sabato, 27 giugno 2009

A una persona unica e speciale

 

 

 

 

Gli anni 1950, che, in tutto il mondo occidentale, segnarono un notevole risveglio economico e civile, videro l’Italia impegnata in un duro sforzo di ascesa politica, volto ad assumere un ruolo di maggiore importanza all’interno del proprio schieramento. La sua voglia di crescere, però, sembrava destinata a scontrarsi ancora per lungo tempo contro la scarsa considerazione degli alleati occidentali.

Vincolata ancora strettamente ai sussidi degli Stati Uniti, l’Italia vedeva, da qualche anno, decollare i propri progetti economici e poteva iniziare a volgere i propri interessi verso nuove fonti produttive e nuovi mercati, ma all’interno del blocco occidentale la sua posizione rimaneva di secondo piano. Al momento della costituzione delle Nazioni Unite, il Presidente Truman aveva espresso le sue convinzioni sul fatto che “fosse più saggio non avere l’Italia tra i membri originari dell’alleanza e possibilmente di non averla neppure in futuro”.  Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, mantenevano nei confronti dell’Italia ancora quell’atteggiamento di diffidenza e di disistima, che la fine del fascismo e l’esito del secondo conflitto mondiale non avevano spazzato via.

I nuovi orizzonti economici dell’Italia divennero quelli che, geograficamente, lo erano da sempre: i paesi bagnati dal Mediterraneo in terra orientale. Il Medio Oriente ricco di petrolio era già considerato territorio di conquista e punto di equilibrio da parte delle maggiori potenze orientali. Vincolati da patti con l’occidente e con i paesi comunisti, che ne tutelavano il progresso compromettendone l’indipendenza, i paesi asiatici intrattenevano, invece, con l’Italia rapporti dapprima meno proficui, ma senz’altro più amichevoli, in virtù del neutralismo dai trattati, cui la non considerazione di Gran Bretagna e Francia avevano in un certo senso costretto il nostro paese.

Nell’ambito di una discussione al Ministero degli Affari Esteri sugli orientamenti da adottare nella politica mediterranea, già, nel 1952, si metteva in rilievo la posizione di privilegio, che, suo malgrado, l’Italia stava assumendo in Medio Oriente, che, a tutti i costi, bisognava sfruttare “per sviluppare al massimo i nostri traffici con quei paesi. Cercare di comperarvi il più possibile …, offrire dei crediti …, creare delle piccole industrie per cui non hanno i capitali pronti: dar loro qualche operaio specializzato …, ma non parlare di politica”.

Analoghe riflessioni sulla necessità di mantenere un proprio ruolo in Medio Oriente autonomo dalle direttive dei maggiori paesi occidentali, che tentavano pur sempre di restaurare la propria egemonia coloniale, venivano da Vittorio Zoppi, allora Segretario Generale al Ministero degli Affari Esteri:

 

“Oggi non è più possibile organizzare la difesa del Medio Oriente senza curarsi di quegli Stati che sono il Medio Oriente … In altri termini, quello che chiediamo è che si difenda il Medio Oriente, d’accordo con gli arabi, mentre con le tesi inglesi si potrebbe anche giungere all’eventualità di dover invadere il Medio Oriente per poterlo difendere …”

 

In effetti, il destino economico dell’Italia, nel corso dei primi anni 1950, era stato vincolato sempre più strettamente alla possibilità di transito per Suez a costi sostenuti. L’importazione di petrolio dei paesi arabi, destinato alle raffinerie italiane, e l’esportazione di merci nel Mediterraneo, erano permesse soltanto attraverso le acque egiziane, in cui la libertà di transito, fino alla loro nazionalizzazione, era garantita ai paesi occidentali da dazi poco onerosi.

 

“Nel 1955”,

 

registrava il Corriere della Sera nell’agosto del 1956,

 

“abbiamo importato per un totale di 16,9 milioni di tonnellate di oli greggi di petrolio, di cui 4,6 dall’Arabia Saudita, 7,3 dall’Iraq, 3,6 da altri paesi dell’Arabia, e solo lo 0,6 dal Venezuela. Anche tenendo conto di altre modeste importazioni di prodotti petroliferi grezzi e lavorati, nonché di quelli che arrivano con gli oleodotti, si può ben affermare che il totale del nostro approvvigionamento per questa essenziale fonte energetica passa attraverso il canale di Suez.”

 

Il Ministro degli Affari Esteri Martino, nel dibattito alla Camera dei Deputati del 3 ottobre, forniva i dati esatti del commercio italiano legato al canale egiziano, le cui sorti davano ormai adito a crescente preoccupazione:

 

“L’importazione di merci in Italia attraverso il canale di Suez è pari a un quarto di tutta la nostra importazione. Quanto all’esportazione di prodotti italiani attraverso il canale, essa pure è cospicua: nel 1955 ha superato i 100 miliardi di lire. E si tratta di un’esportazione la quale in tanto può avvenire in quanto i noli restino invariati: se questi dovessero aumentare non sappiamo quali sarebbero le conseguenze su alcuni mercati orientali.”

 

Il prezzo dei noli, tutelato fino allora dall’amministrazione inglese, non era variato, in realtà, nel periodo successivo alla nazionalizzazione del canale, ma certamente le tensioni tra Nasser e le potenze occidentali non facevano sperare un futuro roseo per le modalità di transito attraverso il Mediterraneo. Una crisi avrebbe evidentemente provocato la chiusura del canale, evento che, per l’Italia, avrebbe significato un duro arresto della propria economia.

Martino alla Camera manifestò appunto le sue preoccupazioni:

 

“È noto che in Italia esiste il 24% delle raffinerie di tutta l’Europa: ebbene esse possono lavorare a condizione che il petrolio arrivi regolarmente per la via del canale e che il prezzo non sia elevato. Qualora questo aumentasse, o il petrolio dovesse entrare nel Mediterraneo dalla parte di Gibilterra, le possibilità di lavoro diminuirebbero e si verificherebbe … una diminuzione di assorbimento di mano d’opera in questo settore.”

 

Il problema più grave, infatti, per l’Italia, era di non avere alternative fonti di approvvigionamento del petrolio, per raggiungere le quali, altre vie, rispetto a quella di Suez, sarebbero risultate troppo costose:

 

“Se le navi che transitano attualmente per il Canale di Suez”,

 

 ipotizzava il Corriere della Sera in agosto,

 

“dovessero fare il giro del Capo di Buona Speranza, ne deriverebbe un rialzo sensibile dei noli, tanto più che la flotta delle cisterne si trova impreparata ad affrontare tale compito, nonostante che la tendenza sia di aumentare continuamente la capacità …”

 

L’aumento del prezzo del greggio e la drastica riduzione dei commerci con il Medio Oriente, dunque, sembravano dover colpire l’Italia in misura maggiore rispetto alle altre nazioni europee, che comunque gestivano mercati diversificati.

L’Italia ha, sempre, preferito rimanere al di fuori dei conflitti di interessi che le grandi potenze occidentali si sono trovate a dover affrontare in Medio Oriente. Così era stato anche in occasione di altre crisi nel Mediterraneo, durante le quali l’Italia non aveva mai abbandonato il suo atteggiamento neutrale e ambiguo, tanto intollerabile agli occhi degli alleati europei, per i quali la politica italiana non era altro che un mero riflesso di quella statunitense.

Qualche anno prima della crisi egiziana, in quella che fu considerata il suo precedente più illustre, vale a dire la crisi in Iran, Londra aveva invitato i paesi atlantici, e l’Italia, a mostrare verso il sovvertitore Mossadeq la sua stessa intransigenza.

L’Italia, in quel periodo, intraprendeva i suoi primi rapporti commerciali con l’Iran, e tramite il suo Presidente del Consiglio, De Gasperi, aveva manifestato la sua “simpatia per le aspirazioni dei popoli d’Oriente a migliorare le proprie condizioni di vita”, affermazione che ufficializzava i buoni rapporti dell’Italia con l’Iran. L’eventuale indipendenza dagli inglesi lasciava ben sperare sulla possibilità di maggiori infiltrazioni italiane in Iran e, quindi, non andava fortemente ostacolata, ma la stima da parte inglese era del tutto compromessa.

Il Governo di Roma aveva accettato l’embargo all’Iran decretato dalla Gran Bretagna, ma contemporaneamente aveva deciso di non interrompere le relazioni con il Governo di Teheran.

L’AGIP, seppure con le dovute cautele diplomatiche nei riguardi della Gran Bretagna, aveva iniziato a interessarsi dell’Iran, nel 1951, e l’ENI di Mattei perseguiva con buoni risultati la propria espansione nei territori iraniani, pur non mostrando mai la propria approvazione per il processo di nazionalizzazione che là si andava svolgendo.

Inoltre, l’Italia traeva indirettamente profitto dalla crisi iraniana, perché la propria industria veniva a coprire gran parte del fabbisogno dei mercati, sguarniti dopo la chiusura della gigantesca raffineria di Abadan, che aveva da sola una capacità doppia di tutti gli impianti italiani messi insieme. Nel 1951, il commercio estero con il mondo arabo equivaleva al 7% degli scambi totali dell’Italia. Prendere posizione a favore della Gran Bretagna sarebbe risultato, dunque, molto pericoloso, e l’Italia aveva agito, in quell’occasione, con cautela mal sopportata dagli inglesi.

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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mercoledì, 08 ottobre 2008

I comitati armati danno il potere a Gottwald

 

Nelle elezioni del 1946 il PC cecoslovacco ottiene il 38% dei voti. Per questo motivo Gottwald viene incaricato di formare il governo, che comprende, oltre ai comunisti, anche i socialdemocratici e i rappresentanti dei partiti borghesi, cioè socialisti-nazionali e populisti. I comunisti nominano il primo ministro e hanno la maggioranza relativa dei dicasteri. La coabitazione non è facile. Nel febbraio 1948, poi,  la situazione si radicalizza su due problemi: le nazionalizzazioni, che il leader sindacale Zapatocky vorrebbe ampliare e la penetrazione comunista nella polizia. Inutilmente i rappresentanti dei partiti borghesi chiedono a Gottwald soddisfazione; questi rifiuta, praticamente, obbligandoli alle dimissioni. Socialnazionali e populisti (li guidano il ministro della giustizia, Drtina, e monsignor Hala) giudicano, tuttavia che tutto non sia perduto. Sperano che Gottwald, che alcuni dipingono come un moderato, alla lunga faccia marcia indietro e che il presidente della Repubblica Beneš e i socialdemocratici li appoggino. È un errore, in primo luogo perché Gottwald non è solo, dietro di lui vi sono i duri del partito con il  ministro degli interni, Nosek, e il vice-ministro degli esteri sovietico, Zorin, giunto a Praga quale inviato di Stalin. Quanto a  Beneš e ai socialdemocratici non hanno la possibilità, né la volontà di resistere. Così quando Gottwald scatena per le strade la milizia popolare, che si dà a purghe, ad arresti indiscriminati, i socialdemocratici, con il loro leader, Lausman, si chiudono nel gioco dell’attesa, e Beneš, dopo una parvenza di resistenza, sanziona il colpo di Stato firmando la lista del nuovo governo dominato dai comunisti, salvo alcune poltrone riservate ai dissidenti degli altri partiti.

Il 28 febbraio a Praga, Gottwald passa in rivista 15.000 componenti della milizia popolare e i reparti della Sicurezza, ringraziandoli per l’aiuto prestato nella lotta contro i “nemici” interni.

Per la democrazia cecoslovacca è ormai la fine.

 

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categoria:politica, comunismo, storia, spionaggio, urss, cecoslovacchia, masaryk, gottwald
lunedì, 22 settembre 2008

A sessant’anni di distanza dal colpo di Stato che portò al potere il partito comunista, ricostruiamo la tragica vicenda della morte del ministro degli esteri cecoslovacco.

 

Sono le 14.30 del 9 marzo 1948, dopo una colazione con i coniugi Beneš nella residenza di Sezimovo Usti ove si è recato per assistere alla consegna delle credenziali da parte del nuovo ambasciatore polacco, Jan Masaryk rientra al Palazzo Czernin di Praga, sede del ministero degli esteri, nell’appartamento che gli è riservato al secondo piano. Al capo ispettore di polizia e sua guardia del corpo, Willem Vysin, che lo accompagna fino alla porta della camera da letto, dice:

 

“Non mi occorre più il suo aiuto per oggi. Starò a casa, a letto. Mi chiami domani mattina verso le 9.00.”

 

È da tempo che Masaryk soffre di cuore. Il capo ispettore Vysin, quel pomeriggio, lo ricorda stanco, ma di buon umore, “insomma completamente normale”. Masaryk si corica, dorme fino alle 15.15, ora in cui riceve, standosene a letto, il suo segretario personale Joseph Kubin, che ritorna da lui alle 18.30, per correggere le bozze di un discorso che il ministro dovrebbe pronunciare l’indomani, davanti all’Associazione per l’amicizia ceco-polacca.

Alle 17.00, Masaryk vede Pavel Kavan, primo segretario dell’ambasciata cecoslovacca a Londra. I due parlano delle reazioni inglesi alla decisione di Masaryk di aderire al nuovo governo comunista formato da Clement Gottwald, dopo il colpo di Stato di febbraio. Ha scritto Kavan:

 

“Il ministro mi augurò buon viaggio e mi chiese di tenerlo informato. Mi sembrò normale, disteso e di buon umore. Non mi consegnò nessuna lettera per il nostro ambasciatore a Londra.

Poco dopo le 20.00 il maggiordomo, Bohumil Prihoda, gli porta il pranzo. Ricorda quest’ultimo:

 

“Mangiò tutto di buon appetito. Come al solito lasciai sul suo comodino una bottiglia di birra, due di acqua minerale e le pillole che prendeva per addormentarsi.

 

“Grazie Prihoda”,

 

mi disse,

 

“non credo di avere ancora bisogno di te per oggi. Domattina alle 8.30 ho una riunione con il nuovo governo.”

 

Quando lascia la sua camera da letto erano circa le 21.00. il ministro sembrava normale, disteso e di buon umore. Non ho notato in lui niente di diverso dal solito.”

 

Le affermazioni di Visyn, Kavan e Prihoda contrastavano, tuttavia, con quella del presidente Beneš, che quel giorno, a Sezimovo Usti, l’ha trovato abbattuto, con i nervi a pezzi. Fischl, uno dei più stretti collaboratori di Masaryk, lo ricorda anch’egli “fisicamente cambiato, paralizzato dall’angoscia, controllava in continuazione se qualcuno ascoltava alle porte, sospettava di tutti”. Un diplomatico francese che l’ha incontrato il 4 marzo lo descrive pessimista, depresso, ossessionato dall’idea che la guerra tra russi e americani potesse scoppiare da un momento all’altro.

Il 7 marzo, giorno anniversario della nascita del padre, fondatore della Repubblica cecoslovacca, Jan Masaryk è andato a raccogliersi sulla tomba dei genitori: l’ha fatto per chiedere consiglio ai mani paterni?

Un suo amico, che abbandonerà la Cecoslovacchia sul finire di marzo per non servire il regime comunista, afferma che Masaryk non dormiva più, si imbottiva di sonniferi. La stessa fonte aggiunge che anche Masaryk pensava alla soluzione dell’esilio. È questa la chiave per spiegare la tragica fine?

Può darsi.

La notte dal 9 al 10 marzo al ministero degli esteri sono in servizio l’ispettore Joseph Klapka, con i sergenti Emanuel Jindracek e Filipovsky, le guardie Stanek e Sedm. Verso mezzanotte la guardia Sedm accusa un forte mal di denti e chiede di lasciare il servizio. Alle 0.30 Filipovsky nota che la luce della stanza da letto di Masaryk è ancora accesa; ma verso l’una e trenta tutto è buio nell’appartamento. Tocca a Karel Maxbauer, fuochista dei termosifoni al Palazzo Czernin, che verso le 5.00 è salito sul tetto, con il cognato Pomezny, per ritirare la bandiera che era là dal giorno prima per la celebrazione della Giornata nazionale polacca, di scorgere da una finestra il corpo di Jan Masaryk disteso nel cortile. Il ministro indossa un pigiama a righe.

 

“Sembrava”,

 

ricorda Maxbauer,

 

“un fantoccio dai fili spezzati.”

 

Sono passate da poco le 5.30, Maxbauer avverte l’ispettore Klapka che si precipita nel cortile per constatare che Masaryk è  morto. L’ispettore dà ordine di coprire con una coperta il cadavere, ma di non toccarlo e corre al telefono per avvertire i suoi superiori. Mezz’ora dopo, mentre Praga è ancora avvolta nel sonno di un’alba grigiastra, a metà strada tra inverno e primavera, giungono funzionari, medici.

 Dirà il verdetto dell’autopsia:

 

“Cuore lacerato, danni all’aorta, fegato e vescica spezzati a metà, costole e colonna vertebrale rotte, bacino fracassato, intestini pieni di sangue, gambe e caviglie rotte. Morte istantanea.”

 

L’uomo pieno di tatto, di profonda sensibilità, forse, debole come sostengono alcuni, più artista che politico, che ha affascinato i salotti di Londra, amico personale di Churchill e di Roosevelt, e che, adesso, in uno dei momenti più tragici della storia cecoslovacca, rappresentava la continuità democratica del regime comunista, non è più.

Gottwald ai funerali parla di stanchezza, aggiungendo:

 

“Una campagna organizzata in occidente ha portato il nostro caro Jan al suicidio.”

 

L’emozione è enorme. Ma come è morto Masaryk? Suicidio, incidente o assassinio politico? La guerra fredda batte il suo pieno in Europa; lo speciale momento favorisce tutti e tre gli interrogativi.

Figlio del primo presidente della Repubblica cecoslovacca e di un’americana, Charlotte Guarrighe, Jan Masaryk è nato a Praga nel 1886, nell’atmosfera un po’ decadente dell’impero austro-ungarico in decomposizione. L’ammirazione per il padre non lo trattiene nel Vecchio Continente, e così, a venti anni, appena ottenuta la laurea all’Università di Praga, fugge negli Stati Uniti dove, per vivere, si adatta a suonare il piano in un piccolo cinema di quartiere, cosa che gli consentirà un giorno, a Londra, dove si è recato come rappresentante diplomatico del suo paese, di venir considerato come “il miglior pianista tra gli ambasciatori” presenti alla Corte di San Giacomo.

La Prima Guerra Mondiale lo trova in Austria, costretto a indossare l’uniforme austro-ungarica, come tanti altri tra i suoi connazionali, del resto. A guerra finita, nata la Repubblica cecoslovacca, torna negli Stati Uniti, ma questa volta come incaricato d’affari. Londra è la sua seconda tappa, come ambasciatore. I salotti della migliore società londinese si aprono volentieri davanti a questo elegante diplomatico dotato di un buon umore tutto anglosassone, oltre che di un invidiabile senso degli affari. Il ricordo di quegli anni a Londra rimarrà sempre vivo, in lui. Anche per questo motivo, dopo gli accordi di Monaco e l’invasione hitleriana della Cecoslovacchia, si rifugia a Londra, con Beneš, in attesa di giorni migliori. La guerra consente a Beneš e a Masaryk di mettere in piedi un governo cecoslovacco in esilio, la cui esistenza viene riconosciuta, nel 1941, da Inghilterra, Stati Uniti e Urss.

Il ritorno in patria di questo strenuo combattente per la libertà è trionfale. Gli eserciti sovietici, a mano a mano che penetrano nel territorio cecoslovacco, rimettono alle autorità civili il controllo delle province liberate. Il 5 aprile 1945, con Beneš quale presidente della Repubblica, viene costituito un nuovo governo diretto dall’ex-ambasciatore cecoslovacco a Mosca, Fierlinger. La sede provvisoria a Bratislava, in attesa del ritorno a Praga. Le prime elezioni si tengono nel giugno del 1946. i comunisti ottengono la maggioranza relativa e il diritto di esprimere il capo del governo, con Clement Gottwald alla testa di una compagine di unione nazionale. Gottwald, come già Fierlinger, offre a Masaryk il ministero degli esteri. È, forse, il periodo migliore della sua attività di governo.  

Jan Masaryk ha in comune con Beneš la profonda convinzione che l’interesse della Cecoslovacchia, la sua indipendenza, il regime pluralistico, dipendono dai buoni rapporti sia con l’est sia con l’ovest. Bisogna, quindi, star lontani dai conflitti tra i grandi, “prendere il meglio e trarre il massimo di profitto dai due mondi”. In visita negli Stati Uniti sul finire dell’ottobre 1947, spiega al vicesegretario di Stato americano, Lovett, che i cecoslovacchi sono sempre”stati indigesti a qualsiasi potenza li voglia inghiottire”.

Gran borghese di origine, ma sensibile alle idee progressiste, Masaryk è attratto dalla potenza dell’Urss e dalle capacità organizzative del PC cecoslovacco, pur disapprovandone le tecniche del modello sovietico. Sogna, per il suo paese, “un socialismo per tutti e con tutti”, cioè la reciproca tolleranza, la concordia nazionale, il compromesso, un sistema, insomma, dove possano facilmente risolversi le discordie tra i partiti. Tanto più duramente contrasto con questa sua visione del mondo il colpo di Stato del febbraio del 1948.

Gottwald non si accontenta della maggioranza relativa, della posizione dominante nel governo. Pretende il potere assoluto e lo ottiene, obbligando alle dimissioni i rappresentanti degli altri partiti, scatenando per strada le milizie popolari.

Che fa Masaryk?

Non può, né vuole abbandonare Beneš. O, forse, spera di salvare il salvabile. Così finisce per coprire con il suo prestigio di democratico l’operato di Gottwald, accettando la proposta di Beneš di entrare, sempre come ministro degli esteri, nel nuovo governo.

Ma, non sembra del tutto fiero di sé. Quando gli presentano la lista dei diplomatici da epurare, in un primo momento rifiuta. Poi, firma, dopo aver ricevuto l’assicurazione che verrà rispettato il termine di due mesi per congedarli. Confessa a Fischl:

 

“Durante la guerra ho consigliato agli amici della resistenza interna di comportarsi come il soldato Schweik, in altri termini, di piegarsi sotto la tempesta. Ora sono io che mi trovo ridotto a sostenere quella parte.”

 

Il 27 febbraio, durante un incontro con l’ambasciatore americano, così si giustifica: rimane solo provvisoriamente al governo, per limitare i danni. In tal modo ha, già, potuto salvare duecentocinquanta persone. In effetti, l’anticamera del suo ufficio è tutta un affollarsi di persone, soprattutto, vecchi social-democratici, che lo supplicano di intervenire in loro favore. Intanto, sul suo tavolo si accumulano le lettere che gli giungono dall’emigrazione cecoslovacca, soprattutto, dagli Stati Uniti, che lo bollano come “traditore”. Ancora a Fischl confida:

 

“Avevo previsto che sarebbe stato duro, ma è terribile, è peggio di quanto avessi pensato. È un inferno.”

 

La morte pone termine a queste angosce, non alle domande su come può essere avvenuta.

La versione ufficiale, come si è detto, fu quella del suicidio. Diceva un comunicato governativo:

 

“Il dottor Jan Masaryk, sfinito per il lavoro dedicato alla patria e alla nazione, si è tolto volontariamente la vita. A causa della sua malattia e della sua insonnia, ha, evidentemente, deciso, in un momento di esaurimento nervoso, di uccidersi, gettandosi dalla finestra del suo appartamento ufficiale nel cortile di Palazzo Czernin.”

 

Ma non mancavano, fin dagli inizi, i sospetti, le prove contrarie. Nella camera da letto vi era un grande disordine; così nella stanza da bagno dove gli oggetti da toletta di Masaryk erano tutti sul pavimento e alcuni, di vetro, rotti. Era anche strano che Masaryk fosse caduto in piedi, come dimostravano la posizione del cadavere e le gambe fracassate, mentre, di solito, i suicidi si gettano con il viso rivolto verso il vuoto. Le perdite di sostanze organiche, trovate sul pigiama e sul davanzale della finestra, facevano pensare che Masaryk al momento di morire fosse terrorizzato o avesse sostenuto una lotta prima di precipitare.

Infine vi era la mancanza di un messaggio qualsiasi, una lettera o altro, che, di solito, i suicidi lasciano dietro di sé per chiarire i motivi della decisione presa.

Naturalmente non si poteva neppure escludere che si fosse trattato di un incidente. Masaryk, sedutosi sul davanzale della finestra in preda all’insonnia, o per respirare un po’ d’aria, avrebbe potuto precipitare inavvertitamente nel vuoto, forse per un capogiro. Ma anche questa versione contrastava con altri aspetti oscuri della vicenda, tra cui la sorte toccata a molti tra i testimoni della morte di Masaryk.

Vaklav Sedm era il poliziotto che, nella notte tra il 9 e il 10 marzo ottenne di tornare a casa adducendo un mal di denti. Morì nello stesso 1948, a seguito di un incidente d’auto, e il suo corpo fu cremato. Jaroslav Teply era un medico della polizia e fu tra i primi a vedere il cadavere di Masaryk. Secondo notizie giunte in occidente avrebbe fatto sapere di aver notato segni di percosse sul corpo del ministro, e un minuscolo forellino sulla parte destra del cranio,forse, dovuto a una puntura. Ma anche Teply si uccise qualche mese dopo sbagliando, secondo un rapporto di polizia, “nel praticarsi un’iniezione”.

Il professor Joseph Hajek, insigne patologo dell’università di Praga, era stato chiamato ad assistere all’autopsia di Masaryk, anche se, pare, non fu concesso neppure a lui di avvicinarsi al cadavere. Morì anch’egli, qualche tempo dopo, per cause che non fu possibile stabilire. Zdenev Borgovec era un anziano funzionario di polizia che aveva svolto le prime indagini sulla morte di Masaryk. Coinvolto nel vortice elle purghe cecoslovacche, sparì in qualche prigione dimenticata e di lui non si seppe più nulla.

Josef Kadlec era un poliziotto che aveva fatto parte della guardia del corpo di Thomas Masaryk, padre di Jan, e che non convinto delle tesi del suicidio si era messo a indagare per conto proprio sulla morte del ministro. Licenziato dalla polizia, morì durante un interrogatorio nell’ufficio dei servizi di sicurezza. Questa serie di morti era troppo alta per apparire casuale; anche se d’altra parte, sul piano  della logica, più che su quello dell’emotività, restava, a sostegno della tesi del suicidio, che né Gottwald né il suo regime avevano interesse a sopprimere l’uomo che accettando di collaborare aveva reso loro il più grande dei favori politici. Questo ragionamento blocca molti dei fautori della tesi dell’omicidio. Passeranno alcuni anni prima di veder giungere dalla Cecoslovacchia un’altra testimonianza, e dagli Stati Uniti un libro di Marcia Davemport, ad apportare nuovi elementi al quadro.   

La testimonianza è quella di un impiegato dell’ufficio passaporti, Karel Straka, che la notte del 9 marzo era di servizio al ministero. Egli dichiara che quella sera, qualche tempo dopo il ritorno di Masaryk, sentì il rumore di alcune automobili che si fermavano davanti all’ingresso del palazzo. Passati alcuni minuti si accorse che i telefoni non funzionavano più e che la porta del suo ufficio era stata chiusa a chiave dall’esterno. Restò immobile finché, verso le 2,00, i telefoni ripresero a funzionare e udì le automobili ripartire.  

Quando il silenzio fu tornato nel palazzo, riuscì ad aprire la porta del suo ufficio e fece un giro d’ispezione. Camminando per i corridoi, gettò uno sguardo nel cortile: sul selciato vi era il cadavere di Masaryk. Distolse gli occhi da quello spettacolo, poi li sollevò verso le finestre dell’appartamento del ministro: chiuse.

 

“Compresi allora”,

 

commenta Straka,

 

“che non si trattava né di un incidente né di un suicidio.”

 

Marcia Davemport era una scrittrice. Jan Masaryk l’aveva conosciuta all’Onu, stringendo con lei un legame sentimentale. La donna aveva, poi, seguito Masaryk a Praga; ed è qui, da Praga, secondo il racconto della Davemport, che il ministro la rimanda a  Londra tre giorni prima del suicidio promettendole che la seguirà alla prima occasione possibile. Se, dunque, Masaryk progettava la fuga in Occidente, questa poteva essere una ragione sufficiente per ucciderlo.

Ma nutriva davvero Masaryk questa intenzione segreta?

Nella testimonianza di Straka, come nel libro della Davemport, vi è chi nota una certa confusione, qualche inesattezza, forse, il gusto di forzare le cose. Occorrerà giungere fino a Dubcek e alla Primavera praghese del 1968 perché gli stessi cecoslovacchi decidano di riaprire l’intero dossier.

È il filosofo Ivan Svitak a pubblicare sulla rivista Student una serie di articoli che ritornano sulla tesi dell’omicidio. Citando alcune testimonianze, Svitak fa anche il nome dell’assassino: quello di un poliziotto, un agente della NKVD sovietica infiltratosi nei servizi segreti cecoslovacchi, di nome Schram, ucciso a sua volta da uno studente, Miroslav Choc, convinto della sua colpevolezza. Le rivelazioni di Svitak suscitano viva emozione. La Procura di Praga viene incaricata di un’inchiestae, in poche settimane, il procuratore generale, Jiri Kotlar, e i suoi cinque assistenti riescono a raccogliere ben due casse di documenti contraddistinti dalle sigle VSTB 448891 e VSTB 458891.

Anche in questa occasione, vi è chi non se la sente di affrontare l’inchiesta: come il maggiore Bedrich Pokorny, un ufficiale dei servizi segreti cecoslovacchi, che il 9 aprile 1968 viene trovato morto impiccato in un bosco vicino alla capitale. Kotlar continua, comunque, il proprio lavoro di ricerca; ma nell’estate le speranze sollevate dalla Primavera di Praga sono, invece, distrutte dall’intervento sovietico.

L’inchiesta della Procura viene chiusa il 17 settembre 1969 senza dare una risposta soddisfacente, affermando l’impossibilità di stabilire con certezza se si è trattato di un suicidio o di uno sfortunato incidente, e che non si è trovata nessuna prova a favore dell’ipotesi di omicidio. Masaryk, in preda all’insonnia, si sarebbe seduto all’alba sul davanzale della finestra. Allora, obbedendo a un impulso improvviso oppure, perdendo l’equilibrio, sarebbe caduto.

Non sono risolutive neppure le rivelazioni dello storico Karel Kaplan che, dopo aver abbandonato la Cecoslovacchia, ha affermato di aver visto negli archivi del Comitato Centrale del partito la copia di una lettera indirizzata da Masaryk a Stalin il 7 marzo dove era scritto:

 

“Quando leggerete queste righe io non sarò più qui.”

 

Kaplan ne deduce che il ministro meditava il suicidio; in realtà, quella frase potrebbe anche voler dire che Masaryk si apprestava a lasciare il paese, pur risultando curioso che abbia avuto l’ingenuità di farlo conoscere in anticipo a Stalin.

La sua morte, dunque, rimane ancora largamente avvolta nel mistero, in attesa che si aprano, chissà mai quando, gli archivi segreti cecoslovacchi e sovietici. Quel che è certo, è che Masaryk, in ogni caso, fu una vittima. Senza la fine della democrazia cecoslovacca, non vi sarebbe stata la sua fine oscura e terribile.   

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 22, 2008 21:17 | Permalink | commenti (8)
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domenica, 31 agosto 2008

Passaggio obbligato nel cuore dell’Asia, la terra che fu contesa dai grandi conquistatori del passato svolge oggi il ruolo delicato di Stato-cuscinetto tra l’Oriente e l’Occidente. Gli afgani attuali e il loro re si proclamano la nazione più neutrale del mondo, dopo aver fondato la propria indipendenza con millenni di guerre e di sangue.

 

Posto tra Cina e Iran, tra Russia e subcontinente indiano, l’Afghanistan assomma due peculiarità: è un passaggio nel cuore dell’Asia, così obbligato che tutti i grandi condottieri e viaggiatori dovettero transitarvi, da Alessandro Magno a Marco Polo; ed è pochissimo noto nel mondo occidentale.

Il fondamento dell’Afghanistan riguarda, anche direttamente, L’Europa. Ci riguarda, in primo luogo, il tessuto etnico. La grande maggioranza degli afgani si proclama indoeuropea. Certo, hanno subito numerose commistioni: basti dire l’ondata araba, che tra l’altro, determina l’avvento di quella grafia. Ma le due lingue afgane, il dari e il pashtu, sono lingue indoeuropee. Dipende dalle migrazioni di alcune migliaia di anni fa, quando, diffondendosi verso il meridione delle steppe dell’attuale Russia, gli ariani dovettero necessariamente invadere l’Afghanistan. La città di Balkh, nel nord del paese, è considerata una delle culle della loro razza.

All’inizio dei tempi storici, l’Afghanistan faceva parte dell’Impero persiano; vi penetrò, nel IV secolo a.C. Alessandro. Subito, la scia del condottiero venne seguita da mercanti, tecnici, artisti occidentali; più tardi i regni ellenistici conglobarono anche l’Afghanistan; la Battriana, imperniata su Balkh, sopravvisse a lungo come territorio pressoché greco.

Ma vi è di più. Buddha nasce nel VI secolo a.C. e la sua religione si diffonde anche in parte nell’Afghanistan, senza, tuttavia, che la sua immagine venga mai raffigurata; poi, arrivano, memori dei loro dei, gli artisti greci, ed ecco Buddha effigiato in statue e dipinti; al dio nepalese gli artisti occidentali danno, sia pure con gli occhi a mandorla, il volto di Apollo. 

D’istinto noi europei, permeati di umanesimo, badiamo più alle tracce del mondo classico che ad altri fattori. Ma, intanto, la storia dell’Afghanistan corre. Nasce un grande impero locale, detto Kushana, che, guidato dal sovrano Kanishka, più o meno ai tempi di Nerone si batte contro i cinesi. Arrivano, dal ricostituito impero persiano, i Sassanidi; piombano da nord feroci genti, cugine degli unni; dilagano, nel VII secolo, gli arabi, che con la religione musulmana diffondono nuove norme e forme di vita. Quantunque gli arabi come tali lascino, poi, il paese o vi si fondano, queste norme e forme, basate sull’Islam, danno all’Afghanistan il costume generale che esso conserva tuttora.   

Oggi, gran parte dell’Afghanistan è steppa o deserto; non così settecento anni fa. A quei tempi, mentre da noi nasceva Dante, dalla Mongolia irrompe l’onda di Gengis Khan. E spazza tutto, da un capo all’altro del paese. Gengis Khan distruggeva sia per spirito primordiale di aggressività o per necessità, sia perché la sua gente in gran parte di origine nomade, basava la conquista sull’impiego dei cavalli, quindi, sull’esistenza non delle città ma dei grandi spazi liberi. La distruzione radicale investì anche le opere di irrigazione. Quando Gengis Khan si ritirò, l’Afghanistan decadde presto a steppa, a deserto.

Noi stiamo parlando globalmente di Afghanistan, per un motivo di assunto. Ma, fin quasi ai tempi della rivoluzione francese, l’Afghanistan come tale non esisteva. Vi è, invece, un complesso di regioni, dinastie e domini. La dinastia afgana di Ghazna giunge a insediarsi sui troni della non lontana India. Sei secoli fa entra da dominatore, nella storia afgana, Tamerlano. Durante il nostro Rinascimento, il grande impero moghol dell’India ha come fondatore un afgano, Babur (il quale, morto in India, venne sepolto presso Kabul, dove il suo monumento funebre è stato mirabilmente restaurato da una missione italiana). Durante il periodo del rococò europeo, condottieri afgani cercano di espandersi, dalla città di Kandahar, verso la Persia. L’ultimo grande conquistatore asiatico, Mohammad Nader Shah, che mira, invece, come alcuni dei suoi predecessori, all’India, è, a sua volta, afgano.

L’unità che si va delineando possiede una formidabile posizione strategica e anche commerciale. Ma è, come un tempo, un’arma a doppio taglio. Perché, se il periodo delle grandi invasioni si va allontanando, avanza, invece quello del colonialismo. Espandersi verso l’India? E come, se i nemici da battere sarebbero non più i popoli locali, ma, ormai, i britannici? Anzi, l’incontro con gli inglesi fa perdere agli afgani un’ampia regione, oggi appartenente al Pakistan; è un particolare su cui tornerò più avanti.

Analogamente, l’avvento della Russia in Asia costa agli afgani la perdita di Samarkanda, Bukhara e altre città, ossia di tutte le terre a nord del fiume Amu Daria (il celebre Oxus dei tempi classici).

Da parte afgana, tra l’influenza russa e quella britannica si preferirebbe quest’ultima, perché più duttile, meno autoritaria. Ma si pretenderebbe un’illimitata autonomia interna. Inoltre il compromesso viene ostacolato dall’esistenza di indomabili tribù afgane nella zona del famoso passo del Khyber e oltre, ossia di là dalla frontiera con l’India.

Per ben due volte, i contrasti sfociarono non già nell’accordo, ma nella guerra. Furono campagne crudeli, sanguinosissime. I monumenti di alcune città afgane si ornano tuttora dei cannoni conquistati al nemico. Nelle botteghe di Kabul e di Kandahar non è difficile trovare vecchie pistole britanniche, con inciso il nome dell’ufficiale che le portava e che, con ogni probabilità, nel corso della campagna vi lasciò la pelle.

A equilibrio faticosamente raggiunto, l’Afghanistan svolge le sue previste funzioni di cuscinetto. E assume progressivamente le caratteristiche, sia pure embrionali, di Stato. Ma uno Stato sui generis. Risente, infatti, di una nascita tormentata, favorita da forze esterne, inquinata dall’eterogeneità etnica. Inoltre il nuovo Stato ha confini naturali insufficienti; peggio, un’alta catena montuosa lo attraversa in senso longitudinale, determinando una frattura tra nord e sud. Difficile, quindi, raggiungere la meta di una vera unità.

Gli afgani conquistarono l’indipendenza totale solo nel 1919, anno in cui ebbe luogo la terza guerra contro i britannici. In verità, si trattò piuttosto di una serie di scontri, provocati dal sovrano Amanullah con un preciso scopo. Ammanullah era un capo intelligente e ardito e aveva scelto il momento giusto. Non vinse la guerricciola, ma ottenne facilmente un armistizio e, poi, un trattato di pace, con il quale gli inglesi gli riconoscevano piena libertà anche in politica estera. Era l’8 agosto 1919.  Da allora, l’Afghanistan non ha mai visto minacciata la sua sovranità.

Amanullah, come Kemal Ataturk in Turchia, seppe vedere chiaro. Comprese, a esempio, che per rendere l’Afghanistan efficiente bisognava mutare rotta, che occorreva dimenticare certi tradizionali sospetti, favorendo l’afflusso degli stranieri; che la condizione della donna, sino allora tenuta in qualità di sottospecie umana, andava liberalizzata. Amanullah era forte. Ma, quando pretese di imporre l’abolizione del velo femminile e fece comparire in pubblico la regina e le donne di corte a viso scoperto, suscitò la violenta reazione dei mollah. Forse, nonostante tutto l’avrebbe superata; ma fece, in tutt’altra direzione, un passo falso. In altri termini, volle manovrare anche con l’Unione Sovietica. E, questo, gli inglesi non potevano tollerarlo. Così, scaturita all’interno e favorita all’esterno, divampò la rivolta. Nel 1929, Amanullah perse definitivamente la partita. Aveva avuto un solo torto: quello di aver guardato troppo lontano, di avere precorso i tempi.

Dapprima, caduto Amanullah, sul trono afgano si insediò un ex-capo di briganti; poco più tardi, costui veniva impiccato. Alla fine dello stesso anno, cingeva la corona un ex-ministro della guerra, Mohammad Nader Khan.

Quattro anni dopo, re Nader cade sotto i colpi di un attentatore. Da allora, ossia dal 1933, è sovrano il figlio di Nader, Mohammad Zaher; ha solo cinquantotto anni, benché la durata del suo regno superi di molto quella di ogni altro monarca contemporaneo. ufficialmente, la monarchia afgana ha carattere costituzionale. Lo Stato si articola nei due rami del Parlamento. L’unica donna-deputato è comunista.

L’Afghanistan non ha alcuno sbocco al mare. La popolazione si aggira tra i 12 e i 15 milioni. Di certi villaggi, l’esistenza è stata accertata solo attraverso l’aerofotogramma. Molta parte delle donne vive tuttora segregata, quindi, non può essere censita. Non esiste ancora un vero stato civile. Il servizio militare viene imposto bloccando i singoli abitati, e rastrellando i giovani. La quasi totalità della popolazione è musulmana, in gran parte di confessione sunnita. Nell’ambito dell’’Islam, gli afgani sono considerati tra i più intransigenti.

Dicevo, prima, dell’eterogeneità etnica. Esistono, infatti, non meno di tre grandi etnie afgane. Quella dei pashtuni – patani o patanki - è diffusa tra Kabul, quasi tutto il confine pakistano e una larga fascia dello stesso Pakistan occidentale. I pashtuni si ritengono gli afgani numero uno. Al loro gruppo etnico appartiene la famiglia reale. Favorita da questa circostanza, la lingua pashtu sta avanzando a grandi passi, tanto da essere stata dichiarata idioma nazionale. Tuttavia il tema dei pashtuni ha anche aspetti dolorosi, perché il confine coloniale, imposto dagli inglesi e confermato, poi, ai tempi nostri, amputando i margini orientali dell’Afghanistan spezzò in due il loro popolo. Nei riguardi dei pashtuni di oltre frontiera l’Afghanistan ha assunto un atteggiamento irredentistico. Sulle carte afgane le regioni occidentali del Pakistan vengono definite “Pashtunistan”. Quindi, i rapporti tra Kabul e Rawalpindi non sono cordiali. Migliorarono, per motivi di solidarietà islamica, durante la guerra tra Pakistan e India, nel 1965; ma gli afgani non dimenticano i tempi in cui i domini dei pashtuni raggiungevano la valle, oggi pakistana, dell’Indo.

La seconda grande etnia afgana, quella dei tagiki, vive soprattutto tra Kabul e i confini settentrionali e occidentali, oltre cui il medesimo gruppo etnico si estende, poi, in Iran e nella repubblica sovietica del Tagikistan. I tagiki si considerano ariani più puri dei pashtuni; la loro lingua ha un alto valore sia letterario sia pratico; in un passato anche recente, i tagiki d’Afghanistan ebbero un peso specifico molto superiore a quello attuale. Verso i tagiki di casa propria – musulmani anch’essi –, l’URSS si è comportata con molta abilità. Mirava, con la sua politica, a ingraziarsi i tagiki afgani.

Pashtuni e tagiki formano quasi i nove decimi della popolazione; terzo e ultimo, il gruppo degli hazarà comprende tra mezzo milione e un milione di anime. Gli hazarà sono certamente afgani sotto l’aspetto politico e, tra l’altro parlano persiano; invece, sotto il profilo etnico, hanno tutt’altra origine. Hazar vuol dire, in persiano “mille”; di mille uomini si componevano le guarnigioni mongole, insediate in Afghanistan da Gengis Khan; gli hazarà hanno stigmate nettamente mongole, dunque, discenderebbero dalla orde di Gengis Khan.

Gli hazarà abitano soprattutto nelle zone centro-settentrionali del paese, specie in montagna; sono poveri e accaniti lavoratori; si dedicano volentieri ai piccoli commerci, con pazienza, con tenacia; sono largamente impiegati nelle forze armate, sia per la loro solidità fisica, si perché la loro povertà esclude certi intrallazzi con cui ottenere l’esonero. Tra gli afgani, in generale, sembrano i meno progrediti; per questo motivo, vi è chi li considera cittadini di second’ordine, se non inferiori.

Dopo le etnie più numerose, molte altre ne vengono. A esempio gli uzbechi, mongoloidi come gli hazarà, che non rinunciano mai al caratteristico pizzetto; i turcomanni, diffusi verso la repubblica sovietica del Turkmenistan; gli ebrei, giunti dalla remota antichità e ammirevolmente sopravvissuti; qualche migliaio di nuristani, forse, di origine greca, cui ho già accennato; infine, i kuci.

In verità, i kuci costituiscono non un’etnia in sé, ma piuttosto un popolo, composto in maggioranza di pashtuni, ben definito, alieno da mescolanza, rigidamente caratterizzato dal nomadismo. Il numero dei kuci è stato valutato sulla ragguardevole quantità di settecentomila; ebbene, a seconda delle stagioni l’Afghanistan viene regolarmente attraversato da molte centinaia di migliaia di nomadi, che viaggiano a cammello, in grandi carovane, conducendo gli armenti verso le zone di pascolo. A sera le carovane sostano, accendono i fuochi, montano le grandi tende. Visitando quegli alloggi, abbiamo la rivelazione di un’umanità che ha risolto i suoi problemi, decisi a non mutare il modo di vita. Al suolo, tutta la superficie libera è ricoperta di tappeti, spesso preziosi. Le donne non portano velo; ostentano, invece, monili d’argento e d’oro, complicati, grevi. E una tenda può contenere un vero arsenale, anche modernissimo, perché i kuci sono tradizionalmente avvezzi, in ogni circostanza, a far da sé.  

Gran parte dell’Afghanistan – dicevo – è steppa o deserto, ma, in pieno deserto, all’orizzonte possiamo scorgere catene di monti nevosi, perché il paese è generalmente alto (Herat, 1300 metri; Kabul, 1800; Bamian, 2800) e, i monti, altissimi; basti rammentare il Pamir e l’Hindukush, con numerosi “seimila” e anche “settemila”. D’inverno e fino a primavera avanzata, domina il gelo. La neve scende fino a Kabul e più sotto e può facilmente bloccare le grandi vie di comunicazione.

Nonostante la neve, l’acqua scarseggia perché va dispersa, o si concentra solo nei pochissimi fiumi, come l’Helmand, il Kurnar, il Kabul e, al confine con l’URSS, l’Amu Daria. Quindi, scarseggiano, salvo le eccezioni delle vallate, gli insediamenti umani. Ma villaggi e borghi hanno fisionomie espressive. Chi entri in Afghanistan dall’Iran, pochi chilometri dopo il confine raggiunge la sommità di un poggio da cui si domina una grande, misteriosa fortezza, cinta di alte mura. Ma non è una fortezza: è una borgata. Perfino certi villaggi vicini a Kabul, di costruzione recente, somigliano a baluardi. Esistono, le muraglie, perché da tempo immemorabile gli afgani hanno acquisito l’istinto della difesa.

O i villaggi morti, sparsi un po’ dovunque. Mura sbrecciate, cupolette cadenti e, dentro, il vuoto. Perché? Per via di incendi o perché vennero meno le condizioni di sussistenza, e la popolazione migrò. E i caravanserragli, anch’essi morti. Ingressi quasi monumentali, senso di spazio, resti di moschee, tracce di un certo fasto; e, dentro il vuoto. Perché? Perché il traffico delle carovane di mercanti, motivo dei caravanserragli, si è spento?

L’Afghanistan offre visioni di ogni genere. Durante i mesi freddi vi si pratica un gioco di origine mongola, detto buskashi, che oppone due grandi squadre di cavalieri, ognuna delle quali cerca di portare alla propria base la posta in palio, la carcassa di un montone scuoiato. Un altro spettacolo, tanto popolare quanto sanguinario, consiste nel duello di due cani feroci, cui le orecchie sono state mozzate fin da cuccioli perché sia difficile azzannarle. Analoghi duelli vengono combattuti anche dai maschi della coturnice locale o pernice di monte; la sera prima degli incontri, i padroni si portano a spasso, in gabbia, il loro campione, pavoneggiandosi al suo furibondo chioccolare.

Si caccia volentieri: l’orso, la pantera, il lupo, un meraviglioso uccello delle alte quote – il lofoforo – simile al pavone, e una specie di diffidente muflone, chiamato, a ricordo del viaggiatore veneziano, “capra di Marco Polo”. I famosi levrieri afgani sono pochi e cari. Quelli dal pelo lungo, che noi prediligiamo, localmente li si considera una varietà da salotto, e viceversa quelli più tradizionali, usati per la caccia alla lepre, hanno il pelo raso. La proprietà degli uni e degli altri spetterebbe soltanto al re, il quale, peraltro, può eccezionalmente chiudere un occhio; dei levrieri, di ogni specie, è vietata l’esportazione.

Nella parte più bassa del Nuristan, dove si coltiva il papavero, ho visto contadini raschiare l’essudato delle zucchette, o, in altre parole, raccogliere l’oppio. Altrove, anche a Kabul, nonostante le proibizioni si può comperare, con tutta facilità e a buon mercato, l’hashish; gli afgani lo fumano senza sotterfugi. L’hashish attrae molti “capelloni” europei, i quali viaggiano per lo più su veicoli da quattro soldi, che non danno nell’occhio; alcuni di quei “capelloni” fanno, poi, incetta di droga, la nascondono nei loro trabiccoli dall’aria innocua, e, poi, tornati in Europa rivendono a carissimo prezzo la micidiale mercanzia.   

Nelle strade afgane la circolazione è minima o, addirittura, come nel deserto tra Kandahar e Herat, quasi nulla. Una buona strada asfaltata corre dal confine iraniano sino a quello pakistano, passando dal sud del paese; un’altra, congiunge Kabul all’URSS. Una terza arteria, non buona ma discretamente percorribile, porta da Kabul sino alla vallata di Bamian. Entriamo a Kabul. La capitale si va avvicinando al mezzo milione di abitanti. Giace in una grande conca, incorniciata da colli e percorsa dal fiume Kabul, affluente dell’Indo; non ha pretese di monumentalità; la sua urbanistica sta cercando faticosamente una via attraverso eterogeneità, squilibri, demolizioni, edificazioni discutibili. Eppure Kabul piace. Dipende proprio dall’eterogeneità, per questo nella capitale vi è di tutto: dall’ambasciata colossale, come quella sovietica, alla carovana di nomadi; dal palazzo reale di stile europeo, con le sentinelle in impeccabile uniforme occidentale, alle vie dove i tintori creano caleidoscopi di tessuti sgargianti; dalle donne in chador, il mantello tradizionale che copre rigorosamente anche il viso, alle studentesse moderne pressoché in minigonna, al forte Bala Hissar, carico di storia e impregnato di sangue inglese.

E, poi, una serie quasi infinita di spunti. Gli hazarà venditori di acqua, carichi di otri. L’erbivendolo che, lavate nel Kabul le sue verdure, si mette a nudo a lavare se stesso. L’unica chiesa cattolica del paese, conglobata nel recinto dell’ambasciata d’Italia. I portatori di mestiere, sopraffatti da pesi inauditi. E semafori, avanguardia di progresso e motivo di perplessità per gli incolti. In periferia, i resti di un paio di vagoncini, unica traccia di una breve linea ferroviaria nata ai tempi di Amanullah, e, poi, svanita. Infine, a una ventina di chilometri da Kabul, la sorpresa di uno skilift, che va diffondendo anche tra gli afgani lo sport delle nevi.

Dopo Kabul, viene Kandahar con 120.000 abitanti; è importante come centro agricolo e per la vicinanza alla città pakistana di Quetta; conserva ricordi della prima guerra tra afgani e inglesi; gli americani vi hanno costruito un grande aeroporto intercontinentale. All’estremo ovest, Herat fu, a suo tempo, uno dei cardini della storia e della strategia di mezza Asia; oggi non ha più di 70.000 anime e dello splendore antico le rimangono solo le rovine di pochi monumenti e la cittadella. Nell’estremo nord, la città santa di Mazar-i-Sharif è famosa per una splendida moschea. All’estremo est, Jalalabad trae ragione di essere da una vasta area agricola e dai traffici con l’adiacente Pakistan.

In questa rapida scorribanda visiva, ho lasciato volutamente per ultima la zona di Bamian e Band-i-Amir. A parte le bellezze afgane composte di picchi eccelsi, che, di solito, sono difficilmente accessibili, Bamian offre il meglio dell’intero paese. Ci troviamo in una vallata lunga, ampia, ricca di coltivazioni nonostante l’alta quota. Non siamo troppo lontani dalla valle del Wakhan, situata tra il Pamir e l’Hindukush, dove, fin da tempi antichissimi, passava la cosiddetta “via della seta”: una via che dalla Cina raggiungeva Bamian, per poi proseguire verso sud e ovest. Insieme alla seta a Bamian sorge sotto una parete di roccia, alta un centinaio di metri, verticale, lunghissima. Nella parete, monaci buddisti aprirono centinaia di fori, che sarebbero stati , poi, le loro celle, gli eremitaggi; sicché la parete di Bamian somiglia a un alveare.

Ma, tra le cavità minori, altre due se ne aprono. Sono gigantesche, con il disegno ben netto, come absidi; in fondo, nella roccia madre i buddisti scolpirono due statue del loro dio e ricoprirono le pareti di affreschi. Oggi, i volti di Buddha e gli affreschi sono deturpati o distrutti; dipende sia dall’avvento dell’islamismo al posto del buddismo, sia dall’intemperanza fanatica di un condottiero dello scorso secolo. Ma, entrambe le statue sopravvivono e, attraverso gallerie nella roccia, se ne può raggiungere il capo. Una è alta sui 40 metri; l’altra, 53. Neppure i Ramses II di Abu Simbel arrivano a tanto.

Là dove la valle di Bamian si chiude in una strettoia, domina, da un poggio con le pareti precipiti, un gruppo fantasmagorico di castelli, di torri. In basso dilaga il verde di un bosco di pioppi, mentre le pareti e le torri hanno color d’ocra e di sanguigno. Gli afgani le chiamano Città Rossa. Rossa di sangue. Erano la cittadella che difendeva la valle di Bamian. Gengis Khan, attraverso la “via della seta”, irrompe nella valle afgana; pare che la cittadella, in un primo tempo, si sottomettesse e, poi, tradisse, e, in proposito, è nata più di una leggenda; di certo, vi è che Gengis Khan ordinò di distruggerla. Fece passare a filo di spada uomini e bestie; da qui il sangue che ancora arrosserebbe rocce e mura. E ordinò, Gengis Khan, di considerare la Città Rossa come un posto maledetto, da non più abitare, da non riedificare mai più. Così avvenne. Così è.

Infine, Band-i-Amir: siamo ancora nella regione di Bamian, oltre un passo alto tremilacinquecento, percorso da una strada piuttosto ardua. Spazi desolati; villaggi radi, con influssi tibetani; carogne di cavalli, sbranati dai lupi; vette sull’ordine dei cinquemila e più; d’un tratto, un lago. Ma non è che il primo di sette; sette laghi digradanti, separati l’un dall’altro come da semplici gradini, a 3.300 metri sul livello del mare, la quota della nostra Marmolada.

Tuttavia il fascino ispirato dal selvaggio Afghanistan non deve far dimenticare i suoi problemi concreti. Kabul inizia ad avere una grande università, ma almeno i quattro quinti della popolazione afgana sono analfabeti. Qualche ospedale è nato; le Nazioni Unite hanno creato una scuola di infermieri, che dovrebbero distribuirsi capillarmente nel paese; ma i medici scarseggiano e in fatto di salute pubblica le necessità sono ancora imponenti. Il tenore di vita si può sintetizzarlo con poche cifre: un funzionario percepisce dalle 30 alle 60.000 lire al mese; un domestico, a Kabul, dalle 12 alle 20.000; un manovale, sulle 4.000.

La voce delle esportazioni ha un certo peso, grazie alla produzione di frutta squisita. Ricercatissima in Pakistan e, soprattutto, in India –, e, poi, di lana, di cotone allo stato greggio e di pelli del famoso karakul, l’agnellino di latte con cui in Afghanistan si confezionano i tipici copricapo locali e, da noi, le pellicce di cosiddetto “persiano”; si esportano anche tappeti di pregio, che, spesso, per non disorientare l’acquirente occidentale, assumono, a loro volta la qualifica spicciola di “persiani”; e finalmente l’Afghanistan esporta in Russia, con impianti diretti, i suoi idrocarburi. Ma, tutte queste voci equivalgono soltanto a trentacinque miliardi di lire. Viceversa occorrerebbe importare quasi tutti i prodotti finiti; quindi, per tenere la bilancia commerciale in pareggio o, perfino, in attivo, si rinuncia al necessario.

Le limitate risorse del paese escludono che l’attuale situazione possa capovolgersi. Ma, può migliorare. Dipende in gran parte dalla soluzione del problema idrico; dipende, in altri termini, dalla costruzione di dighe e canali e da una razionale distribuzione delle acque. L’agricoltura è suscettibile di larghi progressi anche mediante l’applicazione di nuove tecniche: basti dire che la maggioranza dei contadini afgani usa tuttora l’aratro a chiodo. Parallelamente all’agricoltura potrebbe svilupparsi anche la zootecnia.

Se a questi e ad altri fattori aggiungiamo determinati fermenti morali, come l’aspirazione degli studenti di Kabul o di coloro che hanno studiato nelle università straniere, all’ammodernamento del paese, all’eliminazione di vecchie pastoie e all’instaurazione di una democrazia – oggi, ancora in gestazione – di tipo occidentale, giungiamo a una conclusione di moderato ottimismo. Sarebbe, invece, il contrario se prevalessero gli elementi retrivi, che ancora influenzano vaste categorie, specie di livello sociale inferiore.

Ma, vi è un’altra pedina da valutare, quella della politica estera. Le antiche aspirazioni zariste verso i mari caldi e l’India, sono divenute aspirazioni sovietiche. L’antico schieramento britannico contro la pressione russa è divenuto schieramento pakistano: perché il Pakistan, nemico dell’India, è, invece, amico della Cina e, finora, ostile all’URSS. Dunque, l’Afghanistan svolge la sua funzione di Stato-cuscinetto, oggi, anche più di ieri.

Solo che la partita si è complicata per il contrasto tra Ovest ed Est e per la presenza di nuove possibilità. Nella loro tradizionale pressione verso sud, i russi si trovavano svantaggiati dall’esistenza, a metà Afghanistan, di una poderosa propaggine dell’Hindukush; d’altra parte, questa propaggine ostacolava l’unità afgana; ebbene, siccome nel caso specifico gli interessi sovietici e quelli afgani collimavano, i russi hanno potuto costruire la strada, di cui dicevo prima, lungo la direttrice nord-sud, che dal loro confine raggiunge Kabul. La strada, detta del Salang, costata un’enormità, sale a quota 3.300 e attraversa in galleria la montagna più alta; in questo modo è nata una ragguardevole novità politica e strategica.

I russi influiscono sull’Afghanistan non già con il criterio, ormai sperato, del satellitismo, ma con metodi intelligenti: a esempio concedono numerose borse di studio, favoriscono i traffici, acquistano prodotti afgani specie quando le relazioni tra Kabul e Rawalpindi si raffreddano e forniscono all’esercito afgano molti materiali indispensabili, come benzina, pezzi di ricambio, munizioni, missili terra-aria. Inoltre, hanno influito costruendo metà di un’altra strada, quella che da Kabul raggiunge Herat e, poi, il confine iraniano.

Ovviamente, gli Stati Uniti si preoccupano dell’attività russa. E hanno risposto, tra l’altro, costruendo l’altra metà della strada di Herat. Così, nel contrasto tra due mondi, l’Afghanistan si è inopinatamente trovato a possedere arterie di importanza vitale. Ma, il loro costo è stato assorbito solo dagli Stati Uniti e dall’URSS. Gli afgani non hanno speso un dollaro né un rublo.

Dopo l’URSS, Stati Uniti e Pakistan, quarto contendente della parità afgana è la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina per soli 93 chilometri; sono quelli del Wakhan, la valle dove passava la “via della seta”. Un secolo fa, il Wakhan non lo presidiava nessuno. Gli inglesi, quando vi mandarono una missione per delimitare i confini del nuovo Stato-cuscinetto, raggiunsero un passo ad alta quota, dove giaceva abbandonata una capanna; allora, proseguirono oltre lo spartiacque e, finalmente, si incontrarono con alcuni armati, i quali dissero che là era la Cina. Più tardi, una commissione anglo-russa fissò i confini del Wakhan senza neppure recarvisi; né gli afgani di allora ebbero interesse a insediare guarnigioni in una zona tanto remota.

Ai nostri tempi, il discorso cambia. Salvo la Mongolia – sulla cui dipendenza effettiva, peraltro, si discute –, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo a confinare sia con la Cina sia con l’URSS. Kabul si è, quindi, preoccupata di avere, al confine cinese, una situazione chiara. Vi fu, nel 1962, una visita di re Zaher a Pekino e, più tardi, ebbero inizio, sul terreno del Wakhan, i lavori di una commissione mista. Furono lavori positivi, senza particolari ostacoli. La linea di frontiera venne fissata di comune accordo. Una lunga serie di pali infissa nel terreno porta, da un lato, in caratteri arabi, la scritta “Afghanistan” e, dall’altro lato, in caratteri latini e in lingua inglese, la scritta “China”. Così il problema della frontiera cino-afgana sembra risolto.

Ma, non si tratta soltanto di frontiera, bensì di tutto un complesso di fattori. Per esempi, gli afgani hanno finora bloccato ogni tentativo di infiltrazione politica cinese. Hanno accolto, qualche anno fa, un folto gruppo di profughi cinesi, giunti attraverso il Wakhan. Nel frattempo, i rapporti tra Kabul e Pekino sono rimasti buoni. Ma, la Cina bada all’attività russa in Afghanistan non meno di quanto facciano gli Stati Uniti; la Cina non vorrebbe continuare a vedersi aggirata, sulla tradizionale direttrice dei mari caldi, dalla Russia. Quindi, vorrebbe, a sua volta, costruire una strada. Dove? Sulla “via della seta”, di Gengis Khan, di Marco Polo: in altre parole, dalla sua regione di Sinkiang – quella degli esperimenti atomici – all’Afghanistan, attraverso i 3.300-3.500 metri dei passi del Wakhan. Insomma, così come i russi hanno creato una strada nord-sud, che li avvicina all’India, i cinesi vorrebbero creare la strada est-ovest, che neutralizzasse, strategicamente parlando, l’arteria russa.

Si chiederà: in questa situazione intricata, gli afgani per chi parteggiano? Non parteggiano per nessuno. Dal contrasto altrui, cercano solo di trarre vantaggi. Si proclamano lo Stato più neutrale di tutto il terzo mondo.

Dunque, Stato-cuscinetto: ma un cuscinetto duro e spinoso, su cui nessuno si adagia. Ed è logico che sia così, per un popolo che ha forgiato la sua indipendenza con millenni di sangue.

 

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postato da: Firouzeh alle ore agosto 31, 2008 09:00 | Permalink | commenti
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