mercoledì, 08 ottobre 2008

I comitati armati danno il potere a Gottwald

 

Nelle elezioni del 1946 il PC cecoslovacco ottiene il 38% dei voti. Per questo motivo Gottwald viene incaricato di formare il governo, che comprende, oltre ai comunisti, anche i socialdemocratici e i rappresentanti dei partiti borghesi, cioè socialisti-nazionali e populisti. I comunisti nominano il primo ministro e hanno la maggioranza relativa dei dicasteri. La coabitazione non è facile. Nel febbraio 1948, poi,  la situazione si radicalizza su due problemi: le nazionalizzazioni, che il leader sindacale Zapatocky vorrebbe ampliare e la penetrazione comunista nella polizia. Inutilmente i rappresentanti dei partiti borghesi chiedono a Gottwald soddisfazione; questi rifiuta, praticamente, obbligandoli alle dimissioni. Socialnazionali e populisti (li guidano il ministro della giustizia, Drtina, e monsignor Hala) giudicano, tuttavia che tutto non sia perduto. Sperano che Gottwald, che alcuni dipingono come un moderato, alla lunga faccia marcia indietro e che il presidente della Repubblica Beneš e i socialdemocratici li appoggino. È un errore, in primo luogo perché Gottwald non è solo, dietro di lui vi sono i duri del partito con il  ministro degli interni, Nosek, e il vice-ministro degli esteri sovietico, Zorin, giunto a Praga quale inviato di Stalin. Quanto a  Beneš e ai socialdemocratici non hanno la possibilità, né la volontà di resistere. Così quando Gottwald scatena per le strade la milizia popolare, che si dà a purghe, ad arresti indiscriminati, i socialdemocratici, con il loro leader, Lausman, si chiudono nel gioco dell’attesa, e Beneš, dopo una parvenza di resistenza, sanziona il colpo di Stato firmando la lista del nuovo governo dominato dai comunisti, salvo alcune poltrone riservate ai dissidenti degli altri partiti.

Il 28 febbraio a Praga, Gottwald passa in rivista 15.000 componenti della milizia popolare e i reparti della Sicurezza, ringraziandoli per l’aiuto prestato nella lotta contro i “nemici” interni.

Per la democrazia cecoslovacca è ormai la fine.

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 08, 2008 21:26 | Permalink | commenti
categoria:politica, comunismo, storia, spionaggio, urss, cecoslovacchia, masaryk, gottwald
lunedì, 22 settembre 2008

A sessant’anni di distanza dal colpo di Stato che portò al potere il partito comunista, ricostruiamo la tragica vicenda della morte del ministro degli esteri cecoslovacco.

 

Sono le 14.30 del 9 marzo 1948, dopo una colazione con i coniugi Beneš nella residenza di Sezimovo Usti ove si è recato per assistere alla consegna delle credenziali da parte del nuovo ambasciatore polacco, Jan Masaryk rientra al Palazzo Czernin di Praga, sede del ministero degli esteri, nell’appartamento che gli è riservato al secondo piano. Al capo ispettore di polizia e sua guardia del corpo, Willem Vysin, che lo accompagna fino alla porta della camera da letto, dice:

 

“Non mi occorre più il suo aiuto per oggi. Starò a casa, a letto. Mi chiami domani mattina verso le 9.00.”

 

È da tempo che Masaryk soffre di cuore. Il capo ispettore Vysin, quel pomeriggio, lo ricorda stanco, ma di buon umore, “insomma completamente normale”. Masaryk si corica, dorme fino alle 15.15, ora in cui riceve, standosene a letto, il suo segretario personale Joseph Kubin, che ritorna da lui alle 18.30, per correggere le bozze di un discorso che il ministro dovrebbe pronunciare l’indomani, davanti all’Associazione per l’amicizia ceco-polacca.

Alle 17.00, Masaryk vede Pavel Kavan, primo segretario dell’ambasciata cecoslovacca a Londra. I due parlano delle reazioni inglesi alla decisione di Masaryk di aderire al nuovo governo comunista formato da Clement Gottwald, dopo il colpo di Stato di febbraio. Ha scritto Kavan:

 

“Il ministro mi augurò buon viaggio e mi chiese di tenerlo informato. Mi sembrò normale, disteso e di buon umore. Non mi consegnò nessuna lettera per il nostro ambasciatore a Londra.

Poco dopo le 20.00 il maggiordomo, Bohumil Prihoda, gli porta il pranzo. Ricorda quest’ultimo:

 

“Mangiò tutto di buon appetito. Come al solito lasciai sul suo comodino una bottiglia di birra, due di acqua minerale e le pillole che prendeva per addormentarsi.

 

“Grazie Prihoda”,

 

mi disse,

 

“non credo di avere ancora bisogno di te per oggi. Domattina alle 8.30 ho una riunione con il nuovo governo.”

 

Quando lascia la sua camera da letto erano circa le 21.00. il ministro sembrava normale, disteso e di buon umore. Non ho notato in lui niente di diverso dal solito.”

 

Le affermazioni di Visyn, Kavan e Prihoda contrastavano, tuttavia, con quella del presidente Beneš, che quel giorno, a Sezimovo Usti, l’ha trovato abbattuto, con i nervi a pezzi. Fischl, uno dei più stretti collaboratori di Masaryk, lo ricorda anch’egli “fisicamente cambiato, paralizzato dall’angoscia, controllava in continuazione se qualcuno ascoltava alle porte, sospettava di tutti”. Un diplomatico francese che l’ha incontrato il 4 marzo lo descrive pessimista, depresso, ossessionato dall’idea che la guerra tra russi e americani potesse scoppiare da un momento all’altro.

Il 7 marzo, giorno anniversario della nascita del padre, fondatore della Repubblica cecoslovacca, Jan Masaryk è andato a raccogliersi sulla tomba dei genitori: l’ha fatto per chiedere consiglio ai mani paterni?

Un suo amico, che abbandonerà la Cecoslovacchia sul finire di marzo per non servire il regime comunista, afferma che Masaryk non dormiva più, si imbottiva di sonniferi. La stessa fonte aggiunge che anche Masaryk pensava alla soluzione dell’esilio. È questa la chiave per spiegare la tragica fine?

Può darsi.

La notte dal 9 al 10 marzo al ministero degli esteri sono in servizio l’ispettore Joseph Klapka, con i sergenti Emanuel Jindracek e Filipovsky, le guardie Stanek e Sedm. Verso mezzanotte la guardia Sedm accusa un forte mal di denti e chiede di lasciare il servizio. Alle 0.30 Filipovsky nota che la luce della stanza da letto di Masaryk è ancora accesa; ma verso l’una e trenta tutto è buio nell’appartamento. Tocca a Karel Maxbauer, fuochista dei termosifoni al Palazzo Czernin, che verso le 5.00 è salito sul tetto, con il cognato Pomezny, per ritirare la bandiera che era là dal giorno prima per la celebrazione della Giornata nazionale polacca, di scorgere da una finestra il corpo di Jan Masaryk disteso nel cortile. Il ministro indossa un pigiama a righe.

 

“Sembrava”,

 

ricorda Maxbauer,

 

“un fantoccio dai fili spezzati.”

 

Sono passate da poco le 5.30, Maxbauer avverte l’ispettore Klapka che si precipita nel cortile per constatare che Masaryk è  morto. L’ispettore dà ordine di coprire con una coperta il cadavere, ma di non toccarlo e corre al telefono per avvertire i suoi superiori. Mezz’ora dopo, mentre Praga è ancora avvolta nel sonno di un’alba grigiastra, a metà strada tra inverno e primavera, giungono funzionari, medici.

 Dirà il verdetto dell’autopsia:

 

“Cuore lacerato, danni all’aorta, fegato e vescica spezzati a metà, costole e colonna vertebrale rotte, bacino fracassato, intestini pieni di sangue, gambe e caviglie rotte. Morte istantanea.”

 

L’uomo pieno di tatto, di profonda sensibilità, forse, debole come sostengono alcuni, più artista che politico, che ha affascinato i salotti di Londra, amico personale di Churchill e di Roosevelt, e che, adesso, in uno dei momenti più tragici della storia cecoslovacca, rappresentava la continuità democratica del regime comunista, non è più.

Gottwald ai funerali parla di stanchezza, aggiungendo:

 

“Una campagna organizzata in occidente ha portato il nostro caro Jan al suicidio.”

 

L’emozione è enorme. Ma come è morto Masaryk? Suicidio, incidente o assassinio politico? La guerra fredda batte il suo pieno in Europa; lo speciale momento favorisce tutti e tre gli interrogativi.

Figlio del primo presidente della Repubblica cecoslovacca e di un’americana, Charlotte Guarrighe, Jan Masaryk è nato a Praga nel 1886, nell’atmosfera un po’ decadente dell’impero austro-ungarico in decomposizione. L’ammirazione per il padre non lo trattiene nel Vecchio Continente, e così, a venti anni, appena ottenuta la laurea all’Università di Praga, fugge negli Stati Uniti dove, per vivere, si adatta a suonare il piano in un piccolo cinema di quartiere, cosa che gli consentirà un giorno, a Londra, dove si è recato come rappresentante diplomatico del suo paese, di venir considerato come “il miglior pianista tra gli ambasciatori” presenti alla Corte di San Giacomo.

La Prima Guerra Mondiale lo trova in Austria, costretto a indossare l’uniforme austro-ungarica, come tanti altri tra i suoi connazionali, del resto. A guerra finita, nata la Repubblica cecoslovacca, torna negli Stati Uniti, ma questa volta come incaricato d’affari. Londra è la sua seconda tappa, come ambasciatore. I salotti della migliore società londinese si aprono volentieri davanti a questo elegante diplomatico dotato di un buon umore tutto anglosassone, oltre che di un invidiabile senso degli affari. Il ricordo di quegli anni a Londra rimarrà sempre vivo, in lui. Anche per questo motivo, dopo gli accordi di Monaco e l’invasione hitleriana della Cecoslovacchia, si rifugia a Londra, con Beneš, in attesa di giorni migliori. La guerra consente a Beneš e a Masaryk di mettere in piedi un governo cecoslovacco in esilio, la cui esistenza viene riconosciuta, nel 1941, da Inghilterra, Stati Uniti e Urss.

Il ritorno in patria di questo strenuo combattente per la libertà è trionfale. Gli eserciti sovietici, a mano a mano che penetrano nel territorio cecoslovacco, rimettono alle autorità civili il controllo delle province liberate. Il 5 aprile 1945, con Beneš quale presidente della Repubblica, viene costituito un nuovo governo diretto dall’ex-ambasciatore cecoslovacco a Mosca, Fierlinger. La sede provvisoria a Bratislava, in attesa del ritorno a Praga. Le prime elezioni si tengono nel giugno del 1946. i comunisti ottengono la maggioranza relativa e il diritto di esprimere il capo del governo, con Clement Gottwald alla testa di una compagine di unione nazionale. Gottwald, come già Fierlinger, offre a Masaryk il ministero degli esteri. È, forse, il periodo migliore della sua attività di governo.  

Jan Masaryk ha in comune con Beneš la profonda convinzione che l’interesse della Cecoslovacchia, la sua indipendenza, il regime pluralistico, dipendono dai buoni rapporti sia con l’est sia con l’ovest. Bisogna, quindi, star lontani dai conflitti tra i grandi, “prendere il meglio e trarre il massimo di profitto dai due mondi”. In visita negli Stati Uniti sul finire dell’ottobre 1947, spiega al vicesegretario di Stato americano, Lovett, che i cecoslovacchi sono sempre”stati indigesti a qualsiasi potenza li voglia inghiottire”.

Gran borghese di origine, ma sensibile alle idee progressiste, Masaryk è attratto dalla potenza dell’Urss e dalle capacità organizzative del PC cecoslovacco, pur disapprovandone le tecniche del modello sovietico. Sogna, per il suo paese, “un socialismo per tutti e con tutti”, cioè la reciproca tolleranza, la concordia nazionale, il compromesso, un sistema, insomma, dove possano facilmente risolversi le discordie tra i partiti. Tanto più duramente contrasto con questa sua visione del mondo il colpo di Stato del febbraio del 1948.

Gottwald non si accontenta della maggioranza relativa, della posizione dominante nel governo. Pretende il potere assoluto e lo ottiene, obbligando alle dimissioni i rappresentanti degli altri partiti, scatenando per strada le milizie popolari.

Che fa Masaryk?

Non può, né vuole abbandonare Beneš. O, forse, spera di salvare il salvabile. Così finisce per coprire con il suo prestigio di democratico l’operato di Gottwald, accettando la proposta di Beneš di entrare, sempre come ministro degli esteri, nel nuovo governo.

Ma, non sembra del tutto fiero di sé. Quando gli presentano la lista dei diplomatici da epurare, in un primo momento rifiuta. Poi, firma, dopo aver ricevuto l’assicurazione che verrà rispettato il termine di due mesi per congedarli. Confessa a Fischl:

 

“Durante la guerra ho consigliato agli amici della resistenza interna di comportarsi come il soldato Schweik, in altri termini, di piegarsi sotto la tempesta. Ora sono io che mi trovo ridotto a sostenere quella parte.”

 

Il 27 febbraio, durante un incontro con l’ambasciatore americano, così si giustifica: rimane solo provvisoriamente al governo, per limitare i danni. In tal modo ha, già, potuto salvare duecentocinquanta persone. In effetti, l’anticamera del suo ufficio è tutta un affollarsi di persone, soprattutto, vecchi social-democratici, che lo supplicano di intervenire in loro favore. Intanto, sul suo tavolo si accumulano le lettere che gli giungono dall’emigrazione cecoslovacca, soprattutto, dagli Stati Uniti, che lo bollano come “traditore”. Ancora a Fischl confida:

 

“Avevo previsto che sarebbe stato duro, ma è terribile, è peggio di quanto avessi pensato. È un inferno.”

 

La morte pone termine a queste angosce, non alle domande su come può essere avvenuta.

La versione ufficiale, come si è detto, fu quella del suicidio. Diceva un comunicato governativo:

 

“Il dottor Jan Masaryk, sfinito per il lavoro dedicato alla patria e alla nazione, si è tolto volontariamente la vita. A causa della sua malattia e della sua insonnia, ha, evidentemente, deciso, in un momento di esaurimento nervoso, di uccidersi, gettandosi dalla finestra del suo appartamento ufficiale nel cortile di Palazzo Czernin.”

 

Ma non mancavano, fin dagli inizi, i sospetti, le prove contrarie. Nella camera da letto vi era un grande disordine; così nella stanza da bagno dove gli oggetti da toletta di Masaryk erano tutti sul pavimento e alcuni, di vetro, rotti. Era anche strano che Masaryk fosse caduto in piedi, come dimostravano la posizione del cadavere e le gambe fracassate, mentre, di solito, i suicidi si gettano con il viso rivolto verso il vuoto. Le perdite di sostanze organiche, trovate sul pigiama e sul davanzale della finestra, facevano pensare che Masaryk al momento di morire fosse terrorizzato o avesse sostenuto una lotta prima di precipitare.

Infine vi era la mancanza di un messaggio qualsiasi, una lettera o altro, che, di solito, i suicidi lasciano dietro di sé per chiarire i motivi della decisione presa.

Naturalmente non si poteva neppure escludere che si fosse trattato di un incidente. Masaryk, sedutosi sul davanzale della finestra in preda all’insonnia, o per respirare un po’ d’aria, avrebbe potuto precipitare inavvertitamente nel vuoto, forse per un capogiro. Ma anche questa versione contrastava con altri aspetti oscuri della vicenda, tra cui la sorte toccata a molti tra i testimoni della morte di Masaryk.

Vaklav Sedm era il poliziotto che, nella notte tra il 9 e il 10 marzo ottenne di tornare a casa adducendo un mal di denti. Morì nello stesso 1948, a seguito di un incidente d’auto, e il suo corpo fu cremato. Jaroslav Teply era un medico della polizia e fu tra i primi a vedere il cadavere di Masaryk. Secondo notizie giunte in occidente avrebbe fatto sapere di aver notato segni di percosse sul corpo del ministro, e un minuscolo forellino sulla parte destra del cranio,forse, dovuto a una puntura. Ma anche Teply si uccise qualche mese dopo sbagliando, secondo un rapporto di polizia, “nel praticarsi un’iniezione”.

Il professor Joseph Hajek, insigne patologo dell’università di Praga, era stato chiamato ad assistere all’autopsia di Masaryk, anche se, pare, non fu concesso neppure a lui di avvicinarsi al cadavere. Morì anch’egli, qualche tempo dopo, per cause che non fu possibile stabilire. Zdenev Borgovec era un anziano funzionario di polizia che aveva svolto le prime indagini sulla morte di Masaryk. Coinvolto nel vortice elle purghe cecoslovacche, sparì in qualche prigione dimenticata e di lui non si seppe più nulla.

Josef Kadlec era un poliziotto che aveva fatto parte della guardia del corpo di Thomas Masaryk, padre di Jan, e che non convinto delle tesi del suicidio si era messo a indagare per conto proprio sulla morte del ministro. Licenziato dalla polizia, morì durante un interrogatorio nell’ufficio dei servizi di sicurezza. Questa serie di morti era troppo alta per apparire casuale; anche se d’altra parte, sul piano  della logica, più che su quello dell’emotività, restava, a sostegno della tesi del suicidio, che né Gottwald né il suo regime avevano interesse a sopprimere l’uomo che accettando di collaborare aveva reso loro il più grande dei favori politici. Questo ragionamento blocca molti dei fautori della tesi dell’omicidio. Passeranno alcuni anni prima di veder giungere dalla Cecoslovacchia un’altra testimonianza, e dagli Stati Uniti un libro di Marcia Davemport, ad apportare nuovi elementi al quadro.   

La testimonianza è quella di un impiegato dell’ufficio passaporti, Karel Straka, che la notte del 9 marzo era di servizio al ministero. Egli dichiara che quella sera, qualche tempo dopo il ritorno di Masaryk, sentì il rumore di alcune automobili che si fermavano davanti all’ingresso del palazzo. Passati alcuni minuti si accorse che i telefoni non funzionavano più e che la porta del suo ufficio era stata chiusa a chiave dall’esterno. Restò immobile finché, verso le 2,00, i telefoni ripresero a funzionare e udì le automobili ripartire.  

Quando il silenzio fu tornato nel palazzo, riuscì ad aprire la porta del suo ufficio e fece un giro d’ispezione. Camminando per i corridoi, gettò uno sguardo nel cortile: sul selciato vi era il cadavere di Masaryk. Distolse gli occhi da quello spettacolo, poi li sollevò verso le finestre dell’appartamento del ministro: chiuse.

 

“Compresi allora”,

 

commenta Straka,

 

“che non si trattava né di un incidente né di un suicidio.”

 

Marcia Davemport era una scrittrice. Jan Masaryk l’aveva conosciuta all’Onu, stringendo con lei un legame sentimentale. La donna aveva, poi, seguito Masaryk a Praga; ed è qui, da Praga, secondo il racconto della Davemport, che il ministro la rimanda a  Londra tre giorni prima del suicidio promettendole che la seguirà alla prima occasione possibile. Se, dunque, Masaryk progettava la fuga in Occidente, questa poteva essere una ragione sufficiente per ucciderlo.

Ma nutriva davvero Masaryk questa intenzione segreta?

Nella testimonianza di Straka, come nel libro della Davemport, vi è chi nota una certa confusione, qualche inesattezza, forse, il gusto di forzare le cose. Occorrerà giungere fino a Dubcek e alla Primavera praghese del 1968 perché gli stessi cecoslovacchi decidano di riaprire l’intero dossier.

È il filosofo Ivan Svitak a pubblicare sulla rivista Student una serie di articoli che ritornano sulla tesi dell’omicidio. Citando alcune testimonianze, Svitak fa anche il nome dell’assassino: quello di un poliziotto, un agente della NKVD sovietica infiltratosi nei servizi segreti cecoslovacchi, di nome Schram, ucciso a sua volta da uno studente, Miroslav Choc, convinto della sua colpevolezza. Le rivelazioni di Svitak suscitano viva emozione. La Procura di Praga viene incaricata di un’inchiestae, in poche settimane, il procuratore generale, Jiri Kotlar, e i suoi cinque assistenti riescono a raccogliere ben due casse di documenti contraddistinti dalle sigle VSTB 448891 e VSTB 458891.

Anche in questa occasione, vi è chi non se la sente di affrontare l’inchiesta: come il maggiore Bedrich Pokorny, un ufficiale dei servizi segreti cecoslovacchi, che il 9 aprile 1968 viene trovato morto impiccato in un bosco vicino alla capitale. Kotlar continua, comunque, il proprio lavoro di ricerca; ma nell’estate le speranze sollevate dalla Primavera di Praga sono, invece, distrutte dall’intervento sovietico.

L’inchiesta della Procura viene chiusa il 17 settembre 1969 senza dare una risposta soddisfacente, affermando l’impossibilità di stabilire con certezza se si è trattato di un suicidio o di uno sfortunato incidente, e che non si è trovata nessuna prova a favore dell’ipotesi di omicidio. Masaryk, in preda all’insonnia, si sarebbe seduto all’alba sul davanzale della finestra. Allora, obbedendo a un impulso improvviso oppure, perdendo l’equilibrio, sarebbe caduto.

Non sono risolutive neppure le rivelazioni dello storico Karel Kaplan che, dopo aver abbandonato la Cecoslovacchia, ha affermato di aver visto negli archivi del Comitato Centrale del partito la copia di una lettera indirizzata da Masaryk a Stalin il 7 marzo dove era scritto:

 

“Quando leggerete queste righe io non sarò più qui.”

 

Kaplan ne deduce che il ministro meditava il suicidio; in realtà, quella frase potrebbe anche voler dire che Masaryk si apprestava a lasciare il paese, pur risultando curioso che abbia avuto l’ingenuità di farlo conoscere in anticipo a Stalin.

La sua morte, dunque, rimane ancora largamente avvolta nel mistero, in attesa che si aprano, chissà mai quando, gli archivi segreti cecoslovacchi e sovietici. Quel che è certo, è che Masaryk, in ogni caso, fu una vittima. Senza la fine della democrazia cecoslovacca, non vi sarebbe stata la sua fine oscura e terribile.   

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 22, 2008 21:17 | Permalink | commenti (8)
categoria:america, politica, comunismo, storia, spionaggio, gran bretagna, urss, cecoslovacchia, masaryk
venerdì, 15 febbraio 2008

Chi è una spia ?

Non è facile formulare una risposta, tanto la definizione di spia è complessa e basta da sola a evocare un mondo di intrighi e cospirazioni.

Troviamo spie nella Bibbia, nell’Antichità classica, nella Letteratura fino ai nostri giorni, quando James Bond sembra rappresentare la quintessenza dell’agente segreto, con il suo inseparabile bagaglio di dispositivi elettronici e di congegni incredibili, pronti a prevenire e a neutralizzare ogni mossa dell’avversario.

Bond ha vetture a prova di bomba che sparano razzi, che versano olio sulle strade per far capottare le macchine degli inseguitori, valigette che si aprono diffondendo gas tossici o che nascondono pugnali, e è provvisto addirittura di Racket Belt, vale a dire del dispositivo individuale per sollevamento e propulsione a razzo, grazie al quale può innalzarsi vertiginosamente da terra sfuggendo all’agguato. Tuttavia gli agenti segreti, quelli che ogni giorno lavorano nei servizi d’informazione, non sono come Bond.

Lo aveva riconosciuto anche Allen Dulles, l’ex-Direttore della CIA, la Central Intelligence Agency, l’organizzazione spionistica degli Stati Uniti:

 

« Gli eroi dello spionaggio che si incontrano nei romanzi esistono raramente nella vita reale, sia al di qua, sia al di là della Cortina di Ferro. Non capita mai, almeno in tempo di pace, che il funzionario del servizio segreto venga spedito, camuffato o in incognito, in territorio ostile con missioni pericolose o avventurose. »

 

E Dulles, il quale era un appassionato lettore delle avventure di 007, aveva aggiunto:

 

« Non vi sono molti punti in comune tra le imprese dell’eroe di Ian Fleming, James Bond, e il comportamento cauto e sfuggente della spia sovietica colonnello Rudolf Abel, in missione segreta negli Stati Uniti. Il funzionario del servizio segreto, a differenza dell’agente, di solito non porta addosso armi o macchine fotografiche, né messaggi cifrati custoditi nella fodera dei pantaloni, né qualsiasi altra cosa che lo tradirebbe se cadesse in agguato. »

 

La realtà è, dunque, meno spettacolare della fantasia, è ovvio, ma non per questo è meno pericolosa, meno ricca di emozioni.

È il caso di rilevare che si parla di una spia, soltanto, quando è stata smascherata.

Disse il Presidente John F. Kennedy, il 28 novembre 1961, inaugurando la nuova sede della CIA, che « i suoi successi rimangono nell’ombra, mentre i suoi insuccessi sono di pubblico dominio  ».

Sono alcune migliaia di uomini che si controllano a vicenda, che spendono somme enormi che non figurano nel bilancio dello Stato e che vengono occultate sotto le voci più disparate, uomini, che, nei panni di tecnici o elettricisti, lavorano due o tre giorni di seguito per impiantare un microfono o, in ogni caso, un centro di ascolto. È rimasta memorabile, in proposito la seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del maggio 1960, quando l’Ambasciatore americano all’ONU, Henry Cabot Lodge, mostrò un microfono rinvenuto all’interno del gran sigillo degli Stati Uniti, appartenente all’Ambasciata americana di Mosca.

 

 

 

 

L’affare Alfred Dreyfus

Al nome di Alfred Dreyfus è legato il caso che appassionò l’opinione pubblica, e non solo quella francese, tra la fine del secolo scorso e i primi del Novecento. Non mi dilungherò molto sulla vicenda poiché, a mio avviso, lo spionaggio entrò nell’intricata storia di Dreyfus solo come un elemento di sfondo, come avvio a un caso sensazionale, umano, sociale e politico, non come parte determinante. L’accusa di spionaggio mise in moto una valanga che ebbe, poi, ripercussioni enormi. Fu un autentico scandalo che cadde sulla classe dirigente politica della Francia di allora come una macchia.

Il capitano Dreyfus fu accusato di aver passato ai tedeschi documenti militari segreti e, nel 1894, i giudici francesi lo condannarono per tale gravissimo reato alla degradazione e alla deportazione nell’inferno della Guyana. L’imputato era ebreo e tutta la campagna condotta contro di lui assunse a un dato momento il tono di una crociata antiebraica. In favore di Dreyfus si schierarono giornali, politici, scrittori, studiosi. Il principale accusatore del capitano, il maggiore Ferdinand Walsin-Esterházy, per quanto convincente, non aveva potuto dimostrare pienamente la colpevolezza dell’imputato.

Dreyfus era già caduto nell’infamia, bollato come spia, indicato come essere indegno, quando in circostanze romanzesche venne smascherato il vero colpevole: Walsin-Esterházy. Dreyfus fu riconosciuto innocente solo nel 1906.

Ho citato l’affare Dreyfus non come caso di spionaggio, poiché, come ho già detto, solo l’accusa mossa contro di lui aveva un addentellato con il mondo delle spie, ma perché quella fu la prima volta in cui si parlò apertamente, a gran voce, di segreti militari. Lo spionaggio cessò di essere una vicenda clandestina, imbastita di stratagemmi e di frasi appena bisbigliate, per trasformarsi  in un fatto politico di cui tutti parlavano al caffé e per le strade, senza timore. Il velo che proteggeva da sempre il mondo delle spie e dei servizi segreti, si era squarciato nel nome di Dreyfus.

Fu un mutamento non indifferente, una svolta nella storia.

 

 

 

 

Quando si spense, tra conversazioni fatue e gorgoglii di champagne, quella che molti definirono la Bele Epoque, ma, forse, già prima, mentre Parigi conquistava il titolo di « Ville Lumière », molti intuirono che, di là a poco, la vecchia Europa sarebbe precipitata in un conflitto. Fu in previsione di ciò, tra bacimano, cappelli a cilindro, merletti e esposizioni internazionali, che i vari Governi provvidero a organizzare meglio i rispettivi « servizi di informazione », un giro di parole per non dire brutalmente e semplicemente « spionaggio ».

La Germania, divenuta una potenza industriale, pensava a invadere nuovi mercati. L’Inghilterra era ovviamente interessata a mantenere la propria supremazia sui mari. La Francia teneva d’occhio l’Alsazia- Lorena come immediato obiettivo. L’Italia parlava di « liberare » Trento e Trieste e la Romania non nascondeva il proprio desiderio di annettere a sé la Transilvania oppressa dagli Ungheresi. Nella carta geografica di allora vi erano, insomma, tutti i requisiti per una guerra che, già, si avvertiva nell’aria.

 

 

 

 

Le origini del servizio segreto di Sua Maestà Britannica risalgono al Cardinale Wolsey, a personaggi come Walsingham e a Thurloe. Nel corso degli anni, gli inglesi utilizzarono anche alcuni personaggi di rilievo, alle volte presi in prestito dalla Letteratura. Tra le spie troviamo, infatti, Rudyard Kipling, Baden-Powell, il fondatore dei boy-scouts, lo scrittore Somerset Maugham e Compton Mackenzie. A capo di questo servizio fu, per lungo tempo, il vice-ammirosaglio Sir Hugh Sinclair, comunemente indicato con la semplice « C », così come più tardi Ian Fleming doveva usare la lettera « M » per il superiore diretto di James Bond.

 

 

 

Mademoiselle Docteur

Avete mai visto un film dell'epoca in cui il cinema era ancora muto ?

Il colore è per lo più sul grigio seppia, con fotogrammi che scattano uno dopo l'altro sotto l'occhio dello spettatore. I personaggi, per la tecnica cinematografica di allora, si muovono saltellando come se avessero tutti una fretta del diavolo. All'inizio del Novecento, mentre a Parigi si vive la cosiddetta Belle Epoque, i protagonisti della grande lotta spionistica ci appaiono così. Il colonnello che trafuga i segreti dello Stato Maggiore e poi si toglie la vita, la danzatrice che vende notizie al nemico, l'avventuriera che per tradire passa nottetempo il confine. Ma tutti hanno qualcosa di caricaturale nei gesti e soprattutto nella personalità.

Appartiene a questo mondo  Elsbeth Schragmuller, ovvero Anne Marie Lessing, oppure Lesser o, ancora Mademoiselle Docteur, conosciuta anche come Fräulein Doktor, la più abile tra le spie che la Germania abbia avuto al suo servizio prima e durante la guerra. Era nata a Westfalia, a quanto pare, anche se molti la definivano norvegese. Persino  sul suo aspetto i pareri sono discordi. Alcuni ce la descrivono bellissima, bionda, altri ce la dipingono miope, piuttosto bruttina. Vissuta in Olanda con i genitori sino ai diciotto anni, si laurea, nel 1913, all'Università di Friburgo in Scienze Politiche e Economiche e piomba nello spionaggio dopo amare esperienze di una vita turbinosa: un amore sfortunato, gravosi debiti da pagare, l'esasperata sete di avventura. Era il 1914, e il mondo scivolava verso la Prima Guerra Mondiale. Nel marzo, a Venezia, si erano incontrati Vittorio Emanuele III e il Kaiser. Quando, il 28 giugno, arrivò la notizia dell'attentato a Sarajevo, era domenica. Faceva un caldo insopportabile: 30 gradi a Firenze e 34 a Milano.

Alcuni romanzi e, più tardi, anche il cinema, contribuirono a creare intorno a Fräulein Doktor un alone leggendario, attribuendole imprese incredibili, alcune delle quali assolutamente inventate.

 

 

 

 

Mata Hari

Quanti ritengono che le donne siano, in genere, pessime spie, citano, a conforto della loro tesi, l'esempio di Mata Hari. Personaggio da romanzo come e più di Fräulein Doktor, è la dimostrazione di come tutta una tecnica spionistica possa crollare in pezzi per una confidenza inopportuna, per una fiducia mal riposta. Mata Hari entra nella storia dello spionaggio più che per la sua attività, non determinante agli effetti risolutivi della guerra, più che per la sua tragica fine, soprattutto per questo imperdonabile errore. Tutte le spie cadono a causa di un errore, proprio come gli assassini più famosi, il loro castello si ingigantisce a dismisura, poi scricchiola, si incrina e, infine, crolla per un granellino di sabbia infiltratosi alla base. Avvenne così anche al colonnello Abel, definito la super-spia al servizio dei sovietici, e ciò valga, almeno, come attenuante nel formulare un giudizio su Mata Hari.

Mata Hari, nasce, il 7 agosto 1876 , a Leeuwarden. La Frisia ha sempre avuto due anime: quella olandese e quella tedesca. Mata Hari aveva sangue frisone, metà tedesco, metà olandese.  Si chiamava Margaretha Geertrude Zelle.

Cosa non può fare il portiere di un grande albergo?

A volte è un personaggio che ha conoscenze quanto un Ministro.

Il Grand Hôtel di Parigi era una passerella di uomini d’affari, politici, finanzieri e una sera accadde quell’imprevisto che spesso cambia radicalmente la vita di una persona.

Monsieur Molier aveva organizzato una festa in rue de Benouville. Una festa tra amici e, tra gli amici, non avrebbe potuto certo mancare Margaretha Geertrude Zelle. L’eco della sua esibizione in casa di Monsieur Molier rimbalzò negli ambienti che contavano di mezza Parigi e la casella al Grand Hôtel intestata a Margaretha Geertrude Zelle si riempì di lettere di ammiratori e soprattutto di inviti.

Nei salotti raccontava sfacciatamente di essere nata a Giava e di essere stata a lungo « sposata con un colonnello olandese, Sir George Mac Leod, morto laggiù durante uno scontro con i guerriglieri indigeni. »

Spacciarsi nativa di Giava rendeva più plausibile e affascinante il suo repertorio. Non seppellire del tutto il cognome Mac Leod – importava poco se poi il marito si fosse chiamato Rudolph e non George, fosse stato maggiore e non colonnello, fosse ancora vivo e non morto – voleva dire prepararsi all’eventualità che qualche ficcanaso andasse a curiosare nel suo passato. Anzi, per confondere i ficcanaso, nulla di meglio che darsi il maggior numero possibile di nomi d’arte. Invitata in casa di Monsieur Lalique e di Madame Kiréevsky, si esibisce come Lady Gresha Mac Leod. Alla festa organizzata da Madame Kiréevsky sono presenti mecenati dell’arte e della cultura parigina e tra questi, Emile Guimet. Nativo di Lione, di professione chimico e industriale si era arricchito producendo una polvere « blu oltremare artificiale », che vendeva perfino in Giappone, in Cina e in India. Musicista, scrittore e collezionista di cose orientali, nel 1879, aveva fondato, a Lione, addirittura un Museo che, nel 1885, aveva trasferito a Parigi. Emile Guimet, quella sera, era insieme al direttore del Museo, Monsieur de Milloué. Entrambi si fanno promotori di far debuttare la ballerina in piazza Jena, proprio al Musée Guimet. Non più esibizioni nei salotti per pochi invitati, ma una prestazione davanti alla Parigi ufficiale. Il 13 marzo 1905, esordisce con il nome di Mata Hari. Le critiche dei giornali non hanno aggettivi sufficienti per parlare di lei in tono laudativo, i teatri parigini se la contendono. 

Il 1905 era iniziato per l’Europa tra grandi avvenimenti, scandali, ricorrenze storiche, conferme e esordi di personaggi alla ribalta di manifestazioni di vario genere. Il fisico tedesco Albert Einstein stava per pubblicare, sugli « Annalen der Physik », una memoria dal titolo « Zur Elektrodynamik bewegter Korper » che avrebbe sconvolto le concezioni della fisica classica. I politici si appassionavano all’« Affare Dreyfus ». Il caso era nato nel 1894, quando nel cestino della carta straccia dell’Addetto Militare tedesco a Parigi, certo Schwartzoppen, era stata trovata la minuta di una lettera non firmata, che annunciava l’invio di informazioni segrete relative all’artiglieria francese. Era stato accusato un ufficiale ebreo dello Stato Maggiore, il capitano Dreyfus il quale, degradato e condannato all’ergastolo, era stato trasferito all’isola del Diavolo. Il fratello, Mathieu Dreyfus, aveva continuato a Parigi una massiccia campagna in suo favore, trovando appoggio nello stesso capo del servizio di controspionaggio, il maggiore Piquart, il quale riteneva colpevole un ufficiale di origine ungherese, il maggiore Esterhazy. Piquart era stato rimosso dal suo incarico e spedito in Tunisia, mentre il maggiore Esterhazy, denunciato da Mathieu Dreyfus, era stato assolto dal Consiglio di Guerra.

Emile Zola, che aveva scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica francese, Félix Favre, nella quale accusava lo Stato Maggiore, era stato condannato a un anno di carcere.

 Graziato dal nuovo Presidente della Repubblica, Loubet, Dreyfus fu riammesso nell’esercito, promosso e decorato con la Legion d’Onore, nel 1906, mentre Piquart fu reintegrato con il grado di generale.

Il dossier sul caso Dreyfus fu distrutto dal controspionaggio francese, nel 1914, proprio nel periodo in cui Mata Hari iniziava a essere in odore di spia, ma, nel 1930, lo stesso Schwartzoppen, l’ex-Addetto Militare tedesco a Parigi, dette alle stampe i suoi « Carnets ».

Determinante l’incontro con il Marchese di Montessac, un individuo sul conto del quale la polizia ha messo insieme un imponente fascicolo. Elegante, sfaccendato, ora a Parigi, ora a Montecarlo, sempre circondato dal bel mondo, il Marchese, stanco di derubare i propri ospiti e di svaligiare gli alberghi, accetta la proposta, pare a Losanna, di fornire notizie allo spionaggio tedesco. Dopo un breve periodo di istruzione viene nominato ufficiale osservatore. Scrivendo le sue memorie, Netley Lucas, un personaggio della malavita francese di allora, riferisce che Montessac « si limitava a cercare le notizie che potevano essere utili alla Germania ». I contatti tra il Marchese e Mata Hari si svolgono con discrezione. I due evitano nel modo più assoluto di farsi vedere insieme, tuttavia si parlano, si scambiano notizie, impressioni. 

Un primo addestramento si svolge a Berlino e, successivamente, in Svizzera, rifugio di spie internazionali. Porta un passaporto regolare, intestato a Margaretha Geertrude Zelle, nata a Leeuwarden, residente a Berlino, di religione protestante, alta 1,77, occhi marroni e capelli biondi. Ma il vero addestramento avviene a Anversa, la città belga situata in fondo all'estuario della Schelda, sede della più importante scuola di spionaggio allestita dai tedeschi fuori dei confini della Germania. La scuola era diretta dall'ex-amante di Kar von Wynansky, l'ex-ufficiale prussiano, agente segreto del famigerato « Nachrichten Bureau », morto nella primavera del 1913, al rientro di una missione in Francia. La donna, la cui sigla era I-4GW, era la notissima « Mademoiselle Docteur ». Fredda e spietata, era ritenuta intelligentissima. 

L'incontro tra Mata Hari e Fräulein Doktor non è dei più piacevoli: la beniamina del capo dei servizi segreti, per principio non amava le donne troppo belle che aspiravano a diventare spie. Alla scuola di Fräulein Doktor i regolamenti sono severissimi: allievi e allieve perdono la loro identità e assumono un numero di codice. Mata Hari diviene H21. Vengono segregati per tre settimane in stanze singole, dotate di bagno, dove sono serviti i pasti e, durante le lezioni, indossano una maschera in modo da non riconscersi tra loro. 

È l'Intelligence Service a nutrire i primi sospetti su Mata Hari.

Arrestata, il 14 febbraio 1917, a Parigi, viene processata a porte chiuse, il 24 e il 25 luglio, davanti al Tribunale di Guerra. Il 15 ottobre, respinta la domanda di grazia, viene portata davanti al plotone di esecuzione.

È l’anno in cui Lenin promette alle masse proletarie un avvenire nuovo, rivoluzionario, e è anche l’anno in cui Wilson, si illude, con i suoi « quattordici punti », di raggiungere una pace destinata a durare per sempre. Mentre la Russia esplode con violenza imprevedibile, mentre Wilson varca l’oceano per l’Europa, primo tra i Presidenti degli Stati Uniti, ecco che la storia cessa improvvisamente di essere europea e diviene mondiale.

Mata Hari cade colpita a fucilate sui confine del vecchio mondo. Dopo di lei, anche lo spionaggio assume una dimensione più vasta, da Continente a Continente, non più, semplicemente, da Paese a Paese.

Hanna Witting, che aveva fornito un contributo determinante a smascherare la spia, sposa il Conte di Chilly e diviene, dopo la guerra, un’acclamata star del cinema con il nome di Claude France. Non riesce, tuttavia, a liberarsi dall’incubo di aver spinto Mata Hari davanti a un plotone di esecuzione. Hanna si toglie la vita, nel 1928, nella sua bella casa di rue de Faisanderie. Con la tragica scomparsa di questa donna, tutta la vicenda legata al nome di Mata Hari ha veramente fine. 

 

 

 

 

Se alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, Pietroburgo, Vienna, Berlino, Londra e Parigi erano le capitali dello spionaggio, le cose mutarono dopo il conflitto e si ebbe un periodo abbastanza confuso durante il quale coloro che avevano perso la guerra e coloro che l’avevano vinta cercarono di riorganizzare i propri servizi d’informazione su basi più moderne e razionali. A grandi linee, le città che abbiamo menzionate restavano ancora sedi valide alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, ma già nei giorni di Monaco e subito dopo, mentre Hitler si preparava a invadere la Polonia, gli agenti segreti avevano scoperto quali erano i nuovi centri di ascolto da cui captare le « voci » dei Paesi prossimi a scendere in guerra.

La Svizzera pullulava di spie, la Spagna non era da meno, mentre il meglio degli agenti segreti si andava concentrando sul Bosforo, a ridosso della neutrale Turchia o nelle immediate vicinanze. Sarà da qui, da questo scenario senza dubbio suggestivo, che Cicero opererà creando confusione negli altri comandi di Berlino.

 

 

 

 

Riuniti a Parigi nei saloni del Palazzo Reale di Versailles, i Grandi del 1918 non seppero costruire le basi per una pace duratura. La Prima Guerra Mondiale aveva lasciato l’Europa esausta. La Gran Bretagna e la Francia, prostrate, attraversavano un momento critico; il Belgio e l’Olanda, già percorsi dalla furia degli eserciti, anelavano a un lungo periodo di pace. L’Impero austro-ungarico era crollato sotto il peso umiliante della sconfitta. Il sole tramontava sugli Asburgo e la potenza del Kaiser non era che un ricordo.

La Germania, agitata da gravi contrasti sociali, con una crescente disoccupazione, soffriva di un’inflazione catastrofica. In quel baratro, dove tutto esprimeva miseria e desolazione, trovò il terreno fertile per la propria azione rivoluzionaria un giovane decoratore dall’aria smunta, Adolf Hitler, fondatore del nazionalsocialismo.

Il problema del disarmo, la questione delle riparazioni che gli sconfitti erano tenuti a pagare ai vincitori, causarono estenuanti discussioni. Il Primo Ministro inglese Lloyd George insistette per il plebiscito nella Slesia, che fu favorevole ai tedeschi, e si oppose all’idea di cedere Danzica, città tedesca, alla Polonia. Danzica divenne, pertanto, una « città libera », politicamente indipendente ma, come porto, disponibile per la Polonia. Lloyd George non immaginava che proprio Danzica sarebbe servita di pretesto a Hitler per scatenare la Seconda Guerra Mondiale.

 

« Se dovesse esservi una nuova guerra, con i mezzi di cui disponiamo oggi sarebbe la catastrofe per tutti. »

 

dicono i soliti esperti del 1938. Poi la guerra, purtroppo, verrà e la frase sarà ripetuta nel 1946 e negli anni successivi con una monotonia fastidiosa.

Hitler prepara il grande Reich tedesco alla riscossa contro le potenze « demoplutocratiche », come egli definisce le democrazie nei suoi forsennati discorsi, e il mondo libero tardivamente si accorge dell’abisso in cui sta per cadere. Sarà l’Inghilterra, da sola, guidata da Winston Churchill, a resistere per lunghi mesi all’urto frontale di Hitler dopo l’invasione dei Paesi scandinavi e il crollo del Belgio, dell’Olanda e della Francia. Poi, interverrà nel conflitto anche l’America, e Hitler, stretto sempre di più entro i suoi confini, schiacciato sul fronte orientale dall’esercito russo, soccomberà.

Il mondo dello spionaggio sonnecchia, almeno in apparenza, tra il 1920 e il 1935. In realtà le « armate invisibili » si preparano per la nuova bufera e quando Mussolini decide di aggredire l’Etiopia per fondare l’Impero fascista in Africa, Francia e Inghilterra sono già informati dei suoi piani. Lo spionaggio nazista svolge un lavoro capillare per sondare la capacità di resistenza delle democrazie; sul finire del conflitto, Hitler ha sistemato le proprie spie a Washington e a New York e controlla da vicino le mosse di Roosevelt alla Casa Bianca.

Mata Hari farebbe ridere in un’epoca in cui è stato escogitato il « bombardamento a tappeto » che distrugge in un baleno fette intere di una città. Le comunicazioni radio sono fulminee e gli agenti segreti se ne servono sempre più frequentemente, mentre migliorano pure le tecniche per intercettare le emittenti clandestine. Molte spie operano con obiettivi e microfilm. È l’ora di Cicero, la famosissima spia che a Ankara si muove con l’agilità di un serpente nella sede stessa dell’Ambasciata britannica, l’ora degli agenti segreti di Mosca che già si preparano alla lotta con l’America quando, conseguita la vittoria, gli Alleati si separeranno con la creazione della Cortina di Ferro. La sorda lotta delle spie, mentre gli eserciti si scontrano su tutti i fronti, dalla Marmarica infuocata alla steppa russa, dal Mare del Nord al Pacifico, ha qualcosa di disumano. Basta una segnalazione radio per far bombardare una metropoli, una sigla per causare l’affondamento di una nave. Senza esclusione di colpi, tutti mirano alla vittoria, con ogni mezzo.

Hitler dispone già delle V1 e delle V2, le prime telearmi, ma dai suoi scienziati pretende di più. Vuole la super-arma capace di annientare gli eserciti avversari che marciano su Berlino e di dargli ancora la vittoria. Anche nei laboratori dell’Occidente si procede senza tregua. Ogni ora è preziosa. L’atomo verrà scisso quando ormai dei tre Paesi alleati, Germania, Italia e Giappone, non resterà che quest’ultimo da abbattere. In questa corsa febbrile, le spie naziste tentano di scoprire se gli Alleati hanno già trovato il segreto dell’atomo per ricavare da esso un’energia distruttiva.

Forse, sono sul punto di comunicare a Berlino che la bomba atomica esiste, che gli americani hanno quanto occorre per costruirla, ma è tardi. Hitler è morto nel rifugio sotterraneo della sua Cancelleria.

Chi sopravviverà si rivolgerà agli anglo-americani o ai Sovietici.

Vi è sempre qualcuno disposto a arruolare agenti segreti. 

 

 

 

 

William Martin, l’uomo mai esistito

Nel novembre del 1942, l’invasione alleata del Nord-Africa poteva dirsi conclusa. Il comando supremo anglo-americano era alla ricerca di un nuovo obiettivo: la Sicilia, ma occorreva indurre i tedeschi a credere che gli Alleati sarebbero sbarcati in Sardegna e, forse, in Corsica e ciò allo scopo di disorientarli e spingerli a spostare le truppe. Prese, così, avvio l’incredibile vicenda dell’  « uomo mai esistito », una delle trovate più sensazionali organizzate da un servizio di controspionaggio nel corso dell’ultimo conflitto. L’idea di prendere un cadavere paracadutarlo in prossimità del nemico, con le tasche ben fornite di documenti, in modo da convincere i tedeschi di uno sbarco in Sardegna anziché in Sicilia, il piano più macchinoso messo in atto durante la Seconda Guerra Mondiale, era venuta a un ufficiale quando era stato notificato ai militari, soprattutto a quelli di grado superiore, il divieto di portare con sé documenti « segreti » o, in ogni caso, compromettenti.

Una mattina, il servizio segreto britannico apprese che a (…), la località non venne mai rivelata, era morto di polmonite un uomo di trent’anni. Si cercò un cognome abbastanza comune, si indagò tra vecchi incartamenti e, infine, il morto fu pronto: William Martin, fuciliere di marina di Sua Maestà Britannica, nato il 29 marzo 1907, figlio di Glyndwyr Martin. E il comandante Martin, l’  «uomo mai esistito », aveva anche una fidanzata, Pamela, una giovane impiegata del Ministero della Guerra, di cui Martin serbava nel portafoglio un’immagine ridente. Mancava ancora un tocco definitivo all’operazione: così il morto fu mandato a teatro. Alla vigilia della sua importante missione, Martin andò a Londra al « Prince of Wales » a vedere lo spettacolo « Strike a new note », e i biglietti del teatro londinese vennero messi in tasca al morto, che fu rivestito con una divisa regolamentare. Poi fu la volta dei documenti messi insieme dall’alto comando inglese: vi era una lettera scritta da Lord Mountbatten all’ammiraglio Cunningham, in cui si segnalava Martin come un uomo che « sa perfettamente il fatto suo ». Martin recava lettere da cui traspariva evidente il progetto degli Alleati di far credere ai tedeschi uno sbarco imminente in Sicilia. Martin venne chiuso in un cilindro d’acciaio e caricato a bordo del sommergibile Seraph che per dieci giorni navigò senza vedere il sole; poi, quando scoccò l’ora X, venne calato in mare e spedito, con una leggera spintarella e un saluto sussurrato, verso le coste spagnole. Per meglio simulare il naufragio, fu anche gettato in mare, a un chilometro di distanza, un canotto di salvataggio. Il tenente Jewell provvide a sbarazzarsi del cilindro d’acciaio sul quale era scritto : « Fragile, strumenti ottici, franco di porto ». Poi, il comandante del Seraph telegrafò a Londra un messaggio cifrato che diceva :

 

« Operazione « carne da paté » portata a termine. »

 

La salma dell’« uomo mai esistito » venne trovata a largo di Huelva, proprio nel punto desiderato. Se, infatti, fosse giunta troppo vicina a Gibilterra, vi era da supporre che gli spagnoli l’avrebbero restituita agli inglesi mandando all’aria tutto il piano. Martin fu sepolto con tutti gli onori militari mentre a Londra, per dare maggiore credito alla faccenda, il Times del 4 giugno 1943 uscì con l’annuncio della sua morte.

Gli spagnoli avvertirono gli inglesi del ritrovamento della salma ma non fecero parola dei documenti che il comandante Martin aveva con sé. Londra insistette, tramite il servizio diplomatico, affinché si indagasse sulla busta con gli incartamenti. Trascorsero pochi giorni e infine gli spagnoli fecero sapere che le carte di Martin erano state finalmente trovate. Non occorse molto agli inglesi per scoprire, con grande soddisfazione, che i documenti erano già passati nelle mani dell’agente nazista di Huelva, il quale, senza dubbio alcuno, li aveva visti, fotografati e inviati a Berlino.

Churchill apprese come si erano svolti gli eventi e ne inviò un resoconto a Eisenhower. Quindi venne deciso di simulare un piccolo attacco alla Sicilia per far credere che fossero in atto operazioni combinate di sbarco in Sardegna e in Grecia. I tedeschi risposero subito, spostando verso questi due obiettivi il grosso delle loro forze.

Che Martin avesse fatto centro lo si apprese solo alla fine del conflitto.

 

 

 

 

Richard Sorge

« I giapponesi attaccheranno a sud… »,

 

così diceva l’ultimo messaggio trasmesso da Richard Sorge la sera del 15 ottobre 1941. L’ultimo messaggio. La polizia di Stato giapponese, la Tokkoka, riuscì, infatti, il 16 ottobre, a concludere bruscamente la più drammatica vicenda spionistica della Seconda Guerra Mondiale.

Il giornalista tedesco Richard Sorge e il radiooperatore Max Klausen, anch’egli tedesco, furono smascherati e tratti in arresto sotto l’accusa di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica.

Un agente segreto « tra i maggiori che il mondo abbia mai avuto », così un alto ufficiale americano, dopo la resa del Giappone, definiva Sorge in un minuzioso rapporto che riassumeva tutta l’attività della spia a partire dal 1935.

Chi era Richard Sorge ?

Era nato a Bakù, nel 1895, da madre russa e da padre tedesco.

Dai verbali della lunga relazione che gli americani stesero sul caso Sorge, che tra i molti messaggi inviati dalla spia, due in particolare ebbero, forse, il potere di mutare il corso della guerra. Quello delle 3.15 del 20 maggio 1941 diceva :

 

« La Wehrmacht sta ammassando sul vostro fronte occidentale dalle 170 alle 190 divisioni, molte delle quali sono corazzate. Scopo di guerra offensiva tedesca è di conquistare Mosca. L’attacco dovrebbe scattare il 20 giugno. »

 

L’altro messaggio fu quello inviato la sera del 15 ottobre 1941. Fu, forse, il più breve di quelli mandati da Sorge:

 

« I giapponesi attaccheranno a sud. »

 

Sorge aveva appreso dall’Ambasciatore tedesco la notizia delle truppe pronte per attaccare la capitale sovietica. I russi non tennero in gran conto l’informazione e, secondo quanto si apprese in seguito, Stalin la credette addirittura falsa. Con il secondo messaggio, Sorge concludeva di fatto la sua missione.  Il 7 dicembre 1941, i giapponesi attaccarono a sud, distruggendo a Pearl Harbour la flotta americana.

Quel messaggio, come già detto, fu l’ultimo inviato da Sorge ai russi. La spia poco dopo venne tradita da uno dei suoi collaboratori, Miyaghi, il quale cadde ingenuamente nelle mani della polizia e, interrogato, finì per fare il nome dei complici. Così i giapponesi arrestarono trentaquattro persone, tra cui quattro europei e cinque donne; di tutti, soltanto diciassette furono inviati davanti alla corte marziale e giudicati per spionaggio e alto tradimento. Sorge e Ozaki, condannati a morte, vennero impiccati nel carcere di Akita il 7 novembre 1944; un terzo, Funagoshi Hisao, alto funzionario militare giapponese, morì in carcere in seguito alle torture. Migliore fortuna ebbe Klausen, condannato al carcere a vita. Nel 1945, gli americani lo liberarono scambiandolo per un prigioniero politico.

Il suo cadavere fu sepolto in luogo ignoto e nessuno celebrò la sua fine. Nel ventesimo anniversario della sua impiccagione, le poste sovietiche emisero un francobollo commemorativo da 4 copechi. Con quel minuscolo rettangolo di carta colorata la Russia ammetteva che Sorge aveva lavorato per il Comunismo e lo accoglieva tra i suoi eroi.

È stata la prima volta che una nazione ha dedicato un francobollo a un proprio agente segreto.

 

 

 

 

Cicero

 

 

 

 

Boris Morros

 

 

 

 

I Rosenberg

 

 

 

 

Rudolf Abel

 

 

 

 

Harold Adrian Russel Philby

 

 

 

 

Oleg Penkovsky

 

 

 

 

 

Otto John

 

 

 

I Governi alleati, soprattutto quelli della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, hanno sempre intensamente collaborato nel settore spionistico, ma soprattutto durante e dopo la guerra. Il caso Penkovski e, prima ancora, la vicenda di Fuchs confermano quanto questa collaborazione anglo-americana sia stata stretta e intima.

Alla fine degli anni ’60, un giornalista inglese, Ken Wlaschim scrisse un saggio sul modo come diventare una spia e farsi arruolare, a Londra, a Parigi, a Washington o in qualsiasi altra capitale del mondo. Wlaschim scriveva che per uno che si trovava a Londra era abbastanza facile: bastava telefonare al numero Bay 6412 e chiedere un appuntamento. Se i funzionari dell’Ambasciata sovietica, che rispondevano a questo numero, erano d’accordo, potevano combinare un abboccamento negli uffici di Kensington Palace Gardens. Se i russi non accettavano, l’aspirante spia poteva rivolgersi agli inglesi, ossia all’MI-5. Nelle altre capitali, stando alle affermazioni di Wlaschim, sarebbe stato altrettanto facile trovare un impiego come agente segreto.

Secondo il giornalista, vi era una spia ogni 4000 abitanti del mondo, cifra non trascurabile. Wlashim racconta anche come, nel 1960, gli agenti segreti russi fossero riusciti a procurarsi il modello - allora segretissimo – del sottomarino atomico Polaris. Per averlo, spesero 3 dollari, circa 1800 lire italiane, vale a dire il prezzo di un giocattolo, copia fedele, in miniatura, del sottomarino originale. Il giocattolo era allora in libera vendita e molti ragazzi americani ne possedevano uno.  Wlashim afferma che un ammiraglio americano vide in un grande magazzino il sottomarino Polaris da 3 dollari e poco mancò che fosse stroncato da un infarto. Con quel balocco si stava divulgando un vero segreto di Stato.

Secondo Wlashim, le spie non sarebbero in genere molto intelligenti. Una persona intelligente non potrebbe sentirsi attratta da un mestiere che non promette avvenire, che evidentemente non assicura un nome e che non garantisce onori di sorta.

Il giornalista rivelava anche il nome dell’uomo che dirigeva l’imponente ingranaggio dello spionaggio sovietico, Yuri Vladimirovich Andropov, fornendone la descrizione e l’indirizzo (via Zerscinski, 2 – Mosca), nel caso a qualcuno fosse venuto in mente di scrivergli.

Le spie, oggi, si parlano da un capo all’altro del mondo, attraverso una rete immensa, come una tela di ragno estesa sul globo, che pulsa, che vibra di continuo inviando e ricevendo notizie « proibite ».

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 15, 2008 15:57 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, storia, spionaggio, daniela zini