domenica, 01 novembre 2009

 

هرگز بر نمی‌گردم

 



من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ ام
از خاكستر اجساد سوخته‌ی‌ كودكانم‌ برخاستم‌ و توفان‌ گشته‌ام
از جویبار خون‌ برادرانم‌ سر بلند كرده‌ ام
از توفان‌ خشم‌ ملتم‌ نیرو گرفته‌ ام
از دیوارها و دهكده‌های‌ سوخته‌ كشورم‌ نفرت‌ به‌ دشمن‌ برداشته‌ام
                      حالا دگر مرا زار و ناتوان‌ مپندارهموطن،
                      من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ام
                      راه‌ خود را یافته‌ام‌ و هرگز بر نمی‌گردم

من‌ دیگر آن‌ زنجیر ها را از پا گسسته‌ام
من‌ درهای‌ بسته‌ی‌ بی‌خبری‌ ها را گشوده‌ام
من‌ از همه‌ چوری‌ های‌ زر وداع‌ كرده‌ام

                      هموطن‌ وای‌ برادر، دیگر آن‌ نیستم‌ كه‌ بودم
                      من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ ام
                      من‌ راه‌ خود را یافته‌ ام‌ و هرگز برنمی‌گردم

با نگاه‌ تیز بینم‌ همه‌ چیز را در شب‌ سیاه‌ كشورم‌ دیده‌ام
فریاد های‌ نیمه‌ شبی‌ مادران‌ بی‌فرزند در گوشهایم‌ غوغا كرده‌ اند
من‌ كودكان‌ پا برهنه‌، آواره‌ و بی‌لانه‌ را دیده‌ام
من‌ عروسانی‌ را دیده‌ام‌ كه‌ با دستان‌ حنا بسته،
                      لباس‌ سیاه‌ بیوگی‌ بر‌ تن‌ نموده‌اند
من‌ دیوار های‌ قد كشیده‌ی‌ زندان‌ ها را دیده‌ام
                      كه‌ آزادی‌ را در شكم‌ های‌ گرسنه‌ی‌ خود بلعیده‌ اند
من‌ در میان‌ مقاومت‌ ها، دلیری‌ ها و حماسه‌ ها دوباره‌ زاده‌ شدم
من‌ در آخرین‌ نفس‌ ها در میان‌ امواج‌ خون‌ و در فتح‌ و پیروزی
                                                   سرود آزادی‌ را آموخته‌ام
حالا دیگر مرا زار و ناتوان‌ مپندار
هموطن‌ وای‌ برادر،
من‌ در كنار تو و با تو در راه‌ نجات‌ وطنم‌ همنوا و همصدا گشته‌ام
صدایم‌ با فریاد هزاران‌ زن‌ برپا گشته‌ پیوند خورده‌ است
مشتم‌ با مشت‌ هزاران‌ هموطنم‌ گره‌ خورده‌ است
من‌ در كنار تو و در راه‌ ملتم‌ قدم‌ گذاشته‌ام
تا یكجا بشكنیم‌ این همه‌ رنج‌ زندگی‌ و همه‌ بند بندگی
                        من‌ آن‌ نیستم‌ كه‌ بودم
                        هموطن‌ وای‌ برادر،
                        من‌ زنم‌ كه‌ دیگر بیدار گشته‌ام

 

مینا

 

 

 

 

Sono una donna che ormai si è svegliata…

Mina Keshvar Kamal, Mai tornerò indietro

 

 

 

 

All’indomani dell’attentato alle Twin Towers, viene messa in atto in Afghanistan l’operazione battezzata Enduring Freedom per punire i responsabili – in particolare Osama Bin Laden, restato introvabile da otto anni – e accelerare la caduta dei talebani, di cui l’occidente non si è affatto curato prima.

 

Per sei anni, un gruppo di terroristi religiosi che si erano dati il nome di talebani, studenti di religione, avevano oppresso la popolazione afghana au vu et au su della comunità internazionale. Quest’ultima si era emozionata e indignata più facilmente per la distruzione delle statue di Buddha che per la distruzione sistematica di migliaia di vite umane.

Il principale bersaglio dei talebani era stato la popolazione femminile.

Le donne afghane erano state imprigionate non solo in un abito, che le copriva dalla testa ai piedi, ma anche nella loro casa, quando ne avevano una. La crudeltà era stata spinta fino a obbligarle, almeno nelle città come Kabul, a dipingere le finestre delle loro case perché nessuna donna o ragazza al di sopra dei dieci anni fosse visibile all’esterno. Nessun altro Paese al mondo ha mai assegnato alla residenza la metà della popolazione a causa della femminilità, ma tutti i Paesi hanno lasciato fare i talebani con una compiacenza sconcertante.

 

I media hanno gettato, un velo sul passato glorioso e ben conosciuto dei mojahedin. Dalla partenza dei sovietici, nel 1989, i punti comuni tra loro non bastano più a far tacere le rivalità. La cupidigia e l’appetito di potere di tutti i signori della guerra li spingono a battersi incessantemente gli uni contro gli altri in alleanze rovesciate appena create. Al termine di quattro anni, nel 1992, prendono Kabul e rovesciano Najibullah; ma la guerra civile e, soprattutto, la guerra contro i civili non si ferma per questo. I soldati dell’Alleanza del nord saccheggiano le case e violentano le donne. I capi locali taglieggiano i camion ogni 50 km, i trasporti sono impossibili, la corruzione e il disordine impediscono l’applicazione della shari’a.

Alcuni tra i mojahedin, soprattutto i più giovani, che hanno preso gli ideali islamici sul serio, sono sconfortati. Partono per studiare in Pakistan. Sono gli studenti, i talebani, i figli spirituali e, talvolta, fisici dei mojahedin. Altrettanto anticomunisti come i loro padri ma più disciplinati, più seri e ancora più fondamentalisti. E in un anno, i talebani formidabilmente armati conquistano buona parte del Paese ed entrano a Kabul.

I talebani interdicono l’accesso alla scuola delle ragazze e impongono una scolarità strettamente religiosa ai ragazzi, in cui lo studio del Corano fondato sulla ripetizione a memoria delle sure sostituisce i corsi di letteratura, di storia e di scienze. Il ministro dell’istruzione al servizio del Mollah Omar dichiarava fieramente che un futuro medico non aveva che da fare un apprendistato presso un macellaio per apprendere tutto quello che gli poteva servire alla professione in materia di anatomia, ciò che riflette abbastanza bene l’approccio educativo di quel governo.

Una scolarità parallela fu organizzata nelle città, soprattutto da donne letterate,  per le ragazze sotto forma di corsi clandestini tenuti all’interno di appartamenti, vi era sempre un lavoro di cucito a portata di mano, nel caso di un’irruzione da parte di un miliziano del ministero della promozione della virtù e della repressione del vizio. L’organizzazione femminile afghana RAWA (Revolution Association of the Women of Afghanistan) (1), la sola a denunciare dall’inizio gli abusi degli integralisti, estese questo tipo di scolarità ai villaggi. È così che un buon numero di donne ebbero accesso all’alfabetizzazione.

Quando i mojahedin battono in ritirata nel 1996, lasciano 50.000 morti soltanto a Kabul e la città in rovina. Quello che sei anni di guerra anti-sovietica non erano riusciti a fare, quattro anni di guerra tra fazioni lo hanno compiuto.

 

Per mesi dopo l’11 settembre 2001, le immagini dell’Afghanistan inondarono, tutte le sere, i nostri schermi televisivi. Il mondo scopriva allora le vite distrutte delle donne sotto il regime fondamentalista talebano, che controllava il 90% del Paese, compresa la capitale, dal 1996.

Non era, tuttavia, che un altro capitolo in un conflitto che durava da quasi trenta anni, del quale le donne sono state le principali vittime. Questo conflitto, che perdura, ha precipitato il Paese nella miseria: morti a milioni, mine disperse ai quattro lati del territorio, la maggioranza delle infrastrutture distrutte.

Il 29 gennaio 2002, nel suo discorso sull’Unione George W. Bush aveva dichiarato:


“La bandiera americana svetta di nuovo sulla nostra ambasciata a Kabul… Oggi, le donne sono libere.”

 

Era il terzo cambiamento di obiettivo dall’inizio della guerra.

I giornali pubblicarono le foto dei sorrisi delle donne – no, mi correggo, del sorriso di una donna – e la guerra trovò la sua quarta ragione: la liberazione delle donne.

Dire che la guerra fosse vantaggiosa alle donne afghane, era decidere che fosse preferibile per loro morire sotto le bombe, morire di fame, morire di freddo, piuttosto che vivere sotto i talebani.

Mi chiedo come è possibile pretendere di andare a liberare la gente bombardandola?

Si può giustificare una guerra dicendo di andare a liberare le donne dimenticando che sono sotto le bombe?

Quando si tratta dei diritti delle donne, vale a dire dei diritti umani, la questione che si pone a proposito di una guerra è sempre, infine, la stessa: quali sono i mali peggiori della guerra per una popolazione?

In quale momento la guerra diviene preferibile?

Il modo con cui è stato trattato in occidente l’alibi della liberazione delle donne afghane è un’illustrazione del fatto che le vite occidentali valgono di più, infinitamente di più, delle altre e del fatto che l’occidente, non contento di aver messo un prezzo molto basso sulle altre vite, stimi di avere il diritto di disporne a suo piacimento.

È Simone de Beauvoir che utilizza il termine di alibi per descrivere in che cosa consista il recupero della lotta delle donne da parte del sistema politico, che non si adopera che al minimo per poter utilizzare la causa delle donne e avere un alibi da fornire quando lo si interroga su questo punto.

 

Il gioco che svolsero i talebani fece, forse, parte di uno scenario messo a punto per creare una diversione. I talebani sapevano che la loro sorte era intimamente legata a quella di Bin laden, al quale erano debitori. Dopo che il Pakistan li aveva aiutati a insediarsi al potere, nel 1996, avevano resistito agli attacchi delle forze di opposizione grazie all’esercito di Bin Laden. Il regime talebano pretese, dapprima, che avrebbe potuto liberare Bin Laden solo a condizione che fossero fornite delle prove sulla sua colpevolezza, rifiutando, in anticipo, ogni prova contraria alla legge islamica. O per meglio dire, che non avrebbe riconosciuto alcuna prova come valida. Poi, negò che il capo terrorista avesse potuto realizzare una simile operazione, sostenendo che la sua condizione di ospite gli impediva di metterlo nelle mani di stranieri. Occorreva guadagnare tempo perché Bin Laden e i suoi alleati, dovunque fossero nel mondo, potessero nascondersi in un luogo sicuro e, forse, preparare una replica. Il capo terrorista aveva, forse, scelto di rifugiarsi in un Paese dove aveva numerosi simpatizzanti capaci di proteggerlo e di fargli varcare, se la cosa fosse divenuta necessaria, altre frontiere amiche.

Questo Paese avrebbe potuto essere un vicino dell’Afghanistan, il cui governo ignorava la presenza di Bin Laden, un Paese che non avrebbe corso il rischio di essere attaccato dagli Stati Uniti in quanto loro alleato circostanziale?

Gli Stati Uniti hanno potuto veramente credere che Bin Laden, che aveva avuto tre settimane per mettersi al riparo, sarebbe restato sul posto ad attenderli?

Come potevano pensare di arrestare Bin Laden e il suo gruppo lanciando bombe e missili, senza scendere a terra?

Volevano limitare il numero delle vittime nel loro campo, d’accordo, ma non hanno avuto alcuna esitazione a fare vittime tra una popolazione innocente e affamata, che viveva in una miseria estrema da più di venti anni.

Nella nostra epoca di guerra tecnologica, le guerre fanno infinitamente più vittime civili di vittime militari.

Mi chiedo è morale?

 

Nella sua conferenza dell’11 ottobre 2001, il presidente Bush aveva fatto una nuova apertura ai talebani:

 

“Consegnateci Bin Laden e i suoi alleati e noi cesseremo di bombardare l’Afghanistan.”

 

Il suo obiettivo non era, dunque, di mettere fine al regime dei talebani?

Saddam Hussein era stato considerato il diavolo in persona durante la Guerra del Golfo.

In questa, il diavolo era Bin Laden.

E con il diavolo non si patteggia in alcun modo.

L’amministrazione americana aveva accusato certi media, che si mostravano critici, di essere dei cattivi patrioti. Il primo emendamento della costituzione americana, che garantisce la libertà di espressione a tutti e a tutte, non pesa molto quando si vuole guadagnare la guerra dell’opinione pubblica, al posto della guerra contro il terrorismo.

L’operazione violava tutti i diritti internazionali: non era stata approvata dal Consiglio di Sicurezza. Soltanto, dopo l’invasione e il rovesciamento del governo, Washington ottenne l’autorizzazione dell’ONU per il nuovo governo che aveva insediato e per la NATO a continuare il suo intervento (2).

 

 

 

 

 

 

 

 

Note:

 

(1) RAWA (Associazione Rivoluzionaria di Donne Afghane) è stata fondata a Kabul, nel 1977, da Mina Keshvar Kamal (27 febbraio 1956 4 febbraio 1987), assassinata a Quetta, in Pakistan, da agenti del KHAD (Khadamat-e Ettela'at-e Doulati), il braccio afghano del KGB, in connivenza con i fondamentalisti di Golbodin Hekmatyar, il 4 febbraio 1987.

(2) La missione in Afghanistan è iniziata il 7 ottobre 2001, ma solo, il 20 dicembre 2001, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’approvazione della Risoluzione n. 1386, autorizza il dispiegamento nella città di Kabul e nelle aree limitrofe di una Forza multinazionale denominata International Security Assistance Force (ISAF), con il compito di assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane a mantenere un ambiente sicuro, nel quadro degli Accordi di Bonn del 5 dicembre 2001.

 

 

 

 

Daniela Zini
Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

 

postato da: Firouzeh alle ore novembre 01, 2009 12:08 | Permalink | commenti
categoria:afghanistan, femminismo, islam, donna, daniela zini
domenica, 22 febbraio 2009

La rivoluzione francese segna la fine del diritto divino al centro della vecchia Europa, nel cuore dell’antico regime. Fu la rottura degli ordini sociali, la frattura delle caste dirigenti. Dietro la borghesia urgevano le masse proletarie, le masse rurali, le masse femminili. Le donne si affollano nelle piazze di Parigi e urgono intorno alle assemblee di tutta Europa. Il loro intervento nella vita sociale non potrebbe essere più decisivo.

È un movimento che porta scritto sulle sue insegne un unico motto: libertà. E la libertà si svolge nella solitudine individuale come autoeducazione e nel consorzio sociale come autogoverno. Autoeucazione: la pedagogia, scienza essenzialmente moderna e perciò antideterministica e innovatrice, è coeva all’emancipazione della donna. Il pensiero pedagogico di Rousseau e di Pestalozzi è un’anticipazione della libertà femminile. Il libero esame, già ristretto ai testi sacri, diviene un esame di coscienza diuturno nel quale la donna ritrova se stessa come essere umano, come coscienza autonoma. Dopo le discussioni del XVIII secolo sull’educazione della donna, interminabili e modellate sullo schema di un assolutismo virile illuminato, il romanticismo e il liberalismo portano, con Madame de Rémusat la parola nuova: la donna educhi la donna.

Anche le donne, come gli operai, avevano, infatti, subito durante la rivoluzione il loro termidoro. Come erano decaduti gli antichi diritti corporativi degli operai, le donne avevano perduto i residui ed esausti diritti medievali sopravvissuti al centralismo monarchico. Ma per gli uni e per le altre  si preparavano e dovevano insorgere nuovi e più radicali diritti. Il movimento femminile, come il movimento operaio, serra alla base l’antico ordinamento sociale, proprio in nome del principio dell’uguaglianza giuridica ormai acquisito dalla coscienza moderna. L’autogoverno – questa conseguenza laica del cristianesimo evangelico affermata dal giusnaturalismo – applicato dal mondo operaio avrebbe portato al diritto di sciopero, dal mondo femminile al diritto al divorzio. L’operaio combatteva per il sindacato, la donna per il suffragio: entrambi per una società di uguali.

L’emancipazione femminile doveva attraversare tutti i gradi della società: iniziava nella classe borghese e continuava in quella proletaria, affermando la continuità della civiltà democratica di cui costituiva l’avanguardia. Il liberalismo rappresentò l’età della giovinezza dell’emancipazione femminile. Fu il suo momento individualistico, il momento di una fioritura elevata e meravigliosa che inondò le lettere e le arti e che si svolse negli strati superiori della società con intelligenza, passione e sincerità.

È stato detto, da qualcuno, che il liberalismo era nell’aria: ma ancor prima era nel cuore della donna e dell’uomo. Milton e i divorzisti non furono che i precursori del liberalismo, mentre i libertini, con la loro religione galileiana e newtoniana, ne furono i fiancheggiatori. Ma l’atto di nascita del liberalismo è redatto alle soglie del XIX secolo da Benjamin Constant e da Madame de Staël. Molta strada ha percorso l’umanità da Milton fino a questa coppia. Milton era solo, parlava con se stesso e le sue mogli vivevano nell’oscurità spirituale. Il liberalismo ottocentesco porta, invece, bene impressi sul volto i segni dell’intima collaborazione di Constant e di Madame de Staël. E dietro quel volto si intravede la vicenda d’amore e la religione del sesso. Non soltanto perché Madame de Staël, erede del liberalismo fisiocratico di Necker lo comunica a Constant, fondatore del liberalismo costituzionale, legando così simbolicamente l’età dei lumi all’età della restaurazione, ma anche e soprattutto per quell’intima collaborazione ideale che nasce dall’incontro armonico di due caratteri di sesso diverso. E che così sia stato ne sono testimoni tanto Adollfo e Il quaderno rosso di Constant  quanto Delphine e Germania di Madame de Staël, in cui si esprime la loro concezione liberale, vissuta con diverse sfumature ma con la stessa ampiezza di vedute e soprattutto con la stessa intensità di sentimento. Il tempo di Beatrice, oscura ispiratrice illuminata solo dal genio del poeta, è tramontato. E Margherita di Goethe parteciperà profondamente alla vicenda di Faust, l’eroe dell’eterna ricerca. Comunque, con Constant e con Madame de Staël siamo dinanzi alla prima coppia veramente moderna, che separa l’età antica dall’età nuova. Bisogna intendere l’opera di Constant e di Madame de Staël per penetrare lo spirito dell’ottocento: il liberalismo si fonde con il romanticismo, fuoco centrale: la vita dell’anima.

Ancora una volta dal tormento intimo, dalle passioni e dalla lotta sorge una nuova civiltà. Ciò che era stata polemica in Milton e cruda tragedia in Olympe de Gouges, finisce ora con il conquistare tutto l’uomo. La libertà di coscienza si contempera con la libertà del costume e con la libertà politica: la controparte della libertà è rappresentata dalla fedeltà a una ricerca ideale, che costituisce la grande e difficile missione storica di questa prima generazione di uomini e donne moderne che innestano la civiltà romantica nella società democratica.

È, infatti, il tempo della democrazia liberale.

Ma la società cammina per suo conto. Con la rivoluzione politica, si manifesta la rivoluzione economica. Si annuncia l’età della grande industria capitalistica. La democrazia politica, negli anni della rivoluzione, aveva virtualmente, non volendo e inconsapevolmente, iniziato l’emancipazione della donna. La rivoluzione industriale la piegava ora alla macchina: ma con ciò ne preparava il riscatto nel movimento operaio, nel nome del lavoro, cioè della libertà fatta carne, della libertà nel suo momento sintetico e universalistico. L’emancipazione femminile doveva completarsi nell’indipendenza economica e morale della donna. I socialisti utopistici, da Fourier, che è il primo a rivendicare come tale l’emancipation de la femme, a Proudhon, intuiscono l’intimo legame che corre tra l’evoluzione sociale e l’evoluzione femminile, tra il riscatto dell’operaio e il riscatto della donna. Se la borghesia era giunta al potere senza consapevolezza storica del suo sviluppo, la rivoluzione femminile e quella operaia, si incontravano proprio sotto il segno della coscienza storica e della volontà attuosa. Crollavano, intanto, gli ultimi residui dell’industria domestica che era stata il complemento della produzione artigiana. Con il crollo dell’artigianato, sostituito dalle manifatture, l’unità autarchica della casa era infranta: la figura della massaia, con il sorgere dell’industria tessile, delle lavanderie, delle macellerie e di mille altri pubblici servizi, impallidiva sempre più. La donna, neppure volendo, poteva conservarsi più oltre la costante tessitrice del mito di Penelope. Vi era ormai una ragione in meno per restare in casa e una in più per uscirne: la donna prende servizio nell’industria nascente. La troviamo subito nelle miniere e nelle manifatture tessili. La massaia diviene operaia. L’idillio rusticano e patriarcale si trasforma nell’inferno moderno dell’urbanesimo e del pauperismo. La lotta per la vita crea l’emancipazione femminile come fenomeno di massa. Procede, nonostante tutti, perché ormai tutto vuole che la donna si affermi. La lotta per l’esistenza si trasforma: la moltiplicazione dei servizi pubblici favorisce il celibato maschile e, quindi, la formazione di un esercito di donne senza famiglia, che entra nel ciclo produttivo, culturale, sociale, educativo.

Il movimento femminile corre così nel flusso stesso della moderna evoluzione sociale: ne è causa  e conseguenza al tempo stesso. La famiglia si scioglie dagli antichi legami con la compagine patriarcale: la donna che lavora fuori della casa del marito e del padre diviene automaticamente pari all’uomo. Tra il potere sociale e il potere familiare si insinua il cuneo della rivoluzione femminile. D’ora in poi la conservazione cercherà di riportare la donna in casa, alla cucina, alla chiesa, alla culla, ma è definitivamente evasa dalla sua dolce ferrea prigione. Finora il diritto e la morale avevano sanzionato l’uguaglianza dei sessi nel talamo riconoscendo appena una realtà vecchia quanto Adamo ed Eva: ora l’uguaglianza dei sessi viene riconosciuta nella società. Dalla rivoluzione industriale la rivoluzione giuridica. Nel 1833, la Francia istituisce le scuole femminili; nel 1840, il primo Stato della Confederazione americana riconosce l’indipendenza economica della donna abolendo l’autorizzazione maritale; nel 1884, la terza Repubblica francese fa del divorzio un’istituzione democratica che conquista l’Europa borghese all’ideale modello di un’unione imperniata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla responsabilità quotidiana di entrambi i suoi contraenti. Il matrimonio civile giunge alla sua estrema conseguenza, l’incontro terreno dell’uomo e della donna, come ogni incontro, è libero e dissolubile nel più vasto patto sociale.

La borghesia creava nella civiltà giuridica una mole imperitura che il proletariato doveva animare. L’operaio e la donna non appena i diritti dell’uomo erano stati iscritti alle soglie dell’era democratica, si erano impegnati a fondo per concretare in effettivi rapporti sociali la formula astratta della “legge uguale per tutti”. La lotta era, dunque, coincidente: Marx doveva sintetizzare le esigenze del socialismo utopistico e le esperienze critiche della rivoluzione industriale in una formula ancora viva e feconda:

 

“Si tratta di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.”

 

Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES



I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

 

http://webalice.it/zini.daniela

http://www.firouzeh.splinder.com

http://www.facebook.com/people/Daniela_Zini/1359211241

http://www.danielazini.ilcannocchiale.it 

postato da: Firouzeh alle ore febbraio 22, 2009 12:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:femminismo, donna, daniela zini
venerdì, 23 gennaio 2009

Oggetto di diversi lavori in questo ultimo ventennio, per lo più appannaggio di sociologhe femministe, il Femminismo islamico ci mette di fronte alla domanda: l’Islam e il Femminismo sono due fatti sociali compatibili o non possono esistere che in opposizione?

Molti analisti hanno la tentazione di parlare di donna musulmana, ma non esiste un prototipo univoco di donna musulmana. Le donne che vivono in Marocco si confrontano a codici e costumi diversi da quelli da quelli che esistono in Egitto o in Libano. La condizione femminile cambia da un Paese all’altro. Nonostante che nei Paesi islamici una serie di comportamenti culturali e di istituzioni siano comuni, non c’è uniformità nella legge e nelle tradizioni. Non bisogna neppure dimenticare che all’interno degli stessi Stati indipendenti, la situazione è molto diversa tra zone rurali e zone urbane, ma anche tra classi sociali. Di più, di fronte alla pluralità dei fenomeni migratori, il rapporto della donna con l’Islam e con le istituzioni cambia e si diversifica ancora.

In questo contesto una parte dei movimenti femministi chiede che si riconosca alla donna diritti che tengano conto della specificità del genere e della storia personale, rifiutando l’idea di un diritto precostituito su modello occidentale che sembra ignorare la dimensione sociale, religiosa ed etnica degli altri popoli e comunità. In questo contesto la dimensione religiosa profitta di una nuova centralità. Il suo riposizionamento nei discorsi femministi e le rivendicazioni che ne derivano iniziano a influenzare il dibattito internazionale sulla donna e i suoi diritti. Un’eco di queste discussioni si è, perfino, fatta sentire nel mezzo della Conferenza Internazionale Euromediterranea di Istanbul. Alcune rappresentanti dell’Ong della riva sud-est del bacino hanno, infatti, messo l’accento sulla necessità di un approccio diverso della religione e hanno chiesto di non confondere l’Islam con le interpretazioni misogine dei testi sacri che sono state fornite negli ultimi secoli. Alla luce di questi diversi comportamenti di fronte al tema della religione da parte di una grande parte delle donne e della società della riva meridionale, numerosi analisti, come Anitta Kynsilehto, insistono sull’importanza di questo dato che i politici della regione dovrebbero prendere in considerazione.

Un’espressione di queste nuove rivendicazioni che attraversano il mondo musulmano e i movimenti femminili globali, ecco ciò che sarebbe il preteso Femminismo islamico. Una realtà complessa da definire che assume posizioni molto diverse le une dalle altre. Specchio delle trasformazioni di questi ultimi anni, questa forma di Femminismo riporta l’Islam alla questione dei diritti della donna. La religione, che era stata messa da parte, perfino totalmente esclusa dai movimenti femministi del XX secolo, assume un nuovo ruolo nel XXI secolo: si fa giustificazione e strumento di lotta della donna. L’Islam diviene un alleato contro il maschilismo e il patriarcato; i testi sacri, riletti alla luce dell’ijtihad svelerebbero il carattere giusto ed equo dell’Islam. Sono le interpretazioni date da semplici uomini al messaggio divino che hanno sottratto alla donna i diritti che l’Islam le ha assicurato. L’Islam, una volta liberato dalle interpretazioni maschiliste, rappresenta la garanzia dei diritti e della libertà. Da un’analisi attenta del Corano, si può dedurre che alla donna è garantita ogni libertà così pure un ruolo attivo nella società, afferma la specialista in ermeneutica coranica Asma Barlas. Secondo le femministe islamiche, la via dell’emancipazione femminile e gli strumenti per combattere gli istituti e i codici familiari patriarcali si trovano all’interno della tradizione islamica e non al di fuori, imitando i percorsi di lotta delle europee e delle americane.

Se si presta attenzione alle rivendicazioni delle femministe islamiche, sembra evidente che il nuovo posto accordato alla dimensione religiosa non rappresenta un fenomeno di ritorno al passato ma al contrario l’espressione di una reinvenzione identitaria, individuale e comunitaria. Questa strategia di relazione con la modernità non esclude la partecipazione alla modernità ma la reinterpreta e la riformula in chiave alternativa a quella occidentale. La scelta della religione, intesa sul piano spirituale ma egualmente come presenza politica e l’uso di pratiche che, per alcuni, possono sembrare forme di oppressione o di discriminazione (come a esempio indossare l’hijab) sono vissute come forme liberatorie. Delle pratiche identitarie che, come lo dimostrò Gema Martin Munoz qualche anno fa, sono capaci di accrescere il potere della donna in seno alla comunità o alla famiglia. Molto diversa da un’espressione dell’oppressione maschile, la scelta religiosa sembra il frutto di un’interazione complessa tra cultura, religione, sistemi di significati e credenza, antenne locali di potere e altre strutture ideologiche. Questo processo di riposizionamento della religione, tuttavia, nella vita della donna e nelle sue battaglie è oggetto di violenti attacchi da parte di numerose femministe arabe e/o musulmane (e non solamente) che criticano il concetto stesso di Femminismo islamico e denunciano il rischio che il multiculturalismo e il relativismo culturale offrano un involontario sostegno alle politiche fondamentaliste.

Fatto questo preambolo di ordine terminologico, possiamo ora cercare di comprendere le realtà complesse della donna che si intendono prendere in considerazione. 

L’adozione in Marocco della nuova moudawana, in un clima di consenso politico, costituisce una rara eccezione in un mondo musulmano in cui la condizione femminile è oggetto di dibattito accanito tra modernisti e islamici radicali. Conforme ai precetti del Corano secondo il suo ispiratore, il Re Mohammed VI, il nuovo codice di famiglia marocchino, adottato dalle due camere del Parlamento di Rabat ed entrato in vigore all’inizio del febbraio 2004, non solo instaura regole draconiane per limitare la poligamia e il ripudio e innalza l’età legale del matrimonio della donna da 15 a 18 anni, ma garantisce alla donna più peso in seno alla famiglia, concedendole la possibilità di sposarsi senza l'approvazione di un uomo della famiglia, di prendere l'iniziativa, in un procedimento di divorzio, su basi più egualitarie e sottraendola all’obbligo di essere sotto tutela di un parente di sesso maschile (padre, fratello, marito). Tra il 1982 e il 2004, il numero di figli per donna è passato da 5,5 a 2,5. Il sociologo Emmanuel Todd, autore con Youssef Courbage di uno studio demografico, constata che, se alle donne francesi sono stati necessari centosessanta anni (1760-1910) per vivere una simile evoluzione, in Marocco, questa trasformazione è avvenuta in ventidue anni.

In Africa del nord, se la Tunisia è un’eccezione, con una legislazione molto liberale proclamata, nel 1956, dall’ex-Presidente Habib Bourguiba (1903-2000), l’Algeria vicina dispone di un codice di famiglia, ispirato alla shari’a, che prevede restrizioni drastiche ai diritti della donna. Questa legislazione del 1984, adottata dal partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), qualificata “codice della vergogna” dalle associazioni femministe, pone la donna sotto tutela e riconosce la poligamia quanto il ripudio.

I progressi della condizione femminile dividono modernisti e islamici nella maggior parte degli altri Paesi musulmani dell’Africa, come il Senegal (95% di musulmani) dove alcune associazioni riunite nel Comitato Islamico per la Riforma del Codice di Famiglia reclamano il rifacimento di un testo giudicato troppo vicino al modello francese. In questo Paese come in Ghana o ancora in Egitto, la persistenza della pratica dell’infibulazione costituisce un altro cavallo di battaglia delle associazioni femministe locali. Teologi musulmani assicurano che questa mutilazione, praticata in una trentina di Paesi africani, musulmani come non-musulmani, non ha niente a che vedere con l’Islam.

Nel Vicino e nel Medio Oriente, cuore del mondo musulmano, il dibattito sulla condizione e i diritti della donna non è apparso che molto recentemente in certi Paesi, dove il soggetto non era emerso per non interferire nel regno secolare delle leggi islamiche applicate alla lettera. È il caso dell’Arabia Saudita – guardiana dei Luoghi Santi –. Se la donna saudita può lavorare, non è, tuttavia, autorizzata a uscire da sola e dipende dalla tutela del marito o del padre. 

La giornalista saudita Rania al Baz, massacrata dal marito, in preda alla gelosia, scrive nel suo libro, Sfigurata:

“Non sono stata picchiata per un principio religioso, ma per gelosia, da un uomo umiliato. Solo per questo. Coloro che si trincerano dietro l'Islam per giustificare un'azione del genere mentono; coloro che pensano sinceramente – e ce ne sono – che il Corano incoraggi tali pratiche, sbagliano. È una faccenda di mentalità maschile, niente di più. Il Profeta ha insegnato l'amore, non certo l'odio che oggi viene propagato da alcuni dei suoi zelatori.”

Rania al Baz ha perdonato suo marito, che se l'è cavata con soli 3 mesi di carcere – rischiava 10 anni e 300 frustate in pubblico –, per ottenere la custodia dei figli, che, altrimenti, avrebbe perso al compimento del loro ottavo anno.

In Giordania, il Re Abdallah II e la Regina Rania hanno preso diverse iniziative per migliorare la situazione della donna nel Regno hashemita, lottando per esempio contro i delitti d’onore. Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove l'onore degli uomini, sharaf, si misura sul pudore, 'irdh, delle sorelle e delle figlie.

Riflettendo sul New York Review of Books, dopo l'11 settembre 2001, il Premio Nobel turco per la letteratura, Orhan Pamuk, scriveva:

“Nulla può alimentare il sostegno agli "islamici" che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento dell'occidente nel comprendere i dannati della terra”.

In Europa, la Turchia è il paese con la percentuale più bassa di donne in Parlamento e nel mercato del lavoro e la più alta di donne analfabeta. Per il campo laicista la liberazione della donna era già cosa fatta nei primi anni della Repubblica turca, tra il 1924 e il 1934, con l’abolizione della poligamia, l’introduzione del Codice Civile e del Codice Penale e il suffragio alla donna. In realtà, se le leggi cambiavano, i fatti parlavano ancora il vecchio linguaggio. Il capo della famiglia era il marito, la moglie aveva bisogno del suo permesso se voleva lavorare, uno stupratore non veniva punito se sposava la vittima, lo stupro era un reato contro la società e non contro la persona e non esisteva tra coniugi.

Il 20 settembre 2004, una giovane donna di Sanliurfa (Turchia orientale), Gulseren Artuk, di 22 anni, fu uccisa dai tre fratelli e da un nipote minorenne, su decisione della famiglia, per aver confessato di essere rimasta incinta, cinque mesi prima, di un uomo di cui non aveva voluto rivelare l’identità. L'assassinio di Gulseren Artuk era solo l'ultimo di una lunga serie di omicidi "tradizionali" – vale a dire decisi dalla famiglia – prima dell’entrata in vigore del nuovo codice penale (1° aprile 2005), che prevedeva pene più gravi anche per i familiari che incaricavano minori del delitto e segnava la fine dell'attenuante dell'”ingiusta provocazione” per questo genere di delitti, molto frequenti nella Turchia rurale e delle periferie urbane, molto spesso non scoperti o non riportati dai media e che restavano del tutto impuniti. Nel corso del 2004, i casi più noti di delitti tradizionali sono stati quelli di Salkine Demir, della minorenne "N" e di Guldunya Toren. Sakin Demir fu uccisa, su decisione familiare, dal suo stesso figlio. Una ragazza, identificata dai giornali come "N", fu uccisa dal padre, su decisione della famiglia, dopo essere rientrata a casa da una fuga d’amore con il fidanzato. Molto scalpore provocò l'assassinio di Guldunia Toren, rimasta incinta di un familiare, che aveva abusato di lei, e uccisa dai fratelli, che, prima, la ferirono in strada e, poi, la finirono in ospedale.

In un ampio studio del Foro Economico Mondiale del 2006, la Turchia era al 105° posto su 115 paesi riguardo all'eguaglianza tra uomini e donne. Dello stesso anno è una ricerca realizzata dalla Turkish Economic and Social Studies Foundation (Fondazione per gli studi economici e sociali) (TESEV), secondo la quale la strada verso l'emancipazione reale era ancora lunga: solo il 28% delle turche aveva un lavoro e di queste il 42% svolgeva un'attività non retribuita nelle zone rurali. Lo stesso rapporto affermava che il 38% non si copriva mai il capo, il 50% indossava il velo, il 12% il turban annodato fino al mento e solo l'1% il chador.

Resterà famoso il discorso, nel 1979, dell’ayatollah Khomeini: “Ogni volta che in un autobus un corpo femminile sfiora un corpo maschile una scossa fa vacillare l’edificio della nostra rivoluzione.” 

In Iran è ancora forte la discriminazione contro le donne, che sono escluse da molti settori della vita pubblica. L'età legale per contrarre matrimonio è di 13 anni, ma i padri possono chiedere l'autorizzazione per far sposare le loro figlie anche prima e con uomini molto più anziani.

Se il rovesciamento dei Talebani, in Afghanistan, ha permesso l’istituzione di una legislazione moderna – che è ancora molto lontana dall’essere applicata – l’intervento militare in Iraq ha paradossalmente dato le ali agli sciiti integralisti che intendono ritornare su un codice di famiglia, adottato nel 1958, che era uno dei più avanzati dei Paesi musulmani.

In Pakistan, la legge punisce con la morte i delitti d’onore dal 2004, ma non è mai stata applicata.  Secondo il Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International, i casi di violenza e stupro sono proseguiti per mano di tutori di donne e lo Stato non è intervenuto a impedire e perseguire la violenza in ambito familiare e comunitario. Nonostante un divieto nei confronti delle jirga, emesso dall'Alta Corte di Sindh nel 2004, l'appoggio ufficiale a questo tipo di giustizia è continuato. Emblematico il caso di Tasleem Solangi, una diciassettenne originaria del distretto di Khairpur, nella provincia meridionale di Sindh, accusata, senza alcuna prova, di immoralità e uccisa, Il 7 marzo scorso, con brutale efferatezza. Spettatore impotente del massacro, il padre di Tasleem, che avrebbe dovuto vendere un terreno allo zio e ai suoi complici. A spalleggiare l’omicida anche un giudice tribale della zona, Karim Bux, che ha esercitato pressioni sulle forze dell’ordine affinché non aprissero le indagini sull’omicidio. Lo stesso Karim Bux, a maggio, ha composto una jirga – un’assemblea tribale – per giudicare il caso, la quale ha  assolto gli assassini e garantito loro l’impunità.

L’Islam e la condizione femminile non presentano affatto un volto uniforme e sono legati, come altrove, alle società e alle tradizioni locali.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

 

Copyright © 2009 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore gennaio 23, 2009 18:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:tunisia, libano, afghanistan, iran, giordania, arabia saudita, turchia, femminismo, senegal, egitto, islam, donna, marocco, algeria, daniela zini
domenica, 11 gennaio 2009

اسير


ترا می خواهم و دانم كه هرگز
به كام دل در آغوشت نگيرم
توئی آن آسمان صاف و روشن
من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

ز پشت ميله های سرد و تيره
نگاه حسرتم حيران برويت
در اين فكرم كه دستی پيش آيد
و من ناگه گشايم پر بسويت

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم مرد زندانبان بخندم
كنارت زندگی از سر بگيرم

در اين فكرم من و دانم كه هرگز
مرا يارای رفتن زين قفس نيست
اگر هم مرد زندانبان بخواهد
دگر از بهر پروازم نفس نيست

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن
نگاه كودكی خندد برويم
چو من سر می كنم آواز شادی
لبش با بوسه می آيد بسويم

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم كودك گريان چه گويم
ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

من آن شمعم كه با سوز دل خويش
فروزان می كنم ويرانه ای را
اگر خواهم كه خاموشی گزينم
پريشان می كنم كاشانه ای را



Prigioniera


Ti desidero, ma so che mai
Ti
terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.
Tu sei quel cielo limpido e luminoso,
Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,
Lo sguardo triste, stupito, volto a te,
Penso che una mano verrà
E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,
Da questa muta prigione spiccherò il volo,
Aggirerò lo sguardo del mio carceriere
E ricomincerò la mia vita accanto a te.

Penso, ma so che mai
Avrò
la forza di lasciare questa gabbia;
Seppure il mio carceriere non si opponesse,
Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,
Gli occhi di un bambino mi sorridono;
Quando intono una canzone gaia,
Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

O cielo, se, un giorno, volessi
Da questa muta prigione spiccare il volo,
Che direi agli occhi in lacrime del bambino:
Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,
Illumina una rovina;
Se decidessi di spegnerla,
Distruggerei un nido.


Traduzione dal persiano di Daniela
دانیلا Zini زینی



Fu intorno ai dodici anni che ebbe fine il sistema di selezionare i libri da leggere ed ebbi libero accesso alla biblioteca. Secondo mio padre, dovevo decidere da sola quello che dovevo leggere: la Letteratura era la mia grande passione e la Letteratura doveva essere accettata con tutti i suoi rischi. Dovevo apprendere a leggere con discernimento, a dare giudizi non influenzati, a non entusiasmarmi perché erano libri di successo, né a giudicare negativamente per l'avversa recensione di qualche critico. Dovevo apprendere a esprimermi con il minor numero di parole possibile.

Questi sono stati i precetti di mio Padre e questa fu l'impostazione culturale che lui mi suggerì.

Forugh Farrokhzad è stata per me un cartello indicatore.

La Poesia, per quanto intellettualizzata poteva esserne l'espressione, era sempre diretta: grido, sospiro, effusione sensuale, affermazione spontanea che nasceva sulle labbra dell'uomo in presenza dell'oggetto amato. Essa mescolava raramente il patetico da un lato, l'elaborazione realistica dall'altro, al suo lirismo o alla sua oscenità quasi puri. Il sentimento di una costrizione morale, il rigore o l'ipocrisia dei costumi non avevano influito sui Poeti antichi come su questa donna del mio tempo. Il gioco delle reticenze e degli schermi letterari, la mescolanza curiosa di rigore e di eccessi, perfino nello stile, e, soprattutto, la segreta amarezza che permeava certi componimenti ne erano un'ulteriore testimonianza. La vergogna e la paura inseparabili da ogni esperienza clandestina conferivano alla Poesia la bellezza di un'acquaforte incisa con il più corrosivo degli acidi. La posizione del Poeta restava quella tipica delle grandi epoche, quella di un Artigiano squisito. La sua funzione si limitava a dare alla più scottante e alla più caotica delle materie la più precisa e la più levigata delle forme. I suoi versi migliori non ci davano delle esperienze o delle idee della loro Autrice che il punto di partenza o quello di arrivo; tralasciavano tutto quello che, anche nei più raffinati, si rivolgeva visibilmente al lettore, tutto quello che rientrava nell'ordine dell'eloquenza o della spiegazione. Così avvezzi a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, da non riconoscere in essa la forma più forte e più condensata dell'ardore, la particella d'oro nata dal fuoco e non la cenere.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore gennaio 11, 2009 10:32 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, iran, femminismo, forugh farrokhzad, daniela zini
lunedì, 08 dicembre 2008

Alla sacra memoria di Olympe de Gouges

 

Questa umanità che ha maturato la donna nel dolore e nell’umiliazione vedrà il giorno in cui la donna avrà fatto cadere le catene della sua condizione sociale.

Un giorno la giovinetta sarà, la donna sarà e queste parole giovinetta, donna, non significheranno più soltanto il contrario del maschio, bensì qualcosa di proprio, che vale perse stessa, non un semplice complemento, ma una forma completa: la donna nella sua vera umanità.”

 

Rainer Maria Rilke

 

 

Il problema della prostituzione, come problema particolare dell’emancipazione femminile, costituisce la testimonianza più drammatica e inesorabile del posto paradossalmente anormale della donna nella società umana. La persistenza della prostituzione nella società moderna è la sfida della legge della foresta alla civiltà del diritto è il segno della insufficienza dello Stato dinanzi ai suoi doveri morali. Ma è anche la confessione vivente dell’inferiorità dell’ordine tradizionale dei rapporti sessuali dinanzi ai conclamati diritti della personalità. Questo estremo sfruttamento della donna fiorisce sul generale sfruttamento delle donne nella famiglia e nella società, tramandatasi dall’età patriarcale all’età capitalistica. Prostituzione e soggezione femminile sono intimamente connesse. Come in ogni fenomeno di sfruttamento, una frazione della classe sfruttata ne costituisce l’estremo fondo così la prostituzione è l’estremo fondo della soggezione femminile.

In una società in cui le donne non sono che una massa strumentale, l’estrema degradazione della tratta è, altrettanto logica nella società patriarcale, nella feudale e nella mercantile. Infatti, la prima osservazione sociologica intorno l fenomeno della prostituzione stabilisce che essa raccoglie le sue reclute quasi sempre tra le donne più bisognose e meno abbienti; e anche questo è un aspetto della lotta dell’uomo (in questo caso della donna) per l’affrancamento della schiavitù, in cui versa. Per questo la lotta contro la prostituzione è stata impostata seriamente soltanto sotto la bandiera del socialismo, attraverso una mediata solidarietà delle classi oppresse con gli strati più profondamente umiliati e offesi delle masse femminili. E non avrebbe potuto essere diversamente. La chiesa su questo punto aveva fallito, giungendo perfino ad avvallarla, a regolarla e tollerarla nelle monarchie cattoliche e nello stesso Stato Pontificio.

Al liberalismo come sistema oligarchico della classe dominante, il problema della prostituzione doveva sfuggire attraverso giustificazioni pseudo-scientifiche che, in realtà tradivano un profondo scetticismo e opportunismo. La prostituzione permane nella società liberale-democratica perché due sono le forme della degradante soggezione femminile: quella legittimata dal diritto comune – immediatamente impugnata dalle prime élites femministe, di origine nettamente borghese – e quella tollerata attraverso una legge speciale e illiberale impugnata dall’abolizione. In fondo per la comune coscienza liberale e democratica non vi è che differenza tecnica nei due gradi dell’unica schiavitù della donna. L’istinto di classe e l’istinto maschile formano un unico blocco conservatore che impedisce una lotta radicale per l’emancipazione delle donne più oppresse e sfruttate. su questo punto si forma una specie di deviazione oligarchica degli strati superiori femminili che lottano per il divorzio o per il suffragio. L’interesse e il sentimento impedisce di cogliere lo stretto nesso storico e sociale che lega le varie forme di schiavitù della donna nella società capitalistica.

Il conservatorismo della maggior parte delle classi dirigenti è appena incrinato dalla tradizione della riforma religiosa, che, saldamente radicata sull’etica delle opere, riesce a imporre al sistema capitalistico il problema della prostituzione. È ancora soltanto un cuneo nel terreno dell’avversario; ma l’iniziativa assume un grande significato. Come la setta di Chapman, guidata da Wilbeforce era riuscita a imporre la battaglia per l’abolizione della schiavitù nel mondo anglosassone, così Josephine Butler, impostava In Inghilterra la battaglia per l’abolizionismo. Riuscì, poi, a estenderla, attraverso la Federazione Abolizionista Internazionale, fondata nel 1875, in tutto il mondo. Infine, la Società delle Nazioni, animata in questo dallo spirito umanitario della moderna democrazia, giunse nel 1933 a varare la Convenzione Internazionale contro la tratta delle bianche.

Ma il problema della prostituzione, specchio evidente delle contraddizioni della democrazia capitalistica, ha radici profonde e tenaci. Le convenzioni internazionali come, del resto, il diritto interno, hanno di fronte a esso scarsa efficacia.

Perché?

Perché direttamente o indirettamente il regime borghese è legato anche a questi ambienti e a quei gruppi che vivono sulla tratta delle bianche e sulla regolamentazione della prostituzione. Soltanto una profonda rivoluzione sociale e ideologica potranno, dunque, risolvere un così intricato problema.    

Le interpretazioni naturalistico-morali che sono state architettate intorno a esso tradiscono una fondamentale carenza di volontà. Senza la soluzione del problema di fondo, del problema sociale, che condiziona il problema generale e complessivo dell’emancipazione della donna e il nesso economico particolarissimo della prostituzione e della tratta la causa dell’abolizionismo sarà destinata a un rinnovato fallimento. È, infatti, evidente l’insufficienza della scuola abolizionista. In fondo, la Butler si limitava alla difesa della libertà personale della donna, partendo lancia in resta contro ogni medievalistico intervento dello Stato e della polizia che offendesse i naturali diritti di libertà delle prostitute. D’altra parte il Lombroso, nel suo positivismo conservatore, riconosceva nella prostituzione la manifestazione inevitabile di fattori biologici inalterabili.

Così da un lato si restauravano le apparenze giuridiche dell’ordine laddove rimanevano in piedi e continuavano a operare le forze del più profondo disordine sociale; dall’altro si offriva un pretesto pseudoscientifico alla conservazione dello status quo o, per lo meno, al limite formale dell’azione abolizionista. In realtà, ambiente e prostituzione fanno tutt’uno – come dimostra il fatto che nei paesi in più floride condizioni economiche, quando le ricchezze vi siano democraticamente distribuite, la prostituzione è quasi inesistente – e soltanto l’analisi e l’azione marxista hanno in se stesse la capacità di tagliare e risolverne il nodo sociale.

Tuttavia il movimento di riforma umanitaria, che lentamente ma progressivamente ha ricacciato indietro la schiavitù, ha accerchiato la prostituzione, ha isolato il capitalismo come sistema di sfruttamento, con la sua ricchezza di motivi, nel suo fondamentale spirito laico, nella sua tensione democratica, ha ormai pervaso tutta la società.

La liberazione dalla prostituzione sarà, quindi, agevolata da mille riforme, da mille interventi tecnici. L’assistenza alla gioventù e alla maternità, la lotta per la salute pubblica, l’educazione sessuale più aperta e coraggiosa dovranno accompagnare la lotta a fondo contro i cartelli nazionali e internazionali che organizzano la tratta: il problema dell’urbanesimo, il rapporto città-campagna, il problema del lavoro, questi grandi problemi d’insieme che si assommano nella lotta contro la frattura di classe, costituiscono, infatti, il fondo della prostituzione, di questa forma particolare di alienazione della personalità umana.

Oggi, la protesta e la lotta in questo senso non possono non apparire e non essere contraddittorie ed equivoche, come, del resto, la stessa lotta contro il capitalismo. Di chi è impigliato nella vita e nel sistema stesso del capitalismo; e il domani si configura nelle esigenze morali e nella prassi quotidiana torbidamente, incertamente. Rimane, tuttavia, il fatto di questa grande speranza, di questo grande ideale, di questo coraggioso realismo. Rimane l’esigenza di risolvere i mille problemi individuali d’ordine familiare e sessuale, l’esigenza di instaurare un nuovo rapporto, socialmente adeguato alle condizioni della mutata vita moderna, tra uomo e donna.

Ormai inizia ad apparire chiaramente che non vi sarà pace per l’uomo e la donna nella moderna società se il fenomeno della prostituzione inciderà ancora su tutti i loro rapporti, guastandone l’armonia, così come il senso del peccato pesava sulla religiosità di altri tempi.

Al socialismo spetta, dunque, di risolvere questo caso di coscienza collettivo; a esso spetta il grande compito di spazzare la strada dell’umanità da questo grande sottinteso ostacolo che divide uomo e donna in tutta l’estensione della società, giustificando, forse, quel complesso di colpevolezza che si esprime ancora nel mito, nella superstizione, nel pregiudizio sessuale.

L’antinomia è sempre la stessa. Il razionalismo ha cacciato dalla mente dell’uomo moderno l’antica fede nel mito. Ma l’uomo è rimasto inferiore a questa conquistata nuova razionalità; e il suo problema morale consiste tutto, drammatico ed equivoco, nel tentare l’edificazione della nuova società: perché la vecchia, con le sue espressioni religiose, non è più sentita degna.

Ecco la grande partita che si trascina dietro l’umanesimo socialista: il problema della prostituzione che Dostojevski ha tragicamente rivelato alla nostra coscienza, costituisce, appunto, il momento più arduo della rivoluzione femminile, la prova più aspra per la validità dell’autonomia della morale moderna.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES


I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore dicembre 08, 2008 15:01 | Permalink | commenti (1)
categoria:femminismo, donna, prostituzione, daniela zini
giovedì, 20 novembre 2008

Il 29 gennaio 2002,  nel suo discorso sull’Unione George W. Bush dichiarava:

 

“La bandiera americana svetta di nuovo sulla nostra ambasciata a Kabul… Oggi, le donne sono libere.”

 

Ma se si ricorda bene la successione degli avvenimenti, era il terzo cambiamento di obiettivo dall’inizio della guerra.

I diritti delle donne non sono mai stati la preoccupazione degli Stati Uniti, in Afghanistan non più che altrove.

C’era una volta un paese in cui le donne non avevano il diritto di voto, a dispetto dei trent’anni di lotta femminista.

Il diritto di voto è fondamentale.

E, tuttavia, mi rammarico, forse, che non sia stata bombardata l’Italia?

No.

Per quanto prezioso questo diritto, il suo valore avrebbe mai eguagliato il suo costo?

Quando si tratta dei diritti delle donne, vale a dire dei diritti umani, la questione che si pone a proposito di una guerra è sempre, infine, la stessa: quali sono i mali peggiori della guerra per una popolazione?

In quale momento la guerra diviene preferibile?

Dire che la guerra è vantaggiosa alle donne afghane, è decidere che vale più per loro morire sotto le bombe, morire di fame, morire di freddo, che vivere sotto i Talebani. La morte piuttosto che la servitù: è ciò che ha deciso l’opinione occidentale per le donne afghane.

Una decisione che ha rischiato di essere eroica.

Che sarebbe stato necessario perché lo fosse?

Ebbene, che Rumsfeld, a esempio, avesse detto:

 

“Io preferirei morire piuttosto che vedere le donne afghane un minuto di più sotto il potere dei Talebani.”

 

Che gli occidentali mettano le loro vite sulla bilancia e non quelle delle afghane.

Una decisione che sarebbe eroica nel primo caso è, nel secondo, un modo di giocare con la vita altrui, cosa moralmente ripugnante.

Qui si è nel secondo caso.

Il modo irresponsabile con cui è stato trattato in Occidente l’alibi della liberazione delle donne afghane è un’illustrazione del fatto che le vite occidentali valgono di più, infinitamente di più, delle altre e del fatto che l’Occidente, non contento di aver messo un prezzo molto basso sulle altre vite, stimi di avere il diritto di disporne a suo piacere.

 

 

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne, una vittoria alquanto recente:

·         1893 Nuova Zelanda

·         1902 Australia

·         1903 Tasmania

·         1906 Finlandia

·         1915 Danimarca

·         1917 Germania, Austria

·         1918  Estonia, Irlanda, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia, Regno Unito 

·         1919 Paesi Bassi, Svezia, Lussemburgo

·         1920 Repubblica Ceca, Slovacchia

·         1948 Belgio

·         1931 Spagna

·         1944 Francia

·         1945 Italia, Slovenia

·         1947 Malta

·         1952 Grecia

·         1960 Cipro

·         1963 Iran

·         1971 Svizzera

·         1976 Portogallo

·         1980 Iraq

 

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. 

postato da: Firouzeh alle ore novembre 20, 2008 17:05 | Permalink | commenti (1)
categoria:afghanistan, femminismo, donna, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Presentazione

di:

 

Forugh Farrokhzad

una foglia portata dal vento,

caduta quasi per caso sulla mia via

 

- A. D. Zini -

 

 

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo "i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti".

Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere di Forughzaman Farrokhzad. Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere e una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.

Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso. Non commetto, forse, un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?

In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.

Non ci si sorprenda, dunque, se la mia immaginazione si ingegni a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo. Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo, che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.

La Poesia è una sfida all’indicibile, al non detto che sgorga dal profondo dell’animo umano e per questo assume una dimensione collettiva.

È stato detto che la Poesia imita la Natura.

 

La brise du printemps rafraîchit le visage des roses.

Dans l’ombre bleue du jardin, elle caresse aussi le visage de ma bien aimée.

Malgré le bonheur que nous avons eu, j’oublie notre passé.

La douceur d’aujourd’hui est si impérieuse.

Omar Khayyam

 

Una sorta di legame ha collegato, sin dall’antichità il femminile con le piante, la natura e il giardino, spazio narrativo per eccellenza. Quell’accordo segreto che, nell’avvicendarsi dei tempi, non viene a perdersi, ma conformandosi alle nuove istanze e ideologie, si tramanderà come cifra segreta dell’anima. Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zeffiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “Giardino, primavera e dolce commercio”. Ad almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall’armare navi, elevare templi, compiere massacri.

La donna è stata quasi esclusivamente oggetto di canto, simbolo e non realtà corporea degna di entrare nel divino ritmo dei versi. Per riflesso, le donne, escluse dai canali della cultura erudita, non hanno trasferito il proprio io sulla carta o, se lo hanno fatto, non hanno ricevuto l’attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine e in quanto incapaci di regolari gestazioni poetiche e pochissimo letterate.

Le donne per riuscire a esprimere tutto il loro mondo sono state costrette a adattare alle proprie esigenze il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, porgendo attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività al fine di stabilire un contatto solidale e fraterno con le proprie consorelle, originare una coscienza comune e una riflessione, non ancora organiche, dalle quali partire e realizzare attraverso la scrittura poetica un progetto di emancipazione.

La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze.

Forughzaman Farrokhzad prova a esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo, che entra nel linguaggio non solo come tema, ma anche come percezione: la Poesia non si limita a esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Gli atteggiamenti di ribellione profetizzante a tratti, a tratti di serena rassegnazione, in sostanza di rassegnata ribellione si rispecchiano abbastanza bene nel canto poetico e provano che una grande cultura e una profonda consapevolezza di sé e della propria storia probabilmente non bastano a mitigare il dolore dell’umiliazione e della speranza sopraffatta.

Dolore e gioia, disperazione che suscita progetti di suicidio e beato annullamento nelle braccia dell’Amato, capacità di trasformare il tempo della vita nel sacrificato tempo dell’attesa e, simultaneamente, pragmatica attitudine a prendere repentine decisioni nella sfera del quotidiano, tutto ciò caratterizza la Sua produzione poetica.  

Ho, quindi, deciso, di iniziare questo difficile percorso all’interno della scrittura poetica di Forughzaman Forrokhzad con trentadue poesie - quanti i suoi anni di vita - che ritengo, più di altre, significative di due condizioni, tipiche della donna che mette la propria anima in versi: la rassegnazione e la ribellione.

 

Daniela Zini

 

 

اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

 

Prigioniera

 

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la mia vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi 

Da questa muta prigione spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Traduzione dal persiano di Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 19:16 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, iran, femminismo, donna, forugh farrokhzad, daniela zini
martedì, 02 settembre 2008

Je cherche le mot juste, mais je ne le trouve pas. Il y a longtemps que je cherche. Au début, je l’ai cherché en allemand, puis je me suis dit : assez, je ne le trouverai jamais, cette langue ne me servira pas, j’y nagerai dans les approximations romantiques et les euphémismes. Mais la langue française, en revanche, me paraissait si précise, trop précise même pour moi qui étais dans le vague.

Et pourtant il devrait bien exister ce mot, un mot précis, solide, acéré.

On dit qu’au siècle prochain, quand l’espérance de Vie sera de cent cinquante ans, on oubliera non seulement le nom de ses grands-parents, mais aussi de ses parents.

Si j’ai connu un jour le mot que je cherche, comment ai-je bien pu le perdre ?

Je me suis beaucoup déplacée.

Ma Vie, telle la Gaule de Jules César – même si nos préoccupations ne sont pas identiques – est divisée en trois parties. Mais si Jules César – ne croyez pas, mon Général, que j’aie l’audace de me comparer a Vous. Il ne manquerait que cela ! – s’occupa de l’espace, moi, qui écris ces lignes, j’ai été toute ma Vie préoccupée par le temps, qu’on ne saurait ni acheter, ni dérober, ni falsifier.

Il se peut donc que je l’aie connu et perdu en cours de route, ce mot qui me manque et qui devrait désigner un sentiment précis, précieux, semblable à une flamme, basse chez les uns, haute chez les autres.

Une flamme qui s’est maintenue pendant des millénaires, se moquant des tempêtes, des orages et des guerres.

Une flamme intrépide, belle, toujours à mesure humaine.

Or voici que soudain vient la découverte.

Oui, le mot juste, celui que je cherchais au commencement, il est venu à moi.

Et c’est NECESSITE.

La NECESSITE, Vous dis-je, le besoin que deux Etres ont souvent l’Un de l’Autre, même s’il n’y a sans doute jamais de totale égalité.

Une NECESSITE présente, pressante et solide comme le besoin de tendresse, de chaleur et de larmes.

Une NECESSITE profondément inscrite dans le secret des confessions, des silences, peut-être même de la volupté.

NECESSITE sous-tendue par une force créatrice, NECESSITE d’aimer et d’être aimé.

NECESSITE, dont, ici, je me réclame.

 

Il m’est arrivé, à divers moments de ma Vie, d’esquisser mes souvenirs, mais lorsque je parlai de moi, je ne me sentais pas tout à fait à l’aise, un peu comme si je voulais imposer à mon lecteur un personnage importun. Ma pensée vit à la fois dans le passé comme mémoire et dans le présent comme conscience de soi aux prises avec le temps. Quant au futur, il n’y en aura pas forcément un, ou peut-être sera-t-il bref et anodin.

Dans mon esprit, l’histoire de ma Vie a un début, un milieu et une fin.

On peut vivre pour l’Au-delà, pour les générations à venir ou dans le présent : personnellement, j’ai très tôt opté pour la féroce immanence, comme l’appelle Herzen.

Je me suis efforcée de rechercher le sens de la Vie, sans idée préconçue.

Je n’ai jamais été capable d’observer Autrui de façon aussi attentive et approfondie que moi-même. J’ai parfois essayé de le faire, surtout dans ma jeunesse, mais cela ne m’a guère réussi.  Il y a des gens qui en sont peut-être capables, mais je n’en ai pas connu. Toujours est-il que je n’ai jamais trouvé quelqu’un qui sache voir en moi plus loin que moi-même. La connaissance de soi a été une donnée constante de ma Vie, mais je ne saurai dire quand l’idée m’en est venue. Je me souviens très bien, par contre, quand j’ai su pour la première fois que la Terre était ronde, que toutes les grandes personnes avaient un jour été ENFANTS, que Lincoln avait libéré les Noirs. Pour autant que je m’en souvienne, j’ai toujours cherché à me connaître, de façon différente, bien sur, suivant mon âge. Tantôt cette préoccupation se mettait en veilleuse et ne survivait en moi que de manière confuse, comme entre mes vingt et trente ans, tantôt elle me guidait de façon ferme et claire, comme dans ma petite enfance et après la trentaine. Elle reste en moi plus forte et plus pressante que jamais.

Chacun a ses secrets.

Certains les traînent tout au long de leur Vie comme un fardeau, d’autres les chérissent et les conservent avec soin, comme une source de Vie jaillissante où ils puisent leurs forces vives jusqu’à la fin. Pour moi, ces secrets forment le trait d’union entre mon passé et mon présent. Je ne suis de ceux qui traînent derrière eux un poids mort qui les accable. Ce que j’ai jugé de garder, je l’ai laissé vivre et s’épanouir en moi. J’ai l’impression d’avoir su tirer de tous les embrouillaminis de la Vie, peu importait que cela fût gai ou triste. Si le prix a parfois été exorbitant, c’était là sans doute le prix qu’exigeait la Vie. Celui qui a peur de payer trop cher meurt à soi-même.

Je n’ai jamais senti d’hiatus entre moi et le Monde, ce dont j’ai pris conscience il y a une trentaine d’année déjà, à une époque où je ne soupçonnais même pas l’existence d’une identité de nature entre l’homme et la pierre, entre la matière organique et inorganique. L’énergie que je sens en moi comme une onde de chaleur qui me traverse quand je prononce le mot « JE » ne peut se dissocier de la totalité de l’énergie cosmique. Moi aussi, je suis une partie de l’Univers et parfois c’est celle-ci que je perçois plus intensément que le tout. Je me rends compte que j’ai reçu ce potentiel d’énergie à la naissance, un potentiel étonnamment puissant vu ma santé, ma personnalité et la faculté que j’ai gardée jusqu’à ce jour de me transformer. Mais je sais que l’instant même où il sera épuisé, ce sera fini.

J’ai voulu me connaître et aussi me transformer.

Apres avoir pris la mesure de moi-même, je voulais me libérer, atteindre un équilibre intérieur, trouver des réponses aux questions posées, défaire des noeuds et ramener le dessin confus et morcelé à quelques lignes simples. Je voulais parvenir à un état stable, dépasser le désordre émotionnel de la jeunesse, les jeux intellectuels, le mal du siècle qui s’éternise et les angoisses de la créature tremblante du XX siècle : plus de peurs, ni de superstitions, ni d’incertitudes, ni d’engouements passagers. Il fallait éliminer ces obsessions dont on n’a plus aucune chance de se libérer quand vient la vieillesse.

Tout cela doit paraître terriblement sérieux. Peut-être le lecteur a-t-il déjà devant les yeux l’image d’un visage sévère avec des lunettes, un dentier, des cheveux raides et grisonnants, et d’un stylo ennuyeux, ventru, intarissable que tient une main arthritique et sillonnée de veines bleues.

Ce portrait est inexact, mais ce n’est pas à moi de juger de mon aspect.

Je sais seulement que le front est devenu ferme et l’ovale du visage avec ses zones d’ombre exprime une Vie infiniment plus intense que sur mes photographies de jeunesse.

L’idée d’un Au-delà ne m’intéresse guère. Elle s’apparente un peu, à mes yeux, à l’opium du peuple, on l’exploite comme le gaz ou le pétrole. Dès l’instant où elle surgit, je suis sur mes gardes, elle n’apporte que de fausses vérités et des réponses faciles, mieux vaut s’en méfier.

Tout ce qui est grand dans le Christianisme, qui est l’un des éléments constitutifs de notre civilisation, se retrouve dans les autres religions.

Toujours et partout on a tué Dieu pour s’en nourrir.

Ni les Actes des Apôtres, ni l’Apocalypse, ni l’Eglise n’ont réussi à briser les chaînes de l’esclavage, le Nouveau Testament n’a pas soufflé mot de la désolation qui se lit dans le regard des ANIMAUX.

Vingt siècles après les Béatitudes, les hommes continuent à se moquer des bossus, des anormaux, des impuissants, des homosexuels, des maris trompés et des vieilles filles.

Le Christianisme, tout en libérant les hommes spirituellement, n’a pas réussi à les libérer socialement.

Le siècle qui m’a vue naître et grandir était le seul à pouvoir me convenir.

Je sais bien que beaucoup en jugent autrement.

Je ne parle pas ici du bien-être matériel ou du bonheur de vivre dans son propre pays, mais de quelque chose de plus essentiel.

Femme italienne, où et quand aurais-je pu être plus heureuse ?

Au XIX siècle avec les mamans et les demoiselles de la bourgeoisie naissante ou les pédantes championnes du Féminisme ?

Au XVIII siècle, ou à une époque encore plus lointaine lorsque, dans toute l’Europe, jeunes et vieux passaient leur temps à dormir, manger et prier ?

Tout était déjà en place quand je suis arrivée. Autour de moi s’étalaient des trésors, il n’y avait qu’à les ramasser.

Je vis au milieu d’un invraisemblable et indescriptible foisonnement de questions et de réponses et pour être tout à fait franche, les malheurs de mon siècle m’ont plutôt servi.

Je suis heureuse que les énigmes de ma jeunesse aient été élucidées.

Je ne fais jamais semblant d’être plus intelligente, plus belle, plus jeune, ni meilleure que je ne suis.

Je choisis mes Amis.

Je suis libre de vivre où et comme je veux, de lire, de penser ce que je veux, d’écouter qui je veux.

Je suis libre dans les rues des grandes villes lorsque, perdue dans la foule, je déambule sans but sous une pluie battant en marmonnant des vers, quand je me promène au bord de la mer dans une solitude bienheureuse, bercée par la Musique intérieure, quand je referme derrière moi la porte de ma chambre.  

 

Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES 

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.   

postato da: Firouzeh alle ore settembre 02, 2008 19:19 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, parigi, femminismo, donna, morte, cristianesimo
venerdì, 07 marzo 2008

La saveur de la vie est dans le désir d'être une Femme.

Ce post est dédié à Vous Mesdames de la part d’une Femme aux Femmes.

Daniela

 

 

 

« Per quanto riguarda il problema della libertà, per me si riduce a una questione di parole. Non acconsentirò mai a identificare la libertà con un certo numero di libertà politiche. In ciò che voi chiamate libertà io vedo solamente « delle » libertà. E quella che io chiamo lotta per la libertà non è che la continua e concreta conquista dell’idea di libertà. Colui che non vede la libertà come un bene ardentemente desiderato e crede di possederla, in verità possiede una cosa senza vita, senza anima ; perché la nozione di libertà ha questo di particolare, che si allarga costantemente. Se, dunque, ci si ferma e si proclama di averla conquistata, nello stesso atto avrà dimostrato esattamente di averla perduta… »

Henrik Ibsen

 

Verrebbe spontaneo – come è stato fatto da molti critici – vedere in Ibsen un antesignano di quel femminismo che, proprio alla fine del XIX secolo, iniziava a affermarsi. La migliore smentita a tale interpretazione, una smentita che non la nega ma la inquadra in una visione ancora più ampia, viene dallo stesso autore. Durante un banchetto dell’Associazione Norvegese per i Diritti della Donna, il drammaturgo dichiarò, infatti, rispondendo al brindisi:

 

« Devo rifiutare l’onore di avere consapevolmente lavorato per i diritti della donna. Non sono neppure proprio sicuro di quello che siano, in realtà, i diritti della donna. Per me, è stata una questione di diritti dell’umanità. »

 

 

Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zefiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “giardino, primavera e dolce commercio”. A almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall'armare navi, elevare templi, compiere massacri.

In un essere che è stato programmato per essere dominato, l’intelligenza è una qualità scomoda da scoraggiare sul nascere, per non darle modo i prendere coscienza di sé. Al contrario, viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano compresi, ancora prima di essere formulati, e soddisfatti da un essere condizionato a anteporre i bisogni altrui ai propri e, spesso, a scapito dei propri.

Il femminismo è stata la prima forma di identità pubblica che le donne, si sono date dalla fine del ‘600.

Se molto è stato fatto, soprattutto nei Paesi industrializzati, molto resta da fare per le mutilazioni e l’emarginazione cui molte donne africane, asiatiche sono sottoposte.

La parità di diritti con l’uomo, la parità salariale, l’accesso a tutte le carriere sono obiettivi sacrosanti e, almeno sulla carta, sono già stati offerti alle donne nel momento in cui l’uomo l’ha giudicato conveniente. Resteranno, tuttavia, inaccessibili alla maggior parte di loro finché non saranno modificate le strutture psicologiche che impediscono alle donne di desiderare fortemente di farli propri. Sono queste strutture psicologiche che portano la persona di sesso femminile a vivere con un senso di colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo produttivo, a sentirsi fallita come donna se vi aderisce e a sentirsi fallita come individuo se, invece, sceglie di realizzarsi come donna.

 

 

Non mi rammarico, certo, di essere nata donna, al contrario, ne traggo grande soddisfazione.

Quasi sempre mi sono sentita bene nella mia pelle, e ho avuto fiducia nella mia buona stella. Ho spinto addirittura la mia fiducia nell’avvenire sino alla sventatezza : non avevo creduto alla guerra prima che scoppiasse. Adesso sto più attenta. Mi piace guardare in faccia la realtà e parlarne senza abbellirla. Non sopporto l’infelicità e sono poco incline a prevederla, quando la incontro mi indigna e mi sconvolge, e provo il bisogno di comunicare la mia emozione. Per combatterla, bisogna prima rivelarla, e, pertanto, dissipare le mistificazioni dietro le quali la si nasconde per evitare di pensarvi. È proprio perché rifiuto le evasioni e le menzogne, che mi si accusa di pessimismo, ma questo rifiuto implica una speranza : che la verità può essere utile. È un atteggiamento più ottimistico che non scegliere l’indifferenza, l’ignoranza, le false apparenze.

Dissipare le mistificazioni, dire la verità, è uno dei fini che ho più ostinatamente perseguito. Questa ostinazione ha le sue radici nella mia infanzia, non ho mai tollerato la stupidità : un modo per soffocare la vita e le sue gioie sotto i pregiudizi, le abitudini mentali, le false apparenze, le frasi vuote.  

La mia educazione mi aveva inculcato l’inferiorità intellettuale del mio sesso, inferiorità che molte delle mie coetanee ammettevano rispetto agli studenti maschi e che conferiva maggior pregio ai miei successi. Mi era sufficiente eguagliarli per sentirmi eccezionale. In realtà, non ne avevo incontrato nessuno che mi avesse sbalordito. L’avvenire mi era aperto in misura eguale a loro. Non avevano alcun vantaggio su di me, né, d’altronde, lo pretendevano. Mi trattavano senza condiscendenza, anzi con una gentilezza particolare, poiché non vedevano in me una rivale. La loro simpatia mi evitò sempre di assumere quell’atteggiamento di sfida che trovo così sgradevole nelle donne americane.

Gli uomini sono stati per me dei compagni, non degli avversari. Lungi dall’invidiarli, la mia posizione, in quanto singolare, mi sembrava privilegiata. Non ho mai rinnegato la mia femminilità. Mi piccavo di riunire in me un cuore di donna e un cervello di uomo.

 

 

« Des riches, nous avons entendu que les pauvres sont responsables de leur pauvreté, des Blancs que les Noirs n’ont qu’eux-mêmes à blâmer pour leur statut social minable, et des hommes que les femmes sont satisfaites de leur destin et ont choisi leur propre subordination. »

Dale Spender

 

Le jour où l’une d’entre nous découvre soudain n’être ni « inférieure », ni « anormale », ni « un défaut de fabrication de Dieu » ni « dépourvue de créativité et de talents artistiques », ni « incapable d’Amitié », mais qu’un même regard masculin au cours des siècles lui a inculqué cette image négative d’elle-même, elle ne peut s’empêcher de se demander si d’autres femmes dans le passé ont fait, aussi, cette merveilleuse découverte de se savoir capables de tout comme l’autre moitié de l’humanité. Avec, en plus, le pouvoir de donner la vie.

Dale Spender raconte qu’elle cesse de croire à la quasi-absence des femmes dans l’histoire, ainsi que l’enseignaient toutes les institutions, lorsqu’elle apprend qu’en 1911 les féministes avaient en Grande-Bretagne vingt et une revues, une librairie, une imprimerie et une banque gérée par et pour des femmes.

Quand une femme refuse de reconnaître la suprématie masculine et le modèle unique de la maternité, on la repousse dans un ghetto où elle ne pourra pas nuire et on se sert de l’exemple de son isolement comme repoussoir pour garder l’ensemble des femmes dans le droit chemin du servage. Mais cette stratégie est à double tranchant, car la virginité, par exemple, représente une voie vers l’indépendance envers les hommes.

Ce choix porte en soi un germe d’intégrité qui libère des valeurs de soumission.

La vierge symbolise la femme intacte dans tout son passé et son potentiel affectif originel. Pour les hommes, remarque Beauvoir, « la virginité n’a d’attirance érotique que si elle s’allie avec la jeunesse ». Le mépris des hommes envers les vieilles filles viendrait, selon elle, de la peur que ces femmes aient échappé à leur pouvoir ou qu’elles possèdent trop de pouvoir en propre.

 

« Arriver à la conclusion que le vrai but des femmes dans la vie est de vouloir compter beaucoup les unes pour les autres et que, pour elles, les hommes ne sont qu’une incidence dans leur vie est bien sûr très terrifiant ».

Simone de Beauvoir

 

 

Les femmes ont toujours eu un passé dur à oublier et un silence difficile à vivre mais, au fil du temps, une sorte de lien s’est tissé entre elles et la Nature, comme espace narratif pour excellence : un jardin secret où naissent les fleurs de l’espoir.

« Princesse Firouzeh » est né de l'envie de faire connaître mes écrits. Mais créer un site Internet uniquement pour diffuser mes ouvrages m’est vite apparu d’un intérêt limité car il existe déjà de nombreux sites personnels littéraires. Aussi il m’a paru juste et urgent traduire et présenter dans « Princesse Firouzeh » une petite anthologie de Poésie féminine, si peu mise en relief voire quasiment passée sous silence, réhabilitante les femmes poètes.

Les femmes Poètes ont toujours eu une étonnante faculté de percevoir les plus subtiles vibrations de l'âme et de savoir les exprimer de manière sublime, ce qui a fait dire à Montherlant :

 

« Les hommes ne sentent pas avec la même vivacité que les femmes. »

 

Je vous souhaite un beau voyage à travers les mots, mots d’hier et d’aujourd’hui, mots sans temps et sans espace qui portent en eux notre histoire et nous emmènent loin, très loin, très très loin…

 

 

Simile agli dei mi pare
Chi a te di fronte siede e ascolta
Quando tu parli soavemente
E ridi con amore.

Ma quest'immagine tua nel petto
Il cuore mi spaura. Solo un attimo
Ti guardo, e voce non più
M'esce dal labbro:

La lingua mi s'intorpida. Sottile
Un fuoco le membra mi corre,
Gli occhi non vedono, e m'assorda
Un rombo gli orecchi.

Di sudore un velo mi copre, tutta
Mi vince un tremore: più verde sono
Dell'erba, e nel mio patire vicina
Morte m'appare.

Saffo (VII secolo a.C.)

 

 

 

I bianchi cavalli smaniosi
Ssi levavano dritti sulle zampe
Con grande strepito; il suono della cetra
Batteva in eco sotto il portico vasto della corte.
O Bàuci infelice, io gemendo piango al ricordo.
Queste cose della fanciullezza hanno ancora calore
Nel mio cuore, e quelle che non furono di gioia
Sono cenere, ormai. Le bambole stanno riverse
Sui letti nuziali; e presso il mattino
Lla madre cantando più non reca
Il filo sulla rocca e i dolci cosparsi di sale.
A te fece paura da bambina la Mormò
Che
ha grandi orecchie e su quattro

Piedi s'aggira movendo intorno lo sguardo.
E quando, o Bàuci amata, salisti sul letto dell'uomo
Senza memoria di quello che giovinetta ancora
Avevi udito da tua madre, Afrodite
Non fu pietosa della tua dimenticanza.
Per questo io ora piangendoti non ti abbandono;
Né i miei piedi lasciano la casa che m'accoglie,
Né voglio più vedere la dolce luce del giorno,
Né lamentare con le chiome sciolte; ho pudore
Del cupo dolore che mi sfigura il volto.

 

Erinna (IV secolo a. C.)

 

 

 

Dolce come l’amore non vi è nulla

Ogni altra felicità viene dopo: perfino

Il miele la mia bocca rifiuta.

Questo dice Nosside

Solo chi non ha avuto i baci

Di Cipride non sa che fiori sono le rose.

 

Nosside (III secolo a.C.)

 

 

 

Lacrime di bimba

 

A un grillo, d’arati prati usignolo,

E a una cicala che abitò le querce,

Quella tomba comune innalzò Miro,

Una bimba, e lacrime sparse di bimba,

Poiché spietato l’Ade le tolse

Quei due cari balocchi.

 

Anite (III secolo a.C.)

 

 

 

Piangimi, d'un pianto breve, nato
Dal segreto del cuore: dimmi
Una tua parola tenera: di me ricorda,
Quando con me più non sarà la vita.

Filita di Cos (III secolo a.C.)

 

 

 

Abandon

Elles disent : Si jeune, et tant de cheveux blancs !

Et moi : Blancs ils seraient, pour peine moins affreuse !
Tout est malheur en cette vie, Abu Hassan.
Puisque je vis sans toi, et partant malheureuse.
Il était la jeunesse et l'âge sûr de lui,
Calme mais chaleureux, main offrante et offerte,
Il était le mérite absolu, non pas certes
De tel sot qui devant ses chefs se rembrunit.
Quand on parle d'un homme et qu'un juste propos
Dit avec art sa bienveillance et son honneur,
C'est à toi que je pense, et je pleure, un sanglot
Etouffe tout mon être et fait fondre mon coeur.
Ce coeur, tu l'as brisé, j'en jure, il n'en peut plus !
Le deuil emplit mon âme et ma tête fléchit.
Le dur bois de ma lance aujourd'hui s'est rompu,
Cassé comme le coeur si solide du buis.

 

Al Khansa (VII secolo d.C.)

 

 

 

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,

Mentre vai nella riserva dell'imperatore,

Il guardiano della riserva

Non ti starà osservando

Mentre mi agiti la manica?

 

Nukata no Ohokimi (VII secolo d.C.)

 

 

 

Se fosse possibile morire per amore,

Per mille volte

Io sarei morta e tornata a morire.

 

Kasa no Iratsume (VII secolo d.C.)

 

 

 

Les chaînes de l'amour

De nouveau piégée dans les rets de son amour
J'eus beau faire, rien n'y faisait
Récalcitrante, j'ignorais que plus je me débattrais
Plus étroitement le piège m'enlacerait

Une mer sans rivage, c'est cela l'amour
O malheureuse, comment y surnager !

Si tu veux connaître le fin mot de l'amour
Alors accepte même ce qui déplaît
La ciguë toute bue que l'on s'imagine délice
La cruauté constatée que l'on veut croire bienfait.

 

Rabe’e Balkhi (X secolo d.C.)

 

 

 

Il me faut chanter ici ce que je ne voudrais point chanter
Car j'ai fort à me plaindre de celui dont je suis l'amie
Je l'aime plus que tout au monde
Mais rien ne trouve grâce auprès de lui
Ni Merci, ni Courtoisie, ni ma beauté, ni mon esprit,
Je suis trompée et trahie comme je devrais l'être
Si je n'avais pas le moindre charme.

Une chose me console: jamais, je n'eus de torts
Envers vous, ami. Je vous aime, au contraire
Plus que Seguin n'aima Valence
Et il me plait fort de vous vaincre en amour,
Ami, car vous êtes le plus vaillant de tous.
Mais vous me traitez avec orgueil en paroles et en actes,
Alors que vous êtes si aimable envers d'autres.

Je suis surprise de l'arrogance de votre coeur,
Ami, et j'ai bien sujet d'en être triste
Il n'est point juste qu'un autre amour vous éloigne de moi
Quel que soit l'accueil qu'il vous réserve,
Qu'il vous souvienne du début
De notre amour. A Dieu ne plaise
Que par ma faute il s'achève.

La grande vaillance qui loge en votre coeur
Et votre grand mérite me sont sujets de tourments,
Car je ne connais point dame, proche ou lointaine,
Et en désir d'amour qui vers vous ne soit attirée
Mais vous, ami de si bon jugement,
Vous devez bien reconnaître la plus sincère
Ne vous souvient-il pas de nos jeux partis?

Ma valeur et mon lignage, ma beauté
Et plus encore la sincérité de mon coeur, doivent me secourir
C'est pourquoi je vous envoie, là-bas,
Cette chanson qui me servira de messager
Je veux savoir, mon bel et doux ami,
Pourquoi vous m'êtes si dur et si farouche,
Est-ce orgueil ou indifférence?

Mais je veux, messager, que tu lui dises
Que trop d'orgueil peut nuire à maintes gens.

 

Beatrice contessa Di Dia (XII secolo)

 

 

 

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
Acresce gioia a tutti fin’amanti,
E vanno insieme a li giardini alora
Che gli auscelletti fanno dolzi canti;
La franca gente tutta s’inamora,
E di servir ciascun tragges’inanti,
Ed ogni damigella in gioia dimora;
E me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
E tenemi sovente in forte doglia:
Donar mi vole a mia forza segnore,
Ed io di ciò non ho disìo né voglia,
E ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
Però non mi ralegra fior né foglia.

 

Compiuta Donzella (XIII secolo)

 

 

 

May you come, Love, to gaze upon my glory
And also yours, since the work of your arrows
Has made us both bright and immortal
Wherever anyone loves and longs for Love.

It makes me bright, because I did not refuse
To accept your mortal blows —
Since I was taken by his eyes, those
That nature has never made since or before;

It makes you bright, because I try to praise you
As much as I can in verse and in speech
With wit and in that vein which you gave me.

Now you need to prevent that sun,
Which woke me to be my guide and support,
From leaving my eyes lightless and alone.

 

Gaspara Stampa (1523-1554) 

 

 

 

Depuis qu'Amour cruel empoisonna
Premièrement de son feu ma poitrine,
Toujours brûlai de sa fureur divine,
Qui un seul jour mon coeur n'abandonna.

Quelque travail, dont assez me donna,
Quelque menace et prochaine ruine,
Quelque penser de mort qui tout termine,
De rien mon coeur ardent ne s'étonna.

Tant plus qu'Amour nous vient fort assaillir,
Plus il nous fait nos forces recueillir,
Et toujours frais en ses combats fait être ;

Mais ce n'est pas qu'en rien nous favorise,
Cil qui les Dieux et les hommes méprise,
Mais pour plus fort contre les forts paraître.

 

Louise Labé (1524-1566)

 

 

 

Jouissance

Aujourd'hui dans tes bras j'ai demeuré pâmée,
Aujourd'hui, cher Tirsis, ton amoureuse ardeur
Triomphe impunément de toute ma pudeur
Et je cède aux transports dont mon âme est charmée.

Ta flamme et ton respect m'ont enfin désarmée ;
Dans nos embrassements, je mets tout mon bonheur
Et je ne connais plus de vertu ni d'honneur
Puisque j'aime Tirsis et que j'en suis aimée.

O vous, faibles esprits, qui ne connaissez pas
Les plaisirs les plus doux que l'on goûte ici-bas,
Apprenez les transports dont mon âme est ravie !

Une douce langueur m'ôte le sentiment,
Je meurs entre les bras de mon fidèle Amant,
Et c'est dans cette mort que je trouve la vie.

 

Marie-Catherine Hortense de Villedieu (1632-1683)

 

 

 

Per Amico lontano

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
trovar quiete all’agitata mente
che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
stuolo d’affanni contro me si avvente.
Parmi lunge veder sotto straniero
cielo, e su fragil prora errar dolente
il mio diletto amico, e l’aere nero
che il minaccia ravviso, e il mar fremente.
Odo i gemiti suoi, già di sua vita
vicin veggo il perielio, e grido o dei
deh gli porgete, o Dio pietosi aita!
Mi sveglio allor tremante, e la funesta
imago non mi lascia, e gli occhi miei
d’amaro pianto innondo e pur son desta.

 

Lesbia Cidonia (1746-1801)

 

 

I have a Bird in spring
Which for myself doth sing -
The spring decoys.
And as the summer nears -
And as the Rose appears,
Robin is gone.

Yet do I not repine
Knowing that Bird of mine
Though flown -
Learneth beyond the sea
Melody new for me
And will return.

Fast in a safer hand
Held in a truer Land
Are mine -
And though they now depart,
Tell I my doubting heart
They're thine.

In a serener Bright,
In a more golden light
I see
Each little doubt and fear,
Each little discord here
Removed.

Then will I not repine,
Knowing that Bird of mine
Though flown
Shall in a distant tree
Bright melody for me
Return.

 

Emily Dickinson (1830-1886)

 

 

 

А, ты думал - я тоже такая,
Что можно забыть меня,
И что брошусь, моля и рыдая,
Под копыта гнедого коня.

Или стану просить у знахарок
В наговорной воде корешок
И пришлю тебе страшный подарок -
Мой заветный душистый платок.

Будь же проклят. Ни стоном, ни взглядом
Окаянной души не коснусь,
Но клянусь тебе ангельским садом,
Чудотворной иконой клянусь
И ночей наших пламенных чадом -
Я к тебе никогда не вернусь.

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
Che si possa dimenticare
E che si getti, pregando e piangendo,
Sotto gli zoccoli di un baio.

O vada a chiedere alle fattucchiere
Radici nell’acqua incantata,
E ti mandi il dono terribile
Di un fazzoletto profumato e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
O sguardi l’anima dannata,
Ma ti giuro sul Paradiso,
Sull’icona miracolosa
E sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
Mai più tornerò da te.

 

Anna Akhmatova (1889-1966)

 

 

 

Быть в аду нам, сестры пылкие,
Пить нам адскую смолу, —
Нам, что каждою-то жилкою
Пели Господу хвалу!

Нам, над люлькой да над прялкою
Не клонившимся в ночи,
Уносимым лодкой валкою
Под полою епанчи.

В тонкие шелка китайские
Разнаряженным с утра,
Заводившим песни райские
У разбойного костра.

Нерадивым рукодельницам
— Шей не шей, а всё по швам! —
Плясовницам и свирельницам,
Всему миру — госпожам!

То едва прикрытым рубищем,
То в созвездиях коса.
По острогам да по гульбищам
Прогулявшим небеса.

Прогулявшим в ночи звездные
В райском яблочном саду...
— Быть нам, девицы любезные,
Сестры милые — в аду!

A noi, fervide sorelle,
Toccherà andare all’inferno,
Bere l’infernale pece,
Noi, che in ogni nostra vena
Al Signore lodi alzammo!

Noi su culla e filatoio
Mai ricurve nella notte,
Noi condotte sulla barca
Con indosso l’ampio burka.

Noi, fasciate in fini sete
Della Cina fin dall’alba,
Che cantammo inni celesti
Presso il rogo dei briganti.

Casalinghe neghittose
— Cuci e scuci, e tutto a sfascio! —
Danzatrici e flautiste,
Tutto il mondo ai nostri piedi!

Ora in dosso pochi stracci,
Ora appese fra le stelle.
Per fortezze e per taverne
Marinando i sette cieli.

A passeggio nelle notti
Nel giardino che fu d’Eva...
- A noi, tenere ragazze,
Sorelline mie cortesi,
Toccherà andare all’inferno!

Marina Cvetaeva

 

 

 

حلقه

دخترك خنده كنان گفت كه چيست
راز اين حلقه زر
راز اين حلقه كه انگشت مرا
اين چنين تنگ گرفته است ببر

راز اين حلقه كه در چهره او
اينهمه تابش و رخشندگی ست
مرد حيران شد و گفت:
حلقه خوشبختی است، حلقه زندگی است

همه گفتند: مبارك باشد
دخترك گفت: دريغا كه مرا
باز در معنی آن شك باشد

سال ها رفت و شبی

زنی افسرده نظر كرد بر آن حلقه زر
ديد در نقش فروزنده او
روزهائی كه باميد وفای شوهر
بهدر رفته، هدر

زن پريشان شد و ناليد كه وای
وای، اين حلقه كه در چهره‌ او
باز هم تابش و رخشندگی است
حلقه بردگی و بندگی است

L’anello

Sorridente, la ragazza chiese:
Qual è il segreto di questo anello d’oro?
Il segreto di questo anello d’oro che cinge
Il mio dito così stretto.

Il segreto di questo anello che così splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze.
Sorpreso, l’uomo rispose:
L’anello è felicità, l’anello è vita.

All’unisono, tutti i presenti invocarono: benedizioni.
Sospirò la ragazza:
Se solo non dubitassi sul suo significato!

Passarono gli anni ed una notte

Una donna infelice posò lo sguardo su quell’anello d’oro.
Nel suo brillante cesello vide riflessi
I giorni perduti
Nell’illusione della sincerità del marito.

Affranta, la donna singhiozzò: ahimé!
Ahimé! Questo anello che ancora splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze
È un anello di schiavitù e servaggio.

 

Forugh Farrokhzad


Copyright © 7 marzo 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.  

postato da: Firouzeh alle ore marzo 07, 2008 22:35 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, femminismo, donna, libertà
martedì, 12 febbraio 2008

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo « i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti ». In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Un uomo o una donna che scrive non appartiene più al suo sesso.

Sfugge perfino all’umano.

Cesso di essere una scrittrice per diventare uno scrittore, uno scrittore cui accade di essere una donna.

So che il corso del mondo è il tessuto stesso della mia vita e ne seguo con attenzione il movimento. Per nascita, educazione e caso, ho potuto, in certa misura, sfuggire alle pressioni della società.

Sono una privilegiata.

Io non ho fatto l’esperienza del freddo e della fame.

Io non ho subito la tortura.

Io non ho conosciuto la schiavitù.

En bonne fille de mon père, je me dissocie clairement des femmes et surtout des féministes. 

Io ho una concezione diversa della Libertà. Per me, la Libertà passa meno per la rivendicazione che per una tranquilla affermazione di sé.

Educata, come un ragazzo, nell’ammirazione delle virtù virili, il mio sogno era di essere pari a un uomo non per amare un uomo, ma per essere amata da un uomo. La più grande ambizione di una donna deve essere l’Amore. Essere amata da chi si ama, con la stessa vivacità, la stessa forza e la stessa costanza, solo questo può recare a una donna la pienezza della felicità. Ne sono convinta. Ma sono anche convinta che un miracolo del genere si realizzi raramente.

All’inizio della mia vita avevo il tremendo, assurdo ideale del matrimonio, poi la mia visione, dall’alto di molti matrimoni, mi ha disgustato e ho pensato che non dovessi chiedere ciò che non era possibile avere.

Ora chiedo soltanto che qualcuno mi faccia sentire un’intensa passione e, poi… lo sposerò !

Dio, se vedo il rischio di sposare un uomo qualsiasi. Sono possessiva, indipendente, passionale, razionale e, probabilmente peggio ancora. Ho continuato a ripetermi che non mi sarei mai sposata proprio per questo, soprattutto per questo, perché, credo, mi rendessi conto che non sarei mai riuscita a dominare questi istinti con un uomo a me inferiore, e che sarei stata sempre più esasperata dalla sua inferiorità e dalla sua sottomissione. I vantaggi evidenti del matrimonio li ho ben presenti ma poi mi dico:

 

« Merde ! Non penserò mai al matrimonio come a una professione. »   

 

Soltanto chi ne ha l’esperienza lo considera una soluzione conveniente, e questo mi induce a esaminare ancora più attentamente le mie motivazioni.   

Nonostante l’ardente sensualità, ho conservato una grande castità di pensiero, alimentata dall’ambiente in cui ho vissuto, ove la donna, eguale all’uomo, è considerata alla pari e rispettata in quanto tale.

Ho disperso le mie energie, nella vita, ho fatto troppe cose differenti, ma quanta gioia mi hanno procurato le mie varie esperienze, quanto interesse!

Non ho la sensazione che arriverò a un porto qualsiasi. Sono ancora molto promettente e lo sarò fino al giorno della mia morte. Sono troppo volubile, troppo fluida, ma pochi hanno saputo trarre tanta felicità dalla mutevolezza. E se mi volgo indietro a contemplare la mia vita, questa mi appare come un prato alpino variegato di fiori di ogni colore.

Sarei, forse, più felice se mi fossi dedicata a coltivare solo trifogli o erba medica ?

No. 

È stato, essenzialmente, nel campo della creazione letteraria che ho usato della mia Lbertà ; si scrive in base a come si è fatti, ma è sempre un atto nuovo. Maneggiare le parole, soppesarle, esplorarne il senso, è una maniera di fare l’Amore, soprattutto quando ciò che si scrive è ispirato da qualcuno o promesso a qualcuno. Così la scrittura partecipa del gusto della conquista e dell’Amore.

Entrando nella letteratura, credo di aver risposto alle pie attese delle zie Elsa e Caterina. Mio Padre, che è stato più di un Padre, un Pedagogo, non era uomo da far entrare sua figlia nell’ordine né in un ordine. La Sua morte mi ha appreso crudelmente la necessità di essere autonoma. Questo anticonformista mi ha lasciato in eredità il gusto per i vagabondaggi. Nomade ero, quando bambina sognavo, guardando le strade, nomade resterò, sempre innamorata di mutevoli orizzonti, di paesaggi inesplorati. La vita già trascorsa, l’adolescenza, mi hanno fatto capire che una tranquilla felicità non è fatta per me, che sono destinata a lottare solitaria, che questa tranquilla felicità è solo una sosta nell’esistenza che sarà la mia fino alla fine. Dopo, la vita errabonda e incoerente ricomincerà.

Dove ?

Come ?

Lo sa Dio !

Ho rinunciato a avere un cantuccio tutto per me in questo mondo, un focolare, la pace, il denaro. Ho indossato la divisa, a volte molto pesante, dei vagabondi e dei senza patria :

 

« Non si sta bene che altrove. »

 

La realtà di uno scrittore è da ricercare nei suoi libri.

L’opera diviene vita.

E la vita diviene opera.

La cultura, il pensiero, la memoria sono i servitori della scrittura. Io scrivo per sentire battere il mio cuore. Sono fedele ai miei personaggi ; loro esistono per me. E è la stessa cosa in Amore.

Il mio progetto più ambizioso, ispirato dai sogni della mia adolescenza, si è concretato nei tre volumi di « Mon dernier rêve sera pour le Roi », memorie di un genere nuovo, in cui esploro la mia filiazione e la storia dei miei antenati e genitori. Un pellegrinaggio nei luoghi che mi hanno vista crescere e che hanno sempre avuto un posto importante nel mio cuore. I ricordi più intensi sono quelli della Macédoine perché mi hanno appreso a amare tutto ciò che amo ancora: l’erba, i fiori selvatici frammisti all’erba, gli alberi. Alla Macédoine ho appreso a carezzare i conigli e i cavalli, a non disturbare il sonno delle vipere, a trattare indistintamente contadini e castellani. Vi ho anche appreso a essere sola. Io sono tra coloro che possono restare soli e sereni fintanto che hanno un progetto intellettuale da realizzare. Al mio tavolo di lavoro, io non soffro mai di solitudine. La paura, perfino, l’orrore della solitudine è una superstizione. Se ne fa uno spaventapasseri. Io ho aspirato alla solitudine fin dalla mia più giovane età. Niente era più spaventoso di trascorrere una giornata intera in compagnia di un’altra persona, senza poter essere sola con i miei pensieri, restare libera delle mie azioni, leggere quello che mi cadeva sotto mano.

Ho, allo stesso tempo, molti e pochi Amici.

Io amo scrivere, amo il mio lavoro e amo che il mio lavoro sia amato, ma non mi faccio illusioni sull’universo delle parole vergate sui libri, sulla sorte del mio nome negli annuari della posterità. Al pari di Marguerite Yourcenar, so che « la memoria degli uomini è un cimitero abbandonato », che i secoli non rendono giustizia allo scrittore più che a chiunque altro. La storia della letteratura non è diversa dalla storia degli uomini. Si possono leggere, sulle tombe, nomi giustamente celebrati. Si può visitare la fossa comune dei nostri errori.

Ritengo di aver saputo trarre profitto da tutti i naufragi della vita. Se, talvolta, il prezzo è stato esorbitante, era quello il prezzo che la vita esigeva. Chi ha paura di pagare un prezzo troppo alto, muore a se stesso. L’energia che sento in me, come un’onda di calore che mi attraversa, quando pronuncio la parola « Io », non può dissociarsi dalla totalità dell’energia cosmica. Io stessa, sono una parte dell’Universo e, talvolta, è quella che percepisco più intensamente del tutto. So di avere ricevuto questo potenziale di energia alla nascita, un potenziale straordinariamente potente, considerata la capacità, che ho mantenuto fino a oggi, di trasformarmi. Ma so anche che nello stesso istante in cui si esaurirà, finirà.

Se considero la linea generale della mia vita, mi colpisce per la sua continuità. Sono nata e vissuta a Roma: anche durante gli anni trascorsi a Parigi sono rimasta ancorata qui. Ho cambiato diverse volte abitazione, ma sono rimasta più o meno nello stesso quartiere; oggi abito a cinque minuti dal mio primissimo domicilio. Roma si è trasformata dal tempo in cui ero giovane, tuttavia, posso ritrovarla in molti luoghi: in Campo de’ Fiori, in Piazza Navona, alla Biblioteca Nazionale, alla Sapienza, in Piazza di Spagna.

Non scrivo più nei caffé, ma lavoro sempre con lo stesso ritmo e con lo stesso metodo. Le mie occupazioni sono sempre le stesse: la lettura, la musica, la pittura, la fotografia.

Come accade, talvolta, quando i nostri occhi si abituano all’oscurità e iniziano a distinguere gli oggetti, in questo istante, io percepisco le cose con un acume pari a quello del Principe Mychkin, prima delle sue crisi di epilessia: ciò che lascio, ciò che ho già lasciato, ciò che mi attende. Lascio un destino di privilegiata, che avevo trovato nella culla, per gettarmi in quello rischioso di chi nasce senza nome e senza fortuna. È una pazzia, senza dubbio, una sciocchezza, forse. Avevo dimenticato che alcuni esseri spostano i limiti del destino, cambiano la nostra vita.

Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell’Amore, strana ossessione che fa sì che questa stessa carne, della quale ci curiamo tanto poco quando costituisce il nostro corpo, preoccupandoci unicamente di lavarla, di nutrirla, e, fin dove è possibile, di impedirle che soffra, possa ispirarci una così travolgente sete di carezze solo perché è animata da un’individualità diversa dalla nostra, e perché è dotata più o meno di certi attributi di bellezza sui quali, del resto, anche i migliori giudici sono discordi.

Di fronte all’Amore, la logica umana è impotente, come in presenza delle rivelazioni dei misteri: non si è ingannata la tradizione popolare, che ha sempre ravvisato nell’Amore una forma d’iniziazione, uno dei punti ove il Segreto e il Sacro si incontrano.

Non è necessario per un bevitore abdicare all’uso della ragione, ma l’Amante che conservi la sua, non obbedisce fino in fondo al suo demone. Questo gioco misterioso che va dall’Amore di un corpo all’Amore di un essere umano, mi è sembrato tanto bello da consacrarvi tutta una parte della mia vita.

Sono qui per fuggire le macerie di un lungo passato di sei anni.

Sono qui in nome dell'Amore per un uomo conosciuto per caso, che il Destino ha messo sul mio cammino nel momento preciso di una crisi, che ho superato, ma che minacciava di protrarsi.

Un nuovo Amore ridona a una donna la sua verginità.

Per me, l’Amore è la realizzazione della mia natura, il riconoscimento dei miei valori personali, il rigetto di un’esistenza falsa.

L’Amore ritrovato favorisce la mia sensibilità artistica: la scrittura mi ritorna, indicando la via verso una nuova esistenza.

Questa Fiaba è dedicata a Lui, ma la più lunga dedica è una maniera troppo incompleta e troppo banale per rendere onore a una complicità così poco comune. Portate da onde sonore, tra colori e mormorii, le Fiabe si collocano in una zona del nostro essere di cui sappiamo poco: tra sogno e coscienza, tra follia e ragionevolezza, tra ferocia e dolcezza, tra estasi e tormento. Sono un mondo di immagini così vive e limpide, così naturali e espressive, che dilettano la vista e suonano deliziosamente all’orecchio. Questo mondo è il nostro Rêve, il nostro Sogno dorato, il nostro Castello incantato.

Questa Fiaba ha scopi diversi dai processi che sono stati anche quelli dei poeti, rimodellando il mito o la leggenda; la trasposizione volontaria e il dettaglio anacronistico hanno qui per scopo, non di attualizzare il passato, ma di volatilizzare ogni nozione del tempo. Ciò che conta nella leggenda e nel mito è la loro capacità di servirci di pietra di paragone, d’alibi se si vuole, o piuttosto di veicolo per condurre il più lontano possibile un’esperienza personale, e, se si può, per superarla.

Non vi sono Amori sterili.

Tutte le precauzioni non servono a niente.

Mi sono resa colpevole d’incredulità, ma è così difficile possedere qualcosa di nostro al mondo !

Ogni fiamma attira tante farfalle, ogni tesoro tanti ladri !

Ciascuno ha i suoi segreti. I miei rappresentano l’anello di congiunzione tra il mio passato e il mio presente. Io non sono tra coloro che li trascinano dietro come un peso morto che li opprime. Ciò che ho giudicato bene conservare, l’ho lasciato vivere e spandere in me.

L’età che avanza non si esprime soltanto nel corpo che si indebolisce e si raggrinzisce da tutte le parti, ma anche nei ricordi di cui ciascuno di noi, dopo la morte di tutti i suoi, resta l’unico custode e che, ogni giorno, purtroppo di più, lascia scivolare nel nulla. Non si limitano solo al nostro avvenire le minacce della falce del tempo che si agita sopra le nostre teste: è una falce che stermina rabbiosamente il passato di tutti. Per ogni vecchio che muore, un po’ di passato e di storia va perduto per sempre. Quello che neppure io conosco dei segreti dei miei nonni, dei miei zii, dei miei cugini, nessuno dopo di me potrà più conoscere.

Vivere nel passato, in quello che ha avuto di buono e di bello, è, in un certo qual modo, il sale del presente. Vivere nel futuro, come ho fatto finora, espone a sofferenza. La perpetua attesa del dopo, del domani produce inevitabilmente una scontentezza continua, che avvelena la vita.

Bisogna apprendere a dedicarsi all’ora presente.

Bisogna apprendere a sentire più profondamente, soprattutto a vedere meglio, e ancora, ancora pensare.

 

« Le mal, le grand mal, c’est que nous ne sommes point de notre siècle. »

 

osservava François-René de Châteaubriand e

 

« Il faut être absolument moderne. »,  

 

tuonava Arthur Rimbaud nelle ultime pagine di « Une saison en enfer ».

Letteratura e Potere non sono mai andati d’accordo.

Il Potere è dalla parte dell’ordine e della responsabilità, la Letteratura dalla parte del disordine e dell’irresponsabilità.

Il Potere comanda, la Letteratura disobbedisce.

Il Potere inclina per sua natura alla perpetuazione, la Letteratura al rinnovamento.

Rifiutando il passato, o più esattamente, legandosi al momento presente, nella sua qualità essenziale, fugace, il moderno respinge la tradizione, si lega alla sensazione del « Hic et nunc ».

Nel capitolo LV della Seconda Parte dell’« Essai », Châteaubriand si interroga: « Quelle sera la religion qui remplacera le Christianisme ? ».  

 

Ne serait-il pas possible que les peuples atteignissent à un degré de lumières et de connaissances morales, suffisant pour n’avoir plus besoin de culte ? (…) Que deviendront les hommes?

Deux solutions:

Ou les nations, après un amas énorme de lumières, deviendront toutes éclairées, et s’uniront sous un même gouvernement, dans un état de bonheur inaltérable ;

Ou, déchirées intérieurement par des révolutions partielles, après de longues guerres civiles et une anarchie affreuse, elles retourneront à la barbarie (…)

Si nous jugeons du futur par le passé, il faut avouer que cette solution convient mieux que l’autre à notre faiblesse. 

 

François-René de Châteaubriand, Op. cit., pp. 429-430

 

Tutto ciò che è grande nel Cristianesimo, che è uno degli elementi costitutivi della nostra civiltà, si ritrova nelle altre religioni. Sempre e dappertutto si è ucciso Dio per nutrirsene. Né gli Atti degli Apostoli, né l’Apocalisse, né la Chiesa sono riusciti a spezzare le catene della schiavitù, il Nuovo Testamento non ha speso una parola sulla desolazione che si legge nello sguardo degli animali. Gli uomini continuano a farsi beffe dei gobbi, dei diversi, degli storpi, degli impotenti, degli omosessuali, dei mariti ingannati e delle vecchie zitelle.

Quale fede, alla mia età, rimane nel fondo del mio spirito ?

Ho già raccontato come adolescente, al momento della mia Prima Comunione, fossi giunta a dubitare della religione rivelata. Tuttavia, in modo vago, continuavo a credere in uno scopo della vita, uno scopo morale ma illusorio e deludente. Non mi interessavo più di Dio, ma adoravo perdutamente il Cristo. Mi avevano detto che prediligeva ciascuna delle sue creature come fosse l’unica ; il suo sguardo non mi avrebbe abbandonato neppure per un istante e tutti gli altri sarebbero stati esclusi dal nostro colloquio, non vi sarebbe stato nessun altro tra Lui e me.

La parola atea mi è sempre dispiaciuta e con Huxley sono del parere che il termine agnostica sia più corrispondente alla mia condizione spirituale, se è agnosticismo dire che l’origine prima, la sostanza e il fine ultimo delle cose siano inaccessibili all’intelletto umano. In ogni caso, quantunque l’idea di un Dio come entità sia già scomparsa dalla mia coscienza, mi rimane, ancora, la fede nello sviluppo lento e graduale di una vita sociale più elevata, più nobile. Credo sia dovere degli uomini obbedire a leggi di Bontà e di Amore, sforzarsi di porre fine alle guerre e alle epidemie, alla povertà, alla miseria, alle malattie, e crearsi così un Paradiso in terra, che trasformi il pellegrinaggio della vita in una crociata nella quale ogni croce sia coronata di rose.

Non è, forse, l’uomo, nel senso più alto della parola, il proprio Dio quando tende a creare intorno a sé per tutto quello che è vitale, dell’umanità o della natura, un Giardino dell’Eden ?

Non tendono, forse, gli alberi e, perfino, le più umili piante a salire verso la luce ?

L’istinto divino dello spirito umano non è, forse, un’aspirazione in tal senso ?

Sono convinta che i grandi scrittori mettano sempre la propria storia nelle loro opere. Si dipinge bene solo il proprio cuore, attribuendolo a altri, e la parte migliore del genio è composta di ricordi.

Resta la fede nell’opera a venire, quale occasione per esplorare la coscienza dell’uomo, per sondare l’anima, per esprimere il tormento incessante dello spirito, una volta retiré en soi. Si tratta, in un atteggiamento moderno, di reinventare la malinconia. La malinconia, questo sentimento fecondo nelle opere di genio, che sembra appartenere quasi esclusivamente ai climi del nord, è uno degli apporti essenziali alla nostra Letteratura. La malinconia non si oppone affatto all’idea di progresso dello spirito umano, aiutato o no dalla luce divina; al contrario, lo scrittore, distaccato dalla contingenza, nel cuore della meditazione, partecipa al movimento generale del progresso. A differenza della nostalgia, che porta a rivivere una situazione passata per effetto di un movimento retrospettivo della coscienza, la malinconia è un lavoro di lutto : è il sentimento doloroso di un passato scomparso per sempre, l’esperienza di una perdita, di un’esistenza passata o sognata, impossibile e compresa come tale. Apre, dunque, su un avvenire, ove dovrà realizzare ciò che deve essere, ciò che deve colmare. Così, per me, la letteratura non ha senso che quando lo scrittore si sacrifica alla sua opera. La mia solitudine, la mia sofferenza interiore partecipano di una stessa coscienza moderna, quella du malheur. Le malheur dell’esistenza dello scrittore conduce alla postura malinconica, nell’atto della scrittura, dove si può (ri-) nascere e vivere. La malinconia non è la condizione tetra delle passioni incerte e represse, è lo stato d’animo di chi conduce un’esistenza postuma al di là del suo desiderio e della sua vita personale, per sempre consumati. La letteratura diviene l’opera di una riflessione emersa dal dolore, eppure straniera alla propria avventura. La malinconia come via d’uscita au malheur, è precisamente ciò che sembra guidarci, coscienti dell’incompiutezza del nostro destino, eterni esuli del nostro paese e del nostro tempo. E, adottando questa postura, si abolisce l’esistenza personale empirica, nella quale lo scrittore vive realmente son bonheur e son malheur, a beneficio dell’altra esistenza che persegue nella sua opera.

L’opera letteraria è, così, d’oltretomba.

 

Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.  

postato da: Firouzeh alle ore febbraio 12, 2008 10:37 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, politica, amore, vita, letteratura, religione, storia, filosofia, parigi, bibbia, femminismo, donna, morte, cristianesimo, daniela zini