domenica, 28 dicembre 2008

In civiltà intimamente in contatto con le forze elementari della natura, la fiaba non poteva che avere un grande ruolo: serviva contemporaneamente a evocare, a esorcizzare e a fornire una chiave di lettura per quei fenomeni naturali e soprannaturali che tanta parte avevano nella vita di ognuno.
L’arte di raccontare le fiabe, dicono alcuni, è morta e appartiene al passato.
E le tradizioni orali sono destinate a perdersi per sempre, quando la vena si inaridisce e i tempi mutano, se qualcuno non inizia con amore e con pazienza a raccogliere le ultime testimonianze disponibili.
Vi è stato un tempo in cui ero triste e anche un po’ malata, con un’inerzia intellettuale che mi faceva rabbia.
Mi venne l’idea di scrivere una fiaba per i miei Amici.
Questo libro è nato così.
Ho una seria preoccupazione del giudizio di un pubblico che irrompeva ogni giorno per sapere quando questa fiaba sarebbe finita.
Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso.
Non commetto forse un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?
Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere dell’Iran.
Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere in una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore, in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.
Il mio tentativo ha una scusa: le circostanze che lo hanno determinato.
Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.
Le Memorie della Princesse sono l’Itaca in cui tutti i lettori dovranno incontrarsi, è la storia dei suoi lettori, insonni come colei che percorse il buio di tre anni di dolore e di morte.
Rammento che un secolo fa qualcuno ipotizzò che l’Odissea fosse stata scritta da una donna.
Ma la Princesse sarebbe sola a tessere la sua trama e, forse, la trama stessa non reggerebbe se non avesse un interlocutore, che non è il Re, chi racconta non può incontrare il raccontato, ma ben altro Sovrano: il Principe F., cui racconta le sue notti e di cui cela l’identità con arguzia e abilità.
Le Mille e Una Notte è, forse, il libro più imparentato con le Memorie della Princesse. E questa parentela risiede non già nel gioco fantastico, negli itinerari improbabili o impossibili
, quanto nel saldo, complice intreccio di tradimento e fedeltà, di giuramento ed errore.
Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.
Non ci si sorprenda, dunque, se l’immaginazione della narratrice si ingegna a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo.
L’Iran evoca, oggi come ieri, l’’immagine di un mondo molto lontano e misterioso.
Tutte le pagine scritte in questi tre volumi hanno in sé qualcosa di tipicamente persiano: l’aria fragrante e un po’ magica dell’Iran.

Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:vita, iran, donna, fiaba, daniela zini
mercoledì, 10 settembre 2008

La beauté des choses existe dans l’esprit de celui qui les contemple.
Ce n’est pas ce qui est beau qu’on aime; c’est ce qu’on aime qui est beau.
Qui ne connaît pas la drôle et attendrissante fable de Madame Jeanne-Marie Leprince de Beaumont : « La Belle et la Bête » ?
Qui ne se reconnaît pas dans cette Bête qui exprime la souffrance et le repli d’un être peu semblable aux autres ?
Qui ne se reconnaît pas dans cette Belle qui ne se reconnaît pas dans ses semblables et qui apprend peu à peu à mieux connaître la Bête et à mieux l’aimer ?
Une merveilleuse histoire d'amour entre deux êtres que tout sépare et qui vont pourtant s'éprendre l'un de l'autre au delà des lois et des préjugés.
Nous avons tous un peu de lui, un peu d’elle.
Il faut croire aux rêves !
Je peux relire La Belle et la Bête un nombre considérable de fois sans m’en lasser. Emerveillée par l’histoire quand j’étais enfant, j’ai médité plus tard sur cette histoire d’amour :
« Est-il sûr que la Belle fût contente de la métamorphose ultime de la Bête qui abandonne sa gangue d’être de douleur pour redevenir un prince pâle et falot ? »
Les Medias ont essayé de nous inculquer les canons de la beauté selon l'idéal occidental.
On nous dit bien:  « La beauté est dans le regard de celui qui regarde. » 
Ces critères disqualifient presque totalement la population mondiale.
La véritable beauté vient du coeur et il ne faut jamais juger quelqu'un sur ses apparences.
La beauté est ce que Maman Elsa a vu dans son mari jusqu’à sa mort.
C'est ce que je vois dans les gens que j'aime.
C'est ce que j'apprends à voir, chaque fois que je me regarde dans un miroir.
Après des années de luttes internes, j'en suis finalement arrivée au point de m'aimer pour qui et comment je suis.
Et oui, c'est beau !
Stendhal avait donc raison, la beauté est bien une promesse de bonheur.
Bien, c'est vraiment tout ce que j'avais à dire. 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 10, 2008 19:17 | Permalink | commenti
categoria:amore, bellezza, fiaba
domenica, 17 febbraio 2008

« Vi è un significato più profondo nelle fiabe che nella verità quale è insegnata dalla vita. »

Friedrich Schiller

 

 

In civiltà intimamente in contatto con le forze elementari della Natura, la Fiaba non poteva che avere un grande ruolo: serviva contemporaneamente a evocare, a esorcizzare e a fornire una chiave di lettura per quei fenomeni naturali e soprannaturali che tanta parte avevano nella Vita di ognuno.

L’Arte di raccontare le Fiabe, dicono alcuni, è morta e appartiene al passato.

E le tradizioni orali sono destinate a perdersi per sempre, quando la vena si esaurisce e i tempi mutano, se qualcuno non inizia con Amore e con pazienza a raccogliere le ultime testimonianze disponibili. 

Che cosa ispirò Perrault, Grimm, Andersen e Carroll a scrivere le loro Fiabe ?

Diciamo pure una sorta di sovversivismo. Anticonformisti, cercarono di modificare il Mondo educando gli unici esseri capaci un giorno di rivoluzionarlo : i Bambini.  

 

A sessantasette anni, per cause non chiare, Charles Perrault preferisce ritirarsi tra le mura della sua casa. E scrivere… per far rivivere con la Fantasia quel Mondo che, purtroppo, ha dovuto lasciare, purificandolo, però, di tutte le meschinerie e gli odii che ben ha conosciuto. Nelle sue Fiabe la Francia di Corte e i ricordi del Mondo contadino si fondono in un’unica armonia, in un unico Mondo perfetto e cristallino, appena venato di sorniona ironia.

 

« Un mugnaio aveva tre figli, », 

 

inizia una delle sue celebri Favole,

 

« un asino e un gatto. Alla sua morte fu molto facile dividere l’eredità. Al primo figlio toccò il mulino, al secondo l’asino e l’ultimo non ebbe che il gatto… ».

 

Ma il Marchese di Carabas, grazie al magico gatto con gli stivali, sposerà la figlia del Re e diverrà ricchissimo. La Fiaba dice qualcosa di più: il gatto fatato non bada a sottigliezze e, come nella Vita di Corte, vince facendo ricorso alla furbizia e all’inganno. E il povero orco, credulone e ingenuo, ridotto a topo, viene mangiato in un sol boccone, rimettendoci di colpo Vita e averi. Una morale disinvolta, dunque : la fortuna aiuta gli audaci e i menzogneri a tutto danno dei buoni, una morale che la brillante Società del ‘600 accetta senza battere ciglio. Gli eleganti nobili di Corte si passano l’un l’altro il bel libro di Fiabe e sorridono di « certi lupi ben più dannosi, capaci di inseguire le ragazzine fin nelle stradine buie », sorridono della Favola di « Pelle d’Asino » che, per sfuggire all’insano Amore del padre, lascia ogni ricchezza per nascondersi sotto una sudicia veste da sguattera. Sorridono e accettano perché le parole non sono che lo specchio fedele della loro Vita, della quotidiana lotta, fatta di sorrisi e di colpi a tradimento, per acquistarsi il potere e il favore del Re.

A sue spese Perrault ha appreso quanto possono essere pericolose certe altolocate amicizie, a sue spese ha appreso che sul Regno del Re Sole non sempre splende la Giustizia.

 

« C’era una volta un gentiluomo che possedeva belle case in città e in campagna, stoviglie d’oro e d’argento, mobili intarsiati e carrozze tutte d’oro. Ma per disgrazia quest’uomo aveva la barba blu… » 

 

e uccideva le mogli una dopo l’altra con grande disinvoltura, chiudendole, poi, tutte in uno stanzino. La realtà, sembra dire Perrault, ha un volto nascosto che non corrisponde agli ori della facciata, un volto brutalmente violento e cattivo. Ma, con la raffinatezza e il distacco di un vecchio uomo di mondo, condanna senza livore, limitandosi a scuotere il capo con amaro disinganno. È un umanista deluso, uno « scottato », ma non impreca. Si limita a costruire con la sua fluida prosa un Mondo in cui la bellezza e la bontà di Cenerentola sono finalmente premiate. Ma è giusto che anche le sorellastre, alla fine, sposino due gentiluomini di Corte, che sapranno rabbonirle e placare il loro fiele. Meglio, certo, sarebbe se tutta la Francia, se tutta Versailles si immobilizzasse in un’ideale perfezione come il castello della « Bella Addormentata », fino a che un Principe non sappia sciogliere il crudele incantesimo delle invidie e delle meschinerie.

Ma non è possibile e è sciocco illudersi.

« Racconti di Mamma Papera » chiamò i suoi scritti Perrault e li firmò con il nome del figlio adolescente, per non dare loro troppa importanza, per non « scoprirsi » e rivelare quanta parte del suo Mondo contenessero, quale appassionata partecipazione nascondessero.

Brevi morali in versi chiudono ogni Favola e è questa l’unica voce diretta che l’Autore si concede : un piccolo sfogo, una sorridente vendetta verso un Mondo che lo ha profondamente deluso.

 

 

Ben diversa radice ha, invece, l’opera dei fratelli Grimm.

Fiabe impegnate sono le loro, oserei dire « militanti », frutto, insomma, di una precisa ideologia. Sostanzialmente contrari a Napoleone e alle idee che l’Impero voleva ovunque imporre, loro scopo fu sempre quello di valorizzare la Germania e le sue tradizioni.

Nati sul finire del ’700 a Hanau, a solo un anno di distanza l’uno dall’altro, Wilhelm e Jacob Grimm vissero praticamente in simbiosi.

Erano gli anni del Romanticismo tedesco, con la sua esaltazione della passione e del mistero, con il trionfo della Natura e delle sue forze incorrotte proprio per reagire all’arida logica dell’Illuminismo e della Rivoluzione, sua diretta figlia. Dalle loro pagine si sprigiona, infatti, tutto il sapore dell’anima tedesca: l’Amore per la Natura, il fascino e il mistero di certe impenetrabili foreste piene di elfi e di giganti. È tutto un Mondo contadino che si confessa attraverso la loro opera, che rivela le sue aspirazioni, il suo modo di vivere e la sua morale. Sono Fiabe piene di « tonti del villaggio » e di furbi che con abilità riescono sempre a farla agli sciocchi, di animali parlanti e saggi, di cattivi giustamente puniti, di fratelli e sorelle che, pieni di Amore, si sacrificano gli uni per gli altri fino alla morte. Sono Fiabe per i Bambini buoni o che si spera di tenere quieti rimpinzandoli di « buoni esempi ». Così per i Grimm le sorellastre di Cenerentola saranno esemplarmente punite da due colombe che le accecheranno senza pietà. 

 

 

Libera, invece, da queste terrene preoccupazioni e tutta tesa verso un Mondo scintillante di pura Fantasia è l’opera di Hans Christian Andersen.

Quanto le Fiabe dei Grimm sono documentate, obiettive, specchio fedele della mentalità di un popolo, in una parola teutoniche, così le pagine di Andersen sono personalissime, liriche, piene di un sentimento che, pur nascendo dalla cruda conoscenza della realtà, la sa trasformare e elevare.

Di famiglia poverissima, il piccolo Hans non conobbe mai veri studi né un’esistenza regolare. È la Favola del brutto anatroccolo che, nato in un pollaio, è costretto a subire le beccate e le angherie di tutti.

 

« Ma a un tratto si accorge di avere le ali e allora si stacca da quel piccolo mondo di miserie per raggiungere gli ampi cieli. » 

 

« Vide sotto di sé la propria immagine e non era più quella di un brutto uccello tozzo e grigiastro, ma quella di uno splendido cigno. » 

 

Il desiderio di affermazione è finalmente soddisfatto e l’ex-brutto anatroccolo nuota beato « ma niente affatto superbo, perché il cuore buono non è mai superbo ».

Anche il Poeta, raggiunta la fama, dimentica il proprio pesante passato e trasforma in un Mondo meraviglioso e buono gli oscuri anni della sua triste Infanzia.

 

« La storia della mia vita proverà agli uomini che esiste un Dio pieno di amore che guida tutte le cose per il meglio. » 

 

e con ingenuo slancio si getta a raccontarla per l’edificazione di tutti. Tutta la sua Vita diviene un’unica splendida Favola.

 

« Mamma, ma se non ha nulla indosso ! », 

 

grida il bambino innocente al passaggio dell’Imperatore che si pavoneggia nei suoi « presunti » abiti. Nella Vita Andersen è quel bimbo e la sua debolezza è di credere che il grido dell’innocenza valga a correggere il Mondo. Vuole smascherare la finzione, punire i superbi e non perde mai la fiducia nel bello e nella propria Arte anche quando la gente intorno gli ripete le parole della gallina al brutto anatroccolo :

 

« Te lo dico per il tuo bene, dovresti imparare a fare le uova come me. »,

 

convinto che, alla fine, la Giustizia trionfi. Un uomo ingenuo e testardo, pieno di Poesia e di cocciutaggine; un uomo, forse, non sempre gradito, ma che nessuno mai poté permettersi di ignorare.

 

 

Quasi del tutto in silenzio scivolò la Vita di Charles Lutwidge Dogson, professore di matematica a Oxford e pastore anglicano.

Introverso e solitario, l’anziano gentiluomo riversò in « Alice nel Paese delle Meraviglie » la rigida atmosfera dell’Inghilterra ottocentesca, con le sue sacre convenzioni, le interminabili partite di cricket e il tè delle cinque. Ma tutto visto con gli occhi irriverenti di chi non partecipa alla compunte « cerimonie » del suo tempo.

Nasce così Lewis Carroll, un uomo nuovo, ironico e pungente quanto il vecchio professor Dogson era mite e noioso.

A una lettura attenta « Alice nel Paese delle Meraviglie » rivela tutta la profondità del suo « messaggio  ». Non bisogna piangere, né stupirsi di nulla, non bisogna far domande, né attendersi che qualcuno risponda perché nessuno è in grado di farlo. È questa la sconsolata filosofia di un piccolo diacono di campagna, insofferente degli schemi e immobilizzato nel rigido formalismo dei tempi e dotato di un’intelligenza dissacrante e caustica.

Il gioco dei non-sensi, del non-impegno, del non-dolore : una vaccinazione preventiva per il futuro di una bambina che ama profondamente.

Alice entra nel Paese delle Meraviglie come una bimba puntigliosa, desiderosa di fare tutto presto e bene, e ne esce adulta, più matura e meno « conformista ». le carte del gioco della « Regina pazza » si mescolano e si dissolvono in un gran girotondo.

 

« Così è il mondo »,

 

sentenzia Carroll,

 

« non vale la pena di soffrirne più di tanto ! »

 

Ma delle sue parole quanto comprenderanno i piccoli allievi, i padri occupatissimi nei commerci del nascente Impero britannico ?

E, invece, « Alice nel Paese delle Meraviglie » fu un successo strepitoso, una liberazione per i piccoli inglesi, abituati al racconto « preoccupato », al moralismo vittoriano, a tutte quelle trappole, destinate a fare di loro dei cittadini esemplari.

 

 

Perrault, Grimm, Andersen e Carroll non furono che anticonformisti incalliti, i quali, non contenti del loro Mondo, cercarono di modificarlo, educando le uniche masse capaci di rivoluzionare il futuro : i Bambini. E i Bambini di tutte le età non hanno fatto che seguire, occhi spalancati e naso all’insù, il loro messaggio, sedotti dalla melodia di questi « Pifferai Magici ».

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 17, 2008 18:49 | Permalink | commenti
categoria:politica, vita, storia, fiaba