lunedì, 10 novembre 2008

Sei mesi fa, ho acquistato, a pochi chilometri da C., una casa di campagna che, in cento anni, è passata di mano a cinque o sei proprietari. Durante i lavori di ristrutturazione al primo piano, ho trovato in un armadio a muro un manoscritto redatto in una scrittura femminile.

È una donna che racconta la propria vita, non sappiamo chi.

È la vita di Firouzeh – con tale nome si firma alla fine del racconto – che sappiamo, in seguito, acquistare il titolo di Principessa.

Questo preambolo mi è sembrato necessario, e l’ho fatto meglio che ho potuto, giacché non sono scrittore e di me non si leggerà mai altro che queste poche righe.

E questo è tutto.

 

 

Amore Mio,

sono sola.

Non posso dirTi quanto Tu mi sia caro perché è un segreto che neppure io conosco.

E se anche lo sapessi non saprei esporre il senso di un tale mistero.

Sono sola.

Sola, come lo sono sempre stata dappertutto, come lo sarò sempre e ovunque nel grande Universo incantatore.
Sola con un mondo di ricordi sempre più lontani, divenuti quasi irreali.

Sono sola e fantastico.

Il mio fantasticare non è desolato né disperato. Le note di una musica barocca mi trasportano in un mondo in cui il dolore non smette di esistere ma si allarga, si placa, diviene insieme più calmo e più profondo, come un torrente che si trasforma in lago. Un quadro, una statua, un pensiero, una poesia, ci presentano idee precise, che, di solito, non ci conducono più in là, ma la musica ci parla di possibilità sconfinate.
L'illusione è così forte che io Ti ascolto, Ti vedo, Ti tocco.

Il mio capo reclinato sul Tuo braccio.

Il mio collo abbandonato ai Tuoi ardenti desideri.

La mia mano felice osa smarrirsi.

I Tuoi occhi si chiudono.

Tu palpiti.

Io fremo.

Io spiro.

Io rinasco.

Tutto è dolcezza, preghiera, gratitudine nella mia carne, nel mio sangue, nella mia anima, tutto è sacro nel mio pensiero che si slancia verso di Te, Ti cerca attraverso le pareti.

Che cosa saresti stato per me se fossimo stati insieme!

Tu che, lontano, eri per me, nella mia solitudine, l'Universo intero.

La Tua vita era divenuta la mia, respiravo con il Tuo petto e la lama che lo avesse trafitto mi avrebbe ucciso.
L'Amore era sceso in fondo alla tomba dove stava gelando la mia anima sonnolenta.

Lo spaventevole silenzio, che regnava intorno a me, era rotto finalmente.

Avevo un cuore nuovo.

Il sangue tornava a circolare rapidamente nelle vene.

E ecco che, alla mia età, ritrovavo emozioni da adolescente.

Questo seme, caduto, ieri, nella sterile roccia del mio cuore, l'ha penetrato con i suoi mille filamenti, vi ha attecchito così vigorosamente che sarebbe impossibile svellerlo.

Può darsi che Tu creda che io non Ti ami più, perché Ti lascio.

Se ti avessi dato minore importanza sarei rimasta e ti avrei versato l’insipido beveraggio fino alla feccia.

Avendomi vicino Ti saresti occupato meno di me, come si fa con quei libri che non si aprono mai, giacché si possiedono. Il mio viso o il mio spirito non Ti sarebbero più sembrati, neppure da lontano così ben fatti. Avrei avuto mille delusioni di questo genere, che mi avrebbero fatto soffrire moltissimo; e alla fine mi sarei persuasa che, assolutamente, tu non hai né cuore né anima e che io sono destinata a non essere compresa in Amore.

Il Tuo Amore sarebbe ben presto morto di noia e, dopo qualche tempo mi avresti completamente dimenticata, e, rileggendo il mio nome sulla lista delle tue conquiste, ti saresti domandato:

“Ma chi diamine era costei?”

Ho almeno la presunzione di pensare che Ti ricorderai di me più di ogni altra. Il Tuo desiderio insaziato aprirà le ali per volare fino a me, sarò sempre per Te, qualcosa di desiderabile, cui la Tua fantasia si compiacerà di ritornare e spero che, nel letto delle amanti che potrai avere, penserai qualche volta a quella notte unica che abbiamo passato insieme.

Non sarai mai più amabile di quanto sei stato in quella felice sera, e, seppure lo fossi altrettanto, sarebbe già un esserlo meno; poiché in Amore, come in Poesia, rimanere al medesimo punto, è tornare indietro.

Ho dato corpo al Tuo sogno con grandissima compiacenza.

Ho dato a Te quello che non darò certamente più a nessuno, sorpresa che non ti aspettavi affatto e della quale dovresti essermi grato.

Mi hai posseduto interamente e senza riserve per tutta una notte.

E sarebbe continuato così finché non Ti saresti stancato di me.

Sarebbe continuato così mesi, forse anni, ma sarebbe pur sempre finito.

Mi avresti tenuto per una specie di sentimento di pietà, non avresti avuto il coraggio di intimarmi il congedo.

Ti sento da qui gridarmi che io non sono di quelle di cui ci si stanca.

Mio Dio!

Di me come delle altre.

O avrei potuto essere io a cessare di amarTi.

Perdonami questa ipotesi.

Perché attendere di giungere a tal punto?

Non sono né capricciosa, né folle. La mia decisione è frutto di una convinzione profonda. Non è per infiammarti o per un calcolo di civetteria che mi sono allontanata da C.

Tu sarai sempre per me l'uomo che mi ha dischiuso un mondo di sensazioni nuove.

Qualcosa che una donna non dimentica facilmente!

Hai reso difficile il compito degli amanti che potrò avere, se avrò mai altri amanti, e nessuno riuscirà a cancellare il Tuo ricordo.

Benché assente, penserò sempre a Te, come fossi accanto a me.

Soffocherò in me l'Amore e, perfino, la possibilità dell'Amore.

Sarò la spettatrice di me stessa, la platea della commedia che rappresenterò; mi guarderò vivere e ascolterò le vibrazioni del mio cuore come fossero i battiti di una pendola. Le immagini si coloreranno nei miei occhi distanti, i suoni colpiranno il mio orecchio disattento, ma nulla del mondo esteriore giungerà fino alla mia anima.

Io che non mi accontenterei mai di una tranquilla felicità, ho concepito il progetto audace di stabilirmi nel deserto e di cercarvi, al tempo stesso, la pace e l'avventura, cose entrambe conciliabili con il mio particolare carattere.

La quiete domestica l'avevo trovata e sembrava consolidarsi di giorno in giorno, ma non potrei mai sopportare la vita sedentaria e sarei sempre attratta da lontane terre soleggiate.

Da Te...

Qual è il fascino dell'Amore se può mutare così le cose, i luoghi, le circostanze, le idee, le sensazioni!

Come sarà il domani?

Viviamo in un grande mistero e ci sentiamo sfiorare dalla possente ala dell'ignoto, in mezzo a eventi davvero miracolosi che ci proteggono a ogni passo. Mi sembra tuttavia di non essere destinata a scomparire senza aver avuto la rivelazione di tutto il profondo mistero che ha circondato la mia vita, dai primi giorni a oggi. Ho notato che nella vita - nella mia almeno - tutto ha una strana tendenza a aggiustarsi contro ogni verosimiglianza, contro ogni legge della probabilità.

E io mi sono messa a aspettare, semplicemente, senza fare ipotesi.

Tutto lo straziante fascino della vita deriva, forse, dall'assoluta certezza dell'incertezza. Se le cose durassero, non ci sembrerebbero degne di attaccamento.

Il cielo del tempo ha molte sfumature: il Passato è rosa, il Presente grigio, il Futuro azzurro. Oltre il vacillante azzurro, si apre il gorgo senza limite e senza nome, il gorgo delle trasformazioni che portano a Te. Non è l'Amore di un istante, l'Amore come gioco e distrazione dalla noia, l'Amore ebbrezza del sangue e non dell'anima, l'Amore incubo di malato, che sognavo nelle mie notti insonni.

No, era l'Amore puro e vero la cui immagine mi ossessionava!

Finalmente, per la prima volta, esteriorizzo un pò il mio io, ho un dovere da compiere che lo trascende. E' quanto basta per nobilitare i giorni, peraltro informi, e la vita senza attrattive che conduco da cinque lunghi anni, in esilio in questo paese, cui mi lega solo il nonno.

Ecco tutto.

Cerco una parola, una parola giusta.

E' molto che la cerco.

All'inizio, l'ho cercata in tedesco, poi mi sono detta, non la troverò mai, questa lingua non mi servirà, j'y nagerais dans les approximations romantiques et les euphémismes. La lingua francese, al contrario, mi sembrava così precisa, troppo precisa per me che ero dans la vague. E, tuttavia, doveva ben esister questa parola, una parola precisa, solida, affilata. E' possibile che io l'abbia conosciuta e perduta nel cammino, questa parola che mi manca e che dovrebbe designare un sentimento preciso, prezioso, simile a una fiamma, bassa per alcuni, alta per altri.

Una fiamma che si è mantenuta per mezzo secolo, incurante delle tempeste e dei temporali.
Ora, la parola giusta, quella che cercavo, è venuta a me.

E' necessità.

La necessità, cui mi richiamo, è il bisogno che due esseri hanno spesso l'uno dell'altro, perfino se non vi totale parità. Poiché è una necessità presente, pressante e solida quanto il bisogno di tenerezza, di calore e di lacrime. Una necessità profondamente scavata nel segreto delle confessioni, dei silenzi, forse, perfino della voluttà. Necessità sottesa da una forza creatrice, necessità di amare e di essere amati.
Ho ridotto la mia anima a una sola monotona melodia, ho fatto della mia vita un silenzio. Tutto ciò che vedo mi sembra un riflesso, tutto ciò che sento un'eco lontana, e la mia anima cerca la fonte meravigliosa, perché ha sete di acqua pura. Basta con le lotte e le sconfitte da cui esco con il cuore sanguinante e ferito.

Quando io Ti lascio, ho nel fondo di me un dolore, come una specie di orribile bambino.
So bene che apparenza e realtà sono disperatamente in conflitto. Ancora una volta mi sto perdendo nell'indicibile, nel mondo di cose che sento e comprendo chiaramente e non ho mai saputo esprimere. Intorno sembra assumere il particolare aspetto dei giorni in cui si decide il proprio effimero destino. Sento crescermi dentro un'energia ostinata, invincibile.

In rotta con il mondo accademico, Tu eri divenuto il testimone unico e costante. E in questo fragile assemblaggio di Amore, di devozione, di una certa sottomissione, la nostra intesa era divenuta indistruttibile. Non poteva essere disfatta che dalla morte.

Tu sai quanto sono sensibile alla dolcezza: provavo accanto a Te, un sentimento nuovo di fiducia e di pace. Tu ami, come me, le lunghe passeggiate che non conducono in nessun luogo. Non avevo bisogno che conducessero in alcun luogo; ero tranquilla accanto a Te.

La Tua natura riflessiva si accordava alla mia timidezza.

Conosci la sofferenza per averla assai sovente guarita o consolata.

Eravamo due silenzi accordati.

Il caso ha giocato molto nei miei rapporti con Te. In quel momento, io mi sentivo disponibile e avevo voglia che mi succedesse qualcosa: la "Sympathie" che nutrivo per Te e che sapevo reciproca, era prontissima a cambiarsi in un sentimento più forte. Sei stato un bagliore nella mia notte e hai illuminato molti angoli oscuri della mia anima, hai aperto nella mia vita prospettive completamente nuove. Il pensiero è un gorgo profondo e è ben difficile dire cosa vi sia negli abissi di un uomo. Tuttavia, ho, tuttavia, toccato, in qualche punto, il fondo di Te, e ne ho riportato ora perle, ora conchiglie, ma più spesso frantumi di corallo. Poter afferrare quella testa, imprigionarla tra le mie mani, baciare quella fronte senza rughe, quelle guance lisce in cui il sangue scorre così fresco sotto la pelle, l'arco rosso di quelle labbra!

Tu non sai la devozione che nutro per Te.

Tu non sai il potere che hai su di me.

No, non sai.

Vi sono stati momenti in cui la nostalgia di Te mi torturava e una piccola cosa qualsiasi mi procurava una crisi di gelosia. Tu mi hai inteso e compreso su ogni punto. E' questo che mi legava a Te, attraverso ogni tempesta, e faceva di Te, inalterabilmente, l'unica persona cui confidassi.

Cos'altro posso dire?

Sei cresciuto destinato alla Scienza. Hai conosciuto le lacrime di rabbia e di gioia della giovinezza, che l'età matura ignora o disdegna e di cui, in seguito, conserva appena il ricordo corroso dall'oblio. In quella solida massa di muscoli si agita uno di quegli spiriti chimerici e insieme avveduti che hanno costantemente per occupazione limare, adattare, semplificare o complicare le cose. Qualcosa che non è di questo mondo né in questo mondo Ti attira, Ti chiama irresistibilmente. Non trovi riposo, né giorno né notte, come l'eliotropio in una cantina si contorce per volgersi verso il sole che non vede. La passione per un altro essere sanerebbe, forse, la spaventosa ferita che Ti hanno causato i gelidi raggi della Scienza: E' Tua opinione che non si debba amare un unico essere. In questo tipo di sentimento vedi solo egoismo e tirannia. La strana reciproca attrazione degli esseri umani, il fatto che gli elementi chimici si combinino soltanto sotto una determinata pressione, che i gas si mescolino soltanto quando sono attraversati da una scintilla elettiva, le innumerevoli analogie della natura che suggeriscono l'ipotesi dell'eguaglianza nella disparità eterna, dell'unione nella differenziazione infinitesimale, tutto questo è sempre stato uno stimolo per la Tua curiosità, fin da quando avevi venti anni. Ma ogni qualvolta spingevi più lontano le Tue indagini, si ergeva dinanzi a Te una nuda muraglia.

Il mondo dell'ignoto, da cui nessun viandante ha fatto ritorno, ha sempre esercitato su di Te un fascino profondo. Sei convinto che nel cielo e sulla terra vi siano molte più cose di quante tutte le filosofie ne abbiano mai immaginato. Sei uno di quegli uomini la cui anima non fu tuffata completamente nel Lete prima di essere avvinta al corpo, che serba dal Cielo, dal quale discende, reminiscenze di eterna bellezza, che la fanno inquieta e martoriata: un'anima che ricorda di aver avuto le ali e che, ora, non ha più che due piedi. Se fossi Dio, priverei di Poesia per due eternità l'Angelo colpevole di tanta negligenza.
Anche gli Angeli hanno una loro crudeltà!

Invece di costruire un castello di carte brillantemente colorate che ospitasse, per una primavera, una bionda fantasia, avrei dovuto innalzare una torre più alta degli otto templi sovrapposti di Babele.
Sottile, colto, amante della letteratura, Tu misuri l'inestimabile possibilità dello scrittore, quale che sia la sua sofferenza, e non tollereresti di vedermi lasciar andare o disperdere. Tu non ignori che io scrivevo prima di Te, che posso scrivere senza di Te e, perfino, malgrado Te, poiché uno scrittore trova sempre il modo di sfuggire a tutto e a tutti pur di raggiungere ciò che gli è indispensabile, ciò che gli giustifica vivere. Ma sai anche che, in questo gesto pericoloso, che induce a lasciare una traccia di sé, pensando che sarà utile, lo scrittore ha bisogno di un testimone, di un Amico intimo che creda in lui e che, per primo, attesti l'assoluta necessità del suo lavoro.

Alieno da tutto ciò che è ridicolo e volgare, mi lasci una sensazione purissima, senza macchia. Parti da solo all'alba e Ti abbandoni sulla spiaggia, in cerca di non si sa quale sapere che viene direttamente dalle cose. Non Ti stanchi di soppesare e di studiare con curiosità le pietre, i cui contorni lucidi o rugosi, le cui diverse tonalità della ruggine o della muffa raccontano una storia, testimoniano dei metalli che le hanno formate. dei fuochi o delle acque che ne hanno precipitato nel tempo la materia o coagulato la forma. L'importante è raccogliere il poco che sarà filtrato dal mondo prima della notte, di controllarne la testimonianza e, possibilmente, di correggerne gli errori.

In un certo senso l'occhio controbilancia l'abisso.

Non si può niente contro l'Amore per il mare. Quando se ne è preso il gusto, il mare è come l'oppio. Nudo e solo, le circostanze Ti cadono di dosso come gli indumenti. Le onde lambiscono i Tuoi piedi.
Rabbrividisci, ma quella frescura porta già in sé la promessa della bella giornata estiva. MassaggiandoTi lentamente le gambe, intorpidite dall'immobilità notturna, guardi il mare informe generare le onde presto svanite. fai scivolare tra le dita un pugno di sabbia. La traccia dei Tuoi passi sulla spiaggia umida è assorbita immediatamente dall'onda; sulla sabbia asciutta il vento cancella ogni segno.
Le spiegazioni analogiche, che, un tempo, Ti parevano delucidare i segreti dell'Universo, oggi, pullulano di nuove possibilità di errore, giacché tendono a attribuire a questa oscura natura quel piano prestabilito che altri ascrivono a Dio. Non ammetti di avere dubitato: dubitare è diverso; solo, prosegui l'indagine fino al punto in cui ogni nozione Ti si flette tra le mani come una molla piegata oltre misura; non appena sale al grado di un'ipotesi senti frantumarsi sotto di Te l'indispensabile SE.

Avevi creduto che Paracelso, con il suo sistema dei segni rivelatori di affinità segrete, dischiudesse alla scienza una via trionfale, in realtà, riconduceva a superstizioni da villaggio. Più pensi e più le idee, gli idoli, i costumi Ti sembrano prodotti dai moti della macchina umana. L'animo colmo di un riverente pensiero, che Ti condannerebbe per apostasia in tutte le pubbliche piazze di Maometto o di Cristo, consideri che i simboli più adeguati del congetturale Bene Supremo siano ancora quelli che assurdamente passano per i più idolatri e quel globo igneo il solo Dio visibile per creature che perirebbero senza di esso. Analogamente, il più vero degli Angeli è quel gabbiano che, in confronto ai Serafini e alle potenze supreme, ha in più l'evidenza dell'esistere.

Diffidi dei preti e delle loro false interpretazioni.

Nell'era della tecnologia, tu sei diventato un tecnico della politica: un uomo che studia le leggi della convivenza umana con lo stesso rigore scientifico con il quale osserva e descrive i principi che regolano il mondo della fisica. Non credi, non puoi credere, in una perfettibilità dello spirito umano, in un progresso dei costumi e delle società. Consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono: consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono, iniziano con la Libertà, si concludono con la Dittatura. La lezione delle epoche passate è chiara: la storia dei popoli è una scala di miseria, le cui rivoluzioni formano i diversi gradini. L'indifferenza del saggio, per il quale ogni paese è patria e qualsiasi religione è un culto a suo modo valido, provoca nelle masse, ligie all'ordine costituito, un moto d'invidia: il Tuo NO indispettisce il loro incessante SI.

Seduto su un masso, guardando sotto il cielo grigio la spiaggia rigonfia qui e là di lunghe colline sabbiose, vaghi con il pensiero alle ere trascorse, quando il mare occupava quei grandi spazi, ove adesso cresce il grano e, ritirandosi, ha lasciato l'impronta e come la firma delle onde, giacché tutto cambia: la forma del mondo, le produzioni di questa natura che si muove e di cui ogni momento abbraccia secoli.
L'esilio è in Te.

L'esilio sei Tu.

L'esilio è quel qualcosa sempre pronto a singhiozzare in fondo alla Tua memoria, quel dolore che un nonnulla basta a risvegliare.

Ami i cieli bui che si confondono con il buio oceano.

Dilati i polmoni per respirare il più possibile l'aria pura.

Affiorano in Te ricordi continui, lontani, e tanto fugaci da non avere il tempo di afferrarli. Ti sembra di fare, completamente sveglio, il sogno del Tuo passato. E' come se questo passato, dopo essersi levato tanto in alto, ricadesse ora in pioggia sul Tuo cuore, una pioggia di suoni, immagini, profumi di un tempo, in uno sbriciolamento di vicende svanite. Ti snerva fino al dolore, Ti esalta fino alla follia questo rumoreggiare confuso di giorni finiti. Hai l'anima pesante e la mente tormentata. A volte, in realtà, non Ti sembra di vivere, ma di sognare cose confuse eppure note. Rivedi con una straordinaria nitidezza i luoghi dove giocavi, le strade dove camminavi, il letto dove dormivi da bambino. Odi le voci che udivi allora e ripensi, perfino, ai pensieri vaghi e ingenui che Ti passavano per la mente.

E' la realtà che Ti sfugge, dilegua, si disperde dinanzi ai fantasmi del passato.

Uno specchio meraviglioso è quell'uomo nel quale si riflettono il transitorio e l'eterno, il mutevole e l'immutabile. Nella sua immobilità si inebria della linfa originaria; pur sembrando il più morto è, invece, il più vivente degli esseri, vivente della vita sublimata. L'oggetto che contempla si espande sotto il suo sguardo, diviene smisurato, riassume in sé l'essere, e quell'immensità che egli sogna diminuisce fino a condensarsi nel punto contemplato. Egli ha allargato il suo cuore fino a inghiottire il mondo e a possedere Dio.

Poco a poco, come chi, assorbendo ogni giorno un determinato alimento finisce per esserne modificato nella sostanza e, perfino, nella forma, ingrassa o dimagrisce, trae da quelle pietanze vigore o contrae nell'ingerirle mali che non conosce, mutamenti quasi impercettibili si operano in Te, frutto di nuove abitudini acquisite.

La Tua esistenza è clandestina e sottoposta a determinate costrizioni: lo è sempre stata.

Taci i pensieri che per Te contano di più.

Hai rinunciato a chiedere aiuto.

Quei segreti potrebbero sfuggire, per inavvertenza, da una bocca stanca.

Invecchi.
Te ne accorgi non tanto dalla stanchezza quanto da una sorta di crescente serenità: Ti accade come al nocchiero, fattosi duro d'orecchi, che sente, solo confusamente, il fragore della tempesta, ma continua a valutare, con la stessa abilità, la forza delle correnti, delle maree e dei venti. Attraverso il declino e, talvolta, attraverso le sofferenze inseparabili dell'età, il senso dell'esistenza si evidenzia fin troppo bene.
La nostra vita non è altro che una lunga prospettiva a losanga. Le linee della figura geometrica divergono all'età matura, poi si restringono insensibilmente fino all'agonia, che sta in fondo e ci strangola.
La vita sedentaria Ti opprime come una sentenza d'incarcerazione che, per prudenza, avessi pronunciato su Te stesso; ma la sentenza è tuttora revocabile; già altre volte e sotto alti cieli Ti sei sistemato così, momentaneamente o, credevi, per sempre, come che ha diritto alla cittadinanza ovunque e in nessun luogo. E', dunque, naturale non dare alcun valore sentimentale a un passaporto, è naturale considerare la scelta di una nazionalità come un atto svuotato di qualsiasi significato e è naturale cambiarla senza più pensieri reconditi di quanti bisogna averne quando si cambia la biancheria. Nulla garantisce che domani Tu non riprenda l'esistenza errante, che è stata la Tua sorte e la Tua scelta. Eppure il Tuo destino si muove, vi si produce, a Tua insaputa, uno slittamento; come avviene a chi nuota contro corrente nel buio della notte, Ti mancano i punti di riferimento per calcolare con esattezza la deriva. Ti riprometti di assaporare la sicurezza inquieta di un animale che si sente al sicuro nella tana angusta e buia, ove ha scelto di vivere.

Ti sbagli.

Quell'esistenza, benché immobile, ribolle.

Il senso di un'attività quasi terribile romba come un fiume sotterraneo. Il tempo, che immaginavi dovesse pesarti tra le mani come un lingotto di piombo, fugge e si scompone come gocce di mercurio. Le ore, i giorni, i mesi hanno cessato di corrispondere ai segni degli orologi e, perfino, ai moti degli astri. Anche i luoghi si muovono: le distanze si annullano come i giorni.

Senza provarvi piacere torni a rivestirti del Tuo guscio di uomo.

Se Tu sei destinato a comprendere l'ordine al quale obbedisce l'architettura umana, i colonnati per Te si apriranno da se stessi come dei fiori. Se tu non possiedi la chiave di un'esperienza analoga, si può tutt'al più prometterTi di indovinare, della festa o del massacro interiore, qualche luce di torcia attraverso le fessurre delle pietre, qualche grido, qualche riso senza motivo, qualche folata di musica, forse, discordante e dei fracassi di cuori spezzati.

Curioso del futuro, fedele al passato, resti il testimone, una specie di vedetta che guarda quello che succede. Molto spesso lo spettacolo non ha nulla d divertente. Ma Ti diletta e Ti piace: Tra le cose e gli uomini, con tenerezza e con ironia, sei, sotto le raffiche del vento della storia, la sentinella del piacere di Dio.

Una vela all'orizzonte biancheggia come un'ala.

 

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mercoledì, 29 ottobre 2008

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei

al III Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950

 

da: "Scuola democratica", 20 marzo 1950

 

“Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata  dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.

C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole  private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta.

Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in  malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

 

Piero Calamandrei

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categoria:italia, politica, scuola, dittatura, libertà
martedì, 02 settembre 2008

Je défendrai Mes opinions jusqu'à Ma mort, mais

Je donnerai Ma vie pour que Vous puissiez défendre les Vôtres.

 

 Francois-Marie Arouet, nom de plume VOLTAIRE

 

  

Dans l’Antiquité, un philosophe n’est pas nécessairement, comme on a trop tendance à le penser, un théoricien de la philosophie. Un philosophe, dans l’Antiquité, c’est quelqu’un qui vive en philosophie, qui mène une vie philosophique. Caton le jeune, homme d’Etat du I siècle av. J. C., est un philosophe stoïcien et pourtant il n’a rédigé aucun écrit philosophique. Rogatius, homme d’Etat du III siècle ap. J. C., est un philosophe platonicien, disciple de Plotin, et pourtant il n’a rédigé aucun écrit philosophique. Mais tous deux se considéraient eux-mêmes comme des philosophes, parce qu’ils avaient adopté le mode de vie philosophique.

Et que l’on ne dise pas que c’étaient des philosophes amateurs. Aux yeux des Maîtres de la philosophie antique, le philosophe authentique n’est pas celui qui disserte sur les théories et commente les auteurs.

Comme le dit Epitècte :

 

« Mange comme un homme, bois comme un homme, habille-toi, marie-toi, aie des enfants, mène une vie de citoyen… Montre-nous cela, pour que nous sachions si tu as appris véritablement quelque chose des philosophes. » 

 

Le philosophe antique n’a donc pas besoin d’écrire. Et, s’il écrit, il n’est pas nécessaire non plus qu’il invente une théorie nouvelle, ou qu’il développe telle ou telle partie d’un système. Il lui suffit de formuler les principes fondamentaux de l’école en faveur de laquelle il a fait un choix de vie.

 

 « Ma petite D, « la philosophie te fournira le fond, la rhétorique, la forme de ton discours » (Fronton). »

 

me répétait mon Père.

Mon père n’a jamais été pour moi la personnification du pouvoir, de la force et de l’autorité. C’est pour cela que je l’aimais. Le calcul différentiel et intégral n’a jamais semblé convenir à sa personnalité. Mais peut-être étais-je victime du vieux préjugé selon lequel les mathématiques sont une science aride et le mathématicien un homme d’une autre espèce. Je n’arrivais absolument pas à comprendre comment cet homme ardent et timide pouvait avoir le moindre point commun avec les théorèmes de Pythagore ou avec le binôme de Newton. Tout cela ne m’intéressait pas à cette époque. Il aimait trouver en moi les qualités féminines et n’essayait jamais de les rabaisser ni de les ignorer.

J’aimais sa perplexité devant mon indépendance précoce.

Je n’ai pas eu à me libérer des suites d’une éducation bourgeoise comme Louis Aragon ou Jean-Paul Sartre. J’ai grandi en France à une époque où l’on savait que le vieux monde allait, de toute façon, à sa perte. Personne ne défendait sérieusement les anciens principes, du moins pas dans mon milieu. La contestation était l’air que nous respirions, elle a nourri mes premières vraies émotions. Beaucoup plus tard seulement, à l’age de vingt ans, j’ai su que j’appartenais de par ma naissance à la bourgeoisie. Je ne me sens absolument pas liée à elle. En tant que classe social, elle a toujours éveillé en moi cependant plus de curiosité et d’intérêt que les débris de l’aristocratie et au moins autant que la classe ouvrière. Mais c’est de l’Intelligentsia, déclassée ou non, que je me sens la plus proche. Me sont étrangers, par contre, ceux qui détiennent le pouvoir, les dictateurs, les triumvirs, les hommes à qui on rend un culte, ceux qui y aspirent, les rois de tout poil. A ces dinosaures, je préfère encore les requins, au sens propre et figuré.   

Ce qui m’intéresse, ce n’est pas la dimension horizontale de notre existence, les préoccupations de la vie quotidienne auxquelles nous sommes tous confrontés, mais sa dimension verticale, intellectuelle. Peu de gens y accédaient autrefois et de ce fait en avaient mauvaise conscience. A présent, ce n’est plus le cas : il suffit de vouloir lire, réfléchir et savoir. Comme l’a dit Karl Jaspers, point n’est besoin d’apprendre à éternuer ou à tousser, mais la raison, elle, se cultive, car ce n’est pas une simple fonction organique.   

Etre philosophe, ce n’est pas avoir reçu une formation philosophique théorique, ou être professeur de philosophie, c’est, après une conversion qui opère un changement radical de vie, professer un mode de vie différent de celui des autres hommes. On considère souvent les conversions comme des événements qui se produisent instantanément dans des circonstances inattendues. Et l’histoire abonde en anecdotes de ce genre : Polémon entrant par hasard, après une nuit de débauche, au cours du philosophie platonicien Xénocrate, Augustin entendant la voix d’un enfant disant « Prends et lis », Saül terrassé à Damas.

Entre parenthèses, il ne serait pas du tout intéressant de connaître, dans tous ses détails, la manière dont s’est déroulée ma conversion à la philosophie.

Bien de points restent encore inconnus pour moi-même.

Pourtant, douée d'une extraordinaire faculté d'imagination qui me faisait embrasser et comprendre ce que mes yeux ne pouvaient me montrer, dès mon enfance j’ai entrevu ce que pouvait être l’idéal d’une vie philosophique.

L'imagination, cette "magie sympathique" aide à comprendre les arguments d'un interlocuteur, à ressentir la souffrance de l'Autre, quelque soit cet Autre.

Cette faculté « à se transporter en pensée à l'intérieur de Quelqu'un » amène bien sûr à s'ouvrir à d'Autres idées, à vivre d'Autres expériences. JE NE RENONCE JAMAIS À UN ETRE QUE J’AI CONNU,

ET ASSUREMENT PAS A MES PERSONNAGES.

Je les vois, je les entends, avec une netteté que je dirais hallucinatoire si l'hallucination n'était autre chose, une prise de possession involontaire.

C'est ce que les sages hindous appellent l'attention.

Nul doute que cette attention, cette propension à se mettre à la place de l'Autre en faisant abstraction de soi, a joué un rôle de première importance dans ma grande ouverture d'esprit face aux Athéismes comme aux Religions, aux Politiques comme aux Philosophies.

Très peu d'adultes se laissent habiter par des Etres en leur donnant autant d'importance qu'ils s'en donnent à eux-mêmes. Cette magnifique façon d'appréhender le monde de l'intérieur, à l'instinct, est le propre des enfants.

Si les adultes s'en souvenaient, ils éviteraient de proférer certaines stupidités : éviteraient bien de stupidités !

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 02, 2008 17:11 | Permalink | commenti
categoria:vita, filosofia, francia, donna, libertà
lunedì, 01 settembre 2008

« Un peu de justice sur cette terre m’aurait pourtant fait plaisir »

Emile ZOLA

 

 

Atterré par le verdict du second procès de Rennes, le 9 septembre 1899, et indigné de voir les responsables politiques faire usage de la loi d’amnistie – « cette trahison juridique » - qui absolvait, en 1900, les innocents et les coupables, les criminels et les justiciers, sans établir de distinction entre eux, Zola demeurait cependant optimiste et convaincu de voir disparaître incessamment la haine antijuive dont il persistait à rattacher le déchaînement, à la crise générale qui traversait le pays depuis au moins dix ans.

Mais c’était sans compter sur l’acharnement de ses ennemis.

A cet égard, il faut se souvenir des commentaires auxquels sa mort accidentelle, dans la nuit du au 29 septembre 1902, donna lieu, pour mesurer la hauteur du mur de haine qui s’était dressé autour de lui depuis si longtemps, et particulièrement avec « J’accuse ».

Le 30 septembre 1902, La Libre Parole annonçait en lettres capitales : « un fait divers naturaliste : Emile Zola asphyxié », et publiait un de ces grands articles où la verve de Drumont excellait :

 

« J’ignore encore si, comme le bruit en court, paraît-il à Paris, Zola s’est suicidé, mais on comprendrait que cet homme, en regardant la vie dans son œuvre, en ait réellement éprouvé un irrésistible dégoût.

 

Jamais écrivain ne connut l’humanité, le monde, la création, la société, sous un aspect plus affreux, plus répugnant et plus sale…

 

La part prise par ce corrupteur de foules à l’affaire Dreyfus, changera en haine l’antipathie que les natures élevées éprouvaient pour ce ciseleur d’obscénités. Cette intervention de Zola dans une question qui ne le regardait aucunement, est encore inexplicable pour ceux qui réfléchissent, et semble être, elle aussi, la manifestation d’un certain trouble intellectuel ».  

 

Observateur scrupuleux des comportements collectifs, Zola a pourtant senti d’instinct que la question juive n’avait plus rien à voir avec le thème archaïque que, par une exploitation abusive, ses prédécesseurs en littérature avaient vidé de sa substance.

Réactualisée, la question juive procédait désormais pour lui du grand courant historique de type évolutionniste qui heurtait dans ses profondeurs, la société française. Et l’antisémitisme qui s’en emparait devenait sous ses yeux une puissance idéologique et politique de premier plan, une doctrine raciale qui venait pour la première fois régénérer les vieilles haines ancestrales par l’illumination de sciences en vogue comme la biologie, l’économie politique ou la psychologie sociale, relayant du même coup un traditionalisme chrétien battu en brèche par la laïcité. 

Témoin lucide de plus en plus effrayé par la lente pénétration de l’antisémitisme, et sensible plus qu’aucun autre à ses effets pernicieux : peur collective, intoxication de l’opinion publique, terreur exercée sur la presse par la presse elle-même, paralysie des rouages politiques et parlementaires, asphyxie de l’appareil d’Etat : Zola a compris l’enjeu politique qui s’y rattachait :

 

« Lorsque le peuple devient fou, en une de ces crises dont nous avons eu un exemple, l’élu est à la merci de ce fou, il dit comme lui s’il n’a pas le cœur de penser et d’agir en homme libre ».

 

C’est peut-être grâce à son expérience d’écrivain naturaliste, pourtant si décriée, que Zola aura été mieux placé que d’autres intellectuels de son temps pour saisir progressivement mais suffisamment vite, la complexité et l’ampleur que pouvait soulever la question juive, en dehors de tout esprit de parti. Pour deviner sous les formules provocatrices, haineuses et radicales, la peur et la hantise d’une société contrainte de changer malgré elle ses habitudes ancestrales. Pour appréhender derrière les slogans xénophobes et les anathèmes meurtriers au non de la race, de sa préservation, de la pureté de son sang, l’interrogation anxieuse sur l’identité française. Pour cerner enfin par-delà les groupes, les ligues et les symboles, la quête angoissée d’une substance nationale ; et dans le camp d’une Eglise détentrice d’un pouvoir spirituel disqualifié, la volonté de voir demeurer l’hégémonie du dogme sur les âmes.

La question juive, pour un homme comme Zola, c’est le diagnostic d’un état clinique touchant l’identité nationale, comme ce sera à nouveau le cas un demi-siècle plus tard, pour la France meurtrie de 1940.

Sous les traits du Juifs, la France malade de son identité trouve toujours là, depuis que le christianisme des premiers siècles a bâti sa doctrine rédemptrice sur le corps martyrisé du « peuple déicide », le moyen de cerner et d’exclure tout ce qui n’est pas elle : l’anti-nation, le négatif, le repoussoir, contre quoi l’âme française forge sa singularité.

Etranger aux résonances nationalistes du sionisme, Zola développa en revanche une attention remarquable au sort du judaïsme.

Certes, l’émancipation du judaïsme demeura à ses propres yeux, solidaire du rationalisme qui a ouvert les murs des ghettos au nom de la réalisation des prophéties bibliques de l’unification du genre humain, dans l’espace de l’Etat des droits de l’homme. Mais bien plus, la pensée de l’auteur des Quatre Evangiles, signale sur ce sujet une dimension incontestablement visionnaire, jusqu’à donner du judaïsme, à travers Dreyfus, le nom d’une expérience inouïe de l’injustice et de la souffrance.

S’il n’a pas voulu croire que la persécution antijuive qui sévissait en Europe, était déjà solidaire d’un effondrement de toutes les valeurs de l’humanisme occidental, Zola a vu en Dreyfus, à la fois le symbole de la rechute du progrès dans la France moderne, et l’accomplissement métaphysique de l’histoire du mal.

Mais à travers le sort tragique des Juifs de France, annonciateur des grands massacres, et à la lumière de son engagement personnel, Zola a compris aussi que l’expérience de l’exil et de la souffrance, par laquelle le peuple juif incarné en Dreyfus découvre toute l’humanité par défaut, était la condition nécessaire de son cheminement vers la reconstitution de l’unité et de la plénitude de l’humain.

Vraie figure de l’intellectuel, Zola porte aussi le poids de ses propres limites.

A lui qui a si bien décrit l’irruption massive et sans précédent dans la vie des hommes, des produits de la science : machines à vapeur, moteurs à explosion, électricité, énergie atomique dont il pressentait dès 1900, les effets catastrophiques ; pouvons-nous reprocher de n’avoir pas su formuler à l’avance les questions fondamentales que posera Henri Bergson, en 1914 :

 

« Qu’arriverait-il si les forces mécaniques, que la science venait d’amener sur un point pour les mettre au service de l’homme, s’emparaient de l’homme pour le convertir à leur propre matérialité ?

 

Que deviendrait le monde si ce mécanisme se saisissait de l’humanité entière et si les peuples, au lieu de se hausser librement à une diversité plus riche et plus harmonieuse, comme des personnes, tombaient dans l’uniformité commune des choses ?

 

Que serait une société qui obéirait automatiquement à un mot d’ordre mécaniquement transmis, qui réglerait sur lui sa science et sa conscience, et qui aurait perdu, avec le sens de la justice, la notion de vérité ? ».

 

A Zola qui demeura étranger au mouvement sioniste par fidélité à l’idéal républicain et à l’esprit universel des Droits de l’Homme, pouvons-nous reprocher aujourd’hui, d’avoir pris les bacchanales antijuives de la fin du siècle pour un des derniers sursauts de la vieille France moribonde ; quand on sait ce qu’il en advint, et qui gagna, en 1940, la totalité de l’appareil d’Etat, les institutions, la législation, les structures administratives : préfets, fonctionnaires, armée, église, éducation, pour faire tout aller aussi efficacement que possible dans le sens d’une solution définitive, finale, européenne, de la question juive.

Encore une fois, de quel droit pourrions-nous reprocher aujourd’hui aux hommes du XXe siècle, de n’avoir pu prévoir l’avènement de nos plus proches malheurs ?

Car plus justement, ce sont eux qui pourraient nous demander des comptes sur l’héritage transmis et géré avec si peu de prévoyance.

Et ce pourrait être le fait de Zola lui-même, car le vingtième siècle dans lequel il mettait tous ses espoirs n’aura pas répondu à son attente.

Zola à qui tout un public n’a cessé de reprocher tantôt la noirceur de ses descriptions, le pessimisme de ses visions, tantôt l’angélisme utopique et vieillissant de se derniers romans, aurait en effet été bien surpris de constater la manière dont les hommes de notre temps allaient régler le sort de leurs semblables.

Nul plus que lui, aurait été effaré d’apprendre que l’antisémitisme frénétique qu’il découvrait dans un complot de têtes malades et d’intelligences fumeuses, serait élevé au rang supérieur de doctrine d’Etat, couvrant toute l’Europe, donnant lieu en France même, à la mise en place d’une administration appropriée à son exécution, à la promulgation de décrets, de lois, de règlements et d’ordonnances, rappelant le vieux Moyen Age dont il constatait déjà le retour prémonitoire en 1896.

L’écrivain des Rougon-Macquart n’aurait pu imaginer, tant sa foi en l’homme étai grande, que le siècle de la science et des techniques dites libératrices, en inventant le crime contre l’humanité, allait inaugurer en même temps l’ère des barbaries à visage humain. 

 

 

Aux yeux de mon Père qui répétait sans cesse que rien d’humain ne devrait nous être étranger, l’âge, le sexe, la religion, l’ethnie n’étaient que des contingences secondaires.

Il m’a aidée à devenir UN INDIVIDU LIBRE.

Je serai son prolongement.

Je le suivrai et continuerai, accomplissant ce qu’il n’a pu mener à bien.

 

« Mon devoir est de parler je ne veux pas être complice. »

Emile ZOLA

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 01, 2008 20:31 | Permalink | commenti
categoria:politica, storia, francia, libertà, ebraismo, quarto potere
venerdì, 07 marzo 2008

La saveur de la vie est dans le désir d'être une Femme.

Ce post est dédié à Vous Mesdames de la part d’une Femme aux Femmes.

Daniela

 

 

 

« Per quanto riguarda il problema della libertà, per me si riduce a una questione di parole. Non acconsentirò mai a identificare la libertà con un certo numero di libertà politiche. In ciò che voi chiamate libertà io vedo solamente « delle » libertà. E quella che io chiamo lotta per la libertà non è che la continua e concreta conquista dell’idea di libertà. Colui che non vede la libertà come un bene ardentemente desiderato e crede di possederla, in verità possiede una cosa senza vita, senza anima ; perché la nozione di libertà ha questo di particolare, che si allarga costantemente. Se, dunque, ci si ferma e si proclama di averla conquistata, nello stesso atto avrà dimostrato esattamente di averla perduta… »

Henrik Ibsen

 

Verrebbe spontaneo – come è stato fatto da molti critici – vedere in Ibsen un antesignano di quel femminismo che, proprio alla fine del XIX secolo, iniziava a affermarsi. La migliore smentita a tale interpretazione, una smentita che non la nega ma la inquadra in una visione ancora più ampia, viene dallo stesso autore. Durante un banchetto dell’Associazione Norvegese per i Diritti della Donna, il drammaturgo dichiarò, infatti, rispondendo al brindisi:

 

« Devo rifiutare l’onore di avere consapevolmente lavorato per i diritti della donna. Non sono neppure proprio sicuro di quello che siano, in realtà, i diritti della donna. Per me, è stata una questione di diritti dell’umanità. »

 

 

Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zefiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “giardino, primavera e dolce commercio”. A almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall'armare navi, elevare templi, compiere massacri.

In un essere che è stato programmato per essere dominato, l’intelligenza è una qualità scomoda da scoraggiare sul nascere, per non darle modo i prendere coscienza di sé. Al contrario, viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano compresi, ancora prima di essere formulati, e soddisfatti da un essere condizionato a anteporre i bisogni altrui ai propri e, spesso, a scapito dei propri.

Il femminismo è stata la prima forma di identità pubblica che le donne, si sono date dalla fine del ‘600.

Se molto è stato fatto, soprattutto nei Paesi industrializzati, molto resta da fare per le mutilazioni e l’emarginazione cui molte donne africane, asiatiche sono sottoposte.

La parità di diritti con l’uomo, la parità salariale, l’accesso a tutte le carriere sono obiettivi sacrosanti e, almeno sulla carta, sono già stati offerti alle donne nel momento in cui l’uomo l’ha giudicato conveniente. Resteranno, tuttavia, inaccessibili alla maggior parte di loro finché non saranno modificate le strutture psicologiche che impediscono alle donne di desiderare fortemente di farli propri. Sono queste strutture psicologiche che portano la persona di sesso femminile a vivere con un senso di colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo produttivo, a sentirsi fallita come donna se vi aderisce e a sentirsi fallita come individuo se, invece, sceglie di realizzarsi come donna.

 

 

Non mi rammarico, certo, di essere nata donna, al contrario, ne traggo grande soddisfazione.

Quasi sempre mi sono sentita bene nella mia pelle, e ho avuto fiducia nella mia buona stella. Ho spinto addirittura la mia fiducia nell’avvenire sino alla sventatezza : non avevo creduto alla guerra prima che scoppiasse. Adesso sto più attenta. Mi piace guardare in faccia la realtà e parlarne senza abbellirla. Non sopporto l’infelicità e sono poco incline a prevederla, quando la incontro mi indigna e mi sconvolge, e provo il bisogno di comunicare la mia emozione. Per combatterla, bisogna prima rivelarla, e, pertanto, dissipare le mistificazioni dietro le quali la si nasconde per evitare di pensarvi. È proprio perché rifiuto le evasioni e le menzogne, che mi si accusa di pessimismo, ma questo rifiuto implica una speranza : che la verità può essere utile. È un atteggiamento più ottimistico che non scegliere l’indifferenza, l’ignoranza, le false apparenze.

Dissipare le mistificazioni, dire la verità, è uno dei fini che ho più ostinatamente perseguito. Questa ostinazione ha le sue radici nella mia infanzia, non ho mai tollerato la stupidità : un modo per soffocare la vita e le sue gioie sotto i pregiudizi, le abitudini mentali, le false apparenze, le frasi vuote.  

La mia educazione mi aveva inculcato l’inferiorità intellettuale del mio sesso, inferiorità che molte delle mie coetanee ammettevano rispetto agli studenti maschi e che conferiva maggior pregio ai miei successi. Mi era sufficiente eguagliarli per sentirmi eccezionale. In realtà, non ne avevo incontrato nessuno che mi avesse sbalordito. L’avvenire mi era aperto in misura eguale a loro. Non avevano alcun vantaggio su di me, né, d’altronde, lo pretendevano. Mi trattavano senza condiscendenza, anzi con una gentilezza particolare, poiché non vedevano in me una rivale. La loro simpatia mi evitò sempre di assumere quell’atteggiamento di sfida che trovo così sgradevole nelle donne americane.

Gli uomini sono stati per me dei compagni, non degli avversari. Lungi dall’invidiarli, la mia posizione, in quanto singolare, mi sembrava privilegiata. Non ho mai rinnegato la mia femminilità. Mi piccavo di riunire in me un cuore di donna e un cervello di uomo.

 

 

« Des riches, nous avons entendu que les pauvres sont responsables de leur pauvreté, des Blancs que les Noirs n’ont qu’eux-mêmes à blâmer pour leur statut social minable, et des hommes que les femmes sont satisfaites de leur destin et ont choisi leur propre subordination. »

Dale Spender

 

Le jour où l’une d’entre nous découvre soudain n’être ni « inférieure », ni « anormale », ni « un défaut de fabrication de Dieu » ni « dépourvue de créativité et de talents artistiques », ni « incapable d’Amitié », mais qu’un même regard masculin au cours des siècles lui a inculqué cette image négative d’elle-même, elle ne peut s’empêcher de se demander si d’autres femmes dans le passé ont fait, aussi, cette merveilleuse découverte de se savoir capables de tout comme l’autre moitié de l’humanité. Avec, en plus, le pouvoir de donner la vie.

Dale Spender raconte qu’elle cesse de croire à la quasi-absence des femmes dans l’histoire, ainsi que l’enseignaient toutes les institutions, lorsqu’elle apprend qu’en 1911 les féministes avaient en Grande-Bretagne vingt et une revues, une librairie, une imprimerie et une banque gérée par et pour des femmes.

Quand une femme refuse de reconnaître la suprématie masculine et le modèle unique de la maternité, on la repousse dans un ghetto où elle ne pourra pas nuire et on se sert de l’exemple de son isolement comme repoussoir pour garder l’ensemble des femmes dans le droit chemin du servage. Mais cette stratégie est à double tranchant, car la virginité, par exemple, représente une voie vers l’indépendance envers les hommes.

Ce choix porte en soi un germe d’intégrité qui libère des valeurs de soumission.

La vierge symbolise la femme intacte dans tout son passé et son potentiel affectif originel. Pour les hommes, remarque Beauvoir, « la virginité n’a d’attirance érotique que si elle s’allie avec la jeunesse ». Le mépris des hommes envers les vieilles filles viendrait, selon elle, de la peur que ces femmes aient échappé à leur pouvoir ou qu’elles possèdent trop de pouvoir en propre.

 

« Arriver à la conclusion que le vrai but des femmes dans la vie est de vouloir compter beaucoup les unes pour les autres et que, pour elles, les hommes ne sont qu’une incidence dans leur vie est bien sûr très terrifiant ».

Simone de Beauvoir

 

 

Les femmes ont toujours eu un passé dur à oublier et un silence difficile à vivre mais, au fil du temps, une sorte de lien s’est tissé entre elles et la Nature, comme espace narratif pour excellence : un jardin secret où naissent les fleurs de l’espoir.

« Princesse Firouzeh » est né de l'envie de faire connaître mes écrits. Mais créer un site Internet uniquement pour diffuser mes ouvrages m’est vite apparu d’un intérêt limité car il existe déjà de nombreux sites personnels littéraires. Aussi il m’a paru juste et urgent traduire et présenter dans « Princesse Firouzeh » une petite anthologie de Poésie féminine, si peu mise en relief voire quasiment passée sous silence, réhabilitante les femmes poètes.

Les femmes Poètes ont toujours eu une étonnante faculté de percevoir les plus subtiles vibrations de l'âme et de savoir les exprimer de manière sublime, ce qui a fait dire à Montherlant :

 

« Les hommes ne sentent pas avec la même vivacité que les femmes. »

 

Je vous souhaite un beau voyage à travers les mots, mots d’hier et d’aujourd’hui, mots sans temps et sans espace qui portent en eux notre histoire et nous emmènent loin, très loin, très très loin…

 

 

Simile agli dei mi pare
Chi a te di fronte siede e ascolta
Quando tu parli soavemente
E ridi con amore.

Ma quest'immagine tua nel petto
Il cuore mi spaura. Solo un attimo
Ti guardo, e voce non più
M'esce dal labbro:

La lingua mi s'intorpida. Sottile
Un fuoco le membra mi corre,
Gli occhi non vedono, e m'assorda
Un rombo gli orecchi.

Di sudore un velo mi copre, tutta
Mi vince un tremore: più verde sono
Dell'erba, e nel mio patire vicina
Morte m'appare.

Saffo (VII secolo a.C.)

 

 

 

I bianchi cavalli smaniosi
Ssi levavano dritti sulle zampe
Con grande strepito; il suono della cetra
Batteva in eco sotto il portico vasto della corte.
O Bàuci infelice, io gemendo piango al ricordo.
Queste cose della fanciullezza hanno ancora calore
Nel mio cuore, e quelle che non furono di gioia
Sono cenere, ormai. Le bambole stanno riverse
Sui letti nuziali; e presso il mattino
Lla madre cantando più non reca
Il filo sulla rocca e i dolci cosparsi di sale.
A te fece paura da bambina la Mormò
Che
ha grandi orecchie e su quattro

Piedi s'aggira movendo intorno lo sguardo.
E quando, o Bàuci amata, salisti sul letto dell'uomo
Senza memoria di quello che giovinetta ancora
Avevi udito da tua madre, Afrodite
Non fu pietosa della tua dimenticanza.
Per questo io ora piangendoti non ti abbandono;
Né i miei piedi lasciano la casa che m'accoglie,
Né voglio più vedere la dolce luce del giorno,
Né lamentare con le chiome sciolte; ho pudore
Del cupo dolore che mi sfigura il volto.

 

Erinna (IV secolo a. C.)

 

 

 

Dolce come l’amore non vi è nulla

Ogni altra felicità viene dopo: perfino

Il miele la mia bocca rifiuta.

Questo dice Nosside

Solo chi non ha avuto i baci

Di Cipride non sa che fiori sono le rose.

 

Nosside (III secolo a.C.)

 

 

 

Lacrime di bimba

 

A un grillo, d’arati prati usignolo,

E a una cicala che abitò le querce,

Quella tomba comune innalzò Miro,

Una bimba, e lacrime sparse di bimba,

Poiché spietato l’Ade le tolse

Quei due cari balocchi.

 

Anite (III secolo a.C.)

 

 

 

Piangimi, d'un pianto breve, nato
Dal segreto del cuore: dimmi
Una tua parola tenera: di me ricorda,
Quando con me più non sarà la vita.

Filita di Cos (III secolo a.C.)

 

 

 

Abandon

Elles disent : Si jeune, et tant de cheveux blancs !

Et moi : Blancs ils seraient, pour peine moins affreuse !
Tout est malheur en cette vie, Abu Hassan.
Puisque je vis sans toi, et partant malheureuse.
Il était la jeunesse et l'âge sûr de lui,
Calme mais chaleureux, main offrante et offerte,
Il était le mérite absolu, non pas certes
De tel sot qui devant ses chefs se rembrunit.
Quand on parle d'un homme et qu'un juste propos
Dit avec art sa bienveillance et son honneur,
C'est à toi que je pense, et je pleure, un sanglot
Etouffe tout mon être et fait fondre mon coeur.
Ce coeur, tu l'as brisé, j'en jure, il n'en peut plus !
Le deuil emplit mon âme et ma tête fléchit.
Le dur bois de ma lance aujourd'hui s'est rompu,
Cassé comme le coeur si solide du buis.

 

Al Khansa (VII secolo d.C.)

 

 

 

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,

Mentre vai nella riserva dell'imperatore,

Il guardiano della riserva

Non ti starà osservando

Mentre mi agiti la manica?

 

Nukata no Ohokimi (VII secolo d.C.)

 

 

 

Se fosse possibile morire per amore,

Per mille volte

Io sarei morta e tornata a morire.

 

Kasa no Iratsume (VII secolo d.C.)

 

 

 

Les chaînes de l'amour

De nouveau piégée dans les rets de son amour
J'eus beau faire, rien n'y faisait
Récalcitrante, j'ignorais que plus je me débattrais
Plus étroitement le piège m'enlacerait

Une mer sans rivage, c'est cela l'amour
O malheureuse, comment y surnager !

Si tu veux connaître le fin mot de l'amour
Alors accepte même ce qui déplaît
La ciguë toute bue que l'on s'imagine délice
La cruauté constatée que l'on veut croire bienfait.

 

Rabe’e Balkhi (X secolo d.C.)

 

 

 

Il me faut chanter ici ce que je ne voudrais point chanter
Car j'ai fort à me plaindre de celui dont je suis l'amie
Je l'aime plus que tout au monde
Mais rien ne trouve grâce auprès de lui
Ni Merci, ni Courtoisie, ni ma beauté, ni mon esprit,
Je suis trompée et trahie comme je devrais l'être
Si je n'avais pas le moindre charme.

Une chose me console: jamais, je n'eus de torts
Envers vous, ami. Je vous aime, au contraire
Plus que Seguin n'aima Valence
Et il me plait fort de vous vaincre en amour,
Ami, car vous êtes le plus vaillant de tous.
Mais vous me traitez avec orgueil en paroles et en actes,
Alors que vous êtes si aimable envers d'autres.

Je suis surprise de l'arrogance de votre coeur,
Ami, et j'ai bien sujet d'en être triste
Il n'est point juste qu'un autre amour vous éloigne de moi
Quel que soit l'accueil qu'il vous réserve,
Qu'il vous souvienne du début
De notre amour. A Dieu ne plaise
Que par ma faute il s'achève.

La grande vaillance qui loge en votre coeur
Et votre grand mérite me sont sujets de tourments,
Car je ne connais point dame, proche ou lointaine,
Et en désir d'amour qui vers vous ne soit attirée
Mais vous, ami de si bon jugement,
Vous devez bien reconnaître la plus sincère
Ne vous souvient-il pas de nos jeux partis?

Ma valeur et mon lignage, ma beauté
Et plus encore la sincérité de mon coeur, doivent me secourir
C'est pourquoi je vous envoie, là-bas,
Cette chanson qui me servira de messager
Je veux savoir, mon bel et doux ami,
Pourquoi vous m'êtes si dur et si farouche,
Est-ce orgueil ou indifférence?

Mais je veux, messager, que tu lui dises
Que trop d'orgueil peut nuire à maintes gens.

 

Beatrice contessa Di Dia (XII secolo)

 

 

 

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
Acresce gioia a tutti fin’amanti,
E vanno insieme a li giardini alora
Che gli auscelletti fanno dolzi canti;
La franca gente tutta s’inamora,
E di servir ciascun tragges’inanti,
Ed ogni damigella in gioia dimora;
E me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
E tenemi sovente in forte doglia:
Donar mi vole a mia forza segnore,
Ed io di ciò non ho disìo né voglia,
E ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
Però non mi ralegra fior né foglia.

 

Compiuta Donzella (XIII secolo)

 

 

 

May you come, Love, to gaze upon my glory
And also yours, since the work of your arrows
Has made us both bright and immortal
Wherever anyone loves and longs for Love.

It makes me bright, because I did not refuse
To accept your mortal blows —
Since I was taken by his eyes, those
That nature has never made since or before;

It makes you bright, because I try to praise you
As much as I can in verse and in speech
With wit and in that vein which you gave me.

Now you need to prevent that sun,
Which woke me to be my guide and support,
From leaving my eyes lightless and alone.

 

Gaspara Stampa (1523-1554) 

 

 

 

Depuis qu'Amour cruel empoisonna
Premièrement de son feu ma poitrine,
Toujours brûlai de sa fureur divine,
Qui un seul jour mon coeur n'abandonna.

Quelque travail, dont assez me donna,
Quelque menace et prochaine ruine,
Quelque penser de mort qui tout termine,
De rien mon coeur ardent ne s'étonna.

Tant plus qu'Amour nous vient fort assaillir,
Plus il nous fait nos forces recueillir,
Et toujours frais en ses combats fait être ;

Mais ce n'est pas qu'en rien nous favorise,
Cil qui les Dieux et les hommes méprise,
Mais pour plus fort contre les forts paraître.

 

Louise Labé (1524-1566)

 

 

 

Jouissance

Aujourd'hui dans tes bras j'ai demeuré pâmée,
Aujourd'hui, cher Tirsis, ton amoureuse ardeur
Triomphe impunément de toute ma pudeur
Et je cède aux transports dont mon âme est charmée.

Ta flamme et ton respect m'ont enfin désarmée ;
Dans nos embrassements, je mets tout mon bonheur
Et je ne connais plus de vertu ni d'honneur
Puisque j'aime Tirsis et que j'en suis aimée.

O vous, faibles esprits, qui ne connaissez pas
Les plaisirs les plus doux que l'on goûte ici-bas,
Apprenez les transports dont mon âme est ravie !

Une douce langueur m'ôte le sentiment,
Je meurs entre les bras de mon fidèle Amant,
Et c'est dans cette mort que je trouve la vie.

 

Marie-Catherine Hortense de Villedieu (1632-1683)

 

 

 

Per Amico lontano

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
trovar quiete all’agitata mente
che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
stuolo d’affanni contro me si avvente.
Parmi lunge veder sotto straniero
cielo, e su fragil prora errar dolente
il mio diletto amico, e l’aere nero
che il minaccia ravviso, e il mar fremente.
Odo i gemiti suoi, già di sua vita
vicin veggo il perielio, e grido o dei
deh gli porgete, o Dio pietosi aita!
Mi sveglio allor tremante, e la funesta
imago non mi lascia, e gli occhi miei
d’amaro pianto innondo e pur son desta.

 

Lesbia Cidonia (1746-1801)

 

 

I have a Bird in spring
Which for myself doth sing -
The spring decoys.
And as the summer nears -
And as the Rose appears,
Robin is gone.

Yet do I not repine
Knowing that Bird of mine
Though flown -
Learneth beyond the sea
Melody new for me
And will return.

Fast in a safer hand
Held in a truer Land
Are mine -
And though they now depart,
Tell I my doubting heart
They're thine.

In a serener Bright,
In a more golden light
I see
Each little doubt and fear,
Each little discord here
Removed.

Then will I not repine,
Knowing that Bird of mine
Though flown
Shall in a distant tree
Bright melody for me
Return.

 

Emily Dickinson (1830-1886)

 

 

 

А, ты думал - я тоже такая,
Что можно забыть меня,
И что брошусь, моля и рыдая,
Под копыта гнедого коня.

Или стану просить у знахарок
В наговорной воде корешок
И пришлю тебе страшный подарок -
Мой заветный душистый платок.

Будь же проклят. Ни стоном, ни взглядом
Окаянной души не коснусь,
Но клянусь тебе ангельским садом,
Чудотворной иконой клянусь
И ночей наших пламенных чадом -
Я к тебе никогда не вернусь.

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
Che si possa dimenticare
E che si getti, pregando e piangendo,
Sotto gli zoccoli di un baio.

O vada a chiedere alle fattucchiere
Radici nell’acqua incantata,
E ti mandi il dono terribile
Di un fazzoletto profumato e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
O sguardi l’anima dannata,
Ma ti giuro sul Paradiso,
Sull’icona miracolosa
E sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
Mai più tornerò da te.

 

Anna Akhmatova (1889-1966)

 

 

 

Быть в аду нам, сестры пылкие,
Пить нам адскую смолу, —
Нам, что каждою-то жилкою
Пели Господу хвалу!

Нам, над люлькой да над прялкою
Не клонившимся в ночи,
Уносимым лодкой валкою
Под полою епанчи.

В тонкие шелка китайские
Разнаряженным с утра,
Заводившим песни райские
У разбойного костра.

Нерадивым рукодельницам
— Шей не шей, а всё по швам! —
Плясовницам и свирельницам,
Всему миру — госпожам!

То едва прикрытым рубищем,
То в созвездиях коса.
По острогам да по гульбищам
Прогулявшим небеса.

Прогулявшим в ночи звездные
В райском яблочном саду...
— Быть нам, девицы любезные,
Сестры милые — в аду!

A noi, fervide sorelle,
Toccherà andare all’inferno,
Bere l’infernale pece,
Noi, che in ogni nostra vena
Al Signore lodi alzammo!

Noi su culla e filatoio
Mai ricurve nella notte,
Noi condotte sulla barca
Con indosso l’ampio burka.

Noi, fasciate in fini sete
Della Cina fin dall’alba,
Che cantammo inni celesti
Presso il rogo dei briganti.

Casalinghe neghittose
— Cuci e scuci, e tutto a sfascio! —
Danzatrici e flautiste,
Tutto il mondo ai nostri piedi!

Ora in dosso pochi stracci,
Ora appese fra le stelle.
Per fortezze e per taverne
Marinando i sette cieli.

A passeggio nelle notti
Nel giardino che fu d’Eva...
- A noi, tenere ragazze,
Sorelline mie cortesi,
Toccherà andare all’inferno!

Marina Cvetaeva

 

 

 

حلقه

دخترك خنده كنان گفت كه چيست
راز اين حلقه زر
راز اين حلقه كه انگشت مرا
اين چنين تنگ گرفته است ببر

راز اين حلقه كه در چهره او
اينهمه تابش و رخشندگی ست
مرد حيران شد و گفت:
حلقه خوشبختی است، حلقه زندگی است

همه گفتند: مبارك باشد
دخترك گفت: دريغا كه مرا
باز در معنی آن شك باشد

سال ها رفت و شبی

زنی افسرده نظر كرد بر آن حلقه زر
ديد در نقش فروزنده او
روزهائی كه باميد وفای شوهر
بهدر رفته، هدر

زن پريشان شد و ناليد كه وای
وای، اين حلقه كه در چهره‌ او
باز هم تابش و رخشندگی است
حلقه بردگی و بندگی است

L’anello

Sorridente, la ragazza chiese:
Qual è il segreto di questo anello d’oro?
Il segreto di questo anello d’oro che cinge
Il mio dito così stretto.

Il segreto di questo anello che così splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze.
Sorpreso, l’uomo rispose:
L’anello è felicità, l’anello è vita.

All’unisono, tutti i presenti invocarono: benedizioni.
Sospirò la ragazza:
Se solo non dubitassi sul suo significato!

Passarono gli anni ed una notte

Una donna infelice posò lo sguardo su quell’anello d’oro.
Nel suo brillante cesello vide riflessi
I giorni perduti
Nell’illusione della sincerità del marito.

Affranta, la donna singhiozzò: ahimé!
Ahimé! Questo anello che ancora splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze
È un anello di schiavitù e servaggio.

 

Forugh Farrokhzad


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categoria:poesia, amore, femminismo, donna, libertà
giovedì, 06 marzo 2008

A mon Maître et Mentor

Je vais écouter Sa voix qui me titille, juste derrière l’oreille : « PROPTER PACEM VERSUS BELLUM ».

Daniela

 

 

Sur toute la surface du globe nous nous trouvons en contact avec d’autres grandes Nations. Des questions surviennent et surgiront toujours qui exigent du tact, de la modération, des ménagements de notre part.

Nos hommes d’Etat doivent savoir quand il faut céder, quand il faut résister, et la Nation doit reconnaître l’homme d’Etat qu’elle doit soutenir.

L’histoire de l’homme nous a montré une succession de grands Empires qui sont tombés en poussière ; l’Egypte, l’Assyrie, la Perse, Rome ont grandi et se sont abîmées. Pour qu’il nous soit donné d’éviter leur destin, il faut que nous évitions leurs fautes.

 

« Mille années ne suffisent pas toujours pour créer un Etat. Il suffit d’une heure pour le faire tomber en poussière. »

Lord George Gordon Noel Byron (1788-1824)

 

En ce qui concerne notre politique extérieure, c’est autant notre intérêt que notre devoir de conserver les relations les plus cordiales avec les autres Pays. Malheureusement les Nations se regardent souvent entre elles d’un œil hostile. Et pourtant un peu plus de lumière nous montre que toutes étant choses humaines, toutes devraient être Amies.

Mon Père confesseur, un Jésuite espagnol, faisait comprendre cette idée par une image simple, mais bien frappante. Il racontait qu’un jour se promenant, il vit sur une colline, en face, une forme monstrueuse ; en s’approchant, il y découvrit un homme ; quand il fut tout près, il reconnut son frère.

Les autres Peuples ne sont pas seulement des hommes, ce sont aussi nos frères, et de bien des façons nos intérêts sont les leurs. S’ils souffrent, il nous faut souffrir aussi et tout ce qui leur arrive d’heureux nous est aussi un bienfait.

Les guerres ont ébloui l’imagination de l’Humanité…

On nous parle de la pompe, de tout l’appareil glorieux de la guerre, on répète que chaque soldat porte un bâton de maréchal dans son havresac, mais nous sommes impuissants à imaginer les souffrances infinies qu’elle a causées à la race humaine.

Le carnage et la douleur qui proviennent de la guerre sont affreux, et c’est là un irrésistible argument en faveur de l’arbitrage. L’état de choses actuel est une honte pour l’espèce humaine. On peut excuser les Tribus primitives qui décidaient leurs querelles par la force de la massue ; mais que des Nations civilisées emploient de semblables moyens, voilà qui répugne non seulement à notre sens moral, mais à notre sens commun.

Aujourd’hui l’Europe maintient 3.500.000 hommes sur le seul pied de paix ; le pied de guerre monte à 10.000.000 d’hommes, et l’on se prépare à le faire monter à 20.000.000. Les dépenses nominales s’élèvent tous les ans à £ 200.000.000 mais les armées du continent étant presque toutes recrutées par la conscription, les dépenses réelles sont beaucoup plus grandes. Ajoutons que si ces 3.500.000 d’hommes étaient employés à un labeur utile, en estimant le produit de ce labeur à £ 50 par an, c’est de £ 175.000.000 qu’il faudrait augmenter les sommes indiquées plus haut, ce qui ferait monter la totalité des dépenses de guerre de l’Europe à £ 375.000.000 par an !

Certainement il y a des considérations plus grandes et plus graves que celles qui concernent l’argent ; mais en somme l’argent représente de la Vie et du labeur humains. Il est impossible de considérer de tels préparatifs militaires et maritimes sans concevoir les plus grandes inquiétudes.

S’ils ne nous mènent pas à la guerre, c’est à la banqueroute et à la ruine qu’ils nous conduiront un jour.

Les principaux Pays de L’Europe s’enfoncent de plus en plus dans la dette. Pendant les trente dernières années, la dette de l’Italie a passé de £ 483.000.000 à £ 530.000.000, celle de l’Autriche de £ 340.000.000 à £ 580.000.000, celle de la Russie de £ 340.000.000 à £ 850.000.000, celle de la France enfin de £ 500.000.000 à £ 1.600.000.000. Si l’on additionne les montants des dettes contractées par les Gouvernements du monde entier, on voit qu’ils atteignaient en 1870 le chiffre de £ 4.000.000.000, fardeau fabuleux, terrible, écrasant.

Que dirons-nous aujourd’hui ?

Ces dettes réunies s’élèvent à plus de £ 8.000.000.000 et grandissent de jour en jour.

Le pis est que la plus grande partie de cette charge énorme, terrifiante, n’est représentée par aucune valeur réelle, n’a rien produit d’utile ; purement et simplement on l’a gaspillée, ou, ce qui, au point de vue international, est plus triste, on l’a dépensée à faire la guerre ou à préparer la guerre. De fait, jamais, aujourd’hui, nous ne connaissons le véritable état de Paix ; en réalité, nous sommes toujours en guerre, sans batailles, sans carnage, heureusement, mais non sans de terribles souffrances.

Même en Angleterre, un tiers du revenu national sert à préparer des guerres futures, un autre tiers à payer le prix des guerres passées, si bien qi’il ne reste qu’un tiers pour gouverner et administrer le Pays. Ses intérêts engagés sont énormes, et les intérêts de toutes les Nations sont si entremêles qu’aujourd’hui toute guerre est, de fait, une guerre civile. 

Bien que ma formule ne soit pas « la Paix à tout prix », je n’ai pas honte de dire qu’elle est « la Paix presque à tout prix ». Evidemment il y a un certain nombre de questions vitales qu’on ne peut soumettre à l’arbitrage, mais le comte Russel, qui fait autorité, disait qu’il n’y a pas eu un seul cas de guerre, pendant les cent dernières années, que l’on n’eût pu régler sans avoir recours aux armes.

La dernières fois que je vis Monsieur G., nous causions de ce sujet, et il me dit avec la façon si vivante de s’exprimer qui lui était familière, que si les dépenses continuaient à marche du même pas, le jour arriverait où les Français ne seraient plus qu’un peuple de mendiants devant une rangée de casernes. Depuis lors les dépenses n’ont pas continué du même pas : elles se sont accélérées.

On ne peut pas songer à l’Etat de l’Europe sans inquiétude.

La Russie est ruinée par le nihilisme ; l’Allemagne a peur du socialisme ; la France est terrorisée par la menace de l’anarchie et marche vite à la banqueroute. Certes, il n’y a rien qui puisse justifier, excuser les derniers crimes anarchistes, mais rien n’arrive en ce monde qui n’ait une cause. Sur le continent les ouvriers fournissent pour de bien pauvres salaires des heures de travail terriblement longues. Qu’on lise les rapports récemment venus d’Italie et l’on verra la misérable condition des travailleurs agricoles dans ce pays. En France et ailleurs la condition des petits propriétaires ne vaut guère mieux.

J’ai eu beaucoup de sympathie pour la cause de la journée de huit heures, mais les impôts nécessaires au maintien des armées et des marines obligent chaque homme et chaque femme, en Europe, à travailler au moins une heure de plus par jour.

En réalité la religion de l’Europe n’est pas le Christianisme : c’est le culte du Dieu de la guerre.

Bien des Pays travaillent aussi à se faire la guerre, et d’une façon tout aussi stupide, par des vexations financières.

Cowper a dit :

 

« La barrière des montagnes fait les haines des Nations, qui voudraient, autrement, comme les gouttes d’une même eau, se rejoindre et s’unir.»

 

Mais, de fait, les pires barrières sont celles que les Nations ont élevées entre elles : barrières de douanes, de droits d’entrée, pis encore, toutes les jalousies, toutes les malveillances sans raison qui font que chacune attribue à l’autre de desseins hostiles, que nulle d’entre elles n’a jamais conçus peut-être.

Ce même esprit de jalousie et d’hostilité qui est si souvent au fond des relations internationales, aigrit aussi de la plus triste façon la politique intérieure. Mais insulter n’est pas discuter ; c’est plutôt confesser sa faiblesse. On dit, il est vrai, que les révolutions ne se font pas à l’eau de rose. Et pourtant on a produit plus de changements dans la constitution du monde par la discussion que par la guerre, et même là où l’on s’est servi de la guerre, la plume a bien souvent dominé l’épée. Les idées sont plus puissantes que les baïonnettes. 

 

« L’Humanité, »

 

dit Mill,

 

« est encore trop peu avancée pour qu’un homme puisse sentir cette sympathie universelle avec tous les autres, qui rendrait impossible tout désaccord dans la direction générale de toutes les vies ; mais déjà celui en qui le sentiment social est réellement développé, ne peut songer au reste des êtres semblables à lui-même comme à des rivaux qui luttent contre lui pour gagner le bonheur, et qu’il doit désirer voir vaincus dans leurs efforts afin qu’il puisse réussir dans les siens. »

 

Lord Bolingbroke, dans son essai intitulé « De l’esprit de patriotisme », approuve en la citant une remarque de Socrate :

 

« Quoique aucun homme n’ose entreprendre un métier qu’il n’a pas appris, même le plus humble, tout le monde cependant se croit compétent à faire le métier le plus difficile de tous, celui de gouverner. »

 

Il parlait d’après l’expérience qu’il avait de la Grèce.

Il ne parlerait pas autrement s’il vivait en ce moment en Europe.

Nous avons en effet une variété très considérable de problèmes qui demandent une solution immédiate.

Nous essayons tous de donner une éducation à nos enfants, mais il est probable que personne ne serait d’avis que nous ayons trouvé un système parfait.

Les luttes entre le capital et le travail sont en train d’appauvrir notre commerce, de gêner l’essor de nos manufactures et, pour peu qu’elles durent, elles feront baisser les salaires en abaissant la demande.

La santé de nos grandes villes laisse encore beaucoup à désirer.

La science est encore dans son enfance.

D’ailleurs, toute question de progrès, à part la vie quotidienne de la communauté demande un perpétuel effort.

Les débats du Parlement, la direction des affaires locales, l’administration des bureaux de Bienfaisance, bref, les affaires de la Communauté tout entière exigent autant de soin et d’attention que celles des individus, et il y a une tendance croissante, que l’on peut approuver ou désapprouver, selon ses idées, vers une organisation autonome.

Et puis, nous avons toujours des pauvres parmi nous. Mais grâce en partie à nos nombreuses institutions charitables, à une sympathie de plus en plus grande entre les pauvres et les riches, et, en partie aussi, grâce à nos lois en faveur des pauvres, au libre échange et aux conditions physiques plus satisfaisantes dont nous jouissons : il y a une moindre disposition à l’anarchie et au socialisme que dans d’autres Pays.

L’enthousiasme est sans doute le levier qui fait mouvoir le monde, mais il est triste de penser combien de temps et d’argent on a gaspillé en de vaines expériences qui, coup sur coup, avaient avorté déjà. Elles ont été pires qu’inutiles, puisqu’elles ont fait du mal plutôt que du bien à ceux qu’elles devaient aider.

Venir efficacement en aide à Autrui est chose moins facile qu’on ne croit. Il y faut beaucoup de jugement et de clairvoyance, en même temps que beaucoup de bonté.

L’argent n’est pas la chose la plus essentielle.

En effet, une autorité en ces matières,  Mlle Sewell, dit :

 

« J’ai l’air de lancer un paradoxe, mais je crois vrai de dire que plus un quartier est pauvre, moins il est nécessaire que la charité s’y fasse avec de l’argent, du moins tout d’abord. »

 

La sollicitude et l’Amour valent mieux que l’or.

Ceux qui donnent leur temps donnent plus que ceux qui donnent leur argent.

D’ailleurs il est fort à craindre que l’argent et l’enthousiasme, sans l’expérience et la discipline, ne fassent plus de mal que de bien, car ce que l’on a mal fait peut nuire plus que ce que l’on a négligé de faire.

Il vaut mieux donner de l’espoir et de la force que des secours en argent. L’aide la plus efficace n’est pas de prendre pour soi les maux d’Autrui, mais bien d’inspirer aux hommes la confiance et l’énergie nécessaires pour qu’ils les supportent seuls, pour qu’ils apprennent à affronter courageusement les difficultés de la vie.

Il faut avoir soin de ne pas affaiblir le ressort de l’Indépendance, dans notre désir de soulager la misère d’Autrui. Il y a toujours cette difficulté initiale, qu’en aidant les hommes, on leur enlève leur principal motif de travailler ; on affaiblit leur sentiment d’Indépendance : tous les Etres qui vivent aux dépens d’Autrui tendent à devenir de simples parasites. Par conséquent, ne donnez jamais un secours en argent ; donnez seulement aux gens une occasion de se secourir eux-mêmes.

Nous devrions toujours nous demander si nous ne sommes pas en train de détruire chez le pauvre le sentiment de ses devoirs au lieu de lui donner les moyens de mieux les remplir. Les relations humaines sont choses si complexes que nous devons tous nécessairement beaucoup de choses à notre prochain ; mais dans la mesure du possible, tout homme devrait s’efforcer de se tirer d’affaire seul.

Nous ne pouvons pas nous attendre à voir les Autres se conformer à notre idéal. Nous ne pouvons que les aider à réaliser ce qu’il y a de plus élevé dans le leur et les encourager dans tout effort de perfectionnement moral. Toutes les fois qu’on donne trop généreusement de l’argent, c’est pour se débarrasser de quelque responsabilité plutôt que par charité vraie. Cependant tout effort dépensé en vue du bien général attire invariablement une récompense. Aucun travail ne nous apporte plus de bonheur que celui que nous avons accompli dans un but désintéressé. Avoir travaillé pour Autrui, ajoute une dignité au travail le plus humble.

Les affaires publiques - commissions, élections et réunions électorales, discours, conseils municipaux ou généraux - voilà des choses peu romanesques sans doute, qui n’éblouissent pas l’imagination et ne font pas battre le cœur. Cependant un vote en temps de paix vaut un coup d’épée en temps de guerre, et son efficacité n’est pas moindre, bien qu’il ne soit point versé de sang et que la paix ne soit point troublée.

Le vote n’est pas un droit : c’est un devoir que nous devons tous nous préparer à remplir.

Méditons aussi les nobles paroles de Marc-Aurèle :

 

« Offre au gouvernement du dieu qui est au-dedans de toi un être viril mûri par l’age, ami du bien public, un Romain, un empereur, un soldat à son poste, comme s’il attendait le signal de la trompette, un homme prêt à quitter la vie dont la parole n’a besoin ni de l’appui d’un témoin ni du témoignage de personne. »

 

 

Europe, le 1er janvier 1900

 

Une voyageuse européenne à l’aube d’un nouveau siècle

 

 

Gli ultimi anni del diciannovesimo secolo furono illuminati da una proposta meravigliosa che poi fu lasciata cadere completamente in oblio.

Nell’agosto del 1898 lo zar Nicola II invitò gli Stati Uniti d’America a incontrarsi per una conferenza destinata a garantire la pace tra le nazioni e a mettere fine all’incessante aumento degli armamenti che impoverivano l’Europa.

Il messaggio del sovrano iniziava così:

 

« Il mantenimento della Pace generale e una eventuale riduzione degli armamenti eccessivi, il cui peso grava tutto sui popoli, sono evidentemente, nelle attuali condizioni del mondo intero, l’ideale verso il quale tutti i Governi dovrebbero tendere i loro sforzi. »

 

Grandissime, certo, le difficoltà per giungere a un accordo del genere, ma non insuperabili a prima vista. Alla conferenza (18 maggio-29 luglio 1899), riunita sotto la presidenza del barone russo de Staal, parteciparono 26 Stati, che delegarono i loro luminari di sapienza; l’inviato della Germania fu il conte Münster, dell’Inghilterra Sir Julian Pauncefote, degli Stati Uniti Andrew Dickson White, dell’Italia il conte Nigra, della Francia Léon Bourgeois; la Spagna delegò il duca di Tetouan, la Cina Yang Yu, la Persia il suo poeta Reza Khan e la Serbia l’illustre scrittore Miyatovich.

La giovane regina d’Olanda, Guglielmina, mise a disposizione dei delegati il grande palazzo dell’Aia.

Una piccola discussione tra Lord Salisbury e l’americano Dick Olney mise in luce quale sarebbe stato il punto nevralgico della discussione.

Che cosa sarebbe accaduto se, nonostante la riprovazione da parte del congresso di questa o di quella guerra, una o più nazioni avessero aperto le ostilità ?

Come dare al congresso il potere di far rispettare le sue deliberazioni ?

Il dibattito durò per mesi ma l'accordo sul disarmo, principale obiettivo della riunione, non venne raggiunto: furono, invece, firmate tre convenzioni, due delle quali riguardavano la regolamentazione della guerra terrestre e marittima e una terza, la più importante, prevedeva la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A questo scopo fu creata la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia o Corte dell'Aia.

Quel programma di Pace universale e l’iniziativa di quella conferenza fanno vedere sotto una luce orrenda il massacro dello zar e ella sua famiglia, compiuto più tardi dai suoi sudditi in rivolta.

 

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martedì, 04 marzo 2008

à Marie-Ancolie

avec Sympathie, ce mot si beau qui veut dire sentir avec…

Daniela

 

 

 

SI TÚ ME OLVIDAS


Quiero que sepas
Una cosa.

Tú sabes cómo es esto:
Si miro
La luna de cristal, la rama roja
Del lento otoño en mi ventana,
Si toco
Junto al fuego
La impalpable ceniza
O el arrugado cuerpo de la leña,
Todo me lleva a ti,
Como si todo lo que existe,
Aromas, luz, metales,
Fueran pequeños barcos que navegan
Hacia las islas tuyas que me aguardan.

Ahora bien,
Si poco a poco dejas de quererme
Dejaré de quererte poco a poco.

Si de pronto
Me olvidas
No me busques,
Que ya te habré olvidado.

Si consideras largo y loco
El viento de banderas
Que pasa por mi vida
Y te decides
A dejarme a la orilla
Del corazón en que tengo raíces,
Piensa
Que en ese día,
A esa hora
Levantaré los brazos
Y saldrán mis raíces
A buscar otra tierra.

Pero
Si cada día,
Cada hora
Sientes que a mí estás destinada
Con dulzura implacable.
Si cada día sube
Una flor a tus labios a buscarme,
Ay amor mío, ay mía,
En mí todo ese fuego se repite,
En mí nada se apaga ni se olvida,
Mi amor se nutre de tu amor, amada,
Y mientras vivas estará en tus brazos
Sin salir de los míos.


Pablo NERUDA



SI TU M'OUBLIES


Si tu m'oublies
Je veux que tu saches
Une chose.

Tu sais ce qu’il en est:
Si je regarde
La lune de cristal, la branche rouge
Du lent automne de ma fenêtre,
Si je touche
Près du feu
La cendre impalpable
Ou le corps ridé du bois,
Tout me mène à toi,
Comme si tout ce qui existe,
Les arômes, la lumière, les métaux,
Etaient de petits bateaux qui naviguent
Vers ces îles à toi qui m’attendent.

Cependant,
Si peu à peu tu cesses de m’aimer
Je cesserai de t’aimer peu à peu.

Si soudain
Tu m’oublies
Ne me cherche pas,
Puisque je t’aurai aussitôt oubliée.

Si tu crois long et fou
Le vent de drapeaux
Qui traversent ma vie
Et tu décides
De me laisser au bord
Du coeur où j’ai mes racines,
Pense
Que ce jour-là,
A cette même heure,
Je lèverai les bras
Et mes racines sortiront
Chercher une autre terre.

Mais
Si tous les jours
A chaque heure
Tu sens que tu m’es destinée
Avec une implacable douceur.
Si tous les jours monte
Une fleur à tes lèvres me chercher,
O mon amour, ô mienne,
En moi tout ce feu se répète,
En moi rien ne s’éteint ni s’oublie,
Mon amour se nourrit de ton amour, ma belle,
Et durant ta vie il sera entre tes bras
Sans s’échapper des miens.


Pablo NERUDA



SE TU MI DIMENTICHI


Voglio che tu sappia
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
Se guardo
La luna di cristallo, il ramo rosso
Del lento autunno alla mia finestra,
Se tocco
Vicino al fuoco
L’impalpabile cenere
O il rugoso corpo della legna,
Tutto mi conduce a te,
Come se cio’ che esiste
Aromi, luce, metalli,
Fossero piccole navi che vanno
Verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
Se a poco a poco cessi di amarmi
Cesserò d’amarti poco a poco.
Se d’improvviso
Mi dimentichi,
Non cercarmi,
Ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
Il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
E ti decidi
A lasciarmi sulla riva
Del cuore in cui ho le radici,
Pensa
Che in quel giorno,
In quell’ora,
Leverò in alto le braccia
E le mie radici usciranno
A cercare altra terra.

Ma
Se ogni giorno,
Ogni ora
Senti che a me sei destinata
Con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
Alle tue labbra un fiore a cercarmi,
Ahi, amor mio, ahi mia,
In me tutto quel fuoco si ripete,
In me nulla si spegne né si dimentica,
Il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
E finché tu vivrai starà tra le tue braccia
Senza uscire dalle mie.


Pablo NERUDA



IF YOU FORGET ME


I want you to know
One thing.

You know how this is:
If I look
At the crystal moon, at the red branch
Of the slow autumn at my window,
If I touch
Near the fire
The impalpable ash
Or the wrinkled body of the log,
Everything carries me to you,
As if everything that exists,
Aromas, light, metals,
Were little boats
That sail
Toward those isles of yours that wait For me.

Well, now,
If little by little you stop loving me
I shall stop loving you little by little.

If suddenly
You forget me
Do not look for me,
For I shall already have forgotten you.

If you think it long and mad,
The wind of banners
That passes through my life,
And you decide
to leave me at the shore
of the heart where I have roots,
remember
that on that day,
at that hour,
I shall lift my arms
and my roots will set off
to seek another land.

But
If each day,
Each hour,
You feel that you are destined for me
With implacable sweetness,
If each day a flower
Climbs up to your lips to seek me,
Ah my love, ah my own,
In me all that fire is repeated,
In me nothing is extinguished or Forgotten,
My love feeds on your love, beloved,
And as long as you live it will be in your Arms
Without leaving mine.

Pablo NERUDA

 

 

 

 

Nous avons dans la vie bien des peines et de tous genres. Quelques chagrins ne sont hélas ! Que trop réels, surtout ceux dont nous sommes la cause, mais les autres, les plus nombreux peut-être, ne sont que des Fantômes de chagrins. Quand nous les regardons en face, nous découvrons qu’ils n’ont ni substance, ni réalité, et ne sont que les créations de notre imagination morbide. On peut dire aujourd’hui avec autant de vérité que du temps de David :

 

«  L’homme s’agite dans une ombre vaine. »

 

Quelques-unes de nos peines, il est vrai, sont des malheurs, mais n’ont pas de réalité, tandis que d’autres sont réelles, mais ne sont pas de malheurs.

 

« dans quel abîme insondable l’esprit humain se précipite lorsqu’il se laisse agiter par les chagrins de ce monde ; s’il oublie sa propre lumière qui est la joie éternelle et se jette, comme le fait l’homme d’aujourd’hui, dans les ténèbres du dehors qui sont les soucis de ce monde, il ne sait que se lamenter. »

(Boèce, Consolations)

 

« Il est agréable d’habiter Athènes »,

 

dit Epictète,

 

« mais il vaut encore mieux être heureux, affranchi des passions, libre de toute inquiétude. »

 

Nous devons nous efforcer de nous maintenir :

 

« Dans ce bienheureux état d’esprit

Qui allège le fardeau de l’inconnu

Et le poids lourd et fatigant

De ce monde incompréhensible. »

(Willam Wordsworth)

 

Ainsi nous ne craindrons « ni l’exil d’Aristide, ni la prison d’Anaxagoras, ni la pauvreté de Socrate, ni la condamnation de Phocion, mais nous regardons la vertu comme digne de notre Amour, même au prix de pareilles épreuves ». (Plutarque) nous serions alors presque entièrement indépendants des circonstances extérieures, car :

 

« Stone walls do not a prison make,
Nor iron bars a cage;
Minds innocent and quiet take
That for an hermitage;
If I have freedom in my love,
And in my soul am free,
Angels alone that soar above
Enjoy such liberty. »

 

« Ce ne sont pas les murailles de pierre qui font la prison,

Ni les barreaux de fer, ni la cage :

Les âmes innocentes et calmes

S’en font un ermitage. »

Si je suis libre d’aimer qui je veux

Et si mon âme est libre,

Seuls, les anges qui planent au-dessus de nous

Jouissent d’une liberté comparable à la mienne. »

(Richard Lovelace, 1618–1657?)

 

Shakespeare nous dit avec beaucoup de sagesse:

 

« Dans tous les endroits que le soleil éclaire

Le sage trouve un part et un heureux asile. »

 

Le bonheur dépend plus de ce qui est en nous que de ce qui est hors de nous. Hamlet dit que « le monde est une très belle prison où il y a des chambres de détention, des salles de gardes et des cachots, le Danemark étant le plus horrible de tous. » Et, comme Rosencrantz n’est pas de son avis, il répond sagement :

 

« Eh bien ! Pas pour vous, peut-être ; rien n’est tout à fait bon, ni tout à fait mauvais, sinon dans notre imagination : pour moi, le Danemark est une prison. »

 

« Tout dépend de la manière dont on juge les choses. »,

 

dit Marc-Aurèle,

 

« Comment ce qui ne gâte pas un homme peut-il gâter la vie ? Mais certainement la mort, la vie, l’honneur et le déshonneur, la souffrance et le plaisir sont le partage à la fois des bons et des méchants ; car ce sont des choses qui ne nous rendent ni meilleurs ni pires. »

 

« Nos plus grands maux viennent de nous-mêmes »,

 

dit Jérémie Taylor,

 

« et c’est aussi en nous que nous devons chercher notre plus grand bien. »

 

« L’âme »

 

dit Milton,

 

« dépend d’elle-même et elle a le pouvoir

De faire de l’enfer le ciel et du ciel l’enfer. »

 

Certes Milton, dans sa cécité, avait de plus belles visions, et Beethoven, malgré sa surdité, entendait de plus célestes accords, que nous ne pourrions en rêver.

Lorsque nous ne savons ce qui peut arriver, nous sommes tout disposés à craindre le pire ;

Mais lorsque nous connaissons toute l’étendue d’un danger, il n’existe pour ainsi dire plus. Aussi craignons-nous plus les Fantômes que les voleurs, non seulement sans raison, mais contre toute raison ; car, même si les Fantômes existaient, comment pourraient-ils faire du mal ?

Dans leurs histoires de Fantômes, ceux mêmes qui disent en avoir vu, prétendent rarement en avoir touché.

Milton, dans sa description de la mort, l’enveloppe volontairement de ce caractère d’obscurité :

 

« L’autre forme,

Si l’on peut appeler forme ce qui n’avait aucune forme

Distincte, ni dans ses membres, ni dans ses jointures, ni dans ses articulations,

L’autre substance, si l’on peut ainsi nommer ce qui avait l’air d’une ombre,

La Mort, était sombre comme la nuit,

Féroce comme dix furies, terrible comme l’enfer

Et elle brandissait un horrible dard. Ce qui semblait sa tête

Portait l’apparence d’une couronne royale. »

 

Les terreurs que font naître la mort et les ténèbres sont admirablement exprimées dans un des plus sublimes passages de Job :

 

« Les visions de la nuit agitaient mes pensées,

A l’heure où le profond sommeil s’abat sur les hommes ;

La frayeur me prit, avec un tremblement,

Qui secoua tous mes os.

Un esprit passa devant ma face

Et sur ma chair, mes cheveux se dressèrent :

Une figure était devant mes yeux

Qui restait immobile, mais je ne pouvais en discerner la forme.

Tout était silencieux et j’entendis une voix disant :

L’homme mortel est-il plus juste que Dieu ? »

 

C’est ainsi que la terreur se transforme en une leçon de consolation et de miséricorde.

Nous exagérons souvent nos peines et nos difficultés et nous les regardons comme bien plus importantes qu’elles ne le sont en réalité.

Les dangers sont souvent « sans importance, quand une fois, ils nous ont semblé peu importants, et les hommes ont été plus souvent déçus que vaincus par les dangers.

Bien plus, il vaudrait mieux aller jusqu’à mi-chemin au-devant de certains dangers, quand bien même ils disparaissent à notre approche, que de veiller trop longtemps à les attendre. Car si la veillée est trop longue, on court le risque de s’endormir. » (Bacon)

Il est sage d’être prévoyant, mais absurde de s’attrister à l’avance, et les châteaux en Espagne valent mieux que les cachots imaginaires.

Malheureusement, trop souvent un faux pas, volontaire ou non, nous fait perdre le droit chemin et nous égare.

Pouvons-nous alors revenir sur nos pas ?

 Pouvons-nous retrouver ce que nous avons perdu ?

Oui, cela est possible. Il est trop triste d’affirmer que :

 

« Un soupir de trop, un baiser trop tendre,

Les yeux se voilent, les larmes coulent,

Et la vie est changée à jamais. »

(Georges Macdonald, 1824-1905)

 

Voici deux belles maximes de Socrate :

 

« Il vaut mieux subir le mal que de le commettre. »

 

« Lorsqu’un homme s’est mal conduit, il lui est plus avantageux d’être puni que de rester impuni. »

 

Nous considérons, en général, l’égoïsme comme un défaut et un danger pour le bonheur du genre humain. Cela n’est pas tout à fait juste. Malheureusement beaucoup de gens sont sottement égoïstes et poursuivent un but qui ne peut satisfaire ni eux, ni ceux qui les entourent.

Je ne suis pas tout à fait de l’avis de Goethe, mais n’a-t-il pas en partie raison, quand il dit que « chaque homme doit commencer par lui-même, doit s’occuper tout d’abord de son propre bonheur qui contribuera certainement plus tard au bonheur du monde entier ».

Cette affirmation est trop absolue, et on peut, sans doute, y faire des objections ; mais, assurément, si chacun voulait éviter les excès et prendre soin de sa santé, conserver ses forces et sa bonne humeur, il rendrait sa famille heureuse et ne serait pas cause de ces petits ennuis qui empoisonnent la vie domestique. Il s’occupait de ses propres affaires, resterait sobre et paierait ses dettes ; en un mot, suivant le proverbe chinois :

 

« Il balaierait la neige devant sa porte et ne ferait pas attention à la gelée sur les tuiles de la maison voisine. »

 

Si cette conception de la vie n’est pas la plus noble, elle est du moins fort avantageuse pour la famille, les parents, les amis. Mais, malheureusement :

 

« Parcourez du regard le monde habité et voyez combien peu de personnes

Connaissent leur propre bien et, le connaissant, cherchent à l’atteindre. »

(John Dryden, 1631-1700)

 

Il serait beau d’amener les homes à comprendre qu’ils ne peuvent jamais ajouter à leur bonheur en faisant le mal. Lorsqu’il s’agit d’enfants, nous le reconnaissons bien ; nous voyons qu’un enfant gâté n’est pas heureux, qu’il vaudrait beaucoup mieux qu’il eût été puni tout de suite et sauvé ainsi de plus grandes souffrances dans l’avenir.

La belle idée d’un Ange gardien que chaque homme aurait auprès de lui est certes vraie ; car la conscience veille sans cesse, toujours prête à nous avertir du danger.

Sans doute, nous nous sentons souvent disposés à nous plaindre ; mais c’est là une noire ingratitude :

 

« Car qui de nous,

Malgré ses souffrances, voudrait renoncer à cette vie intellectuelle,

A ces pensées qui errent à travers l’éternité,

Pour périr, englouti et perdu,

Dans le vaste sein de la pensée incréée. »

(John Milton, 1608-1674)

 

Mais, dira-t-on peut-être, notre vie ici-bas n’est qu’une préparation à une autre existence dans un monde meilleur. Eh bien ! Alors, pourquoi nous plaindrions-nous de ce qui n’est qu’un acheminement vers un bonheur à venir ?

 

Count each affliction, whether light or grave,

God's messenger sent down to thee; do thou

With courtesy receive him; rise and bow

And ere his shadow pass thy threshold, crave

Permission first his heavenly feet to lave

Then lay before him all thou hast : Allow

No cloud of passion to usurp thy brow,

Or mar thy hospitality; no wave

Of mortal tumult to obliterate

The soul's marmoreal calmness: Grief should be,

Like joy, majestic, equable, sedate;

Confirming, cleansing, raising, making free;

Strong to consume small troubles; to commend

Great thoughts, grave thoughts, thoughts lasting to the end.

 

« Considère chaque affliction, légère ou profonde,

Comme un messager que Dieu t’envoie. Reçois-le

Avec courtoisie, lève-toi et salue-le.

Avant que son ombre ait passé ton seuil, implore

La permission de laver ses pieds divins ;

Puis présente-lui tout ce que tu as ; ne permets

Pas au nuage de la colère d’assombrir ton front

Ou de troubler ton hospitalité, ni aux vagues

Des passions humaines d’altérer

Le calme marmoréen de ton âme. Le chagrin devrait être,

Comme la joie, digne, réservé, tranquille,

Il devrait fortifier, purifier, élever, affranchir.

Puissant à anéantir les petites peines, il doit faire naître

De grandes pensées, des pensées graves, des pensées qui durent jusqu’à la fin. »

(Aubrey Thomas de VERE, 1814-1902)

 

Certaines personnes sont comme les eaux de Bethesda et ont besoin d’être troublées pour exercer toute leur vertu.

 

« Nous retirerons plus de joie de toutes les bénédictions dont nous sommes l’objet, »

 

dit Plutarque,

 

« si nous les supposons absentes et si nous pensons de temps en temps aux gens malades qui soupirent après la santé, aux peuples en guerre qui soupirent après la paix, aux étrangers et aux inconnus qui, dans une grande ville, désirent ardemment être connus et trouver des amis. Alors nous n’attendrons pas d’avoir perdu chacune de ces bénédictions pour en sentir et en apprécier la valeur. Et cependant, il nous est bienfaisant de regarder surtout à notre foyer et à notre propre condition ; si nous nous comparons à d’autres, de considérer les gens qui sont plus pauvres que nous et non, comme on le fait toujours, ceux qui sont plus aisés…

Vous trouverez des habitants de Chios, des Galates, des Bithyniens mécontents de la part de gloire ou de pouvoir qu’ils ont parmi leurs concitoyens et se désolant de ce qu’ils ne portent pas de chaussures de sénateurs ; s’ils deviennent sénateurs, ils plurent parce qu’ils ne sont pas prêteurs à Rome ; s’ils obtiennent cette charge, parce qu’ils ne sont pas consuls ou, s’ils sont consuls, parce qu’ils n’ont été nommés qu’en second…

Chaque fois que vous voyez passer quelqu’un en litière, ne vous préoccupez pas de l’idée que c’est un plus grand personnage que vous baissez les yeux et regardez à ceux qui portent la litière. »

 

Il dit plus loin :

 

« Je suis très frappé de la remarque de Diogène à un étranger qui s’habillait avec beaucoup d’élégance pour une fête :

« Un homme sage ne considère-t-il pas tous les jours de la vie comme une fête ? Sachant que la vie est la plus complète initiation à toutes choses, nous devrions toujours nous sentir calmes et joyeux. »

 

La vie, comprise comme elle doit l’être, nous rend capables « d’accepter le présent sans plaintes, de nous rappeler le passé avec reconnaissance et d’attendre l’avenir avec joie et confiance, sans crainte et sans méfiance ».

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 04, 2008 00:54 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, filosofia, libertà
venerdì, 29 febbraio 2008

à mon Père, le premier Homme de ma vie, qui a fait de moi un Homme.

Merci, Papa.

Daniela

 

 

« Pour transformer le monde, il n'est pas besoin pour toi de la pioche, de la hache et de la truelle et de l'épée. Mais il te suffit de le regarder seulement avec ces yeux de l'esprit qui voit et qui entend. »

Paul Claudel 

 

 

L’idéologie rend sourds et aveugles.

Elle refuse d’écouter ce qui n’entre pas dans son univers sectaire.

La grande majorité des gens sont sourds et aveugles aux problèmes du monde ! Tant qu’ils ne sont pas directement concernés et que les fléaux ne leur tombent pas sur la tête, ils s'en moquent !

Ils ne voient même pas qu'une grande partie de ces problèmes ont une incidence directe sur leur vie.

La Liberté n’est pas une exigence que nous devrions attendre de la Société ou de l’Etat ; elle est d’abord une exigence intérieure.

Quand les prisons de nos regards et les tombeaux des mots s'ouvrent, quand les barbelés de nos représentations sont arrachés, quand les écrans et les voiles de nos esprits sont déchirés et que les regard en miroirs sont brisés, alors les regards simples, pauvres et nus se lèvent et, sans appui, marchent à travers les murs. Comme les vitraux d'une cathédrale de lumière, ils dansent les mille couleurs des choses. Sur la montagne vide, par delà la grâce des mots et la lourdeur des choses, les mots se font silence-sonore, ténèbres-lumineuses, absence-présence.

Folie humaine ou sagesse divine?

C'est la douce folie des Enfants, des Artistes et des Saints qui nous invitent à « vivre en poésie », accordés avec cet au-delà, qui se voile et se dévoile dans le silence des choses comme dans les secrets de nos histoires.

 

 

 

Ce qu’il y a de plus important dans la vie, c’est d’apprendre à vivre.

Il n’y a rien que les hommes se montrent plus désireux de conserver que la vie, et il n’y a rien qu’ils s’efforcent moins de bien diriger.

Y réussir est chose moins facile qu’on ne pense.

 

« La vie, »

 

dit Hippocrate au commencement de ses Aphorismes médicaux,

 

« est courte, l’art est long, l’occasion passagère, l’expérience trompeuse et le jugement difficile. »

 

Le bonheur et le succès ne dépendent pas des circonstances, mais de nous-mêmes.

 

« Plus d’hommes ont dû leur ruine à leurs propres fautes qu’à la malveillance des autres ; plus de maisons et de villes ont été anéanties par l’homme que par des tempêtes et des tremblements de terre. »

 

Parler aujourd'hui d'émerveillement peut sembler une folie, mais cette folie n'est-elle pas la plus grande sagesse devant la désespérance de ce monde?

Toute l’histoire de la philosophie, depuis les Pré-socratiques jusqu’à Heidegger tourne autour de ce mystère de l’étonnement devant le sublime de la vie.

 

« Avoir l'esprit philosophique, »

 

écrit Schopenhauer,

 

« c'est être capable de s'étonner des événements habituels et des choses de tous les jours. »

 

Et Einstein nous assure :

 

« Celui qui a perdu la faculté de s'émerveiller et qui juge, c'est comme s'il était mort, son regard s'est éteint. »

 

Nous retrouvons chez tous les grands hommes cette illumination du regard. L'homme devient génial quand son moi ne fait pas écran entre le réel et la vérité; par leur avoir, leur pouvoir, ou leur savoir, les hommes se rendent aveugles.

L'homme d'aujourd'hui tombe volontiers dans l'erreur de croire que tout peut être expliqué, qu'il n'y a plus de mystère. Et que l'émerveillement ne serait que l'effet de la nouveauté sur des esprits ignorants.

L'humanité occidentale périt de cette perte du sens du merveilleux, qui est une confusion entre problème et mystère. Elle a perdu le sens du réel, en confondant réel, imaginaire et symbolique.

L'idolâtrie des choses ou des idées, et maintenant des images, est une vieille tentation de l’humanité !

S'étonner, c'est se laisser surprendre par les choses les plus simples de la vie.

Entre le choc de l'étonnement et la terre promise de l'émerveillement, il y a un long chemin d'exode, où notre esprit s'éveille et où notre regard se libère.

Il nous est dit au premier chapitre de la Genèse qu’à la fin du sixième jour :

 

« Dieu vit tout ce qu’il avait fait et voici, tout était très bien. »

 

Non seulement bien, mais très bien ; et cependant combien peu d’entre nous savent apprécier l’admirable monde où nous vivons ?

Plusieurs d’entre nous marchent à travers la vie comme des Fantômes : ils se trouvent dans le monde sans en faire partie. Nous avons des yeux pour ne point voir et des oreilles pour ne point entendre.

Pour voir, il faut regarder.

Regarder, c'est garder, c'est monter la garde, non pour prendre l’Autre en flagrant délit mais pour se laisser surprendre.

Regarder, c’est devenir gardien de l'être, c'est veiller dans l'attente d'une « sensation vraie » comme dit Cézanne.

Regarder est beaucoup moins facile que de ne pas regarder, et c’est un don précieux que d’être capable de voir ce qui passe devant nos yeux.

Ruskin affirme :

 

« Ce que l’esprit humain peut faire de plus grand en ce monde est de regarder et de raconter tout simplement ce qu’il a vu. »

 

Je ne pense pas que les yeux de Ruskin soient meilleurs que les nôtres, mais comme il voit plus de choses avec les siens !

L'émerveillement naît d'abord du silence, et il conduit au silence. Ce silence de soi est la première condition de sa manifestation. Le silence est la trace en nous de l’émerveillement; et celui-ci est proportionnel au silence qu’il fait naître en nous. Quand l'œil écoute la musique du silence, l'esprit perçoit la mélodie secrète des choses. Le silence et l'émerveillement accomplissent ce miracle de nous introduire dans le dialogue avec un au-delà du visible et du lisible.

J'aime le silence.

Il permet d'entendre la mélodie de l'âme. Celle de l'Autre, lorsque je l'écoute se dire, ou la mienne lorsqu'elle murmure en paix.

Le silence me rapproche de l'état de nature, me rappelle que j'en suis un élément.

 

« La nature qui fait toutes choses pour qu'elles répondent à une intention et une destination précises, comme ils le disent justement, n'a pas donné la sensation à l'animal simplement pour pâtir et sentir, mais parce que, entouré d'êtres dont les uns lui sont appropriés et les autres inappropriés, il ne pourrait survivre un seul instant, s'il n'apprenait à se garder des uns et à se mêler aux autres. Or, si la sensation fournit à chacun semblablement la connaissance des uns et des autres, les conséquences de la sensation, la saisie et la poursuite des choses utiles, le rejet et la fuite des choses funestes et pénibles, nul moyen qu'elles se rencontrent chez qui n'a pas reçu par nature la faculté de raisonner, juger, se souvenir et être attentif. Les êtres qu'on dépouillera de toute attente, de tout souvenir, projet ou prépara­tion, de l'espoir, de la crainte, du désir et de l'affliction, il ne leur servira de rien d'avoir des yeux ou des oreilles ; et il vaut mieux être débarrassé de toute sensation et de toute imagination qui ne s'accompagnent pas de la faculté qui en fait usage, que d'éprouver peine, douleur et souffrance sans avoir les moyens de repousser ces maux. Et justement le physicien Straton démontre que sans l'intellection absolument aucune sensation ne se produit. Souvent en effet un texte que nous parcourons des yeux, des paroles qui frappent notre ouie nous échappent et nous fuient, parce que notre esprit est occupé à autre chose ; puis il revient : alors il change sa course et poursuit un à un chacun des mots qu'il a laissé échapper. C'est en ce sens qu'il a été dit « c'est l'intellect qui voit, l'intellect qui entend : le reste est sourd et aveugle »; car l’affection qui a pour siège l'oeil ou l'oreille ne produit pas de sensation sans la présence de la pensée. D'où la réponse du roi Cléomène : il assistait à un banquet où se faisait applaudir un chanteur dont on voulut savoir s'il ne semblait pas habile : « Voyez vous-mêmes, demanda‑t‑il, pour moi j'ai l’esprit dans le Péloponnèse ». Donc tous les êtres qui possèdent la sensation, nécessairement possèdent aussi l’intellection. »

Porphyre, De l’Abstinence, III, 21.5

 

Bien que nous ayons une ferme espérance dans les progrès de la race humaine, cependant individuellement, en avançant en âge, nous nous détachons de bien des choses qui, dans notre jeunesse, nous procuraient le plaisir le plus intense. Mais, d’un autre coté, si notre temps a été bien employé, si nous nous sommes prudemment chauffés les mains « au foyer de la vie », il se peut que l’âge nous donne plus que nous ne perdons. A mesure que nos forces diminuent, nous sentons moins aussi la nécessité de l’exercice ; l’espérance, peu à peu, fait place à la mémoire.

Celle-ci ajoutera-t-elle à notre bonheur ou non ?

Cela dépend de ce qu’aura été notre vie ici-bas.

Il y a des vies qui perdent de leur valeur à l’approche de la vieillesse ; chaque jouissance se flétrit l’une après l’autre, et celles mêmes qui subsistent perdent peu à peu de leur saveur. D’autres, au contraire, gagnent en richesse et en paix au-delà de ce que le temps leur a dérobé.

Les plaisirs de la jeunesse peuvent l’emporter en intensité et en saveur, mais ils sont toujours mélangés d’anxiété et d’agitation, et ne peuvent égaler en plénitude et en profondeur les consolations que l’âge apporte comme la plus belle récompense d’une vie exempte d’égoïsme.

Il en est de la fin de la vie comme de la fin du jour : il se peut qu’il y ait des nuages, et cependant, si l’horizon reste clair, la soirée sera belle.

Swedenborg suppose que dans le ciel les Anges avancent continuellement vers le printemps de leur vie, si bien que plus ils ont vécu longtemps, plus ils sont jeunes en réalité.

N’avons-nous pas des Amis qui semblent réaliser cet idéal, qui ont gardé, du moins par l’esprit, toute la fraîcheur de l’enfance ?

 

 

Voilà une histoire qui devrait faire prendre conscience de la difficulté à accepter la réalité telle qu'elle est.

C'est tellement plus simple de qualifier son contradicteur de fou, d'aliéné, de naïf ou d'imbécile !

Car, même si elle ne fait pas toujours plaisir, même si elle nous dérange dans notre confort et nos idées bien ancrées, même si elle chamboule le bon ordonnancement des choses, même si parfois elle fait peur, je crois qu'il faut pouvoir regarder et entendre la vérité nue, sans fard et en faisant fi de nos croyances et de nos certitudes.

Et c'est bien là le plus complexe...

 

Le Bouddha raconta cette histoire à ses moines :

« Un jeune veuf se dévouait à son petit garçon. Mais pendant qu'il était en voyage pour son métier, des bandits incendièrent tout le village, le laissant en cendres, et enlevèrent le petit garçon. Quand le père rentra, il ne retrouva que des ruines et en eut le coeur brisé. Voyant les restes calcinés d'un enfant, il crut que c'étaient ceux de son propre fils, prépara une crémation, recueillit les cendres, et les mit dans un sac qu'il emportait partout avec lui.

Un jour, son vrai fils parvint à échapper aux bandits et à retrouver le chemin de la maison, que son père avait reconstruite. Il arriva, tard dans la nuit et frappa à la porte. Le père demanda:

« Qui est là ? »

« C'est moi, ton fils. S'il te plait fais-moi entrer ! »

Le père, qui portait toujours les cendres avec lui, désespérément triste, crut qu'il s'agissait d'un misérable qui se moquait de lui. Il cria:

« Va-t-en ! »

Son enfant frappait et appelait sans cesse mais le père lui faisait toujours la même réponse. Finalement le fils partit pour ne plus jamais revenir.

Après avoir terminé ce récit le Bouddha ajouta:

« Si vous vous accrochez à une idée comme à une vérité inaltérable, quand la vérité viendra en personne frapper à votre porte, vous ne serez pas capable d'ouvrir et de l'accepter. »

tiré de l'Udana Sutta

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 29, 2008 07:53 | Permalink | commenti
categoria:amore, vita, filosofia, libertà
giovedì, 21 febbraio 2008

La realtà è una creazione delle parole : al di sotto delle parole si agitano il magma del senso delle cose, la loro labirintica connotazione e il ritmo pulviscolare del movimento.

Per lungo tempo l’Oriente è stato soltanto una riserva di esotismo cui hanno attinto autori di successo. Per l’esotista la realtà straniera – uomini e paesaggi insieme – è sia materia prima di una descrizione pittoresca – che, tacitamente, si conviene inferiore alla realtà occidentale, modello di ogni civiltà – sia vago scenario ove cullare il proprio mal di vivere. In ogni caso, la diversità non va oltre la soglia dell’aneddoto, e l’altro esiste soltanto come indigeno, autoctono o uomo della natura, cui una strana maledizione proibisce il diritto di salvaguardare la propria natura. Tutto sembra, dunque, indicare che l’esotismo funziona come un mezzo del quale l’Altro fa le spese : ora pretesto per sfuggire a se stessi, ora occasione di arricchimento interiore, ora semplice motivo di estraniamento, il suo procedere è tale da non permettere di spezzare i confini dell’egoismo e dell’etnocentrismo.

La cultura di un Paese è il riflesso della situazione di dipendenza o di indipendenza politica di questo Paese. In particolare, le lingue di un Paese si evolvono, stagnano o tendono, persino, a scomparire qualora questo Paese goda o no di un’indipendenza politica. Durante il dominio coloniale varie culture e le loro lingue di espressione hanno subito la sorte riservata alle culture e all’uomo primitivi : pur non essendo ignorate erano negate.

Ogni popolo colonizzato, vale a dire ogni popolo all’interno del quale nasce un complesso di inferiorità a causa del seppellimento dell’originalità culturale locale, prende posizione di fronte al linguaggio della nazione « civilizzatrice », vale a dire di fronte alla cultura metropolitana. La conseguenza logica di questa presa di coscienza è un ritorno alle fonti della cultura nazionale e ai suoi mezzi di espressione, i cui artigiani sono, paradossalmente, gli intellettuali più impregnati di cultura occidentale, quegli stessi intellettuali che avrebbero offerto le migliori garanzie di assimilazione.

La cultura di un popolo è, in effetti, per definizione il luogo di sedimentazione dei modi di fare e di pensare di questo popolo, e studiando la sua lingua, la sua grammatica si può coglierne in gran parte le articolazioni e la logica interna. Ci si rende conto, allora, che, non contenta di comunicare il pensiero, la lingua presiede strettamente alla sua elaborazione. Così l’utilizzo di una lingua straniera per esprimere la propria cultura induce non soltanto una trasformazione del messaggio, ma un vero e proprio tradimento.

Il poeta, che non è un essere attento alla visita imprevedibile dell’ispirazione, ma è investito di una missione specifica, tenta, allora, di superare la sua angoscia di uomo dilaniato tra due culture per ritrovare il suo Io profondo e autentico. E la sua poesia, nata dall’impossibilità fondamentale di vivere un presente che lo esilia da se stesso e lo rende straniero alla propria cultura, diviene grido e arma per combattere.

Il tempo dell’azione si identica con quello della scrittura : si evince dal costrutto algebrico dell’esperienza, dalle possibilità, più o meno reali, più o meno virtuali, di agire. L’eternità si offusca nelle cose, si smaglia nei ritmi differenziati del metabolismo cosmico. La scrittura ne scandisce i fasti e le cadute per richiamarli alla memoria come legionari di un esercito di ventura che nel deserto sventano il significato della sabbia.

La Poesia è,  come raccomandavano Rimbaud e i surrealisti, insurrezione e inadattabilità innata al reale.

Nel testo poco conosciuto « Maintenir la Poésie », pubblicato dalla rivista « Tropiques », nel 1943, (Fort de France, n. 8-9), Césaire definiva la Poesia come « una forza che al tutto-fatto, al tutto-trovato dell’esistenza e dell’individuo oppone il tutto da fare della vita e della persona ».

Considerato in questa accezione radicale, l’impegno poetico comporta una parte di insensatezza profetica che si oppone alle lentezze prudenti della storia.

L’uomo politico non avanza che con circospezione nell’intrico degli uomini e dei fatti a lui contemporanei, l’artista, ladro del fuoco e creatore dell’Universo, annuncia l’Avvenire. Il suo ruolo, dice André Breton, è quello « di portarsi in avanti, di esplorare in tutti i sensi il campo della possibilità, di manifestarsi – qualunque cosa accada – come potenza emancipatrice » (Entretiens, Parigi, Gallimard, 1952).

Il vero impegno del Poeta, vale a dire il suo confronto reale con la sua gente, avviene attraverso l’esperienza totale della miseria e della solitudine; solo allora la sua parola può non sostituire la presa di coscienza popolare, ma rivelarla a se stessa, catalizzarla e, forse, anche accelerarla.

La maniera più universale di essere al mondo non è, forse, come osserva Edouard Glissant « di nascere innanzitutto al proprio mondo » ?

 

 

 

عصيان

 

 

به لب هايم مزن قفل خموشی

كه در دل قصه ئی ناگفته دارم

ز پايم باز كن بند گران را

كزين سودا دلی آشفته دارم

 

بيا ای مرد، ای موجود خودخواه

بيا بگشای درهای قفس را

اگر عمری به زندانم كشيدی

رها كن ديگرم اين يك نفس را

 

منم آن مرغ، آن مرغی كه ديريست

به سر انديشه پرواز دارم

سرودم ناله شد در سينه تنگ

به حسرت ها سر آمد روزگارم

 

بلب هايم مزن قفل خموشی

كه من بايد بگويم راز خود را

به گوش مردم عالم رسانم

طنين آتشين آواز خود را

 

بيا بگشای در تا پر گشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

لبم با بوسه شيرينش از تو

تنم با بوي عطر آگينش از تو

نگاهم با شررهای نهانش

دلم با ناله خونينش از تو

 

ولی ای مرد، ای موجود خودخواه

مگو ننگ است اين شعر تو ننگ است

بر آن شوريده حالان هيچ دانی

فضای اين قفس تنگ است، تنگ است

 

مگو شعر تو سر تا پا گنه بود

از اين ننگ و گنه پيمانه ای ده

بهشت و حور و آب كوثر از تو

مرا در قعر دوزخ خانه ای ده

 

كتابی، خلوتی، شعری، سكوتی

مرا مستی و سكر زندگانيست

چه غم گر در بهشتی ره ندارم

كه در قلبم بهشتی جاودانی است

 

شبانگاهان كه مه می رقصد آرام

ميان آسمان گنگ و خاموش

تو در خوابی و من مست هوس ها

تن مهتاب را گيرم در آغوش

 

نسيم از من هزاران بوسه بگرفت

هزاران بوسه بخشيدم به خورشيد

در آن زندان كه زندانبان تو بودی

شبی بنيادم از يك بوسه لرزيد

 

بدور افكن حديث نام، ای مرد

كه ننگم لذتی مستانه داده

مرا می بخشد آن پروردگاری

كه شاعر را، دلی ديوانه داده

 

بيا بگشای در، تا پرگشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

 

 

 

Ribellione

 

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.

Libera le mie caviglie dalle gravose catene

Che il loro peso sul mio cuore preme.

 

O uomo, egoista creatura, vieni,

Vieni ad aprire la porta della gabbia.

Se in prigione a vita mi terrai

La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

 

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,

Ha in animo di spiccare il volo.

Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,

In rimpianti il mio tempo è trascorso.

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che devo sgravarmi di un segreto,

Far giungere al mondo intero

l’eco infuocata della mia voce.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

Solo per te le mie labbra ed i loro dolci baci,

Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,

Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,

Solo per te il mio cuore ed i suoi strazianti lamenti.

 

O uomo, egoista creatura,

Non dire che questi versi sono un’infamia.

Tu non immagini neppure quanto angusto sia

Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

 

Non dire che da ogni verso stilla peccato,

Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.

Per te il Paradiso, le Urì e l’Acqua di Kawthar,

Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

 

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio

Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.

Alcun rimpianto se in Paradiso non andrò,

Un Paradiso eterno nel mio cuore arde.

 

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,

La luna fluttua dolcemente

E tu dormi, io, ebbra di passione,

Tutto il chiaro di luna abbraccio.

 

La brezza mi rubò migliaia di baci.

Migliaia di baci concessi al Sole.

In quella prigione dove il carceriere eri tu,

Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

 

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome

Che la mia infamia dà un piacere inebriante

Mi perdonerà quel Dio Sostentatore

Che ha donato un folle cuore al poeta.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 21, 2008 17:27 | Permalink | commenti (3)
categoria:poesia, politica, amore, iran, donna, libertà
lunedì, 18 febbraio 2008

Liberté


Sur mes cahiers d'écolier
Sur mon pupitre et les arbres
Sur le sable, sur la neige,
J'écris ton nom

Sur toutes les pages lues
Sur toutes les pages blanches
Pierre, sang, papier ou cendre,
J'écris ton nom

Sur les images dorées
Sur les armes des guerriers
Sur la couronne des rois,
J'écris ton nom

Sur la jungle et le désert
Sur les nids, sur les genêts
Sur l'écho de mon enfance,
J'écris ton nom

Sur les merveilles des nuits
Sur le pain blanc des journées
Sur les saisons fiancées,
J'écris ton nom

Sur tous mes chiffons d'azur
Sur l'étang soleil moisi
Sur le lac lune vivante,
J'écris ton nom

Sur les champs, sur l'horizon
Sur les ailes des oiseaux
Et sur le moulin des ombres,
J'écris ton nom

Sur chaque bouffée d'aurore
Sur la mer, sur les bateaux
Sur la montagne démente,
J'écris ton nom

Sur la mousse des nuages
Sur les sueurs de l'orage
Sur la pluie épaisse et fade,
J'écris ton nom

Sur les formes scintillantes
Sur les cloches des couleurs
Sur la vérité physique,
J'écris ton nom

Sur les sentiers éveillés
Sur les routes déployées
Sur les places qui débordent,
J'écris ton nom

Sur la lampe qui s'allume
Sur la lampe qu s'éteint
Sur mes maisons réunies,
J'écris ton nom

Sur le fruit coupé en deux
Du miroir et de ma chambre,
Sur mon lit coquille vide
J'écris ton nom

Sur mon chien gourmand et tendre
Sur ses oreilles dressées
Sur sa patte maladroite,
J'écris ton nom

Sur le tremplin de ma porte
Sur les objets familiers
Sur le flot du feu béni,
J'écris ton nom

Sur toute chair accordée
Sur le front de mes amis
Sur chaque main qui se tend,
J'écris ton nom

Sur la vitre des surprises
Sur les lèvres attentives
Bien au-dessus du silence,
J'écris ton nom

Sur mes refuges détruits
Sur mes phares écroulés
Sur les murs de mon ennui,
J'écris ton nom

Sur l'absence sans désir
Sur la solitude nue
Sur les marches de la mort,
J'écris ton nom

Et par le pouvoir d'un mot
Je recommence ma vie
Je suis né pour te connaître,
Pour te nommer

Liberté.

 

Paul Eluard

 

 

 

« Je défendrai mes opinions jusqu'à ma mort, mais je donnerai ma vie pour que vous puissiez défendre les vôtres. »

Francois-Marie Arouet, nom de plume Voltaire

 

Dans l’Antiquité, un philosophe n’est pas nécessairement, comme on a trop tendance à le penser, un théoricien de la philosophie. Un philosophe, dans l’Antiquité, c’est quelqu’un qui vive en philosophie, qui mène une vie philosophique. Caton le jeune, homme d’Etat du I siècle av. J. C., est un philosophe stoïcien et pourtant il n’a rédigé aucun écrit philosophique. Rogatius, homme d’Etat du III siècle ap. J. C., est un philosophe platonicien, disciple de Plotin, et pourtant il n’a rédigé aucun écrit philosophique. Mais tous deux se considéraient eux-mêmes comme des philosophes, parce qu’ils avaient adopté le mode de vie philosophique.

Et que l’on ne dise pas que c’étaient des philosophes amateurs. Aux yeux des Maîtres de la philosophie antique, le philosophe authentique n’est pas celui qui disserte sur les théories et commente les auteurs.

Comme le dit Epitècte :

 

« Mange comme un homme, bois comme un homme, habille-toi, marie-toi, aie des enfants, mène une vie de citoyen… Montre-nous cela, pour que nous sachions si tu as appris véritablement quelque chose des philosophes. » 

 

Le philosophe antique n’a donc pas besoin d’écrire. Et, s’il écrit, il n’est pas nécessaire non plus qu’il invente une théorie nouvelle, ou qu’il développe telle ou telle partie d’un système. Le philosophe antique n’a rien à voir avec nos philosophes contemporains, qui s’imaginent que la philosophie consiste, pour chaque philosophe, à inventer un « nouveau discours », un nouveau langage, d’autant plus original qu’il sera plus incompréhensible et peu artificiel. Le philosophe antique, d’une manière générale, se situe dans une tradition et se rattache à une école. Epictète est stoïcien. Cela veut dire que son enseignement va consister à expliquer les textes des fondateurs de l’école, Zénon et Chrysippe, et surtout à pratiquer lui-même et à faire pratiquer par ses disciples le mode de vie propre à l’école stoïcienne. Cela ne veut pas dire pourtant qu’il n’y aura pas des caractéristiques propres à l’enseignement d’Epictète. Mais elles ne modifieront pas les dogmes fondamentaux du stoïcisme ou le choix de vie essentiel ; elles se situeront plutôt dans la forme de l’enseignement, dans le mode de présentation  de la doctrine, dans la définition de certains points particuliers ou encore dans la tonalité, la coloration particulière qui imprégnera le mode de vie stoïcienne proposé par le philosophe.

Le stoïcisme est une philosophie de la cohérence avec soi-même. Cette philosophie se fonde sur une remarquable intuition de l’essence de la vie. D’emblée, dès le premier instant de son existence, le vivant est instinctivement accordé a lui-même : il tend à se conserver lui-même et à aimer sa propre existence et tout ce qui peut la conserver. Cet accord instinctif devient accord moral avec soi, lorsque l’homme découvre par sa raison que c’est le choix réfléchi de l’accord avec soi, que c’est l’activité même du choix qui est la valeur suprême et non les objets sur lesquels porte l’instinct de conservation. C’est que l’accord volontaire avec soi coïncide avec la tendance de la Raison universelle, qui non seulement fait de tout être vivant un être accordé à lui-même, mais du monde entier lui-même un vivant accordé à lui-même.

Comme le dira Marc Aurèle :

 

«  Tout ce qui est accordé avec toi est accordé avec moi, ô Monde. »

 

Et la société humaine, la société de ceux qui participent à un même logos, à une même Raison, forme en principe, elle aussi une Cité idéale, dont la Raison, la Loi, assure l’accord avec elle-même. Il est bien évident enfin que la Raison de chaque individu, dans l’enchaînement des pensées ou des paroles, exige la cohérence logique et dialectique avec elle-même. Cette cohérence avec soi est donc le principe fondamental du stoïcisme.

Pour Sénèque, toute la sagesse se résume dans la formule :

 

« Toujours vouloir la même chose, toujours refuser la même chose. »

 

Il n’est pas besoin d’ajouter, continue Sénèque, la toute petite restriction :

 

« A condition que ce que l’on veut soit bon moralement. »

 

car, dit-il,

 

« La  même chose ne peut universellement et constamment plaire que si elle est moralement droite. »

 

Le sage stoïcien est lui aussi l’égal de Dieu, Dieu qui n’est autre que la Raison universelle, produisant en cohérence avec elle-même tous les événements cosmiques. La raison humaine et une émanation, une partie de cette Raison universelle. Mais elle peut s’obscurcir, se déformer par suite de la vie dans le corps, par l’attrait du plaisir. Seul le sage est capable de faire coïncider sa raison avec la Raison universelle. Mais cette coïncidence parfaite ne peut être qu’un idéal. Le sage est nécessairement un être d’exception ; il y en a très peu, peut-être un, ou même pas du tout.

La philosophie n’est pas la sagesse, elle est seulement l’exercice de la sagesse et le philosophe n’est pas un sage, il est donc un non-usage.

La philosophie stoïcienne a donc pour but, comme projet, comme objet, de permettre au philosophe de s’orienter dans l’incertitude e la vie quotidienne en proposant des choix vraisemblables, que notre raison peut approuver, sans qu’elle ait toujours la certitude de bien faire. Ce qui compte, ce n’est pas le résultat ou l’efficacité, c’est l’intention de bien faire. Ce qui compte, c’est de n’agir qu’avec un seul motif : celui du bien moral, sans autre considération d’intérêt ou de plaisir.

C’est là la seule valeur, l’unique nécessaire.

 

 « Ma petite D, « la philosophie te fournira le fond, la rhétorique, la forme de ton discours » (Fronton). »

 

me répétait mon Père.

Mon père n’a jamais été pour moi la personnification du pouvoir, de la force et de l’autorité. C’est pour cela que je l’aimais. Le calcul différentiel et intégral n’a jamais semblé convenir à sa personnalité. Mais peut-être étais-je victime du vieux préjugé selon lequel les mathématiques sont une science aride et le mathématicien un homme d’une autre espèce. Je n’arrivais absolument pas à comprendre comment cet homme ardent et timide pouvait avoir le moindre point commun avec les théorèmes de Pythagore ou avec le binôme de Newton. Tout cela ne m’intéressait pas à cette époque. Il aimait trouver en moi les qualités féminines et n’essayait jamais de les rabaisser ni de les ignorer.

Il était pour moi la grande personne autour de laquelle tournait la mécanique de la vie.

J’aimais sa perplexité devant mon indépendance précoce.

Puisque son fils était irrémédiablement d’un autre monde, avec une autre philosophie de la vie, une autre morale, alors pourquoi cette petite fille si avide d’apprendre et de comprendre ne serait-elle pas son héritière véritable, l’héritière de ses ruptures et de sa liberté, de son esprit indépendant, de sa culture, de son cosmopolitisme et de son non-conformisme ?

Elle avait eu la chance d’échapper à l’Amour des mères, qui tendait à ramener les filles du côté de la tradition et de la passivité.

En serait-elle moins femme ?

La question ne préoccupait pas mon Père. Il n’aurait su dire ce que devait être une femme.

Une fille sage ou une rebelle à l’humeur imprévisible ?

Antigone. Phèdre, Marguerite de Navarre ou la Princesse de Clèves ?

Mon père, si plein de préjugés à l’égard des femmes, ne pensait pas en ces termes quand il songeait à l’avenir de sa fille. Aux yeux de cet homme qui répétait sans cesse que rien d’humain ne devrait nous être étranger, l’âge et le sexe n’étaient que des contingences secondaires.

Si elle le souhaitait, il l’aiderait à devenir, elle, un individu libre.

Elle serait son prolongement.

Elle le suivrait et continuerait, accomplissant ce qu’il n’avait pu mener à bien.

Elle ne se soucierait pas d’entretenir et de faire prospérer le patrimoine, de perpétuer le nom.

Elle serait quelqu’un, c'est-à-dire quelqu’un d’autre, radicalement.  

Il n’aurait osé rêver que je suivisse sa pente à lui, au moins pour ce qui était du nomadisme – on n’est bien qu’ailleurs – et de la liberté solitaire. Et pourtant je l’ai fait, y ajoutant, certes, une forme de conjugalité et une obstination au travail qu’il eût prise, peut-être, pour un acharnement excessif.

Sa mort a été une disparition, non un abandon.

Je n’ai pas eu à me libérer des suites d’une éducation bourgeoise comme Louis Aragon ou Jean-Paul Sartre. J’ai grandi en France à une époque où l’on savait que le vieux monde allait, de toute façon, à sa perte. Personne ne défendait sérieusement les anciens principes, du moins pas dans mon milieu. La contestation était l’air que nous respirions, elle a nourri mes premières vraies émotions. Beaucoup plus tard seulement, à l’age de vingt ans, j’ai su que j’appartenais de par ma naissance à la bourgeoisie. Je ne me sens absolument pas liée à elle. En tant que classe social, elle a toujours éveillé en moi cependant plus de curiosité et d’intérêt que les débris de l’aristocratie et au moins autant que la classe ouvrière. Mais c’est de l’Intelligentsia, déclassée ou non, que je me sens la plus proche. Me sont étrangers, par contre, ceux qui détiennent le pouvoir, les dictateurs, les triumvirs, les hommes à qui on rend un culte, ceux qui y aspirent, les rois de tout poil. A ces dinosaures, je préfère encore les requins, au sens propre et figuré.  

Ce qui m’intéresse, ce n’est pas la dimension horizontale de notre existence, les préoccupations de la vie quotidienne auxquelles nous sommes tous confrontés, mais sa dimension verticale, intellectuelle. Peu de gens y accédaient autrefois et de ce fait en avaient mauvaise conscience. A présent, ce n’est plus le cas : il suffit de vouloir lire, réfléchir et savoir. Comme l’a dit Karl Jaspers, point n’est besoin d’apprendre à éternuer ou à tousser, mais la raison, elle, se cultive, car ce n’est pas une simple fonction organique.   

Etre philosophe, ce n’est pas avoir reçu une formation philosophique théorique, ou être professeur de philosophie, c’est, après une conversion qui opère un changement radical de vie, professer un mode de vie différent de celui des autres hommes. On considère souvent les conversions comme des événements qui se produisent instantanément dans des circonstances inattendues. Et l’histoire abonde en anecdotes de ce genre : Polémon entrant par hasard, après une nuit de débauche, au cours du philosophie platonicien Xénocrate, Augustin entendant la voix d’un enfant disant « Prends et lis », Saül terrassé à Damas.

Entre parenthèses, il ne serait pas du tout intéressant de connaître, dans tous ses détails, la manière dont s’est déroulée ma conversion à la philosophie.

Bien de points restent encore inconnus pour moi-même.

Pourtant, douée d'une extraordinaire faculté d'imagination qui me faisait embrasser et comprendre ce que mes yeux ne pouvaient me montrer, dès mon enfance j’ai entrevu ce que pouvait être l’idéal d’une vie philosophique.

L'imagination, cette « Magie Sympathique » aide à comprendre les arguments d'un interlocuteur, à ressentir la souffrance de l'Autre, quelque soit cet Autre.

Cette faculté « à se transporter en pensée à l'intérieur de quelqu'un » amène bien sûr à s'ouvrir à d'Autres idées, à vivre d'Autres expériences. Je ne renonce jamais à un être que j’ai connu, et assurément pas à mes personnages.

Je les vois, je les entends, avec une netteté que je dirais hallucinatoire si l'hallucination n'était autre chose, une prise de possession involontaire.

C'est ce que les sages hindous appellent l'attention.

Nul doute que cette attention, cette propension à se mettre à la place de l'Autre en faisant abstraction de soi, a joué un rôle de première importance dans ma grande ouverture d'esprit face aux Athéismes comme aux Religions, aux Politiques comme aux Philosophies.

Les personnes qui ont accompagné ou croisé ma vie n’ont été vraiment aimées par moi que quand j’en ai fait des personnages, des figures à mi-chemin entre le réel et la fiction  - avant même de leur assigner une place dans mon univers littéraire –, puis quand j’ai commencé à les décrire, à les écrire.

Profondément, de ma vie ne m’intéresse que ce qui peut être prétexte à reconstruction littéraire.

 

« La vie d’un homme est son image… On peut dire alors ceci que j’entrevois comme une sincérité renversée (de l’artiste) : il doit, non pas raconter sa vie telle qu’il a vécue, mais la vivre telle qu’il la racontera. Autrement dit : que le portrait de lui que sera sa vie, s’identifie au portrait idéal qu’il souhaite ; et, plus simplement, qu’il soit qu’il se veut. »

André Gide, Journal, 3 janvier 1892

 

Restituer, réinterpréter mes lignes maternelles et paternelles, mon enfance et mon adolescence m’a passionnée.  

Très peu d'adultes se laissent habiter par des Etres en leur donnant autant d'importance qu'ils s'en donnent à eux-mêmes. Cette magnifique façon d'appréhender le monde de l'intérieur, à l'instinct, est le propre des enfants.

Si les adultes s'en souvenaient, ils éviteraient de proférer certaines stupidités : éviteraient bien de stupidités !

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 18, 2008 23:08 | Permalink | commenti
categoria:filosofia, libertà