venerdì, 02 ottobre 2009

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 sabato 3 ottobre…

 

 

“Freedom of the press in Britain means freedom to print such of the proprietor's prejudices as the advertisers don't object to.”

Hannen Swaffer (1879-1962)

 

 

“Dio soffre perché una grande massa non può essere raggiunta dalla parola sacra; la verità è prigioniera in un piccolo numero di manoscritti, che racchiudono un tesoro.  Spezziamo il sigillo che la lega, diamo ali alla verità. Che non  siano più manoscritti con grande spesa, da mani che si affaticano, ma volino, moltiplicati da una macchina infaticabile e raggiungano tutti gli uomini.”

Johann Gutenberg

 

Con queste parole entusiastiche, Johann Gutenberg, che dovrà lottare contro la diffidenza dei contemporanei e l’avidità dei soci, apre la strada alla diffusione della cultura moderna e si proclama il profeta di un mondo nuovo: un mondo in cui il sapere sarà liberamente diffuso a tutti.

Spiega, infatti, Martin Lutero, nei suoi Discorsi a tavola, che il libro sacro, all’inizio del XVI secolo, era, effettivamente, ancora sconosciuto alla maggioranza dei cristiani:

 

“Trenta anni fa, nessuno leggeva la Bibbia, che era sconosciuta a tutti. Io stesso non  ho mai visto una Bibbia fino a venti anni.”

 

La stampa si diffonde, in tal modo, a partire dalla seconda metà del XV secolo, in quasi tutto il mondo conosciuto e manifesta una forza “democratizzante” senza la quale difficilmente la Riforma sarebbe stata possibile. L’invenzione della stampa con lettere mobili cambia l’aspetto del libro, ne cambia la percezione e l’importanza e apre nuove possibilità di comunicazione.

La stampa rivoluziona la cultura di allora come il computer la cultura di oggi.

L’introduzione della stampa ha due conseguenze diverse:

-         sovvertire il sistema sociale mediante l’accesso a basso costo di informazioni e ampliare, quindi, il potenziale dei lettori (e ciò ha una valenza politica);

-         moltiplicare gli originali, rendere, in altri termini, molteplice ciò che prima era unico (e con ciò si definiscono le premesse per il mercato delle idee). 

La storia della stampa inizia con l’invenzione della stampa.

E, con l’arrivo della stampa, le autorità civili e religiose sentono l’urgenza di legiferare sulla censura (2).

Come ci ricorda la definizione della Grande Encyclopédie:

 

“La censure est l’examen qu’un Gouvernement fait faire des livres, journaux, dessins, pièces de théâtre avant d’en autoriser l’apparition.”

 

Quello di Socrate, condannato a bere la cicuta, in un limpido mattino di febbraio del 399 a. C., per aver “istigato i giovani alla depravazione” è il più celebre caso di censura dell’Antichità. Il suo processo riflette la storia stessa di Atene negli ultimi trenta anni. L’interminabile guerra contro Sparta e il disgregarsi progressivo della potenza marittima e del dominio dell’Ellade, le terribili pestilenze del 430 e del 426 a. C. e i convulsi moti politici e sociali che accompagnano le fasi più critiche della guerra, poi, la sconfitta definitiva e l’occupazione militare di Atene per opera degli spartani, la breve ma crudelissima rivoluzione oligarchica dei Trenta Tiranni (404 a. C. ) e la faticosa restaurazione della democrazia. Nel corso di quegli anni la vita in città diviene più dura e più aspra per tutti. Le difficoltà economiche e i pericoli legati alla guerra, le pestilenze e le razzie dei nemici hanno profondamente scosso la popolazione.

Come avere fede negli dei protettori della città, quando la città è assediata e umiliata?

In quale considerazione si possono tenere quei filosofi che deridono le antiche virtù, con il loro seguito di discepoli, tutti di ottima famiglia, cui insegnano il disprezzo per le istituzioni democratiche e insieme la liceità di tutti i possibili mezzi per arrivare al potere, dalla corruzione alla falsa propaganda, dalla provocazione all’assassinio terroristico?

Con le tasche sempre piene di soldi e i capelli lunghi, spesso ubriachi di vino, di canzoni e di donne, non sono stati, forse, questi «giovani d’oro» a profanare le sacre Erme, nel 415 a. C., mutilandole tutte?

Meglio, dunque, farli stare zitti questi intellettuali, cacciarli dalla città, come Anassagora e, poi, Protagora e tanti altri ancora. Meglio affidarsi agli indovini, agli spacciatori di oroscopi, ai maghi, che sono in comunione diretta con le forze occulte dell’oltretomba.

Era necessario che Socrate cessasse di «ficcare il naso» nelle più delicate faccende di Atene.

Anito, nella sua arringa, lo fa intendere chiaramente:

 

“Mi conoscete da molto tempo, cittadini, e sapete quanto amore io nutra per la nostra città: per colpa di Socrate abbiamo già sopportato diverse sciagure : ora dobbiamo assolutamente evitare che la sua azione ci faccia subire ancora la punizione degli dei. Socrate avrebbe potuto sottrarsi al vostro giudizio andandosene volontariamente in esilio. Ma, poiché si è presentato in tribunale, non è possibile fare a meno di condannarlo a morte. Se, infatti, riuscirà a sfuggire alla condanna, i nostri figli subiranno la sua nefanda influenza, con gli effetti che anche troppo bene abbiamo sperimentato…”

 

Il vecchio e saggio vagabondo è condannato a morte, quella che è stata la coscienza fastidiosa di Atene viene soffocata e spenta.

 

“Ma ora che sono così vicino alla morte, voglio farvi una predizione…

Oggi voi mi uccidete sperando così di liberarvi dall’obbligo di rendere conto della vostra vita: invece accadrà il contrario, io ve lo predico. Al mio posto verranno, infatti, i giovani, di tutte le epoche, a chiedere il rendiconto delle vostre azioni, tanto più ostinati quanto più giovani. E voi continuerete a scandalizzarvi, senza capire che non è uccidendo le persone che si può impedire loro di contestare il vostro modo di vita. Con questo vaticinio ho chiuso definitivamente il discorso con coloro che mi hanno condannato…

È proprio l’ora di andare.

Io a morire, e voi a vivere: chi di noi vada verso il destino migliore è oscuro a tutti, fuorché al dio.”

 

Regolarmente proclamate dappertutto nel mondo, la libertà di espressione e il pluralismo della stampa sono considerati strumenti di misura democratica.

Nel suo opuscolo Risposta alla domanda: che cos'è l’Illuminismo? Kant afferma che non vi è criterio più sicuro del pluralismo della stampa per valutare il vigore di una democrazia. Questa idea permeerà le nazioni moderne, in particolare gli Stati Uniti: l’informazione è un messaggio di interesse generale e la stampa si arroga un diritto di sguardo critico sul funzionamento delle istituzioni.

L’homo publicus si confonde con l’homo democraticus.

Un passaggio de Il Matrimonio di Figaro di Beaumarchais, scritto più di due secoli fa, ci dà un’idea, in chiave umoristica, della realtà di una nuova censura che si presenta sotto le spoglie della libertà:

 

“On me dit que, pendant ma retraite économique, il s'est établi dans Madrid un système de Liberté sur la vente des productions, qui s'étend même à celles de la Presse; et que, pourvu que je ne parle en mes écrits ni de l'autorité, ni du culte, ni de la politique, ni de la morale, ni des gens en place, ni des corps en crédit, ni de l'opéra, ni des autres spectacles, ni de personne qui tienne à quelque chose, je puis tout imprimer librement, sous l'inspection de deux ou trois censeurs.”

 

È un’illusione credere che la libertà di espressione non sia più minacciata e la vigilanza non sia necessaria là dove sembra superflua.

Dobbiamo avere sempre presenti le parole di Clemenceau (1841-1929):

 

“La libertà di stampa, non è la libertà di scrivere, è la libertà di leggere. 

 

Uno stato potrebbe proclamare i diritti e i doveri del lettore, quello stesso al quale la stampa è destinata e che la fa vivere?

In altri termini, il pluralismo della stampa è sinonimo di diversità di opinioni?

Dalla Seconda Guerra Mondiale, non si è cessato di stabilire regole dell’informazione, di raccomandare la lealtà, di proscrivere la calunnia.

Sull’unità della verità, in Vérité et mensonge (1994), Daniel Cornu scrive:

 

“La ricerca della verità nell’informazione giornalistica… si illude se non prende atto della complessità degli ordini di verità che è chiamata a praticare: verità dei fatti (in uno spirito prossimo allo scientifico), verità delle opinioni e dei giudizi (fondata sull’ermeneutica critica), verità delle forme di espressione giornalistica (per analogia alla problematica della verità nell’arte e nella letteratura).”

 

In vena di autocritica, lo stesso giornalista svizzero ritorna, venticinque anni dopo, su un reportage che effettuò a Neauphle-le-Château, luogo di esilio dell’ayatollah Khomeini, nel momento in cui questi si apprestava a raggiungere il suo paese dopo la fuga dello shah. Tutta la stampa era presente, quel freddo 29 gennaio 1979, per incontrare quello che appariva il nuovo leader dell’Iran dopo il rovesciamento di Bakhtiar. Ciascuno, ricorda, trovò materia per un reportage di carattere “esotico” ma “muto sull’essenziale. E per il suo silenzio, ingannatore sul senso dell’osservazione”.

Come spiegare questa cecità?

Non solo, come afferma lo stesso Daniel Cornu – ed è già molto – per ignoranza dell’Islam sciita e della società iraniana dell’epoca. Bisogna tenere presente il contesto degli anni 1970, prevalentemente ostile allo shah in Europa occidentale. I media europei erano persuasi che il regime Pahlavi fosse antidemocratico (ciò che era incontestabile) e che Khomeini avrebbe ristabilito la democrazia (ciò che era dubbio) e adottarono, forse, inconsciamente, il pregiudizio nomologico di una rivoluzione affermata nella sua opposizione agli Stati Uniti, pronti a virare qualora le cose si fossero guastate.     

Così si è manifestato il fattore ideologico preso a prestito dalla filosofia europea dell’Illuminismo, tentata dal cambiamento e l’innovazione. Il processo rivoluzionario ha strutturato una razionalità assiologica contro un approccio cognitivo, che supponeva di mettere in gioco una capacità riflessiva, fondamento della libertà di pensiero e prova dell’indipendenza del giudizio. Cadendo nel relativismo, secondo cui certi regimi politici, nel caso in specie una teocrazia, possono essere legittimati da una cultura, una tradizione, una civiltà, la stampa ha derogato, in nome di un presupposto – un movimento di liberazione contro l’oppressione del sistema occidentale rappresentato dallo shah – ai valori cui si richiama: democrazia, laicità, diritti dell’uomo, libertà di espressione, condizione della donna.

 

 

 

 

Daniela Zini
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venerdì, 02 ottobre 2009

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 sabato 3 ottobre…

 

  

“Se voi avete la forza, a noi resta il diritto.”

Victor Hugo

 

 

 “Il giornale, invece di essere una missione, è diventato un mezzo per i partiti. Da mezzo si è mutato in commercio e come tutti i commerci non ha né fede né legge. Il giornale non è che un negozio dove si vendono al pubblico parole capaci di sostenere le tesi e le opinioni di chiunque. Se esistesse un giornale dei gobbi, questo foglio dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la necessità, la bontà dei gobbi...”

 

Chi scrive così è Honoré de Balzac in Illusions Perdues.

Mi sembra interessante riportare qualche altro brano del libro pubblicato proprio negli anni in cui nel mondo della carta stampata stava per scoppiare una rivoluzione destinata ad avere un peso decisivo nel giornalismo di quegli anni e di quelli futuri.

Scrive ancora Balzac:

 

“Il giornale non è fatto per illuminare le opinioni, ma per lusingarle. Può accadere, in un dato momento, che tutti i giornali diventino vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini. Uccideranno idee, sistemi, uomini e, proprio per questo, fioriranno e godranno il favore di ogni benpensante. Il male sarà fatto senza che nessuno ne sia l’autore… Noi giornalisti saremo tutti innocenti, potremo lavarci le mani da qualsiasi infamia. Napoleone ha giustificato questo fenomeno, morale o immorale, come volete, con una frase crudele e cinica: – I delitti collettivi non impegnano nessuno. –”

 

“Il giornale può permettersi la più atroce condotta, nessun redattore se ne crede personalmente insudiciato. Si servirà della religione contro la religione, schernirà la magistratura quando la magistratura lo offenderà, la loderà quando avrà servito le passioni popolari. Per conquistare qualche abbonato in più, inventerà le favole più commuoventi, il giornale servirebbe il proprio padre crudo in pinzimonio piuttosto che non interessare o divertire il suo pubblico…”

 

“Da principio vedremo i giornali diretti da uomini onorati, poi cadranno in potere dei più indegni, i quali hanno la coscienza e la colonna vertebrale di gomma. Oppure cadranno nelle mani degli imprenditori che hanno i quattrini per comperare le penne “migliori”…”

 

“Maggiori concessioni si faranno ai giornalisti, più esigenti diverranno. I giornalisti arricchiti saranno sostituiti da altri affamati e poveri. La piaga è incurabile, diverrà sempre più maligna, sempre più purulenta. E più grande sarà il male, più sarà tollerato, fino al giorno in cui, per la grande abbondanza, la confusione nascerà tra i giornali, come a Babilonia…”

 

“Noi giornalisti sappiamo che i fogli su cui scriviamo si dimostreranno più ingrati ancora dei re, più spregiudicati nella speculazione e nel calcolo dei più disonoranti commerci, siamo tutti consapevoli che i giornali divoreranno le nostre coscienze, le nostre intelligenze per vendere ogni mattina la loro acquavite cerebrale…”

 

Questo è l’aspro e profetico giudizio che il genio di Balzac dava sui giornali e sui giornalisti negli anni in cui vedeva la luce uno dei più interessanti fenomeni della stampa quotidiana, il romanzo d’appendice, il famoso Feuilleton, che avrebbe dato incremento straordinario alle vendite dei giornali. Anche allora, come ora, si parlava di crisi della stampa quotidiana. I direttori e gli editori si spremevano le meningi per cercare di aumentare le tirature dei loro fogli. Non a caso Balzac scriveva che il giornale, per conquistare un abbonato, era costretto a inventare storie lacrimose, sensazionali e sarebbe stato disposto anche a… uccidere il proprio padre pur di interessare, divertire, avvinghiare quell’inafferrabile, difficile volubile personaggio che è il lettore di un quotidiano.

 

 

Il 1941 segna il debutto hollywoodiano, a soli ventisei anni, di uno dei padri della cinematografia moderna, con una pellicola di inestimabile valore: Citizen Kane (Quarto Potere), il cui merito è di aver denunciato l’esistenza di un Quarto Potere (1), in grado di influenzare l’opinione pubblica e di agire nei confronti della società come un moderno tiranno.

 

“L'altra settimana, come per tutti gli uomini, la morte è sopraggiunta anche per Charles Foster Kane.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

 “Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente. Vi sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Ho avuto colloqui con tutti i capi delle grandi potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia; sono troppo intelligenti per imbarcarsi in un'avventura (la seconda guerra mondiale) che segnerebbe la fine della nostra civiltà.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io.”

 Citizen Cane (Quarto Potere)

 

“Sì, esatto, ho perso un milione di dollari lo scorso anno, perderò un milione di dollari questo anno e conto di perdere un altro milione l'anno prossimo, di questo passo sarò costretto a chiudere il giornale… tra sessanta anni.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“L’impressione prodotta fu di sorpresa e di sbalordimento. Non vi erano esempi di registi che, agli inizi della carriera, avessero dato simili prove di un genio impetuoso e singolare…

Welles ha la violenza irresistibile di una forza naturale, una forza della natura dominata dall’intelligenza…”

 

Con queste parole, nella sua Storia del Cinema, Carl Vincent sottolinea l’importanza del capolavoro di Orson Welles.

Per Francois Truffaut:

 

“Il film dei film.”

 

La sceneggiatura si ispira alla vita del magnate americano William Randolph Hearst, che fu veramente in grado, in alcuni momenti della propria esistenza, di determinare il corso delle vicende politiche del suo paese. Una delle più sinistre, che si inquadra in una lunga tradizione di “Menzogne di Stato”, è quella della corazzata americana Maine, il cui affondamento avvenuto nella Baia dell’Avana, il 15 febbraio 1898, serve da pretesto all’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Spagna e all'annessione di Cuba, di Porto Rico, delle Filippine e dell'Isola di Guam. Capostipite di quel tipo di informazione che passerà alla storia con il nome di yellow journalism, un giornalismo di carattere sensazionalistico, Hearst monta una violenta campagna, sostenuta da uomini di affari americani, che hanno grossi investimenti a Cuba e pensano di espellerne la Spagna. Per settimane, giorno dopo giorno, dedica a questo episodio pagine e pagine del suo quotidiano, reclamando vendetta e ripetendo instancabilmente:

 

“Ricordatevi della Maine! All'inferno la Spagna!”

 

Tutte le altre testate giornalistiche lo seguono a ruota. La tiratura del New York Journal passa, di colpo, da 30.000 a 400.000 copie, per poi superarne regolarmente il milione. È il trampolino di lancio di una formidabile attività editoriale, che, agli inizi del 1900, comprende una dozzina di giornali quotidiani, almeno venticinque riviste e una radio. Il 25 aprile 1898, il Presidente William McKinley, incalzato da ogni parte, dichiara guerra alla Spagna. Tredici anni dopo, nel 1911, una commissione d'inchiesta concluderà che si era trattato di un'esplosione accidentale nella sala macchine.

 

 

Paragonato a quello dei grandi gruppi mondiali di oggi, il potere di Citizen Kane è insignificante. Proprietario di alcuni giornali venduti in un solo paese, Kane dispone di un potere nano se paragonato agli arcipoteri dei megagruppi mediatici dei nostri tempi.

La globalizzazione è, anche, globalizzazione dei mass-media, della comunicazione e dell’informazione. Preoccupati soprattutto nel perseguimento del proprio gigantismo, che li costringe a corteggiare gli altri poteri, questi grandi gruppi non si propongono più, come obiettivo civico, di essere un Quarto Potere, né di denunciare gli abusi o di correggere le disfunzioni della democrazia per migliorare e perfezionare il sistema politico. Non puntano più a ergersi a Quarto Potere e, tanto meno, ad agire come un Contro-Potere.

Questo Quarto Potere è stato, grazie al senso civico dei media e al coraggio di giornalisti audaci, quello di cui disponevano i cittadini per criticare, respingere, contrastare, democraticamente,  decisioni illegali che potevano essere inique, ingiuste e, perfino, criminali nei confronti di persone innocenti. Ha, talvolta, pagato anche a caro prezzo: attentati, sparizioni, assassini, come si verifica ancora in molti paesi.

È stato, si è spesso detto, la Voce dei Senza-Voce.

Da una quindicina di anni, via via che si è accelerata la globalizzazione liberista, questo Quarto Potere si è, tuttavia, svuotato del suo significato, ha perduto, a poco a poco, la sua funzione essenziale di Contro-Potere. Questa inquietante realtà si impone, studiando da presso il funzionamento della globalizzazione, osservando come un nuovo tipo di capitalismo si sia sviluppato, non più semplicemente industriale, ma soprattutto economico, in breve un capitalismo speculativo. In questa fase della globalizzazione, assistiamo a un brutale confronto tra Mercato e Stato, tra Settore Privato e Servizi Pubblici, tra Individuo e Società, tra Personale e Collettivo, tra Egoismo e Solidarietà.

Il vero potere è ormai detenuto da un manipolo di gruppi economici planetari e di imprese globali il cui peso negli affari del mondo appare, talvolta, più importante di quello dei governi e degli stati. Sono questi i nuovi padroni del mondo che ispirano le politiche della grande Trinità globalizzatrice: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio.

Le domande civiche che dobbiamo, dunque, porci sono:

 

“Come reagire?

Come difendersi?

Come resistere all’offensiva di questo nuovo potere che ha, in qualche modo, tradito i cittadini ed è passato con armi e bagagli al nemico?”

 

Bisogna, molto semplicemente, creare un nuovo potere.

Un potere che ci permetta di opporre una forza civica cittadina alla nuova coalizione dei dominanti. Un potere, la cui funzione sarebbe di denunciare il superpotere dei media, dei grandi gruppi mediatici, complici e diffusori della globalizzazione liberista. Quei media che non solo hanno cessato di difendere i cittadini, ma agiscono contro il popolo nel suo insieme. I cittadini dovrebbero mobilitarsi per esigere che i media, appartenenti ai grandi gruppi globali, rispettino la verità, perché solo la ricerca della verità costituisce, in definitiva, la legittimità dell’informazione.

La rivoluzione digitale ha abbattuto il muro che separava le tre forme tradizionali della comunicazione: suono, scrittura, immagine. Ha consentito l’affermazione di internet, che rappresenta  un nuovo modo di comunicare, di esprimersi, di informarsi, di distrarsi.

I globalizzatori sostenevano che il XXI secolo sarebbe stato il secolo delle imprese globali. L’Oservatorio Internazionale dei Media (MWG), sostiene che questo sarà il secolo in cui la comunicazione e l’informazione apparterranno, finalmente, a tutti i cittadini.

Sa’adi ci racconta che un re dell’oriente dette un giorno l’ordine di mettere a morte un uomo innocente. Questi gli disse:

 

“O re, abbi pietà di te: io non soffrirò che un istante, mentre il tuo errore sarà eterno.”

 

“L'écrivain est en situation dans son époque:”, 

 

scriveva Jean-Paul Sartre nella presentazione di Temps Modernes :

 

“chaque parole a des retentissements. Chaque silence aussi. Je tiens Flaubert et Goncourt pour responsables de la répression de la Commune, parce qu'ils n'ont pas écrit une ligne pour l'empêcher. Ce n'était pas leur affaire, dira-t-on. Mais le procès Calas, était-ce l'affaire de Voltaire? La condamnation de Dreyfus, était-ce l'affaire de Zola? ”

 

Nel 1945, lo sterminio degli ebrei no era né il caso Calas né il caso Dreyfus.

Il mondo era preso da altre preoccupazioni.

Gli scrittori en situation accolsero in silenzio il ritorno dei sopravvissuti dai campi di della morte.

 

 

“Perdonate, ma non dimenticate”,

 

sono i versi di una canzonetta molto popolare nel dopoguerra 1914-1918.

Perdonare, sì. Perché non possiamo mai sapere il grado di colpevolezza.

Fino a che punto Hitler ha agito per pazzia?

Non ne abbiamo le prove.

Ma prendiamo precauzioni perché non si ripeta.

Il perdono sì, sempre.

Ma non dimenticare.

E, per non dimenticare, dobbiamo, a nostra volta, far conoscere la verità.

Per divulgarla non dobbiamo cedere all’oblio.

Attualmente tutto il mondo è percorso da forze razziste.

Per poter affermare:

 

“Mai più odio, mai più olocausto, mai più orrore.”,

 

non bisogna dimenticare.

L’oblio lascia via libera all’odio.

Noi siamo i depositari della storia, siamo i depositari della memoria.

Anche se non l’abbiamo vissuta in prima persona.

Noi abbiamo, dunque, questa responsabilità.

Ma, per essere ascoltati, bisogna essere credibili.

E, per essere credibili, bisogna essere competenti, sperimentare, avere già sperimentato.

Solo così si potrà proclamare a voce alta ed essere ascoltati.

Il potere porta sempre delle responsabilità.

Non pensate mai a ciò che vorreste fare, ma a ciò che è vostro dovere compiere.

 

 

Vi è un momento della storia dell’uomo che mi tocca dal profondo.

È quello in cui gli esseri umani hanno iniziato ad allineare i loro morti per sotterrarli.

Non si sono mai visti animali allineare le spoglie di altri animali.

Gli animali si nascondono per morire.

Dal momento in cui i resti dei defunti non sono più stati abbandonati, ma accuratamente disposti, una nuova era ha avuto inizio: quella dell’UMANITA’.

 

 

 

 

 

Daniela Zini

 

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venerdì, 11 luglio 2008

Quando, agli inizi del secolo scorso, Luigi Barzini scriveva per l’emozione dei lettori da retrobottega di un’Italia provinciale e disinformata le cronache tragicomiche della guerra dei boxers, la nozione che si poteva avere da noi relativamente alle cose del Celeste Impero non si allontanava molto dalla relazione di Marco Polo sul favoloso Catai. Il racconto del grande giornalista italiano, del resto, sembrava fatto appositamente per confortare l’immagine di un “pericolo giallo” che non usciva dai limiti di un certo folklore letterario. Come dire, oggi, un pericolo marziano o qualcosa di simile.

D’accordo, questi cinesi erano centinaia di milioni ma quanto a organizzazione politica e militare il governo e l’esercito di Francischiello potevano apparire, al confronto, come un modello prussiano. L’esplorazione xenofoba dei boxers era armata di cannoni di legno, di scimitarre, di razzi di bambù a testata, per così dire, pirotecnica. I soldati di quell’esercito improvvisato non obbedivano ai dettami di nessuna ideologia se non, forse, quella dell’esaltazione religiosa o una fedeltà di tipo tribale verso questo o quel capo. E bastarono, infatti, pochi corpi di spedizione inviati da tutta l’Europa e dal Giappone per contenere e soffocare la  scomposta e incoerente insurrezione che strinse d’assedio  per cinquantacinque giorni le legazioni diplomatiche di Pechino.

Non si diceva certo, allora, che “la Cina era vicina”. I termini di paragone per esprimere dimensioni spaziali sconfinate erano la ferrovia transiberiana che arrivava, appunto, sul mare della Cina, partendo dalla Russia europea o, ancora, la pionieristica avventura del Principe Borghese e di Barzini che sulla loro traballante automobile avevano compiuto il viaggio da Parigi a Pechino.

Gli umili, arrendevoli, sorridenti cinesi avevano appena iniziato la loro diaspora europea e americana, un cammino della speranza che aveva modestissimi traguardi: un piccolo ristorante per far apprezzare nidi di rondine o germogli di bambù a Parigi, a Londra o a San Francisco, una cassettina appesa al collo con un campionario di collanine di vetro e cravatte di seta per ritirarsi a contare pochi quattrini, la sera, nelle piccole “China-towns”, i nostri ghetti che i profughi della miseria cinese realizzavano ai margini delle metropoli occidentali.

A Milano, per esempio, intorno alla vecchia via Canonica, si coagulò negli anni tra le due guerre un nucleo di questi cinesi spinti fin là dai loro paradossali destini. Arrivarono a Milano come i loro padri era approdati sulla costa americana del Pacifico e i loro nipoti, negli anni 1960, mossi da ben diverse motivazioni, sbarcheranno sulla costa adriatica dell’Albania o saranno presenti, in una comunità sempre più densa, a Kinshasa, a Nairobi, all’Avana o addirittura a Ginevra, che diverrà la centrale europea degli interessi politici cinesi.

Il censimento del 2001 parla di un miliardo e 295 milioni di cinesi. Se il numero fosse davvero potenza in termini direttamente proporzionali basterebbe questa considerazione per farci accettare la prospettiva di un domani con l’ineluttabilità fisica di un’altra marea. Ma i rapporti di forze del mondo moderno – lo sappiamo – non sono più affidati alle cifre dell’etnografia. Il minuscolo e potentissimo Stato d’Israele è, in questo senso, un esempio definitivo. Eppure non basta questa considerazione a metterci tranquilli. La Cina, infatti, ha tuttora le condizioni per diventare una realtà industriale senza paragoni: le sue riserve di energia, praticamente vergini, sono sterminate e, in un simile quadro di ricchezza potenziale la sua densità demografica acquista ben altro valore. La Cina può iniziare la “colonizzazione economica” dell’occidente e scendere sui nostri mercati con inarrestabile slancio, con una penetrazione sempre più insinuante e profonda.

L’Europa e l’America iniziarono, dopo la guerra, a fare i conti con il modello su scala ridotta di ciò che può rappresentare un paese asiatico densamente popolato e ad alto livello industriale. Mi riferisco al Giappone e alla sua incalzante sfida industriale, alla competitività dei suoi costi contro i quali ci si difendeva con fragili muraglie di carta: decreti protezionistici, dogane elevate.

 

 

 

A l'ombre des mots, la magie de la poésie...
Pour les amoureux de la poésie et des mots qui font rêver.


 

Depuis les origines, l’Empire du Milieu méprisa, opprima, abandonna les femmes qui pour la plupart n’avait pas de noms. Elles n’étaient que l’épouse de. L’état civil n’existe que depuis peu dans cet immense empire, c’est la raison pour laquelle de nombreux poèmes sont anonymes. Heureusement, l’écriture a traversé, sans dommage, les modes et les caprices des hommes.

L’amour, le sentiment éternel, axe primordial de la création, l’amour constitue le fil conducteur de cette poésie qui représente à la fois un refuge et une révolte contre une société injuste et cruelle. La plume et le pinceau devinrent alors le glaive et le bouclier de ces femmes qui appartenaient le plus souvent à des milieux aisés. On trouve des concubines, des prostituées de luxe, des danseuses, des musiciennes, mais également des épouses cultivées de mandarins ou de marchands.

 

 

 

Poème d’adieu

 


Malgré mon talent et ma sagesse
Fille de triste destinée
Je ne trouve aucun moyen de te garder
Je froisse cette feuille magnifique
J’y couche mon désespoir et ma détresse
Le long du chemin les saules dansent
Ma mélancolie grandit sans cesse

 

Comment pleurer sur ma mauvaise destinée ?
Ma vie est détruite
A cause de ma légèreté.
Te souviens-tu de nos serments sous la lune ?
Ce n’était pas un rêve.
Si à l’avenir tu reviens
N’oublie pas de rendre visite à notre chambre
Et de verser une coupe de vin sur ma tombe.

 

 

Epouse de Dai Shiping

 

 

 

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