giovedì, 26 novembre 2009
In occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne il mio pensiero va a Taraneh Mussavi, a Neda Aqa Soltani e a Soheila Ghadiri


Ribellione


Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.
Libera le mie caviglie dalle gravose catene
Che il loro peso sul mio cuore preme.

O uomo, egoista creatura, vieni,
Vieni, apri la porta della gabbia.
Se in prigione a vita mi terrai
La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,
Ha in animo di spiccare il volo.
Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,
In rimpianti il mio tempo è trascorso.

Non ridurre le mie labbra al silenzio
Che devo sgravarmi di un segreto,
Far giungere al mondo intero
L’eco infuocata della mia voce.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.

Solo per te le mie labbra e i loro dolci baci,
Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,
Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,
Solo per te il mio cuore e i suoi strazianti lamenti.

O uomo, egoista creatura,
Non dire: La tua poesia è un’infamia.
Tu non immagini neppure quanto angusto sia
Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

Non dire che da ogni verso stilla peccato,
Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.
Per te il paradiso, le urì e l’acqua di Kawthar,
Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio
Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.
Alcun rimpianto se in paradiso non andrò,
Un paradiso eterno nel mio cuore arde.

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,
La luna fluttua dolcemente
E tu dormi, io, ebbra di passione,
Tutto il chiaro di luna abbraccio.

La brezza mi rubò migliaia di baci.
Migliaia di baci concessi al sole.
In quella prigione dove il carceriere eri tu,
Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome
Che la mia infamia dà un piacere inebriante.
Mi perdonerà quel Dio sostentatore
Che ha donato un cuore folle al poeta.

Vieni, apri la porta che io spieghi le ali
Verso il luminoso cielo della poesia.
Se mi concederai di volare
Una rosa diverrò nel giardino della poesia.


Forugh Farrokhzad
traduzione dal persiano di Assunta Daniela Zini
dal mio libro: Forugh Farrokhzad: una foglia portata dal vento, caduta quasi per caso sulla mia via


“Ogni privazione, qualunque sia la causa che la provoca, è benefica all’uomo.”


Nel 1901, Gandhi si trova nel Natal, una delle colonie inglesi del Sudafrica, popolata da una minoranza indiana abbastanza numerosa. Il governo dell’Unione ha, di recente, approvato una legge che impone una tassa di capitazione: ogni uomo, donna o ragazzo rimasto libero dal proprio contratto di lavoro deve pagare una tassa di tre sterline. Scopo dell’imposizione del balzello è di costringere gli indiani ad assoggettarsi nuovamente a un altro contratto di lavoro, in evidenti condizioni di inferiorità.
Una prima promessa del governo inglese di abolire la tassa non è mantenuta per l’opposizione degli europei del Natal e a questa vessazione se ne aggiunge un’altra. Una sentenza della Corte Suprema del Capo stabilisce che i matrimoni celebrati in Sudafrica non siano riconosciuti dalla legge se non celebrati secondo i riti cristiani e iscritti nel registro dei matrimoni.

“Questa draconiana sentenza”,

scrive Gandhi nella sua autobiografia,

“annullava con un tratto di penna tutti i matrimoni celebrati in Sudafrica secondo i riti indù e musulmano e secondo la religione di Zoroastro; le molte donne sposatesi nel paese cessavano, ai termini della sentenza, di essere considerate legalmente unite ai propri mariti ed erano degradate al rango di concubine, mentre i loro discendenti erano privati del diritto di ereditare le sostanze paterne. Questa era per le donne non meno che per gli uomini una posizione insostenibile e gli indiani del Sudafrica si misero in agitazione.”

A quell’epoca Gandhi sta raccogliendo i primi seguaci alla dottrina del Satiagraha o metodo della sopportazione dell’ingiustizia, fondato sulla pacifica ma inflessibile volontà di non obbedire agli ordini imposti con la violenza e sulla accettazione delle conseguenti sanzioni. Gli indiani delle colonie sudafricane non hanno alcuna conoscenza di questa dottrina filosofico-religiosa. Sono per lo più gente di bassa condizione sociale, incolti, ma dotati di un grande orgoglio nazionale e di un severo senso religioso. L’assommarsi delle due ingiustizie, quella relativa alla tassa e quella relativa ai matrimoni offre a Gandhi l’occasione di associare nell’azione pacifica di protesta uomini e donne.
Così Gandhi commenta quel momento iniziale della sua lotta:

“Il sacrificio delle sorelle indiane fu assolutamente disinteressato perché conoscevano appena la questione legale per cui lottavano. Molte di loro non avevano la minima idea della patria e il loro patriottismo era fatto solo di fede. Tante era illetterate e non potevano, quindi, leggere neppure i giornali. Ma avevano ugualmente compreso che un colpo fierissimo era stato inferto all’onore degli indiani e la volontaria prigionia era un grido di angoscia e di preghiera offerto dal profondo del loro cuore.”

Gandhi è assassinato con tre colpi di pistola da Nathuran Godse, un indù radicale legato al gruppo estremista Mahasabha.
È la morte che aveva detto di preferire.

“Non desidero morire di una paralisi delle mie facoltà, come un uomo sconfitto. La pallottola di un assassino potrebbe porre fine alla mia vita. L’accoglierei con gioia. Ma soprattutto vorrei morire facendo il mio dovere fino all’ultimo respiro.”

Sono le parole pronunciate da Gandhi, il 29 gennaio 1948, la sera prima della sua morte.
È strano che l’apostolo della non-violenza abbia desiderato per sé una morte violenta. Ma questo è, in un certo senso, nella fatalità delle cose.
La violenza è nella natura irrazionale dell’uomo.
La non-violenza è nella verità della sua anima, quella verità che Gandhi ha eroicamente cercato tutta la vita.
La sua lezione è, forse, troppo lontana da noi, da una società come quella occidentale estremamente tecnicizzata e razionalizzata, che a certe manifestazioni della fede guarda come a pericolose e ormai sorpassate superstizioni. Eppure è certo che laddove un uomo soffre per una affermazione della verità, là, per lo stesso motivo, un popolo intero soffre e lotta.
Seguendo un istinto di lotta più che una tattica, il popolo iraniano ha dato un esempio splendido ed esaltante di coraggio e di protesta civile. La disobbedienza nelle strade ha assunto i toni di una sommessa epopea, tanto più commovente in quanto si sapeva già destinata a subire la legge della forza della ragione di Stato. E, tuttavia, il governo ha subito uno smacco che resterà nella storia, destinato a ripetersi, forse, a non lunga scadenza.
E non importa se tutto finirà attorno al tavolo di un compromesso.
Oggi è una minoranza, domani può essere una forza.
I movimenti più incisivi e duraturi della storia hanno spesso origini silenziose e remote.
La storia è piena di esempi lasciati cadere e raccolti dalla posterità.
La Chiesa è ridiventata ecumenica e cristiana passando attraverso i roghi dei suoi eretici.
L’uomo è destinato a sopravvivere ai suoi dogmi, anche e soprattutto al dogma della violenza come necessità, della sopraffazione come necessità, dell’ordine come necessità, della coerenza ideologica come necessità.
I mostri sacri dei secoli passati sono tutti più o meno rinati sotto altre spoglie.
Per riconoscerli e combatterli, anche sotto le allettanti apparenze delle libertà che non sono tali, occorre una grande forza morale.
Non si cambia nulla avendo di vista la pura e semplice conquista di posizioni materiali.
Non di solo pane si nutrono le rivoluzioni.
La privazione dei diritti materiali e morali è stata la causa delle più grandi e risolutive ribellioni storiche. Ma la privazione è anche, in se stessa, un’arma che ciascuno deve sapersi imporre quando ha di mira uno scopo superiore.


Daniela Zini
دانیلا زینی
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domenica, 11 gennaio 2009

اسير


ترا می خواهم و دانم كه هرگز
به كام دل در آغوشت نگيرم
توئی آن آسمان صاف و روشن
من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

ز پشت ميله های سرد و تيره
نگاه حسرتم حيران برويت
در اين فكرم كه دستی پيش آيد
و من ناگه گشايم پر بسويت

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم مرد زندانبان بخندم
كنارت زندگی از سر بگيرم

در اين فكرم من و دانم كه هرگز
مرا يارای رفتن زين قفس نيست
اگر هم مرد زندانبان بخواهد
دگر از بهر پروازم نفس نيست

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن
نگاه كودكی خندد برويم
چو من سر می كنم آواز شادی
لبش با بوسه می آيد بسويم

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم كودك گريان چه گويم
ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

من آن شمعم كه با سوز دل خويش
فروزان می كنم ويرانه ای را
اگر خواهم كه خاموشی گزينم
پريشان می كنم كاشانه ای را



Prigioniera


Ti desidero, ma so che mai
Ti
terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.
Tu sei quel cielo limpido e luminoso,
Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,
Lo sguardo triste, stupito, volto a te,
Penso che una mano verrà
E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,
Da questa muta prigione spiccherò il volo,
Aggirerò lo sguardo del mio carceriere
E ricomincerò la mia vita accanto a te.

Penso, ma so che mai
Avrò
la forza di lasciare questa gabbia;
Seppure il mio carceriere non si opponesse,
Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,
Gli occhi di un bambino mi sorridono;
Quando intono una canzone gaia,
Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

O cielo, se, un giorno, volessi
Da questa muta prigione spiccare il volo,
Che direi agli occhi in lacrime del bambino:
Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,
Illumina una rovina;
Se decidessi di spegnerla,
Distruggerei un nido.


Traduzione dal persiano di Daniela
دانیلا Zini زینی



Fu intorno ai dodici anni che ebbe fine il sistema di selezionare i libri da leggere ed ebbi libero accesso alla biblioteca. Secondo mio padre, dovevo decidere da sola quello che dovevo leggere: la Letteratura era la mia grande passione e la Letteratura doveva essere accettata con tutti i suoi rischi. Dovevo apprendere a leggere con discernimento, a dare giudizi non influenzati, a non entusiasmarmi perché erano libri di successo, né a giudicare negativamente per l'avversa recensione di qualche critico. Dovevo apprendere a esprimermi con il minor numero di parole possibile.

Questi sono stati i precetti di mio Padre e questa fu l'impostazione culturale che lui mi suggerì.

Forugh Farrokhzad è stata per me un cartello indicatore.

La Poesia, per quanto intellettualizzata poteva esserne l'espressione, era sempre diretta: grido, sospiro, effusione sensuale, affermazione spontanea che nasceva sulle labbra dell'uomo in presenza dell'oggetto amato. Essa mescolava raramente il patetico da un lato, l'elaborazione realistica dall'altro, al suo lirismo o alla sua oscenità quasi puri. Il sentimento di una costrizione morale, il rigore o l'ipocrisia dei costumi non avevano influito sui Poeti antichi come su questa donna del mio tempo. Il gioco delle reticenze e degli schermi letterari, la mescolanza curiosa di rigore e di eccessi, perfino nello stile, e, soprattutto, la segreta amarezza che permeava certi componimenti ne erano un'ulteriore testimonianza. La vergogna e la paura inseparabili da ogni esperienza clandestina conferivano alla Poesia la bellezza di un'acquaforte incisa con il più corrosivo degli acidi. La posizione del Poeta restava quella tipica delle grandi epoche, quella di un Artigiano squisito. La sua funzione si limitava a dare alla più scottante e alla più caotica delle materie la più precisa e la più levigata delle forme. I suoi versi migliori non ci davano delle esperienze o delle idee della loro Autrice che il punto di partenza o quello di arrivo; tralasciavano tutto quello che, anche nei più raffinati, si rivolgeva visibilmente al lettore, tutto quello che rientrava nell'ordine dell'eloquenza o della spiegazione. Così avvezzi a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, da non riconoscere in essa la forma più forte e più condensata dell'ardore, la particella d'oro nata dal fuoco e non la cenere.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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lunedì, 24 novembre 2008
Pro domo mea dirò che mai, né in volo, né strisciando, mi sono allontanata dalla Poesia, sebbene ripetutamente, con forti colpi di remi alle mani rattrappite e aggrappatesi al bordo della barca, fossi invitata ad andarmene a fondo. Confesso che, di quando in quando, l'aria intorno a me perdeva l'umidità e la permeabilità al suono; il secchio, calato nel pozzo, non produceva un piacevole spruzzo, ma un colpo secco contro la pietra e aveva inizio in genere una asfissia che durava anni. Presentare le parole tra loro, far scontrare le parole tra loro, adesso questo è divenuto usuale. Ciò che era arditezza, dopo trent'anni suona come una banalità. Vi è un altro percorso: l'esattezza, e ancora più importante, in modo che ciascuna parola, nel verso, stia al proprio posto, come se vi fosse già da mille anni, ma il lettore la sentisse, appunto, per la prima volta nella vita. E' un percorso molto difficile, ma quando riesce le persone dicono:

"Mi riguarda; è come se fosse scritto da me."

Io stessa, molto raramente, provo questo sentimento nella lettura o nell'ascolto di versi altrui. E' qualcosa tipo invidia, ma un pò più nobile.
Scrissi la prima poesia all'età di otto anni, era orribile, ma già prima mio padre mi chiamava, chissà perché, poetessa decadente. Seguitai a scrivere versi, apponendovi sopra dei numeri, cosa di cui si ignora il fine. Per quanto mi sia dato ricordare, in famiglia nessuno scriveva versi. J mi ha domandato se scrivere versi sia facile o difficile. Io ho risposto: o qualcuno li detta, e allora è assolutamente facile; ma quando non sono dettati, è semplicemente impossibile.
Sera tranquilla, molto silenziosa. Io sono rimasta tutto il tempo sola; il telefono è rimasto in silenzio. I versi affluiscono senza sosta, ma, come sempre, li caccio, finché non ne ascolto uno autentico.
I tentativi di scrivere i ricordi evocano, inaspettatamente, profondi strati di passato; la memoria si acutizza quasi dolorosamente: voci, suoni, odori, persone e così via, senza fine.
Da tutto questo bisogna salvaguardare i versi.
In questi ultimi giorni, sento di continuo che da qualche parte mi accadrà qualcosa. Non è ancora chiaro lungo quale linea. O a Roma o da qualche parte ancora, qualcosa mi attrae, come l'aria ardente di una enorme stufa o l'elica di una nave.
Vi sono persone che sentono il Natale dalla primavera. Oggi mi sembra di averlo sentito, sebbene non sia ancora inverno. Fumo leggero sui tetti. Rintocco di campana, coperto dai suoni della città.
Sono felice di essere vissuta in questi anni e di avere visto avvenimenti che non hanno avuto eguali.
 

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categoria:poesia, donna, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Presentazione

di:

 

Forugh Farrokhzad

una foglia portata dal vento,

caduta quasi per caso sulla mia via

 

- A. D. Zini -

 

 

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo "i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti".

Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere di Forughzaman Farrokhzad. Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere e una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.

Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso. Non commetto, forse, un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?

In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.

Non ci si sorprenda, dunque, se la mia immaginazione si ingegni a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo. Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo, che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.

La Poesia è una sfida all’indicibile, al non detto che sgorga dal profondo dell’animo umano e per questo assume una dimensione collettiva.

È stato detto che la Poesia imita la Natura.

 

La brise du printemps rafraîchit le visage des roses.

Dans l’ombre bleue du jardin, elle caresse aussi le visage de ma bien aimée.

Malgré le bonheur que nous avons eu, j’oublie notre passé.

La douceur d’aujourd’hui est si impérieuse.

Omar Khayyam

 

Una sorta di legame ha collegato, sin dall’antichità il femminile con le piante, la natura e il giardino, spazio narrativo per eccellenza. Quell’accordo segreto che, nell’avvicendarsi dei tempi, non viene a perdersi, ma conformandosi alle nuove istanze e ideologie, si tramanderà come cifra segreta dell’anima. Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zeffiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “Giardino, primavera e dolce commercio”. Ad almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall’armare navi, elevare templi, compiere massacri.

La donna è stata quasi esclusivamente oggetto di canto, simbolo e non realtà corporea degna di entrare nel divino ritmo dei versi. Per riflesso, le donne, escluse dai canali della cultura erudita, non hanno trasferito il proprio io sulla carta o, se lo hanno fatto, non hanno ricevuto l’attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine e in quanto incapaci di regolari gestazioni poetiche e pochissimo letterate.

Le donne per riuscire a esprimere tutto il loro mondo sono state costrette a adattare alle proprie esigenze il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, porgendo attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività al fine di stabilire un contatto solidale e fraterno con le proprie consorelle, originare una coscienza comune e una riflessione, non ancora organiche, dalle quali partire e realizzare attraverso la scrittura poetica un progetto di emancipazione.

La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze.

Forughzaman Farrokhzad prova a esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo, che entra nel linguaggio non solo come tema, ma anche come percezione: la Poesia non si limita a esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Gli atteggiamenti di ribellione profetizzante a tratti, a tratti di serena rassegnazione, in sostanza di rassegnata ribellione si rispecchiano abbastanza bene nel canto poetico e provano che una grande cultura e una profonda consapevolezza di sé e della propria storia probabilmente non bastano a mitigare il dolore dell’umiliazione e della speranza sopraffatta.

Dolore e gioia, disperazione che suscita progetti di suicidio e beato annullamento nelle braccia dell’Amato, capacità di trasformare il tempo della vita nel sacrificato tempo dell’attesa e, simultaneamente, pragmatica attitudine a prendere repentine decisioni nella sfera del quotidiano, tutto ciò caratterizza la Sua produzione poetica.  

Ho, quindi, deciso, di iniziare questo difficile percorso all’interno della scrittura poetica di Forughzaman Forrokhzad con trentadue poesie - quanti i suoi anni di vita - che ritengo, più di altre, significative di due condizioni, tipiche della donna che mette la propria anima in versi: la rassegnazione e la ribellione.

 

Daniela Zini

 

 

اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

 

Prigioniera

 

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la mia vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi 

Da questa muta prigione spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Traduzione dal persiano di Daniela دانیلا Zini زینی

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mercoledì, 15 ottobre 2008

VEDERTI… E POI MAI PIU

 

Vederti una sola volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora una volta

E poi mai più.

 

Vederti ancora una volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora due volte

E poi mai più.

 

Vederti ancora due volte

E poi mai più

Dev'essere ancora più facile

Che vederti ancora tre volte

E poi mai più.

 

Ma io sono uno sciocca

E voglio vederti

Ancora molte volte

Prima

Di non poterti vedere

Mai più.

 

 

DON'T GIVE UP, YOU ARE LOVED
Josh GROBAN

Don't give up
It's just the weight of the world
When you're heart's heavy
I...I will lift it for you

Don't give up
Because you want to be heard
If silence keeps you
I...I will break it for you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

Don't give up
It's just the hurt that you hide
When you lost inside
I...I will be there to find you

Don't give up
Because you want to burn bright
If darkness blinds you
I...I will shine to guide you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

You are loved
Don't give up
It's just the weight of the world
Don't give up
Every one is to be heard
You are loved


NON ARRENDERTI, SEI AMATO

Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Quando il tuo cuore è pesante
Io... io lo solleverò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi essere ascoltato
Se il silenzio ti blocca
Io... io lo romperò per te

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Non arrenderti
E' solo il dolore che nascondi
Quando ti senti perso dentro
Io... io ci sarò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi brillare
Se le tenebre ti accecano
Io... io ti farò luce per guidarti

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Sei amato
Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Non arrenderti
Tutti devono essere ascoltati
Sei amato

http://www.youtube.com/watch?v=ls7ila3srzI

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 19:03 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
mercoledì, 15 ottobre 2008

IN PRINCIPIO...

 

In principio mi sono innamorata
Dello splendore dei tuoi occhi
E del tuo sorriso
E della tua gioia di vivere.

Ora amo anche il tuo pianto
E la tua paura di vivere
E lo smarrimento
Nei tuoi occhi.

Ma contro la paura
Ti aiuterò
Poiché la mia gioia di vivere

È ancora lo splendore dei tuoi occhi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 10:49 | Permalink | commenti
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martedì, 14 ottobre 2008

FORSE

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Meno afflizione ogni volta

Che dobbiamo separarci,

Meno inquietudine della prossima separazione

E di quella che ancora verrà.

 

E anche

Meno nostalgia impotente,

Che, quando non ci sei.

Pretende l'impossibile.

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Ma non sarebbe

la mia vita.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 22:09 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

A map of the world that does not include Utopia is not worth even glancing at.


Une carte du monde qui n’inclurait pas l’Utopie n’est pas digne d’un regard.

 

Eine Landkarte, auf der Utopia nicht zu finden ist, verdient keinen Blick.

 

Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo.

 

Um mapa do mundo em que não aparece o país Utopia não merece ser guardado.

 

(Oscar Wilde)

 

 

Les utopies apparaissent comme bien plus réalisables qu’on ne le croyait autrefois. Et nous nous trouvons actuellement devant une question bien autrement angoissante: comment éviter leur réalisation définitive?

L’homme n’est homme que dans le mouvement qui le porte vers lui-même. « Utopie » rappelle aux hommes que le lieu parfait n’existe pas dans l’histoire, qu’il est ailleurs, irréductible à toutes les cités humaines, mais inconcevable en dehors d’elles, comme irréductible à tout autre est le lieu d’intériorité où les hommes s’affranchissent de leurs certitudes, s’indignent de leurs défaillances, renoncent au mirage du meilleur des mondes pour concevoir le projet d’un monde meilleur.

 

Le genoux ne me fait mal que lorsque j’essaie de marcher.

Allongée, je n’éprouve aucune douleur.

Je reste donc au lit et je rêve les yeux ouverts.

Mon enfance se détache de plus en plus clairement dans ma mémoire, comme si les années s’accumulaient sur toutes les autres époques de ma vie, en n’épargnant que le commencement.

Tout est net au lointain.

J’avais l’initiative des évasions, les après-midi d’été quand tout le monde reposait dans la maison, les volets clos, enfouis dans la profonde fraîcheur des chambres. On m’obligeait à me coucher ou, au moins, à passer deux heures allongée, les jours de canicule. Moi, je faisais semblant de dormir et quand tout bruit avait cessé, je sortais par la fenêtre, en invitant Adèle à me suivre. Pieds nus, pour ne pas nous faire entendre, nous traversions en grimaçant de douleur la cour pavée dont les pierres chauffaient à blanc sous le soleil. Nous entrions dans le verger, par une porte en bois, qu’on ouvrait avec mille précautions car elle grinçait à vous casser les oreilles et pénétrions dans le royaume interdit. Le verger bruissait d’insectes et d’effluves, on le voyait mûrir presque et s’épandre au soleil comme un pain à la chaleur du four.

La première tentation était le figuier, tout au fond du verger où en grimpant sur les branches lisses nous faisions fuir les lézards. Nous choisissions toujours les figues larmoyantes, déjà piquées par la langue des lézards, et dont le jus formait en coulant une larme claire au bout inférieur du fruit. La douceur chaude me remplissait la bouche et toute ma vie se concentrait dans cette sensation de bonheur, de paix, de satisfaction suprême que j’allais retrouver plus tard dans l’Amour.

Nous abandonnions vite le figuier, car ses feuilles rares laissaient passer le soleil qui nous mordait la nuque. Nous passions donc, les paumes chargées de figues, sous les voûtes fraîches de la vigne, nous prenions les grappes mûres en les détachant d’un coup sec et précis, là où la tige formait une enflure, comme un nœud fragile, nous nous asseyions dans l’herbe pour croquer à l’aise, entre les dents, les grains savoureux.

Deux grains de raisins et une figue.

C’était la règle.

Puis deux figues et quatre grains, et ainsi de suite.

C’était un festin en proportion géométrique.

Nous n’en pouvions plus.

Le ventre pesait sur mon corps comme un poids qui ne m’appartenait pas.

Les cigales, ivres de chaleur, faisaient vibrer l’air élastique.

Nous parlions garçons, poésie, j’éblouissais mon Amie de mes connaissances.

Je trouvais des rimes à tout et j’inventais des histoires.

Elle admirait mes poésies et savait que j’aurais été l’une de celles qui, tôt ou tard, auraient choisi le chemin de la liberté. Elle ne me l’a jamais dit, mais je n’avais pas de peine à le lire dans son cœur.

Elle n’a pas changé.

La vie éternelle ne laisse pas de traces sur les visages !  

Ces deux heures paraissaient sans fin, tant elles coulaient lentement, sous le temps de l’enfance.

Nous sautions la palissade, au fond du verger et nous nous trouvions sur une place, peu fréquentée, déserte à cette heure, où poussait l’herbe parmi les pierres du pavé.

C. dormait dans le grande silence, bercée par le chant des cigales.

Nous étions les seuls êtres vivants au milieu d’un village qui nous appartenait.

L’enfance nous pesait comme une honte. Le temps qui nous séparait encore de l’âge des adultes nous semblait immense et insupportable.

J’avais envie de pleurer, de rage et de désir.  

Pythagore disait que la vie est divisée en quatre périodes :

 

« L’enfance, jusqu’à vingt ans ; l’adolescence, de vingt à quarante ans ; la jeunesse, de quarante à soixante ; et la vieillesse, de soixante à quatre-vingts. »

 

J’ai perdu ma jeunesse à vingt ans, au moment où, selon lui, elle ne fait que commencer.

 

Le soleil est encore haut dans le ciel.

Et moi, je sens la même ferveur, la même audace qu’un jeune général avant sa première bataille.

 

 

SUR LE CHEMIN DE LA VIE
Gérard
LENORMAN

Sur le chemin de l'école,
Nous avions douze ou treize ans,
Cheveux blond et têtes folles,
Nous parlions comme des grands.
Nous avions la tête pleine
De jolis projets
Moi j'avais pour Madeleine
Un tendre secret.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

Sur le chemin de la vie
Nous nous sommes séparés,
Chacun son jeu, sa partie,
J'ai dépensé sans compter
Les amis, l'argent, les filles
Et puis mes vingt ans,
Je n'ai pour toute famille
Qu'un petit enfant.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

Sur le chemin de l'école,
Quand j'irai t'accompagner,
Je t'en donne ma parole,
Je saurai te protéger,
Je t'offrirai des voyages,
Une jolie maison,
Je t'apprendrai le langage
Des quatre saisons.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

http://www.youtube.com/watch?v=gRnH1CqgiPg

 

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martedì, 14 ottobre 2008

THE TRESOR AND THE SNAKE,
THE ROSE AND THE TORN,
SORROW AND GLADNESS
ARE LINKED TOGETHER.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI

 

 

The Other is me and Arthur Rimbaud’sJe est un Autre” (letter to Paul Demeny, May 15, 1871) are sides of the same coin.

 

 

I will sleep, sleep and dream.

I will dream of a life without suffering and without fear.

I will dream of people able to love beyond border, beyond reality, beyond everything, beyond life.

Beginning in ancient times through the present day, women writers have dreamed of a new era of world peace.

We have not learnt to control Nature and ourselves.

We are the inheritors of the legacy of our ancestors who, by their experiences, arrived at great values.
We must struggle to retain them.

This contract is our great duty.

How many wars occurred?

How many wars are the results of this misunderstanding of the Other?

All!

"The fruits of war were food for more war."

 

Marguerite YOURCENAR, Memoirs of Hadrian


The Second World War is a sad example.

An unprecedented example of intolerance wich brought about the exclusion of an entire race.

The Men's stupidity resides in the fact he is willing to remain ignorants, and according to Einstein:


"Two things are infinite: the Univers and human stupidity; but as far as the Universe is concerned, I have not yet acquired absolute certainty."


This stupidity and this ignorance are found as well in the example of colonizers who, wanting to impose their culture, ended up bringing about the detriment and impoverishment of the colonized's culture. It is by this detriment that, once again, false prophets and dictators were able to exploit the situation. Tolerance is the foundation of a Society worthy of this name.

It is obtained by respect for Others and understanding of Others.

Even more, it is up to us, inheritors of a heavy past, to learn and to communicate so that we can accept our neighbours' differences.

But we must prove ourselves worthy of our heritage.

 

 

Bani adam a'za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.

Chu 'ozvi be dard avard ruzgar,
Degar 'ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI


These are well-known "abyat" of Shirazi poet, Sa'di, wich grace the entrance the United Nations headquarters in New York.

 

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venerdì, 11 luglio 2008

Quando, agli inizi del secolo scorso, Luigi Barzini scriveva per l’emozione dei lettori da retrobottega di un’Italia provinciale e disinformata le cronache tragicomiche della guerra dei boxers, la nozione che si poteva avere da noi relativamente alle cose del Celeste Impero non si allontanava molto dalla relazione di Marco Polo sul favoloso Catai. Il racconto del grande giornalista italiano, del resto, sembrava fatto appositamente per confortare l’immagine di un “pericolo giallo” che non usciva dai limiti di un certo folklore letterario. Come dire, oggi, un pericolo marziano o qualcosa di simile.

D’accordo, questi cinesi erano centinaia di milioni ma quanto a organizzazione politica e militare il governo e l’esercito di Francischiello potevano apparire, al confronto, come un modello prussiano. L’esplorazione xenofoba dei boxers era armata di cannoni di legno, di scimitarre, di razzi di bambù a testata, per così dire, pirotecnica. I soldati di quell’esercito improvvisato non obbedivano ai dettami di nessuna ideologia se non, forse, quella dell’esaltazione religiosa o una fedeltà di tipo tribale verso questo o quel capo. E bastarono, infatti, pochi corpi di spedizione inviati da tutta l’Europa e dal Giappone per contenere e soffocare la  scomposta e incoerente insurrezione che strinse d’assedio  per cinquantacinque giorni le legazioni diplomatiche di Pechino.

Non si diceva certo, allora, che “la Cina era vicina”. I termini di paragone per esprimere dimensioni spaziali sconfinate erano la ferrovia transiberiana che arrivava, appunto, sul mare della Cina, partendo dalla Russia europea o, ancora, la pionieristica avventura del Principe Borghese e di Barzini che sulla loro traballante automobile avevano compiuto il viaggio da Parigi a Pechino.

Gli umili, arrendevoli, sorridenti cinesi avevano appena iniziato la loro diaspora europea e americana, un cammino della speranza che aveva modestissimi traguardi: un piccolo ristorante per far apprezzare nidi di rondine o germogli di bambù a Parigi, a Londra o a San Francisco, una cassettina appesa al collo con un campionario di collanine di vetro e cravatte di seta per ritirarsi a contare pochi quattrini, la sera, nelle piccole “China-towns”, i nostri ghetti che i profughi della miseria cinese realizzavano ai margini delle metropoli occidentali.

A Milano, per esempio, intorno alla vecchia via Canonica, si coagulò negli anni tra le due guerre un nucleo di questi cinesi spinti fin là dai loro paradossali destini. Arrivarono a Milano come i loro padri era approdati sulla costa americana del Pacifico e i loro nipoti, negli anni 1960, mossi da ben diverse motivazioni, sbarcheranno sulla costa adriatica dell’Albania o saranno presenti, in una comunità sempre più densa, a Kinshasa, a Nairobi, all’Avana o addirittura a Ginevra, che diverrà la centrale europea degli interessi politici cinesi.

Il censimento del 2001 parla di un miliardo e 295 milioni di cinesi. Se il numero fosse davvero potenza in termini direttamente proporzionali basterebbe questa considerazione per farci accettare la prospettiva di un domani con l’ineluttabilità fisica di un’altra marea. Ma i rapporti di forze del mondo moderno – lo sappiamo – non sono più affidati alle cifre dell’etnografia. Il minuscolo e potentissimo Stato d’Israele è, in questo senso, un esempio definitivo. Eppure non basta questa considerazione a metterci tranquilli. La Cina, infatti, ha tuttora le condizioni per diventare una realtà industriale senza paragoni: le sue riserve di energia, praticamente vergini, sono sterminate e, in un simile quadro di ricchezza potenziale la sua densità demografica acquista ben altro valore. La Cina può iniziare la “colonizzazione economica” dell’occidente e scendere sui nostri mercati con inarrestabile slancio, con una penetrazione sempre più insinuante e profonda.

L’Europa e l’America iniziarono, dopo la guerra, a fare i conti con il modello su scala ridotta di ciò che può rappresentare un paese asiatico densamente popolato e ad alto livello industriale. Mi riferisco al Giappone e alla sua incalzante sfida industriale, alla competitività dei suoi costi contro i quali ci si difendeva con fragili muraglie di carta: decreti protezionistici, dogane elevate.

 

 

 

A l'ombre des mots, la magie de la poésie...
Pour les amoureux de la poésie et des mots qui font rêver.


 

Depuis les origines, l’Empire du Milieu méprisa, opprima, abandonna les femmes qui pour la plupart n’avait pas de noms. Elles n’étaient que l’épouse de. L’état civil n’existe que depuis peu dans cet immense empire, c’est la raison pour laquelle de nombreux poèmes sont anonymes. Heureusement, l’écriture a traversé, sans dommage, les modes et les caprices des hommes.

L’amour, le sentiment éternel, axe primordial de la création, l’amour constitue le fil conducteur de cette poésie qui représente à la fois un refuge et une révolte contre une société injuste et cruelle. La plume et le pinceau devinrent alors le glaive et le bouclier de ces femmes qui appartenaient le plus souvent à des milieux aisés. On trouve des concubines, des prostituées de luxe, des danseuses, des musiciennes, mais également des épouses cultivées de mandarins ou de marchands.

 

 

 

Poème d’adieu

 


Malgré mon talent et ma sagesse
Fille de triste destinée
Je ne trouve aucun moyen de te garder
Je froisse cette feuille magnifique
J’y couche mon désespoir et ma détresse
Le long du chemin les saules dansent
Ma mélancolie grandit sans cesse

 

Comment pleurer sur ma mauvaise destinée ?
Ma vie est détruite
A cause de ma légèreté.
Te souviens-tu de nos serments sous la lune ?
Ce n’était pas un rêve.
Si à l’avenir tu reviens
N’oublie pas de rendre visite à notre chambre
Et de verser une coupe de vin sur ma tombe.

 

 

Epouse de Dai Shiping

 

 

 

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postato da: Firouzeh alle ore luglio 11, 2008 13:33 | Permalink | commenti
categoria:america, poesia, politica, amore, economia, cina, storia, globalizzazione, europa, donna
mercoledì, 12 marzo 2008

a J

 

Se mai vi feci ridere, dite…

Una parola amica in memoria di me.

Nosside

فروغ فرخزاد

 

Dès Sa mort la Légende s’est emparée de cette figure fascinante, et c’est elle, plus que la réalité, qui continue de hanter nos fantasmes.

Daniela

 

 

تولدی دیگر

 

 

همه هستي من آيه تاريكيست
كه ترا در خود تكرار كنان
به سحرگاه شكفتن ها و رستن هاي ابدي خواهد برد
من در اين آيه ترا آه كشيدم آه
من در اين آيه ترا
به درخت و آب و آتش پيوند زدم

زندگی شاید
یک خیابان درازست که هر روز زنی با زنبیلی از آن میگذرد
زندگی شاید
ریسمانیست که مردی با آن خود را از شاخه میاویزد
زندگی شاید طفلیست که از مدرسه بر میگردد
زندگی شاید افروختن سیگاری باشد ، در فاصلهء رخوتناک دو
همآغوشی
یا عبور گیج رهگذری باشد
که کلاه از سر بر میدارد
و به یک رهگذر دیگر با لبخندی بی معنی میگوید " صبح بخیر "

زندگی شاید آن لحظه مسدودیست
که نگاه من ، در نی نی چشمان تو خود را ویران میسازد
ودر این حسی است
که من آن را با ادراک ماه و با دریافت ظلمت خواهم آمیخت

در اتاقی که به اندازهء یک تنهاییست
دل من
که به اندازهء یک عشقست
به بهانه های سادهء خوشبختی خود مینگرد
به زوال زیبای گل ها در گلدان
به نهالی که تو در باغچهء خانه مان کاشته ای
و به آواز قناری ها
که به اندازهء یک پنجره میخوانند

آه...
سهم من اینست
سهم من اینست
سهم من ،
آسمانیست که آویختن پرده ای آنرا از من میگیرد
سهم من پایین رفتن از یک پله مترو کست
و به چیزی در پوسیدگی و غربت و اصل گشتن
سهم من گردش حزن آلودی در باغ خاطره هاست
و در اندوه صدایی ان دادن که به من بگوید :
" دستهایت را
دوست میدارم "

دستهایم را در باغچه میکارم
سبز خواهم شد ، میدانم ، میدانم ، میدانم
و پرستوها در گودی انگشتان جوهریم
تخم خواهند گذاشت

گوشواری به دو گوشم میآویزم
از دو گیلاس سرخ همزاد
و به ناخن هایم برگ گل کوکب میچسبانم
کوچه ای هست که در آنجا
پسرانی که به من عاشق بودند ، هنوز
با همان موهای درهم و گردن های باریک و پاهای لاغر
به تبسم های معصوم دخترکی میاندیشند که یک شب او را
باد با خود برد

کوچه ای هست که قلب من آن را
از محل کودکیم دزدیده ست

سفر حجمی در خط زمان
و به حجمی خط خشک زمان را آبستن کردن
حجمی از تصویری آگاه
که ز مهمانی یک آینه بر میگردد

و بدینسانست
که کسی میمیرد
و کسی میماند
هیچ صیادی در جوی حقیری که به گودالی میریزد ، مرواریدی
صید نخواهد کرد .

 

من
پری کوچک غمگینی را
میشناسم که در اقیانوسی مسکن دارد
و دلش را در یک نی لبک چوبین
مینوازد آرام ، آرام
پری کوچک غمگینی
که شب از یک بوسه میمیرد
و سحرگاه از یک بوسه به دنیا خواهد آمد



 

 

Rinascita

 

 

Tutta la mia esistenza è un verso oscuro

Che reiterandosi ti condurrà

All’alba delle fiorescenze e delle crescite perenni.

In questo verso io ti sospirai.

In questo verso io ti innestai

All’albero, all’acqua e al fuoco.

 

La vita è, forse,

Una lunga strada che, ogni giorno, una donna attraversa con un paniere.

La vita è, forse,

Una corda con la quale un uomo si appende ad un ramo.

La vita è, forse, un bimbo che torna dalla scuola.

 

La vita è, forse, accendere una sigaretta in molle riposo tra due amplessi

O è, forse, lo sguardo vuoto di un passante

Che si leva il cappello

E, con un sorriso distratto, dice ad un altro: buongiorno.

 

La vita è, forse, quell’attimo senza fine

In cui il mio sguardo si smarrisce nelle pupille dei tuoi occhi

Ed in questo vi è il senso

Che mescolerò alla comprensione della Luna e alla percezione delle tenebre.

 

In una stanza che misura una solitudine,

Il mio cuore,

Che misura un amore,

Si sofferma sui puri pretesti della sua felicità,

Sul dolce declino dei fiori nel vaso,

Sul giovane albero che hai piantato nel piccolo giardino della nostra casa,

Sul cinguettio dei canarini

Che inonda tutta la finestra.

 

Oh!

Questa è la mia parte.

Questa è la mia parte.

La mia parte

È un cielo che una tenda appesa mi sottrae.

La mia parte è scendere da una scala incustodita

E raggiungere qualcosa tra il putridume e l’abbandono.

La mia parte è una triste passeggiata nel giardino dei ricordi,

Morire nell’affanno di una voce che mi sussurra:

Amo

Le tue mani.

 

Pianterò le mie mani nel piccolo giardino.

Rinverdirò, lo so, lo so, lo so.

E le rondini nell’incavo delle mie dita, lorde d’inchiostro,

Deporranno le loro uova.

 

Metterò due rosse ciliegie gemelle ai miei orecchi,

Come orecchini,

E petali di dalie alle mie unghie.

 

Vi è un vicolo dove

Gli stessi ragazzi, che di me erano innamorati,

Con i loro capelli scarmigliati, i loro esili colli

E le loro gambe ossute,

Rievocano ancora i sorrisi innocenti di una ragazza

Che, una notte,

Il vento portò via con sé.

 

Vi è un vicolo che il mio cuore

Ha rubato ai quartieri della mia infanzia.

 

Viaggio di un’entità attraverso la linea del tempo,

Entità fecondante la linea sterile del tempo,

Entità di un’immagine cosciente

Che torna dal banchetto di uno specchio.

 

Ed è così

Che qualcuno muore

E qualcuno resta.

 

Nessun pescatore troverà mai una perla

Nell’umile rigagnolo che si riversa In un fosso.

 

Io conosco

Una piccola fata triste

Che dimora in un oceano

E suona il suo cuore in un flauto di legno

Dolcemente, dolcemente.

Una piccola fata triste

Che, al tramonto, di un bacio muore

E, all’alba, di un bacio rinasce.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

 

 

Premessa

 

“Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi a me solo, non alle nozze della figlia o alla notte con l’amante o alle insidie del nemico o al processo o alla casa o al podere o al tesoro; e almeno finché legge, voglio che sia con me.

Se è preoccupato dai suoi affari, differisca la lettura; quando si avvicinerà ad essa, getti lontano da sé il peso degli affari e la cura del patrimonio…

Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto.”

(Francesco Petrarca, Fam., XIII, 5, 23)

 

L’intento di questo studio è puramente storico e, pur augurandomi di essere utile a coloro che si propongono di dare una valutazione critica dell’opera letteraria di Forughzamand Farrokhzad, ritengo che questa utilità possa consistere soltanto nella presentazione di fatti che, finora, non sono generalmente noti, e di un quadro, che, spero, risulti chiaro e veritiero, del carattere della mia protagonista e dell’evolversi della Sua personalità.

Vi sono pochi poeti di genio e, certamente, le poetesse di genio sono ancora più rare.

La Poesia presuppone un libero sguardo rivolto alla vita che il costume sociale, in passato, non ha affatto consentito alle donne; implica una profusione di potenza creatrice che le donne sembrano avere raramente posseduto o, almeno, potuto manifestare e che, per millenni, ha avuto libero sfogo soltanto nella maternità fisiologica.

Una sola e mirabile eccezione a questo stato di cose: Saffo.

A dispetto dei due o tre nomi intermedi che si potrebbero citare, ma che a pensarci bene vengono fuori da soli, le altre grandi poetesse si collocano tutte nel XIX o XX secolo. La lista, che ognuno può rifare a suo piacimento, comprende una decina di nomi al massimo, alcuni dei quali sono stati inseriti più per la personalità della donna che per il genio della poetessa.

Tra queste donne di grande talento e genio, nessuna, a mio avviso, può essere paragonata a Lei. Nessuna si colloca più in alto di Forughzamand Farrokhzad e, in ogni caso, è la sola che si innalzi costantemente a livello dell’epopea e del mito. Nessun Principe nella Sua vita, nessun alto funzionario, nessun appoggio, tutto quello che realizzò fu intrapreso senza nessun aiuto e nella solitudine.

 

“Io non ho mai avuto una guida: nessuno mi ha dato un’educazione intellettuale e spirituale. Tutto quello che ho, è frutto del mio sforzo e tutto quello che non ho, avrei potuto averlo se i traviamenti, l’incoscienza e gli impasse della vita, non me lo avessero impedito.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 marzo 1968)

 

Una vecchia che sgrana biascicando un rosario non ci fa avvertire più di tanto il sentimento del sacro, la Poesia è fatta e lo era, ai tempi in cui aveva un più netto ricordo delle sue origini magiche, di ripetizioni quasi incantatorie di suoni e di ritmi. L’interiezione pura e semplice, l’imprecazione o l’oscenità, spesso così usate che non ne è neppure più percepito il senso, recano sollievo o calmano come i mantra colui che le pronuncia. Non è della nostra epoca, in cui la fisica ha fatto delle vibrazioni una scienza e una tecnica, negare il potere della parola pronunciata per se stessa.

Nella stesura di questa biografia ho attinto, in gran parte, a materiale inedito in Italia. Ho già elencato le raccolte più importanti, insieme con l’indicazione del loro contenuto e delle abbreviazioni usate. Le note a piè di pagina ricorrono soltanto quando mi sono sembrate di interesse generale, i riferimenti particolareggiati alle fonti sono segnalati nel testo con numerazione progressiva, in fondo al volume, unitamente a una bibliografia scelta.

Nell’inverno del 2001, mi capitò di acquistare nella libreria Nima, presso la Stazione Tiburtina, e nel testo originale persiano, “Iman biyavarim be aghaz-e fasl-e sard” (Crediamo all’inizio della stagione fredda). A parte certe riserve, che farò in seguito, il caso mi aveva fatto incappare in una di quelle opere che ci nutrono per anni, e, fino a un certo punto, ci trasformano. Dell’autrice, Forughzamand Farrokhzad, ignoravo, allora, persino il nome, però bastò che fosse una donna del mio tempo e intenta a scrivere, per incoraggiarmi a fare lo stesso.

Quell’inverno era particolarmente bello, a Roma.

Se ne stava sospeso come un pomo dorato a un ramo, pronto da cogliere.

Due anni dopo, l’illustre iranista Angelo Michele Piemontese, in quella sorta di memorie della Sua vita intellettuale, “La vita nuova nel diario romano di Forug Farroxzad”, un documento troppo poco letto, sottolineava quanto l’Italia apparisse “poco presente in libri di viaggio scritti da autori persiani contemporanei” e quanto assumesse “notevole rilievo il libro del giovanile viaggio in Italia” di Forughzamand Farrokhzad.

Una donna intelligente e coraggiosa mescolava ai propri racconti di viaggio un travelogue concernente strani confini. Questo frammentario diario di un’anima ha ai nostri occhi un elevatissimo valore umano, affettivo e artistico. Una sua attenta e meditata lettura è il modo migliore per accostarsi a Forugh – come mi limiterò a chiamarLa nelle pagine a seguire – e riuscire a penetrare, più a fondo, nel Suo universo poetico e umano. Che La si creda o meno sui vari punti, l’Autrice ci conduce, quasi per mano, sull’orlo di caverne di cui sentiamo perfettamente che, se osassimo esplorarle, le scopriremmo anche in noi stessi.

Nel frattempo, avevo letto un certo numero di opere erudite persiane. Avevo appreso cosa differenzia un mathnavi, una qasidè, un ghazal e un roba’i.

Uno degli errori irreparabili dell’Occidente è stato, probabilmente, quello di concettualizzare la complessa sostanza umana sotto la forma antitetica Anima-Corpo, e di non uscire, poi, da questa antitesi se non negando l’anima. Un altro errore, non meno deplorevole, e che si fa sempre più grave, consiste nel non immaginare opera di perfezionamento o di liberazione interiori se non a favore dello sviluppo dell’individuo o della persona, e non dell’annullamento di queste due nozioni a vantaggio dell’essere o di ciò che va al di là dell’essere. Anzi per l’uomo occidentale, sembra che perfezionamento e liberazione si contrappongano duramente l’uno all’altra, anziché rappresentare i due aspetti di uno stesso fenomeno.

Vi sono state epoche nella storia in cui l’Umanità sembra aver trovato – almeno nella sua zona intellettuale – qualche soluzione all’eterno contrasto tra Concreto e Ideale, tra pane e sogni, tra le cose che si toccano e quelle che no.

Il Medioevo risolve, a suo modo, il problema con la Fede, a ogni costo, nel soprannaturale. Il resto è Male e Peccato, in blocco, senza sfumature.

L’Umanesimo trova altre soluzioni: l’Uomo centro e misura di ogni cosa, un Universo armonioso perché redento tutto nella materia e nelle creature, dal Cristo-Uomo.

Più tardi, l’Illuminismo crede di aver trovato nella Dea Ragione il segreto dell’equilibrio.

Poi, un Positivismo molto ottimista è pronto a giurare sulla Scienza come arma infallibile per centrare il bersaglio di una confortante autonomia dell’Uomo, non più schiavo dell’annoso dilemma Anima e Corpo, Ideale e Realtà.

Epoche, sembrerebbe, fatte di certezze o, almeno, illuse di possederne una. Tra le une e le altre, ampie zone d’ombra, dense di dilemmi, sconvolte dall’agitarsi delle coscienze in preda a tormenti conoscitivi e etici, comunemente definiti crisi.

Il nostro tempo, quanto mai avaro di certezze, è l’esempio tipico di uno di questi periodi di crisi. Crisi tra continenti, mondi, individui, vittime di mille contraddizioni. Ma soprattutto crisi riaperta, clamorosamente, sopra il vecchio dilemma tra Ideale e Realtà.

Di che cosa vive veramente l’Uomo di oggi?

Dove troverà la sua giusta statura?

Sino a che punto gli basta la civiltà del benessere e in che misura invece persiste in lui un bisogno incoercibile di Infinito e di Eternità?

Ecco le domande di grande attualità, che sembrano compendiare in sé tutte le altre singole moderne ragioni di crisi, e sulle quali sembra configurata la Poesia di Forugh.   

Una vita è ciò che si fa di essa: i pochi dettagli, che ho attinto dalla ricca biografia di Forugh – “A Lonely Woman Forugh Farrokhzad and Her Poetry”, 1984 pp. 181 – scritta da Michael Craig Hillmann, ci forniscono tutto e niente insieme. Altri aggiungono dei barlumi: apprendiamo, così, che questa donna, il cui genio sembra uscito interamente dalla tradizione popolare, leggesse molto. Nima Yushij aveva influenzato la Sua giovinezza: sembra che, per effetto, di una singolare osmosi, il tono e lo stile siano largamente debitori all’austero profeta iraniano.  

Forugh è morta, il 14 febbraio 1967, a trentadue anni, prima di sentire la vecchiaia, che non temeva.

 

“Sono contenta che i miei capelli siano diventati bianchi e di avere qualche ruga sulla fronte.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

“Sono contenta di non essere più una sognatrice e un’utopista. Ora sto per compiere trentadue anni, questo significa aver trascorso trentadue parti della vita. Ma, in cambio, ho trovato me stessa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

Ma qualche tempo prima aveva scritto:

 

“Ho paura di morire anzitempo e di lasciare i miei lavori incompiuti.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 18 agosto 1969)

 

e ancora:

 

“Sono sfiorita, i capelli sono divenuti bianchi e il pensiero del futuro mi angoscia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

La Sua tragica fine sconvolgeva l’Iran, come precedentemente era avvenuto per Sadeq Hedayat, suicida a Parigi, nel 1951.

 Non lasciava eredità da spartire, aveva vissuto priva di tutto e in povertà.

 

“Il denaro era l’unica cosa cui non pensasse. Alla sua morte aveva poco denaro e un pacchetto di sigarette.”

(Intervista a Fereydun Farrokhzad, Kayhan 13 febbraio 1974)

 

Nella Sua casa di Tehran, come nelle altre dimore della Sua vita errabonda, vi erano un letto per amare, un tavolo per scrivere.

 

”Spesso a metà del mese sono senza soldi e non vi è nessuno che possa aiutarmi. Ora siamo a metà dell’inverno e non ho ancora una stufa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

Viaggiava con un solo bagaglio: una valigia in cui teneva i Suoi scritti.

Là dentro, vi era non solo l’opera, ma il ritratto di una vita.

Poesie, appunti di viaggio, il diario intimo, lettere.

E qualche disegno.

 

“Tutta la mia ricchezza è costituita dai quaderni che ho raccolto negli anni e dai quali non mi separo ovunque vada. Sono quaderni sui quali, un giorno, la mano di un amico ha lasciato la propria impronta e sfogliarli mi riporta a uno dei giorni perduti della mia vita, rendendomi viva ogni volta.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

Nel 1956, aveva soggiornato in Italia, singolarmente portata dal destino in questo paese, dove aveva apprezzato gli italiani. Aveva tenuto regolarmente un diario, grazie al quale possiamo avere una visione abbastanza precisa di quello che è un periodo di particolare interesse. Possiamo immaginarci una ragazza esile e bruna, leggere e scrivere in una stanza di (…).

Ovunque alloggiasse, costruiva intorno a Sé una fortezza che non poteva essere facilmente espugnata. Questa Sua riluttanza a lasciare i modesti agi, per Lei così importanti, del Suo posto di lavoro è testimoniata più di una volta nel Suo diario.

Forugh ha intrecciato lo scrivere alla vita, facendone un punto fermo, a giustificazione di quest’ultima.

Nell’ultimo periodo della Sua vita, Forugh ha spinto sino all’ossessione l’Amore per la parola scritta. Stremata dalle molte vicissitudini, malata, debole, aveva cercato di riunire le Sue opere. Conservava tutto, come per raccogliere la testimonianza di Se stessa, per proteggersi con la presenza reale di quelle pagine dalla solitudine di cui era preda.

Oggi, quarant’anni dopo la Sua morte, quegli scritti raccontano trentadue anni dell’esistenza di una donna, anni pieni di grandi successi pubblici, numerosi come gli smacchi personali e i dolori privati. Nell’abbondanza e nella fertilità che li contraddistinguono, questi documenti appartengono alla letteratura come al vivere. Pagina dopo pagina, ci troviamo a incrociare piccoli drammi di quotidiane vicende, miniature di amici colti nelle loro debolezze, brandelli di pettegolezzi, seri a volte, più spesso profani, istantanee policrome, come in una conferenza su viaggi esotici, e piccole confidenze sul mestiere letterario. A volte, i velati avvertimenti su un affetto ferito o un orgoglio piccato o, parimenti, le minute benedizioni dell’appagamento amoroso. Ma sotto la superficiale schiuma delle parole, si segnala occasionalmente la strana alchimia dell’Amore frammisto all’incertezza, e dello slancio unito all’imbarazzo. Sono questi i geroglifici dell’emozione di cui queste pagine recano l’impronta.

E noi, qui, La osserveremo, come a Lei piaceva vedersi, scrivere e vivere.

Per quanti la conobbero, la Poesia di Forugh commenta semplicemente il poema della Sua vita. Ispirata alla realtà, resta a Lei inferiore, non è che la cenere di un fuoco meraviglioso. A coloro che tutto ignorano di Lei, vorrei far sentire il dolce calice di questa cenere. Scartando tutto ciò che è solo involucro, apparenza, superficie, vorrei giungere subito al cuore di questa rosa, al fondo di questo dolce calice.

Queste pagine sono un montaggio. Per scrupolo di autenticità ho fatto monologare il più possibile Forugh, attingendo ai Suoi scritti. Anche nei punti in cui non mi sono servita di virgolette, ho spesso riassunto le annotazioni della Poetessa, troppo prolisse per essere riportate tali e quali. Le frasi di mia creazione sono tutt’al più dei riempitivi: ho cercato semmai di imprimere a esse qualcosa del suo ritmo personale. Certo vedo i difetti di un procedimento che concentra in un solo giorno sentimenti e sensazioni che, nella realtà, occuparono diversi anni di vita. Il fatto è che quei sentimenti e quelle emozioni sono troppo costanti in ciò che ci rimane degli scritti di Forugh, per non essere stati l’assillo di questa donna quasi morbosamente incline alla riflessione.

Mi rendo conto della stranezza di questa operazione quasi negromantica.

Tali sono i giochi di specchi del tempo.

Mi è parso che una scelta di testi narrativi – diari, scritti personali, articoli di giornali –, attinti da tutto l’arco della Sua produzione e scanditi dal racconto della Sua vita, avrebbe permesso di conoscerLa meglio.

Ho ricostruito, anno dopo anno, l’attività letteraria di Forugh. Un lungo viaggio attraverso la passione amorosa, attraverso miti e personaggi che, in qualche modo, hanno rappresentato la sintesi, il modello, il paravento di un sentimento che, per dirla con Kafka, “aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità” ovvero – sono parole di Giacomo Leopardi – “di nostra vita ultimo inganno”.

Dalla Sua morte, generazione dopo generazione, ci si interroga e si discute sui silenzi di un’esistenza troppo breve, sulle Sue contraddizioni, che Forugh coltivava con l’eccesso che Le era proprio, si cerca nella straordinaria forza del Suo carattere e della Sua vita il meglio di noi stessi, si rifiuta quanto ci minaccia, si resiste al mito e lo si alimenta con la nostra mentalità di vivi un po’ antropofagi e molto barbari.

Ha scritto senza posa, con un amore che aumentava ogni giorno, perché proprio d’Amore si trattava: apprese a conoscere e a raccontare la Sua terra, la Sua gente. È vissuta con la matita in mano, annotando quello che vedeva, pensava e provava, instancabilmente, certo con una predisposizione innata, ma con un’abilità conquistata grazie alla Sua ostinazione e al Suo rigore etico e letterario, al Suo Amore per la scrittura.

Forugh non incontrava ostacoli, dubbi, conflitti, ripensamenti.

 

“Rusciva a memorizzare i versi, li componeva direttamente sul foglio senza correggerli.”

(Tusi Ha’eri, settimanale Bamshad, terza settimana 1968)

 

Rivoluzionaria in politica, Forugh non lo è di meno in letteratura. I Suoi versi esprimono il sentimento e l’anima del popolo iraniano, così come riflettono gli aspetti quotidiani dell’amore e della politica.

 

“Credo di essere un poeta in ogni momento della mia vita. Essere un poeta significa essere umano. Conosco alcuni poeti il cui comportamento quotidiano non ha nulla a che fare con la loro Poesia. In breve, sono poeti solo quando scrivono poesie. Quando hanno terminato di scrivere, tornano a essere nuovamente avidi, condiscendenti, tirannici, miopi, meschini. Dunque, io non credo alle loro poesie. Io apprezzo l’onestà nella vita e quando li scopro nelle loro poesie e nei loro saggi levare pugni e grida ne sono disgustata e dubito della loro veridicità. E penso tra me: “Forse è solo per un piatto di riso che gridano.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

In polemica con gli scrittori di sinistra, com’era abbastanza naturale, la critica di Forugh, particolarmente aspra e, a mio parere, giusta, dava sfogo alla Sua irritazione nei confronti di parte della Poesia degli intellettuali comunisti. Il verdetto definitivo di una scrittrice consapevole dei problemi sociali. A Forugh non sfuggiva quanto l’Intellighenzia iraniana, nel suo sviluppo, fosse condizionata dalla struttura di classe, né Le sfuggivano le matrici essenzialmente borghesi dello stesso movimento di sinistra degli anni Sessanta. Di conseguenza, era convinta che, nonostante la loro posizione ideologica, i giovani scrittori comunisti del Suo tempo non riuscissero a superare le barriere di classe; non solo, ma che, a causa della loro estrazione sociale fossero condannati a una visione molto confusa della realtà, e sempre lo sarebbero stati se non fossero riusciti a creare una società senza classi. Ciò che differenziava Forugh dalla maggior parte dei giovani di sinistra era il Suo riconoscimento franco e esplicito dell’importanza della struttura di classe nella letteratura. Mentre altri tentavano di scavalcare le barriere di classe, o addirittura di negarne l’esistenza, Lei le riconosceva apertamente e, implicitamente, riconosceva, quindi, la propria posizione di isolamento all’interno di una società divisa. Certo, non riteneva che questa fosse una situazione desiderabile, tuttavia neppure pensava che tale situazione potesse essere modificata ignorandone l’esistenza. E qui Forugh si distaccava non soltanto dalla sinistra, ma anche dalla destra.

 

“Quando torno a casa e resto sola, improvvisamente sento di aver trascorso la giornata a vagare, smarrita tra una miriade di cose che non sono mie e non avranno durata. Tra questa gente tanto diversa, mi sento così sola che, a volte, mi viene un nodo alla gola dalla rabbia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 febbraio 1966)

 

Si proclama adepta di Nima Yushij – takallos di Ali Esfandyari (Yush, Mazandaran 1897-1960) – e denuncia gli idoli che servono da alibi, ai Suoi occhi, all’imborghesimento delle anime e all’asservimento dell’arte.

 

“(Nima Yushij) È stato la mia guida, ma io sono stata l’artefice di me stessa. Ho sempre fatto affidamento sulle mie sperimentazioni. Ho scoperto come Nima riusciva a arricchire la sua nuova forma di linguaggio. Se non lo avessi scoperto, non sarei giunta a niente. Sarei divenuta un’imitatrice senza coscienza. Avrei fatto la mia strada, vale a dire, avrei vissuto la mia vita.” 

(Intervista a Forugh Farrokhzad, Darash)

 

L’innovazione di Forugh rispetto a quella che si definisce, in modo sempre un pò vago, la tradizione è un fatto acquisito, tuttavia, l’apporto di questo nuovo sguardo, lungi dal significare la rottura con una tradizione superata, mira a vivificare uno stile perduto. Una scrittura che preferisce l’economia dei mezzi e la concisione folgorante alla retorica verbosa e al pathos dei buoni sentimenti.

 

La Poesia è per me come una finestra e ogni volta che io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l’immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Non vi è differenza. È un modo di comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere. È un privilegio di cui il poeta, componendo versi, può beneficiare: anch’io esisto o esistevo. Altrimenti come si potrebbe affermarlo? Nella Poesia, io non cerco nulla. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh resta viva, non perché i versi delle Sue poesie sono scelti e saccheggiati dagli autori di antologie o di manuali universitari, ma perché, contrariamente alla maggior parte dei Suoi contemporanei, Lei non ha barato, Lei non ha mancato le Sue lacerazioni, i Suoi dubbi, le Sue piccinerie, i Suoi rancori sotto gli orpelli della bella letteratura.

Se gli scritti che ha lasciato ci toccano, tutti i Suoi scritti, non soltanto le Sue poesie, ma anche il più piccolo frammento, anche le pagine cancellate dei Suoi brogliacci, è perché restano un bruciante fuoco di tensioni, restituiscono a un’esistenza frammentata una nuova coerenza, una continuità, una certa pace.

Infanzia anticonvenzionale e anarchica, Forugh ha vissuto sin da piccola libera da ogni disciplina e costrizione sociale: l’unica autorità era il padre.

 

“Era molto freddo e duro, un vero soldato dal volto severo o, meglio, sempre celato da una maschera che incuteva timore. Ricordo che appena sentivamo il rumore dei suoi stivali, tutti lasciavamo quello che stavamo facendo e ci nascondevamo; ma questo padre così severo, i cui soli passi ci facevano sussultare, ogni tanto tornava se stesso e rivelava il suo vero volto. Allora ci abbracciava teneramente e calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi.”

(Intervista a Puran Farrokhzad, Kayhan, 10 febbraio 1971)

 

Il colonnello Mohammad Baqer Farrokhzad sapeva essere un padre incantevole. Raccontava storie, talvolta recitava poesie e stimolava, poi, i figli a discutere di quello che avevano ascoltato.

 

“Se, oggi, gli altri mi considerano testarda e sicura di me lo devo all’educazione impartita da mio padre.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

La madre, Touran Vaziri-Tabar, dolce e sottomessa, amorosa e attenta, viveva soprattutto per suo marito e era venerata dai figli.

 

“La mamma era una donna perfetta, ingenua e semplice, ignara del male, fiduciosa del mondo e degli uomini. Una donna legata a tutte le tradizioni, a tutte le convenzioni.”

(Intervista a Puran Farrokhzad)

 

Certo, Forugh aveva sofferto dell’apatia materna, della tirannia e delle velleità paterne e, forse, un pò di invidia l’aveva consumata vedendo i due fratelli andare all’Università, mentre Lei era dovuta restarsene a casa. Le donne avevano accesso allo studio, ma dovevano subire ancora molte discriminazioni nelle Università, che continuavano a essere, in gran parte, territorio riservato all’altro sesso. La sciatteria della casa aveva dovuto pesarLe, ma quel posto chiuso e disordinato, ingombro di libri e di carte, un po’ sporco e letargico, era la Sua tana. Vi coltivava un’anima persiana e romantica.

Fu, certamente, una ragazza fortunata.

E, fu quello il periodo più felice di un’infanzia felice.

Ma, come tutti i paradisi in terra, anche questo era insidiato. Sin dall’inizio, la vita di Forugh fu minacciata dalla depressione, dalla morte, dalle disgrazie.

 

“Ogni mese, due o tre volte cadeva in crisi depressive. In quei giorni fuggiva da tutti e da tutto, si chiudeva in stanza e piangeva. “

(Puran Farrokhzad, settimanale Bamshad, ottobre 1968)

 

Sognava di grandi spazi e là, nella Sua prima adolescenza, trovava il Suo motto:

 

“Ibo singulariter donec transeam.”

“Me ne andrò solitaria sino alla morte.”

 

Non ci volle molto alla ragazza precoce per scoprire che, se non erano sincronizzati il sentimento e l’accadere, lo erano il sentimento e la fantasia.

E fu con una tale scoperta che Le si aprì il mondo della futura Poetessa.

L’apprendimento delle attività femminili non costituiva per Forugh un compenso adeguato.

Se fosse riuscita a insegnare a Se stessa come fondere il sentimento con la fantasia avrebbe creato un Suo proprio mondo, una repubblica spaziosa, abitata soltanto da chi avesse scelto di farne parte, un luogo dove l’accadere non avrebbe creato disturbo, un regno inventato, completamente sotto controllo, dove la pena e il dubbio non avrebbero avuto dimora.

Come ogni tentativo di produrre armonia, per quanto artificiale, nel caos della propria esistenza, anche questo avrebbe, tuttavia, generato un conflitto dagli esiti sfortunati. Forugh deve essersi resa conto che l’essere amata e l’essere libera non si possono coniugare. L’indipendenza richiede distanza emotiva dagli altri, proprio come l’affetto esige sottomissione e acquiescenza.

Fu proprio questa combinazione a causarLe tante pene di cuore; eppure, nonostante il tumulto provocato dai disordini amorosi, Forugh non poteva esistere senza Amore o, più precisamente, senza l’idea dell’Amore.

 

“Qualche volta penso che per me sartebbe possibile lasciare questa vita in un solo istante, perché non sono legata a nulla. Sono una sradicata. È solo l’amore che mi trattiene, ma…”

(Ferdowsi, 18 agosto 1969) 

 

La preferenza di Forugh per un glorioso fallimento rispetto a uno sbiadito successo assume un significato più ampio, in questa luce distante.

A questo riguardo, sarebbe opportuno dissipare una confusione troppo a lungo mantenuta dagli eccessi dello strutturalismo. Se è evidente che, nello studio di un Autore, la conoscenza della vita non sostituirà mai la conoscenza dell’opera, non significa che ci si debba privare di uno strumento prezioso alla comprensione dello stesso processo creativo. La forza di un’opera è legata, non soltanto alle determinazioni che hanno pesato sulla sua elaborazione, ma al posto dell’opera nella vita, della vita nel secolo, all’apporto dell’opera, al flusso mobile e mutevole delle idee e delle forme, alla funzione dello scrittore nella società.

 

“In verità, la Poesia che ignori l’ambiente e le condizioni in cui nasce e si sviluppa, non può mai essere vera Poesia.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Ma prima di affrontare l’analisi dei testi in quanto tali, importa collocarli nel loro quadro storico e biografico.

Grido del cuore, difesa appassionata di una Poetessa ritenuta fondamentale, queste pagine riposano sullo studio spinto di numerose poesie di Forugh Farrokhzad. Si presentano, dunque, come la prima edizione italiana con la quale è possibile conoscere e apprezzare in un unico libro in modo organico e sistematico la Sua produzione poetica, anche tramite il testo persiano che è riprodotto a fronte della relativa traduzione. Il risultato finale evidenzia la preziosità dell’iniziativa rivolta a tutti coloro che sentono la necessità di entrare in questa opera, sino a oggi, soltanto sfiorata.

Il est difficile d’être plus lucide envers l’égalitarisme terrifiant qui, sous ses yeux, entraînait le nivelage de toutes les valeurs esthétiques et culturelles sous le pied d’un utilitarisme nauséeux. Forough a été la première à déchiffrer dans la société de son temps des tares appelées à proliférer et à prospérer, de véritables maladies de l’âme qui risquent à terme d’entraîner la mort de l’homme comme être pensant.

In un paese in cui non vi è miseria, è naturale non essere snob. Parimenti avviene laddove tutti sono egualmente poveri. Ma dove le ineguaglianze sono tali che nessun ricco può osservarle senza avvertire nell’intimo un sentimento di disagio, questi preferisce non guardare affatto e dimenticare che accanto al suo esiste un altro mondo. 

I poeti hanno un sesto senso che rende loro chiaro l’avvenire.

Forugh aveva molto presto intuito che, un giorno, sotto la pressione dell’americanismo, la parola Democrazia avrebbe perduto il suo significato.

La Democrazia cessa di essere democratica quando diventa forte.

Sapeva quanto fosse vano lottare contro un’abiezione chiamata, un giorno, a divenire universale e ne aveva dedotto che non vi era altra strada per la Poesia che affrontare questa abiezione per attingervi gli elementi di una nuova bellezza.

In ogni caso, Forugh ci ha lasciato, grazie al Suo diabolico coraggio, al Suo incurabile ottimismo, grazie alla Sua fede nell’arte, a dispetto di tutto, un ammirevole esempio di resistenza a un’ignominia sociale che non doveva cessare di espandersi e che, oggi, esibisce sotto i nostri occhi le sue tristi turpitudini.

Strano personaggio questa poetessa ribelle, che respirava la libertà da tutti i pori della Sua pelle. Lei che, partendo dalla rivendicazione della Sua libertà, in quanto donna, è giunta alla necessità della liberazione sociale.

 

“Molti trovano rifugio negli altri, cercando di compensare le proprie carenze, ma non vi riescono mai del tutto, altrimenti questo rapporto non sarebbe da solo la più grande Poesia del mondo e della vita?”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh era nella condizione di sentire, nella Sua carne, l’oppressione e l’avvilimento che il matrimonio può arrecare alle donne. Il tentativo era stato fatto e, inutile dirsi, era fallito.

La Sua salute peggiorò quasi subito. Forugh perse la fede e si dedicò con diligenza a cercarne un’altra, finché, dopo numerosi tentativi, trovò un asilo spirituale a Lei congeniale nella Poesia.  

 

“ Il rapporto tra due esseri non può mai essere perfetto o completo. Ma la Poesia è per me un’amica con la quale poter parlare in libertà e in intimità. È un’amica che mi completa.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Nel decennio che seguì alla Sua abiura, Forugh scoprì oltre alla propria vocazione di poeta e di pittore anche quella di regista. Aveva, insomma, un temperamento artistico. 

 

“Se io ho scritto poesie per tutta la vita, questo non significa che la Poesia sia l’unico mezzo di espressione. A me piace il cinema. Se potessi lavorerei in ogni campo. Se non fosse esistita la Poesia avrei recitato in Teatro. Se non fosse esistito il Teatro, avrei fatto del Cinema. Se perseguo la strada dell’Arte è perché ho qualcosa da dire.”

 

Personalmente ritengo che Lei avrebbe preferito essere ricordata come donna.

In una certa misura, le Sue opinioni, osteggiate da una moralità angusta e intollerante, non Le impedirono di avere una visione del mondo essenzialmente onesta, responsabile e sana.

Che peccato che un incidente d’auto abbia interrotto il Suo volo!

 

Rammentati del volo,

L’uccello è mortale.

Così è partita a soli trentadue anni.

 

“Poi la neve, una candida neve bianca, iniziò a cadere dal cielo. Forugh, tutta di bianco, fu adagiata nella tomba. La neve bianca coprì la tomba e la terra tutt’intorno.”

(Parviz Lushani, Bianco e nero, febbraio 1967)

 

Forse la verità furono quelle due mani, quelle due giovani mani

Che furono sepolte sotto la continua caduta della neve.

Crediamo

Crediamo nell’inizio della stagione fredda

Crediamo nelle rovine dei giardini della fantasia

Nelle capovolte e disoccupate falci

E nei semi imprigionati.

Guarda come sta nevicando… 

 

È nata in inverno, ha vissuto essenzialmente in inverno per partire, infine, in inverno.

 

E questo sono io:

Una donna sola,

Sulla soglia di una stagione fredda

All’inizio della percezione dell’esistenza inquinata della terra

E della triste e semplice disperazione del cielo

E della debolezza di queste mani di cemento…

 

Non a caso aveva freddo.

 

Ho freddo

Ho freddo, si direbbe che non mi riscalderò mai…

 

Senza alcuna tema, si può affermare che l’avvenire appartiene alle donne della Sua tempra.

 

 

(da "Tanha sedast ke mimanad : Forugh Farrokhzad e la questione femminile", ADZ)

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 12, 2008 16:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, politica, amore, vita, iran, donna
venerdì, 07 marzo 2008

La saveur de la vie est dans le désir d'être une Femme.

Ce post est dédié à Vous Mesdames de la part d’une Femme aux Femmes.

Daniela

 

 

 

« Per quanto riguarda il problema della libertà, per me si riduce a una questione di parole. Non acconsentirò mai a identificare la libertà con un certo numero di libertà politiche. In ciò che voi chiamate libertà io vedo solamente « delle » libertà. E quella che io chiamo lotta per la libertà non è che la continua e concreta conquista dell’idea di libertà. Colui che non vede la libertà come un bene ardentemente desiderato e crede di possederla, in verità possiede una cosa senza vita, senza anima ; perché la nozione di libertà ha questo di particolare, che si allarga costantemente. Se, dunque, ci si ferma e si proclama di averla conquistata, nello stesso atto avrà dimostrato esattamente di averla perduta… »

Henrik Ibsen

 

Verrebbe spontaneo – come è stato fatto da molti critici – vedere in Ibsen un antesignano di quel femminismo che, proprio alla fine del XIX secolo, iniziava a affermarsi. La migliore smentita a tale interpretazione, una smentita che non la nega ma la inquadra in una visione ancora più ampia, viene dallo stesso autore. Durante un banchetto dell’Associazione Norvegese per i Diritti della Donna, il drammaturgo dichiarò, infatti, rispondendo al brindisi:

 

« Devo rifiutare l’onore di avere consapevolmente lavorato per i diritti della donna. Non sono neppure proprio sicuro di quello che siano, in realtà, i diritti della donna. Per me, è stata una questione di diritti dell’umanità. »

 

 

Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zefiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “giardino, primavera e dolce commercio”. A almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall'armare navi, elevare templi, compiere massacri.

In un essere che è stato programmato per essere dominato, l’intelligenza è una qualità scomoda da scoraggiare sul nascere, per non darle modo i prendere coscienza di sé. Al contrario, viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano compresi, ancora prima di essere formulati, e soddisfatti da un essere condizionato a anteporre i bisogni altrui ai propri e, spesso, a scapito dei propri.

Il femminismo è stata la prima forma di identità pubblica che le donne, si sono date dalla fine del ‘600.

Se molto è stato fatto, soprattutto nei Paesi industrializzati, molto resta da fare per le mutilazioni e l’emarginazione cui molte donne africane, asiatiche sono sottoposte.

La parità di diritti con l’uomo, la parità salariale, l’accesso a tutte le carriere sono obiettivi sacrosanti e, almeno sulla carta, sono già stati offerti alle donne nel momento in cui l’uomo l’ha giudicato conveniente. Resteranno, tuttavia, inaccessibili alla maggior parte di loro finché non saranno modificate le strutture psicologiche che impediscono alle donne di desiderare fortemente di farli propri. Sono queste strutture psicologiche che portano la persona di sesso femminile a vivere con un senso di colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo produttivo, a sentirsi fallita come donna se vi aderisce e a sentirsi fallita come individuo se, invece, sceglie di realizzarsi come donna.

 

 

Non mi rammarico, certo, di essere nata donna, al contrario, ne traggo grande soddisfazione.

Quasi sempre mi sono sentita bene nella mia pelle, e ho avuto fiducia nella mia buona stella. Ho spinto addirittura la mia fiducia nell’avvenire sino alla sventatezza : non avevo creduto alla guerra prima che scoppiasse. Adesso sto più attenta. Mi piace guardare in faccia la realtà e parlarne senza abbellirla. Non sopporto l’infelicità e sono poco incline a prevederla, quando la incontro mi indigna e mi sconvolge, e provo il bisogno di comunicare la mia emozione. Per combatterla, bisogna prima rivelarla, e, pertanto, dissipare le mistificazioni dietro le quali la si nasconde per evitare di pensarvi. È proprio perché rifiuto le evasioni e le menzogne, che mi si accusa di pessimismo, ma questo rifiuto implica una speranza : che la verità può essere utile. È un atteggiamento più ottimistico che non scegliere l’indifferenza, l’ignoranza, le false apparenze.

Dissipare le mistificazioni, dire la verità, è uno dei fini che ho più ostinatamente perseguito. Questa ostinazione ha le sue radici nella mia infanzia, non ho mai tollerato la stupidità : un modo per soffocare la vita e le sue gioie sotto i pregiudizi, le abitudini mentali, le false apparenze, le frasi vuote.  

La mia educazione mi aveva inculcato l’inferiorità intellettuale del mio sesso, inferiorità che molte delle mie coetanee ammettevano rispetto agli studenti maschi e che conferiva maggior pregio ai miei successi. Mi era sufficiente eguagliarli per sentirmi eccezionale. In realtà, non ne avevo incontrato nessuno che mi avesse sbalordito. L’avvenire mi era aperto in misura eguale a loro. Non avevano alcun vantaggio su di me, né, d’altronde, lo pretendevano. Mi trattavano senza condiscendenza, anzi con una gentilezza particolare, poiché non vedevano in me una rivale. La loro simpatia mi evitò sempre di assumere quell’atteggiamento di sfida che trovo così sgradevole nelle donne americane.

Gli uomini sono stati per me dei compagni, non degli avversari. Lungi dall’invidiarli, la mia posizione, in quanto singolare, mi sembrava privilegiata. Non ho mai rinnegato la mia femminilità. Mi piccavo di riunire in me un cuore di donna e un cervello di uomo.

 

 

« Des riches, nous avons entendu que les pauvres sont responsables de leur pauvreté, des Blancs que les Noirs n’ont qu’eux-mêmes à blâmer pour leur statut social minable, et des hommes que les femmes sont satisfaites de leur destin et ont choisi leur propre subordination. »

Dale Spender

 

Le jour où l’une d’entre nous découvre soudain n’être ni « inférieure », ni « anormale », ni « un défaut de fabrication de Dieu » ni « dépourvue de créativité et de talents artistiques », ni « incapable d’Amitié », mais qu’un même regard masculin au cours des siècles lui a inculqué cette image négative d’elle-même, elle ne peut s’empêcher de se demander si d’autres femmes dans le passé ont fait, aussi, cette merveilleuse découverte de se savoir capables de tout comme l’autre moitié de l’humanité. Avec, en plus, le pouvoir de donner la vie.

Dale Spender raconte qu’elle cesse de croire à la quasi-absence des femmes dans l’histoire, ainsi que l’enseignaient toutes les institutions, lorsqu’elle apprend qu’en 1911 les féministes avaient en Grande-Bretagne vingt et une revues, une librairie, une imprimerie et une banque gérée par et pour des femmes.

Quand une femme refuse de reconnaître la suprématie masculine et le modèle unique de la maternité, on la repousse dans un ghetto où elle ne pourra pas nuire et on se sert de l’exemple de son isolement comme repoussoir pour garder l’ensemble des femmes dans le droit chemin du servage. Mais cette stratégie est à double tranchant, car la virginité, par exemple, représente une voie vers l’indépendance envers les hommes.

Ce choix porte en soi un germe d’intégrité qui libère des valeurs de soumission.

La vierge symbolise la femme intacte dans tout son passé et son potentiel affectif originel. Pour les hommes, remarque Beauvoir, « la virginité n’a d’attirance érotique que si elle s’allie avec la jeunesse ». Le mépris des hommes envers les vieilles filles viendrait, selon elle, de la peur que ces femmes aient échappé à leur pouvoir ou qu’elles possèdent trop de pouvoir en propre.

 

« Arriver à la conclusion que le vrai but des femmes dans la vie est de vouloir compter beaucoup les unes pour les autres et que, pour elles, les hommes ne sont qu’une incidence dans leur vie est bien sûr très terrifiant ».

Simone de Beauvoir

 

 

Les femmes ont toujours eu un passé dur à oublier et un silence difficile à vivre mais, au fil du temps, une sorte de lien s’est tissé entre elles et la Nature, comme espace narratif pour excellence : un jardin secret où naissent les fleurs de l’espoir.

« Princesse Firouzeh » est né de l'envie de faire connaître mes écrits. Mais créer un site Internet uniquement pour diffuser mes ouvrages m’est vite apparu d’un intérêt limité car il existe déjà de nombreux sites personnels littéraires. Aussi il m’a paru juste et urgent traduire et présenter dans « Princesse Firouzeh » une petite anthologie de Poésie féminine, si peu mise en relief voire quasiment passée sous silence, réhabilitante les femmes poètes.

Les femmes Poètes ont toujours eu une étonnante faculté de percevoir les plus subtiles vibrations de l'âme et de savoir les exprimer de manière sublime, ce qui a fait dire à Montherlant :

 

« Les hommes ne sentent pas avec la même vivacité que les femmes. »

 

Je vous souhaite un beau voyage à travers les mots, mots d’hier et d’aujourd’hui, mots sans temps et sans espace qui portent en eux notre histoire et nous emmènent loin, très loin, très très loin…

 

 

Simile agli dei mi pare
Chi a te di fronte siede e ascolta
Quando tu parli soavemente
E ridi con amore.

Ma quest'immagine tua nel petto
Il cuore mi spaura. Solo un attimo
Ti guardo, e voce non più
M'esce dal labbro:

La lingua mi s'intorpida. Sottile
Un fuoco le membra mi corre,
Gli occhi non vedono, e m'assorda
Un rombo gli orecchi.

Di sudore un velo mi copre, tutta
Mi vince un tremore: più verde sono
Dell'erba, e nel mio patire vicina
Morte m'appare.

Saffo (VII secolo a.C.)

 

 

 

I bianchi cavalli smaniosi
Ssi levavano dritti sulle zampe
Con grande strepito; il suono della cetra
Batteva in eco sotto il portico vasto della corte.
O Bàuci infelice, io gemendo piango al ricordo.
Queste cose della fanciullezza hanno ancora calore
Nel mio cuore, e quelle che non furono di gioia
Sono cenere, ormai. Le bambole stanno riverse
Sui letti nuziali; e presso il mattino
Lla madre cantando più non reca
Il filo sulla rocca e i dolci cosparsi di sale.
A te fece paura da bambina la Mormò
Che
ha grandi orecchie e su quattro

Piedi s'aggira movendo intorno lo sguardo.
E quando, o Bàuci amata, salisti sul letto dell'uomo
Senza memoria di quello che giovinetta ancora
Avevi udito da tua madre, Afrodite
Non fu pietosa della tua dimenticanza.
Per questo io ora piangendoti non ti abbandono;
Né i miei piedi lasciano la casa che m'accoglie,
Né voglio più vedere la dolce luce del giorno,
Né lamentare con le chiome sciolte; ho pudore
Del cupo dolore che mi sfigura il volto.

 

Erinna (IV secolo a. C.)

 

 

 

Dolce come l’amore non vi è nulla

Ogni altra felicità viene dopo: perfino

Il miele la mia bocca rifiuta.

Questo dice Nosside

Solo chi non ha avuto i baci

Di Cipride non sa che fiori sono le rose.

 

Nosside (III secolo a.C.)

 

 

 

Lacrime di bimba

 

A un grillo, d’arati prati usignolo,

E a una cicala che abitò le querce,

Quella tomba comune innalzò Miro,

Una bimba, e lacrime sparse di bimba,

Poiché spietato l’Ade le tolse

Quei due cari balocchi.

 

Anite (III secolo a.C.)

 

 

 

Piangimi, d'un pianto breve, nato
Dal segreto del cuore: dimmi
Una tua parola tenera: di me ricorda,
Quando con me più non sarà la vita.

Filita di Cos (III secolo a.C.)

 

 

 

Abandon

Elles disent : Si jeune, et tant de cheveux blancs !

Et moi : Blancs ils seraient, pour peine moins affreuse !
Tout est malheur en cette vie, Abu Hassan.
Puisque je vis sans toi, et partant malheureuse.
Il était la jeunesse et l'âge sûr de lui,
Calme mais chaleureux, main offrante et offerte,
Il était le mérite absolu, non pas certes
De tel sot qui devant ses chefs se rembrunit.
Quand on parle d'un homme et qu'un juste propos
Dit avec art sa bienveillance et son honneur,
C'est à toi que je pense, et je pleure, un sanglot
Etouffe tout mon être et fait fondre mon coeur.
Ce coeur, tu l'as brisé, j'en jure, il n'en peut plus !
Le deuil emplit mon âme et ma tête fléchit.
Le dur bois de ma lance aujourd'hui s'est rompu,
Cassé comme le coeur si solide du buis.

 

Al Khansa (VII secolo d.C.)

 

 

 

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,

Mentre vai nella riserva dell'imperatore,

Il guardiano della riserva

Non ti starà osservando

Mentre mi agiti la manica?

 

Nukata no Ohokimi (VII secolo d.C.)

 

 

 

Se fosse possibile morire per amore,

Per mille volte

Io sarei morta e tornata a morire.

 

Kasa no Iratsume (VII secolo d.C.)

 

 

 

Les chaînes de l'amour

De nouveau piégée dans les rets de son amour
J'eus beau faire, rien n'y faisait
Récalcitrante, j'ignorais que plus je me débattrais
Plus étroitement le piège m'enlacerait

Une mer sans rivage, c'est cela l'amour
O malheureuse, comment y surnager !

Si tu veux connaître le fin mot de l'amour
Alors accepte même ce qui déplaît
La ciguë toute bue que l'on s'imagine délice
La cruauté constatée que l'on veut croire bienfait.

 

Rabe’e Balkhi (X secolo d.C.)

 

 

 

Il me faut chanter ici ce que je ne voudrais point chanter
Car j'ai fort à me plaindre de celui dont je suis l'amie
Je l'aime plus que tout au monde
Mais rien ne trouve grâce auprès de lui
Ni Merci, ni Courtoisie, ni ma beauté, ni mon esprit,
Je suis trompée et trahie comme je devrais l'être
Si je n'avais pas le moindre charme.

Une chose me console: jamais, je n'eus de torts
Envers vous, ami. Je vous aime, au contraire
Plus que Seguin n'aima Valence
Et il me plait fort de vous vaincre en amour,
Ami, car vous êtes le plus vaillant de tous.
Mais vous me traitez avec orgueil en paroles et en actes,
Alors que vous êtes si aimable envers d'autres.

Je suis surprise de l'arrogance de votre coeur,
Ami, et j'ai bien sujet d'en être triste
Il n'est point juste qu'un autre amour vous éloigne de moi
Quel que soit l'accueil qu'il vous réserve,
Qu'il vous souvienne du début
De notre amour. A Dieu ne plaise
Que par ma faute il s'achève.

La grande vaillance qui loge en votre coeur
Et votre grand mérite me sont sujets de tourments,
Car je ne connais point dame, proche ou lointaine,
Et en désir d'amour qui vers vous ne soit attirée
Mais vous, ami de si bon jugement,
Vous devez bien reconnaître la plus sincère
Ne vous souvient-il pas de nos jeux partis?

Ma valeur et mon lignage, ma beauté
Et plus encore la sincérité de mon coeur, doivent me secourir
C'est pourquoi je vous envoie, là-bas,
Cette chanson qui me servira de messager
Je veux savoir, mon bel et doux ami,
Pourquoi vous m'êtes si dur et si farouche,
Est-ce orgueil ou indifférence?

Mais je veux, messager, que tu lui dises
Que trop d'orgueil peut nuire à maintes gens.

 

Beatrice contessa Di Dia (XII secolo)

 

 

 

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
Acresce gioia a tutti fin’amanti,
E vanno insieme a li giardini alora
Che gli auscelletti fanno dolzi canti;
La franca gente tutta s’inamora,
E di servir ciascun tragges’inanti,
Ed ogni damigella in gioia dimora;
E me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
E tenemi sovente in forte doglia:
Donar mi vole a mia forza segnore,
Ed io di ciò non ho disìo né voglia,
E ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
Però non mi ralegra fior né foglia.

 

Compiuta Donzella (XIII secolo)

 

 

 

May you come, Love, to gaze upon my glory
And also yours, since the work of your arrows
Has made us both bright and immortal
Wherever anyone loves and longs for Love.

It makes me bright, because I did not refuse
To accept your mortal blows —
Since I was taken by his eyes, those
That nature has never made since or before;

It makes you bright, because I try to praise you
As much as I can in verse and in speech
With wit and in that vein which you gave me.

Now you need to prevent that sun,
Which woke me to be my guide and support,
From leaving my eyes lightless and alone.

 

Gaspara Stampa (1523-1554) 

 

 

 

Depuis qu'Amour cruel empoisonna
Premièrement de son feu ma poitrine,
Toujours brûlai de sa fureur divine,
Qui un seul jour mon coeur n'abandonna.

Quelque travail, dont assez me donna,
Quelque menace et prochaine ruine,
Quelque penser de mort qui tout termine,
De rien mon coeur ardent ne s'étonna.

Tant plus qu'Amour nous vient fort assaillir,
Plus il nous fait nos forces recueillir,
Et toujours frais en ses combats fait être ;

Mais ce n'est pas qu'en rien nous favorise,
Cil qui les Dieux et les hommes méprise,
Mais pour plus fort contre les forts paraître.

 

Louise Labé (1524-1566)

 

 

 

Jouissance

Aujourd'hui dans tes bras j'ai demeuré pâmée,
Aujourd'hui, cher Tirsis, ton amoureuse ardeur
Triomphe impunément de toute ma pudeur
Et je cède aux transports dont mon âme est charmée.

Ta flamme et ton respect m'ont enfin désarmée ;
Dans nos embrassements, je mets tout mon bonheur
Et je ne connais plus de vertu ni d'honneur
Puisque j'aime Tirsis et que j'en suis aimée.

O vous, faibles esprits, qui ne connaissez pas
Les plaisirs les plus doux que l'on goûte ici-bas,
Apprenez les transports dont mon âme est ravie !

Une douce langueur m'ôte le sentiment,
Je meurs entre les bras de mon fidèle Amant,
Et c'est dans cette mort que je trouve la vie.

 

Marie-Catherine Hortense de Villedieu (1632-1683)

 

 

 

Per Amico lontano

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
trovar quiete all’agitata mente
che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
stuolo d’affanni contro me si avvente.
Parmi lunge veder sotto straniero
cielo, e su fragil prora errar dolente
il mio diletto amico, e l’aere nero
che il minaccia ravviso, e il mar fremente.
Odo i gemiti suoi, già di sua vita
vicin veggo il perielio, e grido o dei
deh gli porgete, o Dio pietosi aita!
Mi sveglio allor tremante, e la funesta
imago non mi lascia, e gli occhi miei
d’amaro pianto innondo e pur son desta.

 

Lesbia Cidonia (1746-1801)

 

 

I have a Bird in spring
Which for myself doth sing -
The spring decoys.
And as the summer nears -
And as the Rose appears,
Robin is gone.

Yet do I not repine
Knowing that Bird of mine
Though flown -
Learneth beyond the sea
Melody new for me
And will return.

Fast in a safer hand
Held in a truer Land
Are mine -
And though they now depart,
Tell I my doubting heart
They're thine.

In a serener Bright,
In a more golden light
I see
Each little doubt and fear,
Each little discord here
Removed.

Then will I not repine,
Knowing that Bird of mine
Though flown
Shall in a distant tree
Bright melody for me
Return.

 

Emily Dickinson (1830-1886)

 

 

 

А, ты думал - я тоже такая,
Что можно забыть меня,
И что брошусь, моля и рыдая,
Под копыта гнедого коня.

Или стану просить у знахарок
В наговорной воде корешок
И пришлю тебе страшный подарок -
Мой заветный душистый платок.

Будь же проклят. Ни стоном, ни взглядом
Окаянной души не коснусь,
Но клянусь тебе ангельским садом,
Чудотворной иконой клянусь
И ночей наших пламенных чадом -
Я к тебе никогда не вернусь.

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
Che si possa dimenticare
E che si getti, pregando e piangendo,
Sotto gli zoccoli di un baio.

O vada a chiedere alle fattucchiere
Radici nell’acqua incantata,
E ti mandi il dono terribile
Di un fazzoletto profumato e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
O sguardi l’anima dannata,
Ma ti giuro sul Paradiso,
Sull’icona miracolosa
E sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
Mai più tornerò da te.

 

Anna Akhmatova (1889-1966)

 

 

 

Быть в аду нам, сестры пылкие,
Пить нам адскую смолу, —
Нам, что каждою-то жилкою
Пели Господу хвалу!

Нам, над люлькой да над прялкою
Не клонившимся в ночи,
Уносимым лодкой валкою
Под полою епанчи.

В тонкие шелка китайские
Разнаряженным с утра,
Заводившим песни райские
У разбойного костра.

Нерадивым рукодельницам
— Шей не шей, а всё по швам! —
Плясовницам и свирельницам,
Всему миру — госпожам!

То едва прикрытым рубищем,
То в созвездиях коса.
По острогам да по гульбищам
Прогулявшим небеса.

Прогулявшим в ночи звездные
В райском яблочном саду...
— Быть нам, девицы любезные,
Сестры милые — в аду!

A noi, fervide sorelle,
Toccherà andare all’inferno,
Bere l’infernale pece,
Noi, che in ogni nostra vena
Al Signore lodi alzammo!

Noi su culla e filatoio
Mai ricurve nella notte,
Noi condotte sulla barca
Con indosso l’ampio burka.

Noi, fasciate in fini sete
Della Cina fin dall’alba,
Che cantammo inni celesti
Presso il rogo dei briganti.

Casalinghe neghittose
— Cuci e scuci, e tutto a sfascio! —
Danzatrici e flautiste,
Tutto il mondo ai nostri piedi!

Ora in dosso pochi stracci,
Ora appese fra le stelle.
Per fortezze e per taverne
Marinando i sette cieli.

A passeggio nelle notti
Nel giardino che fu d’Eva...
- A noi, tenere ragazze,
Sorelline mie cortesi,
Toccherà andare all’inferno!

Marina Cvetaeva

 

 

 

حلقه

دخترك خنده كنان گفت كه چيست
راز اين حلقه زر
راز اين حلقه كه انگشت مرا
اين چنين تنگ گرفته است ببر

راز اين حلقه كه در چهره او
اينهمه تابش و رخشندگی ست
مرد حيران شد و گفت:
حلقه خوشبختی است، حلقه زندگی است

همه گفتند: مبارك باشد
دخترك گفت: دريغا كه مرا
باز در معنی آن شك باشد

سال ها رفت و شبی

زنی افسرده نظر كرد بر آن حلقه زر
ديد در نقش فروزنده او
روزهائی كه باميد وفای شوهر
بهدر رفته، هدر

زن پريشان شد و ناليد كه وای
وای، اين حلقه كه در چهره‌ او
باز هم تابش و رخشندگی است
حلقه بردگی و بندگی است

L’anello

Sorridente, la ragazza chiese:
Qual è il segreto di questo anello d’oro?
Il segreto di questo anello d’oro che cinge
Il mio dito così stretto.

Il segreto di questo anello che così splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze.
Sorpreso, l’uomo rispose:
L’anello è felicità, l’anello è vita.

All’unisono, tutti i presenti invocarono: benedizioni.
Sospirò la ragazza:
Se solo non dubitassi sul suo significato!

Passarono gli anni ed una notte

Una donna infelice posò lo sguardo su quell’anello d’oro.
Nel suo brillante cesello vide riflessi
I giorni perduti
Nell’illusione della sincerità del marito.

Affranta, la donna singhiozzò: ahimé!
Ahimé! Questo anello che ancora splende e rifulge
Nelle sue lineari fattezze
È un anello di schiavitù e servaggio.

 

Forugh Farrokhzad


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postato da: Firouzeh alle ore marzo 07, 2008 22:35 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, femminismo, donna, libertà
martedì, 04 marzo 2008

à Marie-Ancolie

avec Sympathie, ce mot si beau qui veut dire sentir avec…

Daniela

 

 

 

SI TÚ ME OLVIDAS


Quiero que sepas
Una cosa.

Tú sabes cómo es esto:
Si miro
La luna de cristal, la rama roja
Del lento otoño en mi ventana,
Si toco
Junto al fuego
La impalpable ceniza
O el arrugado cuerpo de la leña,
Todo me lleva a ti,
Como si todo lo que existe,
Aromas, luz, metales,
Fueran pequeños barcos que navegan
Hacia las islas tuyas que me aguardan.

Ahora bien,
Si poco a poco dejas de quererme
Dejaré de quererte poco a poco.

Si de pronto
Me olvidas
No me busques,
Que ya te habré olvidado.

Si consideras largo y loco
El viento de banderas
Que pasa por mi vida
Y te decides
A dejarme a la orilla
Del corazón en que tengo raíces,
Piensa
Que en ese día,
A esa hora
Levantaré los brazos
Y saldrán mis raíces
A buscar otra tierra.

Pero
Si cada día,
Cada hora
Sientes que a mí estás destinada
Con dulzura implacable.
Si cada día sube
Una flor a tus labios a buscarme,
Ay amor mío, ay mía,
En mí todo ese fuego se repite,
En mí nada se apaga ni se olvida,
Mi amor se nutre de tu amor, amada,
Y mientras vivas estará en tus brazos
Sin salir de los míos.


Pablo NERUDA



SI TU M'OUBLIES


Si tu m'oublies
Je veux que tu saches
Une chose.

Tu sais ce qu’il en est:
Si je regarde
La lune de cristal, la branche rouge
Du lent automne de ma fenêtre,
Si je touche
Près du feu
La cendre impalpable
Ou le corps ridé du bois,
Tout me mène à toi,
Comme si tout ce qui existe,
Les arômes, la lumière, les métaux,
Etaient de petits bateaux qui naviguent
Vers ces îles à toi qui m’attendent.

Cependant,
Si peu à peu tu cesses de m’aimer
Je cesserai de t’aimer peu à peu.

Si soudain
Tu m’oublies
Ne me cherche pas,
Puisque je t’aurai aussitôt oubliée.

Si tu crois long et fou
Le vent de drapeaux
Qui traversent ma vie
Et tu décides
De me laisser au bord
Du coeur où j’ai mes racines,
Pense
Que ce jour-là,
A cette même heure,
Je lèverai les bras
Et mes racines sortiront
Chercher une autre terre.

Mais
Si tous les jours
A chaque heure
Tu sens que tu m’es destinée
Avec une implacable douceur.
Si tous les jours monte
Une fleur à tes lèvres me chercher,
O mon amour, ô mienne,
En moi tout ce feu se répète,
En moi rien ne s’éteint ni s’oublie,
Mon amour se nourrit de ton amour, ma belle,
Et durant ta vie il sera entre tes bras
Sans s’échapper des miens.


Pablo NERUDA



SE TU MI DIMENTICHI


Voglio che tu sappia
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
Se guardo
La luna di cristallo, il ramo rosso
Del lento autunno alla mia finestra,
Se tocco
Vicino al fuoco
L’impalpabile cenere
O il rugoso corpo della legna,
Tutto mi conduce a te,
Come se cio’ che esiste
Aromi, luce, metalli,
Fossero piccole navi che vanno
Verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
Se a poco a poco cessi di amarmi
Cesserò d’amarti poco a poco.
Se d’improvviso
Mi dimentichi,
Non cercarmi,
Ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
Il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
E ti decidi
A lasciarmi sulla riva
Del cuore in cui ho le radici,
Pensa
Che in quel giorno,
In quell’ora,
Leverò in alto le braccia
E le mie radici usciranno
A cercare altra terra.

Ma
Se ogni giorno,
Ogni ora
Senti che a me sei destinata
Con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
Alle tue labbra un fiore a cercarmi,
Ahi, amor mio, ahi mia,
In me tutto quel fuoco si ripete,
In me nulla si spegne né si dimentica,
Il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
E finché tu vivrai starà tra le tue braccia
Senza uscire dalle mie.


Pablo NERUDA



IF YOU FORGET ME


I want you to know
One thing.

You know how this is:
If I look
At the crystal moon, at the red branch
Of the slow autumn at my window,
If I touch
Near the fire
The impalpable ash
Or the wrinkled body of the log,
Everything carries me to you,
As if everything that exists,
Aromas, light, metals,
Were little boats
That sail
Toward those isles of yours that wait For me.

Well, now,
If little by little you stop loving me
I shall stop loving you little by little.

If suddenly
You forget me
Do not look for me,
For I shall already have forgotten you.

If you think it long and mad,
The wind of banners
That passes through my life,
And you decide
to leave me at the shore
of the heart where I have roots,
remember
that on that day,
at that hour,
I shall lift my arms
and my roots will set off
to seek another land.

But
If each day,
Each hour,
You feel that you are destined for me
With implacable sweetness,
If each day a flower
Climbs up to your lips to seek me,
Ah my love, ah my own,
In me all that fire is repeated,
In me nothing is extinguished or Forgotten,
My love feeds on your love, beloved,
And as long as you live it will be in your Arms
Without leaving mine.

Pablo NERUDA

 

 

 

 

Nous avons dans la vie bien des peines et de tous genres. Quelques chagrins ne sont hélas ! Que trop réels, surtout ceux dont nous sommes la cause, mais les autres, les plus nombreux peut-être, ne sont que des Fantômes de chagrins. Quand nous les regardons en face, nous découvrons qu’ils n’ont ni substance, ni réalité, et ne sont que les créations de notre imagination morbide. On peut dire aujourd’hui avec autant de vérité que du temps de David :

 

«  L’homme s’agite dans une ombre vaine. »

 

Quelques-unes de nos peines, il est vrai, sont des malheurs, mais n’ont pas de réalité, tandis que d’autres sont réelles, mais ne sont pas de malheurs.

 

« dans quel abîme insondable l’esprit humain se précipite lorsqu’il se laisse agiter par les chagrins de ce monde ; s’il oublie sa propre lumière qui est la joie éternelle et se jette, comme le fait l’homme d’aujourd’hui, dans les ténèbres du dehors qui sont les soucis de ce monde, il ne sait que se lamenter. »

(Boèce, Consolations)

 

« Il est agréable d’habiter Athènes »,

 

dit Epictète,

 

« mais il vaut encore mieux être heureux, affranchi des passions, libre de toute inquiétude. »

 

Nous devons nous efforcer de nous maintenir :

 

« Dans ce bienheureux état d’esprit

Qui allège le fardeau de l’inconnu

Et le poids lourd et fatigant

De ce monde incompréhensible. »

(Willam Wordsworth)

 

Ainsi nous ne craindrons « ni l’exil d’Aristide, ni la prison d’Anaxagoras, ni la pauvreté de Socrate, ni la condamnation de Phocion, mais nous regardons la vertu comme digne de notre Amour, même au prix de pareilles épreuves ». (Plutarque) nous serions alors presque entièrement indépendants des circonstances extérieures, car :

 

« Stone walls do not a prison make,
Nor iron bars a cage;
Minds innocent and quiet take
That for an hermitage;
If I have freedom in my love,
And in my soul am free,
Angels alone that soar above
Enjoy such liberty. »

 

« Ce ne sont pas les murailles de pierre qui font la prison,

Ni les barreaux de fer, ni la cage :

Les âmes innocentes et calmes

S’en font un ermitage. »

Si je suis libre d’aimer qui je veux

Et si mon âme est libre,

Seuls, les anges qui planent au-dessus de nous

Jouissent d’une liberté comparable à la mienne. »

(Richard Lovelace, 1618–1657?)

 

Shakespeare nous dit avec beaucoup de sagesse:

 

« Dans tous les endroits que le soleil éclaire

Le sage trouve un part et un heureux asile. »

 

Le bonheur dépend plus de ce qui est en nous que de ce qui est hors de nous. Hamlet dit que « le monde est une très belle prison où il y a des chambres de détention, des salles de gardes et des cachots, le Danemark étant le plus horrible de tous. » Et, comme Rosencrantz n’est pas de son avis, il répond sagement :

 

« Eh bien ! Pas pour vous, peut-être ; rien n’est tout à fait bon, ni tout à fait mauvais, sinon dans notre imagination : pour moi, le Danemark est une prison. »

 

« Tout dépend de la manière dont on juge les choses. »,

 

dit Marc-Aurèle,

 

« Comment ce qui ne gâte pas un homme peut-il gâter la vie ? Mais certainement la mort, la vie, l’honneur et le déshonneur, la souffrance et le plaisir sont le partage à la fois des bons et des méchants ; car ce sont des choses qui ne nous rendent ni meilleurs ni pires. »

 

« Nos plus grands maux viennent de nous-mêmes »,

 

dit Jérémie Taylor,

 

« et c’est aussi en nous que nous devons chercher notre plus grand bien. »

 

« L’âme »

 

dit Milton,

 

« dépend d’elle-même et elle a le pouvoir

De faire de l’enfer le ciel et du ciel l’enfer. »

 

Certes Milton, dans sa cécité, avait de plus belles visions, et Beethoven, malgré sa surdité, entendait de plus célestes accords, que nous ne pourrions en rêver.

Lorsque nous ne savons ce qui peut arriver, nous sommes tout disposés à craindre le pire ;

Mais lorsque nous connaissons toute l’étendue d’un danger, il n’existe pour ainsi dire plus. Aussi craignons-nous plus les Fantômes que les voleurs, non seulement sans raison, mais contre toute raison ; car, même si les Fantômes existaient, comment pourraient-ils faire du mal ?

Dans leurs histoires de Fantômes, ceux mêmes qui disent en avoir vu, prétendent rarement en avoir touché.

Milton, dans sa description de la mort, l’enveloppe volontairement de ce caractère d’obscurité :

 

« L’autre forme,

Si l’on peut appeler forme ce qui n’avait aucune forme

Distincte, ni dans ses membres, ni dans ses jointures, ni dans ses articulations,

L’autre substance, si l’on peut ainsi nommer ce qui avait l’air d’une ombre,

La Mort, était sombre comme la nuit,

Féroce comme dix furies, terrible comme l’enfer

Et elle brandissait un horrible dard. Ce qui semblait sa tête

Portait l’apparence d’une couronne royale. »

 

Les terreurs que font naître la mort et les ténèbres sont admirablement exprimées dans un des plus sublimes passages de Job :

 

« Les visions de la nuit agitaient mes pensées,

A l’heure où le profond sommeil s’abat sur les hommes ;

La frayeur me prit, avec un tremblement,

Qui secoua tous mes os.

Un esprit passa devant ma face

Et sur ma chair, mes cheveux se dressèrent :

Une figure était devant mes yeux

Qui restait immobile, mais je ne pouvais en discerner la forme.

Tout était silencieux et j’entendis une voix disant :

L’homme mortel est-il plus juste que Dieu ? »

 

C’est ainsi que la terreur se transforme en une leçon de consolation et de miséricorde.

Nous exagérons souvent nos peines et nos difficultés et nous les regardons comme bien plus importantes qu’elles ne le sont en réalité.

Les dangers sont souvent « sans importance, quand une fois, ils nous ont semblé peu importants, et les hommes ont été plus souvent déçus que vaincus par les dangers.

Bien plus, il vaudrait mieux aller jusqu’à mi-chemin au-devant de certains dangers, quand bien même ils disparaissent à notre approche, que de veiller trop longtemps à les attendre. Car si la veillée est trop longue, on court le risque de s’endormir. » (Bacon)

Il est sage d’être prévoyant, mais absurde de s’attrister à l’avance, et les châteaux en Espagne valent mieux que les cachots imaginaires.

Malheureusement, trop souvent un faux pas, volontaire ou non, nous fait perdre le droit chemin et nous égare.

Pouvons-nous alors revenir sur nos pas ?

 Pouvons-nous retrouver ce que nous avons perdu ?

Oui, cela est possible. Il est trop triste d’affirmer que :

 

« Un soupir de trop, un baiser trop tendre,

Les yeux se voilent, les larmes coulent,

Et la vie est changée à jamais. »

(Georges Macdonald, 1824-1905)

 

Voici deux belles maximes de Socrate :

 

« Il vaut mieux subir le mal que de le commettre. »

 

« Lorsqu’un homme s’est mal conduit, il lui est plus avantageux d’être puni que de rester impuni. »

 

Nous considérons, en général, l’égoïsme comme un défaut et un danger pour le bonheur du genre humain. Cela n’est pas tout à fait juste. Malheureusement beaucoup de gens sont sottement égoïstes et poursuivent un but qui ne peut satisfaire ni eux, ni ceux qui les entourent.

Je ne suis pas tout à fait de l’avis de Goethe, mais n’a-t-il pas en partie raison, quand il dit que « chaque homme doit commencer par lui-même, doit s’occuper tout d’abord de son propre bonheur qui contribuera certainement plus tard au bonheur du monde entier ».

Cette affirmation est trop absolue, et on peut, sans doute, y faire des objections ; mais, assurément, si chacun voulait éviter les excès et prendre soin de sa santé, conserver ses forces et sa bonne humeur, il rendrait sa famille heureuse et ne serait pas cause de ces petits ennuis qui empoisonnent la vie domestique. Il s’occupait de ses propres affaires, resterait sobre et paierait ses dettes ; en un mot, suivant le proverbe chinois :

 

« Il balaierait la neige devant sa porte et ne ferait pas attention à la gelée sur les tuiles de la maison voisine. »

 

Si cette conception de la vie n’est pas la plus noble, elle est du moins fort avantageuse pour la famille, les parents, les amis. Mais, malheureusement :

 

« Parcourez du regard le monde habité et voyez combien peu de personnes

Connaissent leur propre bien et, le connaissant, cherchent à l’atteindre. »

(John Dryden, 1631-1700)

 

Il serait beau d’amener les homes à comprendre qu’ils ne peuvent jamais ajouter à leur bonheur en faisant le mal. Lorsqu’il s’agit d’enfants, nous le reconnaissons bien ; nous voyons qu’un enfant gâté n’est pas heureux, qu’il vaudrait beaucoup mieux qu’il eût été puni tout de suite et sauvé ainsi de plus grandes souffrances dans l’avenir.

La belle idée d’un Ange gardien que chaque homme aurait auprès de lui est certes vraie ; car la conscience veille sans cesse, toujours prête à nous avertir du danger.

Sans doute, nous nous sentons souvent disposés à nous plaindre ; mais c’est là une noire ingratitude :

 

« Car qui de nous,

Malgré ses souffrances, voudrait renoncer à cette vie intellectuelle,

A ces pensées qui errent à travers l’éternité,

Pour périr, englouti et perdu,

Dans le vaste sein de la pensée incréée. »

(John Milton, 1608-1674)

 

Mais, dira-t-on peut-être, notre vie ici-bas n’est qu’une préparation à une autre existence dans un monde meilleur. Eh bien ! Alors, pourquoi nous plaindrions-nous de ce qui n’est qu’un acheminement vers un bonheur à venir ?

 

Count each affliction, whether light or grave,

God's messenger sent down to thee; do thou

With courtesy receive him; rise and bow

And ere his shadow pass thy threshold, crave

Permission first his heavenly feet to lave

Then lay before him all thou hast : Allow

No cloud of passion to usurp thy brow,

Or mar thy hospitality; no wave

Of mortal tumult to obliterate

The soul's marmoreal calmness: Grief should be,

Like joy, majestic, equable, sedate;

Confirming, cleansing, raising, making free;

Strong to consume small troubles; to commend

Great thoughts, grave thoughts, thoughts lasting to the end.

 

« Considère chaque affliction, légère ou profonde,

Comme un messager que Dieu t’envoie. Reçois-le

Avec courtoisie, lève-toi et salue-le.

Avant que son ombre ait passé ton seuil, implore

La permission de laver ses pieds divins ;

Puis présente-lui tout ce que tu as ; ne permets

Pas au nuage de la colère d’assombrir ton front

Ou de troubler ton hospitalité, ni aux vagues

Des passions humaines d’altérer

Le calme marmoréen de ton âme. Le chagrin devrait être,

Comme la joie, digne, réservé, tranquille,

Il devrait fortifier, purifier, élever, affranchir.

Puissant à anéantir les petites peines, il doit faire naître

De grandes pensées, des pensées graves, des pensées qui durent jusqu’à la fin. »

(Aubrey Thomas de VERE, 1814-1902)

 

Certaines personnes sont comme les eaux de Bethesda et ont besoin d’être troublées pour exercer toute leur vertu.

 

« Nous retirerons plus de joie de toutes les bénédictions dont nous sommes l’objet, »

 

dit Plutarque,

 

« si nous les supposons absentes et si nous pensons de temps en temps aux gens malades qui soupirent après la santé, aux peuples en guerre qui soupirent après la paix, aux étrangers et aux inconnus qui, dans une grande ville, désirent ardemment être connus et trouver des amis. Alors nous n’attendrons pas d’avoir perdu chacune de ces bénédictions pour en sentir et en apprécier la valeur. Et cependant, il nous est bienfaisant de regarder surtout à notre foyer et à notre propre condition ; si nous nous comparons à d’autres, de considérer les gens qui sont plus pauvres que nous et non, comme on le fait toujours, ceux qui sont plus aisés…

Vous trouverez des habitants de Chios, des Galates, des Bithyniens mécontents de la part de gloire ou de pouvoir qu’ils ont parmi leurs concitoyens et se désolant de ce qu’ils ne portent pas de chaussures de sénateurs ; s’ils deviennent sénateurs, ils plurent parce qu’ils ne sont pas prêteurs à Rome ; s’ils obtiennent cette charge, parce qu’ils ne sont pas consuls ou, s’ils sont consuls, parce qu’ils n’ont été nommés qu’en second…

Chaque fois que vous voyez passer quelqu’un en litière, ne vous préoccupez pas de l’idée que c’est un plus grand personnage que vous baissez les yeux et regardez à ceux qui portent la litière. »

 

Il dit plus loin :

 

« Je suis très frappé de la remarque de Diogène à un étranger qui s’habillait avec beaucoup d’élégance pour une fête :

« Un homme sage ne considère-t-il pas tous les jours de la vie comme une fête ? Sachant que la vie est la plus complète initiation à toutes choses, nous devrions toujours nous sentir calmes et joyeux. »

 

La vie, comprise comme elle doit l’être, nous rend capables « d’accepter le présent sans plaintes, de nous rappeler le passé avec reconnaissance et d’attendre l’avenir avec joie et confiance, sans crainte et sans méfiance ».

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 04, 2008 00:54 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, filosofia, libertà
domenica, 24 febbraio 2008

« Il sesso non è una scoperta dei nostri giorni. Anche nei cosiddetti secoli bui dell’Occidente era al centro di una cultura naturalistica che ne presentava un’immagine liberata. »

 

 

Si deve a una vecchia leggenda storiografica d’origine illuministica, tutt’altro che criticamente meditata, la presentazione di un Medioevo tutto rivolto al cielo, un Medioevo erofobo e sessuofobo; più tardi, attraverso la trasfigurazione romantica e le fantasie preraffaellite d’età vittoriana, si sarebbe fatto sempre dell’età medievale il tempo degli amori spirituali e delle « donne angelicate ». Oggi, si tende a presentare dei secoli tra il V e il XV al contrario, un’immagine « liberata» o, se si preferisce, un’immagine conflittuale tra un Eros sfrenato e una pesante repressione da parte della Chiesa.

Un discorso chiaro e criticamente rigoroso sull’Eros ci aiuterà a meglio comprendere quel complesso periodo e a superare vecchi, ormai incrostati, pregiudizi al riguardo.

Il migliore modo per aprire questo discorso è penetrare, insieme con il grande Salomone, nel giardino dell’Amore :

 

« Sei fonte chiusa, o sorella mia sposa, fonte chiusa, sorgente sigillata. I tuoi rivi fanno un giardino de melagrane… »

Cantico dei Cantici, , 12-13

 

Generazioni intere di asceti e di teologi si sono piegate su questa sublime pagina, su questo Canto d’Amore tra i più dolci e struggenti che l’umanità sia mai riuscita a concepire. Il più grande mistico dell’Occidente, Bernardo di Clairvaux, ha dedicato al Cantico un commento pervaso a sua volta di profonda poesia. L’incontro tra lo Sposo e la Sposa nel recinto delle delizie veniva allegoricamente interpretato come l’incontro dell’Amante e dell’Amato, vale a dire dell’anima del credente e del Cristo, o ancora come il matrimonio del Cristo e della Chiesa ; e è d’altronde inutile insistere sugli accenti d’Amore e, talora, di passione, espressi in forma molto simile a quella del trasporto erotico, che pervadono le pagine di un San Bernardo stesso, di un Jacopone da Todi, di una Santa Caterina da Siena, più tardi di un San Giovanni della Croce e di una Santa Teresa d’Avila. L’espressione « unione mistica » conserva intatta, a livello allegorico, una profonda e assoluta valenza sessuale.

Questi dati sono, senza dubbio, variamente interpretabili. Alcuni psicanalisti li hanno valutati alla luce della teoria del « transfert », istituendo – in maniera, per la verità, abbastanza schematica e semplicistica – un rapporto immediato tra la repressione derivante dalla castità coatta e una forma di più o meno ambigua sublimazione attraverso l’estasi mistica.

È noto, del resto, che, nell’antichità come nel Medioevo, molte sette ereticali cristiane si posero il problema dell’erotismo e della sessualità risolvendolo, talora mediante forme di radicale astinenza, talaltra attraverso una sorta di esercizio estenuato della carne, che avrebbe dovuto portare la carne stessa a una sorta di appagamento definitivo e, quindi, al silenzio.

A un estremo di questa catena vi è la tradizione di Origene, l’autoevirazione del quale, del resto, trovava riscontro in pratiche tutt’altro che inconsuete nel misticismo e nella tradizione misterica mediterraneo-orientale dell’età pagana (si pensi ai culti di Adone, di Attis, di Cibale). All’estremo, almeno in apparenza, opposto, si situano tesi come quelle di Priscilliano vescovo di Avila (sec. IV), che da una posizione originariamente gnostico-manichea – e come tale insistente sulla dicotomia e la lotta tra Bene e Male al punto da prospettare una sorta di biteismo – era giunto a fondare una dottrina a carattere magico-iniziatico dove l’attività erotica aveva un ruolo importante nella liberazione dello spirito dalla carne.  

Intendiamoci: quando nelle fonti ecclesiastiche ufficiali si trovano cenni – e capita spesso – a presunti « disordini sessuali » praticati nelle sette ereticali, ci si deve guardare dal prendere tali informazioni alla lettera ; tra l’altro, i polemisti pagani dell’Impero Romano avevano accusato i cristiani stessi più o meno delle medesime cose. Un’accusa tipica, nata, forse, all’interno di certe cerimonie orientali presto fraintese, era quella secondo la quale esistevano gruppi ereticali che, a un dato momento del servizio divino, spengevano le luci e si davano alle più folli e disordinate pratiche erotiche promiscue, senza badare né al sesso né ai rapporti di parentela dei vari occasionali « partners » ; dopo di che i lumi si riaccendevano e le cerimonie sacre riprendevano. Questa diceria è trascorsa intatta attraverso l’intero Medioevo e gli è sopravvissuta fino a giungere, tra il Cinque e il Seicento, a costituire uno degli elementi per così dire « classici » del quadro della Messa Nera. Non vi è dubbio, tuttavia, che all’interno di vari ambienti non-conformistici – e il Medioevo occidentale ne ha conosciuto molti – si sia sviluppata in molte forme la contestazione alla morale sessuale ortodossa, così come in altrettante forme si sviluppava quella all’ecclesiologia e alla teologia ortodosse. È certo, per esempio, che nell’eresia catara, particolarmente viva tra il XII e il XIII secolo soprattutto nella Francia meridionale e nell’Italia del centro-nord, tutto quel che atteneva alla sessualità era considerato con ben altro occhio rispetto alla posizione ufficiale della Chiesa.

E iniziamo ricordando qualcosa circa la posizione ufficiale. Si è, spesso, parlato di « sessuofobia ». La tendenza cristiana all’astinenza carnale non era né più rigorosa né « rivoluzionaria » rispetto a analoghe tendenze di molte scuole filosofiche pagane, il neo-platonismo a esempio. San Paolo, tessendo il suo noto elogio della castità e ritenendo lo stato matrimoniale imperfetto nei confronti dello stato della verginità o della continenza, aveva inteso stabilire una gerarchia di perfezione, non interdire o svalutare i rapporti sessuali, a patto che si esercitassero nell’ambito del matrimonio legittimo e allo scopo della procreazione. Si può, quindi, parlare, forse, di un antierotismo cristiano, ma non propriamente di una sessuofobia. Quanto poi alla celebre misoginia della Bibbia e di molti dottori della Chiesa, vi è tutta una tradizione greca e romana non meno dura e non meno ingiusta con le donne. Si può semmai fare nostra la tesi di un grande studioso inglese, Clive Staples Lewis, secondo il quale è « ovvio che il Cristianesimo, in senso molto lato, insistendo sulla pietà e sulla sanità del corpo umano, tendesse a ammorbidire e mitigare le estreme brutalità e irriverenze del mondo antico in tutti i campi della vita umana e quindi anche nelle questioni sessuali ».

Ma la tesi propugnata dai catari a proposito del sesso era molto lontana da quella cristiana ortodossa. Il Catarismo era una religione o, se si preferisce, una dottrina filosofico-religiosa d’origine manichea : come tale, insegnava la coesistenza di due principi, l’uno spirituale e l’altro materiale, nel cosmo, e la loro lotta perpetua. La creazione, opera del Principio della Materia o delle Tenebre aveva avuto il risultato di avvolgere, di imprigionare nella materia una quantità di forze spirituali ; lo stesso uomo, in quanto anima immortale, era Spirito, era Luce, e suo compito era liberarsi dalla materia per unirsi al Principio della Luce. Quest’ultimo, per quanto si facesse per farlo somigliare al Dio cristiano, era simile piuttosto all’Ahura Mazda persiano ; e, per contro, il Dio-creatore della Bibbia, lo Iahvè dei Patriarchi, veniva – in quanto creatore della Materia – a identificarsi con il Dio della Tenebra.

Discendeva da tutto ciò che non era tanto l’atto sessuale a venir condannato, quanto piuttosto la procreazione, poiché la generazione perpetuava la prigionia dello Spirito da parte della Materia. Laddove teologi e moralisti cattolici insegnavano che il peggiore peccato sessuale era la dispersione del seme, i missionari catari insegnavano esattamente il contrario ; e, per quanto i loro mistici – i cosiddetti « Perfetti » – rinunciassero, rigorosamente, insieme con l’alimentazione carnea e il consumo di uova e latticini – vale a dire di tutto quanto proveniva da un atto generativo animale –, anche alle pratiche sessuali, si finiva con l’insegnare che esse non erano peccato tanto in sé quanto nelle loro conseguenze « naturali », giacché la natura e le sue leggi materiali altro non erano se non un tranello del « dio malvagio » per eternare la prigionia dello Spirito.

Occorsero una crociata sterminatrice nel Mezzogiorno francese, nella prima metà del duecento e una pesantissima repressione inquisitoriale negli anni che l’accompagnarono e la seguirono, per far tacere nel fumo dei roghi l’eresia catara. Ma, nei decenni successivi, altre eresie sorsero, talora, forse, in, sia pur problematico, rapporto con la « Voce » che era stata obbligata a tacere.

Dell’eresia di un lontano seguace di Gioacchino da Fiore, Gherardo Segalelli, fondatore della setta degli

« Apostolici », ci parla il cronista francescano Salimbene da Parma, il quale si affretta a informarci che in essa avevano un ruolo importante certe ambigue figure femminili, certe « apostolesse », e che il credo di sconfinata libertà individuale da questi predicato si traduceva tra l’altro in sfrenata licenza sessuale. Di predicazione di « liberatorie » pratiche sessuali di gruppo fu accusato quello strano riformatore religioso-sociale della fine del Duecento, che fu il piemontese Dolcino, ricordato anche da Dante. E finalmente, gli adepti della setta detta del « Libero Spirito » proclamavano la libertà completa della carne e dello spirito, e la loro esperienza, reinterpretata e rivissuta attraverso i secoli, non è estranea né a un certo misticismo tedesco o fiammingo della fine del Medioevo né al cosiddetto movimento « libertino » dell’età moderna.

Insomma, il panorama dei rapporti tra Cristianesimo e sessualità nelle varie dottrine medievali è assai sfaccettato e composito.

Le pratiche acetiche, a esempio, introducevano nel problema nuovi argomenti. Si sbaglierebbe, intanto, attribuendo a tutto il Cristianesimo, e fino dalle origini, una coerente ispirazione puritana : il Vecchio Testamento è molto lontano da essa e lo stesso celibato dei chierici non si è affermato, e a fatica, che nel corso dell’XI secolo. Semmai, la castità veniva eroicamente abbracciata, insieme con altre e non meno pesanti privazioni, all’interno degli ambienti monastici : e relativamente a essi bisogna distinguere tra una castità intesa come esercizio di disciplina quasi militare, secondo la regola benedettina della quale è stato rilevato unanimemente il carattere romano e, per così dire, « legionario », e una intesa come lotta violenta contro la carne e la tentazione, quale ce la presentano certe tradizioni eremitiche d’impronta orientale che trovano il loro prototipo nella « Vita » di Sant’Antonio abate.

È nell’ambito della produzione agiografica dipendente da questo testo che ci imbattiamo per la prima volta in una figura destinata a divenire familiare, il « demonio succubo » che assume sembianze di bella fanciulla per indurre in tentazione. Lo schema è, in generale, molto semplice : al sant’uomo si presenta una splendida fanciulla, in assetto così misero da provocare compassione ; invitata a entrare nell’eremo, nutrita, scaldata, ecco che inizia la scena di seduzione ; infine, o l’asceta resiste e il diavolo finisce con l’abbandonare il campo o cede alle lusinghe e subisce le beffe atroci dell’avversario, il teatro e la novellistica hanno ripetuto all’infinito, e con innumerevoli varianti, questo quadro.

Viene da chiedersi se il nucleo primitivo di questi racconti risieda in esperienze reali o oniriche, in modelli leggendari orientali o ellenistici, in una produzione letteraria che, oggi, è universalmente ritenuta come fondamentale allo sviluppo dell’agiografia cristiana, vale a dire nel romanzo alessandrino, o sia piuttosto la volgarizzazione di un uso ascetico-iniziatico che non doveva essere infrequente nella mistica cristiana delle origini, e che, già verso la metà del III secolo, era stato oggetto del divieto impostogli da San Cipriano, vescovo di Cartagine : alludo all’« agapismo » (dal greco « agapè », amore non carnale), pratica consistente nell’uso di dormire con persone di opposto sesso conservando la castità. Si trattava naturalmente di un’usanza atta a mettere alla prova forza d’animo e controllo della propria volontà : ne troviamo il ricordo in certi usi prenuziali o nuziali vivi fino agli inizi del ‘900 in tutta Europa: la veglia alla fidanzata distesa in abito nuziale su un letto già pronto in Spagna, oppure le cosiddette « notti di Tobia » in cui gli sposi dovevano restare fianco a fianco, pregando e conservando la castità, come nell’agiografia medievale più matura. A proposito di Bernardo di Clairvaux, si narra, per esempio, un episodio simile: il santo non aveva provocato la pericolosa vicinanza di una fanciulla, ma seppe nondimeno sostenerla onorevolmente. Di San Francesco d’Assisi, si racconta una cosa un po’ diversa, tipica del resto del suo modo di convertire non con belle parole, ma con l’esempio : durante il suo viaggio in Egitto, una prostituta saracena gli si sarebbe avvicinata offrendogli compagnia ; il santo avrebbe accettato, invitandola a sua volta nel suo letto ; ma la ragazza si sarebbe ritratta inorridita vedendolo sdraiarsi tranquillamente su un letto di fiamme e di braci ardenti e invitandola a seguirlo. Il che ricorda la pratica simile e contraria, sempre di San Francesco, di rotolarsi tra i rovi o nella neve allorché un desiderio disonesto lo assaliva. Sempre in materia di casti sonni, quello di Tristano e Isotta simbolicamente separati dalla spada del cavaliere posta tra loro sembra richiamare a un costume affine all’agapismo.

A ogni modo, nella misura in cui la Chiesa interessava un vasto numero di persone, i problemi sessuali vi si ponevano anche come problemi sociali. Da quando, a partire dalla metà dell’XI secolo, si prese a proibire il matrimonio del clero secolare, in altre parole dei preti, iniziarono grosse questioni ; era difficile impedire che, specie nelle comunità più piccole e remote dai grandi centri urbani, i sacerdoti avessero, per esempio, relazioni di concubinato con le loro serve : e la mentalità popolare, a ciò assuefatta da una lunga consuetudine, stentava a vedervi qualcosa di male. Negli ambienti, invece, dove la coabitazione di più persone dello steso sesso e anche di età differente era comune – il monastero, la canonica, la scuola della cattedrale – era piuttosto l’omosessualità a svilupparsi. Questo valeva per gli uomini, monaci o sacerdoti che fossero ; ma valeva anche per le monache, con l’aggravante che queste – poiché la tradizione cristiana, erede dell’ebraica, interdiva il sacerdozio femminile – avevano bisogno di contatti con i preti per le loro necessità spirituali e liturgiche. E ecco, dunque, lo scandalo di cappellani e di confessori di monache, nonché di servi laici dei monasteri femminili, impegnati in estenuanti prove amorose, fonte a loro volta di inesauribili proverbi e storielle. E ecco, ancora, lo « scandalo » di certi ordini che avevano provato la via del superamento almeno parziale della segregazione per sessi inaugurando il costume dei cosiddetti « monasteri doppio », uno maschile e uno femminile, separati solo da un muro e, in genere, diretti dalla badessa.  Ci provarono, nell’XI, secolo l’ordine di Fontevrault, fondato da quel Roberto di Arbrissel che si era reso celebre come convertitore di prostitute, e, nel XIV, quello di Santa Brigida : e, in entrambi i casi, l’esperimento si esaurì nel breve giro di qualche anno.

Era, del resto, difficile mantenere un monastero femminile al riparo dal mondo circostante, anche perché sovente molte delle sue ospiti, e la badessa medesima, erano – come quella descritta da Chauser nei suoi « Racconti de Canterbury » - dame di illustre lignaggio, abituate ai cibi delicati, alla vita elegante, ai rapporti con il mondo dei ricchi e dei potenti. Attraverso tutto ciò, le tentazioni e i vizi non tardavano a varcare i cancelli delle abbazie.

Meno drammatica doveva essere, a causa della scarsa considerazione in cui le donne in genere furono tenute fino a almeno tutto l’XI secolo, la situazione nei monasteri maschili. Il Medioevo aveva ereditato dall’antichità una forte propensione per l’omosessualità maschile, nonostante le dure condanne della Chiesa, erede dell’etica ebraica. Anche i monaci, gli abati soprattutto, erano spesso di nobile prosapia, e come tali assuefatti ai costumi e ai gusti di quella società cavalleresca all’interno della quale – come di molte « società militari », da quella spartana a quella prussiana di qualche secolo fa – la pederastia era qualcosa di consueto, una parte integrante, si può dire, del tirocinio tecnico-iniziatico del guerriero. Già Tacito ci dice qualcosa di simile per certe tribù germaniche, prendendo cura di sottolineare come tutto ciò fosse ben lungi dall’accompagnarsi a fenomeni di effeminatezza; e un cronista dei primi del XII secolo, parlandoci di un cavaliere che aveva abbandonato la comitiva di suoi pari raccolti attorno a un grande feudatario, ci dice eloquentemente che era « quasi uscito dalle fiamme di Sodoma », dove, tuttavia, il riferimento sembra diretto più a una situazione di viziosità generale che non a una specifica allusione di omosessualità. Insomma, la società aristocratica e guerriera anteriore alle Crociate ci si presenta – e tale si scorge in quel poema « di soli uomini » che è la « Chanson de Roland » - come una società in cui si poteva benissimo fare a meno delle donne. L’amore spirituale, per il cristiano, era la « charitas » ; quello più squisitamente umano era semmai l’« amor socialis », l’« amicitia » alla quale già gli autori latini avevano, secondo il modello aristotelico, dedicato i loro elogi. Il ruolo della donna era pallido e sfocato : concubine e contadine servivano egregiamente agli appetiti e agli sfoghi sessuali dei grandi e dei cavalieri ; quanto al matrimonio, era piuttosto un affare politico, una questione di alleanze tra lignaggi, di doti e di eredità, qualcosa che, in genere, si combinava tra le famiglie quasi sempre sulla testa dello sposo e sempre su quella della sposa. E difficilmente si può, forse, immaginare il tedio della castellana, passata poco più che bambina dal « mundio » (tutela giuridica) di rigidi parenti a quello di un freddo e manesco consorte, in tutto a lui soggetta e talora malmenata, messa rapidamente incinta per poter assolvere con maggiore speditezza e più ampie possibilità – il tasso di mortalità infantile era elevatissimo – al suo ruolo di « fabbrica-eredi », posposta nelle attenzioni del suo signore a un’ancella e, perfino, a un paggio, abbandonata per lunghi periodi dell’anno in coincidenza delle guerre feudali o delle spedizioni in terra lontana e, infine, assai di frequente, vedova anzitempo, costretta dalle necessità politico-economiche della solidità del lignaggio a privarsi di un altro eventuale consorte.

È straordinario come, in questo deserto, possa essere nato il fiore della « Fin’ Amor », l’« Amor Cortese », che, secondo Denis de Rougemont, sta alla base del moderno concetto d’Amore, il quale sarebbe, pertanto, un’invenzione del XII secolo. Molti elementi concorsero, senza dubbio, a crearlo : intanto, l’elaborazione di un’etica cavalleresca nuova, nata dalla riforma della Chiesa e dalla Crociata, che imponeva ai rudi guerrieri di un tempo il rispetto e la difesa dei più deboli e la fedeltà alla parola data ; poi, la riscoperta di una certa Poesia latina, soprattutto del grande teorico dell’Amore antico, Ovidio ; infine, forse, il modello dell’Amore divino proposto dalla mistica di San Bernardo e, in genere, dall’ascesi platonica, dove si intendeva giungere all’Amore di Dio attraverso quello della dama, senza rinnegare quest’ultimo.

Si è in passato insistito sul fatto che quello che la letteratura tedesca definiva il « Frauendienst », « il servizio della dama », si fosse presentato nello stesso tempo di un potente rilancio del culto della Vergine Maria in termini feudali (regina, Madonna, « mea domina », « mia signora »). Si stenta, tuttavia, a accordare origini cristiane a un universo mentale come quello dell’« Amor Cortese », tanto diverso dagli orizzonti etici proposti dalla Chiesa. La « Fin’ Amor » ha piuttosto l’aria di una trasfigurazione per così dire al femminile dei rapporti vassallatici : laddove un tempo affetto, devozione, Amore quasi carnale – ne è testimonianza l’elegia anglosassone in cui il guerriero ricorda con nostalgia il tempo in cui abbracciava e baciava il suo signore – si riservavano al proprio superiore nella scala gerarchica feudale, ecco che si estendono alla propria consorte, significativamente chiamata, talvolta, « midons », « meus dominus », « mio signore ».

Molti si sono chiesti se la « Fin’ Amor » era un sentimento « platonico » - l’aggettivo è inadeguato alla situazione – o se tendeva piuttosto a concrete realizzazioni. Non è questo il punto : e niente di più pericoloso, del resto, di generalizzazioni tentate sulla base di una lettura troppo romantica o troppo realistica di testi trobadorici assai differenti tra loro. Più importante mi sembra semmai comprendere il suo valore e il suo significato sotto il profilo sociologico. L’« Amor Cortese » nasce all’interno di certe Corti del sud della Francia e da là si irradia verso il nord, poi verso l’Italia, l’Aragona, più tardi la Germania. Ne sono « inventori » - se così posso esprimermi – dei poeti che appartengono o che sono comunque legati alla cerchia dei feudatari minori, della bassa nobiltà, insomma dei cavalieri. Nella vita abbastanza austera e, a volte, un po’ tetra del castello, in una società totalmente e prevalentemente maschile, la dama dell’alto feudatario, le sue figlie, le sue ancelle sono l’unica presenza gentile, e a loro – ma segnatamente alla prima – si indirizzano gli interessi e le attenzioni dei vassalli. Siamo, senza dubbio, agli albori dell’Amore-Passione, quello che trascinerà i Poeti dell’età romantica : ma il Medioevo non conosceva, a dire il vero, la passione se non come appetito sessuale, come « libido », o come sospensione temporanea delle facoltà razionali. Nella « Fin’ Amor », la dama diveniva oggetto di un culto feudale che era il corrispettivo della fedeltà dovuta al marito e che, come tale, non si poteva rendere – come sottolinea il teorizzatore dell’« Amor Cortese ». Andrea Cappellano, che ha fissato tutto ciò in un trattato celebre – se non a qualcuno socialmente parlando di rango più elevato. Ciò detto, tutte le strade erano aperte : dal dolente « amore di terra lontana », non corrisposto o ignorato dalla signora, che avrebbe fatto sognare i romantici, fino al raggiungimento anche pieno degli scopi degli amanti e, quindi – si ricordino i casi di Tristano e Isotta, di Lancillotto e Ginevra – all’adulterio, giacché per definizione la « Fin’ Amor » si rivolgeva a donne sposate. È soprattutto questo il dato che ha fatto parlare di inconciliabilità tra l’etica dell’« Amor Cortese » e quella del Cristianesimo, tanto più che, in linea generale, non si potevano nutrire sentimenti di « Amor Cortese » nei confronti della propria moglie, sentita sempre – anche se di alto rango – come proprietà del marito e, quindi, come qualcosa di inferiore rispetto a lui : cosa questa che contrastava con una delle prime regole cortesi, che l’Amata fosse socialmente e psicologicamente più in alto dell’Amante.    

Ma né l’Amore impossibile né l’adulterio erano i soli fini dell’« Amor Cortese ». Doveva, talora, nella pratica, presentarsi nei confronti di giovani ereditiere e costituire, quindi, la base per la promozione sociale del vassallo, attraverso un buon matrimonio. Ecco, quindi, che, al di là della teoria e della letteratura, il corteggiamento fatto di poesie e di nobili gesta rivelava in ultima analisi il suo aspetto funzionale, la sua intima ragione pratica.

Se la « Fin’ Amor » era un valore pseudo-cavalleresco, l’eros medievale si indirizzava d’altro canto anche verso altri ambienti. I chierici, gli studenti, in genere gli intellettuali, presero per tempo a elaborare una loro poesia erotica, in generale in lingua latina, dove si riprendevano gli accenti sensuali e appassionati di un Ovidio e di un Properzio, e dove – in dichiarata concorrenza con i cavalieri – si celebrava un Amore più francamente sensuale e adulterino, quale troviamo a esempio nella Poesia goliardica.

Non che i toni sensuali fossero, peraltro, ignoti alla poesia cortese. Un evidente aspetto della « Fin’ Amor » era, a esempio, il suo carattere classistico : l’« Amor Cortese » si rivolgeva sempre e solo alle nobili dame, mentre lo stesso raffinato teorico, Andrea Cappellano, dichiarava con elegante brutalità che le fanciulle appartenenti a bassi ceti – a esempio le contadine o le pastorelle – si potevano non soltanto richiedere insistentemente d’Amore, nel senso più concreto del termine, ma anche « forzare con moderata coercizione », il che fuor di metafora voleva dire intimidire o affascinare con lo sfoggio dello splendore del proprio rango cavalleresco o anche giungere a violentare. Nel « Jeu de Robin et de Marion », la villanella Marion è fatta oggetto, da parte di un cavaliere di passaggio, di una corte tanto pressante da spingerla a chiedere a gran voce aiuto.

Il rapporto sovente brutale tra i bei cavalieri e le pastorelle ci pone un problema non solo etico-sociale, ma anche culturale nel senso più profondo del termine : quindi, se vogliamo, addirittura etnico. Nella poesia cortese, non a casa, all’ideale di bellezza feudale – capelli biondi, occhi azzurri, taglia sottile – fa riscontro un tipo fisico « villano » - capelli e occhi scuri, taglia robusta – che fa pensare anche a un incontro-scontro tra i discendenti dei conquistatori franchi, d’origine germanica, e – per la Francia almeno – la preesistente popolazione gallo-romana ridotta in stato di soggezione. Ma anche quando gli  elementi etnici non erano così evidenti, come in Germania, il conflitto culturale scoppiava ugualmente, giacché a un’aristocrazia cristallizzata più profondamente e aderente ai nuovi valori cortesi si contrapponeva una massa contadina della quale si sa ben poco ma che certo era stata cristianizzata più superficialmente e affrettatamente e custodiva, pertanto, una serie di credenze e di abitudini precristiane e acristiane, un patrimonio folklorico difficilmente traducibile in un’etica comportamentale coerente rispetto agli  insegnamenti della Chiesa.  

 

 

continua…

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 24, 2008 14:45 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, letteratura, storia, eros, filosofia, donna, cristianesimo
domenica, 24 febbraio 2008

« Écrire, c'est brûler vif, mais c'est aussi renaître de ses cendres. »

Blaise Cendrars

 

 

 

Contrabbandiere, legionario, gitano, cineasta e giornalista : tale fu Blaise Cendrars, lo scrittore svizzero-francese che costruì la sua opera sulla sua vita. Dotato di fervida immaginazione previde molte scoperte del nostro secolo : anche l’energia solare applicata alla distruzione.

 

 

 

Tu m'as dit si tu m'écris...

 

 

Tu m'as dit si tu m'écris
Ne tape pas tout à la machine
Ajoute une ligne de ta main
Un mot un rien oh pas grand chose
Oui oui oui oui oui oui oui oui
Ma Remington est belle pourtant
Je l'aime beaucoup et travaille bien
Mon écriture est nette est claire
On voit très bien que c'est moi
Qui l'ai tapée
Il y a des blancs que je suis seul à savoir faire
Vois donc l'oeil qu'à ma page
Pourtant, pour te faire plaisir j'ajoute à l'encre
Deux trois mots
Et une grosse tache d'encre
Pour que tu ne puisses pas les lire.

 

 

Blaise Cendrars

 

 

 

Il 29 luglio 1914, un mese dopo l’attentato di Sarajevo e quattro giorni prima che l’ordine di mobilitazione generale dia ai francesi la tragica certezza della guerra, un appello appare su tutti i quotidiani di Parigi. Lo firmano due intellettuali che fanno parte della numerosa colonia di stranieri che anima la vita culturale e mondana della capitale francese. Il primo è un Poeta, uno svizzero-francese di origini tedesche, Frédéric-Louis Sauser, in arte Blaise Cendrars. L’altro è un letterato italiano, Ricciotti Canudo, discepolo di Gabriele d?annunzio e figura nota nei salons parigini. 

Certi ormai che il grande scontro tra civiltà e barbarie è prossimo, esortano gli stranieri amici della Francia a accorrere in suo aiuto. Facendo eco ai toni da crociata che in quei giorni risuonano in Francia come nel resto dell’Europa, il manifesto si dimostra un prezioso strumento di propaganda, di mobilitazione degli animi. Non a caso è prontamente ripreso da tutti i giornali del Paese, e nei mesi a venire ripetuto centinaia di volte. Entro l’anno, e proprio nei mesi più drammatici per la Francia, i mesi della Marna e di Verdun, sulla spinta di questo manifesto oltre 80.000 volontari affluiscono nelle caserme francesi, mentre nel Paese si divulga il nome di un Poeta celebre fino a allora solo nei circoli artistici della capitale.

Poi, Blaise Cendrars, dopo aver firmato con il suo nome di Poeta il manifesto, con un falso nome inglese firma l’arruolamento nella Legione Straniera. In questo modo il Poeta svizzero onora la sua firma e conferma quella reputazione di avventuriero che già lo circonda.

In realtà, il suo gesto non scaturisce solo da una semplice anche se intensa, necessità di essere coerente, conferma, invece la profonda vocazione di Blaise Cendrars a essere, insieme Poeta e uomo d’azione. È dettato un’aspirazione violenta alla vita, da un vitalismo filosofico che corrisponde a una tendenza diffusa all’epoca e  che ha il principale esponente in Henry Bergson, il filosofo dello « slancio vitale ».

Per coloro che hanno scelto l’autore dell’« Evolution créatrice » (1907) come maestro, la realtà dell’epoca è diversa da come viene predicata. La concezione positivistica della vita e della società, mentre esalta le sorti progressive dell’umanità in realtà costringe l’uomo nella camicia di forza delle convenzioni sociali e delle norme produttive. Dietro le quinte della Belle Epoque, la spontaneità dell’uomo e il suo slancio esistenziale sono soffocati da questo positivismo, da un’ideologia che riconduce tutti i processi del reale a quantità, a materia. Al contrario, la vita, che è frutto di no slancio, non può essere misurata, quantificata, perché è soprattutto intuizione. In conclusione, perché sia tale la vita deve essere vissuta liberamente.

Blaise Cendrars è in armonia con queste idee. Per lui la vita borghese, improntata al conformismo, a principi di casta, non può essere considerata una vera vita. Mai potrebbe condurre l’esistenza della famiglia francese, modello di famiglia borghese. Quella che, come scrive, « si consuma in cerimonie ridicole e stantie », dove il « solo prodigio è la noia » e nella quale  «la sola ambizione di un adolescente è di diventare rapidamente funzionario, come suo padre ». l’insegna e l’atmosfera di una tale famiglia sono il notariato, le pompe funebri, la tradizione.

È naturale, quindi, che anche l’arte, per essere veramente tale, debba essere libera da ricette di cappelle e da dottrine più o meno perfette. Per l’arte e la produzione artistica Cendrars rivendica la piena libertà, doppiamente necessaria perché l’arte e la vita devono essere vissute intensamente e insieme. L’artista deve essere creatore che si realizza nella sua opera, che è la sua vita.

La concezione di Cendrars del rapporto tra arte e vita è innovatrice e rivoluzionaria. Rompe con le sommesse e delicate esplorazioni interiori del simbolismo, con la letteratura da tavolino che nasce alla penombra di velati abat-jour. È la proposta di una letteratura che scaturisca dal nomadismo. Per realizzarla, Cendrars ha gettato volontariamente la sua esistenza allo sbaraglio, ha scelto di essere scrittore, di scrivere al ritmo della vita. Così facendo aprirà nuove strade alla letteratura e lascerà la sua impronta sul modernismo poetico francese e europeo.

È da suo padre, un professore di matematica, che il Poeta eredita un certo gusto del rischio e dello sperimentalismo. È suo padre che inventa la pubblicità luminosa e le porte che in casa Sauser si aprono con i piedi. È lui che realizza un telaio meccanico per tessere i tappeti di Smirne, un’invenzione che da sola avrebbe dovuto farlo ricco. Invece, George Sauser fa la fortuna degli altri, ma non la sua e della sua famiglia, costantemente proteso a inventare quasi per diletto. È un artigiano ricco di idee ma scarso di senso commerciale, che liquida brevetti e diritti di un’invenzione per finanziarsi la messa a punto di altre che gli bruciano in testa. È un affarista girovago, pervicace ma incapace, che porta i suoi progetti per mezzo mondo, precursore senza fortuna. Verso il 1890 costruisce un hotel a Heliopolis. Lo edifica in una città praticamente in rovina, in prossimità del deserto dove novant’anni prima  Kléber, maresciallo napoleonico, ha sconfitto i Mamelucchi (1800). Fa conto di guadagnare con gli europei richiamati in Egitto da piramidi e mummie. È un progetto da turismo di massa, da « quindici giorni tutto compreso » ancora di là a venire.  Georges Sauser tenta, poi, di raddrizzare le sue sorti finanziarie a Napoli, ma anche qui è in anticipo sui tempi. Vuole lottizzare il Vomero e si impegna in un altro affare fumoso. L’esistenza con questo padre inquieto, campione di tiro alla pistola, grande giocatore di scopa, presidente della società dei cento chili perché ne pesa centocinquanta, felice solo a tavola, è un continuo imprevisto. Ma, è anche così che Cendrars si inizia alla vita avventurosa, alla quale si sente però chiamato.

A diciassette anni Cendrars non ha alcuna idea della direzione da dare alla sua vita. Quello che sa di certo è che non intende abbracciare la carriera commerciale che il padre gli destina. Alle lezioni di merceologia preferisce lunghe passeggiate sulle rive del lago di Neuchâtel, dove trascorre ore e ore a fantasticare e, soprattutto, a osservare.  Si attrezza così una memoria formidabile, che gli faciliterà l’apprendimento delle lingue – ne parlerà sei, oltre a masticarne un’altra decina –. Sarà in grado di citare interi paragrafi del  « Castello interiore » di Santa Teresa d’Avila, del « Codex borbonicus » o del « Libellus historialis Mariae beatissimae Magdalenae ». Oppure, con la tessa disinvoltura, praticare l’ablazione di un tumore al seno di un’amica per avere letto, in guerra, tra un assalto e l’altro, un libro di chirurgia trovato al fronte tra le rovine di una casa.

La passione per le letture gli nasce presto, a dieci anni, e non lo abbandona più. I libri, con l’esperienza, saranno la sua vera scuola e la sua Università.

Un po’ commerciante un po’ avventuriero va in Russia, in Cina, in Armenia, in Persia, in India. Guadagna il suo primo milione e lo dilapida molto presto, senza darsi pensiero del domani. Vuole provare tutte le situazioni della vita, vivere i fatti e non le ipotesi. Eppure, anche se deciso a trovare sempre nuove strade per approfondire la conoscenza delle cose e del mondo, in Cina rifiuta di provare l’oppio. È un’esperienza che non lo attira, che non lo seduce neppure per un attimo. Per lui i paradisi artificiali non sono la fuga ideale dal conformismo, dall’appiattimento della società. Sono la morte dell’intelligenza e, per questo, sarà sempre nemico della droga.

Cendrars è un nomade sapiente che rimane ancorato alla realtà, al presente. Nell’immenso Oriente si trascina la mercanzia, ma anche casse di libri. Si intossica di letture rare e insolite che, fatte da altri, rimarrebbero un episodio di pura erudizione. Cendrars, invece, le filtrerà nelle sue opere. È un lungo elenco quello dei libri del suo apprendistato, in cui figurano titoli come « La Vita dei Santi », « La Tariffa delle Puttane a Venezia » o un « Trattato di Navigazione », del 1582. A Pechino, dove, nel 1904, si arena per un certo tempo, legge intere annate del  « Mercure de France » provenienti dai consolati saccheggiati dai Boxer, prima di passare la rivista nella caldaia dell’albergo in cui lavora come fuochista.

Ma ciò che lo segna indelebilmente è la prima rivoluzione russa, quella del 1905. Cendrars vi passa attraverso fabbricando bombe con la sua amica Lenocka, una liceale diciassettenne. È quel clima di passione rivoluzionaria che gli ispira « La Prose du Transsibérien et de la Petite Jeanne de France ».

 

 

En ce temps-là, j'étais en mon adolescence
J'avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de mon enfance
J'étais à 16.000 lieues du lieu de ma naissance
J'étais à Moscou dans la ville des mille et trois clochers et des sept gares
Et je n'avais pas assez des sept gares et des mille et trois tours
Car mon adolescence était si ardente et si folle
Que mon coeur tour à tour brûlait comme le temple d'Ephèse ou comme la Place Rouge de Moscou quand le soleil se couche.
Et mes yeux éclairaient des voies anciennes.
Et j'étais déjà si mauvais poète
Que je ne savais pas aller jusqu'au bout.

 

Le Kremlin était comme un immense gâteau tartare croustillé d'or,
Avec les grandes amandes des cathédrales, toutes blanches
Et l'or mielleux des cloches...
Un vieux moine me lisait la légende de Novgorode
J'avais soif
Et je déchiffrais des caractères cunéiformes
Puis, tout à coup, les pigeons du Saint-Esprit s'envolaient sur la place
Et mes mains s'envolaient aussi avec des bruissements d'albatros
Et ceci, c'était les dernières réminiscences
Du dernier jour
Du tout dernier voyage
Et de la mer.

 

Pourtant, j'étais fort mauvais poète.
Je ne savais pas aller jusqu'au bout.
J'avais faim
Et tous les jours et toutes les femmes dans les cafés et tous les verres
J'aurais voulu les boire et les casser
Et toutes les vitrines et toutes les rues
Et toutes les maisons et toutes les vies
Et toutes les roues des fiacres qui tournaient en tourbillon sur les mauvais pavés
J'aurais voulu les plonger dans une fournaise de glaive
Et j'aurais voulu broyer tous les os
Et arracher toutes les langues
Et liquéfier tous ces grands corps étranges et nus sous les vêtements qui m'affolent...
Je pressentais la venue du grand Christ rouge de la révolution russe...
Et le soleil était une mauvaise plaie
Qui s'ouvrait comme un brasier

 

En ce temps-là j'étais en mon adolescence
J'avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de ma naissance
J'étais à Moscou où je voulais me nourrir de flammes
Et je n'avais pas assez des tours et des gares que constellaient mes yeux

En Sibérie tonnait le canon, c'était la guerre
La faim le froid la peste et le choléra
Et les eaux limoneuses de l'Amour charriaient des millions de charognes
Dans toutes les gares je voyais partir tous les dernier trains

Personne ne pouvait plus partir car on ne délivrait plus de billets
Et les soldats qui s'en allaient auraient bien voulu rester ...
Un vieux moine me chantait la légende de Novgorod

 

Moi, le mauvais poète, qui ne voulais aller nulle part, je pouvais aller partout
Et aussi les marchands avaient encore assez d'argent pour tenter aller faire fortune.
Leur train partait tous les vendredis matins.
On disait qu'il y avait beaucoup de morts.

L'un emportait cent caisses de réveils et de coucous de la forêt noire
Un autre, des boites à chapeaux, des cylindres et un assortiment de tire-bouchons de Sheffield
Un des autres, des cercueils de Malmoë remplis de boites de conserve et de sardines à l'huile
Puis il y avait beaucoup de femmes
Des femmes, des entrejambes à louer qui pouvaient aussi servir
Des cercueils

Elles étaient toutes patentées
On disait qu'il y a avait beaucoup de morts là-bas
Elles voyageaient à prix réduit
Et avaient toutes un compte courant à la banque.

 

Or, un vendredi matin, ce fut enfin mon tour
On était en décembre
Et je partis moi aussi pour accompagner le voyageur en bijouterie qui se rendait à Kharbine
Nous avions deux coupés dans l'express et 34 coffres de joailleries de Pforzheim
De la camelote allemande « Made in Germany »
Il m'avait habillé de neuf et en montant dans le train j'avais perdu un bouton
- Je m'en souviens, je m'en souviens, j'y ai souvent pensé depuis -
Je couchais sur les coffres et j'étais tout heureux de pouvoir jouer avec le browning nickelé qu'il m'avait aussi donné

 

J'étais très heureux, insouciant
Je croyais jouer au brigand
Nous avions volé le trésor de Golconde
Et nous allions, grâce au Transsibérien, le cacher de l'autre côté du monde
Je devais le défendre contre les voleurs de l'Oural qui avaient attaqué les saltimbanques de Jules Verne
Contre les khoungouzes, les boxers de la Chine
Et
les enragés petits mongols du Grand-Lama
Alibaba et les quarante voleurs

Et les fidèles du terrible Vieux de la montagne
Et surtout contre les plus modernes
Les rats d'hôtels
Et les spécialistes des express internationaux.

 

Et pourtant, et pourtant
J'étais triste comme un enfant
Les rythmes du train
La « moëlle chemin-de-fer » des psychiatres américains
Le bruit des portes des voix des essieux grinçant sur les rails congelés
Le ferlin d'or de mon avenir
Mon browning le piano et les jurons des joueurs de cartes dans le compartiment d'à côté
L'épatante présence de Jeanne
L'homme aux lunettes bleues qui se promenait nerveusement dans le couloir et me regardait en passant
Froissis de femmes
Et le sifflement de la vapeur
Et le bruit éternel des roues en folie dans les ornières du ciel
Les vitres sont givrées
Pas de nature !
Et derrière, les plaines sibériennes le ciel bas et les grands ombres des taciturnes qui montent et qui descendent
Je suis couché dans un plaid
Bariolé
Comme ma vie
Et ma vie ne me tient pas plus chaud que ce châle écossais
Et l'Europe toute entière aperçue au coupe-vent d'un express à toute vapeur
N'est pas plus riche que ma vie
Ma pauvre vie

Ce châle
Effiloché sur des coffres remplis d'or
Avec lesquels je roule
Que je rêve
Que je fume
Et la seule flamme de l'univers
Est une pauvre pensée...

 

Du fond de mon coeur des larmes me viennent
Si je pense, Amour, à ma maîtresse;
Elle n'est qu'une enfant que je trouvai ainsi
Pâle, immaculée au fond d'un bordel.

 

Ce n'est qu'une enfant, blonde rieuse et triste.
Elle ne sourit pas et ne pleure jamais;
Mais au fond de ses yeux, quand elle vous y laisse boire
Tremble un doux Lys d'argent, la fleur du poète.

 

Elle est douce et muette, sans aucun reproche,
avec un long tressaillement à votre approche;
Mais quand moi je lui viens, de ci, de là, de fête,

Elle fait un pas, puis ferme les yeux- et fait un pas.
Car elle est mon amour et les autres femmes
N'ont que des robes d'or sur de grands corps de flammes,
Ma pauvre amie est si esseulée,
Elle est toute nue, n'a pas de corps - elle est trop pauvre.

 

Elle n'est qu'une fleur candide, fluette,
La fleur du poète, un pauvre lys d'argent,
Tout froid, tout seul, et déjà si fané‚
Que les larmes me viennent si je pense à son coeur.

 

Et cette nuit est pareille à cent mille autres quand un train file dans la nuit
- Les comètes tombent -
Et que l'homme et la femme, même jeunes, s'amusent à faire l'amour.

 

Le ciel est comme la tente déchirée d'un cirque pauvre dans un petit village de pêcheurs
En Flandres
Le soleil est un fumeux quinquet
Et tout au haut d'un trapèze une femme fait la lune.
La clarinette le piston une flûte aigre et un mauvais tambour
Et voici mon berceau
Mon berceau
Il était toujours près du piano quand ma mère comme madame Bovary jouait les sonates de Beethoven
J'ai passé mon enfance dans les jardins suspendus de Babylone
Et l'école buissonnière dans les gares, devant les trains en partance
Maintenant, j'ai fait courir tous les trains derrière moi
Bâle-Tombouctou
J'ai aussi joué aux courses à Auteuil et à Longchamp
Paris New-York

Maintenant j'ai fait courir tous les trains tout le long de ma vie
Madrid-Stokholm
Et j'ai perdu tous mes paris
Il n'y a plus que la Patagonie, la Patagonie qui convienne à mon immense tristesse, la Patagonie, et un voyage dans les mers du Sud
Je suis en route
J'ai toujours été en route
Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses roues
Le train retombe sur ses roues
Le train retombe toujours sur toutes ses roues

 

« Blaise, dis, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Nous sommes loin, Jeanne, tu roules depuis sept jours
Tu es loin de Montmartre, de la Butte qui t'a nourrie, du Sacré-Coeur contre lequel tu t'es blottie
Paris a disparu et son énorme flambée
Il n'y a plus que les cendres continues
La pluie qui tombe
La tourbe qui se gonfle
La Sibérie qui tourne
Les lourdes nappes de neige qui remontent
Et le grelot de la folie qui grelotte comme un dernier désir dans l'air bleui
Le train palpite au coeur des horizons plombés
Et ton chagrin ricane ...

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Les inquiétudes
Oublie les inquiétudes
Toutes les gares lézardés obliques sur la route
Les files télégraphiques auxquelles elles pendent
Les poteaux grimaçant qui gesticulent et les étranglent
Le monde s'étire s'allonge et se retire comme un accordéon qu'une main sadique tourmente
Dans les déchirures du ciel les locomotives en folie s'enfuient
et dans les trous
les roues vertigineuses les bouches les voies
Et les chiens du malheur qui aboient à nos trousses
Les démons sont déchaînés
Ferrailles
Tout est un faux accord
Le broun-roun-roun des roues
Chocs
Rebondissements
Nous sommes un orage sous le crâne d'un sourd

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

Mais oui, tu m'énerves, tu le sais bien, nous sommes bien loin
La folie surchauffée beugle dans la locomotive
Le peste le choléra se lèvent comme des braises ardentes sur notre route
Nous disparaissons dans la guerre en plein dans un tunnel
La faim, la putain, se cramponnent aux nuages en débandade et fiente des batailles en tas puants de morts
Fais comme elle, fais ton métier ...

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Oui, nous le sommes, nous le sommes
Tous les boucs émissaires ont crevé dans ce désert
Entends les sonnailles de ce troupeau galeux Tomsk Tcheliabinsk Kainsk Obi Taïchet Verkné Oudinsk Kourgane Samara Pensa-Touloune

La mort en Mandchourie
Est notre débarcadère est notre dernier repaire
Ce voyage est terrible
Hier matin
Ivan Oulitch avait les cheveux blancs
Et Kolia Nicolaï Ivanovich se ronge les doigts depuis quinze jours...
Fais comme elles la Mort la Famine fais ton métier
Ca coûte cent sous, en transsibérien ça coûte cent roubles
En fièvre les banquettes et rougeoie sous la table
Le diable est au piano
Ses doigts noueux excitent toutes les femmes
La Nature
Les
Gouges
Fais ton métier
Jusqu'à Kharbine ...

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Non mais ... fiche-moi la paix ... laisse-moi tranquille
Tu as les hanches angulaires
Ton ventre est aigre et tu as la chaude-pisse
C'est tout ce que Paris a mis dans ton giron
C'est aussi un peu d'âme... car tu es malheureuse
J'ai pitié j'ai pitié viens vers moi sur mon coeur
Les roues sont les moulins à vent d'un pays de Cocagne
Et les moulins à vent sont les béquilles qu'un mendiant fait tournoyer
Nous sommes les culs-de-jatte de l'espace
Nous roulons sur nos quatre plaies
On nous a rogné les ailes
Les ailes de nos sept péchés
Et tous les trains sont les bilboquets du diable
Basse-cour
Le monde moderne
La vitesse n'y peut mais
Le monde moderne
Les lointains sont par trop loin
Et au bout du voyage c'est terrible d'être un homme avec une femme ...

 

« Blaise, dis, sommes nous bien loin de Montmartre ? »

J'ai pitié, j'ai pitié, viens vers moi je vais te conter une histoire
Viens dans mon lit
Viens sur mon coeur
Je vais te conter une histoire ...

 

Oh viens ! viens !


Au Fidji règne l'éternel printemps
La paresse
L'amour pâme les couples dans l'herbe haute et la chaude syphilis rôde sous les bananiers
Viens dans les îles perdues du Pacifique!
Elles ont nom du Phénix, des Marquises
Bornéo et Java
Et Célèbes à la forme d'un chat

 

Nous ne pouvons pas aller au Japon
Viens au Mexique
Sur les hauts plateaux les tulipiers fleurissent
Les lianes tentaculaires sont la chevelure du soleil
On dirait la palette et le pinceau d'un peintre
Des couleurs étourdissantes comme des gongs,
Rousseau y a été
Il y a ébloui sa vie
C'est la pays des oiseaux
L'oiseau du paradis, l'oiseau-lyre
Le toucan, l'oiseau moqueur
Et le colibri niche au coeur des lys noirs
Viens !

Nous nous aimerons dans les ruines majestueuses d'un temple aztèque
Tu seras mon idole
Une idole bariolée enfantine un peu laide et bizarrement étrange
Oh viens !

 

Si tu veux, nous irons en aéroplane et nous survolerons le pays des mille lacs,
Les nuits y sont démesurément longues
L'ancêtre préhistorique aura peur de mon moteur
J'atterrirai

Et je construirai un hangar pour mon avion avec les os fossiles de mammouth
Le feu primitif réchauffera notre pauvre amour
Samowar
Et nous nous aimerons bien bourgeoisement prés du pôle
Oh viens !

 

Jeanne Jeannette Ninette nini nichon nichon

Mimi mamour ma poupoule mon Pérou

Dodo dondon

Carotte ma crotte

Chouchou p'tit coeur

Cocotte

Chérie p'tite chèvre

Mon p'tit-péché mignon

Concon

Coucou

Elle dort.

 

Elle dort

Et de toutes les heures du monde elle n'en a pas gobé une seule

Tous les visages entrevus dans les gares

Toutes les horloges

L'heure de Paris l'heure de Berlin l'heure de Saint-Pétersbourg et l'heure de toutes les gares

Et à Oufa, le visage ensanglanté du canonnier

Et le cadran bêtement lumineux de Grodno

Et l'avance perpétuelle du train

Tous les matins on met les montres à l'heure

Le train avance et le soleil retarde

Rien n'y fait, j'entends les cloches sonores

Le gros bourdon de Notre-Dame

La cloche aigrelette du Louvre qui sonna Barthélémy

Les carillons rouillés de Bruges-la-Morte

Les sonneries électriques de la bibliothèque de New-York

Les campagnes de Venise

Et les cloches de Moscou, l'horloge de la Porte-Rouge qui me comptait les heures quand j'étais dans un bureau

Et mes souvenirs

Le train tonne sur les plaques tournantes

Le train roule

Un gramophone grasseye une marche tzigane

Et le monde, comme l'horloge du quartier juif de Prague, tourne éperdument à rebours.

 

Effeuille la rose des vents
Voici que bruissent les orages déchaînés
Les trains roulent en tourbillon sur les réseaux enchevêtrés
Bilboquets diaboliques
Il y a des trains qui ne se rencontrent jamais
D'autres se perdent en route
Les chefs-de gare jouent aux échecs
Tric-Trac

Billard

Caramboles

Paraboles
La voie ferrée est une nouvelle géométrie
Syracuse

Archimède
Et les soldats qui l'égorgèrent
Et les galères

Et les vaisseaux
Et les engins prodigieux qu'il inventa
Et toutes les tueries
L'histoire antique

L'histoire moderne
Les tourbillons

Les naufrages
Même celui du Titanic que j'ai lu dans un journal
Autant d'images-associations que je ne peux pas développer dans mes vers
Car je suis encore fort mauvais poète
Car l'univers me déborde
Car j'ai négligé de m'assurer contre les accidents de chemins de fer
Car je ne sais pas aller jusqu'au bout
Et j'ai peur

 

J'ai peur
Je ne sais pas aller jusqu'au bout
Comme mon ami Chagall je pourrais faire une série de tableaux déments
Mais je n'ai pas pris de notes en voyage
Pardonnez-moi mon ignorance
Pardonnez-moi de ne plus connaître l'ancien jeu des vers comme dit Guillaume Apollinaire
Tout ce qui concerne la guerre on peut le lire dans les mémoires de Kouropatkine
Ou dans les journaux japonais qui sont aussi cruellement illustrés
A quoi bon me documenter
Je m'abandonne aux sursauts de ma mémoire ...

 

A partir d'Irkoutsk le voyage devint beaucoup trop lent
beaucoup trop long
Nous étions dans le premier train qui contournait le lac Baïkal
On avait orné la locomotive de drapeaux et de lampions
Et nous avions quitté la gare aux accents tristes de l'hymne au Tzar
Si j'étais peintre, je déverserais beaucoup de rouge, beaucoup de jaune sur la fin de ce voyage
Car je crois bien que nous étions tous un peu fou
Et qu'un délire immense ensanglantait les faces énervées de mes compagnons de voyage
Comme nous approchions de la Mongolie
Qui
ronflait comme un incendie
Le train avait ralenti son allure
Et je percevais dans le grincement perpétuel des roues
Les accents fous et les sanglots
D'une éternelle liturgie

 

J'ai vu
J'ai vu les train silencieux les trains noirs qui revenaient de l'Extrême-Orient et qui passaient en fantôme
Et mon oeil, comme le fanal d'arrière, court encore derrière ses trains
A Talga 100 000 blessés agonisaient faute de soins
J'ai visité les hôpitaux de Krasnoïarsk
Et à Khilok nous avons croisé un long convoi de soldats fous
J'ai vu dans les lazarets les plaies béantes les blessures qui saignaient à pleines orgues
Et les membres amputés dansaient autour ou s'envolaient dans l'air rauque
L'incendie était sur toutes les faces dans tous les coeurs
Des doigts idiots tambourinaient sur toutes les vitres
Et sous la pression de la peur les regards crevaient comme des abcès
Dans toutes les gares on brûlait tous les wagons
Et j'ai vu
J'ai vu des trains de soixante locomotives qui s'enfuyaient à toute vapeur pourchassés par les horizons en rut et des bandes de corbeaux qui s'envolaient désespérément après
Disparaître
Dans la direction de Port-Arthur.

 

A Tchita nous eûmes quelques jours de répit
Arrêt de cinq jours vu l'encombrement de la voie
Nous les passâmes chez monsieur Iankelevitch qui voulait me donner sa fille unique en mariage
Puis le train reparti
Maintenant c'était moi qui avait pris place au piano et j'avais mal aux dents
Je revois quand je veux cet intérieur si calme le magasin du père et les yeux de la fille qui venait le soir dans mon lit
Moussorgsky
Et les lieder de Hugo Wolf
Et les sables du Gobi

Et à Khaïlar une caravane de chameaux blancs
Je crois bien que j'étais ivre durant plus de cinq-cent kilomètres
Mais j'étais au piano et c'est tout ce que je vis
Quand on voyage on devrait fermer les yeux
Dormir j'aurais tant voulu dormir
Je reconnais tous les pays les yeux fermés à leur odeur
Et je reconnais tous les trains au bruit qu'ils font
Les trains d'Europe sont à quatre temps tandis que ceux d'Asie sont à cinq ou sept temps
D'autres vont en sourdine sont des berceuses
Et il y en a qui dans le bruit monotone des roues me rappellent la prose lourde de Maeterlink
J'ai déchiffré tous les textes confus des roues et j'ai rassemblé les éléments épars d'une violente beauté
Que je possède
Et qui me force

 

Tsitsika et Kharbine
Je ne vais pas plus loin
C'est la dernière station
Je débarquai à Kharbine comme on venait de mettre le feu aux bureaux de la Croix-Rouge.

 

O Paris
Grand foyer chaleureux avec les tisons entrecroisés de tes rues et les vieilles maisons qui se penchent au-dessus et se réchauffent comme des aïeules
Et voici, des affiches, du rouge du vert multicolores comme mon passé bref du jaune
Jaune la fière couleur des romans de France à l'étranger.
J'aime me frotter dans les grandes villes aux autobus en marche
Ceux de la ligne Saint-Germain-Montmartre m'emportent à l'assaut de la Butte.
Le
s moteurs beuglent comme les taureaux d'or
Les vaches du crépuscules broutent le Sacré-Coeur
O Paris
Gare centrale débarcadère des volontés, carrefour des inquiétudes
Seuls les marchands de journaux ont encore un peu de lumière sur leur porte
La Compagnie Internationale des Wagons-Lits et des Grands Express Européens m'a envoyé son prospectus
C'est la plus belle église du monde

J'ai des amis qui m'entourent comme des garde-fous
Ils ont peur quand je m'en vais que je ne revienne plus
Toutes les femmes que j'ai rencontrées se dressent aux horizons
Avec les gestes piteux et les regards tristes des sémaphores sous la pluie
Bella, Agnès, Catherine et la mère de mon fils en Italie
Et celle, la mère de mon amour en Amérique
Il y a des cris de Sirène qui me déchirent l'âme
Là-bas en Mandchourie un ventre tressaille encore comme dans un accouchement
Je voudrais

Je voudrais n'avoir jamais fait mes voyages

Ce soir un grand amour me tourmente

Et malgré moi je pense à la petite Jehanne de France.

C'est par un soir de tristesse que j'ai écrit ce poème en son honneur

Jeanne.

La petite prostituée

Je suis triste je suis triste

J'irai au Lapin agile me ressouvenir de ma jeunesse perdue

Et boire des petits verres

Puis je rentrerai seul

 

Paris

 

Ville de la Tour unique du grand Gibet et de la Roue.

 

 

E la sua prima opera, un poema che splende dei bagliori della guerra civile, la cui misura è scandita dal rumore delle ruote che accompagnano Cendrars nel lungo viaggio da Pietroburgo e Niznj-Novgorod : dalle stragi delle città alla immane carneficina della guerra russo-giapponese. Vedrà la luce nel 1913 e avrà la forma di un « dépliant » perché la lettura sia affrancata dalla schiavitù della pagina da voltare, perché sia immediata e totale. Significativamente, Cendrars ne parla come del «Primo Libro Simultaneo ». Sarà tirato in una sola edizione di 150 copie, tante quanto è l’altezza in metri della Tour Eiffel. Poeta del suo tempo, Cendrars fa del movimento, della simultaneità, dell’azione come rappresentazione del mondo gli elementi dell’arte e della cultura dell’epoca molto prima di futuristi, cubisti, surrealisti.

Tuttavia questo vagabondo che frequenta anarchici e terroristi, che in tutta la sua opera manifesta sentimenti di pietà per gli umili, i poveri, i diseredati, non crede che vi siano rivoluzioni che possano cambiare radicalmente un ordine sociale. È questo il pessimismo di un visionario malato di assoluto che esprime una coscienza modellata sul misticismo disperato e sul senso del mistero che, una volta per tutte, respira in Russia.

Quando, nel 1907, giunge a Parigi, il dibattito per liquidare la tradizione simbolista e aprire nuove vie alla Poesia è avviato. Fedele a se stesso, Cendrars cova la sua vocazione di Poeta lontano da tutti i cenacoli. Cerca la compagnia di gente come lui, di divoratori di biblioteche e di spazi.

Ma presto si stanca dei paesaggi troppo quieti della senna e della Loira. Per chi, come lui, crede che la vita è azine, non vi sono orizzonti troppo vasti o paesaggi già conosciuti che non abbiano un angolo inesplorato. È la febbre da viaggio. Eccolo a Londra, saltimbanco di music-hall. Cammina sulle mani e divide la camera con un giovane che, come lui, legge Schopenhauer ; è uno studente di medicina che fa il suo apprendistato come clown prendendo calci nel sedere e che si chiama Charlie Chaplin. In Canada a falciare grano fino alla nausea. A Anversa, dove, nel 1910, una colossale sbronza gli costa dieci casse di libri rari, che il suo compare di orgia gli ruba. In America, a condurre, nel 1911, emigranti ebrei, russi, polacchi, asiatici nell’inferno industriale statunitense, guida e interprete di un’umanità sofferente e diseredata che va a popolare un altro suo grande poema : « Les Pâques à New York ». lo scrive di getto il giorno di Pasqua del 1912, ispirato dalle note di un Oratorio di Haydn intese per strada.

 

 

Seigneur, c'est aujourd'hui le jour de votre Nom,

J'ai lu dans un vieux livre la geste de votre Passion

 

Et votre angoisse et vos efforts et vos bonnes paroles

Qui pleurent dans un livre, doucement monotones.

 

Un moine d'un vieux temps me parle de votre mort.

Il traçait votre histoire avec des lettres d'or

 

Dans un missel, posé sur ses genoux,

Il travaillait pieusement en s'inspirant de Vous.

 

A l'abri de l'autel, assis dans sa robe blanche,

Il travaillait lentement du lundi au dimanche.

 

Les heures s'arrêtaient au seuil de son retrait.

Lui, s'oubliait, penché sur votre portrait.

 

A vêpres, quand les cloches psalmodiaient dans la tour,

Le bon frère ne savait si c'était son amour

 

Ou si c'était le Vôtre, Seigneur, ou votre Père

Qui battait à grands coups les portes du monastère.

 

Je suis comme ce bon moine, ce soir, je suis inquiet.

Dans la chambre à côté, un être triste et muet

 

Attend derrière la porte, attend que je l'appelle !

C'est Vous, c'est Dieu, c'est moi, - c'est l'Eternel.

 

Je ne Vous ai pas connu alors, - ni maintenant.

Je n'ai jamais prié quand j'étais un petit enfant.

 

Ce soir pourtant je pense à Vous avec effroi.

Mon âme est une veuve en deuil au pied de votre Croix ;

 

Mon âme est une veuve en noir, - c'est votre Mère

Sans larme et sans espoir, comme l'a peinte Carrière.

 

Je connais tous les Christs qui pensent dans les musées ;

Mais Vous marchez, Seigneur, ce soir à mes côtés.

 

Je descends à grands pas vers le bas de la ville,

Le dos voûté, le coeur ridé, l'esprit fébrile.

 

Votre flanc grand-ouvert est comme un grand soleil

Et vos mains tout autour palpitent d'étincelles.

 

Les vitres des maisons sont toutes pleines de sang

Et les femmes, derrière, sont comme des fleurs de sang,

 

D'étranges mauvaises fleurs flétries, des orchidées,

Calices renversés ouvert sous vos trois plaies.

 

Votre sang recueilli, elles ne l'ont jamais bu.

Elles ont du rouge aux lèvres et des dentelles au cul.

 

Les fleurs de la passion sont blanches comme des cierges,

Ce sont les plus douces fleurs au Jardin de la Bonne Vierge.

 

C'est à cette heure-ci, c'est vers la neuvième heure

Que votre tête, Seigneur, tomba sur votre Coeur.

 

Je suis assis au bord de l'océan

Et je me remémore un cantique allemand,

 

Où il est dit, avec des mots très doux, très simples, très purs,

La beauté de votre Face dans la torture.

 

Dans une église, à Sienne, dans un caveau,

J'ai vu la  même Face, au mur, sous un rideau.

 

Et dans un ermitage, à Bourrié-Wladislasz,

Elle est bossuée d'or dans une châsse.

 

De troubles cabochons sont à la place des yeux

Et des paysans baisent à genoux Vos yeux.

 

Sur le mouchoir de Véronique Elle est empreinte

Et c'est pourquoi Sainte Véronique est votre sainte.

 

C'est la meilleure relique promenée par les champs,

Elle guérit tous les malades, tous les méchants.

 

Elle fait encore mille et mille autres miracles,

Mais je n'ai jamais assisté à ce spectacle.

 

Peut-être que la foi me manque, Seigneur, et la bonté

Pour voir ce rayonnement de votre Beauté.

 

Pourtant, Seigneur, j'ai fait un périlleux voyage

Pour contempler dans un béryl l'intaille de votre image.

 

Faites, Seigneur, que mon visage appuyé dans les mains

Y laisse tomber le masque d'angoisse qui m'étreint.

 

Faites, Seigneur, que mes deux mains appuyées sur ma bouche

N'y lèchent pas l'écume d'un désespoir farouche.

 

Je suis triste et malade. Peut-être à cause de Vous,

Peut-être à cause d'un autre. Peut-être à cause de Vous.

 

Seigneur, la foule des pauvres pour qui vous fîtes le Sacrifice

Est ici, parquée tassée, comme du bétail, dans les hospices.

 

D'immenses bateaux noirs viennent des horizons

Et les débarquent, pêle-mêle, sur les pontons.

 

Il y a des Italiens, des Grecs, des Espagnols,

Des Russes, des Bulgares, de Persans, des Mongols.

 

Ce sont des bêtes de cirque qui sautent les méridiens.

On leur jette un morceau de viande noire, comme à des chiens.

 

C'est leur bonheur à eux que cette sale pitance.

Seigneur, ayez pitié des peuples en souffrance.

 

Seigneur, dans le ghettos, grouille la tourbe des Juifs

Ils viennent de Pologne et sont tous fugitifs.

 

Je le sais bien, ils ont fait ton Procès ;

Mais je t'assure, ils ne sont pas tout à fait mauvais.

 

Ils sont dans des boutiques sous des lampes de cuivre,

Vendent des vieux habits, des armes et des livres.

 

Rembrandt aimait beaucoup les peindre dans leurs défroques.

Moi, j'ai ce soir marchandé un microscope.

 

Hélas!  Seigneur, Vous ne serez plus là, après Pâques !

Seigneur, ayez pitié des Juifs dans les baraques.

 

Seigneur, les humbles femmes qui vous accompagnèrent à Golgotha

Se cachent. Au fond des bouges, sur d'immondes sophas,

 

Elles sont polluées de la misère des hommes.

Des chiens leur ont rongé les os, et dans le rhum

 

Elles cachent leur vice endurci qui s'écaille.

Seigneur, quand une de ces femmes parle, je défaille.

 

Je voudrais être Vous pour aimer les prostituées.

Seigneur, ayez pitié des prostituées.

 

Seigneur, je suis dans le quartier des bons voleurs,

Des vagabonds, des va-nu-pieds, des recéleurs.

 

Je pense aux deux larrons qui étaient avec vous à la Potence,

Je sais que vous daignez sourire à leur malchance.

 

Seigneur, l'un voudrait une corde avec un noeud au bout,

Mais ça n'est pas gratis, la corde, ça coûte vingt sous.

 

Il raisonnait comme un philosophe, ce vieux bandit.

Je lui ai donné de  l'opium pour qu'il aille plus vite en paradis.

 

Je pense aussi aux musiciens des rues,

Au violoniste aveugle, au manchot qui tourne l'orgue de Barbarie,

 

A la chanteuse au chapeau de paille avec des roses de papier ;

Je sais que ce sont eux qui chantent durant l'éternité.

 

Seigneur, faites-leur l'aumône, autre que de la lueur des becs de gaz,

Seigneur, faites-leur l'aumône de gros sus ici-bas.

 

Seigneur, quand vous mourûtes, le rideau se fendit,

Ce qu'on vit derrière, personne ne l'a dit.

 

La rue est dans la nuit comme une déchirure

Pleine d'or et de sang, de feu et d'épluchures.

 

Ceux que vous avez chassé du temple avec votre fouet,

Flagellent les passants d'une poignée de méfaits.

 

L'Etoile qui disparut alors du tabernacle,

Brûle sur les murs dans la lumière crue des spectacles.

 

Seigneur, la Banque illuminée est comme un coffre-fort,

Où s'est coagulé le Sang de votre mort.

 

Les rues se font désertes et deviennent plus noires.

Je chancelle comme un homme ivre sur les trottoirs.

 

J'ai peur des grands pans d'ombre que les maisons projettent.

j'ai peur. Quelqu'un me suit. Je n'ose tourner la tête.

 

Un pas clopin-clopant saute de plus en plus près.

J'ai peur. J'ai le vertige. Et je m'arrête exprès.

 

Un effroyable drôle m'a jeté un regard

Aigu, puis a passé, mauvais comme un poignard.

 

Seigneur, rien n'a changé depuis que vous n'êtes plus Roi.

Le mal s'est fait une béquille de votre Croix.

 

Je descends les mauvaises marches d'un café

Et me voici, assis, devant un verre de thé.

 

Je suis chez des Chinois, qui comme avec le dos

Sourient, se penchent et sont polis comme des magots.

 

La boutique est petite, badigeonnée de rouge

Et de curieux chromos sont encadrés dans du bambou.

 

Ho-Koussaï a peint les cent aspects d'une montagne.

Que serait votre Face peinte par un Chinois.

 

Cette dernière idée, Seigneur, m'a d'abord fait sourire.

Je vous voyais en raccourci dans votre martyre.

 

Mais le peintre pourtant, aurait peint votre tourment

Avec plus de cruauté que nos peintres d'Occident.

 

Des lames contournées auraient scié vos chairs,

Des pinces et des peignes auraient strié vos nerfs,

 

On vous aurait passé le col dans un carcan,

On vous aurait arraché les ongles et les dents,

 

D'immenses dragons noirs se seraient jetés sur Vous,

Et vous auraient soufflé des flammes dans le cou,

 

On vous aurait arraché la langue et les yeux,

On vous aurait empalé sur un pieu.

 

Ainsi, Seigneur, vous auriez souffert toute l'infamie,

Car il n'y a pas plus cruelle posture.

 

Ensuite, on vous aurait forjeté aux pourceaux

Qui vous auraient rongé le ventre et les boyaux.

 

Je suis seul à présent, les autres sont sortis,

Je suis étendu sur un banc contre le mur.

 

J'aurais voulu entrer, Seigneur, dans une église ;

Mais il n'y a pas de cloches, Seigneur, dans cette ville.

 

Je pense aux cloches tues : - où sont les cloches anciennes ?

Où sont les litanies et les douces antiennes ?

 

Où sont les longs offices et où les beaux cantiques ?

Où sont les liturgies et les musiques ?

 

Où sont les fiers prélats, Seigneur, où tes nonnains ?

Où l'aube blanche, l'amict des Saintes et des Saints ?

 

La joie du Paradis se noie dans la poussière,

Les feux mystiques ne rutilent plus dans les verrières.

 

L'aube tarde à venir, et dans le bouge étroit

Des ombres crucifiées agonisent aux parois.

 

C'est comme un Golgotha de nuit dans un miroir

Que l'on voit trembloter en rouge sur du noir.

 

a fumée, sous la lampe, est comme un linge déteint

Qui tourne, entortillé, tout autour de vos reins.

 

Par au-dessus, la lampe pâle est suspendue,

Comme votre Tête, triste et morte et exsangue.  

 

Des reflets insolites palpitent sur les vitres ...

J'ai peur, - et je suis triste, Seigneur, d'être si triste.

 

« Dic nobis, Maria, quid vidisti in via ? »

- La lumière frissonner, humble dans le matin.

 

« Dic nobis, Maria, quid vidisti in via ? »

- Des blancheurs éperdues palpiter comme des mains.

 

« Dic nobis, Maria, quid vidisti in via ? »

- L'augure du printemps tressaillir dans mon sein.

 

Seigneur, l'aube a glissé froide comme un suaire

Et a mis tout à nu les gratte-ciel dans les airs.

 

Déjà un bruit immense retenti sur la ville.

Déjà les trains bondissent, grondent et défilent.

 

Les métropolitains roulent et tonnent sous terre.

Les ponts sont secoués par les chemins de fer.

 

La cité tremble. Des cris, du feu et des fumées,

Des sirènes à vapeur rauques comme des huées.

 

Un foule enfiévrée par les sueurs de l'or

Se bouscule et s'engouffre dans de longs corridors.

 

Trouble, dans le fouillis empanaché de toits,

Le soleil, c'est votre Face souillée par les crachats.

 

Seigneur, je rentre fatigué, seul et très morne ...

Ma chambre est nue comme un tombeau ...

 

Seigneur, je suis tout seul et j'ai la fièvre ...

Mon lit est froid comme un cercueil ...

 

Seigneur, je ferme les yeux et je claque des dents ...

Je suis trop seul. J'ai froid. Je vous appelle ...

 

Cent mille toupies tournoient devant me yeux ...

Non, cent mille femmes ... Non, cent mille violoncelles ...

 

Je pense, Seigneur, à mes heures malheureuses ...

Je pense, Seigneur, à mes heures en allées ...

 

Je ne pense plus à Vous. Je ne pense plus à Vous.

 

 

La composizione, che è percorsa da una profonda tensione mistica e ha il respiro di un vecchio inno liturgico, rappresenta l’uscita dal simbolismo e l’ingresso nella Poesia moderna.

Se ne rende conto Apollinaire, quando di ritorno da New York Cendrars gli dà in lettura il manoscritto. Un giovane vagabondo, in perfetta solitudine, ha aperto prima di lui la strada ala nuova Poesia. 

Cendrars pubblica « Les Pâques à New York » a sue spese alle edizioni Les Hommes Nouveaux.

Nel dibattito delle idee che agita Parigi ora Cendrars gioca un ruolo importante, ma sempre da solitario.

È la bohème che racconta nei suoi libri, protagonisti tutti i padri dell’arte del Novecento: il trasognato Chagall, Ricasso, Max Jacob, il pittore Délanay, Léger, compagno di scorribande, Modiglioni, che divide con lui la passione per il bere, Vlaminck, pittore di paesaggi e corridore ciclista, il diafano e decadente Rilke, l’austriaco cui Cendrars somministra una « lezione » famosa quando questi tenta di violentare una ragazza, ma i cui versi recita al fronte per scongiurare la paura. Vi è anche Strawinsky, cui dona un libretto sulla musica russa scritto per i Balletti  di Diaghilev, che inaugurano la stagione al Grand-Théâtre degli Champs-Elysées.

Cendrars in guerra va volontario più in odio ai tedeschi che per patriottismo. Ha già troppo visto in Oriente nei massacri della Transiberiana per sentire il fascino delle bandiere al vento. Si arma soprattutto perché è un Poeta che si nutre di attualità, che va fino in fondo alle cose. Anche se è un legionario che si batte con decisione, in realtà, non ama la guerra, ne subisce il  « meccanismo anonimo, cieco » perché, come scrive, « il posto di un poeta è tra gli uomini, i suoi fratelli, quando tutto va male, e tutto crolla, l’umanità, la civiltà e tutto il resto ». il suo vitalismo gli rende ancora più acuta la sofferenza e l’orrore per la disintegrazione fisica che imperversa intorno a lui. Ma  è la stessa decisa, feroce volontà di vita che, nella primavera del 1915, lo porta a tagliarsi « con il suo coltello da trincea la mano morta, ormai inutile » che pende dall’avambraccio maciullato da una scheggia. Quello che resta del braccio destro verrà amputato nelle retrovie. Dopo aver corso il rischio di essere fucilato per amputazione volontaria, Cendrars vede riconosciuto il suo valore, che è tutto fuorché « guerriero ». Gli viene concessa la Legion d’Onore. Ma, se è vero che l’uomo è nello stile, allora vi è tutto Cendrars il giorno che la rifiuta perché non vuole pagare i diritti di cancelleria, e quei soldi, i pochi che ha, preferisce berseli con i gendarmi venuti a portargli la decorazione.

La continua tensione al diverso lo porta a sempre nuove esperienze. Con l’aiuto di un banchiere fonda una casa editrice. Programma un catalogo di 221 titoli, e una grafica che stravolge i canoni della classicità tipografica. Se ne disinteressa presto. Dietro l’angolo vi è una novità affascinante, meravigliosa : il cinema.

Il nuovo mezzo di espressione coincide con la sua visione della vita. Il cinema, che è movimento, è anche prodigiosamente il suo contrario perché fissa l’istante dilatando la percezione dell’uomo. Da vero Poeta ne immagina un uso rivoluzionario, difficilmente realizzabile. Parla di puntare l’obiettivo sul cervello, di filmare le immagini dal vivo della vita delle cellule per tracciare così sullo schermo il vero e complesso profilo di un carattere umano. Si propone di ottenere da uno strumento rigidamente tecnico risultati insieme scientifici e surreali. Naturalmente, la realtà della « camera » è un po’ diversa.  Diversa, soprattutto, è la realtà dei produttori. Il cinema come arte in sé, quale lui l’immagina, è destinato a avere spazi molto ristretti. È principalmente divertimento, fabbrica di sogni. Il suo tentativo di muoversi nel baraccone della settima arte è breve e sfortunato. A Roma gira con Abel Gance « La Roué », quindi, si mette in proprio per realizzare la « Vénus Noire », ma viene travolto dal fallimento della produzione e ci rimette 1.250.000 franchi dell’epoca.

Dopo il crack romano, Cendrars si volge al documentario, che meglio risponde alle sue esigenze. Pensa ch il ruolo del cinema deve essere anche quello di testimoniare l’uomo così com’è nel reale, senza gli abbellimenti e gli artifici dei teatri di posa, di documentare la sua storia, quella dei suoi antenati e del mondo che lo circonda, fuori da ogni convenzione. Va nel Sudan a girare un documentario sulla vita degli elefanti, per ventisei giorni sta ai tremila metri del Monte Bianco per fissare il segreto della formazione delle nubi. È una miniera di progetti mirabolanti che per mancanza di tempo o di crediti non porterà mai a compimento. Dal Governo brasiliano ottiene 150 milioni per girare un film sulla vita degli uomini che aprono nuove frontiere nella foresta, ma una rivoluzione manda a monte il progetto.

Il Brasile l’affascina, l’America del sud rappresenta per il Poeta la terra dell’avvenire. Dal 1924 effettua una lunga serie di viaggi alla scoperta del Continente, che fa anche da sfondo a due suoi romanzi, « Le Plan de l’Aiguille » e « Dan Yak ». due libri per un’unica storia dedicata all’avventura sostanzialmente metafisica del protagonista, ancora una volta, Blaise Cendrars. Due romanzi, altrettanti capitoli di un’opera letteraria al cui interno costruisce la propria leggenda, rendendo spesso impossibile scindere la realtà vissuta da quella immaginata.

In Brasile si lancia in un grande affare di carburante, propaganda sul mercato mondiale il caffé durante la crisi degli Anni Trenta. In un anno passa l’Atlantico undici volte. Nel 1935 lo attraversa con il « Normandia » nel suo viaggio inaugurale per trasmettere, ora per ora, a « Paris Soir », la cronaca della conquista del Nastro Blu e il racconto della fatica dei fuochisti che dal ventre del gigante ne alimentano la marcia. Tra un viaggi e l’altro attende alla composizione de « L‘Or », l’unico libro in cui non è presente. Ne è protagonista un suo connazionale realmente esistito, August Sutter, ricco colono in California rovinato dalla scoperta dell’oro sulle sue proprietà. È il romanzo dell’impegno e dell’assurdo, del « Fato » che determina il destino dell’uomo e della società al di là di ogni volontà e di ogni morale. Si dice che fosse il libro preferito di Stalin.

Termina, inoltre, un altro grande romanzo, « Moravagine », la storia di un uomo strano, paranoico ma estremamente lucido che si rivolta contro tutto ciò che opprime l’uomo moderno. Ultimo discendente autentico dell’ultimo Re d’Ungheria, Moravagine è un eroe negativo. È un assassino dall’adolescenza, uno gnomo sabbatico proiettato nella realtà romanzata dall’immaginazione dell’autore. La sua vicenda ha per sfondo l’avventura russa degli anni giovanili di Cendrars, il quale non rinuncia, nonostante il disordine, l’ingiustizia della civiltà contemporanea che minaccia il destino stesso dell’umanità, a esprimere speranza per la sorte dell’uomo. Un ritmo incessante e tumultuoso regge la narrazione in questo romanzo come in tutta la sua opera narrativa, che imitatori numerosi, tra i quali john Dos Passos.

Fedele alla filosofia dell’azione a alla Francia, alla vigilia del secondo conflitto mondiale Cendrars si offre volontari. Diventa corrispondente di guerra. Al volontà della sua Alfa Romeo Gran Sport, la cui carrozzeria è firmata da Braque, e che cnduce con la sola mano sinistra, percorre migliaia di chilometri in Francia e in Belgio. I suoi reportages prendono proporzioni non meno stupefacenti dei suoi scritti del temp di pace. Ne fa un libro, « Chez l’armée anglaise », che è distrutto dai tedeschi fresco di stampa. La disfatta della sua patria culturale lo sprofonda nella più cupa disperazione. Si isola a Aix-en-Provence, confinato in una stanzetta. Vive del commercio di erbe che coltiva, saccheggia la biblioteca comunale, ma non scrive. Come Saint-Exupéry, pensa che i vinti debbano tacere. Solo nell’agosto del 1943 si rimette al lavoro, a comporre le sue opere di narrativa più importanti: « L’Homme foudroyé », « La Main Coupée », « Bourlinger ». Dedicherà, alla vigilia della vittoria, « Le Lotissement du Ciel » al figlio. Aviatore dell’Armée de l’Air, caduto in Marocco con il suo aereo.

Quando, nel 1949, ritorna a Parigi è un uomo ormai staccato dalla vita, che non finisce di stupire il pubblico nuovo, quello giovane e esistenzialista, che lo viene scoprendo come Poeta e come scrittore. Nel 1959, riceve da André Malraux la Legion d’Onore Il 17 gennaio 1961, mentre è già in fin di vita, il premio letterario « Città di Parigi ». Muore quattro giorni dopo, non avendo potuto realizzare un altro dei suoi mille progetti : essere il primo passeggero per un viaggio sulla luna. Scompare un Poeta dell’epoca moderna, che aveva previsto, con la sola forza dell’immaginazione nutrita di letture rare, molte di quelle invenzioni che hanno stupito  e spaventato la nostra epoca. Uno scrittore che aveva immaginato l’energia solare applicata alla distruzione e un vagabondo che tutta la vita aveva cercato le proprie radici umane e morali.

Inutilmente a sessant’anni era andato a Sigriswil a celebrare nel paese dei suoi genitori le nozze con Raymone Duchâteau, l’attrice che fin dalla Prima Guerra Mondiale ne divideva il destino. Dopo aver pazientemente ascoltato la lunga esposizione dei monotoni destini dei suoi ascendenti montanari aveva esclamato :

 

« È bello l’ordine. Ma, ditemi, tra tutta questa gente alla quale appartengo, non ne conoscete neppure uno, uno solo, che abbia tralignato, sia andato in prigione, sia finito sulla forca ? Almeno saprei da chi ho preso ! »

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 24, 2008 14:39 | Permalink | commenti
categoria:poesia, vita, storia, francia
giovedì, 21 febbraio 2008

La realtà è una creazione delle parole : al di sotto delle parole si agitano il magma del senso delle cose, la loro labirintica connotazione e il ritmo pulviscolare del movimento.

Per lungo tempo l’Oriente è stato soltanto una riserva di esotismo cui hanno attinto autori di successo. Per l’esotista la realtà straniera – uomini e paesaggi insieme – è sia materia prima di una descrizione pittoresca – che, tacitamente, si conviene inferiore alla realtà occidentale, modello di ogni civiltà – sia vago scenario ove cullare il proprio mal di vivere. In ogni caso, la diversità non va oltre la soglia dell’aneddoto, e l’altro esiste soltanto come indigeno, autoctono o uomo della natura, cui una strana maledizione proibisce il diritto di salvaguardare la propria natura. Tutto sembra, dunque, indicare che l’esotismo funziona come un mezzo del quale l’Altro fa le spese : ora pretesto per sfuggire a se stessi, ora occasione di arricchimento interiore, ora semplice motivo di estraniamento, il suo procedere è tale da non permettere di spezzare i confini dell’egoismo e dell’etnocentrismo.

La cultura di un Paese è il riflesso della situazione di dipendenza o di indipendenza politica di questo Paese. In particolare, le lingue di un Paese si evolvono, stagnano o tendono, persino, a scomparire qualora questo Paese goda o no di un’indipendenza politica. Durante il dominio coloniale varie culture e le loro lingue di espressione hanno subito la sorte riservata alle culture e all’uomo primitivi : pur non essendo ignorate erano negate.

Ogni popolo colonizzato, vale a dire ogni popolo all’interno del quale nasce un complesso di inferiorità a causa del seppellimento dell’originalità culturale locale, prende posizione di fronte al linguaggio della nazione « civilizzatrice », vale a dire di fronte alla cultura metropolitana. La conseguenza logica di questa presa di coscienza è un ritorno alle fonti della cultura nazionale e ai suoi mezzi di espressione, i cui artigiani sono, paradossalmente, gli intellettuali più impregnati di cultura occidentale, quegli stessi intellettuali che avrebbero offerto le migliori garanzie di assimilazione.

La cultura di un popolo è, in effetti, per definizione il luogo di sedimentazione dei modi di fare e di pensare di questo popolo, e studiando la sua lingua, la sua grammatica si può coglierne in gran parte le articolazioni e la logica interna. Ci si rende conto, allora, che, non contenta di comunicare il pensiero, la lingua presiede strettamente alla sua elaborazione. Così l’utilizzo di una lingua straniera per esprimere la propria cultura induce non soltanto una trasformazione del messaggio, ma un vero e proprio tradimento.

Il poeta, che non è un essere attento alla visita imprevedibile dell’ispirazione, ma è investito di una missione specifica, tenta, allora, di superare la sua angoscia di uomo dilaniato tra due culture per ritrovare il suo Io profondo e autentico. E la sua poesia, nata dall’impossibilità fondamentale di vivere un presente che lo esilia da se stesso e lo rende straniero alla propria cultura, diviene grido e arma per combattere.

Il tempo dell’azione si identica con quello della scrittura : si evince dal costrutto algebrico dell’esperienza, dalle possibilità, più o meno reali, più o meno virtuali, di agire. L’eternità si offusca nelle cose, si smaglia nei ritmi differenziati del metabolismo cosmico. La scrittura ne scandisce i fasti e le cadute per richiamarli alla memoria come legionari di un esercito di ventura che nel deserto sventano il significato della sabbia.

La Poesia è,  come raccomandavano Rimbaud e i surrealisti, insurrezione e inadattabilità innata al reale.

Nel testo poco conosciuto « Maintenir la Poésie », pubblicato dalla rivista « Tropiques », nel 1943, (Fort de France, n. 8-9), Césaire definiva la Poesia come « una forza che al tutto-fatto, al tutto-trovato dell’esistenza e dell’individuo oppone il tutto da fare della vita e della persona ».

Considerato in questa accezione radicale, l’impegno poetico comporta una parte di insensatezza profetica che si oppone alle lentezze prudenti della storia.

L’uomo politico non avanza che con circospezione nell’intrico degli uomini e dei fatti a lui contemporanei, l’artista, ladro del fuoco e creatore dell’Universo, annuncia l’Avvenire. Il suo ruolo, dice André Breton, è quello « di portarsi in avanti, di esplorare in tutti i sensi il campo della possibilità, di manifestarsi – qualunque cosa accada – come potenza emancipatrice » (Entretiens, Parigi, Gallimard, 1952).

Il vero impegno del Poeta, vale a dire il suo confronto reale con la sua gente, avviene attraverso l’esperienza totale della miseria e della solitudine; solo allora la sua parola può non sostituire la presa di coscienza popolare, ma rivelarla a se stessa, catalizzarla e, forse, anche accelerarla.

La maniera più universale di essere al mondo non è, forse, come osserva Edouard Glissant « di nascere innanzitutto al proprio mondo » ?

 

 

 

عصيان

 

 

به لب هايم مزن قفل خموشی

كه در دل قصه ئی ناگفته دارم

ز پايم باز كن بند گران را

كزين سودا دلی آشفته دارم

 

بيا ای مرد، ای موجود خودخواه

بيا بگشای درهای قفس را

اگر عمری به زندانم كشيدی

رها كن ديگرم اين يك نفس را

 

منم آن مرغ، آن مرغی كه ديريست

به سر انديشه پرواز دارم

سرودم ناله شد در سينه تنگ

به حسرت ها سر آمد روزگارم

 

بلب هايم مزن قفل خموشی

كه من بايد بگويم راز خود را

به گوش مردم عالم رسانم

طنين آتشين آواز خود را

 

بيا بگشای در تا پر گشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

لبم با بوسه شيرينش از تو

تنم با بوي عطر آگينش از تو

نگاهم با شررهای نهانش

دلم با ناله خونينش از تو

 

ولی ای مرد، ای موجود خودخواه

مگو ننگ است اين شعر تو ننگ است

بر آن شوريده حالان هيچ دانی

فضای اين قفس تنگ است، تنگ است

 

مگو شعر تو سر تا پا گنه بود

از اين ننگ و گنه پيمانه ای ده

بهشت و حور و آب كوثر از تو

مرا در قعر دوزخ خانه ای ده

 

كتابی، خلوتی، شعری، سكوتی

مرا مستی و سكر زندگانيست

چه غم گر در بهشتی ره ندارم

كه در قلبم بهشتی جاودانی است

 

شبانگاهان كه مه می رقصد آرام

ميان آسمان گنگ و خاموش

تو در خوابی و من مست هوس ها

تن مهتاب را گيرم در آغوش

 

نسيم از من هزاران بوسه بگرفت

هزاران بوسه بخشيدم به خورشيد

در آن زندان كه زندانبان تو بودی

شبی بنيادم از يك بوسه لرزيد

 

بدور افكن حديث نام، ای مرد

كه ننگم لذتی مستانه داده

مرا می بخشد آن پروردگاری

كه شاعر را، دلی ديوانه داده

 

بيا بگشای در، تا پرگشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

 

 

 

Ribellione

 

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che una storia mai raccontata nel mio cuore serbo.

Libera le mie caviglie dalle gravose catene

Che il loro peso sul mio cuore preme.

 

O uomo, egoista creatura, vieni,

Vieni ad aprire la porta della gabbia.

Se in prigione a vita mi terrai

La grazia di questo unico anelito di libertà non mi negare.

 

Io sono quell’uccello che, da tempo immane,

Ha in animo di spiccare il volo.

Lamento si è fatto il mio canto nell’affannato petto,

In rimpianti il mio tempo è trascorso.

 

Non ridurre le mie labbra al silenzio

Che devo sgravarmi di un segreto,

Far giungere al mondo intero

l’eco infuocata della mia voce.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

Solo per te le mie labbra ed i loro dolci baci,

Solo per te il mio corpo e la fragranza del suo profumo,

Solo per te il mio sguardo e le sue imprigionate scintille,

Solo per te il mio cuore ed i suoi strazianti lamenti.

 

O uomo, egoista creatura,

Non dire che questi versi sono un’infamia.

Tu non immagini neppure quanto angusto sia

Lo spazio di questa gabbia per uno spirito ribelle.

 

Non dire che da ogni verso stilla peccato,

Di questa infamia e di questo peccato mesci per me una coppa.

Per te il Paradiso, le Urì e l’Acqua di Kawthar,

Per me degli abissi dell’inferno fai dimora.

 

I libri, la solitudine, la poesia, il silenzio

Sono per me l’ebbrezza e l’ubriacatura della vita.

Alcun rimpianto se in Paradiso non andrò,

Un Paradiso eterno nel mio cuore arde.

 

Di notte, quando, al centro del cielo fatato e silente,

La luna fluttua dolcemente

E tu dormi, io, ebbra di passione,

Tutto il chiaro di luna abbraccio.

 

La brezza mi rubò migliaia di baci.

Migliaia di baci concessi al Sole.

In quella prigione dove il carceriere eri tu,

Una notte, tutto il mio essere vacillò per un bacio.

 

O uomo, spezza la tradizione del tuo nome

Che la mia infamia dà un piacere inebriante

Mi perdonerà quel Dio Sostentatore

Che ha donato un folle cuore al poeta.

 

Vieni ad aprire la porta che io spieghi le ali

Verso il luminoso cielo della Poesia.

Se mi concederai di volare

Una rosa diverrò nel giardino della Poesia.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

Copyright © 25 luglio 2007 ADZ

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categoria:poesia, politica, amore, iran, donna, libertà
giovedì, 21 febbraio 2008

بوسه

 

 

در دو چشمش گناه می خنديد

بر رخش نور ماه می خنديد

در گذرگاه آن لبان خموش

شعله ئی بی پناه می خنديد

 

شرمناك و پر از نيازی گنگ

با نگاهی كه رنگ مستی داشت

در دو چشمش نگاه كردم و گفت:

بايد از عشق حاصلی برداشت

 

سايه ئی روی سايه ئی خم شد

در نهانگاه رازپرور شب

نفسی روی گونه ئی لغزيد

بوسه ئی شعله زد ميان دو لب

 

 


Il bacio

 

 

Nei suoi occhi il peccato albergava,

Sul suo volto il chiarore della luna albergava,

Tra le sue labbra mute

Un fuoco indomito albergava.

 

Timorosa, con uno sguardo carico di muta implorazione,

Del colore dell’ebbrezza,

Guardai nei suoi occhi. Sussurrò:

Si deve trarre dall’amore profitto.

 

Un’ombra su un’ombra si chinò

Nella clandestinità della notte.

Un respiro sfiorò una gota.

Un bacio prese fuoco tra due labbra.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

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categoria:poesia, amore, iran, donna
sabato, 16 febbraio 2008

 اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

Prigioniera

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio cercano me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi

Da questa muta gabbia spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 16, 2008 11:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, iran, donna, daniela zini
sabato, 16 febbraio 2008

Come mi sono innamorata dell’Iran ?

Ebbene, credo che all’origine di questo Amore vi sia una zia fantastica e molto fantasiosa, che, inconsapevolmente, ne gettò il germe nel mio cuore di bambina, quando, per l’ottavo compleanno, mi fece dono di un’edizione integrale delle Mille e Una Notte.

Quel giorno, nella mia camera, accarezzai, a lungo, stretti al mio cuore, quei quattro volumi, che mi attraevano più di ogni altro libro sullo scaffale di legno lungo il muro alla mia sinistra: La Maschera di ferro, I Tre Moschettieri, La Collana della Regina, Venti anni dopo, Il Tulipano Nero, I Miserabili…

Tutti i giorni, per due mesi, assetata di conoscenza di quel magico Regno, trascorsi interminabili ore a abbeverarmi di Shahrazad e del Suo Sultano.

Coup de foudre !

Chi non conosce Shahrazad che da secoli non ha cessato di nutrire l’immaginario collettivo ?

E come dissociare la figura di Shahrazad da quella di Shahriar ?

D’origine indo-persiana, le « Hezar Afsanè » o « Alf Layla Wa Layla », assimilate dalla cultura araba e rivelate all’Occidente, nel 1705, grazie alla traduzione di Antoine Galland, suscitando un gusto per l’orientalismo in tutta Europa, sono annoverate tra i testi più universalmente diffusi.

Il Re Shahriar scopre l’infedeltà di sua moglie e fa uccidere la sposa.

Ma di più…

Ogni notte giace con una vergine e l’indomani la fa uccidere, tanto è l’odio che nutre per le donne.

Il Regno vive nel terrore, ognuno teme che la sorella, la figlia, la moglie si veda obbligata a dividere il talamo del Re e morire.

Nessuno osa opporsi a questo Re assassino.

Nessuno, tranne una giovane temeraria: Shahrazad. Questa giovane era conosciuta non per la bellezza né per la sua sensualità, come si induce a credere, ma per la sua intelligenza, il suo sapere letterario, filosofico e scientifico. Shahrazad, lungi dall’essere una cortigiana, è, innanzi tutto, un’intellettuale.

Shahrazad, che auspica che la carneficina cessi, idea un piano che, spera, salvi le donne del Regno.

Si offre in sacrificio convincendo suo padre a lasciarle sposare il Re.

Suo padre non ha altra scelta che lasciar fare.

Shahrazad confida nella sua conoscenza di un enorme tesoro di narrativa popolare. Ottenuto, quindi, il permesso di allietare le veglie con i suoi racconti, iniziandone sempre di nuovi e opportunamente interrompendoli, tiene desta la curiosità del Re che così rinvia la sua condanna finché nell’animo di lui all’odio subentra l’Amore.

Due sono le qualità della giovane: il coraggio con cui, mossa da pietà, affronta il pericolo di essere anche lei sacrificata e l’intelligenza che le ha consentito di apprendere un numero straordinario di storie e le permette di riferirle con garbo e abilità.

Shahrazad è la donna nella quale gli innamorati vedono aspetti diversi secondo il proprio modo di sentire l’Amore e concepire la Vita

È la donna, al cui contatto, i caratteri si precisano, le passioni si sviluppano sino a raggiungere l’esaltazione.

È la donna intelligente che afferra il senso delle elucubrazioni del marito, è la donna sensibile che si compiace dell’Amore suscitato dalla sua personalità e lo incoraggia, ma, al tempo stesso, è una sensuale che non rinuncia all’Amore puramente fisico.

 

Possiedo radici vaghe e culture multiple perché da quando sono nata mi hanno spostata o mi sono spostata da un luogo all’altro.

Da piccola ne ho sofferto.

Oggi ne sono felice, perché le radici forti alimentano una gabbia di soffocanti predestinazioni.

L’educazione cattolica delle scuole private mi aveva reso una bambina cupa, profondamente infelice, che non mi somigliava. Tutte le cose che mi rendevano viva erano peccato, veniale o mortale: leggere libri messi all’indice, fare scorribande con i miei amici sino a tarda sera.

Mi liberai dalla religione cattolica.

La scoperta di altre culture, altri racconti di storia, altre divinità trasformò il mio sguardo sul mondo da assoluto a relativo. Non eravamo la Verità, noi europei, noi cristiani, noi cultura greco-romana. Eravamo una minoranza nel mondo. Se il potere era solo nostro, era un potere d’élite, privo di democrazia. Se il Regno dei Cieli era solo cattolico, era un Regno disumano, nel senso che escludeva la maggioranza degli uomini, delle donne e dei bambini del pianeta. La scoperta della relatività della verità, della relatività della storia, della relatività dello stesso concetto di religione o cultura o nazione è stata per me la via maestra verso la libertà. Scoprivo che libertà era innamorarsi senza rimorso delle piccole verità che ogni cultura contiene e che qualsiasi relazione può contenere.

 

Vi sono particolari momenti, misteriosamente privilegiati, in cui taluni Paesi ci rivelano, con un’intuizione subitanea la loro anima, in qualche modo la loro essenza precipua, in cui ne cogliamo una visione esatta, unica, che mesi e mesi di studio paziente non potrebbero rendere più completa né diversa. Tuttavia in questi momenti furtivi ci sfuggono per forza di dettagli, vediamo solo l’insieme delle cose…

Particolare stato d’animo o aspetto speciale dei luoghi, colto al volo e sempre in modo inconscio ?

Non lo so…

Designata dal Fato – il mio padrino mi aveva, profeticamente, dato il diminutivo di Firouzeh – nondimeno, ero cresciuta ignara del mio destino, sino al giorno in cui la mia vocazione mi fu rivelata. 

La piccola scintilla, accesa, si era nutrita, in segreto, di sogni e fantasticherie per divenire patto sacro e, trasformarsi, poi, in fiamma tanto viva da illuminare il mio percorso nei meandri di quel Mondo Incantato, e farmi approdare sulle sue coste, il 2 maggio 2003.

Tuffata nelle dorate e cavalcanti dinastie dei Medi, Achemenidi, Parti, Sassanidi, Safavidi, Abbasidi, Qajar, su su fino ai Pahlavi, riemergevo senza fiato al richiamo dell’armonioso Hafez e deviavo subito verso le quartine del passionale Omar Khayyam. Un mondo sconosciuto calava il suo ponte mobile nel mio cuore, eroico come quello romano dentro la pagina agiografica degli storici, eppure carnale dentro il ritmo di una lingua enfatica che cantava con Saadi i sapori rubati a una terra eternamente assetata di acqua e di sacro.

Il mio viaggio aveva uno scopo, ne ero come posseduta, ma l’ignoravo completamente.

La mia solitudine non mi faceva paura.

Una luce, come un raggio di sole veniva a illuminare la rotta davanti a me.

Dopo la morte di R, i miei amici si erano mostrati molto interessati alla mia Vita con lui, mi ascoltavano per ore e mi ponevano mille domande sull’Iran e sulla Rivoluzione Islamica.

Mi rivelarono a me stessa.

Provavo un piacere immenso a parlare davanti a un uditorio così attento e, ben presto, cominciai a vedere la mia Vita sotto una nuova luce.

I suoi accadimenti mi apparivano come gli anelli di una catena.

Sarebbe stato un peccato non lasciare un resoconto degli avvenimenti e delle avventure di cui ero stata testimone.

La mia immaginazione si impadronì avidamente di questa idea.

 

Incoraggiata dagli stessi amici, mi misi a scrivere.

Mi sentii forzata, nulla poteva impedirmelo.

Immagini a lungo dimenticate si levarono da un passato imprecisato, immagini dettagliate, colorate di sfumature vive.

Suoni, odori, sapori ritornarono.

La punta delle mie dita toccava oggetti familiari.

Rivivevo antiche emozioni e me ne sentivo addolorata.

A volte sorridevo con me stessa, a volte le lacrime rigavano le mie gote.

Lavoravo alacremente, con passione.

Questa forma di contentezza mi era stata sino allora  sconosciuta, le ore volavano.

Scrivevo e quando un passaggio era terminato lo leggevo ai miei amici.

Non ho mai pensato a un pubblico né all’eventualità di una sua pubblicazione.

Quello che facevo, lo facevo per me.

Il mio libro avanzava a poco a poco, secondo l’ispirazione del momento.

 

Viaggiando, per anni, in lungo e in largo per l’Iran e assimilandone, senza mai lasciare la mia terra d’origine, la lingua, i miti, i riti e i cibi, mi sono chiesta se esistano davvero una cultura occidentale e una cultura orientale o piuttosto, provenendo entrambe dallo stesso magma iniziale, che ha dato Vita alle varie etnie e alle varie classi sociali all’interno delle singole etnie, chiamiamo cultura l’insieme di elementi specifici che il potere di turno ha fatto emergere dal magma, ha valorizzato secondo canoni precostituiti, ha rafforzato attraverso le leggi e ha tramandato nell’educazione attraverso una deliberata manipolazione dei documenti storici, letterari, filosofici e religiosi.

Non è necessario uscire dai confini del proprio Paese per scoprire un’altra visione del mondo.

Si può rivelare uno straniero il proprio padre, il proprio fratello, il proprio marito, il proprio figlio.

Alla fine di questo viaggio una certezza ha trovato dimora dentro di me.

La scelta primaria di ogni essere umano, che va al di là del proprio sesso, della propria etnia, della propria lingua, della propria cultura, della propria religione e della propria classe sociale, è :

 

« Da quale parte stare ? » 

 

Dalla parte dei potenti o degli oppressi ?

Dalla parte dei colonialisti o dei colonizzati ?

Dalla parte di chi scrive la storia, il vincitore di turno, o dalla parte di chi non ha voce pur avendo fatto ugualmente la storia ?

A quali popolazioni e a quali classi sociali si riferiscono i nostri Governi occidentali quando parlano dei Popoli orientali e dei loro bisogni ?

Le vere rivoluzioni, quelle che non si limitano a cambiare la forma politica e  gli uomini di Governo, ma che trasformano le istituzioni e danno luogo ai grandi trasferimenti della proprietà, lavorano a lungo sotterranee prima di scoppiare alla luce del giorno sotto l’impulso di qualche circostanza fortuita. La Rivoluzione Islamica, che colse alla sprovvista con il suo impeto irresistibile le sue vittime, non meno degli stessi autori e beneficiari, ebbe una lenta preparazione per più di un secolo. Nacque dalla concordanza, che tendeva a farsi di giorno in giorno più profonda, tra la realtà delle cose e le leggi, tra le istituzioni e i costumi, tre la lettera e lo spirito.

 

Vi sono Paesi che muoiono giovani e si arrestano giovani : tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza e la resurrezione.

L’Iran non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali.

E, solo ora, iniziamo a capire ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell’oggetto, l’emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto.

Questa Terra così celebrata è meravigliosamente immune da artifici letterari ; lo stesso preziosismo di certi suoi Poeti non la tocca. Questa Terra da cui sono scaturiti tanti capolavori non viene sentita come l’Italia, subito Patria privilegiata delle Arti, ma vi pulsa la Vita come il sangue in un’arteria. Poche regioni sono state più devastate dal favore delle guerre di religione, di razze e di classi; sopportiamo il ricordo di tanti furori in espiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l’Uomo a fare del male all’Uomo.

Non vi è Paese più dominato da una religione possente che favorisce il più delle volte la bigotteria e l’intolleranza, ma non vi è neppure paese ove si senta di più, sotto il broccato delle devozioni o sotto la pietra dei dogmi, sorgere il fervore umano.

Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire.

 

Non credevo certo che avrei potuto dire come Chateaubriand :

 

« Mes livres ne sont pas des livres, mais des feuilles détachées et tombées presque au hasard sur la route de ma vie. »

 

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venerdì, 15 febbraio 2008
Moi

Moi

 

 

J’ai du naître plus loin, dans un passé plus vieux,

Sur les eaux écumeuses et blanches,

Quand l’Univers était un volcan en fusion,

A l’aube incertaine d’un jour

Tout ruisselant de flamme, cendre et lapilli.

 

Telle une rivière printanière en crue,

Ma vie a répandu des fleurs et des parfums.

De moi je laisse, dans les remous des vers,

La chaleur des larmes qui les a vu fleurir,

La marque d’une lame insinuante et dure.

 

Mes vers,

Soyez des fleuves !

Allez-en vous élargissant !

Qu’on sache combien j’ai aimé !

Je ne souhaite pas d’éternité plus douce.

 

 

ADZ

 

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venerdì, 15 febbraio 2008

Mes Rêves

 

 

Qu’est devenu mon cœur désemparé?

Un vaisseau déserté

Sur des mers inconnues.

Que reste-t-il de lui dans la tempête ?

Un trésor sombré

Dans les abîmes du rêve.

 

Moi, qui ne veux pas

Voir mes rêves épiés,

Je garde en moi-même des secrets

Splendides ou terribles,

Tels des eaux sans fond

Que les filets n’atteignent pas.

 

Je ferme les yeux.

Un pressentiment de mort

N’éveille aucun regret dans mon cœur.

Une autre vie s’érige déjà derrière moi,

Telle une muraille qui empêche de regarder au delà.

Que tout cela est loin !

 

Serai-je meilleure ou pire au moment où

Je me connaîtrai jusqu’au fond ?

Moi, je serai libre,

Dans mon secret,

D’écrire comme je pense

Et comme je vis.

 

 

ADZ

Finalista al Premio Internazionale di Poesia Marguerite Yourcenar 2007

 

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venerdì, 15 febbraio 2008

Dopo di Te

 

 

Per sempre, ormai, credevo

Il mio cuore in pace.

Sognavo nel miraggio di un amore

Casto, solitario e vero.

Tutto era vuoto, offuscato, muto,

Crollato, distrutto, abbandonato.

Tutto era degli altri e di nessuno,

Finché il Tuo sole irruppe

Nel cielo grigio di gennaio,

Inondò la mia anima

E riempì l’inverno di regali.

E fui di nuovo io.

 

 

ADZ

Finalista al Premio Internazionale di Poesia Città di Monza 2007

 

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martedì, 12 febbraio 2008

 Sonnet CXVI

William SHAKESPEARE

 

 

Let me not to the marriage of true minds

Admit impediments. Love is not love

Which alters when it alteration finds,

Or bends with the remover to remove :

 

O no ! it is an ever-fixed mark
That looks on tempests and is never shaken ;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth’s unknown, although his height be taken.

 

Love’s not Time’s fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle’s compass come :
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom.

 

If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved.

 

-

 

All’unione di anime costanti io mai
porrò impedimenti : l’Amore non è Amore
Se muta quando vede mutamenti.
O da chi si ritira inclina a ritirarsi.

 

Oh, no, l’Amore è un faro sempre fisso,
Che sfida le tempeste e mai ne è scosso;
E’ la stella polare di ogni barca vagabonda,
In sé ignota pur se ne è nota la distanza.

 

L’Amore non è lo zimbello del Tempo, anche se rosee
Labbra e guance sotto la sua falce dovran cadere;
L’Amore non muta con i suoi brevi giorni,
Ma resiste immutato fino all’ora del Giudizio.

 

Se questo è falso e tale sia provato,
Io non ho mai scritto, né mai nessuno ha amato.

  

-

 

Ne laissons mettre empêchement aux épousailles
Des esprits accordés ; l’Amour n’est pas l’Amour,
Qui varie en trouvant que son objet varie,
Ou recule aussitôt que l’autre a reculé.

 

Mais non ! C’est un phare érigé pour toujours,
Qui voit les ouragans sans jamais en trembler ;
Il est l’astre guidant toute barque en dérive,
Dont on prend la hauteur, mais en ignorant sa vertu.

 

L’Amour n’est pas jouet du Temps, même si sous sa faux
Sont prêtes à tomber les lèvres roses et les joues ;
Il ne varie avec ses courtes heures ou semaines,
Mais les emporte au seuil du Jugement dernier.

 

Si je faute en ceci et que ma vie le prouve,
Nul n’a jamais aimé et je n’ai point écrit.

 

 

« Il n’y a rien, dans un écrivain, que son langage : son langage est tout ce qu’il nous donne… »

 

dit avec force Thierry Maulnier.