero stati , poi, le loro celle, gli eremitaggi; sicché la parete di Bamian somiglia a un alveare.

Ma, tra le cavità minori, altre due se ne aprono. Sono gigantesche, con il disegno ben netto, come absidi; in fondo, nella roccia madre i buddisti scolpirono due statue del loro dio e ricoprirono le pareti di affreschi. Oggi, i volti di Buddha e gli affreschi sono deturpati o distrutti; dipende sia dall’avvento dell’islamismo al posto del buddismo, sia dall’intemperanza fanatica di un condottiero dello scorso secolo. Ma, entrambe le statue sopravvivono e, attraverso gallerie nella roccia, se ne può raggiungere il capo. Una è alta sui 40 metri; l’altra, 53. Neppure i Ramses II di Abu Simbel arrivano a tanto.

Là dove la valle di Bamian si chiude in una strettoia, domina, da un poggio con le pareti precipiti, un gruppo fantasmagorico di castelli, di torri. In basso dilaga il verde di un bosco di pioppi, mentre le pareti e le torri hanno color d’ocra e di sanguigno. Gli afgani le chiamano Città Rossa. Rossa di sangue. Erano la cittadella che difendeva la valle di Bamian. Gengis Khan, attraverso la “via della seta”, irrompe nella valle afgana; pare che la cittadella, in un primo tempo, si sottomettesse e, poi, tradisse, e, in proposito, è nata più di una leggenda; di certo, vi è che Gengis Khan ordinò di distruggerla. Fece passare a filo di spada uomini e bestie; da qui il sangue che ancora arrosserebbe rocce e mura. E ordinò, Gengis Khan, di considerare la Città Rossa come un posto maledetto, da non più abitare, da non riedificare mai più. Così avvenne. Così è.

Infine, Band-i-Amir: siamo ancora nella regione di Bamian, oltre un passo alto tremilacinquecento, percorso da una strada piuttosto ardua. Spazi desolati; villaggi radi, con influssi tibetani; carogne di cavalli, sbranati dai lupi; vette sull’ordine dei cinquemila e più; d’un tratto, un lago. Ma non è che il primo di sette; sette laghi digradanti, separati l’un dall’altro come da semplici gradini, a 3.300 metri sul livello del mare, la quota della nostra Marmolada.

Tuttavia il fascino ispirato dal selvaggio Afghanistan non deve far dimenticare i suoi problemi concreti. Kabul inizia ad avere una grande università, ma almeno i quattro quinti della popolazione afgana sono analfabeti. Qualche ospedale è nato; le Nazioni Unite hanno creato una scuola di infermieri, che dovrebbero distribuirsi capillarmente nel paese; ma i medici scarseggiano e in fatto di salute pubblica le necessità sono ancora imponenti. Il tenore di vita si può sintetizzarlo con poche cifre: un funzionario percepisce dalle 30 alle 60.000 lire al mese; un domestico, a Kabul, dalle 12 alle 20.000; un manovale, sulle 4.000.

La voce delle esportazioni ha un certo peso, grazie alla produzione di frutta squisita. Ricercatissima in Pakistan e, soprattutto, in India –, e, poi, di lana, di cotone allo stato greggio e di pelli del famoso karakul, l’agnellino di latte con cui in Afghanistan si confezionano i tipici copricapo locali e, da noi, le pellicce di cosiddetto “persiano”; si esportano anche tappeti di pregio, che, spesso, per non disorientare l’acquirente occidentale, assumono, a loro volta la qualifica spicciola di “persiani”; e finalmente l’Afghanistan esporta in Russia, con impianti diretti, i suoi idrocarburi. Ma, tutte queste voci equivalgono soltanto a trentacinque miliardi di lire. Viceversa occorrerebbe importare quasi tutti i prodotti finiti; quindi, per tenere la bilancia commerciale in pareggio o, perfino, in attivo, si rinuncia al necessario.

Le limitate risorse del paese escludono che l’attuale situazione possa capovolgersi. Ma, può migliorare. Dipende in gran parte dalla soluzione del problema idrico; dipende, in altri termini, dalla costruzione di dighe e canali e da una razionale distribuzione delle acque. L’agricoltura è suscettibile di larghi progressi anche mediante l’applicazione di nuove tecniche: basti dire che la maggioranza dei contadini afgani usa tuttora l’aratro a chiodo. Parallelamente all’agricoltura potrebbe svilupparsi anche la zootecnia.

Se a questi e ad altri fattori aggiungiamo determinati fermenti morali, come l’aspirazione degli studenti di Kabul o di coloro che hanno studiato nelle università straniere, all’ammodernamento del paese, all’eliminazione di vecchie pastoie e all’instaurazione di una democrazia – oggi, ancora in gestazione – di tipo occidentale, giungiamo a una conclusione di moderato ottimismo. Sarebbe, invece, il contrario se prevalessero gli elementi retrivi, che ancora influenzano vaste categorie, specie di livello sociale inferiore.

Ma, vi è un’altra pedina da valutare, quella della politica estera. Le antiche aspirazioni zariste verso i mari caldi e l’India, sono divenute aspirazioni sovietiche. L’antico schieramento britannico contro la pressione russa è divenuto schieramento pakistano: perché il Pakistan, nemico dell’India, è, invece, amico della Cina e, finora, ostile all’URSS. Dunque, l’Afghanistan svolge la sua funzione di Stato-cuscinetto, oggi, anche più di ieri.

Solo che la partita si è complicata per il contrasto tra Ovest ed Est e per la presenza di nuove possibilità. Nella loro tradizionale pressione verso sud, i russi si trovavano svantaggiati dall’esistenza, a metà Afghanistan, di una poderosa propaggine dell’Hindukush; d’altra parte, questa propaggine ostacolava l’unità afgana; ebbene, siccome nel caso specifico gli interessi sovietici e quelli afgani collimavano, i russi hanno potuto costruire la strada, di cui dicevo prima, lungo la direttrice nord-sud, che dal loro confine raggiunge Kabul. La strada, detta del Salang, costata un’enormità, sale a quota 3.300 e attraversa in galleria la montagna più alta; in questo modo è nata una ragguardevole novità politica e strategica.

I russi influiscono sull’Afghanistan non già con il criterio, ormai sperato, del satellitismo, ma con metodi intelligenti: a esempio concedono numerose borse di studio, favoriscono i traffici, acquistano prodotti afgani specie quando le relazioni tra Kabul e Rawalpindi si raffreddano e forniscono all’esercito afgano molti materiali indispensabili, come benzina, pezzi di ricambio, munizioni, missili terra-aria. Inoltre, hanno influito costruendo metà di un’altra strada, quella che da Kabul raggiunge Herat e, poi, il confine iraniano.

Ovviamente, gli Stati Uniti si preoccupano dell’attività russa. E hanno risposto, tra l’altro, costruendo l’altra metà della strada di Herat. Così, nel contrasto tra due mondi, l’Afghanistan si è inopinatamente trovato a possedere arterie di importanza vitale. Ma, il loro costo è stato assorbito solo dagli Stati Uniti e dall’URSS. Gli afgani non hanno speso un dollaro né un rublo.

Dopo l’URSS, Stati Uniti e Pakistan, quarto contendente della parità afgana è la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina per soli 93 chilometri; sono quelli del Wakhan, la valle dove passava la “via della seta”. Un secolo fa, il Wakhan non lo presidiava nessuno. Gli inglesi, quando vi mandarono una missione per delimitare i confini del nuovo Stato-cuscinetto, raggiunsero un passo ad alta quota, dove giaceva abbandonata una capanna; allora, proseguirono oltre lo spartiacque e, finalmente, si incontrarono con alcuni armati, i quali dissero che là era la Cina. Più tardi, una commissione anglo-russa fissò i confini del Wakhan senza neppure recarvisi; né gli afgani di allora ebbero interesse a insediare guarnigioni in una zona tanto remota.

Ai nostri tempi, il discorso cambia. Salvo la Mongolia – sulla cui dipendenza effettiva, peraltro, si discute –, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo a confinare sia con la Cina sia con l’URSS. Kabul si è, quindi, preoccupata di avere, al confine cinese, una situazione chiara. Vi fu, nel 1962, una visita di re Zaher a Pekino e, più tardi, ebbero inizio, sul terreno del Wakhan, i lavori di una commissione mista. Furono lavori positivi, senza particolari ostacoli. La linea di frontiera venne fissata di comune accordo. Una lunga serie di pali infissa nel terreno porta, da un lato, in caratteri arabi, la scritta “Afghanistan” e, dall’altro lato, in caratteri latini e in lingua inglese, la scritta “China”. Così il problema della frontiera cino-afgana sembra risolto.

Ma, non si tratta soltanto di frontiera, bensì di tutto un complesso di fattori. Per esempi, gli afgani hanno finora bloccato ogni tentativo di infiltrazione politica cinese. Hanno accolto, qualche anno fa, un folto gruppo di profughi cinesi, giunti attraverso il Wakhan. Nel frattempo, i rapporti tra Kabul e Pekino sono rimasti buoni. Ma, la Cina bada all’attività russa in Afghanistan non meno di quanto facciano gli Stati Uniti; la Cina non vorrebbe continuare a vedersi aggirata, sulla tradizionale direttrice dei mari caldi, dalla Russia. Quindi, vorrebbe, a sua volta, costruire una strada. Dove? Sulla “via della seta”, di Gengis Khan, di Marco Polo: in altre parole, dalla sua regione di Sinkiang – quella degli esperimenti atomici – all’Afghanistan, attraverso i 3.300-3.500 metri dei passi del Wakhan. Insomma, così come i russi hanno creato una strada nord-sud, che li avvicina all’India, i cinesi vorrebbero creare la strada est-ovest, che neutralizzasse, strategicamente parlando, l’arteria russa.

Si chiederà: in questa situazione intricata, gli afgani per chi parteggiano? Non parteggiano per nessuno. Dal contrasto altrui, cercano solo di trarre vantaggi. Si proclamano lo Stato più neutrale di tutto il terzo mondo.

Dunque, Stato-cuscinetto: ma un cuscinetto duro e spinoso, su cui nessuno si adagia. Ed è logico che sia così, per un popolo che ha forgiato la sua indipendenza con millenni di sangue.

 

Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.   

postato da: Firouzeh alle ore agosto 31, 2008 09:00 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, cina, storia, afghanistan, india, europa, iran, pakistan, urss
venerdì, 11 luglio 2008

Quando, agli inizi del secolo scorso, Luigi Barzini scriveva per l’emozione dei lettori da retrobottega di un’Italia provinciale e disinformata le cronache tragicomiche della guerra dei boxers, la nozione che si poteva avere da noi relativamente alle cose del Celeste Impero non si allontanava molto dalla relazione di Marco Polo sul favoloso Catai. Il racconto del grande giornalista italiano, del resto, sembrava fatto appositamente per confortare l’immagine di un “pericolo giallo” che non usciva dai limiti di un certo folklore letterario. Come dire, oggi, un pericolo marziano o qualcosa di simile.

D’accordo, questi cinesi erano centinaia di milioni ma quanto a organizzazione politica e militare il governo e l’esercito di Francischiello potevano apparire, al confronto, come un modello prussiano. L’esplorazione xenofoba dei boxers era armata di cannoni di legno, di scimitarre, di razzi di bambù a testata, per così dire, pirotecnica. I soldati di quell’esercito improvvisato non obbedivano ai dettami di nessuna ideologia se non, forse, quella dell’esaltazione religiosa o una fedeltà di tipo tribale verso questo o quel capo. E bastarono, infatti, pochi corpi di spedizione inviati da tutta l’Europa e dal Giappone per contenere e soffocare la  scomposta e incoerente insurrezione che strinse d’assedio  per cinquantacinque giorni le legazioni diplomatiche di Pechino.

Non si diceva certo, allora, che “la Cina era vicina”. I termini di paragone per esprimere dimensioni spaziali sconfinate erano la ferrovia transiberiana che arrivava, appunto, sul mare della Cina, partendo dalla Russia europea o, ancora, la pionieristica avventura del Principe Borghese e di Barzini che sulla loro traballante automobile avevano compiuto il viaggio da Parigi a Pechino.

Gli umili, arrendevoli, sorridenti cinesi avevano appena iniziato la loro diaspora europea e americana, un cammino della speranza che aveva modestissimi traguardi: un piccolo ristorante per far apprezzare nidi di rondine o germogli di bambù a Parigi, a Londra o a San Francisco, una cassettina appesa al collo con un campionario di collanine di vetro e cravatte di seta per ritirarsi a contare pochi quattrini, la sera, nelle piccole “China-towns”, i nostri ghetti che i profughi della miseria cinese realizzavano ai margini delle metropoli occidentali.

A Milano, per esempio, intorno alla vecchia via Canonica, si coagulò negli anni tra le due guerre un nucleo di questi cinesi spinti fin là dai loro paradossali destini. Arrivarono a Milano come i loro padri era approdati sulla costa americana del Pacifico e i loro nipoti, negli anni 1960, mossi da ben diverse motivazioni, sbarcheranno sulla costa adriatica dell’Albania o saranno presenti, in una comunità sempre più densa, a Kinshasa, a Nairobi, all’Avana o addirittura a Ginevra, che diverrà la centrale europea degli interessi politici cinesi.

Il censimento del 2001 parla di un miliardo e 295 milioni di cinesi. Se il numero fosse davvero potenza in termini direttamente proporzionali basterebbe questa considerazione per farci accettare la prospettiva di un domani con l’ineluttabilità fisica di un’altra marea. Ma i rapporti di forze del mondo moderno – lo sappiamo – non sono più affidati alle cifre dell’etnografia. Il minuscolo e potentissimo Stato d’Israele è, in questo senso, un esempio definitivo. Eppure non basta questa considerazione a metterci tranquilli. La Cina, infatti, ha tuttora le condizioni per diventare una realtà industriale senza paragoni: le sue riserve di energia, praticamente vergini, sono sterminate e, in un simile quadro di ricchezza potenziale la sua densità demografica acquista ben altro valore. La Cina può iniziare la “colonizzazione economica” dell’occidente e scendere sui nostri mercati con inarrestabile slancio, con una penetrazione sempre più insinuante e profonda.

L’Europa e l’America iniziarono, dopo la guerra, a fare i conti con il modello su scala ridotta di ciò che può rappresentare un paese asiatico densamente popolato e ad alto livello industriale. Mi riferisco al Giappone e alla sua incalzante sfida industriale, alla competitività dei suoi costi contro i quali ci si difendeva con fragili muraglie di carta: decreti protezionistici, dogane elevate.

 

 

 

A l'ombre des mots, la magie de la poésie...
Pour les amoureux de la poésie et des mots qui font rêver.


 

Depuis les origines, l’Empire du Milieu méprisa, opprima, abandonna les femmes qui pour la plupart n’avait pas de noms. Elles n’étaient que l’épouse de. L’état civil n’existe que depuis peu dans cet immense empire, c’est la raison pour laquelle de nombreux poèmes sont anonymes. Heureusement, l’écriture a traversé, sans dommage, les modes et les caprices des hommes.

L’amour, le sentiment éternel, axe primordial de la création, l’amour constitue le fil conducteur de cette poésie qui représente à la fois un refuge et une révolte contre une société injuste et cruelle. La plume et le pinceau devinrent alors le glaive et le bouclier de ces femmes qui appartenaient le plus souvent à des milieux aisés. On trouve des concubines, des prostituées de luxe, des danseuses, des musiciennes, mais également des épouses cultivées de mandarins ou de marchands.

 

 

 

Poème d’adieu

 


Malgré mon talent et ma sagesse
Fille de triste destinée
Je ne trouve aucun moyen de te garder
Je froisse cette feuille magnifique
J’y couche mon désespoir et ma détresse
Le long du chemin les saules dansent
Ma mélancolie grandit sans cesse

 

Comment pleurer sur ma mauvaise destinée ?
Ma vie est détruite
A cause de ma légèreté.
Te souviens-tu de nos serments sous la lune ?
Ce n’était pas un rêve.
Si à l’avenir tu reviens
N’oublie pas de rendre visite à notre chambre
Et de verser une coupe de vin sur ma tombe.

 

 

Epouse de Dai Shiping

 

 

 

Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.  

postato da: Firouzeh alle ore luglio 11, 2008 13:33 | Permalink | commenti
categoria:america, poesia, politica, amore, economia, cina, storia, globalizzazione, europa, donna
giovedì, 06 marzo 2008

A mon Maître et Mentor

Je vais écouter Sa voix qui me titille, juste derrière l’oreille : « PROPTER PACEM VERSUS BELLUM ».

Daniela

 

 

Sur toute la surface du globe nous nous trouvons en contact avec d’autres grandes Nations. Des questions surviennent et surgiront toujours qui exigent du tact, de la modération, des ménagements de notre part.

Nos hommes d’Etat doivent savoir quand il faut céder, quand il faut résister, et la Nation doit reconnaître l’homme d’Etat qu’elle doit soutenir.

L’histoire de l’homme nous a montré une succession de grands Empires qui sont tombés en poussière ; l’Egypte, l’Assyrie, la Perse, Rome ont grandi et se sont abîmées. Pour qu’il nous soit donné d’éviter leur destin, il faut que nous évitions leurs fautes.

 

« Mille années ne suffisent pas toujours pour créer un Etat. Il suffit d’une heure pour le faire tomber en poussière. »

Lord George Gordon Noel Byron (1788-1824)

 

En ce qui concerne notre politique extérieure, c’est autant notre intérêt que notre devoir de conserver les relations les plus cordiales avec les autres Pays. Malheureusement les Nations se regardent souvent entre elles d’un œil hostile. Et pourtant un peu plus de lumière nous montre que toutes étant choses humaines, toutes devraient être Amies.

Mon Père confesseur, un Jésuite espagnol, faisait comprendre cette idée par une image simple, mais bien frappante. Il racontait qu’un jour se promenant, il vit sur une colline, en face, une forme monstrueuse ; en s’approchant, il y découvrit un homme ; quand il fut tout près, il reconnut son frère.

Les autres Peuples ne sont pas seulement des hommes, ce sont aussi nos frères, et de bien des façons nos intérêts sont les leurs. S’ils souffrent, il nous faut souffrir aussi et tout ce qui leur arrive d’heureux nous est aussi un bienfait.

Les guerres ont ébloui l’imagination de l’Humanité…

On nous parle de la pompe, de tout l’appareil glorieux de la guerre, on répète que chaque soldat porte un bâton de maréchal dans son havresac, mais nous sommes impuissants à imaginer les souffrances infinies qu’elle a causées à la race humaine.

Le carnage et la douleur qui proviennent de la guerre sont affreux, et c’est là un irrésistible argument en faveur de l’arbitrage. L’état de choses actuel est une honte pour l’espèce humaine. On peut excuser les Tribus primitives qui décidaient leurs querelles par la force de la massue ; mais que des Nations civilisées emploient de semblables moyens, voilà qui répugne non seulement à notre sens moral, mais à notre sens commun.

Aujourd’hui l’Europe maintient 3.500.000 hommes sur le seul pied de paix ; le pied de guerre monte à 10.000.000 d’hommes, et l’on se prépare à le faire monter à 20.000.000. Les dépenses nominales s’élèvent tous les ans à £ 200.000.000 mais les armées du continent étant presque toutes recrutées par la conscription, les dépenses réelles sont beaucoup plus grandes. Ajoutons que si ces 3.500.000 d’hommes étaient employés à un labeur utile, en estimant le produit de ce labeur à £ 50 par an, c’est de £ 175.000.000 qu’il faudrait augmenter les sommes indiquées plus haut, ce qui ferait monter la totalité des dépenses de guerre de l’Europe à £ 375.000.000 par an !

Certainement il y a des considérations plus grandes et plus graves que celles qui concernent l’argent ; mais en somme l’argent représente de la Vie et du labeur humains. Il est impossible de considérer de tels préparatifs militaires et maritimes sans concevoir les plus grandes inquiétudes.

S’ils ne nous mènent pas à la guerre, c’est à la banqueroute et à la ruine qu’ils nous conduiront un jour.

Les principaux Pays de L’Europe s’enfoncent de plus en plus dans la dette. Pendant les trente dernières années, la dette de l’Italie a passé de £ 483.000.000 à £ 530.000.000, celle de l’Autriche de £ 340.000.000 à £ 580.000.000, celle de la Russie de £ 340.000.000 à £ 850.000.000, celle de la France enfin de £ 500.000.000 à £ 1.600.000.000. Si l’on additionne les montants des dettes contractées par les Gouvernements du monde entier, on voit qu’ils atteignaient en 1870 le chiffre de £ 4.000.000.000, fardeau fabuleux, terrible, écrasant.

Que dirons-nous aujourd’hui ?

Ces dettes réunies s’élèvent à plus de £ 8.000.000.000 et grandissent de jour en jour.

Le pis est que la plus grande partie de cette charge énorme, terrifiante, n’est représentée par aucune valeur réelle, n’a rien produit d’utile ; purement et simplement on l’a gaspillée, ou, ce qui, au point de vue international, est plus triste, on l’a dépensée à faire la guerre ou à préparer la guerre. De fait, jamais, aujourd’hui, nous ne connaissons le véritable état de Paix ; en réalité, nous sommes toujours en guerre, sans batailles, sans carnage, heureusement, mais non sans de terribles souffrances.

Même en Angleterre, un tiers du revenu national sert à préparer des guerres futures, un autre tiers à payer le prix des guerres passées, si bien qi’il ne reste qu’un tiers pour gouverner et administrer le Pays. Ses intérêts engagés sont énormes, et les intérêts de toutes les Nations sont si entremêles qu’aujourd’hui toute guerre est, de fait, une guerre civile. 

Bien que ma formule ne soit pas « la Paix à tout prix », je n’ai pas honte de dire qu’elle est « la Paix presque à tout prix ». Evidemment il y a un certain nombre de questions vitales qu’on ne peut soumettre à l’arbitrage, mais le comte Russel, qui fait autorité, disait qu’il n’y a pas eu un seul cas de guerre, pendant les cent dernières années, que l’on n’eût pu régler sans avoir recours aux armes.

La dernières fois que je vis Monsieur G., nous causions de ce sujet, et il me dit avec la façon si vivante de s’exprimer qui lui était familière, que si les dépenses continuaient à marche du même pas, le jour arriverait où les Français ne seraient plus qu’un peuple de mendiants devant une rangée de casernes. Depuis lors les dépenses n’ont pas continué du même pas : elles se sont accélérées.

On ne peut pas songer à l’Etat de l’Europe sans inquiétude.

La Russie est ruinée par le nihilisme ; l’Allemagne a peur du socialisme ; la France est terrorisée par la menace de l’anarchie et marche vite à la banqueroute. Certes, il n’y a rien qui puisse justifier, excuser les derniers crimes anarchistes, mais rien n’arrive en ce monde qui n’ait une cause. Sur le continent les ouvriers fournissent pour de bien pauvres salaires des heures de travail terriblement longues. Qu’on lise les rapports récemment venus d’Italie et l’on verra la misérable condition des travailleurs agricoles dans ce pays. En France et ailleurs la condition des petits propriétaires ne vaut guère mieux.

J’ai eu beaucoup de sympathie pour la cause de la journée de huit heures, mais les impôts nécessaires au maintien des armées et des marines obligent chaque homme et chaque femme, en Europe, à travailler au moins une heure de plus par jour.

En réalité la religion de l’Europe n’est pas le Christianisme : c’est le culte du Dieu de la guerre.

Bien des Pays travaillent aussi à se faire la guerre, et d’une façon tout aussi stupide, par des vexations financières.

Cowper a dit :

 

« La barrière des montagnes fait les haines des Nations, qui voudraient, autrement, comme les gouttes d’une même eau, se rejoindre et s’unir.»

 

Mais, de fait, les pires barrières sont celles que les Nations ont élevées entre elles : barrières de douanes, de droits d’entrée, pis encore, toutes les jalousies, toutes les malveillances sans raison qui font que chacune attribue à l’autre de desseins hostiles, que nulle d’entre elles n’a jamais conçus peut-être.

Ce même esprit de jalousie et d’hostilité qui est si souvent au fond des relations internationales, aigrit aussi de la plus triste façon la politique intérieure. Mais insulter n’est pas discuter ; c’est plutôt confesser sa faiblesse. On dit, il est vrai, que les révolutions ne se font pas à l’eau de rose. Et pourtant on a produit plus de changements dans la constitution du monde par la discussion que par la guerre, et même là où l’on s’est servi de la guerre, la plume a bien souvent dominé l’épée. Les idées sont plus puissantes que les baïonnettes. 

 

« L’Humanité, »

 

dit Mill,

 

« est encore trop peu avancée pour qu’un homme puisse sentir cette sympathie universelle avec tous les autres, qui rendrait impossible tout désaccord dans la direction générale de toutes les vies ; mais déjà celui en qui le sentiment social est réellement développé, ne peut songer au reste des êtres semblables à lui-même comme à des rivaux qui luttent contre lui pour gagner le bonheur, et qu’il doit désirer voir vaincus dans leurs efforts afin qu’il puisse réussir dans les siens. »

 

Lord Bolingbroke, dans son essai intitulé « De l’esprit de patriotisme », approuve en la citant une remarque de Socrate :

 

« Quoique aucun homme n’ose entreprendre un métier qu’il n’a pas appris, même le plus humble, tout le monde cependant se croit compétent à faire le métier le plus difficile de tous, celui de gouverner. »

 

Il parlait d’après l’expérience qu’il avait de la Grèce.

Il ne parlerait pas autrement s’il vivait en ce moment en Europe.

Nous avons en effet une variété très considérable de problèmes qui demandent une solution immédiate.

Nous essayons tous de donner une éducation à nos enfants, mais il est probable que personne ne serait d’avis que nous ayons trouvé un système parfait.

Les luttes entre le capital et le travail sont en train d’appauvrir notre commerce, de gêner l’essor de nos manufactures et, pour peu qu’elles durent, elles feront baisser les salaires en abaissant la demande.

La santé de nos grandes villes laisse encore beaucoup à désirer.

La science est encore dans son enfance.

D’ailleurs, toute question de progrès, à part la vie quotidienne de la communauté demande un perpétuel effort.

Les débats du Parlement, la direction des affaires locales, l’administration des bureaux de Bienfaisance, bref, les affaires de la Communauté tout entière exigent autant de soin et d’attention que celles des individus, et il y a une tendance croissante, que l’on peut approuver ou désapprouver, selon ses idées, vers une organisation autonome.

Et puis, nous avons toujours des pauvres parmi nous. Mais grâce en partie à nos nombreuses institutions charitables, à une sympathie de plus en plus grande entre les pauvres et les riches, et, en partie aussi, grâce à nos lois en faveur des pauvres, au libre échange et aux conditions physiques plus satisfaisantes dont nous jouissons : il y a une moindre disposition à l’anarchie et au socialisme que dans d’autres Pays.

L’enthousiasme est sans doute le levier qui fait mouvoir le monde, mais il est triste de penser combien de temps et d’argent on a gaspillé en de vaines expériences qui, coup sur coup, avaient avorté déjà. Elles ont été pires qu’inutiles, puisqu’elles ont fait du mal plutôt que du bien à ceux qu’elles devaient aider.

Venir efficacement en aide à Autrui est chose moins facile qu’on ne croit. Il y faut beaucoup de jugement et de clairvoyance, en même temps que beaucoup de bonté.

L’argent n’est pas la chose la plus essentielle.

En effet, une autorité en ces matières,  Mlle Sewell, dit :

 

« J’ai l’air de lancer un paradoxe, mais je crois vrai de dire que plus un quartier est pauvre, moins il est nécessaire que la charité s’y fasse avec de l’argent, du moins tout d’abord. »

 

La sollicitude et l’Amour valent mieux que l’or.

Ceux qui donnent leur temps donnent plus que ceux qui donnent leur argent.

D’ailleurs il est fort à craindre que l’argent et l’enthousiasme, sans l’expérience et la discipline, ne fassent plus de mal que de bien, car ce que l’on a mal fait peut nuire plus que ce que l’on a négligé de faire.

Il vaut mieux donner de l’espoir et de la force que des secours en argent. L’aide la plus efficace n’est pas de prendre pour soi les maux d’Autrui, mais bien d’inspirer aux hommes la confiance et l’énergie nécessaires pour qu’ils les supportent seuls, pour qu’ils apprennent à affronter courageusement les difficultés de la vie.

Il faut avoir soin de ne pas affaiblir le ressort de l’Indépendance, dans notre désir de soulager la misère d’Autrui. Il y a toujours cette difficulté initiale, qu’en aidant les hommes, on leur enlève leur principal motif de travailler ; on affaiblit leur sentiment d’Indépendance : tous les Etres qui vivent aux dépens d’Autrui tendent à devenir de simples parasites. Par conséquent, ne donnez jamais un secours en argent ; donnez seulement aux gens une occasion de se secourir eux-mêmes.

Nous devrions toujours nous demander si nous ne sommes pas en train de détruire chez le pauvre le sentiment de ses devoirs au lieu de lui donner les moyens de mieux les remplir. Les relations humaines sont choses si complexes que nous devons tous nécessairement beaucoup de choses à notre prochain ; mais dans la mesure du possible, tout homme devrait s’efforcer de se tirer d’affaire seul.

Nous ne pouvons pas nous attendre à voir les Autres se conformer à notre idéal. Nous ne pouvons que les aider à réaliser ce qu’il y a de plus élevé dans le leur et les encourager dans tout effort de perfectionnement moral. Toutes les fois qu’on donne trop généreusement de l’argent, c’est pour se débarrasser de quelque responsabilité plutôt que par charité vraie. Cependant tout effort dépensé en vue du bien général attire invariablement une récompense. Aucun travail ne nous apporte plus de bonheur que celui que nous avons accompli dans un but désintéressé. Avoir travaillé pour Autrui, ajoute une dignité au travail le plus humble.

Les affaires publiques - commissions, élections et réunions électorales, discours, conseils municipaux ou généraux - voilà des choses peu romanesques sans doute, qui n’éblouissent pas l’imagination et ne font pas battre le cœur. Cependant un vote en temps de paix vaut un coup d’épée en temps de guerre, et son efficacité n’est pas moindre, bien qu’il ne soit point versé de sang et que la paix ne soit point troublée.

Le vote n’est pas un droit : c’est un devoir que nous devons tous nous préparer à remplir.

Méditons aussi les nobles paroles de Marc-Aurèle :

 

« Offre au gouvernement du dieu qui est au-dedans de toi un être viril mûri par l’age, ami du bien public, un Romain, un empereur, un soldat à son poste, comme s’il attendait le signal de la trompette, un homme prêt à quitter la vie dont la parole n’a besoin ni de l’appui d’un témoin ni du témoignage de personne. »

 

 

Europe, le 1er janvier 1900

 

Une voyageuse européenne à l’aube d’un nouveau siècle

 

 

Gli ultimi anni del diciannovesimo secolo furono illuminati da una proposta meravigliosa che poi fu lasciata cadere completamente in oblio.

Nell’agosto del 1898 lo zar Nicola II invitò gli Stati Uniti d’America a incontrarsi per una conferenza destinata a garantire la pace tra le nazioni e a mettere fine all’incessante aumento degli armamenti che impoverivano l’Europa.

Il messaggio del sovrano iniziava così:

 

« Il mantenimento della Pace generale e una eventuale riduzione degli armamenti eccessivi, il cui peso grava tutto sui popoli, sono evidentemente, nelle attuali condizioni del mondo intero, l’ideale verso il quale tutti i Governi dovrebbero tendere i loro sforzi. »

 

Grandissime, certo, le difficoltà per giungere a un accordo del genere, ma non insuperabili a prima vista. Alla conferenza (18 maggio-29 luglio 1899), riunita sotto la presidenza del barone russo de Staal, parteciparono 26 Stati, che delegarono i loro luminari di sapienza; l’inviato della Germania fu il conte Münster, dell’Inghilterra Sir Julian Pauncefote, degli Stati Uniti Andrew Dickson White, dell’Italia il conte Nigra, della Francia Léon Bourgeois; la Spagna delegò il duca di Tetouan, la Cina Yang Yu, la Persia il suo poeta Reza Khan e la Serbia l’illustre scrittore Miyatovich.

La giovane regina d’Olanda, Guglielmina, mise a disposizione dei delegati il grande palazzo dell’Aia.

Una piccola discussione tra Lord Salisbury e l’americano Dick Olney mise in luce quale sarebbe stato il punto nevralgico della discussione.

Che cosa sarebbe accaduto se, nonostante la riprovazione da parte del congresso di questa o di quella guerra, una o più nazioni avessero aperto le ostilità ?

Come dare al congresso il potere di far rispettare le sue deliberazioni ?

Il dibattito durò per mesi ma l'accordo sul disarmo, principale obiettivo della riunione, non venne raggiunto: furono, invece, firmate tre convenzioni, due delle quali riguardavano la regolamentazione della guerra terrestre e marittima e una terza, la più importante, prevedeva la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A questo scopo fu creata la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia o Corte dell'Aia.

Quel programma di Pace universale e l’iniziativa di quella conferenza fanno vedere sotto una luce orrenda il massacro dello zar e ella sua famiglia, compiuto più tardi dai suoi sudditi in rivolta.

 

Copyright © 6 marzo 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.  

postato da: Firouzeh alle ore marzo 06, 2008 19:19 | Permalink | commenti
categoria:politica, vita, storia, filosofia, europa, donna, libertÃ