giovedì, 26 novembre 2009
In occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne il mio pensiero va a Taraneh Mussavi, a Neda Aqa Soltani e a Soheila Ghadiri


Ribellione


Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.
Libera le mie caviglie dalle gravose catene
Che il loro peso sul mio cuore preme.

O uomo, egoista creatura, vieni,
Vieni, apri la porta della gabbia.
Se in prigione a vita mi terrai
La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,
Ha in animo di spiccare il volo.
Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,
In rimpianti il mio tempo è trascorso.

Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che devo sgravarmi di un segreto,
Far giungere al mondo intero
L’eco infuocata della mia voce.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.

Solo per te le mie labbra e i loro dolci baci,
Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,
Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,
Solo per te il mio cuore e i suoi strazianti lamenti.

O uomo, egoista creatura,
Non dire: La tua poesia è un’infamia.
Tu non immagini neppure quanto angusto sia
Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

Non dire che da ogni verso stilla peccato,
Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.
Per te il paradiso, le urì e l’acqua di Kawthar,
Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio
Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.
Alcun rimpianto se in paradiso non andrò,
Un paradiso eterno nel mio cuore arde.

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,
La luna fluttua dolcemente
E tu dormi, io, ebbra di passione,
Tutto il chiaro di luna abbraccio.

La brezza mi rubò migliaia di baci.
Migliaia di baci concessi al sole.
In quella prigione dove il carceriere eri tu,
Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome
Che la mia infamia dà un piacere inebriante.
Mi perdonerà quel Dio sostentatore
Che ha donato un cuore folle al poeta.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.


Forugh Farrokhzad
traduzione dal persiano di Assunta Daniela Zini
dal mio libro: Forugh Farrokhzad: una foglia portata dal vento, caduta quasi per caso sulla mia via


“Ogni privazione, qualunque sia la causa che la provoca, è benefica all’uomo.”


Nel 1901, Gandhi si trova nel Natal, una delle colonie inglesi del Sudafrica, popolata da una minoranza indiana abbastanza numerosa. Il governo dell’Unione ha, di recente, approvato una legge che impone una tassa di capitazione: ogni uomo, donna o ragazzo rimasto libero dal proprio contratto di lavoro deve pagare una tassa di tre sterline. Scopo dell’imposizione del balzello è di costringere gli indiani ad assoggettarsi nuovamente a un altro contratto di lavoro, in evidenti condizioni di inferiorità.
Una prima promessa del governo inglese di abolire la tassa non è mantenuta per l’opposizione degli europei del Natal e a questa vessazione se ne aggiunge un’altra. Una sentenza della Corte Suprema del Capo stabilisce che i matrimoni celebrati in Sudafrica non siano riconosciuti dalla legge se non celebrati secondo i riti cristiani e iscritti nel registro dei matrimoni.

“Questa draconiana sentenza”,

scrive Gandhi nella sua autobiografia,

“annullava con un tratto di penna tutti i matrimoni celebrati in Sudafrica secondo i riti indù e musulmano e secondo la religione di Zoroastro; le molte donne sposatesi nel paese cessavano, ai termini della sentenza, di essere considerate legalmente unite ai propri mariti ed erano degradate al rango di concubine, mentre i loro discendenti erano privati del diritto di ereditare le sostanze paterne. Questa era per le donne non meno che per gli uomini una posizione insostenibile e gli indiani del Sudafrica si misero in agitazione.”

A quell’epoca Gandhi sta raccogliendo i primi seguaci alla dottrina del Satiagraha o metodo della sopportazione dell’ingiustizia, fondato sulla pacifica ma inflessibile volontà di non obbedire agli ordini imposti con la violenza e sulla accettazione delle conseguenti sanzioni. Gli indiani delle colonie sudafricane non hanno alcuna conoscenza di questa dottrina filosofico-religiosa. Sono per lo più gente di bassa condizione sociale, incolti, ma dotati di un grande orgoglio nazionale e di un severo senso religioso. L’assommarsi delle due ingiustizie, quella relativa alla tassa e quella relativa ai matrimoni offre a Gandhi l’occasione di associare nell’azione pacifica di protesta uomini e donne.
Così Gandhi commenta quel momento iniziale della sua lotta:

“Il sacrificio delle sorelle indiane fu assolutamente disinteressato perché conoscevano appena la questione legale per cui lottavano. Molte di loro non avevano la minima idea della patria e il loro patriottismo era fatto solo di fede. Tante era illetterate e non potevano, quindi, leggere neppure i giornali. Ma avevano ugualmente compreso che un colpo fierissimo era stato inferto all’onore degli indiani e la volontaria prigionia era un grido di angoscia e di preghiera offerto dal profondo del loro cuore.”

Gandhi è assassinato con tre colpi di pistola da Nathuran Godse, un indù radicale legato al gruppo estremista Mahasabha.
È la morte che aveva detto di preferire.

“Non desidero morire di una paralisi delle mie facoltà, come un uomo sconfitto. La pallottola di un assassino potrebbe porre fine alla mia vita. L’accoglierei con gioia. Ma soprattutto vorrei morire facendo il mio dovere fino all’ultimo respiro.”

Sono le parole pronunciate da Gandhi, il 29 gennaio 1948, la sera prima della sua morte.
È strano che l’apostolo della non-violenza abbia desiderato per sé una morte violenta. Ma questo è, in un certo senso, nella fatalità delle cose.
La violenza è nella natura irrazionale dell’uomo.
La non-violenza è nella verità della sua anima, quella verità che Gandhi ha eroicamente cercato tutta la vita.
La sua lezione è, forse, troppo lontana da noi, da una società come quella occidentale estremamente tecnicizzata e razionalizzata, che a certe manifestazioni della fede guarda come a pericolose e ormai sorpassate superstizioni. Eppure è certo che laddove un uomo soffre per una affermazione della verità, là, per lo stesso motivo, un popolo intero soffre e lotta.
Seguendo un istinto di lotta più che una tattica, il popolo iraniano ha dato un esempio splendido ed esaltante di coraggio e di protesta civile. La disobbedienza nelle strade ha assunto i toni di una sommessa epopea, tanto più commovente in quanto si sapeva già destinata a subire la legge della forza della ragione di Stato. E, tuttavia, il governo ha subito uno smacco che resterà nella storia, destinato a ripetersi, forse, a non lunga scadenza.
E non importa se tutto finirà attorno al tavolo di un compromesso.
Oggi è una minoranza, domani può essere una forza.
I movimenti più incisivi e duraturi della storia hanno spesso origini silenziose e remote.
La storia è piena di esempi lasciati cadere e raccolti dalla posterità.
La Chiesa è ridiventata ecumenica e cristiana passando attraverso i roghi dei suoi eretici.
L’uomo è destinato a sopravvivere ai suoi dogmi, anche e soprattutto al dogma della violenza come necessità, della sopraffazione come necessità, dell’ordine come necessità, della coerenza ideologica come necessità.
I mostri sacri dei secoli passati sono tutti più o meno rinati sotto altre spoglie.
Per riconoscerli e combatterli, anche sotto le allettanti apparenze delle libertà che non sono tali, occorre una grande forza morale.
Non si cambia nulla avendo di vista la pura e semplice conquista di posizioni materiali.
Non di solo pane si nutrono le rivoluzioni.
La privazione dei diritti materiali e morali è stata la causa delle più grandi e risolutive ribellioni storiche. Ma la privazione è anche, in se stessa, un’arma che ciascuno deve sapersi imporre quando ha di mira uno scopo superiore.


Daniela Zini
دانیلا زینی
Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
postato da: Firouzeh alle ore novembre 26, 2009 13:01 | Permalink | commenti
categoria:poesia, iran, donna, daniela zini
sabato, 27 giugno 2009
A una persona unica e speciale




L’identità complessa dell’Iran, che suscitò gli interrogativi di Montesquieu, spiega la storia monumentale di questo Paese, compresa quella di un XX secolo segnato dalla mondializzazione, il petrolio e quattro rivoluzioni (1).
Queste esperienze sono state saldate con échecs costosi per la popolazione.
L’Iran non ha, infatti, mai cessato di avere un regime dispotico, un’economia sottosviluppata, una cultura soffocata dalla censura e la sua indipendenza politica costantemente controllata dalle grandi potenze. Queste esperienze hanno, tuttavia, trasformato l’Iran povero ed emarginato dell’inizio del XX secolo.
Impadronendosi del potere per gestire un grande Paese, il clero dell’Islam sciita si assumeva il rischio di rinunciare alla sua posizione tradizionale di censore del potere, di garantire la sua legittimità e di subire le alee dell’azione politica. Questo episodio della storia dell’Islam ha contribuito ad alimentare l’idea di un’eccezione iraniana nel mondo musulmano e a ricordare, allo stesso tempo, il posto insostituibile dell’Islam nella identità iraniana. La gestione dello Stato e l’azione politica nel quotidiano hanno anche favorito la banalizzazione dell’Islam sciita rivoluzionario, il quale, restando arroccato a certi simboli, sembra, oggi, limitarsi a un neo-fondamentalismo più attento a una morale individuale che a ideali sociali e politici. La Repubblica Islamica non ha potuto – o non ha saputo – evitare di fare ricorso, per sopravvivere a capitali stranieri e, dunque, alla società occidentale, che non manca occasione di vilipendere. Al di là delle contraddizioni che emergono, questa situazione conferma, tuttavia, che l’Iran è entrato, anche in politica, in una fase post-islamica.
La frattura è evidente oggi in Iran. E quelli che sfidano il potere a Tehran non sono i nemici tradizionali della Repubblica Islamica, né i nostalgici del Regno dei Pahlavi, né i “terroristi” del movimento Mojahedin Khalq, ma i figli della Rivoluzione Islamica, che hanno svolto un ruolo rilevante nel rovesciamento del regime dello Shah, nel 1979: Mir Hosein Musavi, l’Ayatollah Ali Khamenei, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, Mehdi Karrubi, Mohammad Khatami e Hosein Ali Montazeri.
In verità, la contestazione all’interno dell’establishment politico-religioso iraniano non data da oggi. All’epoca delle Elezioni Presidenziali del 2005, vinte da Mahmud Ahmadinejad al secondo turno, il candidato Karrubi aveva denunciato che una rete di moschee, di pasdaran e di basij si era mobilitata illegalmente per sostenere Ahmadinejad. Karrubi era giunto, perfino, ad accusare Mojtaba Khamenei (secondogenito della Guida Suprema) di far parte dei cospiratori, la qualcosa gli aveva valso le rimostranze della Guida Suprema e il sostegno di Hashemi Rafsanjani.
Era chiara, già allora, la linea di frattura tra i riformisti e i conservatori, tra quelli che volevano far uscire l’Iran dal suo isolamento internazionale e quelli che diffidavano di ogni apertura all’occidente, in generale, e agli Stati Uniti, in particolare.
Oggi, questa frattura ha le connotazioni di quella che si può definire una vera scissione in seno all’establishment poiché la battaglia si è spostata nella strada e, tenuto conto delle centinaia di vittime (tra morti e feriti), la rottura sembra essersi consumata.
I più ottimisti in Iran avevano creduto che la Guida Suprema, Khamenei, nel discorso pronunciato lo scorso venerdì, avrebbe trovato le parole magiche per riconciliare tutti e ristabilire la pace civile. Ma il discorso era chiaro, netto e preciso. La Guida Suprema si era allineata su Ahmadinejad, che - aveva ribadito - aveva vinto le elezioni con più del 63% dei voti, che era il Presidente che il popolo aveva scelto, che i disordini dovevano cessare immediatamente e che quelli che avessero continuato a incitare la gente a scendere in strada si sarebbero assunti le conseguenze del sangue versato e del caos. La suspense non era durata a lungo. Meno di ventiquattro ore dopo il discorso di Khamenei e, a dispetto della rigida interdizione di raduni pubblici, migliaia di manifestanti avevano sfilato nel circuito tradizionale delle manifestazioni a Tehran, da piazza Enqelab (Rivoluzione, in persiano) a piazza Azadi (Libertà, in persiano).
Lo scontro con le forze dell’ordine era stato inevitabile e, ancora una volta, decine di vittime erano cadute.
Nella sola giornata di sabato, si è parlato di una decina di morti e di un centinaio di feriti.
Il braccio di ferro che si è impegnato tra i compagni d’armi iraniani, senza eccezioni, ha portato a una frattura irreversibile tra quelli che hanno operato, mano nella mano, al successo del cambiamento di regime. Nessuna rivoluzione è sfuggita a questa regola e ci si dovrebbe stupire, piuttosto, che l’accordo sia durato, almeno in apparenza, per tre decenni prima che la scissione esplodesse au grand jour.
Questo braccio di ferro gravita intorno a due convinzioni contraddittorie, quella del potere, che ritiene che le Elezioni Presidenziali siano state regolari e che la conta di 24 milioni di elettori, che hanno votato per Ahmadinejad, sia indiscutibile, e quella dell’opposizione, che rifiuta queste elezioni manipolate. Ma, al di là delle elezioni, e, indipendentemente dal fatto che siano manipolate o no, la realtà è che la società iraniana non è più coesa come prima contro i pericoli esterni. La dinamica che la attraversa, oggi, la rende trasparente e il mondo intero può vedere la linea di demarcazione che divide i due schieramenti, l’uno che ritiene che il pericolo per il Paese venga dall’esterno e l’altro che considera che questo pericolo venga piuttosto dall’interno, vale a dire dalla rigidità del potere, dalla sua propensione a discorsi “inutilmente provocatori” e dalla sua pratica politica che fa dell’Iran un Paese “paria” agli occhi delle grandi potenze mondiali.
I forti sospetti che gravano sui risultati delle Elezioni Presidenziali hanno bruscamente messo sotto i riflettori la nuova realtà dell’Iran, diviso tra un’opposizione sempre più ardita che spinge con tutte le sue forze verso il cambiamento, e un potere sempre più rigido, che utilizza le forze di polizia e militari per mantenere le cose in uno status quo.
A dispetto di certe similitudini con gli avvenimenti del 1978-79, che avevano rovesciato la dittatura dello Shah (manifestazioni violente, incendi di palazzi pubblici, manifestanti di notte sui tetti che gridavano “morte al dittatore” e “Allah è grande”), non si deve credere che il regime dei mollah sia pronto a crollare. A seguito di questi avvenimenti, ha, forse, perduto in credibilità e in legittimità agli occhi di milioni di iraniani, ma le strutture che lo difendono (polizia, esercito, basij, guardiani della rivoluzione) sono ancora abbastanza salde e compatte per accettare la sfida, posta dall’espansione della contestazione riformista. Ciò detto, non è del tutto sicuro che gli interventi dei leaders occidentali (Barak Obama e Angela Merkel in testa) siano tali da aiutare i contestatori nella loro lotta o a convincere il potere iraniano ad aprirsi a una negoziazione sul doppio piano interno e internazionale. Al contrario, questi interventi, considerati “un’ingerenza intollerabile” da Tehran, versano acqua al mulino dei conservatori che accusano i riformisti di essere “al soldo dei nemici dell’Iran”. Obama e Merkel sono sicuramente soggetti a pressioni politiche interne perché prendano posizione in favore dei manifestanti. Ma hanno un argomento di non poco peso per giustificare la non-ingerenza: evitare di intralciare i leaders riformisti con un sostegno imbarazzante, che rischierebbe di causare loro più danni che benefici e dare un buon motivo al potere iraniano per irrigidirsi ulteriormente.
Gli intellettuali che hanno partecipato alla rivoluzione del 1979 ricercavano la democrazia, la giustizia sociale come pure l’identità perduta di un Iran che aveva troppo trascurato la sua cultura popolare.
Tutti sanno che la Rivoluzione Francese, Napoleone, il Radicalismo, il Socialismo, Clemenceau, perfino Stalin, hanno iniziato a sinistra nella contestazione per finire a destra, con monotona regolarità, nel culto dell’autorità e spesso dell’oppressione.

“Per la tolleranza”

dice mio nonno,

“vi sono delle case apposite.”




(1)
Gli storici riservano questo appellativo a quelle del 1906 e del 1979, ma la nazionalizzazione del petrolio da parte di Mossadeq e la Rivoluzione Bianca dello Shah e del popolo del 1963 furono delle vere rivoluzioni.




Daniela دانیلا Zini زینی
Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
postato da: Firouzeh alle ore giugno 27, 2009 07:53 | Permalink | commenti (1)
categoria:iran, islam, rivoluzione islamica, daniela zini
sabato, 27 giugno 2009

A una persona unica e speciale

 

 

 

 

Gli anni 1950, che, in tutto il mondo occidentale, segnarono un notevole risveglio economico e civile, videro l’Italia impegnata in un duro sforzo di ascesa politica, volto ad assumere un ruolo di maggiore importanza all’interno del proprio schieramento. La sua voglia di crescere, però, sembrava destinata a scontrarsi ancora per lungo tempo contro la scarsa considerazione degli alleati occidentali.

Vincolata ancora strettamente ai sussidi degli Stati Uniti, l’Italia vedeva, da qualche anno, decollare i propri progetti economici e poteva iniziare a volgere i propri interessi verso nuove fonti produttive e nuovi mercati, ma all’interno del blocco occidentale la sua posizione rimaneva di secondo piano. Al momento della costituzione delle Nazioni Unite, il Presidente Truman aveva espresso le sue convinzioni sul fatto che “fosse più saggio non avere l’Italia tra i membri originari dell’alleanza e possibilmente di non averla neppure in futuro”.  Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, mantenevano nei confronti dell’Italia ancora quell’atteggiamento di diffidenza e di disistima, che la fine del fascismo e l’esito del secondo conflitto mondiale non avevano spazzato via.

I nuovi orizzonti economici dell’Italia divennero quelli che, geograficamente, lo erano da sempre: i paesi bagnati dal Mediterraneo in terra orientale. Il Medio Oriente ricco di petrolio era già considerato territorio di conquista e punto di equilibrio da parte delle maggiori potenze orientali. Vincolati da patti con l’occidente e con i paesi comunisti, che ne tutelavano il progresso compromettendone l’indipendenza, i paesi asiatici intrattenevano, invece, con l’Italia rapporti dapprima meno proficui, ma senz’altro più amichevoli, in virtù del neutralismo dai trattati, cui la non considerazione di Gran Bretagna e Francia avevano in un certo senso costretto il nostro paese.

Nell’ambito di una discussione al Ministero degli Affari Esteri sugli orientamenti da adottare nella politica mediterranea, già, nel 1952, si metteva in rilievo la posizione di privilegio, che, suo malgrado, l’Italia stava assumendo in Medio Oriente, che, a tutti i costi, bisognava sfruttare “per sviluppare al massimo i nostri traffici con quei paesi. Cercare di comperarvi il più possibile …, offrire dei crediti …, creare delle piccole industrie per cui non hanno i capitali pronti: dar loro qualche operaio specializzato …, ma non parlare di politica”.

Analoghe riflessioni sulla necessità di mantenere un proprio ruolo in Medio Oriente autonomo dalle direttive dei maggiori paesi occidentali, che tentavano pur sempre di restaurare la propria egemonia coloniale, venivano da Vittorio Zoppi, allora Segretario Generale al Ministero degli Affari Esteri:

 

“Oggi non è più possibile organizzare la difesa del Medio Oriente senza curarsi di quegli Stati che sono il Medio Oriente … In altri termini, quello che chiediamo è che si difenda il Medio Oriente, d’accordo con gli arabi, mentre con le tesi inglesi si potrebbe anche giungere all’eventualità di dover invadere il Medio Oriente per poterlo difendere …”

 

In effetti, il destino economico dell’Italia, nel corso dei primi anni 1950, era stato vincolato sempre più strettamente alla possibilità di transito per Suez a costi sostenuti. L’importazione di petrolio dei paesi arabi, destinato alle raffinerie italiane, e l’esportazione di merci nel Mediterraneo, erano permesse soltanto attraverso le acque egiziane, in cui la libertà di transito, fino alla loro nazionalizzazione, era garantita ai paesi occidentali da dazi poco onerosi.

 

“Nel 1955”,

 

registrava il Corriere della Sera nell’agosto del 1956,

 

“abbiamo importato per un totale di 16,9 milioni di tonnellate di oli greggi di petrolio, di cui 4,6 dall’Arabia Saudita, 7,3 dall’Iraq, 3,6 da altri paesi dell’Arabia, e solo lo 0,6 dal Venezuela. Anche tenendo conto di altre modeste importazioni di prodotti petroliferi grezzi e lavorati, nonché di quelli che arrivano con gli oleodotti, si può ben affermare che il totale del nostro approvvigionamento per questa essenziale fonte energetica passa attraverso il canale di Suez.”

 

Il Ministro degli Affari Esteri Martino, nel dibattito alla Camera dei Deputati del 3 ottobre, forniva i dati esatti del commercio italiano legato al canale egiziano, le cui sorti davano ormai adito a crescente preoccupazione:

 

“L’importazione di merci in Italia attraverso il canale di Suez è pari a un quarto di tutta la nostra importazione. Quanto all’esportazione di prodotti italiani attraverso il canale, essa pure è cospicua: nel 1955 ha superato i 100 miliardi di lire. E si tratta di un’esportazione la quale in tanto può avvenire in quanto i noli restino invariati: se questi dovessero aumentare non sappiamo quali sarebbero le conseguenze su alcuni mercati orientali.”

 

Il prezzo dei noli, tutelato fino allora dall’amministrazione inglese, non era variato, in realtà, nel periodo successivo alla nazionalizzazione del canale, ma certamente le tensioni tra Nasser e le potenze occidentali non facevano sperare un futuro roseo per le modalità di transito attraverso il Mediterraneo. Una crisi avrebbe evidentemente provocato la chiusura del canale, evento che, per l’Italia, avrebbe significato un duro arresto della propria economia.

Martino alla Camera manifestò appunto le sue preoccupazioni:

 

“È noto che in Italia esiste il 24% delle raffinerie di tutta l’Europa: ebbene esse possono lavorare a condizione che il petrolio arrivi regolarmente per la via del canale e che il prezzo non sia elevato. Qualora questo aumentasse, o il petrolio dovesse entrare nel Mediterraneo dalla parte di Gibilterra, le possibilità di lavoro diminuirebbero e si verificherebbe … una diminuzione di assorbimento di mano d’opera in questo settore.”

 

Il problema più grave, infatti, per l’Italia, era di non avere alternative fonti di approvvigionamento del petrolio, per raggiungere le quali, altre vie, rispetto a quella di Suez, sarebbero risultate troppo costose:

 

“Se le navi che transitano attualmente per il Canale di Suez”,

 

 ipotizzava il Corriere della Sera in agosto,

 

“dovessero fare il giro del Capo di Buona Speranza, ne deriverebbe un rialzo sensibile dei noli, tanto più che la flotta delle cisterne si trova impreparata ad affrontare tale compito, nonostante che la tendenza sia di aumentare continuamente la capacità …”

 

L’aumento del prezzo del greggio e la drastica riduzione dei commerci con il Medio Oriente, dunque, sembravano dover colpire l’Italia in misura maggiore rispetto alle altre nazioni europee, che comunque gestivano mercati diversificati.

L’Italia ha, sempre, preferito rimanere al di fuori dei conflitti di interessi che le grandi potenze occidentali si sono trovate a dover affrontare in Medio Oriente. Così era stato anche in occasione di altre crisi nel Mediterraneo, durante le quali l’Italia non aveva mai abbandonato il suo atteggiamento neutrale e ambiguo, tanto intollerabile agli occhi degli alleati europei, per i quali la politica italiana non era altro che un mero riflesso di quella statunitense.

Qualche anno prima della crisi egiziana, in quella che fu considerata il suo precedente più illustre, vale a dire la crisi in Iran, Londra aveva invitato i paesi atlantici, e l’Italia, a mostrare verso il sovvertitore Mossadeq la sua stessa intransigenza.

L’Italia, in quel periodo, intraprendeva i suoi primi rapporti commerciali con l’Iran, e tramite il suo Presidente del Consiglio, De Gasperi, aveva manifestato la sua “simpatia per le aspirazioni dei popoli d’Oriente a migliorare le proprie condizioni di vita”, affermazione che ufficializzava i buoni rapporti dell’Italia con l’Iran. L’eventuale indipendenza dagli inglesi lasciava ben sperare sulla possibilità di maggiori infiltrazioni italiane in Iran e, quindi, non andava fortemente ostacolata, ma la stima da parte inglese era del tutto compromessa.

Il Governo di Roma aveva accettato l’embargo all’Iran decretato dalla Gran Bretagna, ma contemporaneamente aveva deciso di non interrompere le relazioni con il Governo di Teheran.

L’AGIP, seppure con le dovute cautele diplomatiche nei riguardi della Gran Bretagna, aveva iniziato a interessarsi dell’Iran, nel 1951, e l’ENI di Mattei perseguiva con buoni risultati la propria espansione nei territori iraniani, pur non mostrando mai la propria approvazione per il processo di nazionalizzazione che là si andava svolgendo.

Inoltre, l’Italia traeva indirettamente profitto dalla crisi iraniana, perché la propria industria veniva a coprire gran parte del fabbisogno dei mercati, sguarniti dopo la chiusura della gigantesca raffineria di Abadan, che aveva da sola una capacità doppia di tutti gli impianti italiani messi insieme. Nel 1951, il commercio estero con il mondo arabo equivaleva al 7% degli scambi totali dell’Italia. Prendere posizione a favore della Gran Bretagna sarebbe risultato, dunque, molto pericoloso, e l’Italia aveva agito, in quell’occasione, con cautela mal sopportata dagli inglesi.

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore giugno 27, 2009 07:48 | Permalink | commenti
categoria:italia, america, iran, petrolio, gran bretagna, urss, daniela zini
venerdì, 23 gennaio 2009

Oggetto di diversi lavori in questo ultimo ventennio, per lo più appannaggio di sociologhe femministe, il Femminismo islamico ci mette di fronte alla domanda: l’Islam e il Femminismo sono due fatti sociali compatibili o non possono esistere che in opposizione?

Molti analisti hanno la tentazione di parlare di donna musulmana, ma non esiste un prototipo univoco di donna musulmana. Le donne che vivono in Marocco si confrontano a codici e costumi diversi da quelli da quelli che esistono in Egitto o in Libano. La condizione femminile cambia da un Paese all’altro. Nonostante che nei Paesi islamici una serie di comportamenti culturali e di istituzioni siano comuni, non c’è uniformità nella legge e nelle tradizioni. Non bisogna neppure dimenticare che all’interno degli stessi Stati indipendenti, la situazione è molto diversa tra zone rurali e zone urbane, ma anche tra classi sociali. Di più, di fronte alla pluralità dei fenomeni migratori, il rapporto della donna con l’Islam e con le istituzioni cambia e si diversifica ancora.

In questo contesto una parte dei movimenti femministi chiede che si riconosca alla donna diritti che tengano conto della specificità del genere e della storia personale, rifiutando l’idea di un diritto precostituito su modello occidentale che sembra ignorare la dimensione sociale, religiosa ed etnica degli altri popoli e comunità. In questo contesto la dimensione religiosa profitta di una nuova centralità. Il suo riposizionamento nei discorsi femministi e le rivendicazioni che ne derivano iniziano a influenzare il dibattito internazionale sulla donna e i suoi diritti. Un’eco di queste discussioni si è, perfino, fatta sentire nel mezzo della Conferenza Internazionale Euromediterranea di Istanbul. Alcune rappresentanti dell’Ong della riva sud-est del bacino hanno, infatti, messo l’accento sulla necessità di un approccio diverso della religione e hanno chiesto di non confondere l’Islam con le interpretazioni misogine dei testi sacri che sono state fornite negli ultimi secoli. Alla luce di questi diversi comportamenti di fronte al tema della religione da parte di una grande parte delle donne e della società della riva meridionale, numerosi analisti, come Anitta Kynsilehto, insistono sull’importanza di questo dato che i politici della regione dovrebbero prendere in considerazione.

Un’espressione di queste nuove rivendicazioni che attraversano il mondo musulmano e i movimenti femminili globali, ecco ciò che sarebbe il preteso Femminismo islamico. Una realtà complessa da definire che assume posizioni molto diverse le une dalle altre. Specchio delle trasformazioni di questi ultimi anni, questa forma di Femminismo riporta l’Islam alla questione dei diritti della donna. La religione, che era stata messa da parte, perfino totalmente esclusa dai movimenti femministi del XX secolo, assume un nuovo ruolo nel XXI secolo: si fa giustificazione e strumento di lotta della donna. L’Islam diviene un alleato contro il maschilismo e il patriarcato; i testi sacri, riletti alla luce dell’ijtihad svelerebbero il carattere giusto ed equo dell’Islam. Sono le interpretazioni date da semplici uomini al messaggio divino che hanno sottratto alla donna i diritti che l’Islam le ha assicurato. L’Islam, una volta liberato dalle interpretazioni maschiliste, rappresenta la garanzia dei diritti e della libertà. Da un’analisi attenta del Corano, si può dedurre che alla donna è garantita ogni libertà così pure un ruolo attivo nella società, afferma la specialista in ermeneutica coranica Asma Barlas. Secondo le femministe islamiche, la via dell’emancipazione femminile e gli strumenti per combattere gli istituti e i codici familiari patriarcali si trovano all’interno della tradizione islamica e non al di fuori, imitando i percorsi di lotta delle europee e delle americane.

Se si presta attenzione alle rivendicazioni delle femministe islamiche, sembra evidente che il nuovo posto accordato alla dimensione religiosa non rappresenta un fenomeno di ritorno al passato ma al contrario l’espressione di una reinvenzione identitaria, individuale e comunitaria. Questa strategia di relazione con la modernità non esclude la partecipazione alla modernità ma la reinterpreta e la riformula in chiave alternativa a quella occidentale. La scelta della religione, intesa sul piano spirituale ma egualmente come presenza politica e l’uso di pratiche che, per alcuni, possono sembrare forme di oppressione o di discriminazione (come a esempio indossare l’hijab) sono vissute come forme liberatorie. Delle pratiche identitarie che, come lo dimostrò Gema Martin Munoz qualche anno fa, sono capaci di accrescere il potere della donna in seno alla comunità o alla famiglia. Molto diversa da un’espressione dell’oppressione maschile, la scelta religiosa sembra il frutto di un’interazione complessa tra cultura, religione, sistemi di significati e credenza, antenne locali di potere e altre strutture ideologiche. Questo processo di riposizionamento della religione, tuttavia, nella vita della donna e nelle sue battaglie è oggetto di violenti attacchi da parte di numerose femministe arabe e/o musulmane (e non solamente) che criticano il concetto stesso di Femminismo islamico e denunciano il rischio che il multiculturalismo e il relativismo culturale offrano un involontario sostegno alle politiche fondamentaliste.

Fatto questo preambolo di ordine terminologico, possiamo ora cercare di comprendere le realtà complesse della donna che si intendono prendere in considerazione. 

L’adozione in Marocco della nuova moudawana, in un clima di consenso politico, costituisce una rara eccezione in un mondo musulmano in cui la condizione femminile è oggetto di dibattito accanito tra modernisti e islamici radicali. Conforme ai precetti del Corano secondo il suo ispiratore, il Re Mohammed VI, il nuovo codice di famiglia marocchino, adottato dalle due camere del Parlamento di Rabat ed entrato in vigore all’inizio del febbraio 2004, non solo instaura regole draconiane per limitare la poligamia e il ripudio e innalza l’età legale del matrimonio della donna da 15 a 18 anni, ma garantisce alla donna più peso in seno alla famiglia, concedendole la possibilità di sposarsi senza l'approvazione di un uomo della famiglia, di prendere l'iniziativa, in un procedimento di divorzio, su basi più egualitarie e sottraendola all’obbligo di essere sotto tutela di un parente di sesso maschile (padre, fratello, marito). Tra il 1982 e il 2004, il numero di figli per donna è passato da 5,5 a 2,5. Il sociologo Emmanuel Todd, autore con Youssef Courbage di uno studio demografico, constata che, se alle donne francesi sono stati necessari centosessanta anni (1760-1910) per vivere una simile evoluzione, in Marocco, questa trasformazione è avvenuta in ventidue anni.

In Africa del nord, se la Tunisia è un’eccezione, con una legislazione molto liberale proclamata, nel 1956, dall’ex-Presidente Habib Bourguiba (1903-2000), l’Algeria vicina dispone di un codice di famiglia, ispirato alla shari’a, che prevede restrizioni drastiche ai diritti della donna. Questa legislazione del 1984, adottata dal partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), qualificata “codice della vergogna” dalle associazioni femministe, pone la donna sotto tutela e riconosce la poligamia quanto il ripudio.

I progressi della condizione femminile dividono modernisti e islamici nella maggior parte degli altri Paesi musulmani dell’Africa, come il Senegal (95% di musulmani) dove alcune associazioni riunite nel Comitato Islamico per la Riforma del Codice di Famiglia reclamano il rifacimento di un testo giudicato troppo vicino al modello francese. In questo Paese come in Ghana o ancora in Egitto, la persistenza della pratica dell’infibulazione costituisce un altro cavallo di battaglia delle associazioni femministe locali. Teologi musulmani assicurano che questa mutilazione, praticata in una trentina di Paesi africani, musulmani come non-musulmani, non ha niente a che vedere con l’Islam.

Nel Vicino e nel Medio Oriente, cuore del mondo musulmano, il dibattito sulla condizione e i diritti della donna non è apparso che molto recentemente in certi Paesi, dove il soggetto non era emerso per non interferire nel regno secolare delle leggi islamiche applicate alla lettera. È il caso dell’Arabia Saudita – guardiana dei Luoghi Santi –. Se la donna saudita può lavorare, non è, tuttavia, autorizzata a uscire da sola e dipende dalla tutela del marito o del padre. 

La giornalista saudita Rania al Baz, massacrata dal marito, in preda alla gelosia, scrive nel suo libro, Sfigurata:

“Non sono stata picchiata per un principio religioso, ma per gelosia, da un uomo umiliato. Solo per questo. Coloro che si trincerano dietro l'Islam per giustificare un'azione del genere mentono; coloro che pensano sinceramente – e ce ne sono – che il Corano incoraggi tali pratiche, sbagliano. È una faccenda di mentalità maschile, niente di più. Il Profeta ha insegnato l'amore, non certo l'odio che oggi viene propagato da alcuni dei suoi zelatori.”

Rania al Baz ha perdonato suo marito, che se l'è cavata con soli 3 mesi di carcere – rischiava 10 anni e 300 frustate in pubblico –, per ottenere la custodia dei figli, che, altrimenti, avrebbe perso al compimento del loro ottavo anno.

In Giordania, il Re Abdallah II e la Regina Rania hanno preso diverse iniziative per migliorare la situazione della donna nel Regno hashemita, lottando per esempio contro i delitti d’onore. Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove l'onore degli uomini, sharaf, si misura sul pudore, 'irdh, delle sorelle e delle figlie.

Riflettendo sul New York Review of Books, dopo l'11 settembre 2001, il Premio Nobel turco per la letteratura, Orhan Pamuk, scriveva:

“Nulla può alimentare il sostegno agli "islamici" che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento dell'occidente nel comprendere i dannati della terra”.

In Europa, la Turchia è il paese con la percentuale più bassa di donne in Parlamento e nel mercato del lavoro e la più alta di donne analfabeta. Per il campo laicista la liberazione della donna era già cosa fatta nei primi anni della Repubblica turca, tra il 1924 e il 1934, con l’abolizione della poligamia, l’introduzione del Codice Civile e del Codice Penale e il suffragio alla donna. In realtà, se le leggi cambiavano, i fatti parlavano ancora il vecchio linguaggio. Il capo della famiglia era il marito, la moglie aveva bisogno del suo permesso se voleva lavorare, uno stupratore non veniva punito se sposava la vittima, lo stupro era un reato contro la società e non contro la persona e non esisteva tra coniugi.

Il 20 settembre 2004, una giovane donna di Sanliurfa (Turchia orientale), Gulseren Artuk, di 22 anni, fu uccisa dai tre fratelli e da un nipote minorenne, su decisione della famiglia, per aver confessato di essere rimasta incinta, cinque mesi prima, di un uomo di cui non aveva voluto rivelare l’identità. L'assassinio di Gulseren Artuk era solo l'ultimo di una lunga serie di omicidi "tradizionali" – vale a dire decisi dalla famiglia – prima dell’entrata in vigore del nuovo codice penale (1° aprile 2005), che prevedeva pene più gravi anche per i familiari che incaricavano minori del delitto e segnava la fine dell'attenuante dell'”ingiusta provocazione” per questo genere di delitti, molto frequenti nella Turchia rurale e delle periferie urbane, molto spesso non scoperti o non riportati dai media e che restavano del tutto impuniti. Nel corso del 2004, i casi più noti di delitti tradizionali sono stati quelli di Salkine Demir, della minorenne "N" e di Guldunya Toren. Sakin Demir fu uccisa, su decisione familiare, dal suo stesso figlio. Una ragazza, identificata dai giornali come "N", fu uccisa dal padre, su decisione della famiglia, dopo essere rientrata a casa da una fuga d’amore con il fidanzato. Molto scalpore provocò l'assassinio di Guldunia Toren, rimasta incinta di un familiare, che aveva abusato di lei, e uccisa dai fratelli, che, prima, la ferirono in strada e, poi, la finirono in ospedale.

In un ampio studio del Foro Economico Mondiale del 2006, la Turchia era al 105° posto su 115 paesi riguardo all'eguaglianza tra uomini e donne. Dello stesso anno è una ricerca realizzata dalla Turkish Economic and Social Studies Foundation (Fondazione per gli studi economici e sociali) (TESEV), secondo la quale la strada verso l'emancipazione reale era ancora lunga: solo il 28% delle turche aveva un lavoro e di queste il 42% svolgeva un'attività non retribuita nelle zone rurali. Lo stesso rapporto affermava che il 38% non si copriva mai il capo, il 50% indossava il velo, il 12% il turban annodato fino al mento e solo l'1% il chador.

Resterà famoso il discorso, nel 1979, dell’ayatollah Khomeini: “Ogni volta che in un autobus un corpo femminile sfiora un corpo maschile una scossa fa vacillare l’edificio della nostra rivoluzione.” 

In Iran è ancora forte la discriminazione contro le donne, che sono escluse da molti settori della vita pubblica. L'età legale per contrarre matrimonio è di 13 anni, ma i padri possono chiedere l'autorizzazione per far sposare le loro figlie anche prima e con uomini molto più anziani.

Se il rovesciamento dei Talebani, in Afghanistan, ha permesso l’istituzione di una legislazione moderna – che è ancora molto lontana dall’essere applicata – l’intervento militare in Iraq ha paradossalmente dato le ali agli sciiti integralisti che intendono ritornare su un codice di famiglia, adottato nel 1958, che era uno dei più avanzati dei Paesi musulmani.

In Pakistan, la legge punisce con la morte i delitti d’onore dal 2004, ma non è mai stata applicata.  Secondo il Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International, i casi di violenza e stupro sono proseguiti per mano di tutori di donne e lo Stato non è intervenuto a impedire e perseguire la violenza in ambito familiare e comunitario. Nonostante un divieto nei confronti delle jirga, emesso dall'Alta Corte di Sindh nel 2004, l'appoggio ufficiale a questo tipo di giustizia è continuato. Emblematico il caso di Tasleem Solangi, una diciassettenne originaria del distretto di Khairpur, nella provincia meridionale di Sindh, accusata, senza alcuna prova, di immoralità e uccisa, Il 7 marzo scorso, con brutale efferatezza. Spettatore impotente del massacro, il padre di Tasleem, che avrebbe dovuto vendere un terreno allo zio e ai suoi complici. A spalleggiare l’omicida anche un giudice tribale della zona, Karim Bux, che ha esercitato pressioni sulle forze dell’ordine affinché non aprissero le indagini sull’omicidio. Lo stesso Karim Bux, a maggio, ha composto una jirga – un’assemblea tribale – per giudicare il caso, la quale ha  assolto gli assassini e garantito loro l’impunità.

L’Islam e la condizione femminile non presentano affatto un volto uniforme e sono legati, come altrove, alle società e alle tradizioni locali.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

 

Copyright © 2009 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore gennaio 23, 2009 18:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:tunisia, libano, afghanistan, iran, giordania, arabia saudita, turchia, femminismo, senegal, egitto, islam, donna, marocco, algeria, daniela zini
domenica, 11 gennaio 2009

اسير


ترا می خواهم و دانم كه هرگز
به كام دل در آغوشت نگيرم
توئی آن آسمان صاف و روشن
من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

ز پشت ميله های سرد و تيره
نگاه حسرتم حيران برويت
در اين فكرم كه دستی پيش آيد
و من ناگه گشايم پر بسويت

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم مرد زندانبان بخندم
كنارت زندگی از سر بگيرم

در اين فكرم من و دانم كه هرگز
مرا يارای رفتن زين قفس نيست
اگر هم مرد زندانبان بخواهد
دگر از بهر پروازم نفس نيست

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن
نگاه كودكی خندد برويم
چو من سر می كنم آواز شادی
لبش با بوسه می آيد بسويم

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم كودك گريان چه گويم
ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

من آن شمعم كه با سوز دل خويش
فروزان می كنم ويرانه ای را
اگر خواهم كه خاموشی گزينم
پريشان می كنم كاشانه ای را



Prigioniera


Ti desidero, ma so che mai
Ti
terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.
Tu sei quel cielo limpido e luminoso,
Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,
Lo sguardo triste, stupito, volto a te,
Penso che una mano verrà
E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,
Da questa muta prigione spiccherò il volo,
Aggirerò lo sguardo del mio carceriere
E ricomincerò la mia vita accanto a te.

Penso, ma so che mai
Avrò
la forza di lasciare questa gabbia;
Seppure il mio carceriere non si opponesse,
Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,
Gli occhi di un bambino mi sorridono;
Quando intono una canzone gaia,
Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

O cielo, se, un giorno, volessi
Da questa muta prigione spiccare il volo,
Che direi agli occhi in lacrime del bambino:
Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,
Illumina una rovina;
Se decidessi di spegnerla,
Distruggerei un nido.


Traduzione dal persiano di Daniela
دانیلا Zini زینی



Fu intorno ai dodici anni che ebbe fine il sistema di selezionare i libri da leggere ed ebbi libero accesso alla biblioteca. Secondo mio padre, dovevo decidere da sola quello che dovevo leggere: la Letteratura era la mia grande passione e la Letteratura doveva essere accettata con tutti i suoi rischi. Dovevo apprendere a leggere con discernimento, a dare giudizi non influenzati, a non entusiasmarmi perché erano libri di successo, né a giudicare negativamente per l'avversa recensione di qualche critico. Dovevo apprendere a esprimermi con il minor numero di parole possibile.

Questi sono stati i precetti di mio Padre e questa fu l'impostazione culturale che lui mi suggerì.

Forugh Farrokhzad è stata per me un cartello indicatore.

La Poesia, per quanto intellettualizzata poteva esserne l'espressione, era sempre diretta: grido, sospiro, effusione sensuale, affermazione spontanea che nasceva sulle labbra dell'uomo in presenza dell'oggetto amato. Essa mescolava raramente il patetico da un lato, l'elaborazione realistica dall'altro, al suo lirismo o alla sua oscenità quasi puri. Il sentimento di una costrizione morale, il rigore o l'ipocrisia dei costumi non avevano influito sui Poeti antichi come su questa donna del mio tempo. Il gioco delle reticenze e degli schermi letterari, la mescolanza curiosa di rigore e di eccessi, perfino nello stile, e, soprattutto, la segreta amarezza che permeava certi componimenti ne erano un'ulteriore testimonianza. La vergogna e la paura inseparabili da ogni esperienza clandestina conferivano alla Poesia la bellezza di un'acquaforte incisa con il più corrosivo degli acidi. La posizione del Poeta restava quella tipica delle grandi epoche, quella di un Artigiano squisito. La sua funzione si limitava a dare alla più scottante e alla più caotica delle materie la più precisa e la più levigata delle forme. I suoi versi migliori non ci davano delle esperienze o delle idee della loro Autrice che il punto di partenza o quello di arrivo; tralasciavano tutto quello che, anche nei più raffinati, si rivolgeva visibilmente al lettore, tutto quello che rientrava nell'ordine dell'eloquenza o della spiegazione. Così avvezzi a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, da non riconoscere in essa la forma più forte e più condensata dell'ardore, la particella d'oro nata dal fuoco e non la cenere.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2009 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore gennaio 11, 2009 10:32 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, iran, femminismo, forugh farrokhzad, daniela zini
domenica, 28 dicembre 2008

In civiltà intimamente in contatto con le forze elementari della natura, la fiaba non poteva che avere un grande ruolo: serviva contemporaneamente a evocare, a esorcizzare e a fornire una chiave di lettura per quei fenomeni naturali e soprannaturali che tanta parte avevano nella vita di ognuno.
L’arte di raccontare le fiabe, dicono alcuni, è morta e appartiene al passato.
E le tradizioni orali sono destinate a perdersi per sempre, quando la vena si inaridisce e i tempi mutano, se qualcuno non inizia con amore e con pazienza a raccogliere le ultime testimonianze disponibili.
Vi è stato un tempo in cui ero triste e anche un po’ malata, con un’inerzia intellettuale che mi faceva rabbia.
Mi venne l’idea di scrivere una fiaba per i miei Amici.
Questo libro è nato così.
Ho una seria preoccupazione del giudizio di un pubblico che irrompeva ogni giorno per sapere quando questa fiaba sarebbe finita.
Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso.
Non commetto forse un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?
Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere dell’Iran.
Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere in una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore, in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.
Il mio tentativo ha una scusa: le circostanze che lo hanno determinato.
Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.
Le Memorie della Princesse sono l’Itaca in cui tutti i lettori dovranno incontrarsi, è la storia dei suoi lettori, insonni come colei che percorse il buio di tre anni di dolore e di morte.
Rammento che un secolo fa qualcuno ipotizzò che l’Odissea fosse stata scritta da una donna.
Ma la Princesse sarebbe sola a tessere la sua trama e, forse, la trama stessa non reggerebbe se non avesse un interlocutore, che non è il Re, chi racconta non può incontrare il raccontato, ma ben altro Sovrano: il Principe F., cui racconta le sue notti e di cui cela l’identità con arguzia e abilità.
Le Mille e Una Notte è, forse, il libro più imparentato con le Memorie della Princesse. E questa parentela risiede non già nel gioco fantastico, negli itinerari improbabili o impossibili
, quanto nel saldo, complice intreccio di tradimento e fedeltà, di giuramento ed errore.
Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.
Non ci si sorprenda, dunque, se l’immaginazione della narratrice si ingegna a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo.
L’Iran evoca, oggi come ieri, l’’immagine di un mondo molto lontano e misterioso.
Tutte le pagine scritte in questi tre volumi hanno in sé qualcosa di tipicamente persiano: l’aria fragrante e un po’ magica dell’Iran.

Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi

postato da: Firouzeh alle ore dicembre 28, 2008 08:01 | Permalink | commenti
categoria:vita, iran, donna, fiaba, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Presentazione

di:

 

Forugh Farrokhzad

una foglia portata dal vento,

caduta quasi per caso sulla mia via

 

- A. D. Zini -

 

 

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo "i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti".

Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere di Forughzaman Farrokhzad. Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere e una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.

Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso. Non commetto, forse, un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?

In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.

Non ci si sorprenda, dunque, se la mia immaginazione si ingegni a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo. Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo, che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.

La Poesia è una sfida all’indicibile, al non detto che sgorga dal profondo dell’animo umano e per questo assume una dimensione collettiva.

È stato detto che la Poesia imita la Natura.

 

La brise du printemps rafraîchit le visage des roses.

Dans l’ombre bleue du jardin, elle caresse aussi le visage de ma bien aimée.

Malgré le bonheur que nous avons eu, j’oublie notre passé.

La douceur d’aujourd’hui est si impérieuse.

Omar Khayyam

 

Una sorta di legame ha collegato, sin dall’antichità il femminile con le piante, la natura e il giardino, spazio narrativo per eccellenza. Quell’accordo segreto che, nell’avvicendarsi dei tempi, non viene a perdersi, ma conformandosi alle nuove istanze e ideologie, si tramanderà come cifra segreta dell’anima. Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zeffiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “Giardino, primavera e dolce commercio”. Ad almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall’armare navi, elevare templi, compiere massacri.

La donna è stata quasi esclusivamente oggetto di canto, simbolo e non realtà corporea degna di entrare nel divino ritmo dei versi. Per riflesso, le donne, escluse dai canali della cultura erudita, non hanno trasferito il proprio io sulla carta o, se lo hanno fatto, non hanno ricevuto l’attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine e in quanto incapaci di regolari gestazioni poetiche e pochissimo letterate.

Le donne per riuscire a esprimere tutto il loro mondo sono state costrette a adattare alle proprie esigenze il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, porgendo attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività al fine di stabilire un contatto solidale e fraterno con le proprie consorelle, originare una coscienza comune e una riflessione, non ancora organiche, dalle quali partire e realizzare attraverso la scrittura poetica un progetto di emancipazione.

La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze.

Forughzaman Farrokhzad prova a esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo, che entra nel linguaggio non solo come tema, ma anche come percezione: la Poesia non si limita a esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Gli atteggiamenti di ribellione profetizzante a tratti, a tratti di serena rassegnazione, in sostanza di rassegnata ribellione si rispecchiano abbastanza bene nel canto poetico e provano che una grande cultura e una profonda consapevolezza di sé e della propria storia probabilmente non bastano a mitigare il dolore dell’umiliazione e della speranza sopraffatta.

Dolore e gioia, disperazione che suscita progetti di suicidio e beato annullamento nelle braccia dell’Amato, capacità di trasformare il tempo della vita nel sacrificato tempo dell’attesa e, simultaneamente, pragmatica attitudine a prendere repentine decisioni nella sfera del quotidiano, tutto ciò caratterizza la Sua produzione poetica.  

Ho, quindi, deciso, di iniziare questo difficile percorso all’interno della scrittura poetica di Forughzaman Forrokhzad con trentadue poesie - quanti i suoi anni di vita - che ritengo, più di altre, significative di due condizioni, tipiche della donna che mette la propria anima in versi: la rassegnazione e la ribellione.

 

Daniela Zini

 

 

اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

 

Prigioniera

 

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la mia vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi 

Da questa muta prigione spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Traduzione dal persiano di Daniela دانیلا Zini زینی

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 19:16 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, iran, femminismo, donna, forugh farrokhzad, daniela zini
martedì, 14 ottobre 2008

THE TRESOR AND THE SNAKE,
THE ROSE AND THE TORN,
SORROW AND GLADNESS
ARE LINKED TOGETHER.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI

 

 

The Other is me and Arthur Rimbaud’sJe est un Autre” (letter to Paul Demeny, May 15, 1871) are sides of the same coin.

 

 

I will sleep, sleep and dream.

I will dream of a life without suffering and without fear.

I will dream of people able to love beyond border, beyond reality, beyond everything, beyond life.

Beginning in ancient times through the present day, women writers have dreamed of a new era of world peace.

We have not learnt to control Nature and ourselves.

We are the inheritors of the legacy of our ancestors who, by their experiences, arrived at great values.
We must struggle to retain them.

This contract is our great duty.

How many wars occurred?

How many wars are the results of this misunderstanding of the Other?

All!

"The fruits of war were food for more war."

 

Marguerite YOURCENAR, Memoirs of Hadrian


The Second World War is a sad example.

An unprecedented example of intolerance wich brought about the exclusion of an entire race.

The Men's stupidity resides in the fact he is willing to remain ignorants, and according to Einstein:


"Two things are infinite: the Univers and human stupidity; but as far as the Universe is concerned, I have not yet acquired absolute certainty."


This stupidity and this ignorance are found as well in the example of colonizers who, wanting to impose their culture, ended up bringing about the detriment and impoverishment of the colonized's culture. It is by this detriment that, once again, false prophets and dictators were able to exploit the situation. Tolerance is the foundation of a Society worthy of this name.

It is obtained by respect for Others and understanding of Others.

Even more, it is up to us, inheritors of a heavy past, to learn and to communicate so that we can accept our neighbours' differences.

But we must prove ourselves worthy of our heritage.

 

 

Bani adam a'za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.

Chu 'ozvi be dard avard ruzgar,
Degar 'ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI


These are well-known "abyat" of Shirazi poet, Sa'di, wich grace the entrance the United Nations headquarters in New York.

 

Copyright © 2008 ADZ
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 06:50 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, storia, iran
domenica, 31 agosto 2008

Passaggio obbligato nel cuore dell’Asia, la terra che fu contesa dai grandi conquistatori del passato svolge oggi il ruolo delicato di Stato-cuscinetto tra l’Oriente e l’Occidente. Gli afgani attuali e il loro re si proclamano la nazione più neutrale del mondo, dopo aver fondato la propria indipendenza con millenni di guerre e di sangue.

 

Posto tra Cina e Iran, tra Russia e subcontinente indiano, l’Afghanistan assomma due peculiarità: è un passaggio nel cuore dell’Asia, così obbligato che tutti i grandi condottieri e viaggiatori dovettero transitarvi, da Alessandro Magno a Marco Polo; ed è pochissimo noto nel mondo occidentale.

Il fondamento dell’Afghanistan riguarda, anche direttamente, L’Europa. Ci riguarda, in primo luogo, il tessuto etnico. La grande maggioranza degli afgani si proclama indoeuropea. Certo, hanno subito numerose commistioni: basti dire l’ondata araba, che tra l’altro, determina l’avvento di quella grafia. Ma le due lingue afgane, il dari e il pashtu, sono lingue indoeuropee. Dipende dalle migrazioni di alcune migliaia di anni fa, quando, diffondendosi verso il meridione delle steppe dell’attuale Russia, gli ariani dovettero necessariamente invadere l’Afghanistan. La città di Balkh, nel nord del paese, è considerata una delle culle della loro razza.

All’inizio dei tempi storici, l’Afghanistan faceva parte dell’Impero persiano; vi penetrò, nel IV secolo a.C. Alessandro. Subito, la scia del condottiero venne seguita da mercanti, tecnici, artisti occidentali; più tardi i regni ellenistici conglobarono anche l’Afghanistan; la Battriana, imperniata su Balkh, sopravvisse a lungo come territorio pressoché greco.

Ma vi è di più. Buddha nasce nel VI secolo a.C. e la sua religione si diffonde anche in parte nell’Afghanistan, senza, tuttavia, che la sua immagine venga mai raffigurata; poi, arrivano, memori dei loro dei, gli artisti greci, ed ecco Buddha effigiato in statue e dipinti; al dio nepalese gli artisti occidentali danno, sia pure con gli occhi a mandorla, il volto di Apollo. 

D’istinto noi europei, permeati di umanesimo, badiamo più alle tracce del mondo classico che ad altri fattori. Ma, intanto, la storia dell’Afghanistan corre. Nasce un grande impero locale, detto Kushana, che, guidato dal sovrano Kanishka, più o meno ai tempi di Nerone si batte contro i cinesi. Arrivano, dal ricostituito impero persiano, i Sassanidi; piombano da nord feroci genti, cugine degli unni; dilagano, nel VII secolo, gli arabi, che con la religione musulmana diffondono nuove norme e forme di vita. Quantunque gli arabi come tali lascino, poi, il paese o vi si fondano, queste norme e forme, basate sull’Islam, danno all’Afghanistan il costume generale che esso conserva tuttora.   

Oggi, gran parte dell’Afghanistan è steppa o deserto; non così settecento anni fa. A quei tempi, mentre da noi nasceva Dante, dalla Mongolia irrompe l’onda di Gengis Khan. E spazza tutto, da un capo all’altro del paese. Gengis Khan distruggeva sia per spirito primordiale di aggressività o per necessità, sia perché la sua gente in gran parte di origine nomade, basava la conquista sull’impiego dei cavalli, quindi, sull’esistenza non delle città ma dei grandi spazi liberi. La distruzione radicale investì anche le opere di irrigazione. Quando Gengis Khan si ritirò, l’Afghanistan decadde presto a steppa, a deserto.

Noi stiamo parlando globalmente di Afghanistan, per un motivo di assunto. Ma, fin quasi ai tempi della rivoluzione francese, l’Afghanistan come tale non esisteva. Vi è, invece, un complesso di regioni, dinastie e domini. La dinastia afgana di Ghazna giunge a insediarsi sui troni della non lontana India. Sei secoli fa entra da dominatore, nella storia afgana, Tamerlano. Durante il nostro Rinascimento, il grande impero moghol dell’India ha come fondatore un afgano, Babur (il quale, morto in India, venne sepolto presso Kabul, dove il suo monumento funebre è stato mirabilmente restaurato da una missione italiana). Durante il periodo del rococò europeo, condottieri afgani cercano di espandersi, dalla città di Kandahar, verso la Persia. L’ultimo grande conquistatore asiatico, Mohammad Nader Shah, che mira, invece, come alcuni dei suoi predecessori, all’India, è, a sua volta, afgano.

L’unità che si va delineando possiede una formidabile posizione strategica e anche commerciale. Ma è, come un tempo, un’arma a doppio taglio. Perché, se il periodo delle grandi invasioni si va allontanando, avanza, invece quello del colonialismo. Espandersi verso l’India? E come, se i nemici da battere sarebbero non più i popoli locali, ma, ormai, i britannici? Anzi, l’incontro con gli inglesi fa perdere agli afgani un’ampia regione, oggi appartenente al Pakistan; è un particolare su cui tornerò più avanti.

Analogamente, l’avvento della Russia in Asia costa agli afgani la perdita di Samarkanda, Bukhara e altre città, ossia di tutte le terre a nord del fiume Amu Daria (il celebre Oxus dei tempi classici).

Da parte afgana, tra l’influenza russa e quella britannica si preferirebbe quest’ultima, perché più duttile, meno autoritaria. Ma si pretenderebbe un’illimitata autonomia interna. Inoltre il compromesso viene ostacolato dall’esistenza di indomabili tribù afgane nella zona del famoso passo del Khyber e oltre, ossia di là dalla frontiera con l’India.

Per ben due volte, i contrasti sfociarono non già nell’accordo, ma nella guerra. Furono campagne crudeli, sanguinosissime. I monumenti di alcune città afgane si ornano tuttora dei cannoni conquistati al nemico. Nelle botteghe di Kabul e di Kandahar non è difficile trovare vecchie pistole britanniche, con inciso il nome dell’ufficiale che le portava e che, con ogni probabilità, nel corso della campagna vi lasciò la pelle.

A equilibrio faticosamente raggiunto, l’Afghanistan svolge le sue previste funzioni di cuscinetto. E assume progressivamente le caratteristiche, sia pure embrionali, di Stato. Ma uno Stato sui generis. Risente, infatti, di una nascita tormentata, favorita da forze esterne, inquinata dall’eterogeneità etnica. Inoltre il nuovo Stato ha confini naturali insufficienti; peggio, un’alta catena montuosa lo attraversa in senso longitudinale, determinando una frattura tra nord e sud. Difficile, quindi, raggiungere la meta di una vera unità.

Gli afgani conquistarono l’indipendenza totale solo nel 1919, anno in cui ebbe luogo la terza guerra contro i britannici. In verità, si trattò piuttosto di una serie di scontri, provocati dal sovrano Amanullah con un preciso scopo. Ammanullah era un capo intelligente e ardito e aveva scelto il momento giusto. Non vinse la guerricciola, ma ottenne facilmente un armistizio e, poi, un trattato di pace, con il quale gli inglesi gli riconoscevano piena libertà anche in politica estera. Era l’8 agosto 1919.  Da allora, l’Afghanistan non ha mai visto minacciata la sua sovranità.

Amanullah, come Kemal Ataturk in Turchia, seppe vedere chiaro. Comprese, a esempio, che per rendere l’Afghanistan efficiente bisognava mutare rotta, che occorreva dimenticare certi tradizionali sospetti, favorendo l’afflusso degli stranieri; che la condizione della donna, sino allora tenuta in qualità di sottospecie umana, andava liberalizzata. Amanullah era forte. Ma, quando pretese di imporre l’abolizione del velo femminile e fece comparire in pubblico la regina e le donne di corte a viso scoperto, suscitò la violenta reazione dei mollah. Forse, nonostante tutto l’avrebbe superata; ma fece, in tutt’altra direzione, un passo falso. In altri termini, volle manovrare anche con l’Unione Sovietica. E, questo, gli inglesi non potevano tollerarlo. Così, scaturita all’interno e favorita all’esterno, divampò la rivolta. Nel 1929, Amanullah perse definitivamente la partita. Aveva avuto un solo torto: quello di aver guardato troppo lontano, di avere precorso i tempi.

Dapprima, caduto Amanullah, sul trono afgano si insediò un ex-capo di briganti; poco più tardi, costui veniva impiccato. Alla fine dello stesso anno, cingeva la corona un ex-ministro della guerra, Mohammad Nader Khan.

Quattro anni dopo, re Nader cade sotto i colpi di un attentatore. Da allora, ossia dal 1933, è sovrano il figlio di Nader, Mohammad Zaher; ha solo cinquantotto anni, benché la durata del suo regno superi di molto quella di ogni altro monarca contemporaneo. ufficialmente, la monarchia afgana ha carattere costituzionale. Lo Stato si articola nei due rami del Parlamento. L’unica donna-deputato è comunista.

L’Afghanistan non ha alcuno sbocco al mare. La popolazione si aggira tra i 12 e i 15 milioni. Di certi villaggi, l’esistenza è stata accertata solo attraverso l’aerofotogramma. Molta parte delle donne vive tuttora segregata, quindi, non può essere censita. Non esiste ancora un vero stato civile. Il servizio militare viene imposto bloccando i singoli abitati, e rastrellando i giovani. La quasi totalità della popolazione è musulmana, in gran parte di confessione sunnita. Nell’ambito dell’’Islam, gli afgani sono considerati tra i più intransigenti.

Dicevo, prima, dell’eterogeneità etnica. Esistono, infatti, non meno di tre grandi etnie afgane. Quella dei pashtuni – patani o patanki - è diffusa tra Kabul, quasi tutto il confine pakistano e una larga fascia dello stesso Pakistan occidentale. I pashtuni si ritengono gli afgani numero uno. Al loro gruppo etnico appartiene la famiglia reale. Favorita da questa circostanza, la lingua pashtu sta avanzando a grandi passi, tanto da essere stata dichiarata idioma nazionale. Tuttavia il tema dei pashtuni ha anche aspetti dolorosi, perché il confine coloniale, imposto dagli inglesi e confermato, poi, ai tempi nostri, amputando i margini orientali dell’Afghanistan spezzò in due il loro popolo. Nei riguardi dei pashtuni di oltre frontiera l’Afghanistan ha assunto un atteggiamento irredentistico. Sulle carte afgane le regioni occidentali del Pakistan vengono definite “Pashtunistan”. Quindi, i rapporti tra Kabul e Rawalpindi non sono cordiali. Migliorarono, per motivi di solidarietà islamica, durante la guerra tra Pakistan e India, nel 1965; ma gli afgani non dimenticano i tempi in cui i domini dei pashtuni raggiungevano la valle, oggi pakistana, dell’Indo.

La seconda grande etnia afgana, quella dei tagiki, vive soprattutto tra Kabul e i confini settentrionali e occidentali, oltre cui il medesimo gruppo etnico si estende, poi, in Iran e nella repubblica sovietica del Tagikistan. I tagiki si considerano ariani più puri dei pashtuni; la loro lingua ha un alto valore sia letterario sia pratico; in un passato anche recente, i tagiki d’Afghanistan ebbero un peso specifico molto superiore a quello attuale. Verso i tagiki di casa propria – musulmani anch’essi –, l’URSS si è comportata con molta abilità. Mirava, con la sua politica, a ingraziarsi i tagiki afgani.

Pashtuni e tagiki formano quasi i nove decimi della popolazione; terzo e ultimo, il gruppo degli hazarà comprende tra mezzo milione e un milione di anime. Gli hazarà sono certamente afgani sotto l’aspetto politico e, tra l’altro parlano persiano; invece, sotto il profilo etnico, hanno tutt’altra origine. Hazar vuol dire, in persiano “mille”; di mille uomini si componevano le guarnigioni mongole, insediate in Afghanistan da Gengis Khan; gli hazarà hanno stigmate nettamente mongole, dunque, discenderebbero dalla orde di Gengis Khan.

Gli hazarà abitano soprattutto nelle zone centro-settentrionali del paese, specie in montagna; sono poveri e accaniti lavoratori; si dedicano volentieri ai piccoli commerci, con pazienza, con tenacia; sono largamente impiegati nelle forze armate, sia per la loro solidità fisica, si perché la loro povertà esclude certi intrallazzi con cui ottenere l’esonero. Tra gli afgani, in generale, sembrano i meno progrediti; per questo motivo, vi è chi li considera cittadini di second’ordine, se non inferiori.

Dopo le etnie più numerose, molte altre ne vengono. A esempio gli uzbechi, mongoloidi come gli hazarà, che non rinunciano mai al caratteristico pizzetto; i turcomanni, diffusi verso la repubblica sovietica del Turkmenistan; gli ebrei, giunti dalla remota antichità e ammirevolmente sopravvissuti; qualche migliaio di nuristani, forse, di origine greca, cui ho già accennato; infine, i kuci.

In verità, i kuci costituiscono non un’etnia in sé, ma piuttosto un popolo, composto in maggioranza di pashtuni, ben definito, alieno da mescolanza, rigidamente caratterizzato dal nomadismo. Il numero dei kuci è stato valutato sulla ragguardevole quantità di settecentomila; ebbene, a seconda delle stagioni l’Afghanistan viene regolarmente attraversato da molte centinaia di migliaia di nomadi, che viaggiano a cammello, in grandi carovane, conducendo gli armenti verso le zone di pascolo. A sera le carovane sostano, accendono i fuochi, montano le grandi tende. Visitando quegli alloggi, abbiamo la rivelazione di un’umanità che ha risolto i suoi problemi, decisi a non mutare il modo di vita. Al suolo, tutta la superficie libera è ricoperta di tappeti, spesso preziosi. Le donne non portano velo; ostentano, invece, monili d’argento e d’oro, complicati, grevi. E una tenda può contenere un vero arsenale, anche modernissimo, perché i kuci sono tradizionalmente avvezzi, in ogni circostanza, a far da sé.  

Gran parte dell’Afghanistan – dicevo – è steppa o deserto, ma, in pieno deserto, all’orizzonte possiamo scorgere catene di monti nevosi, perché il paese è generalmente alto (Herat, 1300 metri; Kabul, 1800; Bamian, 2800) e, i monti, altissimi; basti rammentare il Pamir e l’Hindukush, con numerosi “seimila” e anche “settemila”. D’inverno e fino a primavera avanzata, domina il gelo. La neve scende fino a Kabul e più sotto e può facilmente bloccare le grandi vie di comunicazione.

Nonostante la neve, l’acqua scarseggia perché va dispersa, o si concentra solo nei pochissimi fiumi, come l’Helmand, il Kurnar, il Kabul e, al confine con l’URSS, l’Amu Daria. Quindi, scarseggiano, salvo le eccezioni delle vallate, gli insediamenti umani. Ma villaggi e borghi hanno fisionomie espressive. Chi entri in Afghanistan dall’Iran, pochi chilometri dopo il confine raggiunge la sommità di un poggio da cui si domina una grande, misteriosa fortezza, cinta di alte mura. Ma non è una fortezza: è una borgata. Perfino certi villaggi vicini a Kabul, di costruzione recente, somigliano a baluardi. Esistono, le muraglie, perché da tempo immemorabile gli afgani hanno acquisito l’istinto della difesa.

O i villaggi morti, sparsi un po’ dovunque. Mura sbrecciate, cupolette cadenti e, dentro, il vuoto. Perché? Per via di incendi o perché vennero meno le condizioni di sussistenza, e la popolazione migrò. E i caravanserragli, anch’essi morti. Ingressi quasi monumentali, senso di spazio, resti di moschee, tracce di un certo fasto; e, dentro il vuoto. Perché? Perché il traffico delle carovane di mercanti, motivo dei caravanserragli, si è spento?

L’Afghanistan offre visioni di ogni genere. Durante i mesi freddi vi si pratica un gioco di origine mongola, detto buskashi, che oppone due grandi squadre di cavalieri, ognuna delle quali cerca di portare alla propria base la posta in palio, la carcassa di un montone scuoiato. Un altro spettacolo, tanto popolare quanto sanguinario, consiste nel duello di due cani feroci, cui le orecchie sono state mozzate fin da cuccioli perché sia difficile azzannarle. Analoghi duelli vengono combattuti anche dai maschi della coturnice locale o pernice di monte; la sera prima degli incontri, i padroni si portano a spasso, in gabbia, il loro campione, pavoneggiandosi al suo furibondo chioccolare.

Si caccia volentieri: l’orso, la pantera, il lupo, un meraviglioso uccello delle alte quote – il lofoforo – simile al pavone, e una specie di diffidente muflone, chiamato, a ricordo del viaggiatore veneziano, “capra di Marco Polo”. I famosi levrieri afgani sono pochi e cari. Quelli dal pelo lungo, che noi prediligiamo, localmente li si considera una varietà da salotto, e viceversa quelli più tradizionali, usati per la caccia alla lepre, hanno il pelo raso. La proprietà degli uni e degli altri spetterebbe soltanto al re, il quale, peraltro, può eccezionalmente chiudere un occhio; dei levrieri, di ogni specie, è vietata l’esportazione.

Nella parte più bassa del Nuristan, dove si coltiva il papavero, ho visto contadini raschiare l’essudato delle zucchette, o, in altre parole, raccogliere l’oppio. Altrove, anche a Kabul, nonostante le proibizioni si può comperare, con tutta facilità e a buon mercato, l’hashish; gli afgani lo fumano senza sotterfugi. L’hashish attrae molti “capelloni” europei, i quali viaggiano per lo più su veicoli da quattro soldi, che non danno nell’occhio; alcuni di quei “capelloni” fanno, poi, incetta di droga, la nascondono nei loro trabiccoli dall’aria innocua, e, poi, tornati in Europa rivendono a carissimo prezzo la micidiale mercanzia.   

Nelle strade afgane la circolazione è minima o, addirittura, come nel deserto tra Kandahar e Herat, quasi nulla. Una buona strada asfaltata corre dal confine iraniano sino a quello pakistano, passando dal sud del paese; un’altra, congiunge Kabul all’URSS. Una terza arteria, non buona ma discretamente percorribile, porta da Kabul sino alla vallata di Bamian. Entriamo a Kabul. La capitale si va avvicinando al mezzo milione di abitanti. Giace in una grande conca, incorniciata da colli e percorsa dal fiume Kabul, affluente dell’Indo; non ha pretese di monumentalità; la sua urbanistica sta cercando faticosamente una via attraverso eterogeneità, squilibri, demolizioni, edificazioni discutibili. Eppure Kabul piace. Dipende proprio dall’eterogeneità, per questo nella capitale vi è di tutto: dall’ambasciata colossale, come quella sovietica, alla carovana di nomadi; dal palazzo reale di stile europeo, con le sentinelle in impeccabile uniforme occidentale, alle vie dove i tintori creano caleidoscopi di tessuti sgargianti; dalle donne in chador, il mantello tradizionale che copre rigorosamente anche il viso, alle studentesse moderne pressoché in minigonna, al forte Bala Hissar, carico di storia e impregnato di sangue inglese.

E, poi, una serie quasi infinita di spunti. Gli hazarà venditori di acqua, carichi di otri. L’erbivendolo che, lavate nel Kabul le sue verdure, si mette a nudo a lavare se stesso. L’unica chiesa cattolica del paese, conglobata nel recinto dell’ambasciata d’Italia. I portatori di mestiere, sopraffatti da pesi inauditi. E semafori, avanguardia di progresso e motivo di perplessità per gli incolti. In periferia, i resti di un paio di vagoncini, unica traccia di una breve linea ferroviaria nata ai tempi di Amanullah, e, poi, svanita. Infine, a una ventina di chilometri da Kabul, la sorpresa di uno skilift, che va diffondendo anche tra gli afgani lo sport delle nevi.

Dopo Kabul, viene Kandahar con 120.000 abitanti; è importante come centro agricolo e per la vicinanza alla città pakistana di Quetta; conserva ricordi della prima guerra tra afgani e inglesi; gli americani vi hanno costruito un grande aeroporto intercontinentale. All’estremo ovest, Herat fu, a suo tempo, uno dei cardini della storia e della strategia di mezza Asia; oggi non ha più di 70.000 anime e dello splendore antico le rimangono solo le rovine di pochi monumenti e la cittadella. Nell’estremo nord, la città santa di Mazar-i-Sharif è famosa per una splendida moschea. All’estremo est, Jalalabad trae ragione di essere da una vasta area agricola e dai traffici con l’adiacente Pakistan.

In questa rapida scorribanda visiva, ho lasciato volutamente per ultima la zona di Bamian e Band-i-Amir. A parte le bellezze afgane composte di picchi eccelsi, che, di solito, sono difficilmente accessibili, Bamian offre il meglio dell’intero paese. Ci troviamo in una vallata lunga, ampia, ricca di coltivazioni nonostante l’alta quota. Non siamo troppo lontani dalla valle del Wakhan, situata tra il Pamir e l’Hindukush, dove, fin da tempi antichissimi, passava la cosiddetta “via della seta”: una via che dalla Cina raggiungeva Bamian, per poi proseguire verso sud e ovest. Insieme alla seta a Bamian sorge sotto una parete di roccia, alta un centinaio di metri, verticale, lunghissima. Nella parete, monaci buddisti aprirono centinaia di fori, che sarebbero stati , poi, le loro celle, gli eremitaggi; sicché la parete di Bamian somiglia a un alveare.

Ma, tra le cavità minori, altre due se ne aprono. Sono gigantesche, con il disegno ben netto, come absidi; in fondo, nella roccia madre i buddisti scolpirono due statue del loro dio e ricoprirono le pareti di affreschi. Oggi, i volti di Buddha e gli affreschi sono deturpati o distrutti; dipende sia dall’avvento dell’islamismo al posto del buddismo, sia dall’intemperanza fanatica di un condottiero dello scorso secolo. Ma, entrambe le statue sopravvivono e, attraverso gallerie nella roccia, se ne può raggiungere il capo. Una è alta sui 40 metri; l’altra, 53. Neppure i Ramses II di Abu Simbel arrivano a tanto.

Là dove la valle di Bamian si chiude in una strettoia, domina, da un poggio con le pareti precipiti, un gruppo fantasmagorico di castelli, di torri. In basso dilaga il verde di un bosco di pioppi, mentre le pareti e le torri hanno color d’ocra e di sanguigno. Gli afgani le chiamano Città Rossa. Rossa di sangue. Erano la cittadella che difendeva la valle di Bamian. Gengis Khan, attraverso la “via della seta”, irrompe nella valle afgana; pare che la cittadella, in un primo tempo, si sottomettesse e, poi, tradisse, e, in proposito, è nata più di una leggenda; di certo, vi è che Gengis Khan ordinò di distruggerla. Fece passare a filo di spada uomini e bestie; da qui il sangue che ancora arrosserebbe rocce e mura. E ordinò, Gengis Khan, di considerare la Città Rossa come un posto maledetto, da non più abitare, da non riedificare mai più. Così avvenne. Così è.

Infine, Band-i-Amir: siamo ancora nella regione di Bamian, oltre un passo alto tremilacinquecento, percorso da una strada piuttosto ardua. Spazi desolati; villaggi radi, con influssi tibetani; carogne di cavalli, sbranati dai lupi; vette sull’ordine dei cinquemila e più; d’un tratto, un lago. Ma non è che il primo di sette; sette laghi digradanti, separati l’un dall’altro come da semplici gradini, a 3.300 metri sul livello del mare, la quota della nostra Marmolada.

Tuttavia il fascino ispirato dal selvaggio Afghanistan non deve far dimenticare i suoi problemi concreti. Kabul inizia ad avere una grande università, ma almeno i quattro quinti della popolazione afgana sono analfabeti. Qualche ospedale è nato; le Nazioni Unite hanno creato una scuola di infermieri, che dovrebbero distribuirsi capillarmente nel paese; ma i medici scarseggiano e in fatto di salute pubblica le necessità sono ancora imponenti. Il tenore di vita si può sintetizzarlo con poche cifre: un funzionario percepisce dalle 30 alle 60.000 lire al mese; un domestico, a Kabul, dalle 12 alle 20.000; un manovale, sulle 4.000.

La voce delle esportazioni ha un certo peso, grazie alla produzione di frutta squisita. Ricercatissima in Pakistan e, soprattutto, in India –, e, poi, di lana, di cotone allo stato greggio e di pelli del famoso karakul, l’agnellino di latte con cui in Afghanistan si confezionano i tipici copricapo locali e, da noi, le pellicce di cosiddetto “persiano”; si esportano anche tappeti di pregio, che, spesso, per non disorientare l’acquirente occidentale, assumono, a loro volta la qualifica spicciola di “persiani”; e finalmente l’Afghanistan esporta in Russia, con impianti diretti, i suoi idrocarburi. Ma, tutte queste voci equivalgono soltanto a trentacinque miliardi di lire. Viceversa occorrerebbe importare quasi tutti i prodotti finiti; quindi, per tenere la bilancia commerciale in pareggio o, perfino, in attivo, si rinuncia al necessario.

Le limitate risorse del paese escludono che l’attuale situazione possa capovolgersi. Ma, può migliorare. Dipende in gran parte dalla soluzione del problema idrico; dipende, in altri termini, dalla costruzione di dighe e canali e da una razionale distribuzione delle acque. L’agricoltura è suscettibile di larghi progressi anche mediante l’applicazione di nuove tecniche: basti dire che la maggioranza dei contadini afgani usa tuttora l’aratro a chiodo. Parallelamente all’agricoltura potrebbe svilupparsi anche la zootecnia.

Se a questi e ad altri fattori aggiungiamo determinati fermenti morali, come l’aspirazione degli studenti di Kabul o di coloro che hanno studiato nelle università straniere, all’ammodernamento del paese, all’eliminazione di vecchie pastoie e all’instaurazione di una democrazia – oggi, ancora in gestazione – di tipo occidentale, giungiamo a una conclusione di moderato ottimismo. Sarebbe, invece, il contrario se prevalessero gli elementi retrivi, che ancora influenzano vaste categorie, specie di livello sociale inferiore.

Ma, vi è un’altra pedina da valutare, quella della politica estera. Le antiche aspirazioni zariste verso i mari caldi e l’India, sono divenute aspirazioni sovietiche. L’antico schieramento britannico contro la pressione russa è divenuto schieramento pakistano: perché il Pakistan, nemico dell’India, è, invece, amico della Cina e, finora, ostile all’URSS. Dunque, l’Afghanistan svolge la sua funzione di Stato-cuscinetto, oggi, anche più di ieri.

Solo che la partita si è complicata per il contrasto tra Ovest ed Est e per la presenza di nuove possibilità. Nella loro tradizionale pressione verso sud, i russi si trovavano svantaggiati dall’esistenza, a metà Afghanistan, di una poderosa propaggine dell’Hindukush; d’altra parte, questa propaggine ostacolava l’unità afgana; ebbene, siccome nel caso specifico gli interessi sovietici e quelli afgani collimavano, i russi hanno potuto costruire la strada, di cui dicevo prima, lungo la direttrice nord-sud, che dal loro confine raggiunge Kabul. La strada, detta del Salang, costata un’enormità, sale a quota 3.300 e attraversa in galleria la montagna più alta; in questo modo è nata una ragguardevole novità politica e strategica.

I russi influiscono sull’Afghanistan non già con il criterio, ormai sperato, del satellitismo, ma con metodi intelligenti: a esempio concedono numerose borse di studio, favoriscono i traffici, acquistano prodotti afgani specie quando le relazioni tra Kabul e Rawalpindi si raffreddano e forniscono all’esercito afgano molti materiali indispensabili, come benzina, pezzi di ricambio, munizioni, missili terra-aria. Inoltre, hanno influito costruendo metà di un’altra strada, quella che da Kabul raggiunge Herat e, poi, il confine iraniano.

Ovviamente, gli Stati Uniti si preoccupano dell’attività russa. E hanno risposto, tra l’altro, costruendo l’altra metà della strada di Herat. Così, nel contrasto tra due mondi, l’Afghanistan si è inopinatamente trovato a possedere arterie di importanza vitale. Ma, il loro costo è stato assorbito solo dagli Stati Uniti e dall’URSS. Gli afgani non hanno speso un dollaro né un rublo.

Dopo l’URSS, Stati Uniti e Pakistan, quarto contendente della parità afgana è la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina per soli 93 chilometri; sono quelli del Wakhan, la valle dove passava la “via della seta”. Un secolo fa, il Wakhan non lo presidiava nessuno. Gli inglesi, quando vi mandarono una missione per delimitare i confini del nuovo Stato-cuscinetto, raggiunsero un passo ad alta quota, dove giaceva abbandonata una capanna; allora, proseguirono oltre lo spartiacque e, finalmente, si incontrarono con alcuni armati, i quali dissero che là era la Cina. Più tardi, una commissione anglo-russa fissò i confini del Wakhan senza neppure recarvisi; né gli afgani di allora ebbero interesse a insediare guarnigioni in una zona tanto remota.

Ai nostri tempi, il discorso cambia. Salvo la Mongolia – sulla cui dipendenza effettiva, peraltro, si discute –, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo a confinare sia con la Cina sia con l’URSS. Kabul si è, quindi, preoccupata di avere, al confine cinese, una situazione chiara. Vi fu, nel 1962, una visita di re Zaher a Pekino e, più tardi, ebbero inizio, sul terreno del Wakhan, i lavori di una commissione mista. Furono lavori positivi, senza particolari ostacoli. La linea di frontiera venne fissata di comune accordo. Una lunga serie di pali infissa nel terreno porta, da un lato, in caratteri arabi, la scritta “Afghanistan” e, dall’altro lato, in caratteri latini e in lingua inglese, la scritta “China”. Così il problema della frontiera cino-afgana sembra risolto.

Ma, non si tratta soltanto di frontiera, bensì di tutto un complesso di fattori. Per esempi, gli afgani hanno finora bloccato ogni tentativo di infiltrazione politica cinese. Hanno accolto, qualche anno fa, un folto gruppo di profughi cinesi, giunti attraverso il Wakhan. Nel frattempo, i rapporti tra Kabul e Pekino sono rimasti buoni. Ma, la Cina bada all’attività russa in Afghanistan non meno di quanto facciano gli Stati Uniti; la Cina non vorrebbe continuare a vedersi aggirata, sulla tradizionale direttrice dei mari caldi, dalla Russia. Quindi, vorrebbe, a sua volta, costruire una strada. Dove? Sulla “via della seta”, di Gengis Khan, di Marco Polo: in altre parole, dalla sua regione di Sinkiang – quella degli esperimenti atomici – all’Afghanistan, attraverso i 3.300-3.500 metri dei passi del Wakhan. Insomma, così come i russi hanno creato una strada nord-sud, che li avvicina all’India, i cinesi vorrebbero creare la strada est-ovest, che neutralizzasse, strategicamente parlando, l’arteria russa.

Si chiederà: in questa situazione intricata, gli afgani per chi parteggiano? Non parteggiano per nessuno. Dal contrasto altrui, cercano solo di trarre vantaggi. Si proclamano lo Stato più neutrale di tutto il terzo mondo.

Dunque, Stato-cuscinetto: ma un cuscinetto duro e spinoso, su cui nessuno si adagia. Ed è logico che sia così, per un popolo che ha forgiato la sua indipendenza con millenni di sangue.

 

Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.   

postato da: Firouzeh alle ore agosto 31, 2008 09:00 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, cina, storia, afghanistan, india, europa, iran, pakistan, urss
mercoledì, 12 marzo 2008

a J

 

Se mai vi feci ridere, dite…

Una parola amica in memoria di me.

Nosside

فروغ فرخزاد

 

Dès Sa mort la Légende s’est emparée de cette figure fascinante, et c’est elle, plus que la réalité, qui continue de hanter nos fantasmes.

Daniela

 

 

تولدی دیگر

 

 

همه هستي من آيه تاريكيست
كه ترا در خود تكرار كنان
به سحرگاه شكفتن ها و رستن هاي ابدي خواهد برد
من در اين آيه ترا آه كشيدم آه
من در اين آيه ترا
به درخت و آب و آتش پيوند زدم

زندگی شاید
یک خیابان درازست که هر روز زنی با زنبیلی از آن میگذرد
زندگی شاید
ریسمانیست که مردی با آن خود را از شاخه میاویزد
زندگی شاید طفلیست که از مدرسه بر میگردد
زندگی شاید افروختن سیگاری باشد ، در فاصلهء رخوتناک دو
همآغوشی
یا عبور گیج رهگذری باشد
که کلاه از سر بر میدارد
و به یک رهگذر دیگر با لبخندی بی معنی میگوید " صبح بخیر "

زندگی شاید آن لحظه مسدودیست
که نگاه من ، در نی نی چشمان تو خود را ویران میسازد
ودر این حسی است
که من آن را با ادراک ماه و با دریافت ظلمت خواهم آمیخت

در اتاقی که به اندازهء یک تنهاییست
دل من
که به اندازهء یک عشقست
به بهانه های سادهء خوشبختی خود مینگرد
به زوال زیبای گل ها در گلدان
به نهالی که تو در باغچهء خانه مان کاشته ای
و به آواز قناری ها
که به اندازهء یک پنجره میخوانند

آه...
سهم من اینست
سهم من اینست
سهم من ،
آسمانیست که آویختن پرده ای آنرا از من میگیرد
سهم من پایین رفتن از یک پله مترو کست
و به چیزی در پوسیدگی و غربت و اصل گشتن
سهم من گردش حزن آلودی در باغ خاطره هاست
و در اندوه صدایی ان دادن که به من بگوید :
" دستهایت را
دوست میدارم "

دستهایم را در باغچه میکارم
سبز خواهم شد ، میدانم ، میدانم ، میدانم
و پرستوها در گودی انگشتان جوهریم
تخم خواهند گذاشت

گوشواری به دو گوشم میآویزم
از دو گیلاس سرخ همزاد
و به ناخن هایم برگ گل کوکب میچسبانم
کوچه ای هست که در آنجا
پسرانی که به من عاشق بودند ، هنوز
با همان موهای درهم و گردن های باریک و پاهای لاغر
به تبسم های معصوم دخترکی میاندیشند که یک شب او را
باد با خود برد

کوچه ای هست که قلب من آن را
از محل کودکیم دزدیده ست

سفر حجمی در خط زمان
و به حجمی خط خشک زمان را آبستن کردن
حجمی از تصویری آگاه
که ز مهمانی یک آینه بر میگردد

و بدینسانست
که کسی میمیرد
و کسی میماند
هیچ صیادی در جوی حقیری که به گودالی میریزد ، مرواریدی
صید نخواهد کرد .

 

من
پری کوچک غمگینی را
میشناسم که در اقیانوسی مسکن دارد
و دلش را در یک نی لبک چوبین
مینوازد آرام ، آرام
پری کوچک غمگینی
که شب از یک بوسه میمیرد
و سحرگاه از یک بوسه به دنیا خواهد آمد



 

 

Rinascita

 

 

Tutta la mia esistenza è un verso oscuro

Che reiterandosi ti condurrà

All’alba delle fiorescenze e delle crescite perenni.

In questo verso io ti sospirai.

In questo verso io ti innestai

All’albero, all’acqua e al fuoco.

 

La vita è, forse,

Una lunga strada che, ogni giorno, una donna attraversa con un paniere.

La vita è, forse,

Una corda con la quale un uomo si appende ad un ramo.

La vita è, forse, un bimbo che torna dalla scuola.

 

La vita è, forse, accendere una sigaretta in molle riposo tra due amplessi

O è, forse, lo sguardo vuoto di un passante

Che si leva il cappello

E, con un sorriso distratto, dice ad un altro: buongiorno.

 

La vita è, forse, quell’attimo senza fine

In cui il mio sguardo si smarrisce nelle pupille dei tuoi occhi

Ed in questo vi è il senso

Che mescolerò alla comprensione della Luna e alla percezione delle tenebre.

 

In una stanza che misura una solitudine,

Il mio cuore,

Che misura un amore,

Si sofferma sui puri pretesti della sua felicità,

Sul dolce declino dei fiori nel vaso,

Sul giovane albero che hai piantato nel piccolo giardino della nostra casa,

Sul cinguettio dei canarini

Che inonda tutta la finestra.

 

Oh!

Questa è la mia parte.

Questa è la mia parte.

La mia parte

È un cielo che una tenda appesa mi sottrae.

La mia parte è scendere da una scala incustodita

E raggiungere qualcosa tra il putridume e l’abbandono.

La mia parte è una triste passeggiata nel giardino dei ricordi,

Morire nell’affanno di una voce che mi sussurra:

Amo

Le tue mani.

 

Pianterò le mie mani nel piccolo giardino.

Rinverdirò, lo so, lo so, lo so.

E le rondini nell’incavo delle mie dita, lorde d’inchiostro,

Deporranno le loro uova.

 

Metterò due rosse ciliegie gemelle ai miei orecchi,

Come orecchini,

E petali di dalie alle mie unghie.

 

Vi è un vicolo dove

Gli stessi ragazzi, che di me erano innamorati,

Con i loro capelli scarmigliati, i loro esili colli

E le loro gambe ossute,

Rievocano ancora i sorrisi innocenti di una ragazza

Che, una notte,

Il vento portò via con sé.

 

Vi è un vicolo che il mio cuore

Ha rubato ai quartieri della mia infanzia.

 

Viaggio di un’entità attraverso la linea del tempo,

Entità fecondante la linea sterile del tempo,

Entità di un’immagine cosciente

Che torna dal banchetto di uno specchio.

 

Ed è così

Che qualcuno muore

E qualcuno resta.

 

Nessun pescatore troverà mai una perla

Nell’umile rigagnolo che si riversa In un fosso.

 

Io conosco

Una piccola fata triste

Che dimora in un oceano

E suona il suo cuore in un flauto di legno

Dolcemente, dolcemente.

Una piccola fata triste

Che, al tramonto, di un bacio muore

E, all’alba, di un bacio rinasce.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

 

 

Premessa

 

“Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi a me solo, non alle nozze della figlia o alla notte con l’amante o alle insidie del nemico o al processo o alla casa o al podere o al tesoro; e almeno finché legge, voglio che sia con me.

Se è preoccupato dai suoi affari, differisca la lettura; quando si avvicinerà ad essa, getti lontano da sé il peso degli affari e la cura del patrimonio…

Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto.”

(Francesco Petrarca, Fam., XIII, 5, 23)

 

L’intento di questo studio è puramente storico e, pur augurandomi di essere utile a coloro che si propongono di dare una valutazione critica dell’opera letteraria di Forughzamand Farrokhzad, ritengo che questa utilità possa consistere soltanto nella presentazione di fatti che, finora, non sono generalmente noti, e di un quadro, che, spero, risulti chiaro e veritiero, del carattere della mia protagonista e dell’evolversi della Sua personalità.

Vi sono pochi poeti di genio e, certamente, le poetesse di genio sono ancora più rare.

La Poesia presuppone un libero sguardo rivolto alla vita che il costume sociale, in passato, non ha affatto consentito alle donne; implica una profusione di potenza creatrice che le donne sembrano avere raramente posseduto o, almeno, potuto manifestare e che, per millenni, ha avuto libero sfogo soltanto nella maternità fisiologica.

Una sola e mirabile eccezione a questo stato di cose: Saffo.

A dispetto dei due o tre nomi intermedi che si potrebbero citare, ma che a pensarci bene vengono fuori da soli, le altre grandi poetesse si collocano tutte nel XIX o XX secolo. La lista, che ognuno può rifare a suo piacimento, comprende una decina di nomi al massimo, alcuni dei quali sono stati inseriti più per la personalità della donna che per il genio della poetessa.

Tra queste donne di grande talento e genio, nessuna, a mio avviso, può essere paragonata a Lei. Nessuna si colloca più in alto di Forughzamand Farrokhzad e, in ogni caso, è la sola che si innalzi costantemente a livello dell’epopea e del mito. Nessun Principe nella Sua vita, nessun alto funzionario, nessun appoggio, tutto quello che realizzò fu intrapreso senza nessun aiuto e nella solitudine.

 

“Io non ho mai avuto una guida: nessuno mi ha dato un’educazione intellettuale e spirituale. Tutto quello che ho, è frutto del mio sforzo e tutto quello che non ho, avrei potuto averlo se i traviamenti, l’incoscienza e gli impasse della vita, non me lo avessero impedito.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 marzo 1968)

 

Una vecchia che sgrana biascicando un rosario non ci fa avvertire più di tanto il sentimento del sacro, la Poesia è fatta e lo era, ai tempi in cui aveva un più netto ricordo delle sue origini magiche, di ripetizioni quasi incantatorie di suoni e di ritmi. L’interiezione pura e semplice, l’imprecazione o l’oscenità, spesso così usate che non ne è neppure più percepito il senso, recano sollievo o calmano come i mantra colui che le pronuncia. Non è della nostra epoca, in cui la fisica ha fatto delle vibrazioni una scienza e una tecnica, negare il potere della parola pronunciata per se stessa.

Nella stesura di questa biografia ho attinto, in gran parte, a materiale inedito in Italia. Ho già elencato le raccolte più importanti, insieme con l’indicazione del loro contenuto e delle abbreviazioni usate. Le note a piè di pagina ricorrono soltanto quando mi sono sembrate di interesse generale, i riferimenti particolareggiati alle fonti sono segnalati nel testo con numerazione progressiva, in fondo al volume, unitamente a una bibliografia scelta.

Nell’inverno del 2001, mi capitò di acquistare nella libreria Nima, presso la Stazione Tiburtina, e nel testo originale persiano, “Iman biyavarim be aghaz-e fasl-e sard” (Crediamo all’inizio della stagione fredda). A parte certe riserve, che farò in seguito, il caso mi aveva fatto incappare in una di quelle opere che ci nutrono per anni, e, fino a un certo punto, ci trasformano. Dell’autrice, Forughzamand Farrokhzad, ignoravo, allora, persino il nome, però bastò che fosse una donna del mio tempo e intenta a scrivere, per incoraggiarmi a fare lo stesso.

Quell’inverno era particolarmente bello, a Roma.

Se ne stava sospeso come un pomo dorato a un ramo, pronto da cogliere.

Due anni dopo, l’illustre iranista Angelo Michele Piemontese, in quella sorta di memorie della Sua vita intellettuale, “La vita nuova nel diario romano di Forug Farroxzad”, un documento troppo poco letto, sottolineava quanto l’Italia apparisse “poco presente in libri di viaggio scritti da autori persiani contemporanei” e quanto assumesse “notevole rilievo il libro del giovanile viaggio in Italia” di Forughzamand Farrokhzad.

Una donna intelligente e coraggiosa mescolava ai propri racconti di viaggio un travelogue concernente strani confini. Questo frammentario diario di un’anima ha ai nostri occhi un elevatissimo valore umano, affettivo e artistico. Una sua attenta e meditata lettura è il modo migliore per accostarsi a Forugh – come mi limiterò a chiamarLa nelle pagine a seguire – e riuscire a penetrare, più a fondo, nel Suo universo poetico e umano. Che La si creda o meno sui vari punti, l’Autrice ci conduce, quasi per mano, sull’orlo di caverne di cui sentiamo perfettamente che, se osassimo esplorarle, le scopriremmo anche in noi stessi.

Nel frattempo, avevo letto un certo numero di opere erudite persiane. Avevo appreso cosa differenzia un mathnavi, una qasidè, un ghazal e un roba’i.

Uno degli errori irreparabili dell’Occidente è stato, probabilmente, quello di concettualizzare la complessa sostanza umana sotto la forma antitetica Anima-Corpo, e di non uscire, poi, da questa antitesi se non negando l’anima. Un altro errore, non meno deplorevole, e che si fa sempre più grave, consiste nel non immaginare opera di perfezionamento o di liberazione interiori se non a favore dello sviluppo dell’individuo o della persona, e non dell’annullamento di queste due nozioni a vantaggio dell’essere o di ciò che va al di là dell’essere. Anzi per l’uomo occidentale, sembra che perfezionamento e liberazione si contrappongano duramente l’uno all’altra, anziché rappresentare i due aspetti di uno stesso fenomeno.

Vi sono state epoche nella storia in cui l’Umanità sembra aver trovato – almeno nella sua zona intellettuale – qualche soluzione all’eterno contrasto tra Concreto e Ideale, tra pane e sogni, tra le cose che si toccano e quelle che no.

Il Medioevo risolve, a suo modo, il problema con la Fede, a ogni costo, nel soprannaturale. Il resto è Male e Peccato, in blocco, senza sfumature.

L’Umanesimo trova altre soluzioni: l’Uomo centro e misura di ogni cosa, un Universo armonioso perché redento tutto nella materia e nelle creature, dal Cristo-Uomo.

Più tardi, l’Illuminismo crede di aver trovato nella Dea Ragione il segreto dell’equilibrio.

Poi, un Positivismo molto ottimista è pronto a giurare sulla Scienza come arma infallibile per centrare il bersaglio di una confortante autonomia dell’Uomo, non più schiavo dell’annoso dilemma Anima e Corpo, Ideale e Realtà.

Epoche, sembrerebbe, fatte di certezze o, almeno, illuse di possederne una. Tra le une e le altre, ampie zone d’ombra, dense di dilemmi, sconvolte dall’agitarsi delle coscienze in preda a tormenti conoscitivi e etici, comunemente definiti crisi.

Il nostro tempo, quanto mai avaro di certezze, è l’esempio tipico di uno di questi periodi di crisi. Crisi tra continenti, mondi, individui, vittime di mille contraddizioni. Ma soprattutto crisi riaperta, clamorosamente, sopra il vecchio dilemma tra Ideale e Realtà.

Di che cosa vive veramente l’Uomo di oggi?

Dove troverà la sua giusta statura?

Sino a che punto gli basta la civiltà del benessere e in che misura invece persiste in lui un bisogno incoercibile di Infinito e di Eternità?

Ecco le domande di grande attualità, che sembrano compendiare in sé tutte le altre singole moderne ragioni di crisi, e sulle quali sembra configurata la Poesia di Forugh.   

Una vita è ciò che si fa di essa: i pochi dettagli, che ho attinto dalla ricca biografia di Forugh – “A Lonely Woman Forugh Farrokhzad and Her Poetry”, 1984 pp. 181 – scritta da Michael Craig Hillmann, ci forniscono tutto e niente insieme. Altri aggiungono dei barlumi: apprendiamo, così, che questa donna, il cui genio sembra uscito interamente dalla tradizione popolare, leggesse molto. Nima Yushij aveva influenzato la Sua giovinezza: sembra che, per effetto, di una singolare osmosi, il tono e lo stile siano largamente debitori all’austero profeta iraniano.  

Forugh è morta, il 14 febbraio 1967, a trentadue anni, prima di sentire la vecchiaia, che non temeva.

 

“Sono contenta che i miei capelli siano diventati bianchi e di avere qualche ruga sulla fronte.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

“Sono contenta di non essere più una sognatrice e un’utopista. Ora sto per compiere trentadue anni, questo significa aver trascorso trentadue parti della vita. Ma, in cambio, ho trovato me stessa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

Ma qualche tempo prima aveva scritto:

 

“Ho paura di morire anzitempo e di lasciare i miei lavori incompiuti.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 18 agosto 1969)

 

e ancora:

 

“Sono sfiorita, i capelli sono divenuti bianchi e il pensiero del futuro mi angoscia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

La Sua tragica fine sconvolgeva l’Iran, come precedentemente era avvenuto per Sadeq Hedayat, suicida a Parigi, nel 1951.

 Non lasciava eredità da spartire, aveva vissuto priva di tutto e in povertà.

 

“Il denaro era l’unica cosa cui non pensasse. Alla sua morte aveva poco denaro e un pacchetto di sigarette.”

(Intervista a Fereydun Farrokhzad, Kayhan 13 febbraio 1974)

 

Nella Sua casa di Tehran, come nelle altre dimore della Sua vita errabonda, vi erano un letto per amare, un tavolo per scrivere.

 

”Spesso a metà del mese sono senza soldi e non vi è nessuno che possa aiutarmi. Ora siamo a metà dell’inverno e non ho ancora una stufa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

Viaggiava con un solo bagaglio: una valigia in cui teneva i Suoi scritti.

Là dentro, vi era non solo l’opera, ma il ritratto di una vita.

Poesie, appunti di viaggio, il diario intimo, lettere.

E qualche disegno.

 

“Tutta la mia ricchezza è costituita dai quaderni che ho raccolto negli anni e dai quali non mi separo ovunque vada. Sono quaderni sui quali, un giorno, la mano di un amico ha lasciato la propria impronta e sfogliarli mi riporta a uno dei giorni perduti della mia vita, rendendomi viva ogni volta.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

Nel 1956, aveva soggiornato in Italia, singolarmente portata dal destino in questo paese, dove aveva apprezzato gli italiani. Aveva tenuto regolarmente un diario, grazie al quale possiamo avere una visione abbastanza precisa di quello che è un periodo di particolare interesse. Possiamo immaginarci una ragazza esile e bruna, leggere e scrivere in una stanza di (…).

Ovunque alloggiasse, costruiva intorno a Sé una fortezza che non poteva essere facilmente espugnata. Questa Sua riluttanza a lasciare i modesti agi, per Lei così importanti, del Suo posto di lavoro è testimoniata più di una volta nel Suo diario.

Forugh ha intrecciato lo scrivere alla vita, facendone un punto fermo, a giustificazione di quest’ultima.

Nell’ultimo periodo della Sua vita, Forugh ha spinto sino all’ossessione l’Amore per la parola scritta. Stremata dalle molte vicissitudini, malata, debole, aveva cercato di riunire le Sue opere. Conservava tutto, come per raccogliere la testimonianza di Se stessa, per proteggersi con la presenza reale di quelle pagine dalla solitudine di cui era preda.

Oggi, quarant’anni dopo la Sua morte, quegli scritti raccontano trentadue anni dell’esistenza di una donna, anni pieni di grandi successi pubblici, numerosi come gli smacchi personali e i dolori privati. Nell’abbondanza e nella fertilità che li contraddistinguono, questi documenti appartengono alla letteratura come al vivere. Pagina dopo pagina, ci troviamo a incrociare piccoli drammi di quotidiane vicende, miniature di amici colti nelle loro debolezze, brandelli di pettegolezzi, seri a volte, più spesso profani, istantanee policrome, come in una conferenza su viaggi esotici, e piccole confidenze sul mestiere letterario. A volte, i velati avvertimenti su un affetto ferito o un orgoglio piccato o, parimenti, le minute benedizioni dell’appagamento amoroso. Ma sotto la superficiale schiuma delle parole, si segnala occasionalmente la strana alchimia dell’Amore frammisto all’incertezza, e dello slancio unito all’imbarazzo. Sono questi i geroglifici dell’emozione di cui queste pagine recano l’impronta.

E noi, qui, La osserveremo, come a Lei piaceva vedersi, scrivere e vivere.

Per quanti la conobbero, la Poesia di Forugh commenta semplicemente il poema della Sua vita. Ispirata alla realtà, resta a Lei inferiore, non è che la cenere di un fuoco meraviglioso. A coloro che tutto ignorano di Lei, vorrei far sentire il dolce calice di questa cenere. Scartando tutto ciò che è solo involucro, apparenza, superficie, vorrei giungere subito al cuore di questa rosa, al fondo di questo dolce calice.

Queste pagine sono un montaggio. Per scrupolo di autenticità ho fatto monologare il più possibile Forugh, attingendo ai Suoi scritti. Anche nei punti in cui non mi sono servita di virgolette, ho spesso riassunto le annotazioni della Poetessa, troppo prolisse per essere riportate tali e quali. Le frasi di mia creazione sono tutt’al più dei riempitivi: ho cercato semmai di imprimere a esse qualcosa del suo ritmo personale. Certo vedo i difetti di un procedimento che concentra in un solo giorno sentimenti e sensazioni che, nella realtà, occuparono diversi anni di vita. Il fatto è che quei sentimenti e quelle emozioni sono troppo costanti in ciò che ci rimane degli scritti di Forugh, per non essere stati l’assillo di questa donna quasi morbosamente incline alla riflessione.

Mi rendo conto della stranezza di questa operazione quasi negromantica.

Tali sono i giochi di specchi del tempo.

Mi è parso che una scelta di testi narrativi – diari, scritti personali, articoli di giornali –, attinti da tutto l’arco della Sua produzione e scanditi dal racconto della Sua vita, avrebbe permesso di conoscerLa meglio.

Ho ricostruito, anno dopo anno, l’attività letteraria di Forugh. Un lungo viaggio attraverso la passione amorosa, attraverso miti e personaggi che, in qualche modo, hanno rappresentato la sintesi, il modello, il paravento di un sentimento che, per dirla con Kafka, “aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità” ovvero – sono parole di Giacomo Leopardi – “di nostra vita ultimo inganno”.

Dalla Sua morte, generazione dopo generazione, ci si interroga e si discute sui silenzi di un’esistenza troppo breve, sulle Sue contraddizioni, che Forugh coltivava con l’eccesso che Le era proprio, si cerca nella straordinaria forza del Suo carattere e della Sua vita il meglio di noi stessi, si rifiuta quanto ci minaccia, si resiste al mito e lo si alimenta con la nostra mentalità di vivi un po’ antropofagi e molto barbari.

Ha scritto senza posa, con un amore che aumentava ogni giorno, perché proprio d’Amore si trattava: apprese a conoscere e a raccontare la Sua terra, la Sua gente. È vissuta con la matita in mano, annotando quello che vedeva, pensava e provava, instancabilmente, certo con una predisposizione innata, ma con un’abilità conquistata grazie alla Sua ostinazione e al Suo rigore etico e letterario, al Suo Amore per la scrittura.

Forugh non incontrava ostacoli, dubbi, conflitti, ripensamenti.

 

“Rusciva a memorizzare i versi, li componeva direttamente sul foglio senza correggerli.”

(Tusi Ha’eri, settimanale Bamshad, terza settimana 1968)

 

Rivoluzionaria in politica, Forugh non lo è di meno in letteratura. I Suoi versi esprimono il sentimento e l’anima del popolo iraniano, così come riflettono gli aspetti quotidiani dell’amore e della politica.

 

“Credo di essere un poeta in ogni momento della mia vita. Essere un poeta significa essere umano. Conosco alcuni poeti il cui comportamento quotidiano non ha nulla a che fare con la loro Poesia. In breve, sono poeti solo quando scrivono poesie. Quando hanno terminato di scrivere, tornano a essere nuovamente avidi, condiscendenti, tirannici, miopi, meschini. Dunque, io non credo alle loro poesie. Io apprezzo l’onestà nella vita e quando li scopro nelle loro poesie e nei loro saggi levare pugni e grida ne sono disgustata e dubito della loro veridicità. E penso tra me: “Forse è solo per un piatto di riso che gridano.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

In polemica con gli scrittori di sinistra, com’era abbastanza naturale, la critica di Forugh, particolarmente aspra e, a mio parere, giusta, dava sfogo alla Sua irritazione nei confronti di parte della Poesia degli intellettuali comunisti. Il verdetto definitivo di una scrittrice consapevole dei problemi sociali. A Forugh non sfuggiva quanto l’Intellighenzia iraniana, nel suo sviluppo, fosse condizionata dalla struttura di classe, né Le sfuggivano le matrici essenzialmente borghesi dello stesso movimento di sinistra degli anni Sessanta. Di conseguenza, era convinta che, nonostante la loro posizione ideologica, i giovani scrittori comunisti del Suo tempo non riuscissero a superare le barriere di classe; non solo, ma che, a causa della loro estrazione sociale fossero condannati a una visione molto confusa della realtà, e sempre lo sarebbero stati se non fossero riusciti a creare una società senza classi. Ciò che differenziava Forugh dalla maggior parte dei giovani di sinistra era il Suo riconoscimento franco e esplicito dell’importanza della struttura di classe nella letteratura. Mentre altri tentavano di scavalcare le barriere di classe, o addirittura di negarne l’esistenza, Lei le riconosceva apertamente e, implicitamente, riconosceva, quindi, la propria posizione di isolamento all’interno di una società divisa. Certo, non riteneva che questa fosse una situazione desiderabile, tuttavia neppure pensava che tale situazione potesse essere modificata ignorandone l’esistenza. E qui Forugh si distaccava non soltanto dalla sinistra, ma anche dalla destra.

 

“Quando torno a casa e resto sola, improvvisamente sento di aver trascorso la giornata a vagare, smarrita tra una miriade di cose che non sono mie e non avranno durata. Tra questa gente tanto diversa, mi sento così sola che, a volte, mi viene un nodo alla gola dalla rabbia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 febbraio 1966)

 

Si proclama adepta di Nima Yushij – takallos di Ali Esfandyari (Yush, Mazandaran 1897-1960) – e denuncia gli idoli che servono da alibi, ai Suoi occhi, all’imborghesimento delle anime e all’asservimento dell’arte.

 

“(Nima Yushij) È stato la mia guida, ma io sono stata l’artefice di me stessa. Ho sempre fatto affidamento sulle mie sperimentazioni. Ho scoperto come Nima riusciva a arricchire la sua nuova forma di linguaggio. Se non lo avessi scoperto, non sarei giunta a niente. Sarei divenuta un’imitatrice senza coscienza. Avrei fatto la mia strada, vale a dire, avrei vissuto la mia vita.” 

(Intervista a Forugh Farrokhzad, Darash)

 

L’innovazione di Forugh rispetto a quella che si definisce, in modo sempre un pò vago, la tradizione è un fatto acquisito, tuttavia, l’apporto di questo nuovo sguardo, lungi dal significare la rottura con una tradizione superata, mira a vivificare uno stile perduto. Una scrittura che preferisce l’economia dei mezzi e la concisione folgorante alla retorica verbosa e al pathos dei buoni sentimenti.

 

La Poesia è per me come una finestra e ogni volta che io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l’immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Non vi è differenza. È un modo di comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere. È un privilegio di cui il poeta, componendo versi, può beneficiare: anch’io esisto o esistevo. Altrimenti come si potrebbe affermarlo? Nella Poesia, io non cerco nulla. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh resta viva, non perché i versi delle Sue poesie sono scelti e saccheggiati dagli autori di antologie o di manuali universitari, ma perché, contrariamente alla maggior parte dei Suoi contemporanei, Lei non ha barato, Lei non ha mancato le Sue lacerazioni, i Suoi dubbi, le Sue piccinerie, i Suoi rancori sotto gli orpelli della bella letteratura.

Se gli scritti che ha lasciato ci toccano, tutti i Suoi scritti, non soltanto le Sue poesie, ma anche il più piccolo frammento, anche le pagine cancellate dei Suoi brogliacci, è perché restano un bruciante fuoco di tensioni, restituiscono a un’esistenza frammentata una nuova coerenza, una continuità, una certa pace.

Infanzia anticonvenzionale e anarchica, Forugh ha vissuto sin da piccola libera da ogni disciplina e costrizione sociale: l’unica autorità era il padre.

 

“Era molto freddo e duro, un vero soldato dal volto severo o, meglio, sempre celato da una maschera che incuteva timore. Ricordo che appena sentivamo il rumore dei suoi stivali, tutti lasciavamo quello che stavamo facendo e ci nascondevamo; ma questo padre così severo, i cui soli passi ci facevano sussultare, ogni tanto tornava se stesso e rivelava il suo vero volto. Allora ci abbracciava teneramente e calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi.”

(Intervista a Puran Farrokhzad, Kayhan, 10 febbraio 1971)

 

Il colonnello Mohammad Baqer Farrokhzad sapeva essere un padre incantevole. Raccontava storie, talvolta recitava poesie e stimolava, poi, i figli a discutere di quello che avevano ascoltato.

 

“Se, oggi, gli altri mi considerano testarda e sicura di me lo devo all’educazione impartita da mio padre.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

La madre, Touran Vaziri-Tabar, dolce e sottomessa, amorosa e attenta, viveva soprattutto per suo marito e era venerata dai figli.

 

“La mamma era una donna perfetta, ingenua e semplice, ignara del male, fiduciosa del mondo e degli uomini. Una donna legata a tutte le tradizioni, a tutte le convenzioni.”

(Intervista a Puran Farrokhzad)

 

Certo, Forugh aveva sofferto dell’apatia materna, della tirannia e delle velleità paterne e, forse, un pò di invidia l’aveva consumata vedendo i due fratelli andare all’Università, mentre Lei era dovuta restarsene a casa. Le donne avevano accesso allo studio, ma dovevano subire ancora molte discriminazioni nelle Università, che continuavano a essere, in gran parte, territorio riservato all’altro sesso. La sciatteria della casa aveva dovuto pesarLe, ma quel posto chiuso e disordinato, ingombro di libri e di carte, un po’ sporco e letargico, era la Sua tana. Vi coltivava un’anima persiana e romantica.

Fu, certamente, una ragazza fortunata.

E, fu quello il periodo più felice di un’infanzia felice.

Ma, come tutti i paradisi in terra, anche questo era insidiato. Sin dall’inizio, la vita di Forugh fu minacciata dalla depressione, dalla morte, dalle disgrazie.

 

“Ogni mese, due o tre volte cadeva in crisi depressive. In quei giorni fuggiva da tutti e da tutto, si chiudeva in stanza e piangeva. “

(Puran Farrokhzad, settimanale Bamshad, ottobre 1968)

 

Sognava di grandi spazi e là, nella Sua prima adolescenza, trovava il Suo motto:

 

“Ibo singulariter donec transeam.”

“Me ne andrò solitaria sino alla morte.”

 

Non ci volle molto alla ragazza precoce per scoprire che, se non erano sincronizzati il sentimento e l’accadere, lo erano il sentimento e la fantasia.

E fu con una tale scoperta che Le si aprì il mondo della futura Poetessa.

L’apprendimento delle attività femminili non costituiva per Forugh un compenso adeguato.

Se fosse riuscita a insegnare a Se stessa come fondere il sentimento con la fantasia avrebbe creato un Suo proprio mondo, una repubblica spaziosa, abitata soltanto da chi avesse scelto di farne parte, un luogo dove l’accadere non avrebbe creato disturbo, un regno inventato, completamente sotto controllo, dove la pena e il dubbio non avrebbero avuto dimora.

Come ogni tentativo di produrre armonia, per quanto artificiale, nel caos della propria esistenza, anche questo avrebbe, tuttavia, generato un conflitto dagli esiti sfortunati. Forugh deve essersi resa conto che l’essere amata e l’essere libera non si possono coniugare. L’indipendenza richiede distanza emotiva dagli altri, proprio come l’affetto esige sottomissione e acquiescenza.

Fu proprio questa combinazione a causarLe tante pene di cuore; eppure, nonostante il tumulto provocato dai disordini amorosi, Forugh non poteva esistere senza Amore o, più precisamente, senza l’idea dell’Amore.

 

“Qualche volta penso che per me sartebbe possibile lasciare questa vita in un solo istante, perché non sono legata a nulla. Sono una sradicata. È solo l’amore che mi trattiene, ma…”

(Ferdowsi, 18 agosto 1969) 

 

La preferenza di Forugh per un glorioso fallimento rispetto a uno sbiadito successo assume un significato più ampio, in questa luce distante.

A questo riguardo, sarebbe opportuno dissipare una confusione troppo a lungo mantenuta dagli eccessi dello strutturalismo. Se è evidente che, nello studio di un Autore, la conoscenza della vita non sostituirà mai la conoscenza dell’opera, non significa che ci si debba privare di uno strumento prezioso alla comprensione dello stesso processo creativo. La forza di un’opera è legata, non soltanto alle determinazioni che hanno pesato sulla sua elaborazione, ma al posto dell’opera nella vita, della vita nel secolo, all’apporto dell’opera, al flusso mobile e mutevole delle idee e delle forme, alla funzione dello scrittore nella società.

 

“In verità, la Poesia che ignori l’ambiente e le condizioni in cui nasce e si sviluppa, non può mai essere vera Poesia.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Ma prima di affrontare l’analisi dei testi in quanto tali, importa collocarli nel loro quadro storico e biografico.

Grido del cuore, difesa appassionata di una Poetessa ritenuta fondamentale, queste pagine riposano sullo studio spinto di numerose poesie di Forugh Farrokhzad. Si presentano, dunque, come la prima edizione italiana con la quale è possibile conoscere e apprezzare in un unico libro in modo organico e sistematico la Sua produzione poetica, anche tramite il testo persiano che è riprodotto a fronte della relativa traduzione. Il risultato finale evidenzia la preziosità dell’iniziativa rivolta a tutti coloro che sentono la necessità di entrare in questa opera, sino a oggi, soltanto sfiorata.

Il est difficile d’être plus lucide envers l’égalitarisme terrifiant qui, sous ses yeux, entraînait le nivelage de toutes les valeurs esthétiques et culturelles sous le pied d’un utilitarisme nauséeux. Forough a été la première à déchiffrer dans la société de son temps des tares appelées à proliférer et à prospérer, de véritables maladies de l’âme qui risquent à terme d’entraîner la mort de l’homme comme être pensant.

In un paese in cui non vi è miseria, è naturale non essere snob. Parimenti avviene laddove tutti sono egualmente poveri. Ma dove le ineguaglianze sono tali che nessun ricco può osservarle senza avvertire nell’intimo un sentimento di disagio, questi preferisce non guardare affatto e dimenticare che accanto al suo esiste un altro mondo. 

I poeti hanno un sesto senso che rende loro chiaro l’avvenire.

Forugh aveva molto presto intuito che, un giorno, sotto la pressione dell’americanismo, la parola Democrazia avrebbe perduto il suo significato.

La Democrazia cessa di essere democratica quando diventa forte.

Sapeva quanto fosse vano lottare contro un’abiezione chiamata, un giorno, a divenire universale e ne aveva dedotto che non vi era altra strada per la Poesia che affrontare questa abiezione per attingervi gli elementi di una nuova bellezza.

In ogni caso, Forugh ci ha lasciato, grazie al Suo diabolico coraggio, al Suo incurabile ottimismo, grazie alla Sua fede nell’arte, a dispetto di tutto, un ammirevole esempio di resistenza a un’ignominia sociale che non doveva cessare di espandersi e che, oggi, esibisce sotto i nostri occhi le sue tristi turpitudini.

Strano personaggio questa poetessa ribelle, che respirava la libertà da tutti i pori della Sua pelle. Lei che, partendo dalla rivendicazione della Sua libertà, in quanto donna, è giunta alla necessità della liberazione sociale.

 

“Molti trovano rifugio negli altri, cercando di compensare le proprie carenze, ma non vi riescono mai del tutto, altrimenti questo rapporto non sarebbe da solo la più grande Poesia del mondo e della vita?”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh era nella condizione di sentire, nella Sua carne, l’oppressione e l’avvilimento che il matrimonio può arrecare alle donne. Il tentativo era stato fatto e, inutile dirsi, era fallito.

La Sua salute peggiorò quasi subito. Forugh perse la fede e si dedicò con diligenza a cercarne un’altra, finché, dopo numerosi tentativi, trovò un asilo spirituale a Lei congeniale nella Poesia.  

 

“ Il rapporto tra due esseri non può mai essere perfetto o completo. Ma la Poesia è per me un’amica con la quale poter parlare in libertà e in intimità. È un’amica che mi completa.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Nel decennio che seguì alla Sua abiura, Forugh scoprì oltre alla propria vocazione di poeta e di pittore anche quella di regista. Aveva, insomma, un temperamento artistico. 

 

“Se io ho scritto poesie per tutta la vita, questo non significa che la Poesia sia l’unico mezzo di espressione. A me piace il cinema. Se potessi lavorerei in ogni campo. Se non fosse esistita la Poesia avrei recitato in Teatro. Se non fosse esistito il Teatro, avrei fatto del Cinema. Se perseguo la strada dell’Arte è perché ho qualcosa da dire.”

 

Personalmente ritengo che Lei avrebbe preferito essere ricordata come donna.

In una certa misura, le Sue opinioni, osteggiate da una moralità angusta e intollerante, non Le impedirono di avere una visione del mondo essenzialmente onesta, responsabile e sana.

Che peccato che un incidente d’auto abbia interrotto il Suo volo!

 

Rammentati del volo,

L’uccello è mortale.

Così è partita a soli trentadue anni.

 

“Poi la neve, una candida neve bianca, iniziò a cadere dal cielo. Forugh, tutta di bianco, fu adagiata nella tomba. La neve bianca coprì la tomba e la terra tutt’intorno.”

(Parviz Lushani, Bianco e nero, febbraio 1967)

 

Forse la verità furono quelle due mani, quelle due giovani mani

Che furono sepolte sotto la continua caduta della neve.

Crediamo

Crediamo nell’inizio della stagione fredda

Crediamo nelle rovine dei giardini della fantasia

Nelle capovolte e disoccupate falci

E nei semi imprigionati.

Guarda come sta nevicando… 

 

È nata in inverno, ha vissuto essenzialmente in inverno per partire, infine, in inverno.

 

E questo sono io:

Una donna sola,

Sulla soglia di una stagione fredda

All’inizio della percezione dell’esistenza inquinata della terra

E della triste e semplice disperazione del cielo

E della debolezza di queste mani di cemento…

 

Non a caso aveva freddo.

 

Ho freddo

Ho freddo, si direbbe che non mi riscalderò mai…

 

Senza alcuna tema, si può affermare che l’avvenire appartiene alle donne della Sua tempra.

 

 

(da "Tanha sedast ke mimanad : Forugh Farrokhzad e la questione femminile", ADZ)

 

Copyright © 2007 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.  

postato da: Firouzeh alle ore marzo 12, 2008 16:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, politica, amore, vita, iran, donna
giovedì, 21 febbraio 2008

La realtà è una creazione delle parole : al di sotto delle parole si agitano il magma del senso delle cose, la loro labirintica connotazione e il ritmo pulviscolare del movimento.

Per lungo tempo l’Oriente è stato soltanto una riserva di esotismo cui hanno attinto autori di successo. Per l’esotista la realtà straniera – uomini e paesaggi insieme – è sia materia prima di una descrizione pittoresca – che, tacitamente, si conviene inferiore alla realtà occidentale, modello di ogni civiltà – sia vago scenario ove cullare il proprio mal di vivere. In ogni caso, la diversità non va oltre la soglia dell’aneddoto, e l’altro esiste soltanto come indigeno, autoctono o uomo della natura, cui una strana maledizione proibisce il diritto di salvaguardare la propria natura. Tutto sembra, dunque, indicare che l’esotismo funziona come un mezzo del quale l’Altro fa le spese : ora pretesto per sfuggire a se stessi, ora occasione di arricchimento interiore, ora semplice motivo di estraniamento, il suo procedere è tale da non permettere di spezzare i confini dell’egoismo e dell’etnocentrismo.

La cultura di un Paese è il riflesso della situazione di dipendenza o di indipendenza politica di questo Paese. In particolare, le lingue di un Paese si evolvono, stagnano o tendono, persino, a scomparire qualora questo Paese goda o no di un’indipendenza politica. Durante il dominio coloniale varie culture e le loro lingue di espressione hanno subito la sorte riservata alle culture e all’uomo primitivi : pur non essendo ignorate erano negate.

Ogni popolo colonizzato, vale a dire ogni popolo all’interno del quale nasce un complesso di inferiorità a causa del seppellimento dell’originalità culturale locale, prende posizione di fronte al linguaggio della nazione « civilizzatrice », vale a dire di fronte alla cultura metropolitana. La conseguenza logica di questa presa di coscienza è un ritorno alle fonti della cultura nazionale e ai suoi mezzi di espressione, i cui artigiani sono, paradossalmente, gli intellettuali più impregnati di cultura occidentale, quegli stessi intellettuali che avrebbero offerto le migliori garanzie di assimilazione.

La cultura di un popolo è, in effetti, per definizione il luogo di sedimentazione dei modi di fare e di pensare di questo popolo, e studiando la sua lingua, la sua grammatica si può coglierne in gran parte le articolazioni e la logica interna. Ci si rende conto, allora, che, non contenta di comunicare il pensiero, la lingua presiede strettamente alla sua elaborazione. Così l’utilizzo di una lingua straniera per esprimere la propria cultura induce non soltanto una trasformazione del messaggio, ma un vero e proprio tradimento.

Il poeta, che non è un essere attento alla visita imprevedibile dell’ispirazione, ma è investito di una missione specifica, tenta, allora, di superare la sua angoscia di uomo dilaniato tra due culture per ritrovare il suo Io profondo e autentico. E la sua poesia, nata dall’impossibilità fondamentale di vivere un presente che lo esilia da se stesso e lo rende straniero alla propria cultura, diviene grido e arma per combattere.

Il tempo dell’azione si identica con quello della scrittura : si evince dal costrutto algebrico dell’esperienza, dalle possibilità, più o meno reali, più o meno virtuali, di agire. L’eternità si offusca nelle cose, si smaglia nei ritmi differenziati del metabolismo cosmico. La scrittura ne scandisce i fasti e le cadute per richiamarli alla memoria come legionari di un esercito di ventura che nel deserto sventano il significato della sabbia.

La Poesia è,  come raccomandavano Rimbaud e i surrealisti, insurrezione e inadattabilità innata al reale.

Nel testo poco conosciuto « Maintenir la Poésie », pubblicato dalla rivista « Tropiques », nel 1943, (Fort de France, n. 8-9), Césaire definiva la Poesia come « una forza che al tutto-fatto, al tutto-trovato dell’esistenza e dell’individuo oppone il tutto da fare della vita e della persona ».

Considerato in questa accezione radicale, l’impegno poetico comporta una parte di insensatezza profetica che si oppone alle lentezze prudenti della storia.

L’uomo politico non avanza che con circospezione nell’intrico degli uomini e dei fatti a lui contemporanei, l’artista, ladro del fuoco e creatore dell’Universo, annuncia l’Avvenire. Il suo ruolo, dice André Breton, è quello « di portarsi in avanti, di esplorare in tutti i sensi il campo della possibilità, di manifestarsi – qualunque cosa accada – come potenza emancipatrice » (Entretiens, Parigi, Gallimard, 1952).

Il vero impegno del Poeta, vale a dire il suo confronto reale con la sua gente, avviene attraverso l’esperienza totale della miseria e della solitudine; solo allora la sua parola può non sostituire la presa di coscienza popolare, ma rivelarla a se stessa, catalizzarla e, forse, anche accelerarla.

La maniera più universale di essere al mondo non è, forse, come osserva Edouard Glissant « di nascere innanzitutto al proprio mondo » ?

 

 

 

عصيان

 

 

به لب هايم مزن قفل خموشی

كه در دل قصه ئی ناگفته دارم

ز پايم باز كن بند گران را

كزين سودا دلی آشفته دارم

 

بيا ای مرد، ای موجود خودخواه

بيا بگشای درهای قفس را

اگر عمری به زندانم كشيدی

رها كن ديگرم اين يك نفس را

 

منم آن مرغ، آن مرغی كه ديريست

به سر انديشه پرواز دارم

سرودم ناله شد در سينه تنگ

به حسرت ها سر آمد روزگارم

 

بلب هايم مزن قفل خموشی

كه من بايد بگويم راز خود را

به گوش مردم عالم رسانم

طنين آتشين آواز خود را

 

بيا بگشای در تا پر گشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

لبم با بوسه شيرينش از تو

تنم با بوي عطر آگينش از تو

نگاهم با شررهای نهانش

دلم با ناله خونينش از تو

 

ولی ای مرد، ای موجود خودخواه

مگو ننگ است اين شعر تو ننگ است

بر آن شوريده حالان هيچ دانی

فضای اين قفس تنگ است، تنگ است

 

مگو شعر تو سر تا پا گنه بود

از اين ننگ و گنه پيمانه ای ده

بهشت و حور و آب كوثر از تو

مرا در قعر دوزخ خانه ای ده

 

كتابی، خلوتی، شعری، سكوتی

مرا مستی و سكر زندگانيست

چه غم گر در بهشتی ره ندارم

كه در قلبم بهشتی جاودانی است

 

شبانگاهان كه مه می رقصد آرام

ميان آسمان گنگ و خاموش

تو در خوابی و من مست هوس ها

تن مهتاب را گيرم در آغوش

 

نسيم از من هزاران بوسه بگرفت

هزاران بوسه بخشيدم به خورشيد

در آن زندان كه زندانبان تو بودی

شبی بنيادم از يك بوسه لرزيد

 

بدور افكن حديث نام، ای مرد

كه ننگم لذتی مستانه داده

مرا می بخشد آن پروردگاری

كه شاعر را، دلی ديوانه داده

 

بيا بگشای در، تا پرگشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

 

 

 

Ribellione

 

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.

Libera le mie caviglie dalle gravose catene

Che il loro peso sul mio cuore preme.

 

O uomo, egoista creatura, vieni,

Vieni ad aprire la porta della gabbia.

Se in prigione a vita mi terrai

La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

 

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,

Ha in animo di spiccare il volo.

Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,

In rimpianti il mio tempo è trascorso.

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che devo sgravarmi di un segreto,

Far giungere al mondo intero

l’eco infuocata della mia voce.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

Solo per te le mie labbra ed i loro dolci baci,

Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,

Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,

Solo per te il mio cuore ed i suoi strazianti lamenti.

 

O uomo, egoista creatura,

Non dire che questi versi sono un’infamia.

Tu non immagini neppure quanto angusto sia

Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

 

Non dire che da ogni verso stilla peccato,

Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.

Per te il Paradiso, le Urì e l’Acqua di Kawthar,

Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

 

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio

Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.

Alcun rimpianto se in Paradiso non andrò,

Un Paradiso eterno nel mio cuore arde.

 

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,

La luna fluttua dolcemente

E tu dormi, io, ebbra di passione,

Tutto il chiaro di luna abbraccio.

 

La brezza mi rubò migliaia di baci.

Migliaia di baci concessi al Sole.

In quella prigione dove il carceriere eri tu,

Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

 

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome

Che la mia infamia dà un piacere inebriante

Mi perdonerà quel Dio Sostentatore

Che ha donato un folle cuore al poeta.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

Copyright © 25 luglio 2007 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore febbraio 21, 2008 17:27 | Permalink | commenti (3)
categoria:poesia, politica, amore, iran, donna, libertà
giovedì, 21 febbraio 2008

بوسه

 

 

در دو چشمش گناه می خنديد

بر رخش نور ماه می خنديد

در گذرگاه آن لبان خموش

شعله ئی بی پناه می خنديد

 

شرمناك و پر از نيازی گنگ

با نگاهی كه رنگ مستی داشت

در دو چشمش نگاه كردم و گفت:

بايد از عشق حاصلی برداشت

 

سايه ئی روی سايه ئی خم شد

در نهانگاه رازپرور شب

نفسی روی گونه ئی لغزيد

بوسه ئی شعله زد ميان دو لب

 

 


Il bacio

 

 

Nei suoi occhi il peccato albergava,

Sul suo volto il chiarore della luna albergava,

Tra le sue labbra mute

Un fuoco indomito albergava.

 

Timorosa, con uno sguardo carico di muta implorazione,

Del colore dell’ebbrezza,

Guardai nei suoi occhi. Sussurrò:

Si deve trarre dall’amore profitto.

 

Un’ombra su un’ombra si chinò

Nella clandestinità della notte.

Un respiro sfiorò una gota.

Un bacio prese fuoco tra due labbra.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

Copyright © 25 luglio 2007 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore febbraio 21, 2008 14:31 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, iran, donna
sabato, 16 febbraio 2008

 اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

Prigioniera

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio cercano me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi

Da questa muta gabbia spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

Copyright © 17 giugno 2007 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

postato da: Firouzeh alle ore febbraio 16, 2008 11:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, iran, donna, daniela zini
sabato, 16 febbraio 2008

Come mi sono innamorata dell’Iran ?

Ebbene, credo che all’origine di questo Amore vi sia una zia fantastica e molto fantasiosa, che, inconsapevolmente, ne gettò il germe nel mio cuore di bambina, quando, per l’ottavo compleanno, mi fece dono di un’edizione integrale delle Mille e Una Notte.

Quel giorno, nella mia camera, accarezzai, a lungo, stretti al mio cuore, quei quattro volumi, che mi attraevano più di ogni altro libro sullo scaffale di legno lungo il muro alla mia sinistra: La Maschera di ferro, I Tre Moschettieri, La Collana della Regina, Venti anni dopo, Il Tulipano Nero, I Miserabili…

Tutti i giorni, per due mesi, assetata di conoscenza di quel magico Regno, trascorsi interminabili ore a abbeverarmi di Shahrazad e del Suo Sultano.

Coup de foudre !

Chi non conosce Shahrazad che da secoli non ha cessato di nutrire l’immaginario collettivo ?

E come dissociare la figura di Shahrazad da quella di Shahriar ?

D’origine indo-persiana, le « Hezar Afsanè » o « Alf Layla Wa Layla », assimilate dalla cultura araba e rivelate all’Occidente, nel 1705, grazie alla traduzione di Antoine Galland, suscitando un gusto per l’orientalismo in tutta Europa, sono annoverate tra i testi più universalmente diffusi.

Il Re Shahriar scopre l’infedeltà di sua moglie e fa uccidere la sposa.

Ma di più…

Ogni notte giace con una vergine e l’indomani la fa uccidere, tanto è l’odio che nutre per le donne.

Il Regno vive nel terrore, ognuno teme che la sorella, la figlia, la moglie si veda obbligata a dividere il talamo del Re e morire.

Nessuno osa opporsi a questo Re assassino.

Nessuno, tranne una giovane temeraria: Shahrazad. Questa giovane era conosciuta non per la bellezza né per la sua sensualità, come si induce a credere, ma per la sua intelligenza, il suo sapere letterario, filosofico e scientifico. Shahrazad, lungi dall’essere una cortigiana, è, innanzi tutto, un’intellettuale.

Shahrazad, che auspica che la carneficina cessi, idea un piano che, spera, salvi le donne del Regno.

Si offre in sacrificio convincendo suo padre a lasciarle sposare il Re.

Suo padre non ha altra scelta che lasciar fare.

Shahrazad confida nella sua conoscenza di un enorme tesoro di narrativa popolare. Ottenuto, quindi, il permesso di allietare le veglie con i suoi racconti, iniziandone sempre di nuovi e opportunamente interrompendoli, tiene desta la curiosità del Re che così rinvia la sua condanna finché nell’animo di lui all’odio subentra l’Amore.

Due sono le qualità della giovane: il coraggio con cui, mossa da pietà, affronta il pericolo di essere anche lei sacrificata e l’intelligenza che le ha consentito di apprendere un numero straordinario di storie e le permette di riferirle con garbo e abilità.

Shahrazad è la donna nella quale gli innamorati vedono aspetti diversi secondo il proprio modo di sentire l’Amore e concepire la Vita

È la donna, al cui contatto, i caratteri si precisano, le passioni si sviluppano sino a raggiungere l’esaltazione.

È la donna intelligente che afferra il senso delle elucubrazioni del marito, è la donna sensibile che si compiace dell’Amore suscitato dalla sua personalità e lo incoraggia, ma, al tempo stesso, è una sensuale che non rinuncia all’Amore puramente fisico.

 

Possiedo radici vaghe e culture multiple perché da quando sono nata mi hanno spostata o mi sono spostata da un luogo all’altro.

Da piccola ne ho sofferto.

Oggi ne sono felice, perché le radici forti alimentano una gabbia di soffocanti predestinazioni.

L’educazione cattolica delle scuole private mi aveva reso una bambina cupa, profondamente infelice, che non mi somigliava. Tutte le cose che mi rendevano viva erano peccato, veniale o mortale: leggere libri messi all’indice, fare scorribande con i miei amici sino a tarda sera.

Mi liberai dalla religione cattolica.

La scoperta di altre culture, altri racconti di storia, altre divinità trasformò il mio sguardo sul mondo da assoluto a relativo. Non eravamo la Verità, noi europei, noi cristiani, noi cultura greco-romana. Eravamo una minoranza nel mondo. Se il potere era solo nostro, era un potere d’élite, privo di democrazia. Se il Regno dei Cieli era solo cattolico, era un Regno disumano, nel senso che escludeva la maggioranza degli uomini, delle donne e dei bambini del pianeta. La scoperta della relatività della verità, della relatività della storia, della relatività dello stesso concetto di religione o cultura o nazione è stata per me la via maestra verso la libertà. Scoprivo che libertà era innamorarsi senza rimorso delle piccole verità che ogni cultura contiene e che qualsiasi relazione può contenere.

 

Vi sono particolari momenti, misteriosamente privilegiati, in cui taluni Paesi ci rivelano, con un’intuizione subitanea la loro anima, in qualche modo la loro essenza precipua, in cui ne cogliamo una visione esatta, unica, che mesi e mesi di studio paziente non potrebbero rendere più completa né diversa. Tuttavia in questi momenti furtivi ci sfuggono per forza di dettagli, vediamo solo l’insieme delle cose…

Particolare stato d’animo o aspetto speciale dei luoghi, colto al volo e sempre in modo inconscio ?

Non lo so…

Designata dal Fato – il mio padrino mi aveva, profeticamente, dato il diminutivo di Firouzeh – nondimeno, ero cresciuta ignara del mio destino, sino al giorno in cui la mia vocazione mi fu rivelata. 

La piccola scintilla, accesa, si era nutrita, in segreto, di sogni e fantasticherie per divenire patto sacro e, trasformarsi, poi, in fiamma tanto viva da illuminare il mio percorso nei meandri di quel Mondo Incantato, e farmi approdare sulle sue coste, il 2 maggio 2003.

Tuffata nelle dorate e cavalcanti dinastie dei Medi, Achemenidi, Parti, Sassanidi, Safavidi, Abbasidi, Qajar, su su fino ai Pahlavi, riemergevo senza fiato al richiamo dell’armonioso Hafez e deviavo subito verso le quartine del passionale Omar Khayyam. Un mondo sconosciuto calava il suo ponte mobile nel mio cuore, eroico come quello romano dentro la pagina agiografica degli storici, eppure carnale dentro il ritmo di una lingua enfatica che cantava con Saadi i sapori rubati a una terra eternamente assetata di acqua e di sacro.

Il mio viaggio aveva uno scopo, ne ero come posseduta, ma l’ignoravo completamente.

La mia solitudine non mi faceva paura.

Una luce, come un raggio di sole veniva a illuminare la rotta davanti a me.

Dopo la morte di R, i miei amici si erano mostrati molto interessati alla mia Vita con lui, mi ascoltavano per ore e mi ponevano mille domande sull’Iran e sulla Rivoluzione Islamica.

Mi rivelarono a me stessa.

Provavo un piacere immenso a parlare davanti a un uditorio così attento e, ben presto, cominciai a vedere la mia Vita sotto una nuova luce.

I suoi accadimenti mi apparivano come gli anelli di una catena.

Sarebbe stato un peccato non lasciare un resoconto degli avvenimenti e delle avventure di cui ero stata testimone.

La mia immaginazione si impadronì avidamente di questa idea.

 

Incoraggiata dagli stessi amici, mi misi a scrivere.

Mi sentii forzata, nulla poteva impedirmelo.

Immagini a lungo dimenticate si levarono da un passato imprecisato, immagini dettagliate, colorate di sfumature vive.

Suoni, odori, sapori ritornarono.

La punta delle mie dita toccava oggetti familiari.

Rivivevo antiche emozioni e me ne sentivo addolorata.

A volte sorridevo con me stessa, a volte le lacrime rigavano le mie gote.

Lavoravo alacremente, con passione.

Questa forma di contentezza mi era stata sino allora  sconosciuta, le ore volavano.

Scrivevo e quando un passaggio era terminato lo leggevo ai miei amici.

Non ho mai pensato a un pubblico né all’eventualità di una sua pubblicazione.

Quello che facevo, lo facevo per me.

Il mio libro avanzava a poco a poco, secondo l’ispirazione del momento.

 

Viaggiando, per anni, in lungo e in largo per l’Iran e assimilandone, senza mai lasciare la mia terra d’origine, la lingua, i miti, i riti e i cibi, mi sono chiesta se esistano davvero una cultura occidentale e una cultura orientale o piuttosto, provenendo entrambe dallo stesso magma iniziale, che ha dato Vita alle varie etnie e alle varie classi sociali all’interno delle singole etnie, chiamiamo cultura l’insieme di elementi specifici che il potere di turno ha fatto emergere dal magma, ha valorizzato secondo canoni precostituiti, ha rafforzato attraverso le leggi e ha tramandato nell’educazione attraverso una deliberata manipolazione dei documenti storici, letterari, filosofici e religiosi.

Non è necessario uscire dai confini del proprio Paese per scoprire un’altra visione del mondo.

Si può rivelare uno straniero il proprio padre, il proprio fratello, il proprio marito, il proprio figlio.

Alla fine di questo viaggio una certezza ha trovato dimora dentro di me.

La scelta primaria di ogni essere umano, che va al di là del proprio sesso, della propria etnia, della propria lingua, della propria cultura, della propria religione e della propria classe sociale, è :

 

« Da quale parte stare ? » 

 

Dalla parte dei potenti o degli oppressi ?

Dalla parte dei colonialisti o dei colonizzati ?

Dalla parte di chi scrive la storia, il vincitore di turno, o dalla parte di chi non ha voce pur avendo fatto ugualmente la storia ?

A quali popolazioni e a quali classi sociali si riferiscono i nostri Governi occidentali quando parlano dei Popoli orientali e dei loro bisogni ?

Le vere rivoluzioni, quelle che non si limitano a cambiare la forma politica e  gli uomini di Governo, ma che trasformano le istituzioni e danno luogo ai grandi trasferimenti della proprietà, lavorano a lungo sotterranee prima di scoppiare alla luce del giorno sotto l’impulso di qualche circostanza fortuita. La Rivoluzione Islamica, che colse alla sprovvista con il suo impeto irresistibile le sue vittime, non meno degli stessi autori e beneficiari, ebbe una lenta preparazione per più di un secolo. Nacque dalla concordanza, che tendeva a farsi di giorno in giorno più profonda, tra la realtà delle cose e le leggi, tra le istituzioni e i costumi, tre la lettera e lo spirito.

 

Vi sono Paesi che muoiono giovani e si arrestano giovani : tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza e la resurrezione.

L’Iran non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali.

E, solo ora, iniziamo a capire ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell’oggetto, l’emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto.

Questa Terra così celebrata è meravigliosamente immune da artifici letterari ; lo stesso preziosismo di certi suoi Poeti non la tocca. Questa Terra da cui sono scaturiti tanti capolavori non viene sentita come l’Italia, subito Patria privilegiata delle Arti, ma vi pulsa la Vita come il sangue in un’arteria. Poche regioni sono state più devastate dal favore delle guerre di religione, di razze e di classi; sopportiamo il ricordo di tanti furori in espiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l’Uomo a fare del male all’Uomo.

Non vi è Paese più dominato da una religione possente che favorisce il più delle volte la bigotteria e l’intolleranza, ma non vi è neppure paese ove si senta di più, sotto il broccato delle devozioni o sotto la pietra dei dogmi, sorgere il fervore umano.

Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire.

 

Non credevo certo che avrei potuto dire come Chateaubriand :

 

« Mes livres ne sont pas des livres, mais des feuilles détachées et tombées presque au hasard sur la route de ma vie. »

 

Copyright © 2008 ADZ

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ALL RIGHTS RESERVED

TOUS LES DROITS RESERVES

 

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.  

postato da: Firouzeh alle ore febbraio 16, 2008 10:23 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, politica, amore, vita, letteratura, religione, storia, iran, morte, daniela zini