lunedì, 05 ottobre 2009

 

80 anni fa nasceva Martin Luther King

(1929-1968)

 

 

 

AI SANS PAPIERS DI TUTTO IL MONDO, ESSERI UMANI SENZA IDENTITA'- QUINDI SENZA DIRITTI - CORPI SENZA OMBRA PER GLI STATI E LE LORO VANTATE ED ESPORTATE "DEMOCRAZIE

 

 

 

 

“I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”.”

“Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali.”.”

Martin Luther King

 

  

Il 20 settembre 1958, nel pomeriggio, un uomo di media statura – un nero – sta autografando copie del suo primo libro, Stride Toward Freedom, in una libreria della 125ma Strada West, la grande strada di Harlem, quando una donna nera gli si avvicina e gli chiede:

 

“È lei il dr. King?”

 

L’uomo solleva lo sguardo dal libro, uno sguardo dolce e vuoto insieme e assente con la testa. In quel preciso istante la donna gli conficca nel petto un tagliacarte affilatissimo. La lama raggiunge l’aorta del dr. King. Ma l’uomo non si muove, non cade, non emette un gemito. Solo qualche perla di sudore freddo appare sulla sua fronte. Viene trasportato fuori della libreria su una sedia e su quella sedia è fatto salire sull’ambulanza. I medici diranno, poi, che il dr. King si era salvato vita, facendo appello al suo freddo coraggio. Se avesse fatto anche un impercettibile movimento, un colpo di tosse, la lama avrebbe reciso l’aorta.

Il reverendo Martin Luther King jr. entra nella storia contemporanea attraverso questo episodio di sangue. 

La donna, Izola Ware Curry, era una nera, una domestica di quarantadue anni, che, poi, venne rinchiusa in manicomio. Il Dr. King la perdonò, ma tutti gli altri la giudicarono pazza. E, tuttavia, alla domanda:

 

“Perché volevi ucciderlo?”,

 

lei rispose sempre con molta lucidità:

 

“Volevo ucciderlo perché il reverendo King è un pericolo per la razza nera.”

 

“In che senso è un pericolo?”,

 

le chiesero.

 

“Il Signore vuole che la razza nera sia sottoposta al bianco, che ne è superiore, e non sporchi la sua mente con ribellioni politiche. Il dr. King è un pericolo per la razza nera perché non predica l’obbedienza, ma la rivolta contro il bianco. È dannato e condannato. È per queste ragioni che ho voluto che morisse.”

 

Anche molti bianchi, specie nel Deep South, la pensavano come la donna nera di Harlem. Il Governatore della Georgia, lo Stato nel quale King era nato, nel 1929, dichiarò, nel 1961:

 

“Il reverendo King è un uomo pericoloso, da sorvegliare a vista.”

 

J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI,  lo definì “il più noto bugiardo d’America” e l’ex-presidente Truman un “piantagrane”.

Il dr. King era, infatti, un “piantagrane”: voleva l’integrazione, vale a dire la fine della miseria e dell’umiliazione del ghetto, predicando pace, giustizia e non-violenza. La violenza scoppiava sempre da qualche altra parte, in qualche altro quartiere, non nella black belt del sud, e, quando, alcune fucilate “bianche” furono sparate in un quartiere nero di Albany (Georgia), nel 1962, e qualche nero disse che erano state sparate al dr. King, questi dal pulpito di una chiesa replicò:

 

“Qualche pallottola potrà anche crocefiggermi e io morire. Ma voglio ripetere che, se anche dovessi morire in battaglia, voglio che si dica: “ È morto per fare libera la sua gente.”.”

 

Martin Luther King era votato alla morte e ne era cosciente. Conosceva bene il sud e conosceva anche l’uomo bianco del sud. Ma ripeteva unione, non separazione.

 

“Noi abbiamo bisogno del bianco perché ci liberi dai nostri complessi di inferiorità e il bianco ha bisogno del nero perché si liberi dai suoi complessi di colpa.”

 

Iniziando la sua crociata di liberazione dal pulpito della sua chiesa a Montgomery (Alabama), nel 1955, Martin Luther King jr. sapeva a cosa sarebbe andato incontro: la violenza, che è l’altra faccia del sud. In quasi tutto il sud – in quegli Stati, dove spesso i diritti dell’uomo venivano dimenticati, dove spesso qualcuno moriva per la furia popolare – bastava un niente, a volte, perché l’aria si riempisse di spari. E, dal 1955 in poi, quel niente essenziale si chiamò integrazione.

King ebbe il Premio Nobel per la pace, nel 1964, a trentacinque anni.

Era un uomo di media statura, dai lineamenti rudi e marcati, da lottatore. Ma la dolcezza dei suoi occhi e la delicatezza delle sue mani ne fecero un uomo pensoso, ispirato. Non predicò mai contro i bianchi e questo, da una parte, gli alienò molti seguaci e, dall’altra, diede vita a nuovi capi, quali Stokely Carmichael e H. Rap Brown, sostenitori del Black Power e dell’azione a suono di mitraglia, incendi, devastazioni e odio e, poi, odio e, poi, odio, contro la razza bianca americana.

King predicava una nuova coscienza, quella dell’eguaglianza, quella che ha nome GIUSTIZIA.

Quando era studente all’Università di Boston, dove si laureò in teologia sistematica, Martin Luther King jr. prese a interessarsi ai principi di disobbedienza civile, esposti sia da Henry David Thoreau (1817-1862) sia da Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948). Più tardi, quando, nel sud, iniziarono i moti studenteschi di boicottaggio contro la segregazione negli autobus, nei ristoranti e nelle scuole, King precisò le sue idee sulla disobbedienza civile e diede vita alla sua filosofia che predicava la resistenza passiva e la non-violenza. Per King resistenza passiva significava predisposizione alla sofferenza e al sacrificio.

 

“È un qualcosa come andare in galera o anche morire. Ma se così è, allora bisognerà riempire le galere di tutta la gente del sud. È qualcosa come morire, morire fisicamente. Ma se la morte è il prezzo che l’uomo deve pagare per liberare i suoi figli e i suoi confratelli bianchi da una permanente morte spirituale, allora niente potrebbe essere più redentrice di questa.”        

 

Durante la campagna presidenziale del 1960, i seguaci di King che instaurarono in tutta l’America i Sit-ins, inscenarono una dimostrazione pacifica ad Atlanta. King venne arrestato con il pretesto che guidava senza possedere la patente dello Stato della Georgia. John Fitzgerald Kennedy telefonò, in segno di solidarietà, a Coretta King e, in seguito, si disse che Kennedy fosse divenuto presidente degli Stati Uniti soprattutto per i voti dei neri: voti che arrivarono opportuni, dopo quella telefonata.

Per King quell’arresto era ingiusto perché la legge era ingiusta.

 

“Io obbedisco alla legge quando è giusta, quando è in linea con la legge morale dell’universo. Ma quando la coscienza ci dice che una legge è ingiusta, allora l’uomo giusto non ha alternative e deve scientemente disobbedire a quella legge.”

 

La punizione che ne segue, accettata con animo nobile, viene a significare nobilitazione della legge stessa.

A questo proposito King osservò che Socrate, i primi cristiani, gli abolizionisti del sud e tutti coloro che si opposero a Hitler praticarono la disobbedienza civile.

Niente è stato più decisivo per la causa nera – e, di riflesso, per una maggiore comprensione delle radici del razzismo bianco americano – come la predicazione e la morte di Martin Luther King jr. Non si cancellerà mai dalla coscienza americana il giorno della sua tragica morte, né mai si cancelleranno i giorni dei funerali di Atlanta, che ricordavano i giorni tragici di un’altra morte, quella di John Fitzgerald Kennedy. Chi gli sparò, il 4 aprile 1968, a Memphis, da una casa di mattoni rossi di fronte al balcone del suo albergo, fu descritto dai testimoni come un bianco, in abito nero, alto un metro e settanta, tra i ventisei e i trentadue anni di età. L’arma: un fucile Remington 30-06, con mirino a telescopio. Jesse Jackson, suo collaboratore, che era in strada, nell’attesa che King, in piedi sul balcone, scendesse per andare a cena, riferì:

 

“Gli avevo appena presentato un cantante di Chicago, Benjamin Branch, che doveva cantare alla messa di inaugurazione alla marcia del prossimo giovedì sera. E il dr. King disse a Branch: “Si ricordi di cantare Precious Lord per me. E lo canti molto dolcemente…”. Quindi guardò su, davanti a sé e si girò per rientrare nella stanza. Sono sicuro che stava guardando direttamente al di là della strada – da quella parte da cui è arrivata la pallottola…”

 

Aveva, forse, visto il suo assassino?

Alla stessa maniera aveva guardato diritto in volto la donna che gli aveva chiesto, in quel 20 settembre 1958:

 

“È lei il dr. King?” 

 

Martin Luther King era un ribelle. Era un missionario e un profeta. Un predicatore, uno che era stato arrestato, incarcerato, picchiato, lapidato e, anche, accoltellato. Ed era, anche, uno che sapeva che, un giorno, sarebbe stato ucciso. Il giorno prima del suo assassinio, rivolgendosi a una folla di duemila sostenitori, aveva chiamato la sua marcia verso i diritti civili “marcia verso la terra promessa”. Circolavano voci insistenti che la sua vita fosse in pericolo, come non mai.

 

“Non so ciò che accadrà. Abbiamo giorni difficili davanti a noi. Ma a me non importa più ormai. Io sono salito in cima alla montagna, pertanto, non importa più ormai. Io voglio solo fare il volere di Dio. Lui mi ha consentito di salire in cima alla montagna. E di là ho guardato e ho visto la terra promessa. è possibile che là non vi arriverò con voi, ma voglio che sappiate stasera che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. è per questo che sono felice stasera. Io non ho paura di nessun uomo. I miei occhi hanno visto la Gloria dell’arrivo del Signore.”

 

 

Io ho un sogno

Martin Luther King

Discorso pronunciato sui gradini del Lincoln Memorial a Washington il 28 agosto 1963

 

Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.

Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell'emancipazione. Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia. Il proclama giunse come un'aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.

Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi. Sono passati cento anni, e la vita dei neri è ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione. Sono passati cento anni, e i neri vivono in un'isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale. Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.

Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa. In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità. Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.

Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l'America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro dovere, l'America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che è tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”. Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento. Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti. E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l'assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.

Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all'America l'infuocata urgenza dell'oggi. Quest'ora non è fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo. Adesso è il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia. Adesso è il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale. Adesso è il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità. Adesso è il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.

Se la nazione non cogliesse l'urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste. L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell'uguaglianza. Il 1963 non è una fine, è un principio. Se la nazione tornerà all'ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un pò e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.

In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti. Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s'incontra con la forza dell'anima.

Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi è impregnata l'intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino è legato al nostro. Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra. Non possiamo camminare da soli. E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti. Non possiamo voltarci indietro.

C’è chi domanda ai seguaci dei diritti civili:

“Quando sarete soddisfatti?”

Non potremo mai  essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca. Non potremo mai  essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio. Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell'identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.

Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni. Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca. Siete i reduci della sofferenza creativa. Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.

Tornate nel Mississippi, tornate nell'Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.

Non indugiamo nella valle della disperazione. Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.

Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.

Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell'ingiustizia, il caldo afoso dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e di giustizia.

Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l'essenza della loro personalità. Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell'Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d'altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio là nell'Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede che porterò con me tornando nel Sud. Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.

Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.

Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.

Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo:

“Patria mia, è di te, dolce terra di libertà, è di te che io canto. Terra dove sono morti i miei padri, terra dell'orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà.”

E se l'America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.

E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.

Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.

Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.

Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.

Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.

Ma non soltanto.

Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.

Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.

E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell'antico inno:

“Liberi finalmente, liberi finalmente.

Grazie a Dio onnipotente, siamo liberi finalmente.”

 

 

Daniela Zini
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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 05, 2009 16:04 | Permalink | commenti
categoria:america, martin luther king, razzismo, daniela zini
martedì, 27 gennaio 2009

Que mes mots s’envolent vers Toi !

 

« Ce n'est pas toi que j'aime, c'est bien plus, c'est mon existence, qui m'est donnée à travers toi. »

Frank Kafka, Lettres à Milena

 

À qui s'adresse la Lettre ?

De qui vient-elle?

Que contient-elle?

Ces questions ouvrent mon commentaire sans toutefois résumer ou rassembler ce qui s'y dessine.

L’art épistolaire, qu'il s'agisse de Lettres authentiques ou fictives, permet une construction de l'image de soi, à la fois adaptée au destinataire et choisie par l’épistolier.

Comme l’écrit Bernard Beugnot : «  L’épistolier est un artisan de soi. »

 

Ces questions ne mériteraient pas d’être promues au rang d’interrogatifs si elles ne renvoyaient qu’à un sentiment désagréable ; en fait, ce sentiment nous met en rapport, sans discrétion, avec la tragédie. Le problème de la Lettre, ou plus précisément de l'envoi de la Lettre, est tragique pour autant que l'envoi ne garantit pas la relation, le lien, qu'on désire désespérément instituer. Le drame vient de l'absence de lien. Mais surtout, le drame provient du caractère non assuré du lien, de sa précarité, car une Lettre peut toujours ne pas arriver à destination. Il faut toujours craindre qu'une Lettre se perde, que la correspondance soit rompue.

La Lettre d'Amour, s'écrivant dans la distance, implique toujours une certaine différance du contact ; la Lettre d'Amour n'est jamais sûre d'atteindre ce qu'elle vise, même si elle arrive. Pourtant la Lettre d'Amour est indissociable de la singularité d'un désir, désir d'atteindre, non pas un Autre, mais cet Autre-ci : l'Autre en tant qu'Unique. En tant que trace singulière et singularisante, la Lettre d'Amour cherche à instituer l'Autre en tant qu'Autre, en l'appelant par son nom, même quand elle ne le nomme pas. Mais si la Lettre d'Amour s'écrit toujours dans la distance, elle s'écrit également en opposition à la distance, contre elle ; elle désire combler la béance et se résoudre en elle. Puisque la venue de l'Autre signerait la mort de l'Autre comme Autre, la mort de l'Amour et la mort de l'Ecriture. Aussi, la Lettre d'Amour, tout en appelant l'Autre et en allant à sa rencontre, veille à préserver la distance. De façon plus précise, la Lettre d'Amour travaille au profit de cette rencontre à venir - qui ne vient jamais – en suscitant un double mouvement : de soi à l'Autre et de l'Autre à soi. L'envoi de la Lettre à un sens pour autant qu'elle fournit l'occasion à l'Ego de se réfléchir dans la figure d'un Alter-ego, réduit ici à une figure purement spéculaire, un Autre soi, c'est-à-dire tout sauf de l'Autre.

Le secret de la Lettre d'Amour, ce qui ne cesse de se nier en se disant et qui, par là, se dit en se niant, réside dans le désir d'être l'Autre, littéralement. Le secret de la Lettre d'Amour c'est de croire à l'indistinction, à l'indifférenciation entre « moi » et « toi », c'est qu'il n'y ait pas d'expéditeur, pas d'adresse ; c'est de bouleverser l'ordre de la communication, c'est d'être parole errante entre « toi » et « moi », que nous pouvons nous approprier, l'Un dans l'Autre, l'Un pour l'Autre. 

Il suffit de relire quelques Lettres à Milena pour s'en convaincre :

 

« Au lieu de dormir, j'ai passé la nuit avec tes lettres (pas tout à fait volontairement, je dois l'avouer). Cependant, je ne suis pas encore dans le dernier dessous. A vrai dire, je n'ai pas reçu de lettre, mais cela ne fait rien non plus. Il vaut beaucoup mieux maintenant ne pas s'écrire chaque jour ; tu t'en es rendu compte en secret, avant moi. Les lettres quotidiennes, au lieu de fortifier, dépriment ; autrefois, je buvais ta lettre d'un trait, et je devenais aussitôt (je parle de Prague, non de Merano) dix fois plus fort et dix fois plus altéré. Mais maintenant, c'est tellement triste ! Je me mords les lèvres en te lisant ; rien n'est plus sûr sauf la petite douleur dans les tempes. Mais peu importe, excepté une chose, une seule chose, Milena : d'abord, ne pas tomber malade. Ne pas écrire est bon (combien de jour me faut-il pour venir à bout de deux lettres comme celles d'hier, Sotte question, peut-on venir en venir à bout en deux jours ?), mais il ne faut pas que la maladie en soit la cause. Je ne pense qu'à moi en parlant ainsi. Que ferais-je si tu étais malade ? Très probablement, ce que je fais maintenant, mais comment ? Non, je ne veux pas y songer. Et pourtant, quand je pense à toi, toujours étendue dans ton lit, comme tu étais à Gmünd le soir, dans le pré (où je te parlais de mon ami et où tu écoutais si peu). Et ce n'est pas une image douloureuse, c'est proprement le meilleur au contraire de ce que je suis capable de penser en ce moment : tu es au lit, je te soigne un pue, je vais, je viens, je te pose la main sur le front, je m'abîme dans tes yeux quand je me penche sur toi, je sens ton regard qui me suit quand je vais et viens dans la chambre, et je sens toujours, avec un orgueil que je ne peux plus maîtriser, que je vis pour toi, que j'en ai la permission, et je remercie le destin parce que tu t'es un jour arrêtée près de moi et que tu m'as tendu la main. Et ne serait-ce qu'une maladie qui passera bientôt et te laissera mieux portante que tu n'étais auparavant, et dont tu te relèveras plus grand, tandis qu'un jour, bientôt, et espérons-le, sans douleur et sans bruit, je m'enfoncerai dans la terre. Ce n'est pas cela qui me tourmente, mais l'idée que tu tombes malade si loin de moi. »

Franz Kafka, Extrait de Lettres à Milena – août 1920 –

 

« Voilà déjà bien longtemps Madame Milena, que je ne vous ai plus écrit, et, aujourd’hui encore, je ne le fais que par suite d’un hasard. Je n’aurais pas au fond à excuser mon silence, vous savez comme je hais les lettres. Tout le malheur de ma vie - je ne le dis pas pour me plaindre mais pour en tirer une leçon d’intérêt général - vient, si l’on veut, des lettres ou de la possibilité d’en écrire. Je n’ai pour ainsi dire jamais été trompé par les gens, par des lettres toujours ; et cette fois ce n’est pas par celles des autres mais par les miennes. Il y a là en ce qui me concerne un désagrément personnel sur lequel je ne veux pas m’étendre, mais c’est aussi un malheur général. La grande facilité d’écrire des lettres doit avoir introduit dans le monde - du point de vue purement théorique - un terrible désordre des âmes : c’est un commerce avec des fantômes, non seulement avec celui du destinataire, mais encore avec le sien propre ; le fantôme grandit sous la main qui écrit, dans la lettre qu’elle rédige, à plus forte raison dans une suite de lettres où l’une corrobore l’autre et peut l’appeler à témoin. Comment a pu naître l’idée que des lettres donneraient aux hommes le moyen de communiquer ? On peut penser à un être lointain, on peut saisir un être proche : le reste passe la force humaine. Ecrire des lettres, c’est se mettre nu devant les fantômes ; ils attendent ce moment avidement. Les baisers écrits ne parviennent pas à destination, les fantômes les boivent en route. C’est grâce à cette copieuse nourriture qu’ils se multiplient si fabuleusement. L’humanité le sent et lutte contre le péril ; elle a cherché à éliminer le plus qu’elle pouvait le fantomatique entre les hommes, elle a cherché à obtenir entre eux des relations naturelles, à restaurer la paix des âmes en inventant le chemin de fer, l’auto, l’aéroplane ; mais cela ne sert plus de rien (ces inventions ont été faites une fois la chute déclenchée) ; l’adversaire est tellement plus calme, tellement plus fort ; après la poste, il a inventé le télégraphe, le téléphone, la télégraphie sans fil. Les esprits ne mourront pas de faim, mais nous, nous périrons. »

Franz Kafka, Extrait de Lettres à Milena – début avril 1922 –   

 

Dans ces scènes d'écriture, il n'est pas surprenant que la figure d'Eurydice soit évoquée. Et avec elle, l'impossible transparence. Eurydice est la Femme qui suit, dans l'ombre, sans qu'on puisse la voir ; il faut toujours la deviner, la chercher du regard mais sans se retourner, sans succomber à l'immédiateté. Une nouvelle fois, encore et toujours, la tragédie : la Lettre nous y conduit fatalement.

Rien de plus honteusement fascinant que la correspondance d’un écrivain. Ce type de lecture procure un plaisir particulier et paradoxal :  intellectuel – découvrir obliquement une œuvre – et totalement interdit – satisfaire un certain voyeurisme en découvrant la sphère privée –. Chaque écrivain règle à sa façon la relation réversible, de distance et de proximité, unissant ses Lettres à son œuvre d’une part, à lui-même de l’autre. Observatoire critique, la correspondance rétroagit sur le projet littéraire, aide à le façonner, à le signifier, et constitue une pièce de création stratégique à part entière.

La Lettre est pour Milena ou pour Héloïse, pour Gala ou pour Brenda, ou encore pour une Autre, pas n'importe laquelle, celle qui, même en n'étant pas nommée comme telle, se reconnaît pourtant dans un « toi ».

L’entrée de la jeune traductrice tchèque dans la vie de Franz Kafka est comme un coup de vent frais.

Elle a 24 ans, lui 38.

 

« C’est un feu vivant, tel que je n’en ai encore jamais vu… En outre extraordinairement fine, courageuse, intelligente, et tout cela, elle le jette dans son sacrifice ou, si on veut, c’est grâce au sacrifice qu’elle l’a acquis. »

 

« Milena est comme la mer, forte comme la mer avec ses masses d’eau ; quand elle se méprend elle se rue aussi avec la force de la mer, quand l’exige la morte lune, la lointaine lune surtout. »

 

Ce feu fascine et mine Franz Kafka.

Cette passion, dont les Lettres permettent de suivre le progrès, ne dure qu'un instant, elle tient en quelques mois à peine. Puis leurs Lettres s’espacent, et les Baisers Ecrits s’effacent. Submergé par son angoisse, Kafka condamne Milena à ce qu’elle nommera, dans une Lettre à Max Brod, le « mal d’absence ».

Kafka, lui, cynique envers lui-même comme envers elle, écrit :

 

« Ce qui fut un lien brûlant est maintenant un mur, une montagne, ou, plus exactement, une tombe. »

 

Milena Jesenska mourra vingt ans après Kafka, dans le camp de concentration de Ravensbrück.

 

Que laisserons-nous aux générations futures ?

Des secondes pleines de sensations où nous savons que quelqu'un pense à nous, et va nous l'écrire bientôt.

Des minutes trop courtes pour se dire ce qui pourrait prendre une vie.

Des heures d'attente devant l’ordinateur qui ne voit pas arriver de message.

Des nuits trop longues dans l'envie d'être déjà au lendemain pour ouvrir ses mails.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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postato da: Firouzeh alle ore gennaio 27, 2009 20:00 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 17 settembre 2008

È possibile che un nero dedito alla droga, spacciatore di marijuana e mezzano di donne da strada all’età di diciotto anni, rapinatore a venti, dopo avere scontato sette anni di carcere, acquisti improvvisamente coscienza del proprio abisso morale e risalga la china fino a diventare uno dei più prestigiosi leader politici degli Stati Uniti?

Evidentemente sì. Queste, infatti sono state le tappe della vita di Malcolm X, nato Malcolm Little, a Ottawa (Nebraska), il 19 maggio 1925 e morto assassinato a New York, il 21 febbraio 1965.  

Il padre di Malcolm, un attivista nero seguace di Marcus Garvey che propugnava il ritorno di tutti i neri americani nella terra natale d’Africa, era stato più volte minacciato di morte dalla Legione Nera (l’equivalente del Ku Klux Klan negli stati Uniti del Nord) prima di venire trovato morto per frattura del cranio sui binari della tranvia di Lansing, la cittadina del Michigan ove si era trasferito. Secondo le indagini della polizia, risultò che si era spaccato la testa cercando di prendere un tram in corsa. Era il 1931. negli anni che seguirono, la madre di Malcolm, una fragile mulatta originaria delle Indie Occidentali, lottò con tutte le sue forze per mantenere l’unità del proprio nucleo familiare. Essa fu, tuttavia, sopraffatta dalle difficoltà economiche e dall’autoritarismo dei funzionari dei vari enti assistenziali che cercavano di sottrarle il controllo dei figli: il suo equilibrio psichico andò compromettendosi sempre più, finché, nel 1937, venne ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Kalamazoo, dove rimase per ventisei anni.

Dopo essere stato affidato per qualche tempo alla pubblica assistenza, Malcolm, nel 1940, venne ospitato dalla sorellastra Ella, nella sua casa di Boston.

L’ingresso nel mondo della grande città era destinato ad avere sul giovane nero, cresciuto in città di provincia, effetti travolgenti. Trovato un posto come lustrascarpe alla Roseland Baltroom, il locale notturno più frequentato di Boston, Malcolm si trovò, infatti, a contatto con il vivacissimo ambiente che gravitava intorno alle migliori orchestre nere in perenne tournée per il paese. Nomi di grandi jazzisti, come Count Basie, Duke Ellington e Lionel Hampton, attiravano masse di neri deliranti e anche un buon numero di bianchi in cerca di emozioni nei quartieri del ghetto; spacciatori di droga e di whisky, prostitute di entrambe le razze, sfruttatori costituivano il naturale complemento per una folla divisa da barriere razziali che solo sotto l’insegna di un divertimento ebbro trovavano il modo di abbassarsi.

Malcolm, preso dal ritmo frenetico del lindy-hop (è strano quanto fresca, in quei primi anni di prosperità intorno al 1940, fosse ancora la memoria della trasvolata di Lindbergh, tanto da dare il nome al ballo allora più in voga) finì per abbandonare ben presto il suo umile lavoro. Fattisi stirare i capelli crespi e indossato un vistosissimo zoot-suit, l’abito d’obbligo per tutti i  neri con aspirazioni mondane, si trasformò nel più scatenato tra i guappi di colore. E, facendo uno sforzo per immaginare come dovesse apparire con la sua statura prossima ai due metri, paludato in una giacca lunga fino alle ginocchia sopra pantaloni enormemente larghi intorno alle gambe e strettissimi alle caviglie, i piedi calzati in affilate scarpe arancione terminanti in una assurda punta a cupola, cappello piumato e accessori vari, i capelli quasi rossi che tradivano la razza del nonno materno impomatati in modo incredibile, non si stenta a comprendere come anni più tardi – rinsavito – Malcolm dovesse esprimersi in modo ferocemente ironico circa gli atteggiamenti da clown che lui stesso e la maggior parte dei suoi confratelli di vita, in quel periodo avevano adottato.

Ma se farsesca era la cornice, di ben altra natura era il genere di vita che conduceva: divenuto venditore di panini sul treno Yankee Clipper, che viaggiava da Boston a New York, poi, sul Silver Meteor per Miami e, infine, cameriere nel ristorante di Harlem Small’s Paradise, Malcolm scivolò poco a poco nell’abitudine della droga, già molto diffusa tra i neri non integrati.

Cacciato dallo Small’s per avere procurato una prostituta a un agente provocatore, nel 1943, Malcolm divenne uno spacciatore di marijuana a tempo pieno; per resistere alla tensione che comportava questa rischiosa professione egli stesso iniziò a fumarne quantitativi sempre maggiori, tanto che, per sua ammissione, dopo breve tempo non esisteva momento della giornata in cui non si trovasse sotto l’effetto dello stupefacente.

Segnalato all’Ufficio Narcotici fu presto braccato, così da dover sospendere il proprio traffico. Ricorrere alla pistola, che aveva preso l’abitudine di portare sempre addosso, per iniziare una serie di rapine fu il passo seguente compiuto da Malcolm sulla strada del crimine.

Caduto in una trappola per la spiata di un negoziante ebreo, Malcolm venne arrestato insieme a un altro nero e a due donne bianche, tutti suoi complici.

Mentre le ragazze ricevettero una mite condanna, un periodo di detenzione da uno a cinque anni, la sentenza per i due uomini di colore fu assai più severa: 10 anni di carcere. Commentando la cosa molti anni più tardi, Malcolm avanzò il legittimo dubbio che essa gli fosse stata comminata più per il reato di avere infranto dei tabù sessuali che non per avere effettivamente violato la legge.

Rinchiuso nella prigione  di Charleston e, poi, in quella di Concord. Malcolm, reso furioso dalla mancanza di droga o, meglio, dalla sua scarsità, dato che un certo numero di “paglie” veniva sempre smerciato a caro prezzo dai secondini, tenne un comportamento talmente irriducibile da guadagnarsi il soprannome di Satana da parte dei suoi stessi compagni di pena.

Nel 1948, improvvisa venne l’illuminazione: il fratello Reginald, nel corso di alcune visite, lo mise al corrente di avere aderito alla Nazione dell’Islam, che definiva la vera religione dei neri d’America e il cui capo era un uomo di nome Elijah Muhammad, nato Elija Poole (Sandersville, 7 ottobre 1897 – 25 febbraio 1975) al quale Allah si era rivelato.

La dottrina di questa setta, che, ovviamente, nulla aveva da spartire con l’autentico islamismo, era costituita da tutto un complesso di elementi favolistica non molto più fantasiosi di quelli delle infinite altre superstizioni religiose che fioriscono tra le comunità nere del Nuovo Mondo.

Ma un punto in mezzo a tutta una grossolana paccottiglia ideologica era destinato a fare una presa immediata sul giovane Malcolm: e, cioè, che l’uomo bianco è il diavolo e che dalla sua malvagità derivano tutte le sciagure dell’umanità e, segnatamente, quelle delle popolazioni nere.

Malcolm passò in rivista tutte le miserie di cui era stato testimone durante la sua tumultuosa vita, dai quartieri neri delle piccole città del Nord che aveva conosciuto nella sua adolescenza agli sterminati e immondi ghetti delle metropoli, e concluse che tutto era effettivamente colpa dell’uomo bianco che aveva sradicato i neri dalla loro terra, li aveva ridotti in schiavitù, aveva stuprato le loro donne, li aveva sfruttati e ingannati fino al punto da far perdere loro il senso della propria identità razziale. E, forse, proprio perché Malcolm non era in cerca di una risposta a problemi di ordine trascendente ma di un messaggio umano che lo illuminasse sulla misura del suo valore di uomo di colore in una società dominata da bianchi, l’adesione da lui data alla Nazione dell’Islam fu totale.

Trasferito per interessamento della sorellastra Ella nel carcere sperimentale di Norfolk (Massachusetts) ebbe a disposizione una biblioteca eccezionalmente ben fornita. Pur essendo praticamente analfabeta, si diede alla lettura in modo frenetico. Per conoscere il significato delle parole nuove che via via incontrava  ricopiò un intero dizionario dalla A alla Z, passò, poi, a testi di storia, di sociologia e di filosofia, fino a munirsi di un bagaglio culturale assai vasto, anche se non privo dei difetti tipici di un autodidatta.

Liberato sulla parola, nel 1952, Malcolm iniziava a ventisette anni una nuova vita. Entrato in diretto contatto con Elijah Muhammad, ben presto fu nominato assistente pastore nel “tempio numero uno” di Detroit: qui, fin dall’inizio, fu attivissimo nel reclutare proseliti e nel tenere discorsi ispirati da un’arte oratoria spontanea e di eccezionale vigore. Fu in questo periodo che, secondo un’usanza dei Black Muslims – questo il nome con cui venivano chiamati gli aderenti alla Nazione dell’Islam – Malcolm mutò le proprie generalità da Malcolm Little in Malcom X, ove la X stava per il nome di famiglia sconosciuta dei suoi avi allorché erano stati imbarcati a forza dal bianco per l’America.   

A un contenuto egualmente polemico furono ispirati i suoi sermoni; quasi invariabilmente articolati sui seguenti punti: la elencazione delle malefatte compiute dai “diavoli bianchi con gli occhi azzurri”, la manipolazione degli avvenimenti storici da loro eseguita a proprio favore, l’esortazione a essere orgogliosi di appartenere alla razza nera e a tenere un comportamento conforme a un concetto di grande rispetto nei confronti di se stessi.

Da tutto ciò conseguiva per chi aderiva alle Nazioni dell’Islam l’applicazione di un codice morale eccezionalmente rigido. Ma la proibizione di ogni tipo di promiscuità sessuale, il divieto della droga, dell’alcool, del tabacco e del gioco d’azzardo assumevano per Malcolm una particolare coloritura: era, appunto, tramite l’imposizione di queste regole di natura apparentemente religiosa che si mirava alla nascita di un uomo nero dalla moralità nuova sul quale non facesse presa il consumismo dell’uomo bianco e l’industria del vizio di cui egli teneva le fila e dalla quale, proprio per la debolezza del fratello di colore, aveva finora tratto colossali profitti.

A partire dal 1954 Malcolm X, divenuto pastore nel “tempio numero sette” di New York, con la sua infaticabile attività organizzativa su tutto il territorio degli Stati Uniti fece, in breve volgere di tempo, compiere un enorme cammino alla Nazione dell’Islam.

Per l’intransigenza e per il coraggio con cui portava avanti la sua crociata fu accusato di sobillazione e di incitamento alla rivolta. In effetti, pur rimanendo la sua violenza tutta in termini rigorosamente verbali, è vero che sulla fine degli Anni Cinquanta l’azione di Malcolm X andava sempre più assumendo le caratteristiche della lotta politica.

Ferocemente avverso al movimento per i diritti civili – Malcolm non esitò ad accusare i leaders della protesta ordinata di essersi divisi la cifra di un milione e mezzo di dollari offerti dall’amministrazione Kennedy ai tempi della famosa marcia su Washington – colui che era stato anche chiamato “il rosso di Detroit” intravedeva una soluzione del problema nero unicamente in questa direzione: era  assolutamente inutile esercitare uno sforzo per l’attuazione delle norme previste dalla Costituzione, dal momento che, così impostata, la questione ricadeva nell’ambito degli affari interni degli Stati Uniti, per i quali era improponibile qualunque azione basata sulla solidarietà internazionale; ciò che, invece, andava fatto era proclamare la violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo davanti alle Nazioni Unite al fine di ottenere l’appoggio dei paesi africani e asiatici allora appena sottrattisi al giogo colonialista.

Concepito su questa direttrice, è ovvio che il programma di Malcolm si trovasse a radunare intorno a sé molti degli elementi più avanzati del nazionalismo nero, dei quali automaticamente egli si trovava ad assumere la guida.

Fu a questo punto che si verificò la rottura tra Malcolm ed Elijah Muhammad: non poteva andare certamente in modo diverso se è vero, come ebbe più tardi a rivelare lo stesso Malcolm, che tra Elijah e i capi del Ku Klux Klan era stato pattuito un accordo per la spartizione su base razziale degli Stati Uniti della Georgia e del South Carolina qualora l’estrema destra americana fosse riuscita ad assumere il potere.

È, peraltro, assai probabile che Elijah Muhammad, pur assai soddisfatto inizialmente della larga base che Malcolm aveva fatto assumere al suo movimento, abbia, poi, iniziato a temere di vedere compromessa la propria vantaggiosa condizione economica a causa del radicalismo dell’allievo: la messa fuori legge della Nazione dell’Islam avrebbe, infatti, significato la chiusura della catena di negozi e delle altre capillari attività commerciali gestite dalla setta dalle quali Elijah, uomo mediocre e venale, largamente attingeva.   

L’occasione per estromettere dalla Nazione dell’Islam l’ormai scomodo profeta doveva offrirsi a Elijah Muhammad, il 23 novembre 1963, quando Malcolm, commentando con dei giornalisti l’assassinio del Presidente Kennedy, ebbe a esprimersi nel seguente modo:

 

“Le galline che tornano al pollaio non mi hanno mai reso triste.”

 

La frase, dal significato analogo a quello del detto italiano:

 

“Chi semina vento raccoglie tempesta.”,

 

intendeva unicamente alludere al seme di violenza profondamente radicato nella società americana e ai suoi mostruosi frutti.

Elijah Muhammad, senza entrare nel merito della giustezza dell’analisi, la giudicò intempestiva e dannosa agli interessi della setta: di conseguenza, Malcolm venne sospeso per un periodo di tre mesi da ogni tipo di attività. Ma, in realtà, questo era solo il primo passo per isolare definitivamente Malcolm e ridurre la sua voce al silenzio totale.

Il rosso di Detroit non era, tuttavia, uomo da poter venire manovrato così facilmente e, dopo un primo comprensibile sbigottimento, lo lasciò chiaramente intendere: iniziarono, così, a correre le prime voci circa l’insicurezza della stessa vita. Malcolm non disarmò e nel marzo del 1964 fondava a New York la Muslim Mosque Inc., un’associazione sulla base religiosa dell’Islamismo, ma aperta anche a neri non credenti o di diversa fede, il cui scopo era di fissare i presupposti per un’internazionalizzazione del problema razziale negli Stati Uniti.

Quasi contemporaneamente Malcolm intraprese un pellegrinaggio alla Mecca. Il viaggio ebbe importanti conseguenze, sia sul piano ideologico, sia su quello strettamente politico. Se, infatti, il contatto alla Mecca con le masse appartenenti ai ceppi etnici più diversi valse ad aprirgli una più ampia dimensione del concetto di fratellanza non più da fondare esclusivamente sul colore della pelle, gli incontri avuti con personalità politiche arabe, egiziane e, più tardi, sulla via del ritorno, sudanesi, nigeriane e del Ghana lo confermarono, con le loro dimostrazioni di simpatia e di fiducia, nell’opinione che la strada imboccata aveva delle reali possibilità di successo.

L’anno seguente, Malcolm, recatosi al Cairo per partecipare al Congresso per l’unità africana, presentò una mozione a favore di una lotta su scala internazionale alla politica razzista degli Stati Uniti, lotta da iniziare mediante una messa in stato di accusa da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite.

Forse, Malcolm non comprese del tutto quali problemi di ordine internazionale rischiassero di porre le sue iniziative al Governo degli Stati Uniti e continuò a additare in Elijah Muhammad l’unico uomo che avrebbe impedito alla sua bocca di continuare a parlare.

Ma, se i tre sicari che lo fulminarono con ben sedici pallottole quella domenica mattina del febbraio 1965 alla Audubon Ballroom di New York erano effettivamente dei membri della Nazione dell’Islam, è certo che la posta del gioco era, ormai, tale da comportare mandanti assai più in alto e complicità diverse.

In definitiva, l’eliminazione di Malcolm X fu un assassinio politico non eccessivamente misterioso tra i troppi che hanno insanguinato l’America.

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 17, 2008 20:28 | Permalink | commenti (1)
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